Archivio for dicembre, 2009

Acqua bene comune. Dibattito a Garlasco

acqua

Earthlings (Terrestri)

Earthlings (Terrestri)

EARTHLINGS (Terrestri) è un documentario sull’assoluta dipendenza dell’umanità dagli animali (usati come compagnia, come cibo, come vestiario, per divertimento e per la ricerca scientifica) ma illustra anche la nostra completa mancanza di rispetto per questi cosiddetti “fornitori non umani”. Il film è narrato dall’attore Joaquin Phoenix, nomitato dall’Academy Award (GLADIATOR) e la colonna sonora è di Moby, artista acclamato dalla critica. Attraverso uno studio approfondito svolto all’interno di negozi di animali, allevamenti di animali domestici, rifugi, ma anche negli allevamenti intensivi, nell’industria della pelle e della pelliccia, in quella dello sport e dell’intrattenimento, e infine nella professione medica e scientifica, EARTHLINGS usa telecamere nascoste e filmati inediti per tracciare la cronaca quotidiana di alcune delle più grandi industrie del mondo, che basano i loro profitti interamente sugli animali. Potente e informativo, EARTHLINGS è un film che fa riflettere ed è finora il più completo documentario mai prodotto sulla correlazione tra la natura, gli animali e gli interessi economici degli umani. Ci sono molti film ben fatti sui diritti animali, ma questo li supera tutti. EARTHLINGS deve essere visto! Molto raccomandato!

Guarda l’ intero documentario


La linea ferroviaria di Vigevano

La linea ferroviaria di Vigevano

Il video amatoriale pubblicato da Inforete, riprende un giorno di ordinaria follia per i pendolari vigevanesi.

Lavori una vita e rischi di precipitare nella povertà

Spi Vigevano
Spi Vigevano
 
Tagliato dell’8,4% l’assegno ai futuri pensionati
 
Lavori una vita
e rischi di precipitare
nella povertà
 
 

Sante Moretti
Sono circa 14 milioni i pensionati che percepiscono mediamente 1000 euro al mese, di questi 5 milioni meno di 500 euro al mese. Per l’aumento del costo della vita ed il logoramento del potere d’acquisto delle pensioni un numero crescente di anziani sta precipitando nella povertà.
Nel 2010 verranno rivalutate le pensioni a seguito dell’aumento del costo della vita, di pochi centesimi al giorno: 2 centesimi per i lavoratori parasubordinati, 12 per le pensioni minime, 19 per le pensioni da 1000 euro al mese.
Dal 1° gennaio 2010 tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici che andranno in pensione riceveranno assegni inferiori, a parità di contribuzione ed età, rispetto al 2009 mediamente dell’8%. In soldoni significa che se un lavoratore maturava nel 2009 13.000 euro annui di pensione nel 2010 con i nuovi moltiplicatori ne maturerà 11.910 cioè 1090 euro in meno.
Entra infatti in vigore un provvedimento del governo Prodi che prevede ogni 3 anni la revisione dei coefficienti di rendimento che si basano su alcuni indici tra cui la speranza di vita. Il provvedimento, concordato coi sindacati, avrà effetti devastanti sulle future pensioni.
Le simulazioni prevedono uno scenario futuro sempre più nero: infatti un lavoratore trentenne, valutando una retribuzione finale di 35000 euro l’anno subirà una perdita di 5300 euro di pensione, per un quarantenne la perdita sarà tra i 3600 ed i 4500, chi è più vicino alla pensione perderà tra i 1600 ed i 2200 euro, le perdite saranno minori per chi può far valere anni di contribuzione prima del 1996 in quanto quegli anni saranno calcolati con il vecchio sistema, il retributivo.
Nel 2015 andrà poi in vigore la legge “Sacconi” varata da questo governo che determina un aumento automatico dell’età per il diritto alla pensione. L’aumento dell’età per le lavoratrici del pubblico impiego è già iniziato. Tutto ciò avviene in presenza di un bilancio dell’Inps attivo, ma l’Inps, come l’Inail stanno diventando una sorta di cassaforte “aperta” alle scorribande del Ministro delle Finanze (“se non ci fosse l’Inps” dichiara Tremonti) che, non contento, con la legge finanziaria è stato legittimato a confiscare i 3 miliardi di Tfr custoditi dall’Inps
Di queste novità non c’è traccia nel sistema informativo e massmediatico né se ne discute. Se ne prende atto, con la conseguenza che si avranno importi pensionistici sempre più modesti e che ci si pensionerà sempre più vecchi. A ciò si aggiunge un futuro pensionistico più che incerto per i giovani che potranno contare su contributi frammentati e spesso irrisori con il rischio di riscuotere a 65/70 anni assegni simbolici.
Va denunciato che, mentre i nuovi coefficienti sono già in vigore , la norma di salvaguardia che doveva impedire che la pensione scendesse sotto il 60% del salario è stata ignorata.
Per riparare al ridimensionamento della pensione pubblica economisti, guru della finanza, politici di entrambi gli schieramenti e purtroppo anche i sindacati insistono sulla previdenza complementare.
Lo scenario che prefigurano (ovviamente in assenza di crisi e turbolenze dei mercati finanziari) è il seguente: versando per 35/40 anni circa il 10% del salario (il Tfr è il 6,91%) con un rendimento del 2% annuo la pensione integrativa può ammontare al 20/25% dello stipendio dell’ultimo anno.
Hanno, in questi anni, sbagliato tutti i calcoli sia per quanto riguarda la previdenza pubblica che quella complementare ma ottenuto che tutti e tutte si pensionino più vecchi e con una pensione più misera e che somme ingenti destinate alle pensioni siano utilizzate per altri fini.
Di fronte a questo scenario a dir poco preoccupante (da noi previsto e denunciato già nel 1995 quando fu varata la legge Dini) sarebbe necessaria una riflessione critica in primo luogo dei sindacati e la riproposizione di un sistema pensionistico pubblico, universale, solidale.

27/12/2009

 
 

Propaganda fascista

propaganda fascista

SS Italiane
SS Italiane

LA GUERRA SUI MURI

1943-1945

Fra le varie tecniche di comunicazione, il manifesto si presenta come una delle più immediate. Il manifesto non commerciale dovrebbe avere una funzione di sola comunicazione, ma spesso la sua natura è chiaramente propagandistica. Nel caso dei manifesti della Repubblica Sociale Italiana alla persuasione si accompagna inscindibilmente la mobilitazione del soggetto cui il messaggio è rivolto. I manifesti fascisti palesano, nel loro nazionalismo esasperato, nel mito della razza, nel ricorso a valori remoti e anacronisticamente slegati alla realtà del paese, il più totale distacco dalla verità e l’inesistenza di quei valori civili e umanitari dotati di portata universale che erano invece presenti nei manifesti stampati dopo la liberazione: anche questi ebbero i loro miti, ma erano miti nati dal dibattito e dal confronto, e soprattutto bandivano la morte dal futuro, al contrario di quanto aveva fatto la repubblica sociale.

 

I manifesti della Repubblica Sociale.

Sul versante della propaganda, il fascismo repubblicano si trovò a dover affrontare, con gli anglo-americani alle porte e un alleato nazista sospettoso, stabilmente installato nel territorio italiano, il grosso problema di un consenso popolare che il 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini, aveva dimostrato di essere meno totale e meno acquisito di quanto il regime sperasse. Ecco allora come si spiegano i manifesti che condannano giustamente, ma strumentalmente, i bombardamenti che colpivano città, monumenti, popolazioni civili (ma allo stesso tempo si inneggiava al bombardamento di Londra).

Con la rinascita del fascismo dopo l’8 settembre i mezzi di comunicazione di massa scatenavano contro la monarchia e contro il governo di Badoglio una feroce campagna denigratoria, insistendo sull’infamia e sulle catastrofiche conseguenze della firma dell’armistizio. Inoltre, facendo leva sull’anticomunismo, coltivato in tutto il ventennio, veniva dilatato enormemente il ruolo dell’Unione Sovietica e si inventava una disponibilità anglo-americana a “regalare” l’Italia all’alleato bolscevico.

Un altro elemento che si può cogliere dai manifesti è il rapporto con l’alleato tedesco. Le sempre crescenti esigenze di uomini da utilizzare sui vari fronti aveva condotto la Germania a dissanguare progressivamente il proprio potenziale di manodopera indispensabile per l’economia di guerra. Per colmare tale vuoto e procurarsi le braccia necessarie a sostenere lo sforzo bellico, la Germania nazista era ricorsa ad una sistematica e massiccia razzia di lavoratori dai paese occupati (nel 1942 i lavoratori stranieri impiegati nell’industria tedesca erano già oltre 5 milioni, di cui 1,5 milioni di prigionieri, e il loro numero si accrebbe mese dopo mese, proporzionalmente all’occupazione di nuovi territori).

Dopo l’8 settembre, quando anche il nostro paese fu occupato, la Repubblica di Salò, favorì lo sfruttamento della manodopera italiana. Una massiccia propaganda martellava i lavoratori sui vantaggi del lavoro in Germania. È sufficiente osservare i manifesti creati ad hoc per rendersi conto di due elementi fondamentali: il costruirsi del messaggio sul contrasto fra la condizione reale (quella italiana) e la condizione potenziale (quella tedesca) finisce per smascherare in modo fin troppo evidente in quali condizioni si trovasse il popolo italiano e, contemporaneamente, mostra con chiarezza la posizione nazista verso l’Italia: il disprezzo per un popolo inferiore, povero, infido; condizione riscattabile con un lavoro in un paese veramente civile: la Germania.

