Archivio for giugno, 2010

Il più vegetariano della festa di Rifondazione – Vigevano –

Il più vegetariano della festa di Rifondazione – Vigevano –

Immagini della nostra festa. In seguito saranno pubblicati anche dei video.

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L'esperto della birra

L'esperto della birra

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Non si deve rispondere, alle giuste proteste dei pendolari, con le denunce e la repressione.

Non si deve rispondere, alle giuste proteste dei pendolari, con le denunce e la repressione.

E’ a tutti noto lo stato disastroso delle Ferrovie addette al trasporto dei pendolari: guasti, ritardi enormi, vagoni vecchi, sporchi ed inadeguati.

La provincia di Pavia risente in modo particolare di questa situazione, in quanto, a causa della deindustrializzazione del nostro territorio, decine di migliaia di lavoratori pendolari lasciano la nostra provincia, soprattutto in direzione Milano.

Le cause della situazione di disagio sono ben note, il Governo preferisce investire sull’alta velocità e sacrifica le linee ferroviarie normali.

Questa situazione provoca le giuste proteste, in atto da anni, dei pendolari. Ricordiamo, ad esempio, che nel Consiglio provinciale del 22 Aprile 2010, su espressa richiesta del nostro Gruppo consiliare, è stata approvata una Mozione su questo problema.

Ora apprendiamo che Venerdi’ 25 Giugno 2010, Elisa, pendolare di Stradella, lavoratrice e madre di famiglia, ha ricevuto notifica di una denuncia per “interruzione di pubblico servizio” a seguito dell’occupazione di binari a Bressana Bottarone il 22 Giugno scorso.

Ricordiamo che la protesta dei pendolari sia in quell’occasione che in altre, è più che giustificata. Non è possibile pretendere “calma ed aplomb” a lavoratori esasperati da perdite di salario per i continui ritardi, da una qualità della vita molto bassa per le ore e ore passate sui treni in condizioni che tutti conoscono.

Inoltre Elisa è stata denunciata per evidente rappresaglia, in quanto non è stato possibile individuarla, a detta della stessa POLFER come occupante di binari.

Esprimiamo quindi il massimo appoggio e solidarietà ad Elisa.

Chiediamo che la denuncia venga immediatamente ritirata.

A tale scopo chiederemo un immediato incontro con il Prefetto.

Pavia, 30 Giugno 2010

Teresio Forti                        – Capogruppo provinciale del Partito della Rifondazione Comunista-

Federazione della Sinistra

Giuseppe Invernizzi            – Consigliere provinciale del Partito della Rifondazione Comunista-

Federazione della Sinistra

Giuseppe Abbà                    – Segretario provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

L’appello. Sinistra in piazza contro il Governo

L’appello. Sinistra in piazza contro il Governo

giIPRI0cds0120100626A margine della manifestazione che ha sfilato venerdì scorso per le vie di Napoli in occasione dello sciopero generale indetto dalla Cgil, il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, ha proposto alle forze di sinistra di costruire insieme una manifestazione nazionale contro le politiche sociali ed economiche del Governo e di Confindustria.
I risultati del referendum di Pomigliano e la lezione di dignità impartita dai lavoratori hanno ricostruito una speranza, come testimoniano non solo la partecipazione allo sciopero, ma il fatto che la vicenda di Pomigliano abbia rotto il muro dell’isolamento delle condizioni di lavoro, guadagnando la ribalta dei media, l’attenzione e la solidarietà di settori sempre più vasti di popolazione. è come se il caso dello stabilimento campano della Fiat avesse scoperchiato e fatto “tracimare” il malessere sociale compresso per decenni dall’ideologia liberista e dal suo egoismo.
Il plebiscito mancato sull’accordo separato, la consistenza dei “no” al ricatto esercitato dalla Fiat, il valore generale e non particolare che ha assunto il voto dentro e fuori i cancelli dello stabilimento campano sono la dimostrazione che vi sono milioni di persone arrabbiate che affermano la loro disponibilità a lottare fino in fondo contro le politiche del governo e del padronato.
Questa rabbia e questa domanda di cambiamento trovano però una difficoltà a esprimersi compiutamente, ed è per questo che anche da Vigevano rilanciamo l’invito alle altre forze di sinistra a costruire insieme una manifestazione nazionale contro governo e Confindustria, perché solo un messaggio unitario delle forze di sinistra può dare oggi il segnale necessario per coagulare il disagio sociale in un grande movimento di lotta. Diamolo insieme.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo di Vigevano

