
disegno casati
La storia della Sicherheits
La Sicherheits Abteilung (S.A.) era un reparto speciale di polizia, che passò alle dipendenze della 162a divisione germanica (quella composta da disertori sovietici noti come “mongoli”) comandata dal generale Ralph von Heygendorff. Nonostante il suo nome era costituita da italiani e agiva abbastanza autonomamente. Affiancava le truppe tedesche nei rastrellamenti e si rese responsabile di numerosissime azioni di rappresaglia, spionaggio, arresto.
Si era costituita a Voghera, alla fine del ’43; le sue file si erano ingrossate col passare dei mesi, passando dai 40 effettivi alla fine del ’44 ai circa 250 dell’aprile ’45. Agli inizi di giugno del ’44 si era trasferita da Voghera a Varzi, in Val Staffora, a più diretto contatto con i territori in cui erano insediati i partigiani, e il comando è stato assunto a fine mese, dopo la morte del fondatore il colonnello Alberto Alfieri, da Felice Fiorentini, ex ufficiale dell’aeronautica. Lasciata Varzi ancora prima del periodo della “repubblica partigiana”, si era stanziata a Broni, al limite tra la pianura e la zona collinare, nell’albergo Savoia dove, nei solai e nei sotterranei, aveva costituito una sua prigione, attraverso la quale passarono decine di partigiani, renitenti e antifascisti.
Eccone un sintetica descrizione da parte dell’ex-prigioniero Ambrogio Casati, un professore di disegno: “Questi miseri prigionieri di Villa Savoia a Broni tra il Novembre 1944 ed il mese di Aprile 1945 toccarono il numero di: 82 uomini e 40 donne con oscillazioni quotidiane, con repentine liquidazioni, ed apparizione di nuove tristi comitive con il loro destino e la loro speranza”.
Una delle sezioni distaccate della S.A. posta nel castello di Cigognola divenne tristemente famosa. Nel paese avviene uno dei più vasti eccidi della nostra provincia: il 19 dicembre del ‘44 furono uccisi in piazza sette partigiani catturati qualche giorno prima, a cui si aggiunsero un mendicante e il giorno dopo un altro partigiano; i cadaveri restarono esposti per due giorni.
L’efferatezza di questo come di altri episodi offrì il pretesto alle autorità provinciali della Repubblica di Salò per tentare di porre un freno a questa banda autonoma, o meglio per ricondurre la violenza al monopolio dello Stato. Il sottosegretario agli Interni Giorgio Pini, in visita a Pavia, scrisse a Mussolini che le autorità fasciste locali sono “unanimi nel deplorare l’esistenza e i metodi adottati dal reparto [che] agisce con lo stile di un banditismo e di un ribellismo alla rovescia senza riguardi a leggi e procedure”, per di più “provocando la defezione di elementi della Brigata Nera e Guardia Nazionale Repubblicana con l’allettamento di migliori paghe”. Ma questa presa di posizione, pur autorevole, non ebbe esito anche per la contromossa del comandante Fiorentini che si concretizzò in una lettera in suo appoggio inviata da diversi iscritti al Partito Fascista Repubblicano al generale comandante della 162a Turkestan.
Colpisce in questa polizia, e anche tra i più feroci torturatori, la presenza di un numero considerevole di giovani, molti dei quali esenti da obblighi di leva. Dai dati raccolti durante i processi del dopoguerra si riesce a ricostruire un quadro, seppur incompleto della banda: i nativi nell’Oltrepò sarebbero stati pari al 60%, l’età media complessiva risulterebbe di circa 23 anni e il 1928 l’anno di nascita più rappresentato con venti effettivi.
Conflitto generazionale e spirito di indipendenza dalla famiglia sembravano unirsi all’urgenza di una vita avventurosa ed “eroica”, ma anche al bisogno di figure autoritarie e più banalmente di paghe e generi di conforto quasi impossibili da trovare in quei mesi. Infatti ai processi della Corte d’Assise Straordinaria di Voghera celebrati nell’estate del ‘45 più di un ragazzo dichiarò di essersi arruolato o di essere passato da altri corpi alla S.A. per motivi venali. Almo Albini, nato a Voghera nel 1930, dichiarò di essere entrato nella S.A. “spinto dal fratello Luigi diciassettenne, …che riscuoteva la paga di 125 lire al giorno oltre il vitto e l’alloggio”; Valentino Tortini, nato a Pavia nel 1930, affermò: “Lasciai le Fiamme Bianche nel gennaio ’45 per arruolarmi a Broni, facendo servizi di pattugliamento notturno per mille e più lire ogni decade”; Giancarlo Mazza, nato a Voghera nel 1930: “Nelle FF. BB. percepivo dieci lire al giorno; passai alla S.A. avendo avuto notizia dai miei compagni, che ne facevano già parte, che mi sarebbe stato pagato oltre mille lire alla decade e avrei avuto anche le sigarette.”
Quello che colpisce è l’accondiscendenza dei tedeschi, che non sembravano temere la reazione della popolazione al terrorismo di queste bande. Il generale Heygendorff non permise il trasferimento di Fiorentini, neppure di fronte a un ennesimo tentativo dell’ultimo capo della polizia salodina il pavese Renzo Montagna. D’altra parte non sono documentati casi di giustizia interna alle forze fasciste e questa sorta di impunità più o meno dichiarata è da mettere in conto nella valutazione anche degli episodi più gratuiti di violenza.
Come scrive Claudio Pavone, citando Primo Levi: “Il modo migliore di legare i collaborazionisti stava nel «caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più possibile»”.
Si può concludere che tale reparto di polizia fascista preferiva fucilare che consegnare ai tedeschi e procedeva a così numerose ed efferate esecuzioni per accreditarsi e legittimare il loro potere.
Uccidevano subito i partigiani, perché li ritenevano di competenza loro, avendo ingaggiato una guerra privata, a volte con gli stessi compaesani. Quando erano respinti si scatenavano provocando morti, incendi, distruzioni. Infliggevano punizioni collettive e indiscriminate alle popolazioni che sospettavano di aiutare le formazioni nelle “zone franche”.
Schematizzando si potrebbe affermare che in certe situazioni i nazisti deportavano, i fascisti uccidevano.
Per cui in ambito locale, ma non solo, è fortemente forviante e sostanzialmente revisionista la tesi che vuole attribuire tutte le responsabilità ai soli tedeschi e relegare il ruolo dei fascisti in quello di subalterni o addirittura di moderatori del “furor teutonicus”.