I manifesti imperniati sul nemico, poi, erano finalizzati a creare negli italiani un vero e proprio senso di terrore verso gli Alleati, infatti traboccavano di immagini di soldati dai tratti somatici deformati appartenenti a razze extraeuropee: negri d’America, meticci, indiani, africani, euroasiatici. Ad essi, sfruttando una concezione razzista e una chiusura mentale che vent’anni di dittatura avevano rafforzato, veniva attribuita ogni bassezza. Fu così che i manifesti riproducessero giganteschi soldati russi con volti orientali e “da orco” intenti a ghermire bambini indifesi, sguaiati meticci che bivaccavano sprezzanti sulle vestigia della grandezza latina, orribili soldati americani di colore dediti allo stupro e alla distruzione.

Ma più di ogni altro tema, a caratterizzare la propaganda della RSI furono i manifesti e i proclami destinati al reclutamento degli sbandati e delle reclute per la costituzione dell’esercito repubblicano prima e della repressione antipartigiana poi. Alla loro indubbia importanza storica si accompagna la considerazione della funzione chiarificatrice dei veri connotati del rapporto fra regime e popolazione.

La posta in palio si rivelava estremamente alta: la ricostituzione di un esercito nazionale avrebbe dato infatti legittimità alla RSI. Per ottenere questo era necessario proporre un’immagine di fiducia che fosse in grado di coagulare nuovi consensi. L’opera della propaganda si rivelò ancora una volta tutt’altro che secondaria, ed i manifesti, nel loro simbolismo esasperato, ben esprimono le imposizioni tedesche, l’urgenza del momento, l’oggettiva confusione dei “repubblichini” nel proporsi come nuovo senza aver nulla di nuovo da proporre; condizioni che impoverirono ulteriormente il messaggio, come dimostra l’abuso delle parole d’ordine, della retorica. Il simbolo delle SS compare in un manifesto di uno dei maggiori propagandisti del regime, il pittore Gino Boccasile che invita all’arruolamento nella SS italiane. «L’Italia si riscatta solo con le armi in pugno» è scritto sul manifesto, ma particolarmente significativa è l’immagine del soldato, armato di mitra e di coltello. Il volto evoca il viso di Mussolini, nello sguardo, nelle labbra, nel tratto più inequivocabile: la mascella.

Il vero volto del fascismo emerge però pienamente nella produzione di manifesti direttamente legati all’esito dei bandi di chiamata alle armi. Quanto alla scelta dei soldati che avrebbero dovuto far parte del nuovo esercito, la posizione dei tedeschi fu determinante: no deciso al recupero dei soldati internati in Germania (la maggioranza dei quali preferì la prigionia all’adesione alla RSI), demotivati e troppo “badogliani”: il loro posto avrebbe dovuto essere preso dai giovanissimi. A questi soldati la propaganda promise armi speciali e il reclutamento in “corpi di prestigio” come la San Marco e la X Mas. Ma il bilancio finale fu per la RSI disastroso: pochi i giovani che si presentarono. Il governo repubblicano reagì duramente: con una serie di misure capillari tese a stroncare la renitenza e ove non si poté colpire direttamente i ragazzi, furono le famiglie a pagarne le conseguenze (presentiamo anche un manifesto locale a riguardo).

In effetti le misure coercitive, sorrette dalla propaganda, avevano avuto qualche effetto, ma rispetto all’esercito di “volontari”, voluto dal generale Graziani c’era un incolmabile abisso: le minacce avevano mutato i renitenti in disertori e le fughe furono endemiche: i giovani di leva davano luogo ad una delle più compatte diserzioni della storia di tutti gli eserciti. Inoltre diveniva sempre più chiaro che molti fra coloro che non si erano presentati o erano fuggiti, erano andati ad ingrossare le fila della Resistenza. Il messaggio propagandistico contro i “banditi” e i “ribelli” assunse un carattere teso a isolare il movimento partigiano sottoponendo incessantemente alla popolazione l’immagine di orde violente dedite ai crimini più orrendi e alle distruzioni peggiori. Ma il legame fra i “banditi” e la popolazione aumentava giorno dopo giorno; per stroncarlo si ricorse ad un misto di minacce (pena di morte per coloro che favorivano i partigiani, e persino per chi aiutava i prigionieri anglo-americani) e di lusinghe (premi cospicui per chi avesse segnalato ribelli o prigionieri fuggiti, fino ad arrivare alla promessa del ritorno di un internato italiano dalla Germania). La delazione in cambio della liberazione di un nostro soldato.

 

La resistenza nella provincia di Pavia

Partigiano Milazzo ucciso a Pavia

Partigiano Milazzo ucciso a Pavia

Un quadro sommario delle vicende della Resistenza in provincia di Pavia, e alcuni dati sulla composizione delle formazioni locali.

 In estrema sintesi si può ricordare che la Resistenza organizzata in provincia è durata meno di un anno: a parte bande spontanee, formazioni inquadrate nel CNLAI hanno cominciato ad operare nel maggio del ‘44. Una volta assorbiti i gruppi autonomi, i partigiani dell’Oltrepò pavese si sono divisi in formazioni garibaldine, operanti soprattutto nella Valle Staffora dove si trova la città di Varzi, sede del governo di una zona libera (dal 24 settembre al 25 novembre 1944); formazioni matteottine operanti nella valle più ad est, la Valle Versa, e formazioni di “Giustizia e Libertà” nella valle più orientale della provincia, la Val Tidone, che nella parte bassa fa parte amministrativamente della provincia di Piacenza. Il totale dei partigiani appartenenti a tutte le formazioni è stato quantificato in 4265 effettivi, con il 10,7% di caduti e l’8,4% di feriti. Se si escludono, assieme ai dati delle vittime, i reparti speciali (comando zona, servizi, ecc.), gli stranieri e i reparti di pianura, si può calcolare che i partigiani locali si sono ripartiti per il 68,2% nelle formazioni garibaldine, per il 18,6% in quelle gielline e per il 13,2% in quelle matteottine (2).

Relativamente alla composizione sociale, dati completi sono difficile da reperire. Dai registri dei partigiani riconosciuti, conservati presso l’Istituto per la Storia della Resistenza e l’Età Contemporanea di Pavia, si ricavano informazioni per la divisione garibaldina “Aliotta”, e, limitatamente ad alcuni dati, per la giellina “Masia”e per la matteottina “Barni”; abbiamo tralasciato l’analisi degli elenchi dei morti e dei feriti, per lo più privi di indicazioni sulla professione dei partigiani.

Da questa indagine parziale (si sono potuti raccogliere i dati solamente di 1609 partigiani per quanto riguarda l’età, e di 923 per la professione) è emerso che, per tutte e tre le divisioni la classe maggiormente rappresentata è stata il 1925, con una preponderanza dei nati negli anni 1920-25, cioè di sottoposti all’obbligo della leva fascista, e delle classi 1910-19, quindi di reduci della guerra. Pertanto le formazioni erano composte in larga maggioranza da soldati.

Limitatamente alla divisone garibaldina e a quella giellina si sono potuti raccogliere dati relativi alle professioni, registrando leggere differenze, ma con una comune prevalenza dei ceti popolari.

Infine, relativamente ai partigiani della divisione “Aliotta” e a quelli della “Barni” abbiamo anche calcolato la percentuale dei residenti nell’Oltrepò Pavese che è risultata, per i garibaldini, il 76,7 (di cui per i 2/3 della zona collinare e montana, dove si è svolta l’attività partigiana), e per il matteottini il 50% (di cui poco più della metà della zona collinare e montana).

Per dati completi si vedano le seguenti tabelle.

Composizione per età  (percentuali, donne escluse)

 

Garibaldini (844)

Giellini (508)

Matteottini (257)

<1900

2,6

4,2

2,8

1900-1919

(1910-19)

27,3

(19,9)

33,9

(23)

25,8

(19,8)

1920-1925

56,6

54,8

53

>1925

14,5

7

18,5

Età media

25,3 anni

27 anni

23,8 anni

 Composizione per professioni (divisione garibaldina “Aliotta” e giellina “Masia”) (percentuali)

 

Garibaldini (611)

Giellini (312)

(contadini)

Lavoratori in campagna

(agricoltori)

(27,6)

36,8

(8,5)

(21,5)

29,8

(8,3)

Operai

(meccanici)

17,4

(13,1)

12,5

(9)

Artigiani

7,2

12,5

Impiegati

5,7

10,6

Studenti

6,4

5,8

Professionisti

0,7

2,2

Muratori

6,1

3,8

Commercianti

3,8

4,5

Ricordi di tempi andati

Lucio e Letizia Mastronardi (1963)

Lucio e Letizia Mastronardi

Il racconto di Lucio Mastronardi “Ricordi dei tempi andati” (di cui diamo uno stralcio), pubblicato in 3 puntate sul «Corriere di Vigevano» nel marzo del 1956, ricostruisce bene il clima vissuto a Vigevano durante la guerra: precisi i riferimenti storici, coinvolgenti le pennellate di colore che ci restituiscono i sentimenti visivi e anche sonori della popolazione. Quasi una sequenza cinematografica!