Intervista a Luca, della Brigata Solidarietà Attiva, presente alla Festa di Rifondazione Vigevano

Intervista a Luca, della Brigata Solidarietà Attiva, presente alla Festa di Rifondazione Vigevano

Avanti Brigata

Contatti:

Brigata di Bergamo    Roberta 347 4882313

Brigata di Milano        Tiziana  3453532830

Brigata di Pavia           Giuseppe  335 7284479

Cilavegna, operai in fila per il pane

(tratto da “La Provincia Pavese”)

CILAVEGNA. Almeno quaranta persone ogni settimana bussano alla porta della parrocchia per ricevere il pacco alimentare. Negli uffici della Camera del Lavoro si presentano i giovani per chiedere di essere aiutati a trovare un posto. Qualche offerta c’è: aziende di Vercelli cercano un capo cantiere, un elettricista e un pasticciere. Una ditta di Casale ha bisogno di un programmatore. Altre imprese offrono lavoro a Vigevano, Gambolò, Corsico. Ma la bacheca dell’Informagiovani in piazza Garibaldi è lo specchio dei tempi. Oggi anche i giovani di Cilavegna per lavorare devono andare altrove. E’ una sorte comune nei distretti industriali in declino. A Cilavegna è stata la chiusura della Cagi a dare il colpo di grazia al polo della maglieria, che negli anni Settanta occupava 1.200 persone (basti dire che oggi Cilavegna ha circa 5.600 abitanti per capire le dimensioni assunte allora dallo sviluppo industriale). L’emorragia di posti di lavoro è stata in parte assorbita da una rete diffusa di servizi. Molti ex-operai della Cagi lavorano all’istituto per anziani Casa Serena.
L’industria oggi sopravvive nella Comez, l’azienda meccanica che sta cercando di resistere per tra molte difficoltà, in qualche calzaturificio che regge puntando sulla qualità, e in due maglifici superstiti, la “Pisani Carlo laboratorio maglierie”, di cui è titolare l’ex-sindaco Carlo Pisani e il “Maglificio Sant’Anna”. «A lavorare nella maglieria oggi saranno sì e no 30 addetti – dice Pisani -. Tra noi e il Sant’Anna mettiamo assieme una ventina di dipendenti, il resto è in piccole ditte che fanno bande elastiche. Ha resistito il prodotto di qualità, ma si sono persi tanti posti e tante professionalità. Il dramma è per i 40/50enni, più difficili da ricollocare. La Provincia ha organizzato corsi di riqualificazione, ma manca il lavoro».

Federico Vanini ha lavorato 27 anni alla Cagi, è stato delegato sindacale e ora presta opera di volontario alla Camera del Lavoro. «Quando la Cagi, due anni fa, ha cominciato a smantellare lo stabilimento di Cilavegna e a trasferire la produzione a Motta Visconti è stato un dramma – spiega – ma il declino dell’industria è iniziato negli anni Ottanta con il passaggio generazionale dai fondatori delle fabbriche ai figli che sceglievano altre professioni». La globalizzazione ha fatto il resto. «Io – continua Vanini – ho lavorato alla Cagi fino all’aprile 1995, sono stato in mobilità qualche mese, poi sono andato in pensione. Oggi il paese offre pochi sbocchi. Tanti giovani sono disoccupati e si rivolgono alla Camera del Lavoro per chiedere di essere aiutati a trovare occupazione. Dispiace dover dire che, al massimo, possiamo solo inoltrare le loro richieste».
Il sindaco Giuseppe Colli, a capo di una giunta di centrodestra che ha interrotto l’egemonia delle amministrazioni di sinistra in carica dal dopoguerra, ha fatto del rilancio industriale un cavallo di battaglia. «In paese resistono punte di eccellenza industriale, ma la crisi del lavoro c’è – afferma -. Per questo il Piano di governo del territorio prevede aree per insediamenti produttivi e abbiamo già raccolto l’interessamento di alcune ditte».
Si guarda al futuro e intanto si fanno i conti con il presente. «Sono parroco da tanti anni – ricorda don Mario Tarantola – e non ho mai visto una crisi così drammatica. Ogni settimana distribuiamo pacchi alimentari a una quarantina di persone e aiutiamo altri a pagare le bollette. Sono tutti italiani, cassintegrati. Cerchiamo di fare il possibile perchè i poveri vengono prima di tutto».

