Archivio for gennaio, 2010

“Cementificazione selvaggia”

Case popolari

Le poche case popolari

(lettera tratta dall’Informatore del 28 gennaio 2010)

 LA RIFLESSIONE

Cara Vigevano, che vista corta…..

“Custodire il creato è la missione che Dio ha affidato all’uomo. consegnandogli una natura ricca di armonia.”

(Benedetto XVI ai diplomatici)

Come abbiamo custodito Vigevano?

L’abbiamo rovinata completamente con una cementificazione selvaggia. Abbiamo costruito degli ecomostri, quando al sud vengono abbattuti.

Ma il peggio è che continuiamo a farlo, nonostante una grave crisi economica. Con una chiusura continua di industrie, con un centro completamente morto, cosa ci interessano gli arredi urbani quando entriamo in una città fantasma, che non è neppura l’ombra della bella e tranquilla, ma anche vivace città di provincia? Speriamo poi che non venga inferto il colpo mortale con la costruzione dell’ennesimo centro commerciale! L’ennesima cattedrale dello spreco, in tempi in cui bisogna ridurre i consumi, quando già la nuova generazione sta rifiutando la civiltà dell’industrializzazione esasperata e dei consumi che vuole ritornare ad un modello di vita più umano e quindi alla campagna. Noi invece continuiamo con questi progetti folli! Riusciamo a vedere solo quello che ci sta davanti, o veramente solo ai nostri interessi economici. Per parlare chiaro: del nostro portafoglio. Mentre scrivo questo, sento tanta tristezza dentro. Non è senso critico, ma è solo l’amore per la mia città. Fermiamoci un attimo a riflettere e lasciare questa schizofrenia di cementificare!

Una cittadina delusa e amareggiata perchè i vigevanesi non amano abbastanza Vigevano.

Lettra firmata

 

 

 

Deportazioni e memoria.

 

 

 Scrive Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento (…) La documentazione accumulata dagli storici [dimostra] oltre ogni ragionevole dubbio che l’Olocausto [è] una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.

 

 Il grande sociologo polacco si riferisce al tragico intrecciarsi di razzismo, ingegneria sociale, stato burocratico, modernizzazione. Ma potremmo prendere in prestito l’immagine di Bauman per tentare una breve riflessione su aspetti meno noti e meno ricordati della Shoah e della Deportazione. Innanzitutto gli scampati alla deportazione e i “giusti” che li hanno aiutati. Un esempio vigevanese è dato dalla figura di Leon Rudich, il noto “Dutur Rus”, sicuramente destinato nei lager se mani amiche non avessero favorito la sua fuga in Svizzera. Un altro aspetto normalmente dimenticato è quello della discriminazione e dello sterminio degli “altri”: gli zingari, gli omosessuali, i portatori di handicap… Di solito nel Giorno della Memoria si ricorda esclusivamente la deportazione razziale, ma ci fu anche quella dei popoli occupati, dei prigionieri di guerra e degli oppositori al nazifascismo. Certo che la parola “anti-fascista” non è più molto di moda, è più facile proiettare la tragedia della deportazione su una minoranza lontana e sulle esclusive responsabilità tedesche. Invece furono annientanti nei lager anche gli oppositori politici, oltre agli ebrei, e fattiva fu la collaborazione che fornirono i fascisti italiani: dalla delazione, alla compilazione di elenchi di schedati, agli arresti, ai rastrellamenti… 

Leon Rudich e moglie

Leon Rudich e moglie

 

 Non meno complessa è la vicende delle vittime, che pur nella degradazione in cui furono spinte, cercarono spesso di salvaguardare la loro umanità con pericolosissime azioni di sabotaggio sul lavoro, con la costituzione di gruppi clandestini di resistenza, fino a evasioni dagli stessi campi di concentramento.

Proprio con l’intervista filmata al protagonista di una fuga verrà celebrato il Giorno della Memoria presso la biblioteca di Olevano (sabato 30 alle 21). Si tratta della memoria di Enrico Piccaluga evaso da un sottocampo di Dachau, nel gennaio del 1945 assieme al pavese Ermanno Bartellini e sopravvissuto in un ambiente fisicamente e umanamente ostile per ben sette giorni, prima di essere ripreso.

Fuga disperata, senza possibilità, certo, ma per molti aspetti emblematica di una resistenza condotta in condizioni estreme. Questa vicenda ci fa ripensare, almeno per alcuni casi, all’immagine del deportato descritto unicamente come il ‘Muselmanner’ passivo, votato all’abbrutimento e alla morte.

La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo entrare come in una finestra a esplorarne la complessità.

 

La protesta. Spostare le scuole? Solo problemi in più.

Intonaci del Liceo Cairoli

Intonaci del Liceo Cairoli

(Lettera tratta dall’Informatore del 28 gennaio 2010)

 

Gentile direttore,

ho letto, con preoccupazione, l’articolo:”Polo Scolastico: l’area, il progetto”, trovando conferma ai miei dubbi sulla fattibilità del Palasport. Se infatti “la struttura è slegata dalla città, una cattedrale nel deserto”, perché costruirla impiegando fiumi di denaro pubblico? E perché poi spendere altri fiumi di denaro per costruire un centro commerciale annesso con funzione di “salvagente” per il palazzetto? Recentemente la nostra città è stata devastata da un’edilizia selvaggia, da colate di cemento in luoghi che non dovrebbero neppure avere l’abitabilità, oltre allo scempio stradale (sottopassi d’oro, rotonde inutili, circonvallazioni pericolose, ecc.). Lascio agli architetti e agli ambientalisti il dibattito su questi temi scottanti. A me preme la scuola. E mi rivolgo a insegnanti e genitori, a tutti i cittadini di buon senso, ai ragazzi che saranno i fruitori della scuola stessa.

Giudico inaccettabile la proposta di spostare le scuole superiori in un posto così lontano e a fianco di un centro commerciale. Mi pare squallido e diseducativo mescolare interessi privati e servizio pubblico. Ritengo che la costruzione di scuole ottenuta previo accordo con un ente costruttore sia immorale. Infatti l’ente costruttore offre la scuola a titolo gratuito, ma, dovendo guadagnare, dovrà per forza usare materiali scadenti.

Recentemente sono andata a Milano a un convegno, in una scuola edificata in questo modo: a distanza di dieci anni cadeva a pezzi perché tutto era costruito in economia. E qualcuno potrebbe obiettare: il liceo Cairoli non cade forse a pezzi? Rispondo di sì, ma la colpa non è del liceo in sé o di chi lo dirige, bensì dei tagli alla spesa pubblica e delle scelte degli enti pubblici preposti che non hanno mai potuto (o voluto, visti i soldi sprecati in sottopassi e cavalcavia) prendersi cura dell’esistente.

Il liceo Cairoli è in un edificio storico che ha un valore intrinseco che nessuna scuola di carta e cartongesso, con le vetrate e le aule in stile carcere, potrebbe avere.

Lasciare un edificio storico che è situato in centro, per andare in periferia, in un posto pericoloso che si affaccia su una delle strade più trafficate della città, è assurdo e sbagliato. Lascio di nuovo agli ambientalisti e agli architetti le argomentazioni sullo spreco energetico di certa edilizia, sull’inquinamento da trasporto privato, sulla cementificazione del territorio, sul disprezzo per gli interessi del cittadino.

Concludo da insegnante con una semplice domanda logistica. Come farete a trasportare 1500 ragazzi in un posto così lontano? Spero che abbiate la decenza di non rispondere con l’autobus, vista la scarsa efficienza del sistema di trasporto urbano. Chi viene dai paesi limitrofi o da Abbiategrasso e arriva col treno e con la corriera come farà? A che ora dovrà partire? A che ora dovrà uscire da scuola? Tutte le iniziative che il liceo promuove (dai film alla visita a mostre, alla frequentazione dell’archivio storico civico) come si terranno? Come si potrà raggiungere a piedi il centro della città? Per quale motivo i soldi pubblici devono essere impiegati in questo modo?

Spero che la ragione prevalga, unita a un certo senso estetico. Che succederà infatti se la disgraziata scuola sarà progettata nello stesso stile del palazzetto dello sport? Vorrei concludere con un appello al confronto su questi temi molto importanti.

Antonietta Arrigoni

P.S. Quanto al prosciutto: vorrei far notare, pur ringraziando per il pensiero, che gli abitanti della zona (tra cui la sottoscritta) non hanno bisogno di attraversare la città per comprarlo. Ci sono infatti vari negozietti molto bene forniti, c’è una “casa del prosciutto” e vari supermercati tra cui il grande ex-GS. Pare inutile quindi gravare la zona di un nuovo centro commerciale, inquinante ed energivoro, per del semplice prosciutto.

 

Conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori -Torino-

Indirizzo per diretta tv

http://www.livestream.com/communistitv

Lettera aperta a Niki Vendola di Ferrero

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero

(da il manifesto del 27 gennaio 2010)

Caro Nichi, colgo l’occasione di questo comune giorno di festa per porti una
domanda: perché la positiva dinamica che abbiamo messo in moto in Puglia non
può essere ripetuta anche nelle altre parti d’Italia?

Nella tua regione, di fronte all’arroganza del gruppo dirigente del PD
abbiamo fatto fronte comune. Prima rifiutando la proposta che tu non venissi
candidato e poi con il comune sostegno alla tua candidatura nelle primarie.
Questo fronte comune ha vinto e il tuo splendido risultato ne è la
testimonianza.

In Puglia ha cioè funzionato nei fatti una coalizione di sinistra di
alternativa, in grado di tenere un profilo politico autonomo dal PD, che è
riuscito, come riuscimmo nel 2005, a vincere le primarie. Una coalizione di
sinistra di alternativa che ha aperto contraddizioni nel PD proprio in
quanto ha saputo agire con una soggettività propria, non subalterna o
manovriera. Si è fatta una battaglia limpida, senza sotterfugi, sia sul
piano politico che su quello dei contenuti e la chiarezza ha pagato.

Del resto quando ci siamo visti e sentiti nelle settimane scorse proprio
questo punto avevamo messo al centro. Di fronte ad un PD che è
caratterizzato da una deriva centrista, con tratti di vera e propria
subalternità all’UdC, abbiamo convenuto sulla necessità di coordinare le
forze della sinistra al fine di incidere positivamente nella discussione in
tutte le regioni. Nella reciproca autonomia avevamo individuato la necessità
di unire gli sforzi, di fare una battaglia comune, di evitare che il PD
potesse metterci gli uni contro gli altri nella ridefinizione moderata del
suo asse politico.

In tutta franchezza , proprio questa battaglia comune a me pare sia venuta
meno. Mentre in Puglia abbiamo agito concordemente, questo non avviene nelle
altre regioni d’Italia.

Non ho lo spazio per fare una disanima complessiva per cui mi soffermerò
solo sul caso della Lombardia, che a me pare emblematico. In questa regione
Sinistra e Libertà ha deciso di sostenere Penati a candidato a Presidente
proprio mentre questo ha posto un veto sulla presenza della Federazione
della Sinistra nella sua coalizione. Qui ci troviamo in una situazione
incredibile: il candidato del PD decide di porre una discriminante
anticomunista per far parte della sua coalizione e si caratterizza su
contenuti che sono grosso modo l’opposto dei contenuti che tu hai sostenuto
nelle primarie pugliesi. Sinistra e Libertà, invece di fare battaglia
politica e di rompere con Penati, decide di partecipare alla sua coalizione.
Mentre in Puglia la sinistra, insieme, ha ottenuto un risultato
straordinario, in Lombardia Sinistra e Libertà si fa strumento del tentativo
di distruzione della sinistra da parte di Penati.

Caro Nichi ti chiedo quindi di battere un colpo. Se i ricatti non si possono
accettare in Puglia, non debbono essere accettati nemmeno in Lombardia. Se è
possibile lavorare per l’alternativa in Puglia, deve essere possibile farlo
anche altrove. La primavera non la si costruisce in una regione sola.

Paolo Ferrero

La Sinistra candida Agnoletto in Lombardia. Per l’opposizione quella vera, a Formigoni e alle destre.

Stamattina conferenza stampa del candidato della Sinistra alle elezioni regionali,
con il portavoce nazionale Fds Paolo Ferrero

Milano, 28 gennaio 2010

“La vittoria di Niki Vendola in Puglia, frutto dell’unità a sinistra, parla anche a noi. Mi rivolgo ai simpatizzanti di Sinistra e Libertà, agli elettori dell’Idv: utilizziamo le elezioni regionali per costruire anche in Lombardia un polo autonomo della sinistra”. Così Vittorio Agnoletto, candidato presidente della Regione Lombardia per la Federazione della sinistra, presentandosi alla stampa questa mattina a Milano.  

Una candidatura di servizio perché c’è bisogno di sinistra in Lombardia, perché non è possibile sostenere un candidato come Penati se si hanno a cuore i temi della sinistra. Una candidatura che non è la ricerca di una poltrona (Agnoletto ha scelto di non essere anche capolista, dunque non diventerà consigliere), ma la scelta di mettersi a disposizione per ricostruire dal basso un’alternativa, una vera opposizione a Formigoni e ai poteri forti.