 (…)

Giornate di sole, belle giornate di giugno. La piazza piena zeppa di gente all’una e alle otto di sera. I tre altoparlanti davanti ai tre caffè, davano il segnale orario e il Giornale Radio e il bollettino. Mezz’ora scarsa e tutto tornava normale.

E le partenze dei soldati. Ragazzi, uomini, con il codazzo di parenti, andare alla stazione, le mani piene di pacchi, le orecchie piene di raccomandazioni.

E le sfilate dei balilla e i discorsi. Du-ce du-ce du-ce. E i canti: Giovinezza, Vincere.

Poi iniziarono le incursioni e l’oscuramento.

Piccolo allarme grande allarme cessato allarme.

Bombardavano Milano. La gente che correva giù nei rifugi così come si trovava in casa in quei momenti. E la borsa dei valori stretta addosso. I bambini che dormivano in grembo alle madri.

Le bambine che piangevano. Gli uomini che fumavano contegnosi.

E le processioni, le donne che pregavano.

E la piazza piena all’una e alle otto e la voce alla radio e il silenzio con cui veniva ascoltata. Bollettino n. 112. Bollettino n. 216, Bollettino n. 320. Notte calma. Niente da segnalare su tutti i fronti. Avanzata. Ritirata strategica. Offensiva di primavera. Bombardamenti. Bollettino n. 420. Bollettino n. 540. Bollettino n. 612.

Piccolo allarme grande allarme cessato allarme.

Iniziarono il mercato nero, le tessere, le file nei negozi.

Lo sbarco in Sicilia. Vengono, vengono, vengono finalmente. Il 25 luglio Ba-do-glio, Ba-do-glio, Ba-do-glio. Viva il Re. Viva Badoglio, Ba-do-glio.

È finita, è finita, è finita. Basta guerra.

Il coprifuoco, il passo cadenzato della ronda, tac-pac tac-pac, che si avvicinava e si allontanava.

La guerra continua.

Viva Badoglio, viva il re.

Otto settembre. Uomini che correvano, che cercavano abiti civili, protezione. Tutto vien buono. L’assalto all’Impero, le strade piene di gente con gli scarponi al collo, alle braccia, sulla testa. E i tricicli e i camioncini tutti pieni di quella roba militare e la gente stravolta e stracciata e sanguinolenta.

E i tedeschi venuti all’improvviso… Alla larga che sono tedeschi.

E la fucilazione di Leone.

Piccolo allarme, grande allarme cessato allarme.

Arresti, deportazioni, terrore. Bollettino n. 1640. Bollettino n. 2000.

E i bombardamenti al ponte. E il mitragliamento quella sera di settembre.

Alla sera andai anch`io a vedere. La Croce Rossa andava e veniva. Tanti morti, tanti feriti, gente che era meglio che morisse.

Piccolo allarme, grande allarme cessato allarme.

Il morto al ponte di Gambolò, coperto da un sacco. L`ho visto, lo conoscevo da vivo. Morto come un cane.

Piccolo allarme, grande allarme cessato allarme.

I liberatori arrivano, anche i partigiani. Lo dice radio Londra. Sta per finire il tragico bordello. Evviva i partigiani. Viva viva viva.

È finita la guerra. Fuochi e falò, la piazza sempre piena. È finita.

Ha cambiato voce la radio.

E la battaglia del treno, l`ultimo atto, il definitivo.

(…)

Buone feste a….

Adriano Arlenghi

Adriano Arlenghi

Buone feste a tutti coloro che amano questa terra, le nebbie che si staccano dai fossi in autunno, il gelo dell’inverno che lascia nel cuore tanta  voglia di letargo ma anche di rinascita, i prati che ancora fioriranno in primavera..
Buone feste a chi cerca nuovi stili di vita, nel commercio equo e solidale, nell’acquisto di prodotti di finanza etica, a chi sceglie viaggi del turismo responsabile, a chi scarica software non proprietari, a chi mette pannelli solari per limitare l’uso del petrolio.
Buone feste a chi  si fa in quattro perchè l’acqua rimanga un bene pubblico, perchè l’autostrada lomellina  non nasca un giorno a distruggere  questo delicato territorio in cui viviamo, a chi contrasta la scelta delle future centrali nucleari, a Sartirana, o a Trino od ovunque in Italia.
Buone feste a chi preferisce alle cene pantagrueliche, il tempo frugale  della solidarietà, a Claudia che ha scelto di essere in questi mesi  in Uganda  come paramedico perché “anche i poveri hanno diritto di danzare la vita”.
Buone feste al mondo cattolico che  con la  pastorale per la salvaguardia del creato chiama alla conversione ecologica, a una personale  responsabilità nei confronti del futuro, in attesa del giorno in cui ci sarà data un cielo nuovo e una terra nuova..
Buona feste ai nostri amici stranieri, perché si realizzi il loro progetto di migrazione,la loro voglia di raccontarsi , di diventare comunità e trasmettere  gioia nella relazione.
Buone feste in particolare a Mohamed  che aiuta ogni sera gli anziani del suo cortile a portare le borse pesanti della spesa e a Danut che colora le sue poesie di “uccelli selvatici migratori che si avvicinano al sole” e ancora  “del coraggio per superare l’immenso oceano e la forza del mare per  poter rinascere altrove”.
Buone feste al nostro eco-filosofo preferito, Luciano Valle che abbiamo invitato nel nuovo anno a  Mortara per farci raccontare  il tempo dell’incanto, della preghiera, della meditazione. Che non basta dare ospedali efficienti ai malati, ma che bisogna rifare gli ospedali perchè se il malato sente cantare un cardellino si sente meno solo. 
Buone feste a chi sta male per la crisi economica, per l’inquietudine e il nichilismo di questo nostro tempo, a chi cerca nuove strade oltre il positivismo  scientista,  gli ideali delle piccole patrie, il consumo come religione totalizzante, a chi cerca la felicità nella sobrietà, nella  fragilità, nella decrescita.
Il mio sogno per i borghi della  lomellina  e’ un futuro che tenga  forte nel cuore le proprie radici ma che non abbia  paura di cambiare. Insomma non città “liquide” come quelle studiate dal sociologo Zygmunt Bauman, ma città meravigliose come appunto quelle  invisibili di Italo Calvino.
Città che non trovano posto in nessun atlante, quasi inserite in uno scenario  da “Mille e una notte”con le loro suggestioni e la loro capacità di stupire, in perfetto equilibrio con la natura, i desideri e le speranze di chi le abita.

Adriano

Noemi Tognaga

Noemi Tognaga.

 

Com’era la situazione alimentare?

Noi avevamo le tessere, ti davano delle tessere così e ti davano a seconda del lavoro che facevi: per i lavori pesanti c’erano, mi pare, due etti di pane al giorno, ma il pane era fatto con una farina che c’erano dentro i piselli, la crüsca, tutta farina che pesava non so come e certa gente, soprattutto industriali e quelli che avevano soldi… la farina c’era, c’era anche la farina di riso… io mi salvavo col riso perché mia sorella era la moglie di Ornati della riseria, mi salvavo col riso, se no non c’era niente. Tu pensa che quando si andava a pescare… che andavano a pescare pescavano i pesciolini, quei pesciolini lì piccoli che una volta si facevano fritti, si facevano scottare nell’acqua, bollire… nell’acqua con dentro i profumi, la salvia eccetera, poi li tiravi fuori ci mettevi l’aceto, perché di olio non ce n’era e quindi ci mettevi l’aceto. Ti davano il tuo coso d’olio una volta al mese, mi pare, ti davano un pezzettino… un salamino da cuocere, ai capi famiglia però. L’importante che mancava il sale, l’importante era il sale per noi che non si trovava e allora tu andavi… c’era lo scambio: venivano quelli di Genova che portavano il sale che loro facevano con l’acqua di mare e tu gli davi… -si sono arricchiti i gambolesi con la borsa nera!- vendevano le patate al metro quadro, non ti tiravano fuori le patate, dovevi andar tu a scavare le patate e se eri fortunata potevi avere un chilo di patate medie se no ne avevi una grossa e basta. Ricordo che mio padre è andato per questi genovesi che ci avevan portato il sale, che avevamo conosciuto al mare, di Pegli, è andato a prendere un sacchetto di fagioli, sopra c’era la mostra di fagioli intieri, sotto erano tutti fagioli con l’insetto dentro, eran tutti camolati, ma non li han buttati via, eh, li mettevano a bagno tiravano via quelle cose e si mangiava anche quello (…)

E gli ex-prigionieri inglesi e alleati?

Erano verso la Sforzesca, lì c’erano altre persone, qualcuno l’hanno fatto espatriare: c’era la sorella di Zimonti, li tingeva col lucido da scarpe, tingeva i capelli perché erano magari biondi… e li portava fuori sul treno, li ha sempre portati…

C’era un’organizzazione?

