Archivio for novembre, 2009

Acqua, bene comune!

Acqua bene comune!

                                              

Giù le mani dall’acqua!

 Con il decreto-legge 135/09, Art. 15, convertito in legge, il Governo regala l’acqua ai privati per consegnarla agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business.

 Il Prc è per una gestione pubblica perché l’acqua è un bene comune, essenziale per la vita.

 Mettere l’acqua nelle mani del profitto (e anche della criminalità) comporterà pure tariffe salate per i cittadini.

 Una gestione pubblica, efficiente e priva della ricerca a tutti i costi del profitto, è utile alla salvaguardia di una comunità contro le politiche di rapina dei territori ed inoltre tutela il paesaggio ed il sistema idrogeologico.

 Occorrono quindi misure politiche che proteggano le risorse idriche al fine di assicurare una distribuzione di acqua potabile di qualità per tutti.

 A livello locale, il servizio idrico integrato va riconosciuto come un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e, pertanto, questo principio va riconosciuto con l’inserimento nel proprio Statuto Comunale.

 Le mobilitazioni di questi giorni, promosse dai movimenti per l’acqua, hanno registrato un successo crescente in termini di partecipazione e ora devono continuare.

 Rifondazione comunista, insieme alla Federazione della Sinistra, sarà in prima linea nella promozione di un REFERENDUM per bloccare ogni ipotesi di privatizzazione e mette a disposizione strutture, organizzazioni e militanti per il prosieguo di questa importante battaglia.

 L’acqua deve essere sottratta a queste spregiudicate logiche mercantili fatte a scapito della collettività.

 PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – DIPARTIMENTO AMBIENTE

ambiente.prc@rifondazione.it

No B. Day – Da Vigevano un pullman per la manifestazione a Roma

091120nbdDa Vigevano un pullman per la manifestazione di Roma.

Partenza ore 5,00 – giorno 5/12

da Piazza Volta.

Il contributo richiesto sarà di  €. 25,00 a testa.

E’ DI GRANDE IMPORTANZA PARTECIPARE A QUESTA MANIFESTAZIONE E DUNQUE PRENOTATE E FATE PRENOTARE PRMA POSSIBILE IL VOSTRO POSTO SUL PULLMAN DEL PRC DELLA FEDERAZIONE DI PAVIA.

Potete prenotare segnalando via mail la vostra adesione prima possibile al seguente indirizzo: rc@comune.vigevano.pv.it

 A VIGEVANO: SABATO 5 DICEMBRE PRESIDIO IN PIAZZA DUCALE

ORE 14,30

                                                              Circolo “Lucio Libertini”

di Rifondazione Comunista

Via Boldrini, 1 – 27029 Vigevano- (Pv)

5 dicembre 2009

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Due incontri del Punto Rosso. “La Cina ieri e oggi”.

Due incontri “dalla Cina di Mao alla nuova potenza egemonica mondiale”. A proporli è la sezione “Rosa Luxemburg” di Vigevano dell’associazione culturale Punto Rosso per giovedì 26 novembre e venerdì 11 dicembre, sempre con inizio alle ore 21 presso la Sala dell’Ottocento di Palazzo Roncalli, in via del Popolo 17 a Vigevano.
L’appuntamento di giovedì 26 novembre sarà dedicato alla Cina “dalla Rivoluzione Culturale alle riforme capitalistiche” e avrà come relatrice Giovanna Capelli, del Forum delle donne del Partito della Rifondazione Comunista, nonché componente della segreteria regionale lombarda del Prc. Venerdì 11 dicembre, invece, il geografo politico Fabrizio Eva terrà una relazione dedicata alla Cina contemporanea.
Giovanna Capelli è una delle figure storiche della sinistra italiana e del movimento femminista, ed è stata anche eletta senatrice di Rifondazione Comunista alle elezioni politiche del 2006. Fabrizio Eva, docente universitario, è un grande esperto di questioni internazionali ed è autore di diversi libri dedicati alla geografia politica, alla Cina ed al Giappone.
Proprio recentemente in Cina si sono celebrati i 60 anni dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, di cui fu primo presidente Mao Zedong (nella foto). A lui si deve anche il “lancio” e lo sviluppo della Rivoluzione Culturale, che a partire dal 1966 vide la mobilitazione dei giovani, generalmente chiamati “Guardie Rosse”, nella critica radicale contro gli esponenti di spicco del Partito comunista cinese. Mao sviluppò un marxismo-leninismo “cinesizzato”, noto come maoismo. Morì il 9 settembre 1976 e dopo i funerali, che videro la partecipazione di circa un milione di persone, la sua salma fu esposta per otto giorni in piazza Tienanmen.