Quattro i punti fondamentali su cui Agnoletto svilupperà la sua campagna.

“Primo: il diritto alla salute. Come medico sono indignato dalla situazione lombarda, dove il 60 per cento degli esami diagnostici si fanno in strutture private, e si inventano interventi chirurgici solo per ottenere rimborsi dalle casse pubbliche. Chiedo il rilancio della sanità pubblica lombarda, propongo sanzioni per i dirigenti delle strutture sanitarie che mantengono lunghe liste di attesa per indirizzare i cittadini verso il privato. Secondo, il diritto al lavoro. Siamo la regione che ha perso più posti di lavoro in questo periodo di crisi, e se fosse stato per Formigoni la Innse a quest’ora avrebbe chiuso. Sono necessari più ammortizzatori sociali, che garantiscano anche chi è privo di tutele, come i lavoratori dei call center e tutti i precari. Altro che doppi stipendi in stile Stanca!
Terzo, il diritto allo studio e la difesa della scuola pubblica: è vergognoso che a Milano si chiuda il liceo Gandhi, unica scuola per studenti-lavoratori, mentre oltre il 90 per cento dei finanziamenti regionali vanno alla scuola privata, a tutto vantaggio dei redditi più alti. Infine, diciamo no all’Expo, no alla cementificazione del territorio, contro la penetrazione delle mafie negli appalti pubblici, contro la devastazione dell’ambiente; ci impegneremo a fondo nella difesa dell’acqua pubblica anche attraverso il referendum che sosterremo insieme a quello contro il nucleare”.

“Su tutti questi temi – ha concluso Agnoletto – chiedo un confronto pubblico con gli altri candidati presidente. C’è bisogno, in questa Regione, di consiglieri capaci di rendere il Palazzo trasparente con il controllo della società civile, contro ogni tentativo di “inciucio” facilitato dall’accentramento di ogni decisione nelle mani di Formigoni e della Giunta. Consiglieri pronti a contrastare la politica delle destre e di fare l’opposizione che il Pd non vuole fare”.

In perfetta sintonia Paolo Ferrero, intervenuto come portavoce nazionale della Federazione della sinistra. “In Lombardia la situazione è chiara”, ha esordito. “Penati ha deciso che Formigoni deve restare presidente, di qui la scelta di frantumare la sinistra e di non proporre un’alternativa di contenuti. A questo punto, la domanda non è chi vincerà le elezioni. La domanda è: quando avrete da fare una battaglia contro la privatizzazione dell’acqua, l’inceneritore che vogliono costruirvi davanti a casa, contro la chiusura della vostra fabbrica, avrete qualcuno a darvi ascolto in Consiglio regionale, o nessuno? Per questo”, ha concluso Ferrero, bisogna votare Agnoletto e la lista della sinistra”. Un invito rivolto anche a Sinistra e libertà, “che in Puglia ha sostenuto Nichi Vendola contro Boccia, mentre in Lombardia appoggia Penati, che è molto più a destra di Boccia”.

Anche Penati indagato per inquinamento.

Dichiarazione di Ugo Boghetta, segretario regionale Prc

Milano, 26 gennaio 2010

Ci sembra sacrosanto che anche Filippo Penati si trovi nel registro degli indagati, in seguito alla denuncia del Codacons per i superamenti dei limiti di legge dell’inquinamento dell’aria a Milano.

La legge è legge per tutti, e a maggior ragione per gli amministratori. Lo sforamento di quei limiti, infatti, mette a rischio la salute di tutti, in particolare quella dei più deboli: anziani e bambini.

L’inquinamento, gli incidenti dovuti al traffico eccessivo e non regolamentato, per altro, aumentano anche del 25/20% i costi sanitari, secondo alcuni studi.

Del resto, Penati è anche recidivo, perché fautore di nuove strade ed autostrade che certo non migliorano la qualità dell’aria.

Ed è anche patetico che consiglieri del PD manifestino con le mascherine a palazzo Marino: dove governa il Pd, la politica della mobilità e la qualità dell’aria non cambiano.

Pdl e Pd troppo si somigliano nel far chiacchiere rispetto all’inquinamento.

Trasporti: indagine comitati e Mozione Prc Provincia di Pavia

FI5372101Pavia, 25 gennaio 2010

 

 

Alla cortese att.ne del Presidente della Provincia

E dell’ Assessore Provinciale ai trasporti, Dr. Romano Gandini

della Provincia di Pavia

 

 

Ogg.:   Richiesta di intervento in favore della mobilità pendolare del territorio di Pavia e Provincia

 

 

Gent.le Presidente e Gent.le Assessore,

 

il Comitato Pendolari di Pavia, unitamente ai delegati de:

– il Comitato Pendolari di Barbianello;

– il Comitato Pendolari di Bressana Bottarone;

– il Comitato Pendolari di Cava Manara;

– il Comitato Pendolari di Codogno-Belgioioso;

– il Comitato Pendolari di Certosa di Pavia;

– il Comitato Pendolari di Gropello Cairoli;

– il Comitato Pendolari di Lungavilla;

– il Comitato Pendolari di Mortara;

– il Comitato Pendolari di Pinarolo;

– il Comitato Pendolari di Stradella-Broni;

– il Comitato Pendolari di Villamaggiore (sulla tratta Pavia-Milano);

– il Comitato Pendolari di Vigevano;

– il Comitato Pendolari di Voghera

 

 

sono lieti di presentarLe e di discutere con Voi le seguenti richieste.

 

 

 

 

Materie di competenza di Trenitalia di concerto con la Provincia di Pavia e Regione Lombardia:

 

Riteniamo che fra i compiti dell’Amministrazione Provinciale ci sia anche quello di svolgere uno strategico ruolo di intermediario fra i 12.000 pendolari del territorio e Trenitalia/RFI per il conseguimento dei seguenti obiettivi:

 

1.         Carta dei diritti dei pendolari

Istituzione di una “carta dei diritti dei pendolari” che fissi obiettivi di servizio, diritti dei cittadini utenti, condizioni minime di informazione, qualità, rimborso per disfunzioni e disagi;

 

2.         Applicazione del principio di flessibilità

Come già accade per i pendolari liguri, anche i pendolari di Pavia e provincia rivendicano il diritto alla garanzia della continuità del viaggio, in caso di ritardi o di soppressione dei propri treni e richiedono l’applicazione del principio di flessibilità che consiste nel consentire ai pendolari muniti di abbonamento la possibilità di utilizzare treni successivi al proprio (anche se essi siano di ‘categoria superiore’) .

Vanno tutelati anche i pendolari che sono diretti presso le c.d. ‘fermate intermedie’ della tratta Milano-Pavia-Genova, garantendo loro – in caso di ritardi o soppressione dei propri treni – di poter salire sul primo treno utile successivo che, in tale caso, dovrà effettuare sistematicamente tutte le tappe intermedie rimaste senza copertura di treni.

La flessibilità nell’uso dei trasporti è alla base di un corretto sistema della mobilità; applicando il principio di flessibilità si disincentiva il gestore ad attuare comportamenti poco virtuosi scaricando sugli utenti finali i disservizi ascrivibili allo stesso gestore.

 

3.a       Decoro e pulizia delle carrozze dei treni (finestrini sigillati e gas maleodoranti)

Quasi tutti i convogli sono sporchi (vedasi foto allegata), diversi sedili sono danneggiati, le tendine ripara-sole sono spesso strappate o inutilizzabili, i gabinetti usurati e sporchi, varie porte sono guaste o bloccate, gli impianti di riscaldamento e condizionamento sono spesso non funzionanti o inesistenti, causando ulteriori disagi in quanto, ad esempio, in estate finestrini di molte carrozze sono chiusi ermeticamente e non si possono aprire.

Proponiamo:

(a)    di acquistare solo treni con finestrini non sigillati e di verificare che su quelli con finestrini sigillati l’aria condizionata sia sempre funzionante. Richiediamo un rapporto mensile sui guasti e sul funzionamento dell’aria condizionata sui treni regionali e intercity della tratta Milano-Genova

(b)   la pubblicazione dei programmi di pulizia dei treni con indicazione delle pulizie programmate e di quelle fatte realmente. Pubblicazione di un rapporto mensile sulla pulizia treni da parte di un organo terzo di controllo.

(c)    Di abolire la clausola contrattuale secondo la quale l’azienda che vince l’appalto per le pulizie è costretta ad utilizzare i lavoratori della ditta che l’ha preceduta, a prescindere da capacità e competenze. Una sorta di ammortizzatore sociale mal congegnato.

 

 

3.b.     Carrozze dei treni insufficienti rispetto alla mole di utenti del servizio

La capienza di alcuni treni è decisamente insufficiente rispetto al numero degli utenti del servizio. Il numero di carrozze è infatti insufficiente a contenere il forte afflusso di pendolari.

Ad esempio i molto affollati treni 2514 (8.01 da Pavia a Rogoredo) e 2647 (18.31 da Rogoredo a Pavia) hanno solamente 4 o 5 carrozze, pur essendo in orario di punta. Ciò costringe molti pendolari a viaggiare in piedi tutti i giorni. Per ovviare al problema, basterebbe fare periodicamente dei test di affluenza sul numero medio di utenti sui treni delle fasce pendolari e regolare il numero di carrozze di conseguenza. Per i treni segnalati a titolo esemplificativo, occorrerebbe aggiungere nell’immediatezza almeno 2 carrozze in più.

 

4.        Puntuale ed immediata informazione sui tabelloni elettronici e mediante annunci audio dei ritardi dei treni (anche per soli 5 minuti)

 

4.(i)        L’informazione sui ritardi, anche di 5 minuti, deve essere immediata e garantita sugli appositi monitor indicanti i treni in arrivo e in partenza per consentire ai pendolari di organizzare al meglio il proprio viaggio verso o da il posto di lavoro.

Caso di specie: Si è riscontrato in data 11/11/09 un grave inadempimento di Trenitalia sull’annuncio del ritardo di 30 minuti del treno per Stradella delle ore 18.54 da Milano Rogoredo, che ha comportato per i pendolari in attesa e inconsapevoli di detto ritardo (per mancata tempestiva informazione da parte di Trenitalia) la mancata possibilità di usufruire del treno precedente (ore 18.50 da Milano Rogoredo) pure diretto a Pavia dove sarebbe stato più facile trovare collegamenti per i paesi limitrofi, come pure del treno successivo (poiché intercity, cioè di categoria superiore).

 

4 (ii)       La puntualità è garantita anche mediante installazione sui binari di orologi con indicazione anche dei minuti secondi;

4(iii)       Occorre pubblicare su “la bacheca del pendolare” mensilmente i dati relativi ai ritardi e ridiscutere i criteri per l’individuazione dei ritardi dei treni (es. puntualità nelle fermate intermedie, ritardo massimo entro cui un treno può essere definito “puntuale”, etc)

4 (iv)      Ridefinizione delle cause “esterne” sulle quali non viene attualmente calcolato il ritardo dei treni e pubblicazione mensile delle stesse sulla “bacheca del pendolare”; 

 

5          Titolo di viaggio

5 (i)      Ripristino della possibilità di acquistare il titolo di viaggio a bordo treno e senza pagare alcuna sanzione in caso di chiusura della biglietteria o di guasti ai self-service o chiusura dei punti vendita presenti in zona (es. orario notturno e festivo).

5 (ii)     Possibilità di acquistare abbonamento tramite macchinette self-service

5 (iii)    Si richiede un censimento delle macchinette self-service con indicazione di quelle fuori uso ed i tempi di riparazione dei guasti e garantire il rifornimento frequente dei resti, reportizzando tutto a livello mensile.

 

 

6.         Trasporto con bicicletta

Dotare le carrozze dei treni pendolari di almeno n. 1 carrozza per il trasporto delle biciclette. Istituire un abbonamento mensile per pendolari che trasportano la bicicletta su treno (allo stato ci è stato comunicato che le biglietterie forniscono prezzi diversi, a seconda del treno). Occorre considerare che molti pendolari, una volta giunti alla stazione centrale di Milano (o Lambrate, Rogoredo) potrebbero andare al lavoro direttamente con la bici se il trasporto della stessa fosse regolamentato più puntualmente e in maniera più potenziata.

 

7.         MONITORAGGIO E MANUTENZIONE DELLE CARROZZE DEI TRENI

Abbiamo riscontrato che spesso i materiali adottati per la manutenzione dei treni sono di scarsa qualità. Come si spiega, Trenitalia, il forte e maleodorante gas che si sprigiona dalla frizione dei freni ogni qual volta il treno si ferma lungo il tragitto e che i pendolari sono costretti ad inalare, sia a finestrini aperti, che chiusi?

