Archivio for novembre, 2009

Il terremoto della crisi

 

(davanti a un palazzo lesionato dal sisma si incontrano un funzionario e l’amministratore del condominio)

Funzionario (F): Buongiorno, sono il dottor Neutri, il funzionario governativo incaricato degli indennizzi per i danni del terremoto, è lei l’amministratore del palazzo?

Amministratore (A). Sì sono io, prego mi segua, l’accompagno a veder tutti gli appartamenti.

F. Non c’è pericolo?

A. No, le autorità ci hanno detto di stare tranquilli, niente panico.

F. Però gli inquilini non sono ancora rientrati…

A. Sì ma è solo per una misura precauzionale, sa come sono diventati adesso i funzionari, non vogliono rischiare con quello che è successo… sono tutti più cauti, fin troppo.

F. Guardi che sono anch’io un funzionario, anche se economico.

A. Beh allora lei può rischiare qualcosa… meglio un indennizzo in più che uno in meno, no?

F. No, io devo essere giusto, poi a me tocca solo la relazione, spetterà ad altri decidere.

A. Sì, d’accordo dottore, ma dipenderà da quello che scriverà lei.

F. Allora mi illustri bene tutto nei dettagli.

A. Prego, qui al pian terreno ci sono… c’erano questi bei negozi d’alta moda.

F. A me non sembrano particolarmente di lusso. Qui non siamo in centro…

A. Che vuol dire, ma siamo vicini alla stazione, ai parcheggi, è una zona di benestanti.

F. Siamo sicuri? E la roba dov’è, la merce?

A. Gli sciacalli, dottore! Gli sciacalli tutto hanno rubato, roba firmata, pezzi unici.

F. E ci sono le bolle, un inventario per ogni negozio?

A. Ma dottore, cosa chiede, con quello che è successo?

F. Sì, ma il terremoto è venuto dopo, le carte andavano fatte prima.

A. Sono andate perse… forse gli sciacalli.

F. Gli sciacalli hanno rubato le bolle, i registri? Che razza di sciacallaggio! Beh io senza documentazione non posso dichiarare nulla.

A. Come? E poi i danni strutturali, mi segua, venga a vedere le crepe, chissà quanto ci vorrà per i restauri, per avere l’abitabilità, poter riaprire.

F. Ma non mi ha detto che è una questione di poco tempo?

A. Se non ci fossero certi funzionari, scusi, se non ci fosse la burocrazia… comunque i danni ci sono, li può vedere da sé.

F. Adesso entriamo nel portone, vedo che c’è una scala che va negli scantinati.

A. No ma lì non c’è nulla di importante, ci sono le cantine, le biciclette, qualche roba vecchia, bottiglie di vino.

F. Io devo vedere tutto.

A. Può essere pericoloso.

F. Allora c’è ancora pericolo o no?

A. Dipende dal piano…

F. (scendendo apre un portoncino e scopre) Ma questo è un saloncino, ci sono ancora delle macchine, che cos’è?

A. Non lo so, è una scoperta anche per me.

F. Come, lei che è amministratore, non lo sa?

A. Mica venivo mai qua sotto.

F. Sì ma ci sarà un proprietario di questo locale e  poi gli inquilini di sopra si saranno sicuramente lamentati per il rumore delle macchine.

A. Adesso che me lo dice, ricordo: ci stavano dei cinesi che fabbricavano borse.

F. Regolari?

A. Non so se erano borse regolari o con il marchio contraffatto, non spetta a me.

F. No dicevo i cinesi, avevano il permesso di soggiorno, non avrà mica dei clandestini nel condominio? Adesso noi funzionari dobbiamo denunciarli, non ha sentito le ultime disposizione di legge?

A. Ah io non lo so, so solo che il locale è stato acquistato da uno di loro e che sono stati sempre i primi a pagare le spese condominiali, non come certi altri.

F. Ma se prima non si ricordava di loro… e poi qui c’era l’agibilità per un laboratorio, le norme di sicurezza?

A. Cosa va a cercare dottore, tanto c’è stato il terremoto. Se c’erano sono andate distrutte.

F. Anche l’agibilità?

A. Penso di sì.

F. Come si è distrutta anche l’agibilità?

A. Beh adesso di sicuro.

F. Non scherzi, io dicevo prima.

A. Cosa andiamo a rivangare, al posto di ringraziare che non c’è morto nessuno, stiamo a cavillare se prima… preferisce un morto in regola o un clandestino vivo?

