Archivio for luglio, 2010

Bologna, ore 10.25

Bologna, ore 10.25

(lettera tratta da Liberazione del 30 luglio 2010)
Cara “Liberazione”, dicono che dopo molto tempo quanto rimanga d’un “fatto pubblico”, se pur della massima importanza, non siano i sentimenti, bensì il ricordo. Una specie di memoria collettiva edulcorata dal resto. 10,25 ora della scoppio. Tre fischi secchi d’un locomotore segnano l’inizio del minuto di silenzio. La piazza della stazione ammutolisce, molti hanno ancora lacrime. Corpi smembrati, distrutti, in qualche caso perfino volatilizzati dalla forza devastante della deflagrazione. Immane e disumana. Poveri corpi immolati sull’altare d’una politica che avrebbe voluto gettare il Paese nel baratro del terrore. Strategia della tensione si chiamava, voglia di morte. Tu guardi lassù in alto a sinistra e fissi l’orologio ferito che segna le 10.25, ora e sempre, fin che giustizia non sarà fatta! Oggi sei in viaggio per lavoro, oggi vai in vacanza, oggi sei qui solo per un ricordo… Il sentimento di offesa è ancora vivo e il Paese non è libero dalla miseria della violenza, dalla miseria dell’odio, dalla miseria del nulla culturale. E allora ai giovani bisogna insegnare a rispettare il corpo proprio e degli altri, pensi. Hai visto negli anni, seppure non direttamente, troppi corpi straziati: il XX secolo – con i suoi genocidi – secolo della distruzione del corpo dell’uomo. Eppure ora, davanti a questo scempio, che è il tuo, quello della tua città offesa, percepisci ancora l’odore delle macerie, rivedi le luci delle ambulanze, senti il guaito del bus dei feriti e dei morti ammazzati, assaggi ma specialmente tocchi, tocchi con mano l’amara impotenza del cittadino qualunque. Tocchi la lapide che commemora le 85 vittime, marmo della tua stazione, che era anche la loro. La tocchi e ti sembra giusta ma inadeguata icona per tanto dolore, muta testimone d’ingiustizia. Chi ci renderà quei corpi massacrati per nulla, chi?

Piero Antonio Zaniboni Bologna

http://www.youtube.com/watch?v=GWR3IX37kW4

Afghanistan, la verità viene a galla

Afghanistan,  la verità  viene a galla

Alfio Nicotra

Non c’è più neanche il solito, ipocrita, sussulto nazionalista. La contabilità dei morti italiani nella guerra afghana ormai è ridotta alla stregua di routine. I comunicati stampa, i messaggi di cordoglio, sembrano scritti con la carta carbone. Ventinove morti, ventinove messaggi tutti uguali. Stanca è anche l’opposizione parlamentare che ha sempre votato a favore della missione e che si limita alla solita litania del «governo che deve riferire alle Camere». Nessun cambio di marcia. Trapela solo rassegnazione per la consapevolezza che l’esito di quella guerra è già scritto.

L’Italia è la periferia dell’impero e non è scossa neanche dallo scandalo delle carte segrete sulla sporca guerra pubblicate dal portale Wikileaks. Eppure parlano anche dell’Italia e di quella “discrezione” nell’intensificare il conflitto ed aumentare le truppe raccomandata agli Usa dagli allora ministri degli esteri e della difesa del governo Prodi. Sulla guerra in Afghanistan l’intero centrosinistra ha perso la faccia. Tutta la propaganda sulla “guerra democratica” si è accartocciata su se stessa. La guerra al terrorismo? Si è trasformata in guerra terroristica contro le popolazioni civili. Le libere elezioni esportate sulla punta delle baionette degli eserciti democratici? Il corrotto governo Karzai ha truccato l’elezioni e si è spartito voti e seggi con i signori della guerra e i trafficanti di oppio. La guerra per i diritti e l’emancipazione delle donne? Una presa di giro: basta leggere il nuovo codice di famiglia basato sulla “sharia” che ricalca in tutto il vecchio codice dei Talebani.

Gli aiuti umanitari ai civili? Una goccia nel mare se raffrontati alla crescente spesa militare per armamenti e soldati. Per non parlare del sistematico boicottaggio e della chiusura di ospedali civili delle organizzazioni umanitarie indipendenti come la nostra Emergency. La guerra per i diritti umani? Ma se è l’occupazione straniera a calpestarli ogni giorno, attraverso rastrellamenti di interi villaggi, bombardamenti indiscriminati, massacro di civili, copertura agli squadroni della morte che mutilano, torturano, fanno sparire chiunque sia in odore di opporsi al regime. Guantanamo, la cui chiusura era stata annunciata da Obama in campagna elettorale, è ancora lì, monumento all’ipocrisia di un occidente che fa a pezzi ogni forma di legalità.

