Archivio for maggio, 2010

La lettera: “vergogna scondizolini..” Il rispetto per i telespettatori!!

La lettera: “vergogna scondizolini..” Il rispetto per i telespettatori!!

(articolo tratto da Repubblica)

ROMA – “Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto”. E’ questo uno dei punti centrali della lettera con cui Maria Luisa Busi ha annunciato l’intenzione di abbandonare la conduzione del Tg1 1. La missiva, tre cartelle e mezzo affisse nella bacheca della redazione del telegiornale, è indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell’azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi. Ecco il testo integrale.

“Caro direttore  ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me  una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori”.

“Come ha detto  il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘La più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.

“Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E’ stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del Tg1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti  perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo.
E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale”.

“L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale”.

“Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto.  Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E’ lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori”.

“I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E’ quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica”.

Nella lettera a Minzolini Busi tiene a fare un’ultima annotazione “più personale”: “Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1)respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2)Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera  dopo l’intervista rilasciata a Repubblica 2, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali’ e via di questo passo.  Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno”.

E conclude: “Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità.
Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”.

(21 maggio 2010)

Io voglio essere intercettato!

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Io voglio essere intercettato.
Voglio essere intercettato perchè non ho nulla da nascondere.
Lo voglio perchè se lo fossi annoierei a morte i miei intercettatori, perchè non ho mai e non infrango le regole dei nostri codici nè della costituzione.
Lo voglio perchè sono un “coglione” di sinistra che crede nell’onestà e nella solidarietà.
Lo voglio perchè le intercettazioni smascherano le mafie e le malefatte dei potenti.
Voglio essere intercettato perchè non mi vergogno di ciò che sono e che dico anche in privato.
Perchè, nonostante tutto, credo di vivere ancora in una democrazia con una Costituzione che garantisca
l’uguaglianza e le libertà individuali.
Per questi motivi: io voglio essere intercettato:

“Ora se ne vadano compreso De Gennaro”

“Ora se ne vadano compreso De Gennaro”
«Ora se ne vadano
Compreso De Gennaro»

Checchino Antonini
Genova – nostro inviato
E’ stato attaccato al telefono e al computer per tutta la sera di martedì e poi fino a notte. Era in viaggio per Pisa, motivi di lavoro non rinviabili. Così, Vittorio Agnoletto ha vissuto da lontano l’attesa della sentenza Diaz. Nove anni fa era il portavoce del Genoa social forum. Si precipitò ai cancelli del dormitorio assalito da centinaia di poliziotti travisati ma, come accadde a legali e parlamentari, fu stoppato da chi ripeteva che fosse una «normale perquisizione» e che quel rosso che impiastrava volti e vestiti fosse pomodoro e sangue rappreso degli scontri di piazza.
Ora racconta a Liberazione di come sia restato tutta la sera in contatto con i genovesi. Fino alla comunicazione commossa: «Tutti colpevoli, tutti condannati!». Poi subito su facebook. «Non c’è solo la razionalità, c’è anche l’emotività», confessa. Il primo messaggio è stato questo: «”Finalmente un po’ di giustizia! Adesso chiediamo le dimissioni di De Gennaro e di tutti i condannati”. E’ stato un messaggio positivo».

Che cosa c’entra De Gennaro con la sentenza di ieri?
La sentenza ha tanti aspetti importanti, uno di questi è che non condanna solo i superiori diretti degli esecutori materiali (Canterini e i suoi capisquadra) ma riconosce le responsabilità di tutti i vertici. Si dice, insomma, che non si trattò di uno scatenamento di violenza improvvisa e per poco tempo al di là del portone della Diaz. Si dice che fu un’azione programmata, premeditata. E De Gennaro, allora capo della polizia, ha sempre dichiarato che colpire i suoi dirigenti che erano sul posto sarebbe stato come colpire lui. D’altronde sarebbe impensabile che Gratteri, Luperi, Caldarozzi avessero agito di loro iniziativa, in una situazione del genere, senza informare il capo. Ora, la magistratura s’è fermata al penultimo piano della catena di comando ma in tribunale è stato annunciato già il ricorso contro l’assoluzione di De Gennaro stesso per la presunta istigazione alla falsa testimonianza di Colucci, il questore di quei giorni.

Rimuovere i condannati e dimissionare De Gennaro: ha senso chiederlo in questo contesto politico?
Questa è una richiesta dovuta perché chi operò alla Diaz è arrivato da allora in posizioni chiave per la sicurezza di tutti gli italiani. A partire da De Gennaro che, grazie al governo Prodi, è capo di tutti i servizi segreti. Non è un caso che, poche ore dopo la sentenza, Mantovano e i vertici del Pdl dichiarino che non si sognano di rimuovere chicchessia. Fini e Mantovano, che è stato sottosegretario agli Interni, hanno sempre accusato il movimento per le violenze di Genova e sono i mandanti politici di quella repressione. Oggi c’è un governo fotocopia. Chissà cosa avrebbe dichiarato Scajola, in quei giorni al Viminale, se non fosse alle prese coi suoi guai giudiziari?!