F. Se la mette così. Io comunque devo scriverlo nella relazione. E ci sono altri laboratori qua sotto?

A. No, che sappia io, no.

F. Come lei non lo sa?

A. No mi sono espresso male, ci sono altri laboratori ma al pian terreno nel cortile interno.

F. Andiamo a vederli. (salgono nel cortile interno)

A. Ecco qui è il negozietto di un ciabattino egiziano, che aggiusta anche le borse, qui c’è il laboratorio di un elettricista albanese. Ah da questo può portare di tutto: dal telefonino alla lavatrice lui gliel’aggiusta. Qui invece ci stava una sarta moldava, ma brava, anche lei oltre a confezionarli li aggiusta i vestiti: orli, asole, bottoni, colletti, tutto mette a posto. E qui in questo garage ci stava un meccanico tunisino, anche lui ti metteva a posto tutto, dalla bici al camion e a che prezzi. Ma non le dico le lamentele.

F. E adesso dove sono, dai parenti?

A. No, sono tornati a casa, erano tutti extracomunitari, e senza poter rientrare nel negozio come facevano a vivere?

F. E allora non tornano più?

A. Beh quelli col permesso di soggiorno credo di sì, continuano a telefonarmi per sapere se si può rientrare.

F. E non chiedono l’indennizzo?

A. Loro non lo sanno. Sono quelli del secondo, terzo, quarto e quinto piano che mi assillano con i rimborsi.

F. E lì su chi ci abita?

A. Ah loro tutti italiani, tutti incarogniti contro questi artigiani stranieri. Ma sa quante assemblee mi hanno fatto fare per mandarli via.

F. E lei cosa ha fatto?

A. E cosa potevo fare? Sono regolari e hanno comperato, non posso fare niente.

F. Adesso saliamo anche a questi piani “italiani”, ma prima mi faccia vedere… c’è anche un deposito, che cos’è?

A. Anche per quello mi hanno fatto un sacco di problemi, e dire che è di italiani.

F. E che cos’è?

A. E’ un deposito dei gas.

F. Come qui in cortile, in mezzo alle abitazioni?

A. Che cosa ha capito? G.a.s: gruppo d’acquisto solidale. Sono delle persone, qualcuno anche del condominio, che comprano direttamente dai produttori, carne, frutta, olio. E visto che siamo vicini alla stazione hanno attrezzato quel deposito per raccogliere gli acquisti.

F. E che male c’è, se hanno i permessi?

A. E’ che danno fastidio ai negozi degli alimentari qui del quartiere, e perciò cercano di metterli in difficoltà, magari di farli smettere, hanno mandato anche l’ispettorato d’igiene.

F. E cosa ha trovato?

A. Niente, tutto in regola, però dato che gli ispettori erano qui in zona, hanno fatto una capatina alla macelleria qui all’angolo e al fruttivendolo di fronte e lì sì che sono fioccate le multe.

F. Chissà loro?

A. Non parliamone. Hanno fatto un comitato, si trovano proprio qui al secondo piano, nella sede della Lega Nord che li ospita, tanto quelli vengono solo quando ci sono le elezioni.

F. Lega Nord? Ma qui non siamo in Padania.

A. Che le devo dire? Spereranno di raccogliere voti anche qui.

F. Certo che sono un quartiere e un condomino molto attivi, anche se non molto solidali.

A. E non le ho ancora fatto vedere i piani alti.

F. Prima però ispezioniamo i piani di mezzo.

A. Ah lì chiedono tutti il massimo di indennizzo.

F. Ma non mi ha detto che hanno fretta di rientrare? Allora gli appartamenti non sono così danneggiati.

A. Vuol mettere il disagio di vivere fuori casa?

F. Dove sono, ancora in tenda?

A. No per fortuna, a parte una minoranza… dipendenti statali, tutti gli altri dei piani medi hanno una seconda casa e sono andati là, ma sa il disagio? Magari senza la parabolica, lo schermo al plasma… Una vita difficile!

F. Quasi impossibile… Allora facciamo veloce. (dopo qualche minuto) Qui niente di grave, per fortuna.

A. Per fortuna? Non ha visto le crepe? I danni sono incalcolabili.

F. E allora non calcoliamoli. E poi le crepe sono minime e mi sembrano anche un po’ vecchie: ci sono sopra le ragnatele.

A. Lei mi scusi, ma si vede che non è delle nostri parti. Qui c’è una specie di ragno velocissimo a tessere la sua tela. Dal terremoto ad oggi c’è stato tutto il tempo per il formarsi delle ragnatele.

F. Non parliamo di certe ragnatele, che quelle le vedo anche in ufficio e non sa come le odio.

A. Perché non avete il personale di pulizia?

F. Ci vorrebbe quello di polizia per le ragnatele che dico io.

A. Ah capisco. Ah fa bene, è uno schifo in certi ambienti… se l’esempio viene dall’alto… Oh mi scusi ma dobbiamo salire ancora all’ultimo piano più la mansarda, o preferisce scendere un attimo per un cafferino?

F. No saliamo pure. (salgono)

A. Questo, dottore, era l’ufficio più grande e più bello. Ma è stato il primo a svuotarsi già alle prime scosse che hanno preceduto il vero terremoto, era di una finanziaria americana.