(29 giugno 2010) La Provincia Pavese

Manovra del Governo: sciopero generale

PRC LOMBARDIA ADERISCE ALLO SCIOPERO DEL 25 GIUGNO

COMUNICATO STAMPA

ADERIAMO ALLO SCIOPERO GENERALE DI VENERDI’: CI SAREMO CONTRO LA MANOVRA ECONOMICA DEL GOVERNO E CONTRO L’ATTACCO DELLA FIAT E DI CONFINDUSTRIA AI DIRITTI FONDAMENTALI DEI LAVORATORI.

Il Partito della Rifondazione Comunista della Lombardia aderisce allo sciopero generale indetto dalla Cgil per venerdì prossimo. Le politiche economiche e sociali del governo Berlusconi picchiano in un’unica direzione: contro i lavoratori, i pensionati e il “Paese reale”. La manovra economica proposta dal governo non mette un euro a disposizione del processo necessario di ridistribuzione del reddito; lascia intatti i patrimoni dei ricchi; taglia brutalmente il welfare; blocca i contratti e punta apertamente al massacro sociale. La manovra economica è un tassello del disegno più complessivo della destra politica e economica di abbattere i diritti garantiti costituzionalmente e dallo Statuto dei lavoratori. Ciò che sta avvenendo a Pomigliano, con l’offensiva padronale della Fiat, è infatto il “corrispettivo” sul piano delle relazioni industriali e sindacali di ciò che il governo prova a fare in Parlamento, con la cancellazione dei diritti e di tutti quelli che dissentono e si oppongono. Per tutto questo venerdì saremo a Milano alla manifestazione, a fianco dei lavoratori e di chi si oppone a Berlusconi e a Confindustria. Chiediamo che sia solo l’inizio e che il resto dell’opposizione si svegli e scenda in piazza.

Un diluvio di firme. 10 mila firme raccolte in provincia di Pavia

imagefetch.ashxRagazzi non sto scherzando, 100 qua, 200 là stiamo davvero arrivando a cumulare ben diecimila firme raccolte in provincia di Pavia. E’ davvero un diluvio!

Per chiudere in bellezza e in festa la campagna che ha coinvolto un fracco di gente che si è smazzata moduli e firme, vogliamo ritrovarci tutti in piazza della Vittoria a Pavia domenica prossima fra le ore 16 e le ore 22. (v. volantino allegato)

Potremo raccogliere ancora le firme dei ritardatari e prepararci alle prossime iniziative già in ballo come, te pareva, la raccolta firme sul progetto di legge contro il nucleare “Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”.

Stiamo invitando per domenica tutte le Associazioni e gruppi ambientalisti ad essere presenti con i loro colori e i loro progetti – fate girare la voce.

Arrivederci a tutti
Antonietta

“L’acqua del Sindaco”

“L’acqua del Sindaco”

Si al referendum, no alla bottiglia

La prossima volta che andate al ristorante, fate un utile esperimento. Questa la sceneggiatura. Appena seduti, il cameriere, premuroso, vi chiederà subito cosa volete bere. Risponderete: “Acqua”. La successiva domanda concernerà l’acqua che desiderate: “Gasata o naturale?”. E vi mostrerà, speranzoso, l’invitante rastrelliera in cui sfolgorano bottiglie d’acqua minerale delle marche più famose. “Vorrei l’acqua del rubinetto”. A questo punto la scena si divide. Il cameriere italiano, esperto e consapevole, vi guarderà con sufficienza, convinto di trovarsi di fronte a un pezzente. E vi dirà “non gliela consiglio”. Invece un cameriere di recente acquisizione (in genere asiatico o africano) verrà preso dal panico e vi ripeterà la domanda, indicandovi le bottiglie di acqua non gasata. Alla vostra decisa reiterazione, finalmente arriverà sulla tavola una piccola caraffa dell’ottima “acqua del sindaco” proveniente da un pubblico acquedotto. O, se sono “scafati”, vi recapiteranno una grande brocca d’acqua del loro impianto di depurazione e filtraggio (proprio per confermare la contestazione dell’acqua così come sgorga dal rubinetto). Ecco, se a tutti noi, ecologi responsabili, pretendessimo, senza falsi pudori, l’acqua pubblica, rifiutando, anche platealmente, le bottiglie (soprattutto quello di plastica) forse riusciremmo a migliorare l’immagine di un prodotto in difesa del quale si stanno raccogliendo firme per un referendum. Io ho già firmato.