Liberazione ha sempre scritto cosa era davvero la guerra afghana. Ora questa verità si palesa in migliaia di carte e rapporti che il Pentagono avrebbe voluto tenere nascosti. Gli imperi britannici e sovietici dovettero arrendersi davanti ai combattenti afghanistan.

Ora la parola ritiro sta facendo capolino anche su quei giornali nazionali ed internazionali che avevano incoraggiato e sostenuto la guerra. Più prosegue l’occupazione e più sarà ingloriosa ogni “exit strategy”. Eppure, non c’è alternativa al ritiro delle truppe Nato.

Allora è necessario fare un discorso serio a tutta l’opposizione al governo Berlusconi. Occorre una svolta. Per le opposizioni parlamentari significa iniziare a votare contro il rinnovo della missione e presentare una mozione per l’immediato ritiro delle truppe. Per l’opposizione nel suo complesso, rimettere la pace e il ripudio della guerra al centro della propria politica. Tagliare le spese militari, siamo certi, è più popolare di ieri visto che invece si falcidiano stipendi, pensioni, asili nido, sanità, istituti di ricerca, parchi nazionali e via dicendo.

Un tempo si diceva che “solo la pace è un buon investimento”. Mentre tornano le bare dei “nostri” morti ad Herat, il cui sangue versato si somma a quello di altri militari stranieri e d’innumerevoli civili afghani, quella antica saggezza dovrebbe cominciare ad essere la politica estera dell’Italia e dell’Unione Europa.

30/07/2010 Liberazione

La politica di Marchionne e quella del Cav

La politica di Marchionne e quella del Cav

Paolo Ferrero

Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ’69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda.

La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito. Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Marchionne, infatti, in queste settimane parla il linguaggio della guerra e non a caso si pone l’obiettivo di fare, attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della Repubblica e sulla violazione della Costituzione.

Gli è andata male e la reazione è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è: taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro. Oggi, nei fatti, annuncia un colpo di stato con la scelta unilaterale di far saltare il contratto nazionale di lavoro. E non si dica che Marchionne è isolato. Tanto il centro destra quanto il centro sinistra condividono l’idea che la globalizzazione neoliberista è un fenomeno naturale, oggettivo e che il compito dell’impresa è quello di sbaragliare la concorrenza. Da questa impostazione Marchionne ne trae l’idea che la fabbrica deve essere una comunità combattente, deve avere la disciplina di un plotone al fronte e che quindi qualsiasi dialettica sindacale è intollerabile. Per l’ad di Fiat uno sciopero equivale alla diserzione e non a caso il dictat di Pomigliano prevede il licenziamento se uno sciopera quando c’è lo straordinario.

Questa idea di impresa è condivisa caldamente da tutta la destra e in modo più velato da larga parte del Pd, che non a caso è sostanzialmente muto. E’ del tutto evidente che in questo quadro Marchionne appare semplicemente come uno che tira le conseguenze logiche di un ragionamento che in realtà quasi tutti condividono. Qui sta la forza di Marchionne e qui sta l’intreccio tra il suo golpe in fabbrica con la politica di Berlusconi.

A nessuno può infatti sfuggire che Berlusconi si propone di modificare la Costituzione e Marchionne lo fa. A nessuno può sfuggire che Berlusconi estende alla politica la stessa idea organicista ed antidemocratica che Marchionne ha della fabbrica. Qui sta il nocciolo completamente antidemocratico del capitalismo odierno. L’idea che la società sia un immenso campo di battaglia in cui le aziende organizzate come eserciti si combattono non solo è estranea ma completamente incompatibile con la democrazia.

Quello di Marchionne è quindi un vero e proprio golpe, è un passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, è un “blitz krieg” alla Rommell. Il suo obiettivo – come quello di Berlusconi – è quello di chiudere con il secondo dopoguerra e il suo riconoscimento costituzionale della dignità del lavoro e dei vincoli sociali all’iniziativa privata. Risulta chiarissimo come la crisi venga utilizzata come crisi costituente, come appunto una guerra, che deve portare con sé la chiusura di una fase per aprirne un’altra. Vogliono chiudere la fase della «repubblica fondata sul lavoro e nata dalla resistenza» per sostituirla con un regime basato sulla centralità dell’impresa, sulla mercificazione integrale e la distruzione di ogni soggettività del lavoro.