Come si spiega Trenitalia gli innumerevoli casi in cui sui treni pendolari della provincia le porte d’accesso alle carrozze sono bloccate? Trenitalia si è mai domandata cosa succederebbe se dovesse scoppiare un incendio su una carrozza e dovendo abbandonare il treno in tutta fretta?

Meno di un mese fa sul treno che parte da Pavia alle 8.01 diretto a Milano C. si è letteralmente spaccato un vetro della finestra di una delle ultime carrozze investendo in pieno una pendolare. Spesso nelle carrozze ci sono infiltrazioni d’acqua, etc.

Alla luce di ciò desideriamo ricevere un piano degli investimenti previsti da Trenitalia per la zona di Pavia e Provincia (sia per i nuovi treni, che per la manutenzione di quelli già esistenti).

 

8.      ORARIO TRENI

Desideriamo poter concordare direttamente – o con l’intermediazione delle istituzioni comunali e provinciali, alla presenza di almeno un nostro rappresentante – i nuovi orari treni ed essere informati preventivamente da Trenitalia e Regione Lombardia dei tavoli di discussione al riguardo.

 

9.      Utilizzo treni IC/IC Plus/EC

 

Premesso che Pavia, trovandosi sulla tratta Milano-Genova, ha la possibilità di essere collegata a Milano anche mediante treni più veloci e confortevoli dei treni regionali, i c.d. treni Intercity (IC, IC Plus, EC), riteniamo che il pendolare che lavora a Milano debba essere messo in condizioni di poter utilizzare prioritariamente questo tipo di treni che consentono:

–  risparmio di tempo

– maggiore comfort (carrozze con riscaldamento ed aria condizionata ed uno stato di manutenzione migliore rispetto ai treni regionali)

– maggiore capienza (elevato numero di carrozze)

 

Fino all’anno scorso (dicembre 2008), ciò era reso possibile in due modi:

– sia attraverso l’utilizzo di una IC CARD annuale (costo Eur 95) da abbinare al normale abbonamento mensile o annuale ai treni regionali;

– sia attraverso la CRT (Carta Regionale dei Trasporti Eur 999,00) il cui possesso consentiva anche l’utilizzo dei treni veloci (IC/IC Plus/EC)

 

Dal 1° gennaio 2009, entrambe queste opzioni sono state negate (la prima da Trenitalia, la seconda da Regione Lombardia) e, allo stato, la possibilità di usufruire di detti treni veloci è resa inaccessibile alla maggior parte dei pendolari a causa delle tariffe proibitive stabilite sia da Trenitalia che da Regione Lombardia per l’utilizzo di questi treni (per Trenitalia: integrazione mensile di Euro 20 sul normale abbonamento, per Regione Lombardia: integrazione di Euro 200 annuali, ovvero la cosiddetta CRT Plus card, da abbinare alla normale CRT che, già da sola, costa Eur 999)

Inoltre, coloro che sono in possesso di un normale abbonamento annuale, non possono chiedere un’integrazione mensile IC e materialmente gli è impedito di usufruire di questi treni, se non pagando di volta in volta un biglietto ex novo (Euro 6: costo biglietto sola andata con IC Plus per la tratta Pavia-Milano).

 

Alla luce di quanto sopra, di seguito abbiamo formulato alcune proposte concrete che rendano agevole per i pendolari l’utilizzo dei treni veloci (Intercity/IC Plus ed Eurocity) secondo queste modalità:

 

è        tramite il ripristino dell’IC Card (o un abbonamento IC) con validità annuale a tariffa agevolata (fino all’anno scorso l’IC Card costava Euro 95 con validità annuale) da abbinare al normale abbonamento mensile o annuale per i treni regionali;

 

è        ripristinare la validità della CRT (Carta Regionale dei Trasporti della Lombardia) anche per i treni Intercity e Intercity Plus senza dover acquistare ulteriori carte supplementari (la CRT costa già 999 euro), come avveniva fino al 31 dicembre 2008;

 

è           consentire a coloro che sono in possesso di un abbonamento annuale per treni regionali di potervi abbinare/integrare all’occorrenza un abbonamento mensile IC (attualmente detta integrazione è consentita solo ai possessori di abbonamento mensile ai treni regionali);

 

è           introduzione di un CARNET DI BIGLIETTI per viaggi singoli su treni IC/IC Plus/EC, senza scadenza, sulla falsariga dei biglietti normali a fascia chilometrica ad un costo agevolato. La quantità e il costo del carnet andrebbe concordato: un’ipotesi potrebbe essere un carnet da 10 biglietti con un costo massimo di 15 euro (1,50 euro per viaggio). Meglio ancora sarebbero biglietti singoli da 1 euro da comprare in edicola.

 

In nessun caso i possessori di tali titoli di viaggio avranno la garanzia del posto a sedere.

Il prezzo degli abbonamenti Intercity mensili/annuali non dovrebbe superare il 20/25% del costo del normale abbonamento mensile/annuale per i treni regionali, già di per sé molto cari in relazione al servizio offerto (a titolo esemplificativo, si ipotizza il mensile a 10 euro e l’annuale a 100 euro).

 

Si fa presente che se i prezzi fossero adeguati molti pendolari inizierebbero ad utilizzare anche gli IC/EC, con conseguente guadagno per Trenitalia, i cui treni IC/EC sono spesso poco frequentati, a parte il periodo estivo.

 

 

10.    Riqualificazione della STAZIONE DI PAVIA

 

La stazione di Pavia è lo snodo per molti pendolari diretti a Milano ed è riprovevole che un capoluogo di provincia sia dotata di una stazione in carenza di strutture adeguate ed impianti di sicurezza:

 

(a)        istituzione dello “sportello-pendolari”, dedicato esclusivamente alle esigenze della mobilità pendolare, come, ad es. il rinnovo degli abbonamenti a fine mese, informazioni sul rimborso in caso di ritardo, segnalazione guasti e disservizi, erogazione bonus, etc.. Detto sportello può essere attivato in via sperimentale per un periodo prova di 3 mesi, una volta al mese, in coincidenza della fine del mese, per es. per la settimana dal 27 del mese corrente fino al 2 del mese successivo.

(b)        istituire in uno spazio che garantisca visibilità (es. atrio stazione) una “bacheca dei pendolari” nella quale Trenitalia affiggerà le pubblicazioni mensili inerenti: ritardi, bonus, circolari informative, statistiche sul funzionamento delle macchinette obliteratrici, sulla macchinette di emissione biglietti self-service, etc.

(c)        dotare la stazione di una sala d’attesa. A oggi ci sono solo n. 10 posti a sedere situati nel corridoio antistante l’ingresso della stazione e c’è un’area vuota inutilizzata, probabilmente destinata ad un esercizio commerciale che proponiamo sia trasformata in vera e propria sala d’attesa (vedasi foto all.ta)

 

(d)        occorre alzare tutte le banchine della stazione a cm 55 sul piano del ferro (normativa europea): la situazione odierna (marciapiedi bassissimi) obbliga i passeggeri ad arrampicarsi sul treno in partenza e a saltare nel vuoto in arrivo (vedasi foto all.ta) oppure dotare tutte le carrozze dei treni pendolari di ulteriore predellino-facilitatore di salita e discesa in modo da azzerare i rischi di cadute.

 

(d.1)     i monitor vanno posizionati in maniera funzionale all’utenza quindi ben visibili. Ad es. il monitor posizionato vicino al sottopasso di via Bricchetti è in posizione laterale rispetto a chi deve entrare dal piazzale della Stazione. La sua comodità, anche la sua visibilità, è ottimale solo se sistemato come lo era il pannello della Solari sopra il sottopassaggio. Sarebbe quindi opportuno procedere alla sostituzione e spostamento dello stesso con uno schermo di più ampie dimensioni.

(d.2)     proponiamo di posizionare un monitor con arrivi e partenze anche all’interno del bar e/o dell’edicola della stazione.

 

(e)        l’ascensore è fuori servizio, le scale non sono dotate di scivolo per disabili.

 

(f)        mancano i posaceneri per le sigarette ai binari e negli spazi di comune passaggio all’interno della stazione, nonché i cestini per la raccolta differenziata (che, invece, sono presenti nelle stazioni di Milano Rogoredo, Lambrate e Centrale);

 

(g)        garantire il funzionamento delle macchinette obliteratrici e pubblicare (nella “bacheca dei pendolari”) un rapporto mensile con l’indicazione della percentuale di macchinette funzionanti e dei tempi di ripristino.

 

(h)        istituire un “deposito bagagli”: è impensabile un rilancio turistico della città se nella stazione ferroviaria non è nemmeno presente un deposito bagagli.

 

(i)         dotare le scale di accesso ai sottopassi della stazione di scivoli per disabili o anziani e di canaline per lo scorrimento delle biciclette.

 

 

11. le problematiche delle stazioni e relativi collegamenti ad esse dei paesi della Provincia di Pavia e della tratta Pavia-Milano:

 

> BARBIANELLO

> La stazione è in una situazione pessima, fatiscente, sia all’esterno che all’interno della sala d’attesa. L’obliteratrice spesso non è funzionante e il distributore automatico per i biglietti molto spesso non funziona, problemi segnalati più volte ai capotreni di turno. E’ assolutamente non sorvegliata e molto spesso di notte è soggetta ad episodi vandalici. Il treno delle ore 8.05 in direzione Pavia è assolutamente inadeguato, in quanto obsoleto, così come il treno in partenza dalla stazione di Pavia alle 15.05 e diretto a Strabella, nel quale durante il periodo estivo è praticamente impossibile resistere causa la temperatura che si raggiunge all’interno, i finestrini sono spesso bloccati e se aperti permettono l’ingresso dei gas di scarico trattandosi ancora di un treno a motore diesel.

 

>BRONI: si segnala che a Broni e in molti altri paesi occorre attraversare i binari A PIEDI in quanto non esiste un sottopassaggio.

 

> BRESSANA BOTTARONE: I treni si fermano FUORI dalla banchina, il pendolare scende dal treno poggiando i piedi su terreno dissestato e ghiaioso con pericolo di incidenti a persone e danni alle cose trasportate. Si propone un allungamento della banchina che sia proporzionale alla lunghezza media dei treni.

 

> CAVA MANARA segnala che:

– Molti treni della tratta Milano-Voghera e Voghera-Milano locali fermano in tutte le stazioni esclusa S. Martino – Cava… come mai?

> Nella stazione di Cava non c’è una biglietteria, la macchinetta per acquistare biglietti è guasta da anni e in paese nessun bar o cartoleria vende biglietti, si rifiutano di farlo.

 

> CODOGNO-BELGIOIOSO segnala:

continue soppressioni dei treni della Pavia-Codogno. Le indicazioni che compaiono sui monitor non sono precise. Gli utenti non vengono avvisati in maniera puntuale. I continui ritardi e disservizi prorogano il tempo di arrivo a Pavia e, di conseguenza, molti pendolari perdono la coincidenza per Milalno ed arrivano al lavoro con oltre mezz’ora di ritardo.

 

> PARONA LOMELLINA segnala che:

> la stazione di Parona Lomellina, pur essendo frequentata da 300/400 pendolari al giorno, è completamente sprovvista di servizi igienici (anche ad uso del personale RFI). Non vi è biglietteria, né tantomeno un bar. La sala di attesa ha un’unica panchina con capienza 4 posti ed è sempre zeppa di pendolari, soprattutto nella stagione invernale. Esiste un sottopassaggio che non è mai stato aperto in quanto avrebbero dovuto prolungare il marciapiede del secondo binario, cosa mai avvenuta, che è estremamente corto ed obbliga le persone che devono scendere in questa stazione a trovare posto nelle prime carrozze per non rischiare di dover scendere dal treno dove c’è la massicciata. Il parcheggio è assolutamente insufficiente (benché vi sia molto spazio invaso, però, da terra e prato) e quando piove si trasforma in una laguna con grandi disagi per chi deve salire in macchina. Mancano completamente i cestini per la raccolta dell’immondizia (c’è un bidone di vernice dentro la sala d’aspetto) e l’orologio che è stato danneggiato dai vandali qualche mese fa, a oggi non è ancora stato riparato/sostituito.

L’obliteratrice si trova all’interno della sala d’aspetto e quando è chiusa bisogna recarsi dal controllore del treno per far obliterare il biglietto. 

 

> PIEVE DEL CAIRO-VIGEVANO segnala:

Insufficienza delle corse pullman STAVA Vigevano-Milano nelle corse serali. La corsa n. 15 (Milano-Vigevano) delle ore 18.55 (richiesta dai pendolari ed ottenuta dopo numerose insistenze) si è rivelata utile ma non più sufficiente a coprire le esigenze dei pendolari che rientrano a casa (utenza in continua crescita). Occorrono corse aggiuntive.

 

> STRADELLA: Orari treni: insufficiente il collegamento per il rientro da Milano per i pendolari di Stradella. Ultimo treno disponibile è quello che parte da Rogoredo alle 18.54. Inoltre è stato anticipato alle ore 18.14 il precedente treno diretto a Stradella creando enormi disagi ai pendolari di questa tratta.