C’era quell’organizzazione lì, che era fatta dal quartiere di corso Milano, perché invece il quartiere di corso Torino li mandava in Oltrepò. A corso Torino dove c’era mio cognato, che era uno dei fondatori del PCd’I, Giuseppe Gregorio…

Anche gli ex-prigionieri inglesi

Sì attraverso Mortara e attraverso “Remo”, Lombardi, loro avevano la possibilità. Ma non si fidavano mica troppo. Avevan paura che questi qui… intanto quando venivano a casa tua tu non è che potevi dare da mangiare la polenta e basta questi se c’era una salamella che serviva a tutti, prima se la servivano loro, loro erano abituati ad avere il comando delle cose. Disprezzavano un po’ indirettamente gli italiani, infatti non è che si meritassero molto, non questi qui che si davano da fare, ma quelli di prima non è che si meritassero molto. Ci trattavano tutti come se fossero fascisti

E dove li nascondevano?

Nei boschi del Ticino, molti verso la Sforzesca, e lì c’era quella partigiana (…) una ragazza di vent’anni che faceva questo lavoro e avvisava gli inglesi che si nascondevano nelle buche con un cagnolino… lei andava col suo cagnolino: -Diana, Diana, Diana!- loro sapevano che dovevano nascondersi, perché erano sempre nelle cascine ad aiutare a tagliare il fieno. Si chiamava Rosa ed è morta ai primi di agosto del ’45 per tifo, aveva ventun’anni. Mi sembra sia una donna da ricordare, perché una donna così giovane, l’avevano imprigionata perché lei aveva avvisato suo fratello che era renitente alla leva e fatto scappare. Questa qui era stata imprigionata per suo fratello, poi si era interessato il sindaco di Gambolò e l’avevano tirata fuori, però era stata in prigione e mi sembra una donna da ricordare, ma non l’ha mai ricordata nessuno.

È importante anche questa resistenza senza armi…

È importantissima, perché la resistenza con le armi… – io non l’ho mai avuta un’arma in mano – quando tu hai un’arma in mano ti sembra di poterti difendere, ma se tu non ce l’hai… Io quando andavo qualche volta, non sapevo di avere uno davanti armato e uno dietro, non li conoscevo neanche (…) mi facevano da guardia del corpo.

Avevi raccontato di quella donna che portava i volantini…

Sì, quella donna lì abitava in corso Torino ed era più politicizzata, perché come sindacato… aveva un fratello, era più vecchia di me, se fosse qui avrebbe più di 100 anni e portava i volantini – poi ha continuato anche dopo la Liberazione, era lei che portava Il Calendario del Popolo, aveva tutto lei in mano- e diceva un operaio che non sa leggere e non conosce lavora come una bestia. Era brava, Torti si chiamava, aveva un fratello (…) C’era qualcuno che glieli portava alla stazione, poi lei aveva un cappotto che si imbottiva, con una fodera che si staccava e cuciva non so come, era arrivata che c’era l’oscuramento e lei abitava in corso Torino dopo la caserma dei tedeschi e se c’era l’oscuramento l’avrebbero fermata e allora è arrivata lì dove c’erano i carabinieri, che si trovavano lì dove c’è adesso il tribunale (…) s’è rivolta ai carabinieri: -Io sono andata a curare una mia parente che è ammalata – me l’ha raccontata lei – ha il figlio in guerra, eccetera, ho fatto tardi, ho paura io a mettermi in corso Torino – Loro hanno detto: -Non si preoccupi l’accompagniamo noi – l’hanno accompagnata loro, era imbottita di stampa, di stampa clandestina. Lei ha detto più che mettermi in mano a questi qui, i carabinieri cosa sanno di me? Non sanno niente!- L’han portata a casa eh! (…)

E tu eri a Vigevano quando hanno ucciso Giovanni Leone? Come ha reagito Vigevano?

Una giornata muta, hai sentito proprio un silenzio (…) silenzio e poi l’odio, la popolazione non ne poteva più, specialmente le donne non ne volevano sapere più di guerra, poi è successo di quella bambina che so mama l’iva ligiü su quei giornali lì… -aveva il papà che era andato in guerra volontario, era un vigile, e faceva come i tedeschi… prima c’è la patria, poi c’è la mamma e poi c’è la moglie, difatti ha fatto così, ha lasciato la moglie con sta bambina piccola di tre o quattro anni ed è andato volontario (…) – la mamma aveva letto sul giornale per fare il sapone e aveva messo una scodella con la soda caustica e il latte per fare la saponetta. Dava meno razione alla bambina, che non aveva ancora quattro anni, perché fino a quattro anni davano un quarto di latte al giorno, tirava via tre o quattro cucchiai per poter poi fare la saponetta con il latte e la soda caustica, la bambina è passata di lì ha visto che c’è la scodella del latte ha bevuto ed è morta. E anche quello è stato per le donne una cosa… una cosa… -Finiamola con ‘sta guerra!- (…)

E il mondo del lavoro, c’erano tante donne nelle fabbriche, gli uomini erano via…

E sì, se tu prendi l’Ursus c’erano le orlatrici, che facevano… a un bel momento se dicevano : -No!- era no, e hanno fatto la lotta… credo che abbiano fatto anche uno sciopero per avere l’aumento della razione di pane. La loro lotta sempre con qualche cosa di concreto, me ne accorgo adesso, non lo facevano solo con il fine di fare finire la guerra, ma la loro lotta, gli scioperi li collegavano a qualche cosa di concreto: o l’aumento di paga, o l’aumento della razione del pane, o la minestra da portare a casa tutti i giorni, perché poi ci avevano fatto la minestra in fabbrica, eh. Le fabbriche grandi… e le fabbriche piccole credo che avessero il quid per la minestra che non avevano (…)

Qualche donna che a Vigevano ha patito per il fascismo

La Mastronardi, quello che lei ha fatto lo ha fatto tutto per i figli, guarda che è stata tutto il periodo di guerra senza mangiare pane, se la gh’ìva un tuchetin ad pãn agh la purtiva cà par i so fiö, era una donna che si dava da fare anche per la differenza tra i bambini handicappati e quelli no, già allora aveva quella cosa lì, aveva insegnato a una mutolina, mi sembra, lei era direttrice didattica anche, non solo maestra, sapeva cucire.

Ma all’interno della scuola era presa di mira per il marito…

Guai il marito quando si spostava un gerarca lo mettevano dentro e lei l’andavano a prendere e usciva da scuola. Lei diceva: -Il direttore mi lascia fare perché ho dei figli da crescere- poi lei era cattolicissima (…) Maria Pistoia Mastronardi ha fatto tutto per la sua famiglia, per i suoi figli, non è che abbia fatto… non poteva neanche, tant’è vero che dai suoi registri figura che lei faceva le lezioni di fascismo – del resto l’ho fatto anch’io: ho preso, quando facevo la maestra i primi anni, ho preso una specie di bigino tutti i giorni c’erano le lezioni che dovevi fare, io non facevo altro che trascrivere di netto dal bigino al registro, e non facevo niente (…) da me è venuto in visita un direttore in orbace!

Nella scuola italiana i ragazzi sono cresciuti come balilla e piccole italiane…

Io perché sono cresciuta con il dubbio? Perchè avevo un padre antifascista, ché quando io mi sedevo davanti al suo deschetto per studiare, io mettevo un pezzo di cartone poi facevo i teoremi, tutte quelle cose lì, e lui mi diceva: -Ma tu studi storia, ma ti parlano di Matteotti o no?- Io dicevo: –Lasm astà!- Chiudevo le orecchie – Non mi imbottire la testa!- Però… mi inoculava il dubbio, io andavo lì e mi chiedevo: -È la verità quello che mi dicono o devo dubitare del mio libro di testo, del libro e delle cose…?- Ed è importantissimo il dubbio perché ti fa venire il senso critico. Son stata fortunata.

E parlando di un’altra maestra, la Anna Botto faceva anche lei parte di questa organizzazione per gli ex-prigionieri?

Lo faceva lei personalmente, era in contatto con una panettiera dei Piccolini che si chiamava Chiave, ed era questa che mandava i prigionieri. Non ho più bene in mente ma mi sembra che una figlia di questa qui aveva sposato un sottoufficiale, e questo era sparito dopo l’8 settembre e quindi lei era legata a queste cose qui. Quante donne, per esempio la Rosa Tach in montagna, era lei che portava i ricercati in Svizzera, si metteva il suo sciué andava attraverso i prati e sapeva dove andare. Siccome aveva un figlio che era venuto dalla Sicilia, era alpino e lei era riuscito a farlo entrare in Svizzera, l’aveva portato lei, invece l’altro era ancora in Yugoslavia… diceva: -Quello che io faccio per quei poveri cristi lì, magari il bene mio figlio lo riceve in Yugoslavia- Invece il figlio della Yugoslavia era morto e il figlio che era andato in Svizzera, tre giorni dopo la Liberazione è annegato. Tutti e due i figli morti. Quindi non è vero che tu puoi trovare riscontro, lo fai perché hai sempre la speranza che quello che faccio per gli altri magari me lo ritrovo, mi viene ritornato, ma non è così, non sempre è così (…)

Noemi ci spieghi il significato del tuo libro sulle donne lomelline

L’ho fatto proprio come ricordi e riflessione

Cosa ti ha ispirato come mai ti sei decisa?