F. E hanno portato via tutto?

A. Sì e sembra che si siano trasferiti a Hong Kong.

F. Allora niente richiesta di indennizzo?

A. Sì la più alta di tutti, ma dottore non mi prenda per un anti-americano, questi sono furbi vogliono i soldi da noi e dal loro governo, con i disastri che hanno fatto…

F. Perché cosa hanno combinato?

A. Ah non parliamone, mi hanno dato più problemi loro di tutti gli altri stranieri messi assieme. E la piscina sul terrazzo che perdeva e ha allagato il piano di sotto, e i maxicondizionatori che hanno mandato in tilt il sistema elettrico del palazzo, e l’antenna per le trasmissioni satellitari che copriva la ricezione delle altre paraboliche…

F. Una guerra… satellitare.

A. Non scherzi dottore. Sa quanto sono stato messo in croce per loro? Tutti volevano mandarli via ma io cosa potevo fare? Hanno comperato e avevano le spese condominiali più alte, anche se erano sempre in ritardo coi pagamenti. L’ultima non me l’hanno ancora pagata… e chissà… Non vorrei che vendessero e lasciassero i debiti ai nuovi inquilini, ma non voglio pensarci.

F. E quest’altro ufficio?

A. Ah no questi sono italiani: è la sede di una assicurazione famosa.

F. Allora saranno assicurati.

A. No, e vogliono fior di quattrini, chi poteva prevederlo il terremoto?

F. Qualche segnale c’era stato… e i vicini americani…

A. Se anche fosse stato prevedibile non sarebbe stato prevenibile. Secondo lei alle prime scosse dovevamo andar a stare tutti via e poi magari il terremoto avveniva tra un anno o in un’altra regione?

F. Scusi, a che cosa servono le assicurazioni, se non a valutare i rischi?

A. Sì però tutto sembrava andare liscio: qualche piccola vibrazione, ma niente di più. Lei si allarmerebbe per una bolla di sapone che scoppia?

F. Io cosa c’entro? Io sto con i piedi per terra, appunto qui ai piani altri dovevano accorgersene prima delle vibrazioni, come le chiama lei.

A. Si pensava alle solite scosse di assestamento… al normale movimento oscillatorio…

F. A me non sembra troppo normale ondeggiare… comunque possiamo vedere la mansarda?

A. Ah non sa quanti problemi mi ha procurato anche questa, e dire che è un solo appartamento.

F. Come mai?

A. Prima non c’era, l’hanno costruita dopo. Il comune voleva farla abbattere, ma si rende conto dell’assurdità? Per fortuna poi è cambiata l’amministrazione e la procedura è stata sospesa finché è venuto il condono edilizio e tutto è andato a posto, a parte i costi che la proprietà voleva dividere con i condomini. Non le dico il contenzioso… non è ancora finito, speriamo nel terremoto.

F. Come ha detto?

A. No, volevo dire nella nuova legge in discussione al parlamento.

F. Abbiamo finito il giro?

A. Sì non vede? Siamo al sesto piano, il settimo… cielo non c’è ancora.

F. E mai ci sarà, se le cose vanno così in questo palazzo.

A. Guardi che è tutta gente per bene, che fa gli affari suoi.

F. Che fa affari l’ho capito, ma non solo i suoi, mi sembra… E scusi non ho ancora scritto il nome del condominio e la via.

A. Condominio Italia, corso Europa 9.

Terra madre day – 10 dicembre 2009

engNel ventennale della fondazione di Slow Food

la Condotta di Vigevano e Lomellina organizza

la proiezione del film

TERRA MADRE di Ermanno Olmi

nell’ambito della stagione “cinema – opera” in città

Cinema Odeon – Via Mons. Berruti, 2 Vigevano

Ore 21:00 – ingresso a offerta

www.slowfood.com/terramadreday

La condotta aderisce al progetto

 “Cambiamo – Dipingere insieme il nostro futuro”

www.cambiamo.org

 

Prossime iniziative del circolo Prc Vigevano

  • 5 dicembre 2009: No Berlusconi day. Con pullman tutti a Roma e contemporaneamente presidio nel pomeriggio in Piazza Ducale – Vigevano;

 

  • 6 dicembre:   incontro per progettare il GAS e/o GAP che si vuole creare a Vigevano con base alla coop. Portalupi. Si chiede la partecipazione attiva di tutti coloro che si sentono interessati e di coinvolgere altre persone sensibili a queste realtà. L’incontro si terrà alla coop. Portalupi domenica 6 dicembre a partire dalle ore 16

 

  • 11 dicembre: secondo incontro oranizzato dal Punto Rosso, sulla CINA nella sala dell’Ottocento Palazzo Roncalli, Via del Popolo, 17 -Vigevano – con relatore Fabrizio Eva, docente universitario, è un grande esperto di questioni internazionali ed è autore di diversi libri dedicati alla geografia politica, alla Cina ed al Giappone.

Speriamo in una numerosa partecipazione.