La Cina ieri e oggi

La Cina ieri e oggi

Dalla Cina di Mao alla nuova potenza egemonica mondiale.

Sala dell’ottocento – Palazzo Roncalli – Via del popolo, 7 – Vigevano -

GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE 2009 – ORE 21

LA CINA: DALLA RIVOLUZIONE CULTURALE

ALLE RIFORME CAPITALISTICHE

Relatrice: GIOVANNA CAPELLI

Forum delle donne del Partito della Rifondazione Comunista

Segreteria Regionale Lombarda del Prc

VENERDI’ 11 DICEMBRE 2009 – ORE 21

LA CINA CONTEMPORANEA

Relatore: FABRIZIO EVA

Geografo Politico

Associazione Culturale punto rosso

SEZIONE “ROSA LUXEMBURG” VIGEVANO

Con il patrocinio della Fondazione Istituto d’Arte e Mestieri

“VINCENZO RONCALLI”

La torre come piace a noi

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Il ricordo

Il ricordo

il ricordo

Vittorio ed Attilio,
due vite da militanti
A quattro anni dalla scomparsa di Vittorio Lazzaroni, avvenuta il 18 novembre del 2005, ed a tredici anni dalla scomparsa di Attilio Temporin, avvenuta il 21 novembre del 1996, vogliamo ancora una volta ricordare a tutti coloro che li hanno conosciuti questi due militanti del Partito della Rifondazione Comunista che sono stati protagonisti, pur in modi diversi, della vita sociale e politica di Vigevano e della provincia di Pavia.
Vittorio Lazzaroni nella Cgil è stato segretario della Camera del Lavoro provinciale e di quella di Mortara, segretario territoriale del sindacato dei lavoratori del commercio, del settore funzione pubblica e dei chimici. Passato allo Spi, il sindacato dei pensionati della Cgil, è stato dal 1995 fino alla sua scomparsa segretario della “Lega” di Mortara. Lunghissima è stata anche la sua militanza politica, cominciata nel Psiup, continuata nel Pci e infine, dalla sua costituzione, in Rifondazione Comunista, di cui è stato dirigente locale e provinciale.
Non si è mai risparmiato e fino all’ultimo ha speso le sue energie nella vita politica e sindacale, con la sua caratteristica veemenza. È sempre stato coerente con le sue idee, ma ha saputo con capacità sorprendente innovare la sua “cassetta degli attrezzi”, comprendendo fino in fondo i cambiamenti della società e sempre con la volontà di contribuire alla costruzione di una società libera dalle ingiustizie e dallo sfruttamento.
Anche con Attilio Temporin abbiamo condiviso tante battaglie politiche e sociali, insieme alla comune militanza nel circolo di Vigevano di Rifondazione Comunista. Era molto conosciuto in città ed aveva militato nel Partito Comunista Italiano fino al suo scioglimento, contro cui si era battuto non condividendo tale scelta. Per questo motivo aveva partecipato a Roma all’atto di fondazione del Partito della Rifondazione Comunista, a cui è stato iscritto fino alla sua morte, impegnandosi attivamente all’interno del circolo vigevanese. Negli anni Settanta aveva svolto un’intensa attività sindacale ed era stato costantemente al fianco dei lavoratori, sostenendone le battaglie e le rivendicazioni sociali.
Il ricordo di Vittorio ed Attilio è sempre vivo in tutti noi e sentiamo di averli ancora vicini nel nostro quotidiano impegno per la costruzione di una società di liberi ed eguali.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo di Vigevano