Perché non ne parlavano mai delle donne. Le donne attraverso la resistenza che han fatto, resistenza consapevole hanno ottenuto il diritto al voto altrimenti nessuno gliel’avrebbe dato. Anche i nostri comandanti là…. io per esempio non ho avuto un foglio che dice ha fatto questo e questo… mentre gli altri solo il fatto che han fatto la guerra hanno avuto 10 anni di abbuono, noi non abbiamo avuto niente. Non è per avere qualcosa, ma per avere il riscontro di quello che hai fatto. Mi hanno messo in consiglio comunale come rappresentante delle donne e poi non mi lasciavano parlare… A parte che volevo cambiare il mondo e non sapevo com’era… (episodio dei preservativi) perché gliel’ho sempre rimproverato a mia mamma, sono andata in tempo di guerra a fare la maestra in Val d’Aosta credendo che i figli nascessero dall’ombelico. Puoi immaginare una cosa del genere: mi mandate in giro per il mondo per lavorare ma… meno male che c’era la guerra non c’era nessuno c’erano solo i vecchi, ma se ci fosse stato un giovane che mi fosse piaciuto potevo portare a casa 10 figli! Se non sapevo niente! E volevo cambiare il mondo, figurati!

E qualche altra donna che hai messo nel libro…

Una donna che per me era una grande donna era la Zanoletti, era una bellissima donna, mi sembra che fosse del 1903 e suo marito era anche lui o di un anno  di meno. Questa qui quando ha saputo che c’era una lista che dovevano ammazzare suo marito, lei ha preso… ha venduto tutto, poi si è fatta prestare anche dei soldi e sono andati su in montagna e sono andati in Svizzera. Prima sono scappati da Moscatelli e poi, aveva due ragazzi giovani: il Beppe mi sembra che sia del ’25, la Carla del ’29. Aveva due ragazzi giovani… Il Beppe voleva andar su (a fare il partigiano) ma lei: -Cosa lo mando su che non sa di niente- e allora li ha portati via e mi diceva: -Ma sai cosa vuol dire avere il terrore che ti scoprono e aver lì due figli da crescere e farli crescere in pace?- Infatti la Carla ha sposato un fascista, il figlio di un federale. (…)

E tornando a tuo padre…

Io, grazie a mio padre con tanti sacrifici, ero arrivata al mio socialismo: avevo in mano un pezzo di carta [diploma magistrale] che mi faceva lavorare senza avere la disoccupazione senza niente e ad emergere… ho sposato un operaio, sono andata avanti con quello che pensavo io, mi sembra molto importante.

E cosa ci sai dire di chi ha aiutato il medico ebreo Leone Rudich?

(…) Lui era giù qui a Vigevano che faceva il medico all’ospedale. Credo che dal ’38, dopo le leggi [razziali] lui era andato in un posto che facevano i tacchi, un posto qui a Vigevano, come si chiamava… un tacchificio e aveva lasciato le dita di una mano, due o tre dita sotto una macchina, allora quella lì, la padrona del tacchificio, che era il suo medico di prima, l’ha aiutato a stare nei boschi, prima l’aveva aiutato a stare in una cascina giù dalla Buccella. Lui era sposato proprio con una ebrea, osservante, prima aveva avuto un maschio, poi due femmine (…) Il 25 luglio l’avevano portato in trionfo. Io ero a Vigevano e ho visto Rudich sul palco. C’era il palco piantato lì perché c’era la banda, no, in piazza ducale, l’han portato in trionfo l’han portato là. Come dire adesso non ci sono più le leggi razziali (…)

E non è che qualcuno si è esposto?

Quei giorni lì gli antifascisti di Vigevano Zanoletti, Leoni, han parlato dal palco e Buttieri che era un cattolico antifascista e han fatto parlare anche Rudich. Sì ha parlato ma era talmente emozionato che… era la popolazione di Vigevano che diceva: -Noi ti accettiamo, noi siamo contro le leggi razziali-. Era l’unico ebreo che c’era a Vigevano

(…)

Cosa volevi come donna dopo il fascismo?

Abbiamo obbligato poi avere le scuole per tutti, non solo le elementari, e poi abbiamo fatto le “150 ore”, abbiam fatto tante cose che altrimenti non c’erano. Sai cosa vuol dire leggere un giornale e capirlo. Ü importante. Poi c’era quello che era intelligente e quello che non lo era, perché quello che era intelligente si faceva da solo, attraverso il giornale (…) Pietro Ingrao lo dice chiaro. Volevamo anche noi la luna, è vero. Io volevo cambiare il mondo, volevo che le donne sapessero… non sapevano neanche… non passavano sotto i panni stesi quando erano incinta perché mettevano al mondo col cordone ombelicale al collo, ma c’era un ignoranza che… una che aveva avuto tre figli –scusa se parlo terra terra- diceva con me , era moglie di un falegname: -Io quando vado con mio marito, poi vado al servizio faccio la pipì e mi lavo e sono a posto- Ma come se è un altro buco!- C’era un’ignoranza! E ti tenevano apposta ignoranti: -Se sono ignoranti trainano il carretto- E le donne dovevano essere ignoranti. Poi a poco a poco, ma la difficoltà che ho avuto io, per esempio volevo che ci fosse la riunione delle donne che lavoravano a casa, a domicilio: -Io non voglio far vedere che lavoro a casa- (…) Non sapevano neanche come son fatte, rimanevano incinta senza sapere perché, ma scherziamo…

Se dovessi fare una riflessione conclusiva…

Per me che sono donna è stata una liberazione, nel senso che ho capito che dovevo far crescere le donne e dovevo combattere con gli uomini, perché eran dei maschilisti certi, non c’era niente da fare (…) le loro mogli le tenevano a casa chiuse. Mio padre diceva: -Fino a quando ci saranno quegli uomini lì, per voialtre non ci sarà la libertà.

Ma la guerra e la Resistenza hanno voluto dire molto…

Per me sì, sono stati i giorni migliori della mia vita, perché avevi una speranza in un futuro, che non c’è stato, ma avevi la speranza in un futuro che fosse tutto cambiato, tutto onesto… non ne parliamo. Anche per le donne, perché se cresce una donna cresce anche l’uomo che c’è insieme, eh! (…) Volevamo la luna, volevo la luna anch’io.

Racconti della Resistenza in Vigevano e Lomellina

Storie di operai vigevanesi sotto il fascismo

 

 

“Se devo fare il racconto delle mie esperienze personali devo cominciare dalla resistenza al fascismo che per me è cominciata praticamente da quando sono nato… perché nella resistenza mi sono trovato come un fatto obbligatorio. Mi spiego. Io sono figlio di operai della Lomellina e tutti sanno come gli operai vivevano qualche decennio fa. Erano socialisti Con l’avvento del fascismo in casa mia è cominciata, diciamo, la burrasca: cioè un giorno sì e uno no ci venivano i fascisti e i carabinieri. I fascisti oliavano, picchiavano e bastonavano, perché mio fratello che era nato nel 1904 e faceva il calzolaio, con il 1921 era diventato segretario dei giovani socialisti di Vigevano e con la scissione di Livorno era passato con i comunisti. All’età di diciassette anni si è trovato responsabile dei giovani comunisti e quando il fascismo è andato al potere i comunisti venivano ricercati e bastonati. (…)

Dopo la condanna di mio fratello c’è arrivata a casa la parcella da pagare; ricordo che erano quattromila lire e rotti da pagare per le spese processuali. Siccome era stato un processo collettivo che aveva coinvolto tutta  la federazione comunista clandestina pavese, quei soldi li hanno pagati i compagni che possedevano in quel tempo qualche cosa. Devo dire anche che durante il fascismo, quando mio fratello era in carcere, i compagni venivano se potevano quasi tutti i mesi a casa nostra e ci davano cinquanta lire per aiutarci a tirare avanti: era questo il “soccorso rosso”; la solidarietà era viva; i compagni in difficoltà non erano dimenticati. (…)

Sono andato in Oltrepò alla fine di aprile del 1944: facendo un passo indietro devo dire che io ho sempre partecipato alla resistenza clandestina, prima, prima di quell’armata. Partecipavo alle riunioni clandestine fin dal 1936 con Carlo Lombardi [futuro commissario della Capettini con il nome di Remo] che era stato in prigione con mio fratello. Naturalmente  quando Lombardi è uscito di prigione la prima cosa che ha fatto è stata di stabilire dei collegamenti con tutti gli antifascisti vigevanesi. Certe riunioni le tenevamo addirittura in un dopolavoro fascista che allora si trovava in Via Torino 33 a Vigevano. Erano riunioni del PC clandestino. Venivano tenute riunioni anche nei boschi di Cilavegna, nei castagneti. Si tenevano dei collegamenti coi compagni di Milano; io che ero allora un ragazzo facevo spesso da tramite perché davo meno nell’occhio. Le cellule clandestine funzionavano in pieno periodo fascista, anzi quando il fascismo era trionfante ed aveva i maggiori consensi in quegli anni. Queste cellule erano fatte da operai. Erano soprattutto operai artigiani, cioè operai che lavoravano in piccole fabbriche. Nelle fabbrichette era più facile fare propaganda, scambiarsi delle parole; non c’era il controllo dei capi o dei direttori, si lavorava gomito a gomito. Era facile fare opera di proselitismo lavorando al dischetto: si potevano passare dei volantini e fare azione politica. (…)

Sono tornato a Vigevano verso la metà di maggio [del 1945]. A Vigevano è cominciata un’esperienza nuova: è cominciata l’esperienza democratica. Su in montagna si erano tenute delle elezioni per formarci delle idee sulla vita democratica, ma la teoria è una cosa e la pratica un’altra. Mi sono trovato in una città  che non conoscevo più perché erano sette anni che ci mancavo, una città dove tutto era cambiato. Si era costituito a Vigevano il Fronte della Gioventù e sono stato messo a capo di questa organizzazione, da non confondersi con l’attuale fronte della gioventù dei fascisti. Fondatore del Fronte della Gioventù era stato Curiel, ucciso durante la resistenza una sera a Milano. Questo Fronte aveva lo scopo di educare i giovani alla democrazia per una vita migliore: se siamo riusciti non lo so, ma il nostro intento era questo.