In questo contesto l’appello alla politica per mitigare gli effetti delle scelte delle aziende o il richiamare ai comuni interessi tra lavoratori è peggio di un errore, è una insopportabile mistificazione.

Per sconfiggere questo disegno occorre in primo luogo demistificarlo. Occorre spiegare cosa sta succedendo usando il linguaggio crudo della lotta di classe, perché di questo si tratta. L’ideologia neoliberista ci ha tolto le parole, occorre riappropriarsene rapidamente per poter nominare cosa sta succedendo: un gigantesco processo di modernizzazione reazionaria che punta ad un cambio di regime. Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili. Occorre mettere in discussione l’universo simbolico neoliberista costruito in anni di pensiero unico.

In secondo luogo è chiaro che l’attacco della Fiat non può essere sconfitto su un piano puramente sindacale, o lasciato semplicemente sulle spalle dei lavoratori della Fiat. Il progetto di Marchionne deve essere attaccato e sconfitto sul suo terreno, quello politico. Il punto è allora la costruzione di una opposizione che intrecci questione democratica e questione sociale. Partiamo da subito a preparare la manifestazione del 16 di ottobre convocata dalla Fiom. Costruiamola sui territori e nei luoghi di lavoro per farne il punto attorno a cui costruire l’opposizione al progetto di Berlusconi, Marchionne e Banca Centrale Europea. Il no di Pomigliano, le lotte degli operai Fiat, le firme contro la privatizzazione dell’acqua ci parlano di una soggettività non piegata. Dobbiamo unificare queste soggettività in un movimento di massa contro il regime Marchionne-Berlusconi, per coprire il vuoto di opposizione, per costruire una sinistra degna di questo nome.

29/07/2010 Liberazione

Riordino e tagli alle attività della salute nella Regione Puglia. Grazie Vendola.

La salute non è finanza!
Sabino De Razza, segretario provinciale Bari
La Finanziaria di Tremonti e del Governo scarica ancora una volta la crisi sui lavoratori e sugli Enti Locali. Nel nome del tanto declamato federalismo le Regioni, le Provincie e i Comuni dovranno rinunciare a prestare servizi fondamentali per i cittadini, quali trasporto pubblico, assistenza sociale, sostegno alla scuola pubblica e alla sanità. Anche per questo la Regione Puglia ha dovuto accelerare la proposta di un piano sanitario di “riordino” che la Giunta Vendola sta per approvare senza aver fatto doverose consultazioni e percorsi partecipativi con Comuni, Enti, Associazioni e i soggetti sociali dei territori. Sollecitiamo fortemente il presidente Vendola e la coalizione di centro sinistra ad attivare momenti partecipativi per evitare che il “riordino” si materializzi in tagli di risorse e attività di presidio della salute anziché in tagli di sprechi, doppioni e privilegi. Tagliare 1.400 posti letto pubblici sui 2.200 previsti non ci sembra sia una scelta da decidere “calandola dall’alto”, metodi di fittiana memoria, senza ampio coinvolgimento delle comunità locali. “Riconvertire” (dove? come? quando?) 18 strutture, tra cui Noci, Rutigliano, Grumo Appula, Santeramo, Bitonto, Spinazzola, Ruvo e Minervino, deve essere pianificato solo con il contestuale potenziamento di presidi di assistenza e prevenzione efficaci ed efficienti, senza rischiare di lasciare “spazi di mercato” agli operatori privati che in Puglia hanno da tempo trovato la loro “Bengodi” (vedi don Verzè a Taranto) anche ben oltre le effettive ricadute sulla tutela della salute dei cittadini pugliesi. La eccessiva ospedalizzazione in Puglia è anche frutto di politiche che negli anni hanno sempre ridimensionato il servizio pubblico e favorito la sanità privata e/o ecclesiale. Ancora in questi giorni i guasti dell’abnorme ruolo dei privati nella gestione della sanità ha mostrato il “marcio” che ormai coinvolge a vari livelli dirigenti e funzionari pubblici, politici e amministratori e la corruzione è diventata “naturale”! Chiediamo di aprire in tempi brevissimi un percorso partecipato e diffuso di confronto e di condivisione con i soggetti tutti del territorio e che gli interventi di riordino non lascino fuori dalla porta i lavoratori delle ditte appaltatrici e i precari della sanità che aspettano – come promesso da Vendola – la stabilizzazione. La salute va tutelata, la salute non è finanza!