Stradella richiede più corse di treni dopo le ore 19, la garanzia di poter avere un treno sostitutivo in caso di soppressione dell’ultimo treno utile (ad oggi ore 18.54), che la stazione di Stradella sia aperta tutto il giorno e non – come ad oggi – solo per mezza giornata; l’inserimento di macchine self-service di emissione biglietti presso la stazione; la manutenzione delle obliteratrici spesso non funzionanti; treni nei giorni festivi, un parcheggio con più posti.

 

> VOGHERA:

1.         I nuovi lavori attorno alla stazione (rotonde, marciapiedi e, soprattutto, parcheggi che prima erano liberi e ora hanno la sosta limitata ad 1 ora) hanno sottratto tantissimi posti parcheggio. A nulla servono i due parcheggini di Via Meucci che già alle 6:30 del mattino sono stati riempiti dai pendolari più mattinieri (e dalle persone che abitano i vicini condomini).

L’Autoporto ha solo posti al coperto ed i prezzi sono alti.

Le possibilità di parcheggio altrove sono nulle o quasi.

2.         Strettamente legata al punto 1 è la questione degli autobus locali. Le ultime corse partono intorno alle 19:00, sia per la tratta urbana di Voghera, sia per le direttrici verso Stradella, Varzi o Casei. Purtroppo non sono molti i pendolari che possono avere il lusso di arrivare a Voghera per le 19:00 e se da una parte non trovano autobus disponibili, dall’altra non trovano parcheggio se vengono in macchina.

 

3.         Gli sportelli della Stazione di Voghera sono anch’essi insufficienti, soprattutto in fase di rinnovo abbonamenti mensili. Non è difficile vedere la coda che arriva ben fuori dalla biglietteria, all’aperto, nel bel mezzo del piazzale della stazione. Questo è inaccettabile soprattutto d’inverno quando i pendolari sono costretti a lunghe file stando al freddo. Inoltre sono mesi che l’unica emettitrice automatica di biglietti accetta solo pagamenti con carte di credito ma non contanti.

 

 

> VILLAMAGGIORE e CERTOSA DI PAVIA

Teniamo a precisare che, situata sulla tratta ferroviaria Pavia-Milano, la stazione di Villamaggiore, ora divenuta fermata senza presidio Trenitalia,  fa riferimento come bacino reale di utenza a Lacchiarella ( in particolare alla zona industriale ex Interporto), Siziano, Vidigulfo e in parte Pieve Emanuele.

I problemi più pressanti sono sicuramente sull’orario dei treni su questo tema è coinvolta anche Certosa di Pavia.

 

Nella tratta Milano – Pavia, di mattina, gli studenti e molti lavoratori hanno praticamente a disposizione una sola corsa l’orario attuale prevede per le stazioni di Locate triulzi-Villamaggiore-Certosa di Pavia le seguenti corse:

  • Ø treno 20255 partenza da Mi-Rogoredo ore 6.45 (6.55 Villamaggiore)arrivo a Pavia 7.09.
    Ø treno 20257 partenza da Mi-Rogoredo ore 7.43 ( a Villamaggiore 7.55) arrivo a Pavia 8.09
    Ø treno 20259 partenza da Mi-Rogoredo ore 8.03 ( a Villamaggiore 8.15) arrivo a Pavia 8.29
    Come si può vedere dalla prima corsa alla seconda passa un’ora di differenza, mentre dalla seconda corsa alla terza passano 20 minuti. Purtroppo già la seconda corsa è non consente di arrivare in tempo utile alle lezioni.

Il problema sussiste anche per tutti i pendolari che si devono recare al lavoro presso il centro logistico di Villamaggiore (ex-interporto).

Proponiamo uno slittamento di 10-15 minuti del 20256 per intenderci con partenza 7.10 – 7.15 da Villamaggiore, oppure una corsa intermedia che fermi a Villamaggiore nella fascia 7.10-7.30 al posto del 20257, mantenendo però la fermata del 20256.

 

Nel primo pomeriggio le corse per studenti e lavoratori part-time le corse sono praticamente tre, con una frequenza è di circa 45 minuti.

  • Ø treno 20267 partenza da Mi-Rogoredo ore 13.51 ( a Villamaggiore 14.04) arrivo a Pavia 14.18
  • Ø treno 20269 partenza da Mi-Rogoredo ore 14.44 ( a Villamaggiore 14.57) arrivo a Pavia 15.10
  • Ø treno 20271 partenza da Mi-Rogoredo ore 15.28 ( a Villamaggiore 15.41) arrivo a Pavia 15.57

 

In serata segnaliamo che il treno 10893 partenza da Mi-Rogoredo ore 18.16 destinazione Stradella è composto da sole 3 carrozze sempre strapiene almeno fino a Pavia, questa segnalazione vale, dunque, anche per i pendolari di Stradella.

 

  • Ø Tratta Pavia-Milano.

 

Alla mattina il treno la frequenza e di circa varia da 30 a 50 minuti praticamente sono tre le corse utili.

  • Øtreno 20254 partenza da Pavia 6.45 ( a Villamaggiore 6.57) arrivo a Mi-Rogoredo ore 7.09.
  • ØTreno 20256 (convoglio formato a Pavia)partenza ore 7.18 (a Villamaggiore 7.31) arrivo a Mi-Rogoredo ore 7.44, è realizzato da 5/6 carrozze sempre piene, segnala che da circa due mesi il suddetto treno ha un ritardo medio di 10/15 minuti nella tratta Pavia-Milano causa ritardo del treno 2882 da Novi ligure.
  • ØTreno 20258 partenza da Pavia 8.09 ( a Villamaggiore 8.21) arrivo a Mi-Rogoredo ore 8.34.

 

  • ØSegnaliamo che il treno 20268 partenza da Pavia ore 13.51 (a Villamaggiore 14.03) arrivo a Mi-Rogoredo ore 14.17, è realizzato da 6 carrozze sempre strapiene (orari studenti).

 

  • Ø Riqualificazione stazione di Villamaggiore.

Da sei mesi la stazione non è più presidiata, riteniamo sia opportuno installare telecamere di sorveglianza sia nella ristretta sala d’aspetto (circa 20 mq), che almeno sul binario 1.

Per dare uno standard minimo di sicurezza negli orari di minor frequenza di persone e soprattutto nella stagione invernale perche sono ridotte le ore di luce.

Si chiede una maggior pulizia della sala d’aspetto.

Si reitera la segnalazione che da 20 giorni le due uniche obliteratrici sono guaste.

 

*  *  *

 

> STAZIONE PICCOLE: non è agevole acquistare i biglietti e/o abbonamenti presso gli esercizi commerciali convenzionati (a causa sia della distanza o la mancata segnalazione presso la stazione dell’indirizzo degli stessi, oppure poiché si creano dei buchi negli orari in cui gli stessi osservano la chiusura). Pertanto, riteniamo che occorra ripristinare la possibilità di fare il biglietto sul treno.

 

> STAZIONI NON PRESIDIATE (ad es. Barbianello, Argine, Stradella) sono stazioni molto trascurate in cui ci vengono segnalati problemi relativi all’assenza di riscaldamento, alla pulizia, ai servizi igienici chiusi oppure non utilizzabili a causa delle scarse condizioni di pulizia.

 

In breve:

 

> Parcheggio pubblico per biciclette: è ASSENTE presso le stazioni di Cava Manara, Barbianello, Broni e Stradella.

> Idonea illuminazione dei parcheggi per auto e per biciclette: assente e/o insufficiente a Bressana, Bastiola, Castelletto, Pavia.

> Parcheggio Gratuito Automobili: assente ad Argine, Pinarolo Po, insufficiente a Pavia, Voghera e Stradella. Di solito, il posteggio per le automobili è sprovvisto di alberi e pertanto non vi è ombreggiamento nella stagione estiva.

> Macchine obliteratrici: assenti o non funzionanti a Lungavilla, Bressana Bottarone, Broni, Cava Manara e Pavia

 

*  *  *

 

 

 

 

   

PROVINCIA DI PAVIA 

____________________

Gruppo Consiliare

P.R.C.

    

                                                  

Al Presidentedella Provincia di PaviaVittorio POMAS E D E 

 

Al Presidente del

Consiglio provinciale

Bassanese Luigi

S E D E

 

 

OGGETTO: Mozione relativa alle problematiche connesse la mobilità pendolare del territorio provinciale.

 

I sottoscritti Consiglieri provinciali Forti Teresio e Invernizzi Giuseppe:

 

– considerato che i pendolari del territorio provinciale che utilizzano mezzi ferroviari sono circa 12.000 e che il “Coordinamento provinciale pendolari di Pavia e provincia” ha effettuato un monitoraggio sia dei mezzi ferroviari (pulizia,  materiale rotabile, ecc.), delle strutture ricettive (biglietterie, stazioni, ecc.), che degli orari, evidenziando  una situazione di degrado che ormai perdura da troppo tempo;

 

– ritenuto che tra i compiti della Provincia ci sia anche quello di svolgere un ruolo di intermediazione tra questi utenti, la Soc.tà Trenitalia/RFI e la Regione Lombardia;

 

– visto che queste problematiche sono comuni ad altri territori provinciali, alcune Province si sono fatte promotrici di istituire un tavolo di confronto con la Regione Lombardia proprio per cercare di risolvere i problemi evidenziati;

 

presentano all’attenzione del Consiglio provinciale la seguente

 

mozione

 

“Il Consiglio provinciale dà mandato al Presidente e a questa Giunta di farsi promotori presso la Regione Lombardia chiedendo di istituire un tavolo di confronto tra i rappresentanti del “Coordinamento provinciale pendolari di Pavia e provincia”, delle Associazioni dei Consumatori,  la Società Trenitalia/RFI e la Regione Lombardia sulla mobilità ferroviaria del territorio provinciale di Pavia.

 

 

Pavia, lì 25/01/2010

                                                                                         I Consiglieri di P.R.C.

                                                                                               Forti Teresio                                                

                                                                                  ________________________                        

                                                                                                

                                                                                            Invernizzi Giuseppe

 

                                                                                                 ________________________________

Mastronardi. La Vigevano degli anni 60.

 

 

Lucio Mastronardi

Dagli incontri organizzati dal Punto Rosso di Vigevano su Mastronardi e dalle ricerche dello storico Marco Savini, pubblichiamo due articoli poco conosciuti di Lucio Mastronardi.

 Il primo è un articolo sulle morti da benzolo a Vigevano, comparso sul settimanale «Vie Nuove», il 21 giugno 1962, alle pp. 12-13-14. Nella seconda parte, l’articolo si riferisce alla situazione contingente, ma nella prima ci documenta la famigliarità di Mastronardi con il mondo dei ciabattini; famigliarità che, oltre ad essere fonte di ispirazione, gli ha permesso quella conoscenza dell’ambiente, dell’etica del lavoro, e anche quella padronanza del lessico di mestiere che caratterizzano “Il calzolaio di Vigevano”.

 

Il secondo brano è comparso su «Paese Sera» il 28 ottobre 1962. Pur nella forma di articolo che si vuol riferire alle reazioni di Vigevano alla improvvisa notorietà di  Mastronardi, il pezzo presenta la costruzione e la forza parodica dei suoi racconti migliori.

 Il benzolo uccide i calzolai di Vigevano

È MORTO ANCHE IL MIO AMICO PAOLO

 Vigevano, giugno

Una delle vittime della vigevanese morte bianca è un calzolaio d’una sessant’anni, Paolo Sala. Siamo stati vicini di casa per una ventina d’anni. Abitava il piano sopra il mio. Alla mattina alle cinque, cominciava a battere sul treppiede, insieme al fratello. I fratelli Sala avevano sposato due sorelle giuntatrici: Le donne si levavano anche prima di loro, ma si mettevano a lavorare qualche ora dopo. Ogni tre o quattro ore, uno dei due Sala, a turno, scendeva in corte con una cesta di para; la piazzava sul manubrio della bicicletta, e andava al finissaggio a farle rifinire. Ritornava qualche decina di minuti dopo, a riprendere il lavoro.

Un’altra pausa, i Sala la facevano alla sera, in attesa della cena. Si sedevano su di un basello della corte, guardavano i propri bambini giocare, e intanto si parlava di pelle e affari, come se per tutto il giorno non si fossero visti. Riprendevano a lavorare alle otto, ai sibili del segnale orario. Il concerto fra martelli e macchine da giuntare smetteva verso mezzanotte. Lavoravano in una stanza piuttosto piccola; ma che cosa c’era dentro, di roba! Si camminava in un tappeto di ritagli di pelle e cuoio e gomma. Al tavolaccio, la donna di Paolo, tagliava. Alla macchina, la donna del fratello, giuntava. Loro stavano al banchetto, con lo scossale, il treppiede fra le ginocchia, la bocca piena di chiodi, che sputavano sulla suola. Le pareti erano coperte da scaffali di pelle e scarpe, e barattoli e tolle di colla e tenacio. Sulla finestra tenevano una gabbia con due merli.