Sortire da soli è l’avarizia. Sortire insieme è la politica
Don Lorenzo Milani (Lettera a una professoressa)

 

5 dicembre. Tutti a Roma

No B Day

Pavia, quello sgombero brutale del campo rom passato sotto silenzio

Pericolo pubblicoMaurizio Pagliassotti (Liberazione 28/11/2009) 

Parlano i testimoni: un dirigente Prc e un giornalista

Loro sono sempre troppi e noi siamo sempre troppo buoni. Loro sono gli zingari, i rom, i negri, i rumeni, i terroni, i froci.

Noi siamo sempre gli italiani che lavorano e spesso vanno in chiesa a battersi il petto: culpa mea culpa mea maxima culpa.

Chissà se nella cattolicissima Pavia qualcuno domenica a messa chiederà perdono per uno sgombero, anzi ora da queste parti hanno iniziato a chiamarlo “sfratto”, di trenta-quaranta rumeni, detti anche volgarmente zingari. Molto probabilmente no perché pare che i problemi veri da queste parti siano altri: il crocifisso in sala comunale, un semaforo che non funziona, etc.

Ieri mattina alle sette e mezza le forze della polizia municipale si sono presentate a Fossarmato, zona periferica della città dove vivono i superstiti del precedente sgombero del 2007. Sgombero che fece, a differenza di questo, clamore. Sì, perché la notizia del “repulisti” pavese di ieri non è stata nemmeno battuta dalle agenzie.

Liberazione ha raggiunto telefonicamente Pablo Genova del Prc di Pavia, e Giovanni Giovannetti, editore e giornalista. Entrambi erano presenti quando è avvenuto lo sgombero. Entrambi dall’inizio seguono la delicata vicenda dei quaranta rom di etnia rumena.

Pablo, è sicuro di quanto racconta? Le agenzie di stampa non riportano nulla….

Il fatto che nessuno parli di quanto è accaduto racconta molto della civiltà di questo paese. Comunque sì, abbiamo visto tutto con i nostri occhi. Non è stato nulla di violento: sono arrivati e li hanno mandati via, di fatto dividendo le famiglie. E’ stato molto forte lo stesso: vedere le famiglie buttate in strada non è edificante per un paese civile. Poi così, al freddo, al mattino…. agghiacciante.

Com’era la situazione nel campo?

Normale. Stiamo parlando di gente con precedenti penali, qualcuno, ma che lavora e di fatto non dava fastidio a nessuno. Comunque la vera novità è che per la prima volta, credo, in Italia, gli sgomberi vengono fatti in inverno. Dove andrà questa gente adesso? Dove è la solidarietà cattolica? C’eravamo solo noi di Rifondazione. D’altronde il precedente grande sgombero venne fatto da una giunta Pd-Margherita. Le giunte cambiano, non cambia la politica.

Si tratta di razzismo?

Non penso. Ma la normalità con cui la comunità politica vive questi eventi mi allarma. Due anni fa ci fu una grande reazione civile da parte della popolazione, una marcia con oltre duemila persone. Oggi nulla. Ieri sera in consiglio comunale non si è nemmeno affrontata la questione…

Giovanni Giovannetti, perché questo sgombero?

L’obiettivo ovviamente non sono questi poveracci. Loro sono lo specchietto per le allodole. Tra poco ci saranno le elezioni regionali ed il centro destra è in grande difficoltà a causa dello scandalo Gariboldi- Grossi che coinvolge anche i vertici nazionali del Pdl. L’operazione di oggi serve a distogliere lo sguardo della gente, regalando loro falsi problemi. E’ vero, nel campo non ci sono stinchi di santo. Ma sarà peggio lo scandalo Gariboldi- Grossi o due ladruncoli?

Pablo, cosa accadrà ora?

Il mio timore era che i bambini fossero separati dai genitori, un po’ come nell’Italia degli anni trenta. E poi, come faranno i piccoli ad andare a scuola? Perderebbero l’anno per poi reiniziare da un’altra parte… Se questo è un processo di integrazione… Inizialmente questa era l’idea, ma fortunatamente hanno fatto marcia indietro. Ora un po’ tutti tenteranno di farsi ospitare da amici, parenti e gente semplicemente caritatevole. Un tetto per tutti ed i ragazzi potranno continuare ad andare a scuola.

Come mai?

Abbiamo minacciato di mettere una tendopoli nella piazza principale della città e tenerci dentro tutti i genitori. Solo a fatica abbiamo raggiunto il compromesso della non separazione e della creazione di un tavolo di discussione che inizierà ad operare da lunedì prossimo.

E se non ci foste stati voi?

Tutto sarebbe passato sotto silenzio, indifferenza. Purtroppo questo è il clima che si respira da queste parti.

“No B DaY”: c’è il pullman

Pullman

In programma anche un presidio in piazza ducale
VIGEVANO – è nato in internet nel social network Facebook, e da qualche settimana è diventato realtà: sabato 5 dicembre sarà il “No Berlusconi Day”, con una manifestazione nazionale che attraverserà le strade di Roma per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio.