Intervista al consigliere PRC Invernizzi sul caso Gariboldi

La sinistra è anticapitalista. O non è sinistra

Giovanni Russo Spena
Discutevamo, sere fa, di “Ombre rosse”, lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l’appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale (simbolo del partito anticapitalista), per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, «camminiamo domandando»; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe «non siamo i pasticceri dell’avvenire») ma ricominciamo, in basso a sinistra. E’ importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il «rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti». A noi piace ancora chiamarlo comunismo. Non siamo né nostalgici, né pentiti; siamo con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime. Parlavamo del film di Maselli e pensavamo, dunque, alla caduta del Muro di Berlino, di cui il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l’equilibrio bipolare; abbiamo tentato di «capire Danzica»; abbiamo protestato sotto l’ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l’assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità). Abbiamo ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il «cambio d’epoca» addirittura come «fine della storia»; e l’operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una «damnatio memoriae», una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le «guerre costituenti» fondative del «nuovo ordine mondiale». Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.

Fummo felici per la caduta del Muro; ma prendiamo atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente «rivoluzione restauratrice» del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto «socialismo reale». Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l’Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite. Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi). Qui siamo. E’ qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista. Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Il simbolico è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l’aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica. Per noi comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

Liberazione 11/11/2009

Ottantanove, un passaggio ambiguo e pericoloso

La liberazione da regimi certamente oppressivi coincise con la vittoria del capitalismo più selvaggio

Pubblichiamo stralci di un articolo dell’ex eurodeputata di Rifondazione Comunista già uscito nell’ultimo numero della rivista “Nuvole” (www.nuvole.it).

Luciana Castellina
Vorrei concedermi – e me ne scuso – una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i ‘60 e i ‘70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l”89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.
Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal Pci fui, nel ‘69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile.
Vent’anni dopo, nell’‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l’esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.
Se insisto nel dire – e oggi, ad altri vent’anni di distanza è ancora più evidente – che in quell’autunno dell’‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe – lucidamente – a preoccuparsene.
Non era scontato che andasse così. Voglio dire che c’erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni ‘60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita “da sinistra” dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata.
Già all’inizio degli anni ‘80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.
Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche “compradore”, affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all’indipendenza.
Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava – morto Tito – alla vigilia di un conflitto interno che l’avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l’illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l’arroganza delle due grandi potenze.
Il movimento operaio, in Occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il ‘68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c’era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.
La leadership socialdemocratica europea – Brandt, Palme, Foot, Kreisky – che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall’o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.
In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l’idea di non trarre «dall’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre» conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l’indicazione di una possibile “terza via”, ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell’Occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l’Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato era non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent’anni prima, all’epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto ), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Avrebbe potuto essere l’occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c’è stata. Complessivamente nessuno sforzo serio fu compiuto per riflettere criticamente su cosa era accaduto, per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell’‘89 è anche data di questo lutto.
E’ un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato, alla lunga, anche sull’altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, ne è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi. Perché c’era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell’est quelle conquiste sarebbero state impensabili. E’ tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell’Urss ha sofferto (…).
Se nel nostro pezzo d’Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, essa avrebbe potuto cogliere l’occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l’Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l’Afghanistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie “democrazie popolari”, sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all’Europa centrale e balcanica.
L’esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell’unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell’evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l’integrazione è stata solo conquista, e che l’ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.
Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell’‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell’agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c’è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité , ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare. Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro. In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c’ero anch’io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un “altro mondo” sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l’‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un’occasione per riflettere.

Liberazione 10/11/2009