W. G. (Walter Gregorio)

 

Le agitazioni sia all’Ursus Cuoio che all’Ursus Gomma, che erano le due maggiori fabbriche di Vigevano, non mancarono sotto forme diverse. Ad esempio all’Ursus Cuoio dove io lavoravo, erano state costituite le squadre di pronto soccorso e antincendio durante il periodo bellico; queste squadre si sono praticamente trasformate in gruppi di compagni che favorivano accordi extra-sindacali per avere dai datori di lavoro derrate alimentari anziché aumenti salariali; ciò ha trascinato anche altri gruppi di  altre fabbriche vigevanesi in questa direzione. Si è sviluppata un’autonomia sindacale che si è tramutata in contenuto politico. I lavoratori hanno a poco a poco capito la necessità di evitare ogni tentativo di strumentalizzazione, hanno capito tutte le conseguenze tragiche della guerra che toccavano soprattutto le famiglie contadine e operaie. In queste due fabbriche maggiori di Vigevano i lavoratori vi lavoravano da parecchi anni; per cui c’era una maggiore compattezza, maggiore confidenza, conoscenza, volontà di discutere; ci si conosceva insomma da tanti anni, per taluni da 25 anni; ciò favoriva unità d’indirizzi politici. Così nel 1943 c’era già un’esperienza minima, giravano volantini antifascisti, si formavano gruppi clandestini di resistenza che erano penetrati anche nei sindacati fascisti per controllarli e far mutare indirizzo. Nel 1943 si erano costituiti all’interno della fabbrica dei gruppi clandestini armati, che hanno contribuito alla difesa della fabbrica e tenevano i contatti coi partigiani esterni. C’era il collegamento coi partigiani dell’Ossola. Durante la repubblica di Salò, Vigevano era controllata dai tedeschi. Un episodio: nella palazzina facente parte della fabbrica dell’Ursus Cuoio dormiva un comando tedesco. Un giorno giunge un compagno dall’Ossola, mandato dal comandante Moscatelli, a chiederci delle scarpe per i partigiani. Avevamo già dato ai partigiani parecchi sacchi di scarpe asportandole dai magazzini. Ma quanto dato fino a quel momento non era sufficiente: le forze partigiane, soprattutto alla fine del 1944, si erano ingrossate. Bisognava far di più e rischiare di più. Insomma siamo riusciti a far deviare un autocarro col rimorchio, pieno di casse di calzature, che doveva invece essere diretto altrove. E ciò sotto il naso del comando tedesco! I datori di lavoro naturalmente non sapevano più come resistere… va riconosciuto che c’era il pericolo di veder asportata l’intera fabbrica in Germania. In fabbrica agiva una cellula clandestina, collegata a tutte le altre cellule di fabbriche di quartiere distribuite a Vigevano e nei centri intorno alla nostra città. Le riunioni erano segrete naturalmente e non conoscevamo i componenti delle altre cellule, perché i contatti erano presi con singole persone che si erano assunte un nome falso e noi non conoscevamo il loro vero nome. (…)

Viene il 25 aprile. Io sono comandato con un gruppo partigiano alla stazione ferroviaria. Qui c’è il famoso episodio del treno blindato. Avevamo ricevuto notizia infatti che stava arrivando a Vigevano un treno blindato, ma nessuno sapeva di che cosa si trattasse; ogni dieci minuti eravamo informati dell’arrivo del treno che via via passava le varie stazioni intermedie, ma nessuno lo fermava. Noi avevamo poche armi: momenti drammatici perché il treno poteva contenere le munizioni ed essere pericolosissimo per le sorti della nostra città. Non avevamo mitragliatrici con noi. Questo treno un bel momento arriva a Mortara… poi il treno si profila in fondo, sui binari che entrano nella stazione di Vigevano. Cosa decidere? Mandiamo staffette al comando partigiano, intanto facciamo sfollare tutta la gente che abita nelle adiacenze della ferrovia. Il treno blindato aveva dei cannoni da costa lunghi 15- 20 metri. (…)

Con una grossa chiave operiamo a fatica la deviazione, con uno stato d’animo che si può ben immaginare. Mentre  stiamo deviando arriva il treno sparando con le mitragliatrici. Noi arretriamo verso la pensilina della stazione e ci buttiamo a terra. Il treno avanza lentamente e va a cozzare inevitabilmente contro l’altro treno fermo. (…). Era con noi un compagno polacco che, munito di un pugno corazzato di grande potenza, riesce a centrare la “santa barbara” del treno blindato. Sono cominciati allora grossi scoppi; un vero inferno… (…) C’è una sparatoria.… alcuni fascisti e tedeschi alzano le mani, altri cadono morti, altri feriti; altri ancora vengono catturati e portati in castello”.

  1. C. (Alfonso Casalini)

 

Tratto da “Esperienza operaie” di P. Crespi, Jaca Book, Milano 1974.

I regali “divertenti” della Fiat e Governo

La Fiat chiude Termini Imerese e ridimensiona  Pomigliano.

Marchionne, amministratore delegato della Fiat, all’incontro con Governo e Sindacati, ha esordito con lingua biforcuta dicendo che: “noi dobbiamo conciliare la responsabilità sociale coi costi industriali”. Tradotto terra, terra. Chiusura di Termini Imerese (stabilimento con 1.500 operai più indotto). Per Pomigliano (qui si parla di 5.000 dipendenti) la fiat ha intenzione di spostare la produzione della nuova Panda.

Le prime reazioni a caldo.

Epifani, segretario della Cgil: “Non ci può essere disparità con le politiche degli altri paesi europei che sostengono molto di più le produzioni nazionali”.

Cremaschi, segretario della Fiom: “Non si apre nessuna trattativa con chi vuole chiudere Termini Imerese”.

Le tute blu in piazza al sit-in a Roma davanti a Montecitorio.

Gli operai, molto arrabbiati  commentano così: … ”a Termini Imerese rischiamo la chiusura. Ma si tratta di scelte che metterebbero in ginocchio un intero territorio. Ho due figli. Una è laureata ma disoccupata. L’unico che porta a casa lo stipendio sono solo io. Ed ora? Lavoriamo di nuovo prima del 31 poi tre settimane di cassa integrazione. E’ davvero durissima. Io da 33 anni che sono in Fiat. Alla mia età che posso fare?”.

Altro operaio: “Sono stato assunto alla Fiat di Pomigliano nel 1989: E’ stato il mio primo lavoro. Ho 45 anni e 4 figli. Mia moglie è disoccupata. Come pensano che possiamo andare avanti? A questa età siamo completamente fuori dal mercato. Troppo giovani per non lavorare, troppo vecchi per trovare un altro impiego”.

Questi sono i regali della Fiat e del Governo. I difensori delle famiglie e del popolo!!

Il Governo cerca di mettere qualche toppa senza proporre uno straccio di piano industriale, in alcuni casi risponde con dure repressioni manganellando con la polizia le numerose proteste che si sviluppano nel paese.

Ai licenziamenti e cassa integrazione, aggiungono le gabbie salariali, i respingimenti dei profughi, la privatizzazione dell’acqua che farà aumentare le tariffe, finanziamenti per la guerra in Afganistan, il raddoppio della base Usa a Vicenza, il ponte sullo stretto di Messina, l’alta velocità, mentre lasciano andare allo sfascio le linee dei pendolari, nuove centrali nucleari senza specificare i siti prima delle elezioni regionali, i blocco dei salari e delle pensioni e l’oscuramento mediatico delle forze della sinistra fuori dal Parlamento.

Di fronte a questa drammatica realtà delle condizioni del paese, il Pd non partecipa al no b day del 5 dicembre scorso, fa una finta opposizione e ripropone un bell’inciucio per salvare Berlusconi dalle sue beghe con la giustizia, mentre continua uno strisciante golpe a tutti livelli, facendo carta straccia della Costituzione.

Con questi “regali” ci sarà molta serenità e gioia nelle categorie sociali a reddito basso. Sarà assicurato il divertimento ai bambini di queste famiglie,

il relax e la tranquillità!

Grazie Fiat e Governo della vostra illimitata generosità.