 E anche a Vigevano si è messa in moto la macchina organizzativa, per favorire la partecipazione al corteo romano e per raccogliere in piazza Ducale tutte le persone che non potranno partecipare alla manifestazione nazionale.

Con il “supporto organizzativo” di Rifondazione Comunista è stato promosso un pullman per Roma: la partenza è programmata per le ore 5 di sabato 5 dicembre da piazza Volta ed è richiesto un contributo di 25 euro a persona. Il rientro è previsto per le prime ore di domenica 6 dicembre.

Per le adesioni è necessario inviare una mail con il proprio recapito telefonico all’indirizzo di posta elettronica info@rifondazionevigevano.it, oppure a rc@comune.vigevano.pv.it.

Per tutti coloro che non potranno partecipare alla manifestazione nazionale, il gruppo consiliare di Vigevano del Prc sta organizzando un presidio in piazza Ducale, che si terrà con inizio alle ore 14,30 di sabato 5 dicembre.

Anche in questo caso è stato creato un evento su Facebook, che può essere rintracciato cercando “Anche a Vigevano il NoBerlusconiDay”. L’idea di una protesta pacifica è nata su Facebook lo scorso 9 ottobre, all’indomani della bocciatura da parte della Corte Costituzionale del lodo Alfano. Un gruppo di persone ha lanciato un appello per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio e subito è partito il tam-tam virtuale che ha portato a fondare un sito ed un comitato promotore del “No Berlusconi Day”.

Ora la macchina organizzativa è in moto, ed ha trovato una “sponda” anche a Vigevano.

Ringraziamenti ai gruppi musicali

Ringraziamenti ai gruppi musicali

i ringraziamenti
Serata per Faber,
un incontro speciale
A dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André si è voluto ricordarlo con una serata alla Cooperativa Portalupi, che si è svolta sabato scorso. L’evento, voluto dal circolo cittadino di Rifondazione Comunista, dalla Cooperativa Portalupi e dalla sezione di Vigevano dell’associazione culturale Punto Rosso, ha sorpreso per la partecipazione veramente eccezionale, al di là di qualsiasi aspettativa.
Questo risultato ci ha fatto riflettere. In tempi in cui la televisione ed internet sembra abbiano sostituito la socialità fisica fra gli individui, a noi è parso piacevolmente “strano” e bellissimo vedere quante persone, di età e di realtà tanto diverse, si siano incontrate, siano state gomito a gomito sopportando anche i disagi che l’inaspettata affluenza ha comportato.
Dunque, la voglia di stare insieme, se stimolata, esiste ancora.
Grazie a Faber che, con la sua poesia, la sua coerenza, ed il messaggio sociale espresso attraverso la sua opera, magicamente, ancora attrae le persone al di là dei proclami di chi vorrebbe fare dell’egoismo, del profitto fine a se stesso e dell’intolleranza la regola sociale. Grazie anche a coloro che con gratuito volontarismo hanno reso possibile la buona riuscita della serata e grazie ai cittadini che, con la loro presenza, hanno dato senso e valore allo sforzo compiuto da tutti gli organizzatori.
Partito
della Rifondazione Comunista
Circolo di Vigevano

5 dicembre – No B. Day – Appello

 
 
L’appello delle madri orfane dello Stato
 
«Il 5 saremo in piazza per
dire no alla tolleranza zero»
 