FULCO PRATESI (Presidente onorario del WWF Italia)

(articolo tratto dalla rivista dei soci wwf.PANDA n° 4 maggio 2010)

“Abbiamo raggiunto un milione di firme”

“Abbiamo raggiunto un milione di firme”
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. Castalda Musacchio
«Abbiamo raggiunto un milione di firme». I referendum contro la privatizzazione dell’acqua si faranno, e Marco Bersani ha ragione ad esprimere tutta la sua soddisfazione. «E’ davvero un risultato straordinario. Sia da un un punto di vista quantitativo, perché nessun referendum ha raggiunto tante firme in così poco tempo, sia da un punto di vista qualitativo, perché questa è la risposta di una grande coalizione sociale, senza padrini politici, senza mass media, senza grandi finanziatori. E rappresenta davvero un segnale importante della società civile, ormai unico anticorpo della democrazia». «Adesso – aggiunge non senza ironia – il problema sarà passare da un milione di firmatari ad almeno 25 milioni di votanti» ma c’è tempo, ancora un anno, e comunque questa battaglia fa ben sperare. In campo, contro il decreto Ronchi, sono scesi artisti, enti locali; ma, soprattutto, il popolo della Rete con iniziative che si sono susseguite con un tam tam mediatico di luogo in luogo confermando che si è trattato davvero di un risveglio di partecipazione democratica. Nonostante chi ha costantemente bombardato i mass media portando avanti le motivazioni a favore della cosiddetta “privatizzazione” dei servizi idrici.
L’ultima parola? Non poteva che esprimerla Marcegaglia. «Nel settore idrico?. C’e bisogno di un radicale cambio di approccio. La gestione del servizio non deve essere mestiere esclusivo degli enti locali, ma delle imprese scelte secondo le regole del mercato e operanti con logiche industriali». La gestione, dunque, deve necessariamente passare al mercato come se il servizio pubblico fosse, appunto, una fabbrica di automobili. Come se la logica da seguire fosse quella di perseguire il lucro a tutti i costi, anche tentando la mercificazione di un bene comune, come l’acqua. Lo spiega chiaramente il vice di Marcegaglia, Cesare Trevisani: «Il decreto Ronchi? E’ il primo segnale di una vera apertura al mercato anche per il settore idrico. Si agisce sulla leva degli affidamenti per rimuovere le distorsioni del mercato e aprire ai privati la gestione dei servizi». Certo che Confindustria vorrebbe attuare il decreto Ronchi, fonte di tutti i mali. Così come, del resto, vuole venga accolto positivamente il referendum sull’intesa raggiunta a Pomigliano, per restare nella metafora della fabbrica. Per poter passare indifferente, in nome di quel libero mercato, su diritti conquistati a fatica, ed ora anche su beni comuni e dunque “di tutti”. Eppure, proprio la società civile non ci sta.

20/06/2010 Liberazione

Assemblea a Milano contro la crisi e la manovra del Governo il 28 giugno

Il giorno 28 giugno alle ore 20.30 sala Congressi della Provincia  via Corridoni ci sarà un’importante iniziativa della Federazione della Sinistra contro la crisi e la manovra del Governo.

Interverranno rappresentanti di partiti della sinistra europea, tra cui la capogruppo della Linke al parlamento europeo.

Sono previsti anche interventi delle  più importanti situazioni  di lotta di Milano e provincia.

Interverranno : Fabio Amato(Resp.Esteri Nazionale PRC

P. Sallustri del PdCI

concluderà           Cesare Salvi      attuale portavoce FdS.

“Solidarnosc”

“Solidarnosc”

“La Fiat gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati altri. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend).

A un certo punto, verso la fine dell’anno scorso, è iniziata a girare la voce che la Fiat aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso, per esempio, ha pagato solo il 40% dei bonus, benchè noi avessimo superato ogni record di produzione.

Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy non sarà educato come l’anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?

Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre. In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostyro lavoro a Tycky, ma per mostrare alla Fiat che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizioni di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione. E’ chiaro che però tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente. per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso. Lavoratori, è ora di cambiare”.

Questa è la lettera di un gruppo di lavoratori

della fabbrica di Tychy, in Polonia, ai compagni di Pomigliano

in procinto di votare se accettare o meno l’accordo

ammazzadiritti che stabilisce le condizioni imposte dalla Fiat

per riportare in Italia la produzione Panda

oggi effettuata nello stabilimento polacco.

Video programma festa di Rifondazione Comunista Vigevano

La lettera di una moderna “schiava” della Fiat

La verità
su “Fabbrica Italia”
Caro direttore, ti invio la lettera che ho scritto a mio figlio in risposta allo spot “Fabbrica Italia” trasmesso in questi giorni in tv.

Mi piacerebbe che “Liberazione” la pubblicasse.

«Caro figlio mio, siccome non riesco a dormire per i mille problemi che mi affollano la mente, voglio raccontarti la verità di questo piano industriale che la Fiat sta attuando per incrementare i propri profitti economici… “In 5 anni raddoppia la produzione di veicoli e raddoppia l’esportazione anche in America…”. Beh, questo la Fiat lo ha visto nella sfera di cristallo che possiede Marchionne, visto che da quando è Ad della Fiat è in grado di predire il futuro. Cucciolo mio, le sole cose che raddoppieranno saranno gli utili nei conti Fiat e il carico di lavoro d noi poveri operai… E per me raddoppieranno le possibilità di ammalarmi per colpa di turni massacranti e postazioni di lavoro sempre più pesanti. Così, quando mi chiederai di portarti al parco a giocare, al mare o semplicemente a fare una passeggiata o a mangiare un gelato, dovrò dirti di “no” perché il mio lavoro non me lo permetterà… Sarò assente da casa per tutti i giorni della settimana e in quelle poche ore che sarò presente sarò così stanca e così stressata che non avrò nemmeno la forza di abbracciarti. Cosa farò? Se acquisterò un auto? …E chi se lo potrà permettere! E anche se un giorno sarai tu a sceglierne il colore, forse, nella migliore delle ipotesi, io non sarò più in grado di guidarla… se non peggio! Bimbo mio, quando mi chiederai chi sono, potrò solo dirti che sono una “schiava” della Fiat, moderna, ma pur sempre schiava di un sistema che ci massacra per i propri interessi pagandoci sempre meno e togliendoci spazio per la nostra vita sociale e familiare oltre ad averci tolto tutti i diritti… Tesoro mio, come vedi la verità è un’altra… E’ la lotta di ogni giorno per condizioni di lavoro umane e rispettose della dignità di ogni persona. Non le chiacchiere senza senso trasmesse sulle reti nazionali da “Fabbrica Italia”».

Anna Solimeno mamma di 3 bambini, operaia Fiat deportata al reparto confino di Nola

16/06/2010 Liberazione

Programma Seconda Festa del circolo “Lucio Libertini” – Rifondazione Comunista- Vigevano

Programma Seconda Festa del circolo “Lucio Libertini” – Rifondazione Comunista- Vigevano

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Fiat, il Comitato Centrale Fiom ribadisce il No al piano Marchionne