Ma una richiesta del genere non può rimanere patrimonio di chi era a Genova.
E’ vero, serve una campagna ampia, democratica, che chieda che queste persone vengano allontanate a tutela della collettività, non deve essere una partita a scacchi tra il movimento e loro, ma una mobilitazione vasta a garanzia dei diritti collettivi. Sul terreno istituzionale torniamo a chiedere l’istituzione del reato di tortura e del codice di riconoscibilità per chi operi travisato in servizio di ordine pubblico.

Sembra che ci sia una sorta di emergenza sicurezza al contrario. Questo tipo di polizia sarebbe la causa dell’insicurezza.
Tutti noi ci sentiamo più insicuri perché ai vertici ci sono persone responsabili di fatti gravissimi.

C’entra qualcosa con l’escalation di denunce di abusi di polizia anche fuori dai contesti immediatamente più politici?
E’ evidente che il clima è cambiato dopo il clamore dei casi Aldrovandi, Cucchi, Gugliotta. La stampa sembra più libera di parlarne, l’opinione pubblica è più disincantata. Probabilmente questo ha aumentato l’aria da respirare per i magistrati genovesi. Stavolta hanno potuto agire nell’autonomia senza la cappa micidiale che c’era ai tempi della prima sentenza. Purtroppo tutto ciò lo dobbiamo a quei ragazzi morti o pestati e al coraggio delle loro famiglie.

Anche stavolta, però, resta fuori il Gsf dall’elenco delle parti lese cui viene riconosciuto un risarcimento.
Aspettiamo la lettura delle motivazioni per capire meglio. Forse è successo per prestare meno il fianco alle polemiche ma forse è un errore perché il Gsf ha rappresentato il momento più alto di unificazione e democrazia interna dal dopoguerra. Quel percorso è stato brutalmente interrotto proprio dalla repressione: abbiamo dovuto investire risorse e cambiare le nostre priorità per rispondere alla repressione e affrontare i processi, e a finire in secondo piano sono state tutte le altre tematiche antiliberiste. Il Gsf ha pagato quelle violenze non solo materialmente – i computer e altri materiali distrutti e le persone picchiate – ma c’è stato un prezzo fortissimo in termini di identità: a un certo punto siamo diventati quasi autoreferenziali.

Vuoi dire che da quelle giornate violente è iniziato il declino del movimento no global?
In realtà allora c’è stata una reazione immediata, siamo riusciti a produrre il social forum a Firenze, ma certo la scala delle priorità e l’uso delle risorse – e dunque anche il nostro percorso – ne hanno risentito fortemente. Ampi settori furono molto spaventati dalla repressione e non ci hanno seguito su quella strada, penso a tutta l’area di Lilliput. Dunque la risposta alla domanda è: sì. Pensa se fossimo arrivati ad affrontare questa crisi globale con un movimento che sapeva parlare ai ceti popolari, che fosse una forma di educazione di massa. Invece ci siamo dovuti occupare della difesa di noialtri. La sentenza di ieri rafforzerà il percorso per affrontare il decennale del 2011 in modo non rituale, la prima riunione ci sarà sabato prossimo e partiremo da due elementi: avevamo ragione, ora ci riprendiamo le nostre ragioni.

Purtroppo sembra, stando alle reazioni sulle agenzie, che il dibattito politico stia prendendo un’altra piega.
Il centrosinistra sta zitto o balbetta e la destra è aggressiva, molto, con la magistratura. In fondo la destra rivendica come suo quello che è accaduto ed emerge un’idea inquietante di impunità di stato per qualcuno, che sia la polizia o il premier.

20/05/2010 Liberazione

La sicurezza. Per il futuro, nulla di buono…

d_cordone(lettera tratta dall’Informatore del 20 maggio 2010)

Egregio direttore,

da quando la lega ha vinto le elezioni ci sono novità in città. L’assessore Ceffa ha pensato bene di utilizzare la polizia locale per fare una retata di clandestini al parco Parri: tutte le persone a cui sono stati controllati i documenti sono risultati in regola! Ora leggo che il sindaco Sala ha disposto il passaggio dello sportello immigrazione dal controllo del settore servizi sociali a quello della polizia locale. Ma i poliziotti locali non sono i vigili urbani di una volta? Le parole sono il segno dei tempi.  Davanti alle scuole per attraversare la strada ci sono volontari in pettorina fosforescente, le multe le danno gli ausiliari del traffico, i poliziotti locali hanno compiti proprio da poliziotti (ma la formazione no), forse i poliziotti “statali”, quei fannulloni brunettiani, cominciano a  preoccuparsi del loro posto di lavoro. Ai poliziotti locali si chiederanno ancora le informazioni sulle strade o si chiederanno indicazioni su come integrarsi e diventare un vero cittadino vigevanese….A quando le ronde o i militari per strade? Ah già, sono rimasto indietro… Il clima non potrebbe essere dei peggio. Facendo alcune commissioni butto l’occhio in una vetrina e vedo oltre ad un luccicante tirapugni di metallo una nutrita serie di manganelli con sopra scritto frasi del tipo “me ne frego” e una silhouette del duce (conoscere i desideri dei clienti è l’anima del commercio). Ma questi manganelli verranno appesi nell’anticamera di casa come fossero oggetti d’arredamento, saranno appoggiati con nonchalance sopra al tavolino appena spolverato dalla badante extracomunitaria o saranno lasciati in macchina perchè non si sa mai…metti che sono stressato e devo sfogarmi?