Il 5 dicembre saremo in piazza alla manifestazione indetta dalle reti del web contro il Governo Berlusconi, e alla quale stanno aderendo partiti ed associazioni. Saremo in piazza partendo dall’appello delle madri orfane dello Stato per chiedere con loro verità e giustizia per le tante donne e per i tanti uomini uccisi dalla repressione di stato in questi anni. Manifesteremo per chiedere la fine delle politiche della “tolleranza zero” e la fine dell’impunità per chi si macchia di questi crimini.
Dalla morte di Carlo Giuliani a quella di Federico Aldrovandri abbiamo visto come un nuovo autoritarismo delle classi dominanti abbia trovato nella violenza di alcuni settori dello stato una sponda enorme alla quale bisogna costruire un’argine democratico.
Dalla legge Reale alla legislazione sulle droghe, dal pacchetto sicurezza fino alla tessera del tifoso, tutti i settori sociali sono stati attraversati dalla stessa filosofia d’intervento: reprimere e criminalizzare ogni forma di dissenso sociale.
La “tolleranza zero” non è uno slogan ma una teoria che ha alimentato una “cultura” diffusa violenta e xenofoba contro i “diversi”, come dimostrano le storie di Abba, di Renato Biagetti, di Dax, e di tanti altri giovani feriti e aggrediti nelle nostre strade.
Esiste un profondo legame tra chi predica l’intolleranza e chi l’agisce contro ogni diversità; noi pensiamo che questo legame sia un problema per la sicurezza sociale di questo paese, per questo saremo in piazza.
Un’intolleranza alimentata dall’alto e che trova sponda nei luoghi in cui il diritto viene sospeso: carceri e caserme sono diventati luoghi insicuri ed invivibili, com’è successo alle caserme Raniero a Napoli e Bolzaneto a Genova… per Aldo Bianzino per Marcello Lonzi, per Stefano Cucchi e per i tanti – troppi – che sono stati ” suicidati ” in questi anni.
Se lo stato di democrazia di un paese si vede dalle proprie carceri, possiamo affermare che l’Italia non è lontana dalla Libia e da Guantanamo: oggi il governo invece che parlare di costruire nuove carceri dovrebbe impegnarsi ad evitare che chiudano le fabbriche.
Il fatto poi che esista una doppia giustizia che fa sì che, innocenti muoiano dentro le galere, mentre si concedono scudi e condoni per mafiosi ed evasori – o che il rappresentante del nostro governo invece di pensare alla crisi sociale pensi a come salvarsi dai processi ed a sottrarsi da essi – non fa che aumentare la nostra rabbia ed indignazione. Indignazione che cresce nel leggere le sconcertanti dichiarazioni del sottosegretario Giovanardi – principale responsabile della legislazione proibizionista sulle droghe, concausa della morte di Stefano Cucchi – e del ministro La Russa che, nonostante ci sia una inchiesta in corso, ha preventivamente garantito piena impunità a chi ha deliberatamente provocato la morte di Stefano: a entrambi chiediamo le dimissioni!
Dal 5 dicembre, partendo da Roma, inizieremo a camminare per tutte le strade e per tutte le piazza d’Italia: per chiedere verità e giustizia, per chiedere la immediata cessazione delle legislazioni emergenziali.
Osservatorio sulla repressione
per adesioni: osservatorio@rifondazione.it
Haidi Giuliani, Rosa Piro, Patrizia Moretti, Maria Ciuffi, Stefania Zuccari

25/11/2009

 

Zio Giovane

Zio giovane

Zio giovane

Un ringraziamento particolare a Zio Giovane che prima di iniziare il concerto ha dato un generoso aiuto come volontario per servire la cena a tutti i partecipanti. Una cena con menù ligure intonato con i brani musicali in ricordo di De andrè.

Sia la cena e l’esecuzione dei gruppi musicali hanno contribuito al successo dell’evento organizzato dal circolo prc di Vigevano. Grazie Zio Giovane!!

Foto gruppi musicali per la serata in ricordo di De Andre’

Alessio e il suo gruppo
Alessio e il suo gruppo

E’ stata una serata divertente, allegra e gioiosa per tutti.

Il circolo “Lucio Libertini” di rifondazione comunista di Vigevano,
 
 
 
 
RINGRAZIA CALOROSAMENTE TUTTI I GRUPPI MUSICALI che con generosità hanno creato un’atmosfera magica e poetica come sapeva fare De Andrè.

Acqua, bene comune!

Acqua bene comune!

                                              

Giù le mani dall’acqua!

 Con il decreto-legge 135/09, Art. 15, convertito in legge, il Governo regala l’acqua ai privati per consegnarla agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business.

 Il Prc è per una gestione pubblica perché l’acqua è un bene comune, essenziale per la vita.

 Mettere l’acqua nelle mani del profitto (e anche della criminalità) comporterà pure tariffe salate per i cittadini.

 Una gestione pubblica, efficiente e priva della ricerca a tutti i costi del profitto, è utile alla salvaguardia di una comunità contro le politiche di rapina dei territori ed inoltre tutela il paesaggio ed il sistema idrogeologico.

 Occorrono quindi misure politiche che proteggano le risorse idriche al fine di assicurare una distribuzione di acqua potabile di qualità per tutti.

 A livello locale, il servizio idrico integrato va riconosciuto come un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e, pertanto, questo principio va riconosciuto con l’inserimento nel proprio Statuto Comunale.

 Le mobilitazioni di questi giorni, promosse dai movimenti per l’acqua, hanno registrato un successo crescente in termini di partecipazione e ora devono continuare.

 Rifondazione comunista, insieme alla Federazione della Sinistra, sarà in prima linea nella promozione di un REFERENDUM per bloccare ogni ipotesi di privatizzazione e mette a disposizione strutture, organizzazioni e militanti per il prosieguo di questa importante battaglia.

 L’acqua deve essere sottratta a queste spregiudicate logiche mercantili fatte a scapito della collettività.

 PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – DIPARTIMENTO AMBIENTE

ambiente.prc@rifondazione.it

No B. Day – Da Vigevano un pullman per la manifestazione a Roma

091120nbdDa Vigevano un pullman per la manifestazione di Roma.

Partenza ore 5,00 – giorno 5/12

da Piazza Volta.