Dopo la guerra i Sala si costruirono una casa, col giardino davanti, e la fabbrica dietro. Ora ci lavoravano anche i figli, e qualche operaio.

Si poteva vederli alla domenica mattina, sul mezzogiorno, in Piazza. Davanti, il gruppo dei figli; dietro le due sorelle mogli, come direbbe Vittorini; e poi loro; eleganti e impacciati. Paolo Sala ci aveva l’aria mite. L’ho visto con la faccia nervosa un paio di volte. Una volta alla stazione, mentre un impiegato stava verificando i piombini d’un pacco. Un’altra volta alla Posta, mentre con un occhio all’orologio, l’altro sulla carta stava compilando un modulo. – Ci ho una pressia che finisce più – disse. Aveva fretta di tornare al banchetto (a cui era restato fedele nonostante i macchinari); al treppiede; al tenacio, che, subdolamente l’ha ucciso.

Le facce dei vigevanesi in questi giorni sembrano più mafiose di quelle viste in «Salvatore Giuliano». Chi va in qualche cortile viene guardato con sospetto. Qualunque domanda gli si faccia, rispondono abbottonati. I giornali con i titoloni in prima pagina, e pagine di articoli, li fanno soffrire. Alla pubblicità ci tengono, e parecchio. E’ dal tempo di Pio XI che brigano perché la Sua Santità di turno, li riceva in privato. Ma questa pubblicità proprio non ci voleva. Gli Ispettori del lavoro sbucano da tutti i cantoni; camminano lenti. All’improvviso piombano nei cortili, facendo prendere cardiopalmi ai padroncini del quartiere.

Vigevano ci aveva il maggior numero di malati di leucemia. Sono state queste continue morti a insospettire. Si è scoperto che quei malati erano familiari di gente che a casa lavoravano con tenacio e solventi. Le fabbrichette di questi prodotti si sono moltiplicate. Ma di chimici che ci lavorino non ce n’è. Solo in una ditta chimica c’è un perito chimico. Che però, fa l’impiegato. Per dare un’idea della mentalità commerciale di Vigevano, ecco un esempio. Un mio amico, con quattro soldi, e cambiali a milioni, ha piantato una fabbrica di suole di gomma. Ha esposto alla Mostra. Ogni suola costava 140 lire.

Un pomeriggio sente alla radio le quotazioni. Sente che la gomma è salita non so più di quanti punti. Il mio amico si precipita alla Mostra e cambia il prezzo alle suole. Lire 190.

Gli unici che ora parlano ex cattedra, sono i grandi industriali. Sono seccati loro, dalla concorrenza di questi castori, che sfuggono a ogni controllo, e dall’alto delle loro ciminiere, pontificano, con voce e facce da triste circostanza.

Tacere quando si è interrogati, è piuttosto difficile. I vigevanesi stanno zitti finché possono, poi parlano, si contraddicono, e gettano squarci di luce su questa nebbiosa città.

Il sindaco è socialista. È arrivato a Vigevano una decina di anni fa, dall’Emilia, come impiegato di partito. Ha fatto, prima dell’alta carica, il consigliere comunale. Era l’unico che si preparava alle sedute; che recitasse discorsi come fossero lezioni. Due anni fa, nonostante che le elezioni le avessero vinte i comunisti, e il partito socialista avesse perso qualche seggio, l’hanno fatto sindaco. È notevole che una città antiburocratica come Vigevano, ci abbia un burocrate per capo. Un giornalista gli ha domandato se c’è a Vigevano qualche industriale con vedute larghe. Il sindaco ha fatto il nome d’un industriale che conosciamo tutti. Questo industriale, una volta, è entrato nei cessi delle operaie. Ha legato a un bastone i pannolini, e girava per la fabbrica, con quel vessillo. Ha scoperto che le giuntatrici tagliando il cordino che lega il paio di tomaie ci impiegano più tempo che a strapparlo. Le ha costrette a romperlo con le mani. In quella fabbrica seguitano ad assumere gente; ché la lavorazione che c’è, è a un ritmo tale, che sfibra. Nonostante la buona paga, e i conforti igienici, gli operai non ci resistono che pochi mesi.

Non metto in dubbio che sia l’industriale più aperto di Vigevano; però, signor sindaco, mi permetta, che, come industriali, Vigevano non è arrangiata molto bene.

Lucio Mastronardi

   Avevo Vigevano ai miei piedi

 

Tutto mi andava bene: persino i preti di Vigevano mi hanno trattato con riguardo. Il nostro clero è severissimo. Una volta bandirono un concorso per organista in duomo. Ci partecipò anche Perosi. Bocciato. L’Araldo, il loro giornaletto settimanale pubblica sempre una lettera aperta a qualche potente della terra: illustre signor Krusciov; illustre signor Kennedy; caro generale Franco… o a personaggi meno importanti, come attori o attrici che hanno sulla coscienza divorzi e figli: signora Ingrid; signora Liz; signora Brigitte… Da leggersi con attenzione, sta scritto sopra i nomi del destinatario di turno.

Non avrei mai pensato che sulla prima pagina, fra una lettera di consigli-ordini, a De Gaulle, e una suonata al cardinale Larraona, ci figurassi anch’io in mezzo. Non contenti, nell’articolo dedicatomi, hanno fatto un confronto fra i Mombelli e i Malavoglia. Sì, d’accordo, ma Giovanni Verga è una altra cosa. Tante grazie. La seconda terza quarta pagina del nostro osservatore, è un condensato di terribili cronache dell’oltre cortina. Figli comunisti che sventrano madri cattoliche. Donne comuniste che recidono orecchie e altri organi anche più importanti, ai loro uomini, poveri cristiani. Fra le cronache di Budapest, Varsavia, Mosca, Pechino e loro dintorni, ci figurava anche Vigevano con me. La mia figura balzava d’uno splendore accecante, fra tutto quel nero.

L’altro giornale, L’Informatore, anche lui m’ha dedicato un articolo di prima pagina, con fotografia: mentre bacio mia madre, ho commosso Vigevano fino alle lacrime.

Tutte le porte mi sono state aperte; persino quelle dello Sport Club, il ritrovo degli industriali (pare si offendano essere chiamati industrialotti). Un padrone m’ha festeggiato con un indimenticabile parlato a metafora.

E che dire del Cine Club Vigevano? Il presidente, un industriale-regista, ha conversato con me di letteratura. Di Giovanni Mosca, suo scrittore preferito. Mi ha confidato le sue delusioni e soddisfazioni. Il suo film «Il moscone» tratto da un racconto di Mosca, c’era da aspettarselo, non ha vinto il Festival di Montecatini. Però lui ha avuto la soddisfazione di avere insegnato ai registi di professione, la tecnica e l’uso dello zum. Vigevano è fatta di gente che ha niente da imparare e tutto da insegnare. I pochi, fra i quali con tutta umiltà mi ci metto anch’io, che hanno niente da insegnare e tutto da imparare, li hanno confinati nelle scuole a fare gli insegnanti di mestiere.

E com’ero salutato. A Vigevano il saluto ha un rito particolare. La gente cammina a testa bassa, e riconosce il suo prossimo il suo prossimo dalle scarpe. Mica dicono: buongiorno, buonasera, e altre formule convenzionali, macché. Alzano lo sguardo e salutano: «Vitello!»; «Mezzo vitello!»; «Spalla!»; «Scamosciato!». Il saluto è accompagnato da un sorriso aderente al valore delle scarpe. Se uno porta le scarpe scamosciate, o di culatta (che dalla smorfia che fanno, deve essere davvero una pelle volgare) si sente guardato in modo strano: un occhio ti fissa disgustato; l’altro comprensivo. Da Roma ho portato un paio di scarpe di struzzo. Così, prima mi fissavano le scarpe con stupore, poi la faccia con interrogativa meraviglia. «Struzzo!? – salutavano – Struzzo?». Avevo Vigevano ai miei piedi.

Ho conquistato persino le famiglie piccolo-borghesi dei miei scolari. Se prima mi azzardavo a dargli qualche sei, o anche qualche sette, al lavoro dei loro figli, mi piombavano là, a chiedere spiegazioni. E mi guardavano come Ghiani guarda Fenaroli. «Mi spieghi perché gli ha dato questo voto!»; «Nella famiglia mia e di mia moglie non è mai successo!»; «Attraverso il figlio vuol colpire noi!»; «Stia attento a quello che fa!». Poi, per mitigare l’impressione, tiravano fuori qualche pacchetto di esportazioni, e dicevano ai figli: «Facciamolo fumare!».

Fumo passato. Adesso i miei sette, i sei, persino i cinque, sono meritatissimi. Mi guardano come i malati guardano il medico curante. «A Natale il resto!».

Un industriale stava prospettandomi  una ricca offerta di lavoro. Mi voleva affidare la direzione del suo ufficio di pubblicità. Lo stavo ascoltando felice. S’intromise un mio amico, e prese a parlarmi di Cante da Gubbio, giudice di Firenze, che ha condannato Dante per baratteria. «Se Dante entrava nel territorio di Firenze, l’avrebbero arrestato e imprigionato!».

Cominciava a mancarmi il fiato.

«Dante, quello dell’Olio Dante?» domandò l’industriale.

«Dante, quello della Via Dante!» spiegò il mio amico.

Mi hanno ammazzato.

Lucio Mastronardi

Memoria. I deportati della Lomellina.

Anna Botto
Anna Botto

Anche vigevanesi e lomellini sono stati deportati. Le loro caratteristiche riflettono quelle della deportazione italiana: quella politica, che presenta al suo interno vari soggetti (dai vecchi antifascisti ai partigiani combattenti, dai soldati rastrellati sui vari fronti ai renitenti, dai collaboratori del movimento partigiano sino agli esponenti dell’antifascismo esistenziale) e quella razziale, composta da ebrei italiani e stranieri. Scorrendo tra i nomi dei deportati nati, residenti o arrestati in Lomellina, raccolti nel “Dizionario biografico della deportazione pavese” (Unicopli, 2005) risultano coinvolti i seguenti Comuni: Breme, Castel d’Agogna, Ceretto, Cilavegna, Confienza, Frascarolo, Galliavola, Gambarana, Gambolò, Garlasco, Gropello, Langosco, Lomello, Mede, Mortara, Pieve del Cairo, Robbio, Sannazzaro, Sartirana, Scaldasole, Semiana, Tromello, Valeggio, Vigevano, Zinasco. Bisogna inoltre ricordare gli ebrei stranieri internati nei comuni di S. Giorgio, Sannazzaro e di Gravellona (da qui 4 ebrei finirono la loro vita ad Auschwitz).

Come campione di questo folto gruppo, può essere interessante approfondire alcune biografie esemplari, come quella di Ermes Testori, giovane vigevanese, probabilmente sbandato dopo l’8 settembre, che finisce i suoi giorni al campo Zwichau dopo essere stato impiegato come lavoratore forzato in una fabbrica tedesca; o come quella di Giuseppe Loew, milanese sfollato a Lomello, catturato in seguito alla sua attività partigiana e, scoperta la sua origine ebrea, inviato ad Auschwitz; o quella della maestra delle scuole Vidari (allora “Diaz”) Anna Botto, spiata dagli agenti del locale Ufficio Politico investigativo (la polizia fascista) che ci hanno lasciato il commosso epitaffio da lei scritto per la morte di Giovanni Leoni; oppure quella di Ermanno Bartellini, vecchio socialista, ex-deputato, originario di Ferrera, che imprigionato in un sottocampo di Dachau, riesce ad evadere, riuscendo a sopravvivere con tre compagni in un ambiente fisicamente e umanamente ostile per ben sette giorni prima di essere ripreso.

O della famiglia Sacerdote, originaria di Mede: di queste undici persone solo tre, alla fine, si sono salvate. Oppure, infine, la tragica vicenda dell’ebreo tedesco Max Simon, internato nel campo italiano di Ferramonti in provincia di Cosenza, ma in visita alla mamma confinata a Gravellona l’8 settembre ‘41, e quindi bloccato al Nord e poi arrestato e deportato.

Queste vicende sono state ricostruite in base a una molteplicità di documenti, ma soprattutto grazie alle carte raccolte dal Centro Ricerche della Croce Rossa che ha l’archivio più importante del mondo sulla deportazione presso la cittadina tedesca di Arolsen (50 milioni di documenti, su 17 milioni di deportati in 7 mila luoghi di detenzione, per un totale di 25 km )

L’Archivio con la sua massa di informazioni, è stato prezioso per la ricostruzione dell’identità biografica dei deportati. Dalle schede fornite si sono potuti, infatti, ricavare:

  • i dati del deportato così come sono stati registrati dagli uffici del campo, con indicazione della data di nascita e di residenza, la professione;
  • il luogo e l’ufficio di polizia da cui veniva inviato il deportato: per i pavesi provenienti dal Nord Italia soprattutto la SIPO (Sicherheitspolizei) di Verona;
  • la data d’inizio del viaggio e di arrivo nel campo, con il numero di matricola e la categoria di appartenenza (triangolo rosso, nero, altro);
  • le date degli spostamenti in altri campi con eventuali nuove immatricolazioni;
  • l’ora e la causa di morte;
  • il luogo e la data della eventuale sepoltura in cimiteri tedeschi;
  • la data della liberazione, con a volte sommarie notizie su evacuazioni del campo e marce di eliminazione.