Fiat, il Comitato Centrale Fiom ribadisce il No al piano Marchionne

«Quell’accordo non lo firmiamo». Il Comitato centrale della Fiom rispedisce al mittente, la Fiat, e ai destinatari “per conoscenza”, il Governo e le altre quattro organizzazioni sindacali (Fim, Uilm, Fismic e Ugl), il testo sul cosiddetto rilancio di Pomigliano. Lo fa con un voto all’unanimità e con un post scriptum: «Se volete raggiungere gli obiettivi di produttività basta il contratto nazionale». E’ questa la posizione che oggi sarà portata al tavolo del confronto. E non è certo la “Fiom del No”, come qualcuno la vuole ridurre. Una controproposta c’è, quindi. E l’organizzazione sindacale dei metalmeccanici è pronta a difenderla con lo scipoero. Il 25 giugno, infatti, data dello sciopero generale contro la manovra indetto dalla Cgil, la protesta sarà di otto ore.
La stessa visita del segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che prima di arrivare al Comitato centrale è andato al confronto con il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, dimostra che non c’è nessun tentativo di arroccamento. Secondo Corso d’Italia, l’accordo proposto dalla Fiat su Pomigliano può violare leggi e Costituzione, «in particolare in materia di malattia e diritto di sciopero». Per la Cgil, si legge in una nota, «l’utilizzo degli impianti, la produttività e la flessibilità sono stati temi sempre negoziati, come dimostrano le proposte fatte dalla stessa categoria e gli accordi che, nel tempo, abbiamo sottoscritto in tutti i settori e in tutte le aziende. Se il lavoro e l’occupazione sono il primo punto di responsabilità per il giudizio della nostra organizzazione, la segreteria della Cgil dice sì – sottolinea – alla difesa dell’occupazione e al futuro dello stabilimento e sì alla necessità di rendere pienamente produttivo il futuro investimento».
Insomma, se la Fiat vuole davvero i 18 turni settimanali e le 40 ore di straordinario per produrre le 280.000 auto l’anno che sono l’obiettivo del piano Marchionne non ha che da accomodarsi. Ma è questo realmente l’obiettivo dell’azienda? «Se Fiat deciderà così non metteremo in campo nessuna opposizione», aggiunge Landini che chiede anche «di applicare le norme in materia di malattia e assenteismo». Per quanto riguarda infine un possibile referendum il leader della Fiom ha spiegato che nello stesso statuto della Cgil e della Fiom non c’è traccia del mandato «per poter cancellare diritti indisponibili dei cittadini».
Come “il diritto individuale di aderire a uno sciopero”, sancito dall’articolo 40 della Costituzione che addirittura diviene oggetto di provvedimento disciplinare fino al licenziamento. Secondo la Fiom «non c’è alcuna legittimità in questo ma intanto la Fiat ci prova». Nella proposta di accordo la Fiat prevede che “la violazione, da parte del singolo lavoratore, di una delle condizioni contenute nell’accordo costituisce infrazione disciplinare da sanzionare, secondo gradualità, in base agli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari e ai licenziamenti per mancanze”. Anche sulla clausola di responsabilità, che nella proposta Fiat libera l’azienda da obblighi contrattuali in caso di mancato rispetto degli impegni assunti con l’accordo, secondo la Fiom «alla Fiat viene data totale discrezionalità per valutare se una qualsiasi iniziativa – dalla protesta allo sciopero – in contrasto con uno dei qualsiasi punti dell’accordo (carichi di lavoro, straordinari, gestione della forza lavoro) costituisce violazione dell’accordo stesso».
Sulla vicenda è intervenuto ancora il segretario del Prc Paolo Ferrero. «La Fiat si comporta come la mafia e ricatta i lavoratori e il sindacato per violare le leggi dello stato e le regole del Contratto nazionale di lavoro», ha detto. «In questo contesto il referendum tra i lavoratori è senza senso – ha aggiunto – perchè i lavoratori dovrebbero votare se sono disposti o meno a violare la legge e il Contratto nazionale di lavoro». Ferrero è anche tornato ad attaccare il Pd che «vergognosamente propone di piegarsi al ricatto, ben sapendo che se passa a Pomigliano questo ricatto verrà esteso a tutte le fabbriche del gruppo».