Il contributo richiesto sarà di  €. 25,00 a testa.

E’ DI GRANDE IMPORTANZA PARTECIPARE A QUESTA MANIFESTAZIONE E DUNQUE PRENOTATE E FATE PRENOTARE PRMA POSSIBILE IL VOSTRO POSTO SUL PULLMAN DEL PRC DELLA FEDERAZIONE DI PAVIA.

Potete prenotare segnalando via mail la vostra adesione prima possibile al seguente indirizzo: rc@comune.vigevano.pv.it

 A VIGEVANO: SABATO 5 DICEMBRE PRESIDIO IN PIAZZA DUCALE

ORE 14,30

                                                              Circolo “Lucio Libertini”

di Rifondazione Comunista

Via Boldrini, 1 – 27029 Vigevano- (Pv)

5 dicembre 2009

091120nbd

Due incontri del Punto Rosso. “La Cina ieri e oggi”.

Due incontri “dalla Cina di Mao alla nuova potenza egemonica mondiale”. A proporli è la sezione “Rosa Luxemburg” di Vigevano dell’associazione culturale Punto Rosso per giovedì 26 novembre e venerdì 11 dicembre, sempre con inizio alle ore 21 presso la Sala dell’Ottocento di Palazzo Roncalli, in via del Popolo 17 a Vigevano.
L’appuntamento di giovedì 26 novembre sarà dedicato alla Cina “dalla Rivoluzione Culturale alle riforme capitalistiche” e avrà come relatrice Giovanna Capelli, del Forum delle donne del Partito della Rifondazione Comunista, nonché componente della segreteria regionale lombarda del Prc. Venerdì 11 dicembre, invece, il geografo politico Fabrizio Eva terrà una relazione dedicata alla Cina contemporanea.
Giovanna Capelli è una delle figure storiche della sinistra italiana e del movimento femminista, ed è stata anche eletta senatrice di Rifondazione Comunista alle elezioni politiche del 2006. Fabrizio Eva, docente universitario, è un grande esperto di questioni internazionali ed è autore di diversi libri dedicati alla geografia politica, alla Cina ed al Giappone.
Proprio recentemente in Cina si sono celebrati i 60 anni dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, di cui fu primo presidente Mao Zedong (nella foto). A lui si deve anche il “lancio” e lo sviluppo della Rivoluzione Culturale, che a partire dal 1966 vide la mobilitazione dei giovani, generalmente chiamati “Guardie Rosse”, nella critica radicale contro gli esponenti di spicco del Partito comunista cinese. Mao sviluppò un marxismo-leninismo “cinesizzato”, noto come maoismo. Morì il 9 settembre 1976 e dopo i funerali, che videro la partecipazione di circa un milione di persone, la sua salma fu esposta per otto giorni in piazza Tienanmen.

La Cina ieri e oggi

La Cina ieri e oggi

Dalla Cina di Mao alla nuova potenza egemonica mondiale.

Sala dell’ottocento – Palazzo Roncalli – Via del popolo, 7 – Vigevano –

GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE 2009 – ORE 21

LA CINA: DALLA RIVOLUZIONE CULTURALE

ALLE RIFORME CAPITALISTICHE

Relatrice: GIOVANNA CAPELLI

Forum delle donne del Partito della Rifondazione Comunista

Segreteria Regionale Lombarda del Prc

VENERDI’ 11 DICEMBRE 2009 – ORE 21

LA CINA CONTEMPORANEA

Relatore: FABRIZIO EVA

Geografo Politico

Associazione Culturale punto rosso

SEZIONE “ROSA LUXEMBURG” VIGEVANO

Con il patrocinio della Fondazione Istituto d’Arte e Mestieri

“VINCENZO RONCALLI”