Ora Israele ammette gli orrori: «Rubati organi ai palestinesi»

Organi da cadaveri senza il consenso dei familiari delle vittime. Canale 2 ha riaperto la questione degli espianti illegali effettuati negli anni ’90 nell’Istituto di medicina legale di Abu Kabir (Tel Aviv), mandando in onda un’intervista finora sconosciuta con il suo direttore, dottor Yehuda Hiss.Tra le vittime anche palestinesi morti nella seconda intifada, divampata nel settembre 2000.
Alla fine anche le autorità israeliane hanno dovuto ammettere quello che nessuno pensava potesse accadere. E cioè che negli anni ’90 venivano espiantati organi da cadaveri, anche di palestinesi, senza il permesso delle loro famiglie. Lo scandalo è esploso questo settembre dopo una inchiesta del quotidiano svedese Aftonbladet in cui si denunciava come soldati dell’esercito israeliano avrebbero sequestrato, ucciso e smembrato giovani palestinesi per rivenderne gli organi, a partire dal 1992. La storia, basata su testimonianze di parenti delle vittime e corredata da un reportage fotografico che sembra tratto dalla Terra dei Morti Viventi, aveva scatenato una vera bufera diplomatica tra i due paesi. Il premier Netanyahu si spinse a chiedere al premier svedese una ferma condanna, che quest’ultimo si rifiutò di fare citando la libertà di stampa sancita dalla Costituzione svedese, mentre in Israele scattava il boicottaggio dell’IKEA.
Ora una conferma di quanto veniva denunciato in Svezia arriva grazie ad una intervista al responsabile dell’Istituto di medicina legale Abu Kabir, il dottor Jehuda Hiss. E anche l’esercito israeliano ha confermato con un comunicato questa pratica. Con una postilla che dice: “Ma questa attività si è conclusa una decina di anni fa”.
L’intervista al dottor Hiss venne fatta nel 2000, allora a capo dell’isituto di medicina legale Abu Kabir, a fare le domande una accademica americana Nancy Scheper-Hughes che insegna antropologia all’Università di Berkley in California e che aveva svolto una sua richerca su quanto accadeva in quell’istituto. La professoressa Sheper-Hughes ha deciso di divulgare l’intervista con il dottor Hiss dopo la pubblicazione in Svezia dell’ articolo che accusava l’esercito israeliano di aver prelevato arbitrariamente organi di palestinesi morti nella seconda intifada, divampata nel settembre 2000.
L’intervista al dottor Hiss è stata trasmessa in Israele questo ultimo fine settimana dal canale televisivo Channel 2 e quanto dichiara il medico è sconvolgente. «Abbiamo incominciato a raccogliere le cornea…Quello che facevamo era totalmente non ufficiale. Nessun permesso veniva chiesto ai parenti delle vittime». Il dott. Hiss ammette di aver prelevato dai cadaveri cornee, ossa, organi e pelle. Gli organi prelevati venivano poi consegnati per trapianti a importanti centri medici israeliani e anche alle forze armate, che in particolare avevano bisogno della pelle umana per soccorrere militari ustionati. In particolare la pelle veniva inviata all’ospedale Hadasah di Gerusalemme gestita dai militari.
Nell’intervista Hiss racconta di come i medici mascheravano i prelievi. Ad esempio dopo un prelievo della cornea «incollavamo le palpebre dei cadaveri» e specifica «Non prelevevamo gli occhi da quei corpi che sapevamo che le famiglie avrebbero aperto le palpebre della vittima».
L’intervistatrice ha dichiarato che gli organi venivano prelevati non solo da vittime palestinesi, ma anche da persone indigenti, che non avrebbero potuto protestare. Recentemente sulla stampa era esploso lo scandalo di prelievo di organi da due soldati.
Il ministro della Sanità israeliano interpellato da Channel 2 continua a dichiarare che questo avveniva con il permesso dei parenti, ma dice anche che a quei tempi le direttive sui trapianti «non erano molto chiare» e che negli ultimi 10 anni «l’istituto Abu Kabir ha operato secondo le norme etiche e le leggi israeliane».
Donald Bostrom il giornalista che ha scritto l’inchiesta per il quotidiano svedese, ha raccolto il racconto delle madri di Gaza che vedevano tornare i cadaveri dei loro figli sfigurati e con enormi ciccatrici. Secondo Bostrom Hiss era la chiave per capire cosa stava accadendo. E che all’Istituto Abu Kabir le cose non andassero come dovevano lo si sapeva dal 2004 quando Hiss vene rimosso dall’incarico a causa di irregolarità nelle autopsie su denuncia di familiari di soldati israeliani e palestinesi. Il Procuratore generale di Israele fece cadere le accuse contro Hiss che tornò al suo posto e lavora ancora oggi come capo patologo dell’Istituto.

Simonetta Cossu

Liberazione 22/12/2009

Il Massimo stratega

Ecco di nuovo D’Alema, il “solo” politico che ha la stoffa dello statista di rango, l’uomo che anticipa di tre mosse quelle di amici e avversari, tornare prepotentemente alla ribalta con una nuova, sensazionale trovata, una sorta di «mossa del cavallo», capace di scompaginare le carte, depurare il clima avvelenato in cui si è avvitato lo scontro politico, rimettere in moto una situazione che pareva irrimediabilmente ingessata. E in cosa consisterebbe questa geniale escogitazione partorita dall’eccellentissima mente di Massimo D’Alema? Nulla di più semplice. Basta dare a Berlusconi quello che egli brama: la certezza dell’impunità tramite immunità. Un artifizio che renda certo il premier di non avere più nulla da temere, che lo sottragga all’incubo della «persecuzione giudiziaria», del «complotto» contro di lui ordito da una perfida macchinazione. Una volta recuperata questa personale serenità, Berlusconi abbandonerebbe ogni propensione paragolpista (anzi: vi è mai stata in lui una simile tentazione?), ogni velleità da caudillo, per disporsi ad un dialogo serio, ad una riabilitazione della politica come confronto democratico di idee e di programmi. Di più: alla costruzione condivisa – e non più di parte – di nuove riforme istituzionali.
D’Alema, dunque, suppone che una volta offerto, in qualsivoglia modo («non ha importanza di che colore è il gatto pur che prenda i topi») il salvacondotto a Berlusconi, la compulsiva, distruttiva crociata che questi ha scatenato, nell’ordine, contro l’impianto egualitario della Costituzione, contro lo stato di diritto, contro l’indipendenza della magistratura, contro la libertà dell’informazione, contro tutti gli organi di garanzia, si dissolva come neve al sole. Improvvisamente, il caudillo diventerebbe un agnello mansueto e – una volta convertito alle regole della democrazia – darebbe il suo consenso a metter mano al colossale conflitto di interessi che si incarna nella sua persona, inaugurerebbe una nuova primavera parlamentare, togliendo i sigilli alle Camere oggi ridotte a simulacri del potere legislativo.
A quel punto, magicamente, prenderebbe l’abbrivio il confronto sulle riforme, quelle sociali in particolare. Giulio Tremonti smetterebbe di flirtare con gli evasori, rinuncerebbe alla proroga dello scudo fiscale e aprirebbe i cordoni della borsa, non più per regalare prebende agli industriali, ma per rilanciare l’esangue sistema degli ammortizzatori sociali; Roberto Maroni inaugurerebbe una stagione di accoglienza, relegando nel dimenticatoio le misure da pogrom razzista e mettendo mano ad una seria modifica della legislazione in materia di immigrazione e di sicurezza; (…)

(…) Maria Stella Gelmini riaprirebbe il confronto con studenti, insegnanti, genitori per tentare un rilancio della scuola pubblica, dell’università e della ricerca. Con analogo spirito costruttivo, Angelino Alfano riafferrerebbe il filo del dialogo con la magistratura e proverebbe ad occuparsi davvero del diritto di ogni cittadino ad una giustizia rapida e garantista; Maurizio Sacconi abbandonerebbe la forsennata vis demolitoria contro ciò che rimane del welfare e contro il sindacato per ricostruire qualcosa che somigli ad un sistema di protezione sociale; Ignazio La Russa, da par suo, istruirebbe una discussione sino ad ora mai fatta sulla presenza dei soldati italiani nei vari teatri di guerra, per ragionare su una possibile exit-strategy e restituire un senso all’art. 11 della Costituzione. Questo ed altro ancora D’Alema immagina potersi verificare una volta baipassata la singolar tenzone con Berlusconi? E se, invece, non si tratta di questo, in cosa davvero consiste il compromesso (diciamolo in modo elegante) di cui parla l’immarcescibile «baffino»?

Dino Greco

Liberazione 22/12/2009

Blob – Il Film Viola

http://www.youtube.com/watch?v=phwryxfqLbE

E’ Natale, suggerimenti per un menù vegano

E’ Natale, suggerimenti per un menù vegano

Massimo Filippi

Antipasto.
Nonostante mangiamo in media tre volte al giorno, l’alimentazione è comunemente considerata un aspetto extra-morale della nostra vita. Ma le cose stanno davvero così?