Fabio Sebastiani  Liberazione 15 giugno  2010

I ricatti della Fiat

I ricatti della Fiat

LAVORO

Su un ricatto incostituzionale non si vota

La vicenda di Pomigliano non è questione sindacale, ma politica e rappresenta la principale battaglia oggi in corso nel Paese. Il diktat della Fiat che pretende di derogare dal contratto nazionale e dalle leggi della Repubblica costituisce il principale attacco politico alla Costituzione repubblicana. Berlusconi propone la manomissione dell’articolo 41 e Marchionne la pratica. Di fronte a questo scontro tutta la destra appoggia ovviamente la Fiat in nome della fine del conflitto di classe. Vergognosamente il Pd dice che la Fiat esagera, ma che il ricatto va accettato.
In questo breve riassunto è contenuta la fotografia dello scontro politico nel Paese. Dov’è quel centro sinistra che giustamente si indigna per le nefandezze di Berlusconi? Dove sono i direttori dei quotidiani che giustamente protestano contro le leggi bavaglio? Dove sono i liberali che gridano al golpe quotidianamente? In silenzio. Perché noi oggi in Italia abbiamo un’opposizione liberale che si schiera a difesa della Costituzione formale senza preoccuparsi della Costituzione reale, senza difendere le basi materiali su cui si regge il compromesso costituzionale. Abbiamo cioè un’opposizione per la quale la democrazia si ferma davanti ai cancelli delle fabbriche, degli uffici, dei supermercati. Essa si contrappone a Berlusconi ma è subalterna ai poteri forti: a Confindustria come alle banche.
Noi riteniamo che questo ricatto di tipo mafioso non sia accettabile. Se passa a Pomigliano è evidente che troverà la strada aperta anche negli altri stabilimenti Fiat e poi in tutti i luoghi di lavoro. Se il rispetto della legge e del diritto di sciopero possono essere aggirati attraverso un violento atto di forza vuol dire che non esistono più. Per questo l’accordo di Pomigliano va rifiutato e non può essere sottoposto a referendum. Nessun cittadino può essere chiamato a votare sul rispetto della Costituzione, tanto più con una pistola puntata alla tempia.
Siamo contro l’arrogante imposizione della Fiat perché difendiamo i diritti dei lavoratori dentro questa globalizzazione neoliberista, progettata proprio per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Lo facciamo perchè difendiamo la democrazia in Italia. E’ del tutto evidente che se non ci si oppone a questa proditoria aggressione diventerà assai difficile spiegare ai lavoratori italiani perchè è importante difendere la Costituzione. Noi diciamo forte e chiaro che la difesa della democrazia deve essere tutt’uno con la difesa dei diritti dei lavoratori e sosteniamo la Fiom nella sua battaglia che è anche e sino in fondo la nostra. Rompiamo il muro di silenzio costruito attorno a questa vicenda e denunciamo le responsabilità della Fiat e del governo.

Paolo Ferrero

Il ponte dei sospiri

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Una canzone per Carlo

http://www.youtube.com/watch?v=L_8HUoaSTu4&feature=related

E’ tempo di tagliare le spese militari!

E’ tempo di tagliare le spese militari!