Tutto in base a fonti naziste, cioè in base alla documentazione prodotta negli uffici dei lager, mettendo a tacere ogni tentativo negazionista.

 

Spettacoli di Cantosociale per la giornata della MEMORIA

Piero Carcano
Piero Carcano

I  CANTOSOCIALE

27 gennaio ore 10.30  MORTARA ( PV)  auditorim istituto “A.OMODEO”

29 GENNAIO ORE 21.00  BUSSERO (MI0) AUDITORIUM BIBLIOTECA  VIA GODFREDO

30 GENNAIO ORE 21.00  CERANO (NO)  SALA -TEATRO  CRESPI  P.LE DEI LAVORATORI

4 GENNAIO   ORE  21.00    BERNAREGGIO(MI)  TEATRO COMUNALE

6 GENNAIO  ORE  21.00  PREGNANA MILANESE(MI)  AUDITORIUM

GIORNATA DELLA MEMORIA 2010

I C A N T O S O C I A L E
P r e s e n t a n o
DAI CAMPI DEL DOLORE

Storie, Canti, Musiche, Memorie di Deportazione
————————–
” Poiché grazie a Dio abbiamo avuto a Dachau alcune giornate di gelo ,
abbiamo finalmente potuto risolvere il problema degli esperimenti di sopravvivenza di soggetti esposti
all’aria aperta a temperature bassissime. I soggetti immersi in acqua a temperatura da 2° a 10° sono stati poi
lasciati all’aperto a temperature di diversi gradi sotto lo zero….Per più di 260 esperimenti ho registrato 98 casi mortali… in alcuni casi i soggetti, per lo più prigionieri russi o di razza zingara, sono sopravvissuti contro ogni ragionevole previsione”
..dal Rapporto provvisorio concernente gli esperimenti di ipotermia nel campo
di Dachau”
inviata dal resp Dr Rascher ad Himmler 4 Aprile 1943.
———————————

CARCANO Piero

voce recitante, canto, animazione, percussioni, kazoo…

GRISOLIA Vittorio

violino, mandolino, flauti etnici, ocarine, baghèt, armonica a bocca …

ROTA Gianni

chitarra acustica, flauto traverso, voce, percussioni…

BURATTI Davide

contrabbasso, basso elettrico, voce

ANZALDI Cristian

chitarra classica, elettrica, fisarmonica, banjo, percussioni,voce …

pierocarcano3@tiscali.it. tel 3335740348 www.cantosociale.it
————————————————————————–
Collaborazione di Ass Cult. ALAMBRADO -Archivio di Storia Orale “Fiorella
Scaglioli”

IL gruppo dei CANTOSOCIALE in collaborazione con l’associazione culturale
ALAMBRADO e l’ archivio di storia Orale e Popolare “Fiorella Scaglioli” presenta DAI CAMPI DEL
DOLORE un concerto-

testimonianza in memoria e per tener viva la memoria dell’Olocausto e le
vittime dei Lager Lo
spettacolo che è al secondo anno di repliche dopo essere stato rappresentato
in numerosi centri
del
nord Italia è costituito da un percorso narrativo musicale attarverso la
cattura, il viaggio,
la
vita nei campi di concentramento caratterizzato dall’orrore e talvolta dalla
speranza. Il
lavoro
massacrante , la fame , la paura, la morte. Emergono dalle storie dalle
testimonianze che sono
l’
essenza dei monologhi che insieme alle brevi letture di poesie danno l’incipit
a canti e
canzoni
.
Le testimonianze sono frutto di ricerche sul filo della memoria e del
racconto orale in linea
con
il lavoro che accompagna da sempre i Cantosociale. I canti provengono in
gran parte dai lager e
sono spesso frutto di rifacimenti di canzoni d’epoca,popolari e militari, di
melodie che
venivano
cantate addirittura dagli stessi aguzzini delle SS e venivano poi riproposte
dai deportati con
nuovi testi dissacranti. forti da testimonianze, poesie che entrano nei
monologhi e soprattutto
da
canti e canzoni.. Canti divenuti in gran parte simbolo in diverse
nazioni,dell’opposizione all’
occupazione nazista;capaci di aggregare persino accompagnare talvolta atti
di ribellione.
Alcuni
canti sono in forma di preghiera corale, per infondere speranza e forza
morale a dispetto delle
condizioni tragiche in cui si era costretti vivere. Versi di incredibile
forza riescono a
parlare
d’amore a dispetto dell’orrore, come la “Ninnananna del crematorio” scritta da
un deportato
costretto
a portare il cadavere del proprio figlio e della moglie dalla camera a gas
all’inceneritore.
altri addirittura riescono ad ironizzare anche sulle camere a gas. Non
mancheranno musiche
della
tradizione popolare yddish e zingara .In particolare alcuni brani
riguarderanno
specificatamente
il
popolo dei Rom e le altre vittime della follia nazista : disabili, malati di
mente, e
perseguitati
politico sindacali e religiosi.Per questo sono state appositamente
recuperate dall’oblio alcune
canzoni d’autore appositamente riarrangiate ,come del resto gli altri brani
di repertorio. Tra
queste “Se il cielo fosse bianco di carta” di Ivan Della Mea, un omaggio all’autore
recentemente
scomparso tratto dalla lettera del ragazzo galiziano Chaim lanciata oltre il
filo spinato del
lager
di Pustkow e straniera come “Yellow Triangle”del cantautore irlandese
Christy Moore sui diversi
triangoli cuciti sui cappotti che contraddistinguevano le diverse categorie
di deportati e
“Tredici
milioni di uomini ” dei Cantacronache sul pesante fardello che hanno
sopportato e sopportano i
sopravvissuti al genocidio del popolo ebraico.

Musiche e canzoni originali dei Cantosociale infine riporteranno alla giusta
attenzione anche
le
vicende degli I. M. I., gli internati militari italiani catturati e
costretti al lavoro coatto
nei
campi dai nazifascismi, il loro rifiuto ad aderire al nazifascismo dopo l’8
settembre li
obbligherà
a umiliazioni, lavoro duro e soprattutto la fame e per molti oltre 60.000 su
600.000 li porterà
alla morte.

Taglio del 30% del Fondo Ricerca.

 
 
Istituto Nazionale di Tumori - Milano

Istituto Nazionale dei Tumori - Milano

 
 

COMUNICATO STAMPA

  

ISTITUTO TUMORI DI MILANO, TAGLIO DEI FONDI PREOCCUPANTE.

PRC LOMBARDIA A FIANCO DEI LAVORATORI IN STATO DI AGITAZIONE.

  

Dichiarazione di Pippo Torri, commissione Sanità del Prc Lombardia

  

 

Milano, 22 gennaio 2010

 

Rifondazione comunista è a fianco dei lavoratori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che hanno dichiarato lo stato di agitazione di fronte ai gravi pericoli inerenti il futuro di questa importante struttura e del suo personale di ricerca.

 

Il drastico taglio di oltre il 30% del Fondo della Ricerca corrente deciso dal Ministero della salute è oggi insufficiente a coprire i costi del personale di ruolo e rende quindi impossibile coprire il fabbisogno dell’attività di ricerca.

 

Inoltre, a breve termine, prima del trasferimento definitivo all’ospedale Sacco di Vialba,  è previsto lo spostamento dei laboratori di ricerca alla ex Siemens di via Amadeo, con conseguenze pesanti anche sulla qualità della ricerca, che viene separata dall’attività di ricovero.

 

Da parte nostra, ci impegniamo a porre con urgenza il problema della prospettiva dell’Istituto, per salvaguardare e sviluppare questa importante esperienza della sanità lombarda.

 

 

*******************

Ufficio Stampa Prc Lombardia

Cell.: 338.1306932 – Tel.: 02.67482070

www.prclombardia.it

 

40.000 gatti

Liberazione 24 - 01 - 2010
Liberazione 24 – 01 – 2010

40.000 gatti

di Maurizio Pagliassotti

su Liberazione del 24/01/2010

Imponente manifestazione No-Tav in Val di Susa. Moltissimi fra la
popolazione valligiana, centinaia fra sindaci e amministratori. Ferrero, in
corteo con tutto il Prc piemontese: «E’ la migliore risposta a chi si
aspettava quattro gatti». Slogan contro il sindaco di Torino, Sergio
Chiamparino, promotore dell’appuntamento Pro-Tav di oggi al Lingotto.
Nicoletta Dosio (leader del movimento): «Quando i cittadini decidono di
essere protagonisti delle loro vite nessuna scelta pu essere imposta»

L’ultimo chiodo sulla bara della Tav è stato piantato ieri pomeriggio a
Susa. La vicenda ormai è chiusa, chi deve farsene una ragione cerchi di
superare il lutto in fretta. Quarantamila persone hanno marciato per oltre
quattro chilometri dal presidio posizionato lungo la statale 25 fino a Susa.
La questura sostiene che i partecipanti erano ventimila. Con la media del
pollo vengono trentamila, e con trentamila persone incazzate non si apre
Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero: «è la migliore risposta a chi
diceva che sarebbero stati quattro gatti» nemmeno il buco di un tombino. Un
fiume umano che non si vedeva dall’otto dicembre 2005, giorno rimasto famoso
come la riconquista di Venaus. Oggi come allora la vai Susa ha dato prova di
una compattezza, addirittura sorprendente. Giovani, anziani, carrozzine,
muli, cani, 11 portavoce della Val di Susa docenti universitari, trattori,
operai, sindacalisti, sindaci, intellettuali, innamorati-amanti,
innamorati-sposati, cattolici, atei, omosessuali, professori, commercianti,
convinti, dubbiosi che sono diventati convinti… In poche parole un popolo.
Una massa critica che ha sfilato allegramente, tutti dietro lo striscione
recante la scritta: La valle che resiste. NoTav . In prima fila tutto il Prc
piemontese ed il segretario nazionale Paolo Ferrero. Una scelta di coerenza
che incontra il favore dei manifestanti ma ovviamente scatenerà gli
isterismi del partito trasversale del tondino. E’ un problema loro. «Il
messaggio che esce da questo corteo non è di per sé una novità ha detto il
portavoce della Federazione della sinistra Ferrero perché è noto da anni che
questo territorio ha sviluppato nel tempo competenza e compattezza. Da
questo punto di vista non c’è differenza ti- spetto al 2005. I val susini
erano convinti al tempo della totale inutilità dell’opera e ancor pi io sono
ora. Qpesta è la migliore risposta – ha concluso Ferrero – a chi diceva che
saremmo stati quattro gatti». Per tutto il percorso Nicoletta. Dosio, leader
del movimento e cuore del Prc in VaI Su- sa, ha portato lo striscione:
«Opesta è la vera marcia dei quarantamila. La Val Susa non affetta di un
passo e dimostra che quando i cittadini decidono di essere protagonisti
delle loro vi- te nessuna scelta pu essere imposta. Il no alla Tav è sempre
pi forte e radicato e nessuna assemblea di condominio bipartisan riuscirà a
convincere questa valle . Noi oggi ci rivolgiamo con una sola voce a tutto
il paese e diciamo: il Tav non è un problema della Val Susa, bensì è una
peste per tutto il paese, perché ruba risorse ai treni per i pendolari, alla
sanità e alla scuola che crolla a pezzi». Il corteo è partito alle due del
pomeriggio ed al primo colpo d’occhio appariva già imponente. Sia da sud,
Bussoleno, che da nord, Susa città, proveniva gente a piedi che aveva
parcheggiato le auto a quattro-cinque chilometri di distanza dal luogo di
partenza. Nella folla pi le presenze che le assenze. Praticamente al
completo tutta la Comunità Montana e anche il suo presidente Sandro Piano:
«Una manifestazione democratica ben riuscita nella tradizione delle grandi
manifestazioni del mondo No Tav. Se dopo quattro anni si registra la
presenza di tutte queste persone e la necessità di procedere ai sondaggi
schierando le forze dell’ordine vuoI dire che qualche criticità c’è ancora.
Noi stiamo riproponendo un metodo diverso – ha concluso – la presenza
nell’osservatorio di politici, non solo di tecnici perché le scelte da fare
sono anche politiche». Presente anche Giorgio Airaudo, responsabile
provinciale della Fiom: «Queste grandi opere non rispondono alla richiesta
del mondo dei lavoro di investimenti in settori innovativi. E’ una logica
vecchia che non crea sviluppo e spreca risorse. La crisi economica chiede
risposte che il progetto Alta velocità non pu dare perché manifestamente
inutile». Il clima generale è stato sempre allegro ed una forte euforia ha
attraversato il corteo per tutto il tempo della manifestazione, circa
quattro ore. Il serpentone si è allungato per dmeno cinque chilometri e
quando la testa entrava in Susa la coda si trovava ancora al presidio di
partenza. E’ chiaro quindi che dietro lo zoccolo duro, tremila-cinquemila
irriducibili, esiste una massa che mal sopporta i mezzucci messi in pratica
in questi giomi: blitz nottumi, militarizzazione dei cantieri e della valle,
silenzio imposto ai rappresentanti politici e tecnici critici rispetto
l’opera. Assente, purtroppo, Antonio Ferrentino. Ora, l’ex leader Notav,
rischia politicamente perché non ha dimostrato nei fatti di aver portato con
sé i valsusini lungo la linea del dialogo. E’ un leader sì, ma se senza
popolo perché la val Susa, come ha detto Vittorio Agnoletto, «dimostra che
la Tav non si farà mai». Chiusa la partita in val Susa si apre quella
torinese odierna dell’incontro pro opera. Una grande novità che in realtà è
l’ennesima riproposizione mediatica di una schema consolidato, quello del
siamo tutti d’accordo. La prima volta fu nel 1999 e anche allora i
protagonisti favorevoli all’opera erano quelli di oggi. Anzi, al tempo erano
ancora pi forti perché seduti in platea c’erano anche Umberto Agnelli,
Pininfarima. Altri tempi, tempi in cui la Tav era ancora un rischio serio. I
cani da guardia che vogliono a tutti i costi il megatunnel si incontrano
quindi oggi blindatissimi al Lingotto di Torino. Ai questi cani da guardia
del partito degli affari ieri il popolo Notav ha detto a cuccia.