Certo è che il novello sindaco durante la celebrazione del 25 aprile è riuscito a non citare la resistenza e neanche l’antifascismo della nostra costituzione….potenza del dio Po. Se la sicurezza del cittadino comporta il fatto di vivere in una città dove chiunque può possedere “oggetti” atti ad offendere fisicamente e non (la memoria?) o la “militarizzazione” dei servizi pubblici/sociali, tutto ciò non mi fa presagire niente di buono per il futuro. Su tutto questo le forze politiche di Vigevano, apparentate o no, si sono soffermate a meditare? O si girano dall’altra parte?

Cordialmente Damiano Cordone

Gigantesca manifestazione del kke in Grecia, il 15 maggio 2010 ad Atene

Gigantesca manifestazione del kke in Grecia, il 15 maggio 2010 ad Atene
Immagine anteprima YouTube

I mondi dell’acqua in movimento.

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Vigevano: REFERENDUM PER L’ACQUA PUBBLICA, DIBATTITO CON EMILIO MOLINARI. 22 maggio in Piazza Ducale.

Vigevano: REFERENDUM PER L’ACQUA PUBBLICA, DIBATTITO CON EMILIO MOLINARI. 22 maggio in Piazza Ducale.

Un “dibattito all’aperto” ed una nuova occasione per firmare a favore dei tre referendum in difesa dell’acqua pubblica. Si presenta così l’iniziativa organizzata dai circoli di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista e del Partito Democratico, dalla sezione cittadina dell’associazione culturale Punto Rosso e da Vigevano Sostenibile. L’appuntamento è fissato per sabato 22 maggio dalle ore 16 alle ore 19 in piazza Ducale a Vigevano, dove verranno allestiti alcuni banchetti per la raccolta di firme e sarà possibile partecipare al dibattito a cui interverranno Emilio Molinari, consigliere del “Comitato Italiano del Contratto Mondiale dell’Acqua”, ed i rappresentanti delle organizzazioni locali che promuovono l’iniziativa.Emilio Molinari, 71 anni, è stato consigliere comunale a Milano, poi alla Regione Lombardia, quindi deputato europeo e senatore, nonché per molti anni presidente del “Comitato Italiano del Contratto Mondiale dell’Acqua”. Per le edizioni “Puntorosso libri” ha pubblicato il volume “Acqua. Argomenti per una battaglia” che offre gli argomenti per una conoscenza del “problema acqua oggi” ed ha vinto il premio per la sezione “Comunicazione Scientifica” del Premio Elsa Morante 2009.Il “Comitato Italiano del Contratto Mondiale dell’Acqua” è un’associazione che ha fatto proprio l’appello del “Manifesto dell’acqua” lanciato da Mario Soares (ex presidente del Portogallo) e da Riccardo Petrella (a nome del “Gruppo di Lisbona”) ed è impegnata fin dal 2000, in Italia ed in Europa, per il riconoscimento dell’acqua come diritto umano e “bene comune”, patrimonio dell’intera umanità. Il Comitato svolge le sue attività sul territorio a livello socio-culturale con particolare riferimento alla scuola, organizza corsi di formazione e conferenze, coordina e promuovere progetti per garantire l’accesso all’acqua proposti da organizzazioni della società civile, come ad esempio il progetto un “milione di cisterne nel Nord-Est Brasiliano”, promuove in Italia un governo pubblico e partecipato della gestione delle risorse idriche sensibilizzando gli amministratori degli enti locali, i parlamentari e le forze politiche.”I quesiti per i tre referendum – spiegano gli organizzativi dell’evento di sabato prossimo – chiedono l’abrogazione della legge Ronchi approvata dall’attuale governo e delle norme approvate da altri governi in passato che hanno aperto le porte della gestione dell’acqua ai privati e fatto della risorsa bene comune per eccellenza una merce. La coalizione che appoggia i referendum è la più ampia aggregazione di movimenti, associazioni laiche e cattoliche, forze politiche e sindacali che si sia mai riunita intorno a un tema simile”.