Riuscirà la crisi a farci ragionare? Oppure continueremo a buttare decine di miliardi di euro in inutili spese militari?. Il dubbio è più che legittimo. Non c’è riuscito il Papa. Non ci sono riuscite le immagini più strazianti dei bambini che ogni tre secondi continuano a morire di fame, sete e malattie curabilissime. Eppure basterebbe essere disponibili a fare i conti con la realtà delle cose. Non serve invocare i valori più alti della coscienza, della Costituzione e dell’Onu: basta condividere una visione realistica della politica. E applicare anche a questo settore della spesa pubblica, gli stessi criteri che si pretende di imporre a tutti gli altri ambiti essenziali dello stato come la salute e l’istruzione. Del resto, tutta la spesa pubblica è sotto esame. E’ giusto che lo sia anche la spesa militare. Si discute di riforma delle pensioni, della scuola, della sanità e di mille altri settori strategici della nostra vita. E’ giusto (e indispensabile) che si discuta anche della riforma delle FFAA. Del resto, accade in tutti i paesi democratici. Perché non in Italia?
La prima cosa che dovremmo invocare tutti è l’apertura di un vero e proprio dibattito pubblico, su un tema da troppo tempo sequestrato da un ristretto manipolo industriali, generali e addetti ai lavori.
Le domande sono molte. Mancano i fondi per la polizia e la magistratura impegnata nella lotta alle mafie, per lottare contro la povertà, la disoccupazione e l’esclusione sociale, per restituire dignità a tutti quelli che l’hanno persa, per  gli enti locali e i loro servizi alla persona, per gli asili, per la scuola, per l’Università, per la cultura, per la ricerca, per fare spazio ai giovani, per garantire il diritto alla salute, per ricostruire l’Aquila e per mettere in sicurezza tante parti del nostro bel paese colpite dalla speculazione e dall’incuria. Possiamo continuare a spendere 23-25 miliardi all’anno senza chiederci come e perché? Lasciamo perdere il sogno dell’abolizione degli eserciti e guardiamo alle nostre forze armate. Ci sono solo sette paesi al mondo che spendono più di noi. Ce lo possiamo permettere? Molti “esperti” dicono che queste FFAA ci costano molto e servono a poco. Che si spende male e si spreca molto. Anzi moltissimo. Si riferiscono al fatto che abbiamo 185.000 persone in armi ma che al massimo ne possiamo impegnare all’estero solo 20-25.000. Che abbiamo più generali e marescialli da pensione che truppe da comandare. Che continuiamo a spendere valanghe di quattrini in armi inutili e inutilizzabili. Sono queste le scelte più adatte ad un paese che ripudia la guerra, ha un enorme debito pubblico da risanare, è europeista (a suo modo), dice sempre di essere dalla parte dell’Onu? Nel mondo c’è un gran disordine ma l’Iraq e l’Afghanistan ci insegnano che la guerra è uno strumento inutile, incapace di risolvere i problemi, che non c’è un modo gentile di ammazzare e un modo delicato di distruggere. Perché non cominciare col sospendere immediatamente tutti i programmi di costruzione ed acquisto di quei sistemi d’arma, come gli EFA e gli F35, pensati per una guerra che non si può (e non ha più senso) fare. La lotta al terrorismo la vinceremo (dal punto di vista militare) potenziando l’intelligence, non sprecando soldi in armi capaci solo di provocare disastri umanitari.
In tempo di crisi, è innanzitutto una questione di priorità. Anche quando pensiamo ai problemi della pace e della sicurezza. Nel mondo il problema più grande è la mancanza di cibo. Poi vengono la mancanza di acqua, di medicine, di cure mediche, di una casa, di una vita e un lavoro dignitosi, di una adeguata istruzione. Poi c’è la crisi ambientale e la crisi energetica. Sono queste le principali cause d’insicurezza e di conflitto nel pianeta. Di quale  pace e di quale sicurezza stiamo parlando se non di questo? Da noi non è molto diverso. Mandiamo i nostri soldati a fare la pace nel mondo, a bordo di aerei e portaerei faraoniche, e non abbiamo la forza necessaria per vincere l’annosa guerra con le mafie che tutti i giorni seminano morti, violenze, terrore per le nostre strade. E’ tempo di cambiare dunque il modo di spendere i nostri soldi. E di costruire un nuovo sistema di sicurezza che metta al centro la sicurezza umana, la sicurezza delle persone e non più la mera difesa di confini e di interessi nazionali sempre più incerti. Il disarmo ci serve a questo. Per combattere, con le armi giuste, i veri nemici del nostro tempo: la povertà, il cambio climatico, le disuguaglianze e le ingiustizie. Riuscirà la crisi a convincerci che questa è la strada?

Gruppo web  lomellina ” Ho finito di stare alla finestra”.

..che in questo testo riprende una lettera di Flavio Lotti

Coordinatore nazionale della Tavola della pace

Labor prima virtus

(Lettera tratta da “La repubblica” – sabato 12 giugno 2010)

SE LA CRISI HA IL VOLTO DELLA MIA FAMIGLIA

Lettera firmata

Oggi non fa più notizia la chiusura di un’azienda e di conseguenza la catastrofe per decine di famiglie.

Anch’io leggevo fino a qualche mese fa distrattamente notizie del genere, ma oggi per me è diverso perchè l’azienda in chiusura è quella in cui mio marito lavora da sempre. E’ quella che ci ha permesso di assicurare ai nostri figli (diciotto e tredici anni) una vita dignitosa e a tratti agiata, è quella che ci ha consentito di comprare casa, di concederci le vacanze estive e cure mediche appropriate quando ce nè stato bisogno.

Sì, perchè è di tutto questo che ha fatto oggi la vita di una famiglia e sapere che domani dovrai inventarti qualcosa per tirare avanti, per permettere a tua figlia di comprare le ultime scarpe alla moda, ma di completare il suo corso di violino o il suo perfezionamento d’inglese perchè tu le hai insegnato a puntare tutto sulle sue capacità per andare avanti, bè tutto questo toglie il sonno e la salute.

L’azienda in questione era un piccolo gioiello in una realtà meridionale senza speranze, una piccola oasi di idee che ha portato il suo marchio in giro per il mondo, uno sparuto gruppo di giovani talenti che oggi sono professionisti invecchiati di cento anni in un secondo.

Ecco, oggi per me la crisi ha veramente un volto, quello di mio marito.