No tav. 40mila.

(clicca sul link per vedere il video): 40mila no tav

L’Est alla porta

2guerr27(Un’anziana signora si prepara ad uscire, si veste a strati, sta per aprire la porta e ritorna a cercare la sciarpa, poi una volta uscita rientra a prendere l’ombrello. Quando esce la seconda volta trova una donna che sta suonando il campanello).

Anziana. Chi cerca?

Giovane. La signora Lombardi.

Anziana. Sono io, perché mi cerca?

Giovane. Mi manda suo figlio, posso entrare?

Anziana. Non vede che sto uscendo? Sono già in ritardo. Torni un’altra volta, anzi non torni più e se vede mio figlio gli dica di venire lui, che non viene mai a trovarmi.

Giovane. Ma se mi ha detto che è stato qui appena ieri…

Anziana. Vuole saperne più di me? Che cos’è l’amante di mio figlio?

Giovane. Cosa dice? Lavoro per lui, come domestica e adesso…

Anziana. Adesso lasciami andare, non vedi che sono vestita per uscire e non ti ho già detto che sono in ritardo?

Giovane. Ma dove va? Guardi che nevica, può essere pericoloso.

Anziana. E a te che cosa te ne frega?

Giovane. Sono venuta per aiutarla.

Anziana. Guarda che io non ho bisogno del tuo aiuto e dell’aiuto di nessuno. E poi te non è che per caso sei straniera?

Giovane. Sì perché è un problema per lei?

Anziana. Io l’avevo capito subito dall’accento, e di dove sei, non sarai mica una mussulmana araba?

Giovane. No sono una cristiana ucraina.

Anziana. Cristiana, ma non sono tutti atei lì da voi?

Giovane. Non tutti, la mia famiglia no e adesso dopo la fine dell’Unione Sovietica c’è stato un ritorno nelle chiese.

Anziana. Qui invece… negli ultimi anni siamo diventati tutti miscredenti. Tra un po’ diventiamo tutti mussulmani, sai che vogliono costruire una moschea qui nel quartiere?

Giovane. Ma non c’è la libertà religiosa in Italia?

Anziana. Scusa ma te sei cristiana o no? Ah ho capito sei ortodossa.

Giovane. Sì perché non va bene? Siamo sempre cristiani.

Anziana. E allora perché non fate niente contro questa ondata di miscredenti?

Giovane. Perché io sono abituata a vivere con atei, e persone di altre religioni. Pensi che nella mia città vivevo nel quartiere ebraico.

Anziana. Perché ci sono ancora gli ebrei in Russia, non sono stati massacrati dai tedeschi e i pochi rimasti non sono andati in Israele?

Giovane. Sì, vedo che lei signora conosce la storia, ma non tutti sono partiti, anzi alcuni sono tornati, non riuscivano a vivere in un paese sempre in guerra.

Anziana. E te perché non torni, cosa ci fai qui in Italia?

Giovane.(avvicinandosi alla porta) Se mi fa entrare glielo spiego.

Anziana. (chiudendo a chiave la porta dall’esterno) No, no lasciami andare, ho già capito che di te non c’è mica troppo da fidarsi.

Giovane. Gliel’ho già detto mi manda suo figlio. Ah, dimenticavo aveva detto di chiamarlo al telefono per… come si dice in italiano… sicurarla.

Anziana. Rassicurarla, si dice, impara a parlare italiano se vuoi fermarti in Italia. Io vi farei a tutti un esame prima di darvi il permesso di… com’è che si dice… il permesso di fermata.

Giovane. Si dice permesso di soggiorno, signora…

Anziana. (riaprendo la porta) Adesso lo chiamo, guarda quanto tempo mi fai perdere!

(entra in casa, chiude la porta a chiave, vicino alla soglia c’è il telefono, compone un numero e chiama il figlio)

Alfio, sei tu? Cos’è questa storia della straniera? Mi mandi gli stranieri in casa, ma sei matto di questi tempi. E poi se mi rubavano…

…(dopo qualche istante)

no non l’ho mandata via, è qui fuori

fuori della porta. Volevi mica che la facevo entrare, una sconosciuta.

no io non ho bisogno di nessuno, me la cavo benissimo da sola.

e allora fammi venire a casa tua, con tutte quelle stanze che hai.

i bambini li metti a dormire assieme.

lo so anch’io che sono già grandi e uno è un maschio e uno una femmina, ma possono stare anche assieme per far posto alla nonna.

di’ la verità è quella perfida di tua moglie che ti ha messo in testa questa cosa.

ah la paghi tu? Ma non va bene lo stesso. Io voglio la mia indipendenza.

ma deve dormire qui da me? Una sconosciuta?

se non vieni te, io non la faccio entrare, altrochè dormire!

(riapre la porta)

Ma sei ancora qui? Torna dopo, quando viene mio figlio, adesso devo uscire.

Giovane. Va bene, lo aspetto qui. Dove deve andare?

Anziana. Ma a fare la spesa no? Oh ho dimenticata la borsa, sai io uso quella di tela non voglio riempire la casa di plastica (riapre la porta e rientra accostando la porta, dopo un attimo esce)

Giovane. Brava! Vuole che l’accompagni, così l’aiuto a portare la borsa.

Anziana. Non è che poi ti fai comperare qualcosa per te. Sei sposata, hai figli?

Giovane. Sì sono sposata e ho due ragazzi grandi come i suoi nipoti, la femmina ha 16 anni e il maschio 14.

Anziana. Così giovane dei figli così vecchi, ma quando ti sei sposata?

Giovane. A 18 anni. Per fortuna, così i miei figli sono già grandi e possono cavarsela da soli.

Anziana. Perché lì hai lasciati di là? E tuo marito è qui o hai divorziato?

Giovane. No non ho divorziato, lui sta con i ragazzi, ma ha un lavoro precario e allora li aiuto io dall’Italia.

Anziana. Anche qui ci sono un mucchio di precari e mica vanno all’estero a rubare il lavoro.

Giovane. Allora vuole una badante italiana, in regola con i contributi e tutto?

Anziana. Ecco che l’hai detta la parolina. Una badante. L’avevo capito, non sono mica scema. Mio figlio mi vuole mettere in casa una badante. Una badante straniera, una badante che ha abbandonato la famiglia.

Giovane. Non ho abbandonato la famiglia, l’aiuto da lontano. Quando mio marito trova un lavoro fisso ritorno. Adesso entriamo, non lo dico per me, ma per lei: vuole aspettare suo figlio qui in piedi al freddo?

Anziana. Io non ho mica problemi, non sono vecchia. L’ho detto anche a mio figlio, non ho bisogno della badante, al massimo qualcuno che mi faccia i mestieri e la spesa.

Giovane. Io sono qui per questo.

Anziana. Guarda che io me la sono sempre cavata da sola. Mi è morto il marito in guerra, io avevo il figlio piccolo e l’ho tirato su da sola, lavorando e tutto.

Giovane. Anche mio nonno è morto in guerra e suo marito dove che è stato ucciso?

Anziana. In Russia, magari me l’avete ammazzato voi.

Giovane. Allora vede che anche voi italiani siete venuti nel mio paese? A portare la guerra! E noi non possiamo venire in Italia in pace?

Anziana. Di che zona della Russia sei?

Giovane. Le ho già detto che sono ucraina non russa, vengo da Kharkov.

Anziana. Carcov?! È proprio vero che il mondo è piccolo: ci è stato anche mio marito, è proprio da lì che mi ha scritto l’ultima lettera. Aspetta la vado a prendere e te la leggo. (entra in casa lasciando però la porta aperta, la giovane sbircia in casa e poi in fretta ritorna sul pianerottolo quando vede la anziana ritornare)

Eccola, la tengo sempre a portata di mano, ogni tanto la rileggo e mi viene da piangere. Ora te la leggo e vedrai che ti commuovi anche te:

“8-12-42. Carissima Nives, rispondo alla tua del 21-11. Sono felice che il nostro Alfio cresca forte e in salute. Penso sempre a te che devi arrangiarti da sola col bambino piccolo. Ti chiedo ancora una volta di andare ad abitare da mia mamma, che sarebbe ben contenta. Ma so che tu sei risoluta…”

Giovane. Che cosa vuol dire questa parola, non la capisco.

Anziana. Un po’ tosta, come dicono i miei nipoti. Io volevo essere indipendente, come sempre nella vita. Ma anche te mi sembra che sei un po’… tosta. Vado avanti?

(la straniera fa cenno di sì)

“… risoluta e vorrai arrangiarti da sola. Quanto vorrei che questa guerra finisse domani! Mi chiedi come passo le giornate e dove sono alloggiato. Per ora non mi posso lamentare sono nelle retrovie e nella città di Carcov. Una bella città, almeno fino alla guerra, ora è quasi tutta distrutta. La gente è scomparsa, e se c’è non esce dalle case, si vedono solo poche russe andare a un povero mercato tra le macerie. Ieri ci sono andato anch’io, da mangiare ce ne abbiamo – non mandare più pacchi – ma per il freddo non bastano mai i vestiti. Qui si trovano pelli di pecora e di capra ancora da conciare. Roba fine no. Al mercato ho comperato una piccola pelle nera di agnello e la tengo addosso come pettorina. Pensa che la donna anziana da cui l’ho presa si è accontentata di un po’ di roba da mangiare e continuava a ringraziarmi, con tutto che combattiamo magari contro suo marito e i suoi figli.  Che miseria!! Domani torno al mercato e se c’è ancora compero qualche cosetta da mandarti a casa. Il freddo, la neve e il ghiaccio di qui non te li immagini neanche. Ma non mandare più il grasso anticongelante, l’abbiamo e tutti l’adoperano. Siamo qui: ma la finiremo presto. Se passa l’inverno se ne accorgerà Stalin che legnate…”

Scusi, neh!

Giovane. Di che cosa?

Anziana. Per il vostro Stalin.

Giovane. No, anzi, ma anche voi in Italia non è che eravate più liberi.

Anziana. Noi non ci lamentavamo, se non c’era la guerra… Adesso ti leggo il finale della lettera, sentirai che bella: “Io sto bene, ho da mangiare, da bere, da stare al caldo. Mentre ti scrivo sai che faccio? Sgranocchio semi di girasole arrostiti: è un vizio preso qui, ma non ne ho altri. Non mi manca niente, e per ora non mi fanno combattere. No mi mancate voi due e tanto, troppo. Nives parla ad Alfio del suo papà, adesso dovrebbe incominciare a capire. Quasi non l’ho conosciuto, è già più lunga la sua vita senza di me che quella che ha fatto con me. E con te, amore mio, quanto abbiamo potuto godere del nostro matrimonio? Ma non facciamoci prendere dalla tristezza, questi brutti giorni saranno presto solo un ricordo. Bacioni grossi grossi il tuo, il vostro Claudio”.

Mi viene ancora da piangere quando la leggo, bella no?

Giovane. Sì, molto bella e commovente, e poi non ne ha mandate più?

Anziana. No, è stata proprio l’ultima, poi non ho saputo più niente per un pezzo. Dopo la guerra è venuto uno della sua compagnia a trovarmi e mi ha raccontato che è morto il primo giorno che l’hanno mandato in trincea. Così, poverino, almeno non ha sofferto, sai che tragedia nella ritirata!