La torre come piace a noi

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Il ricordo

Il ricordo

il ricordo

Vittorio ed Attilio,
due vite da militanti
A quattro anni dalla scomparsa di Vittorio Lazzaroni, avvenuta il 18 novembre del 2005, ed a tredici anni dalla scomparsa di Attilio Temporin, avvenuta il 21 novembre del 1996, vogliamo ancora una volta ricordare a tutti coloro che li hanno conosciuti questi due militanti del Partito della Rifondazione Comunista che sono stati protagonisti, pur in modi diversi, della vita sociale e politica di Vigevano e della provincia di Pavia.
Vittorio Lazzaroni nella Cgil è stato segretario della Camera del Lavoro provinciale e di quella di Mortara, segretario territoriale del sindacato dei lavoratori del commercio, del settore funzione pubblica e dei chimici. Passato allo Spi, il sindacato dei pensionati della Cgil, è stato dal 1995 fino alla sua scomparsa segretario della “Lega” di Mortara. Lunghissima è stata anche la sua militanza politica, cominciata nel Psiup, continuata nel Pci e infine, dalla sua costituzione, in Rifondazione Comunista, di cui è stato dirigente locale e provinciale.
Non si è mai risparmiato e fino all’ultimo ha speso le sue energie nella vita politica e sindacale, con la sua caratteristica veemenza. È sempre stato coerente con le sue idee, ma ha saputo con capacità sorprendente innovare la sua “cassetta degli attrezzi”, comprendendo fino in fondo i cambiamenti della società e sempre con la volontà di contribuire alla costruzione di una società libera dalle ingiustizie e dallo sfruttamento.
Anche con Attilio Temporin abbiamo condiviso tante battaglie politiche e sociali, insieme alla comune militanza nel circolo di Vigevano di Rifondazione Comunista. Era molto conosciuto in città ed aveva militato nel Partito Comunista Italiano fino al suo scioglimento, contro cui si era battuto non condividendo tale scelta. Per questo motivo aveva partecipato a Roma all’atto di fondazione del Partito della Rifondazione Comunista, a cui è stato iscritto fino alla sua morte, impegnandosi attivamente all’interno del circolo vigevanese. Negli anni Settanta aveva svolto un’intensa attività sindacale ed era stato costantemente al fianco dei lavoratori, sostenendone le battaglie e le rivendicazioni sociali.
Il ricordo di Vittorio ed Attilio è sempre vivo in tutti noi e sentiamo di averli ancora vicini nel nostro quotidiano impegno per la costruzione di una società di liberi ed eguali.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo di Vigevano

Intervista al consigliere PRC Invernizzi sul caso Gariboldi

La sinistra è anticapitalista. O non è sinistra

Giovanni Russo Spena
Discutevamo, sere fa, di “Ombre rosse”, lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l’appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale (simbolo del partito anticapitalista), per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, «camminiamo domandando»; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe «non siamo i pasticceri dell’avvenire») ma ricominciamo, in basso a sinistra. E’ importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il «rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti». A noi piace ancora chiamarlo comunismo. Non siamo né nostalgici, né pentiti; siamo con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime. Parlavamo del film di Maselli e pensavamo, dunque, alla caduta del Muro di Berlino, di cui il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l’equilibrio bipolare; abbiamo tentato di «capire Danzica»; abbiamo protestato sotto l’ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l’assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità). Abbiamo ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il «cambio d’epoca» addirittura come «fine della storia»; e l’operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una «damnatio memoriae», una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le «guerre costituenti» fondative del «nuovo ordine mondiale». Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.

Fummo felici per la caduta del Muro; ma prendiamo atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente «rivoluzione restauratrice» del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto «socialismo reale». Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l’Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite. Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi). Qui siamo. E’ qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista. Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Il simbolico è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l’aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica. Per noi comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

Liberazione 11/11/2009

Ottantanove, un passaggio ambiguo e pericoloso

La liberazione da regimi certamente oppressivi coincise con la vittoria del capitalismo più selvaggio

Pubblichiamo stralci di un articolo dell’ex eurodeputata di Rifondazione Comunista già uscito nell’ultimo numero della rivista “Nuvole” (www.nuvole.it).

Luciana Castellina
Vorrei concedermi – e me ne scuso – una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l”89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.
Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal Pci fui, nel ’69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile.
Vent’anni dopo, nell’‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l’esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.
Se insisto nel dire – e oggi, ad altri vent’anni di distanza è ancora più evidente – che in quell’autunno dell’‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe – lucidamente – a preoccuparsene.
Non era scontato che andasse così. Voglio dire che c’erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni ’60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita “da sinistra” dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata.
Già all’inizio degli anni ’80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.
Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche “compradore”, affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all’indipendenza.
Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava – morto Tito – alla vigilia di un conflitto interno che l’avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l’illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l’arroganza delle due grandi potenze.
Il movimento operaio, in Occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il ’68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c’era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.
La leadership socialdemocratica europea – Brandt, Palme, Foot, Kreisky – che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall’o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.
In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l’idea di non trarre «dall’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre» conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l’indicazione di una possibile “terza via”, ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell’Occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l’Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato era non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent’anni prima, all’epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto ), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Avrebbe potuto essere l’occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c’è stata. Complessivamente nessuno sforzo serio fu compiuto per riflettere criticamente su cosa era accaduto, per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell’‘89 è anche data di questo lutto.
E’ un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato, alla lunga, anche sull’altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, ne è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi. Perché c’era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell’est quelle conquiste sarebbero state impensabili. E’ tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell’Urss ha sofferto (…).
Se nel nostro pezzo d’Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, essa avrebbe potuto cogliere l’occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l’Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l’Afghanistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie “democrazie popolari”, sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all’Europa centrale e balcanica.
L’esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell’unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell’evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l’integrazione è stata solo conquista, e che l’ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.
Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell’‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell’agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c’è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité , ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare. Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro. In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c’ero anch’io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un “altro mondo” sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l’‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un’occasione per riflettere.

Liberazione 10/11/2009