Primi.
C’è stato un tempo in cui non pensavamo di essere i primi, ma in cui vivevamo, da raccoglitori, in armonia con il resto del vivente. Di questo è inconfutabile testimonianza il nostro organismo che, dalle dimensioni dell’intestino alla morfologia dei denti, dagli enzimi della saliva all’anatomia della mandibola, ci parla della nostra origine non-carnivora. Oggi, al contrario, nessuna specie animale sfugge al nostro palato. Questo, unitamente all’abnorme crescita demografica umana, fa sì che nel mondo ogni anno siano uccisi circa 50 miliardi di animali a scopi alimentari. Ma la tragedia inizia ben prima dell’arrivo al mattatoio con le galline ovaiole e i vitelli da carne bianca costretti per i pochi mesi della loro misera vita alla più assoluta immobilità, con i pulcini maschi stritolati vivi appena nati perché inservibili alla produzione delle uova, con i maiali bloccati in minuscole gabbie di contenzione per allattare i loro piccoli, con le mucche da latte continuamente ingravidate e private della loro prole, con tutti quegli esseri a cui vengono strappati denti, becchi, code, testicoli per far sì che non si amputino da soli nell’inferno della loro desolazione. Fermarsi a riflettere per qualche secondo su questo incubo dovrebbe convincerci che, in effetti, sedersi a tavola non è affatto una questione extra-morale.

Secondi di carne.
Il mangiar carne è l’emblema dell’epoca del consumatore onnivoro che divora insieme agli altri animali il pianeta (di cui la dieta carnea favorisce la desertificazione e l’inquinamento), lo strato di ozono (gli allevamenti contribuiscono significativamente alla produzione di gas serra), le riserve idriche ed energetiche (che vengono dissipate in notevole quantità nella filiera della carne) e gli abitanti del cosiddetto Terzo Mondo (che coltivano le loro terre per alimentare gli animali d’allevamento del Primo Mondo). In altre parole, esistono i secondi di carne perché esiste un’élite che, per le caratteristiche dissipatorie del sistema, non può che essere sempre più esclusiva ed escludente.

Secondi di pesce.
«Pesce grande mangia pesce piccolo» è uno dei modi in cui spesso si presume di mostrare che la dieta vegana sia qualcosa di irragionevole. Il che significa che partendo da una assunzione sbagliata – è sempre stato così – si arriva a giustificare la peggiore delle leggi che abbiamo potuto partorire: la legge del più forte.

Contorni.
«Ma anche i vegetali soffrono!» è un’altra delle obiezioni mosse alla dieta vegana, obiezione che non considera che chi mangia animali ingrassati con vegetali di fatto si ciba di entrambi e che la natura sarebbe insensata se avesse previsto organismi capaci di provare dolore ma incapaci di muoversi per poterlo evitare.

Frutta.
Storicamente, abbiamo sempre risposto alle crisi ecologiche con un’intensificazione della produzione, grazie al fatto che si potevano “esportare” altrove gli “effetti collaterali” della crescita. Nel villaggio globale odierno, è impossibile pensare di rispondere all’immane crisi ecologica attuale – di cui il consumo di alimenti di origine animale è una componente di tutto riguardo – seguendo l’approccio tradizionale e sarebbe antidemocratico se volessimo continuare a limitare la dieta onnivora ad una esigua minoranza degli abitanti umani del pianeta. Ovvero: siamo alla frutta.

Dolce.
Conosciamo il salato – il conto che stiamo per pagare per l’indecoroso pranzo che da millenni portiamo avanti ai danni del vivente -, conosciamo l’amaro – della morte e del dolore che abbiamo incrementato a dismisura -, ma abbiamo poca dimestichezza con il dolce. La dieta vegana è parte della dolcezza a venire perché introduce l’etica in prima persona – «Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo» (Gandhi). Un’etica in prima persona che, naturalmente e immediatamente, passa dall’io ad un nuovo “noi”: il veganesimo è un altro modo di dire quanto sostenuto da Camus: «Mi rivolto, dunque siamo».

liberazione animale 17/12/2009

Messaggio di Giorgio Riolo

Punto Rosso

Care, cari,
mi permetto di inviare a tutti voi questo messaggio, approfittando del messaggio di Vladimiro. Ancora una volta debbo (e voglio) sottolineare il sentirmi onorato di condividere con voi un impegno, una scelta di vita, un lavoro indispensabile.
Grazie ancora per la vostra abnegazione e il vostro aiuto.
Credo che, tra le tante amarezze e smentite che ci vengono dal contesto generale, il far parte di una comunità di esseri umani che ricercano qualcosa di più alto e di più vasto oltre la propria sfera personale costituisca un pezzo della felicità. E che cos’è la militanza culturale e politica, il socialismo, il comunismo ecc. se non l’individuale e collettiva ricerca della felicità?
Un abbraccio e tanti auguri a tutte le compagne e tutti i compagni del
Punto Rosso e del Prc di Vigevano.

Giorgio Riolo

Pranzo per autofinaziamento Punto rosso

IMG_0376La sezione Punto Rosso “Rosa Luxemburg” di Vigevano,

ringrazia i compagni e le compagne che si sono impegnati e che hanno partecipato al pranzo di domenica 20 dicembre per finanziare il Punto Rosso Nazionale.

Possiamo considerare ben riuscita l’iniziativa per la numerosa partecipazione e sottoscrizione ricevuta.

Grazie in particolare a Carla e Antonio.

Grazie al nostro  musicista Alessandro.

E grazie a Giorgio Riolo, sempre molto apprezzato e condiviso il suo appassionato intervento. Bravo Giorgio!!

Sez. “Rosa Luxemburg”

Punto rosso

Vigevano

Numeri vincenti della lotteria Punto rosso

palline_per_lotteria

Al termine del pranzo in rosso alla coop Portalupi

(Fraz. Sforzesca – Vigevano)

di domenica 20 dicembre, sono stati estratti i seguenti numeri vincenti dei 5 premi in palio:

 Primo premio n° 88

Secondo premio n° 18

Terzo premio n° 9

Quarto premio n° 12

Quinto premio n° 73

L’associazione culturale  Punto Rosso “Rosa Luxemburg” sez. di Vigevano, ringrazia calorosamente tutti i partecipanti e augura buone feste.

Nucleare: “Golpe” in piena regole del governo

Nucleare: “Golpe” in piena regole del governo

“La lista delle centrali nucleari c’è e chi lo nega è in malafede. Può non essere al 100% quella resa nota ma il fatto che, nel più pieno segreto delle stanze del potere, il Governo abbia già individuato i siti è una cosa assodata.

Il Governo, ‘manu militari’, con un ‘golpe’ in piena regola, quindi, si prepara ad imporre il nucleare, su cui i cittadini italiani si sono già espressi, con tanto di Referendum. Invitiamo tutte le istituzioni locali ad approvare immeditatamente ordini del giorno e provvedimenti ad hoc che esprimino totale contrarietà all’installazione di centrali nucleari sul loro territorio, in linea con il comune sentire delle popolazioni”. E’ quanto afferma Claudio Saroufim, responsabile ambiente del PdCI – Federazione della sinistra.

Scritto da Da Ufficiostampa PdCI

Al Pirellone esplode la questione morale.

 Formigoni ritiri la delega a  Prosperini.

Pier Gianni Prosperini

Dichiarazione di Luciano Muhlbauer, capogruppo regionale Prc.

Milano, 17 dicembre 2009

Al di là di quello che accerterà la magistratura, risulta evidente che l’arresto dell’Assessore Prosperini riapre in Lombardia una questione morale grande come una casa, figlia di 15 anni di occupazione continua del potere da parte di Formigoni e del centrodestra, con una crescente commistione tra affari pubblici e privati. 

Proprio per questo e per la gravità delle accuse e dei riscontri mostrati dal Gip, vi è una improrogabile necessità di parole e atti inequivocabili da parte del Presidente della Regione. E i primi atti urgenti e doverosi sono la revoca della delega Giovani, Sport, Turismo e Sicurezza a Pier Gianni Prosperini, nonché la sospensione in via cautelare del direttore generale e l’apertura di un’indagine interna.

Ci aspettiamo pertanto che domani il Presidente Formigoni si presenti in Aula consiliare per annunciare questi provvedimenti.

Non vogliamo nemmeno immaginare che si voglia ripetere l’atteggiamento indecoroso e irresponsabile tenuto questa mattina: il Presidente era assente dall’Aula, ufficialmente perché doveva inaugurare il nuovo reparto di un ospedale, in realtà perché stava tenendo una conferenza stampa qualche piano più su, criticando la magistratura per l’arresto “non sufficientemente motivato”.

Ma se il centrodestra vorrà replicare l’atteggiamento di oggi, limitandosi ad esprimere solidarietà a Prosperini, ebbene, lo diciamo chiaro e forte, che nessuno ci chieda più di abbassare i toni.

Riteniamo infatti determinante l’atteggiamento che si vorrà assumere sulla vicenda Prosperini, poiché è il fedele specchio della confusione tra interesse generale e interesse privato che regna al Pirellone.

Intervenire, sul piano politico, culturale ed amministrativo, per ristabilire moralità e, dunque, separazione tra pubblico e privato, è oggi in Regione Lombardia una priorità assoluta. Non sappiamo se Formigoni abbia la volontà o la possibilità di farlo, visto che siede sulla stessa poltrona da 15 anni e si candida ora per il ventennio. Ma sappiamo che non c’è alternativa, a meno che non si voglia che l’istituzione venga sommersa dagli avvisi di garanzia e dalla perdita di credibilità.

17 dicembre 2009