Giovane. Anche nella avanzata!

Anziana. E quel suo amico lì mi ha portato anche una foto che avevano fatto assieme proprio a Carcov, entra, entra che te la faccio vedere.

(la giovane entra, l’anziana le mostra una foto)

Magari conosci il posto.

Giovane. Sì, qui sono davanti alla sinagoga, e qui è dove abito io, vede quelle macerie? Hanno costruito un condominio, i miei stanno ancora lì.

Anziana. Siediti, raccontami un po’ di Carcov…

Mortara, l’acqua e le regole Europee

portale_r4_c1In relazione alla bocciatura da parte del consiglio comunale di Mortara della mozione sull’acqua presentata dai consiglieri Forti e Guzzi teniamo a precisare quanto segue.
Ci risulta che la mozione presentata è il testo redatto dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua che si ispira alle linee guida dettate del Forum Mondiale dell’Acqua, non è, come qualche consigliere comunale ha detto, un testo di mera propaganda. La stessa mozione è stata presentata e approvata in moltissimi comuni italiani.
Ci teniamo anche a sottolineare che a Mortara è stata sottoscritta da molti concittadini che durante la raccolta firme da noi promossa hanno espresso in questo modo quanto il problema dell’acqua sia sentito, ritenendolo un bene pubblico inalienabile da tutelare per le future generazioni.
Ci fa piacere che il consiglio comunale di Mortara ritenga l’acqua un bene comune, ma ci rincresce che si rimandi “sine die” una decisione importante per approvare in futuro una non ben definita mozione che verrà presentata da alcuni consiglieri di maggioranza.
Riguardo all’affermazione riportata dalla stampa in cui si dichiara che è l’Europa che impone la privatizzazione, è meglio sgombrare il campo da illazioni prive di fondamento.
La risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo 2006 dichiara “l’acqua bene comune dell’umanità” e insiste affinché “la gestione delle risorse idriche si basi su un’impostazione partecipativa e integrata che coinvolga gli utenti ed i responsabili decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua a livello locale e in modo democratico”.
Ricordiamo anche che la risoluzione del Parlamento europeo dell’11 marzo 2004 sulla strategia per il mercato interno – priorità 2003-2006 – al paragrafo 5 afferma: “Essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”.
Ciononostante, in Italia, si sta cercando di procedere all’assoggettamento dell’acqua alle regole del mercato, facendo rientrare il servizio idrico nel novero dei servizi pubblici locali per i quali si debba procedere alla privatizzazione.

Comitato per un futuro sostenibile in Lomellina
 

 

 

 

 

 

Il ricordo. Giuseppino Castoldi, impegno e umanità

Giuseppino Castoldi

Giuseppino Castoldi

Sono trascorsi quindici anni dalla tragica scomparsa di Giuseppino Castoldi, avvenuta il 19 gennaio 1995, ed ancora una volta vogliamo ricordare con commozione il suo costante impegno a fianco dei lavoratori all’interno della Cgil, e la sua militanza politica prima nel Pdup, poi nel Pci e infine in Rifondazione Comunista. Un impegno ed una militanza davvero genuini, che rappresentano – oggi come ieri – un significativo esempio per quanti vogliono costruire una società libera dalle ingiustizie e dallo sfruttamento.
Così come ricordiamo con grande affetto tutto ciò che Giuseppino ha lasciato in termini di umanità e di amicizia e per questo il suo ricordo resterà sempre vivo in chi lo ha conosciuto ed apprezzato per il rigore morale e politico che ha caratterizzato tutta la sua esistenza.
Le compagne e i compagni del Circolo del Partito della Rifondazione Comunista “Lucio Libertini” di Vigevano

“Quelle aree modificate. Indaghi la Procura”

Inquinamento atmosferico

Inquinamento atmosferico

Esposto del Comitato VIGEVANO SOSTENIBILE alla Procura

(tratto dall’Informatore – giovedì 21 gennaio 2010)

VIGEVANO – Indaghi la Procura della Repubblica. Faccia luce, il magistrato, rispetto a quelle «numerose aree agricole che, inopinatamente, sono divenute edificabili senza che nessuno assumesse la paternità di tali iniziative». Vigevano Sostenibile, l’associazione nata quasi due anni fa per combattere la realizzazione della centrale a biomasse della frazione Morsella, ha presentato lunedì mattina un esposto alla Procura di Vigevano «al fine di valutare la sussistenza o meno di elementi di reato e, in caso affermativo, identificare i responsabili e procedere nei loro confronti».
Dopo l’indagine avviata dalla Guardia di Finanza, toccherà ora al magistrato occuparsi del piano di governo del territorio licenziato nell’ottobre scorso dal consiglio comunale di Vigevano tra le polemiche delle forze di opposizione.
E proprio gli interventi degli esponenti di minoranza, unitamente al nutrito dossier stampa che ha riportato quelle settimane burrascose a Palazzo e le code di veleni dopo l’adozione del documento urbanistico, sono stati consegnati dal presidente di Vigevano Sostenibile, Plinio Chiesa, lunedì mattina a Palazzo di Giustizia. Unitamente all’osservazione al piano presentata dall’associazione relativa alla realizzazione della centrale alla Morsella.
E proprio da questa osservazione parte l’analisi di Chiesa, poche ore dopo la presentazione dell’esposto sul Pgt in Procura. «Un’osservazione – sostiene – che forse non ha avuto il risalto che meritava a causa dell’accesissimo dibattito rispetto ai problemi del Pgt. Non c’è solo la centrale, ma anche una scelta, incomprensibile, da parte del Comune che individua alla Morsella mezzo milione di metri quadri di sviluppo industriale. E non su terreni di proprietà dell’ente, che sono solo una piccola parte, ma su aree private che in questo modo vedono quintuplicare il loro valore sul mercato. E poi dove si decide di collocare le imprese? In una zona di notevole pregio ambientale, vicino ad un sito di interesse comunitario e soprattutto in una zona priva di ogni tipo di servizi. Una scelta che non ci convince».
Così come non convincono le altre scelte che sono state al centro di un dibattito al veleno nei mesi scorsi, chiuso con la “estromissione” dell’assessore dalla gestione del Pgt. «Ci sono i verbali del consiglio comunale, le notizie riportate dagli organi di stampa locale. Evidentemente – continua Chiesa – c’è qualcosa che non quadra, ed occorre fare luce. Indagare per accertare quanto avvenuto. Zone che hanno cambiato destinazione e non si sa chi ha deciso e per quale motivo, se si tratta di errori oppure no. Riteniamo doveroso che la Procura della Repubblica attui un approfondimento rispetto a quanto avvenuto».
m.p.

Aiutateci pure ma sia chiaro: noi non siamo i vostri schiavi.

http://www.youtube.com/watch?v=uxrkoXQqrDY

Dalla rivista “Haiti libertè”

Barthony Dupont

Ora è importante organizzarci, impegnarci con determinazione in un’impresa storica, un’impresa che parta dalla tragedia quotidiana per cambiare l’avvenire del nostro paese. Quello di Haiti non è un “popolo oggetto”, incapace di pensare, di unirsi, di orientare il proprio destino.

La prospettiva del cambiamento non è stata mai come oggi all’ordine del giorno. Noi, che attraverso le nostre azioni abbiamo dimostrato che non vogliamo più essere gli schiavi dei nuovi colonizzatori, dobbiamo riunirci attorno alle forze progressiste e rivoluzionarie del Paese, anche se si tratta di movimenti ancora embrionali.

Haiti può vantare 206 anni di indipendenza, eppure la sua popolazione continua ancora a patire le conseguenze del colonialismo e della schiavitù.

A subire il dominio brutale e insidioso delle potenze imperiali. Va da sè che la presenza della MINUSTAH (la missione Onu incaricata di sorvegliare la stabilità politica di Haiti) serve esplicitamente a rassicurare le forze capitaliste, in particolare gli Stati Uniti, bastione principale delle nazioni neocoloniali. Lo stesso presidente Prèval si è impegnato in lungo ed in largo in questa intensa attivtà di propaganda alienante. In tal senso le manifestazioni del 28 luglio 2009 contro l’occupazione del Paese, quella del primo gennaio 2010 e l’assemblea popolare del 10 gennaio indetta dall’organizzazione Plonbavil, una coalizione di diverse associazioni politiche di lavoratori vittime dei piani economici neoliberisti, rappresentano la prova che il popolo haitiano è ancora vivo e non è un popolo di sudditi.

L’orrore della distruzione sismica è certo insopportabile e ripugnante. I cittadini, che negli ultimi sei anni hanno tanto sofferto dell’incoscienza e dell’avidità dei propri dirigenti, non meritava un simile cataclisma. Poichè fino a oggi è stato impossibile costruire un fronte sociale e politico che si opponesse all’ingiustizia, ora siamo costretti a ricostruire fisicamente, con le nostre mani, gran parte delle infrastrutture di Haiti.

Ci vorrà molto coraggio e una volontà di ferro per superare questa crudele avversità. Intanto molte nazioni straniere che per anni hanno sfruttato le nostre ricchezze, ora vengono ipocritamente in nostro soccorso. Naturalmente gli haitiani non rifiutano affatto queste offerte di aiuto, ma vorremmo che fossero delle azioni fraterne e disinteressate.

Ci auguriamo che non forniscano l’ennesima occasione per tenerci sotto ricatto e sotto il loro dominio, poichè non abbiamo altro che le nostre mani nude e la nostra dignità per rimettere in piedi un Paese completamente devastato.

Noi speriamo che la comunità internazionale, anche quando vuole aiutarci in buona fede, sia consapevole che solo il popolo di Haiti potrà far uscire la nazione del disastro morale ed economico in cui l’hanno condotta negli anni i suoi falsi amici.

Haiti Libertè

(articolo tratto da Liberazione del 19 gennaio 2010)

Licenziato da Poste Italiane, reintegrato dal tribunale.

Poste Italiane

Poste Italiane

 
 
 
 

Patrizia Granchelli*
Dalle pagine di Liberazione , ad ottobre, denunciammo il licenziamento politico da parte di Poste Italiane di Maurizio Stabile e tramite il nostro giornale oggi vogliamo far sapere che Maurizio ha vinto. Il tribunale di Milano, pur nella fase d’urgenza, ha comunque già dichiarato illegittimo il provvedimento.
Dal giorno del licenziamento il postino di Como, che con le sue denunzie tanto «danno all’immagine» aveva procurato alla più grande azienda pubblica italiana, ha messo a disposizione della lotta per la riqualificazione del servizio pubblico universale e per la sicurezza sul posto di lavoro, il suo corpo e la sua storia. Nelle tante assemblee, fatte un po’ ovunque, ha raccontato le condizioni di vita e di lavoro degli operatori postali. Ha parlato degli infiniti accordi tra azienda e sindacato che hanno portato pian piano alla riduzione delle zone di recapito, al conseguente taglio di posti di lavoro, agli aumenti dei carichi e dei ritmi, ai disservizi causati da una politica aziendale che punta al maggior profitto col minor costo e che sempre più si allontana dalla sua missione storica: consentire al cittadino il diritto alla comunicazione, attraverso il servizio pubblico universale, che abbia i requisiti di accessibilità, fruibilità ed efficienza. Ha fatto conoscere cosa significa guidare uno scooter, reso pesante all’inverosimile, quando a terra c’è la neve e cosa significa guidare lo stesso mezzo quando non hai le caratteristiche “antropometriche” che un atto simile richiederebbe (cioè quando hai le gambe troppo corte o sei troppo grasso). Maurizio nelle tante assemblee non ha parlato di sé, ma di Roberto, Simonetta, Marina, Angelo e altri undici colleghi che sono morti mentre guidavano proprio quei mezzi, per distribuire la corrispondenza. Ha reso noto ciò che i più ignorano: di Posta si muore ed è una morte che non fa rumore; perché si muore per strada e quindi l’infortunio è archiviato come incidente stradale. Ma se il carico col quale si viaggia è eccessivo, i tempi di consegna sempre più ridotti, i motomezzi non godono di ottima manutenzione e se la strada è il tuo posto di lavoro… come si fa a parlare di incidente e non di omicidio bianco? Il dramma è che i “massimi dirigenti” di Poste Italiane tutto questo lo sanno e la tragedia è che quasi tutti i sindacati tacciono: il silenzio complice dei Ponzio Pilato. Tutto questo Maurizio lo ha gridato prima del licenziamento, durante il licenziamento e continuerà a gridarlo ora che ha vinto.
Maurizio Stabile ha vinto: tutti noi abbiamo vinto. Questa vittoria è una promessa di lotta.
Il prossimo appuntamento è il 10 Marzo a Como per ricordare Roberto Scavo, giovane collega precario, morto a soli 19 anni mentre distribuiva la corrispondenza.
*comitato politico nazionale, coordinamento nazionale Poste

19/01/2010 Liberazione