28/07/2010 Liberazione

I referendari ringraziano la Federazione della Sinistra

I referendari ringraziano la Federazione della Sinistra

Care amiche e amici, la Segreteria del Comitato Promotore del referendum per l’acqua pubblica, all’indomani della consegna in Corte di Cassazione di un milione e quattrocentomila firme, vuole ringraziare per la disponibilità della vostra organizzazione.

Infatti l’ottimo lavoro svolto è stato fatto anche grazie ai locali da voi messi a disposizione, ma non sarebbe stato possibile senza il sostegno e le competenze di Mimma Tisba e Sandra Cerusico.

Intendiamo sottolineare quest’aspetto perché riteniamo che l’attivazione di decine di persone, uomini e donne, cittadini e cittadine, abbia reso possibile questo straordinario risultato ed abbia rappresentato un modello del fare politica in una dinamica inclusiva, paritaria e democratica; diciamo questo perché riteniamo che l’attivazione di Mimma  e Sandra sia stata determinante ed abbia incarnato in pieno questo spirito e questa indicazione. Riteniamo la loro collaborazione preziosa e speriamo di poter in futuro ancora lavorare con loro e, chiaramente, con tutti voi.

Acqua, Formigoni non aspetta Ronchi

Acqua, Formigoni non aspetta Ronchi

di Roberto Farneti

«Formigoni è uno dei precursori più determinati del ddl Ronchi», spiega a Liberazione Emilio Molinari, uno dei volti più noti del forum dei movimenti per l’acqua, all’annuncio che l’erogazione  dell’acqua lombarda finirà entro l’estate nelle mani di società miste, controllate al 60% dalle singole  province, soggetti gestori al posto degli Ato. Trovandosi all’opposizione il pd si concede due minuti  di scetticismo sulla repentina attuazione del ddl Ronchi: «Vigileremo e faremo la nostra parte».
Peccato che il Pd lombardo, in mano a Penati, non abbia spiccato per entusiamo nella primavera referendaria.
Duecentottantamila firme su 5 milioni di elettori. Il 5% dell’elettorato lombardo (mezzo punto più della media nazionale) ha firmato i tre quesiti in favore della ripubblicizzazione dell’acqua. Il sistema politico dovrebbe tenerne conto «ma Formigoni vuol fare di nuovo il battistrada dopo la bocciatura della precedente legge prima da parte di 144 sindaci lombardi di tutti i partiti – che hanno promosso un referendum nel 2008 – poi dalla corte costituzionale. Ora addirittura anticipa di oltre un anno le scadenze della legge Ronchi e prova rimpiazzare gli Ato con le province – continua Molinari – i sindaci saranno esautorati da ogni possibilità di controllo su un servizio essenziale di cui loro sono i primi responsabili come tutori della salute dei cittadini. I sindaci vengono ridotti a venditori di territori e giocatori di borsa per fare cassa». Nei suoi 15 anni consecutivi di governo, Formigoni ha dovuto chinare il capo all’opposizione soltanto pochissime volte. Ma una di queste
era stata sulla privatizzazione dell’acqua», dice anche Luciano Muhlbauer, coordinatore milanese del Prc, esortando a costruire «la più ampia mobilitazione possibile, a partire dai promotori del referendum, ma cercando il coinvolgimento da subito degli enti locali».
A giocarsi la partita del 40% delle azioni in vendita saranno A2a, la multiutility milanese-bresciana e, soprattutto, Veolia, onnipresente multinazionale francese appena cacciata da Parigie e più assetata che mai (di soldi). «Il presidente di Veolia è anche il capo di Edf, la multinazionale dell’elettricità che a sua volta è dentro A2a», spiega Molinari.
Ronchi, intanto, ripromette l’istituzione di un’authority indipendente in grado di dare «credibilità e fattibilità» al suo ddl. «Sarà un ennesimo carrozzone di nomina politica, una foglia di fico che estromette i controllori istituzionali senza poter incidere sulle dinamiche finanziarie. Quello che sembra compiuto in nome dell’efficienza è clamorosamente falso – ricorda Molinari – l’acqua è un monopolio naturale e se un gestore vince una gara per trent’anni dove sta la competizione?».
E quando se il ministro delle politiche comunitarie attacca il “popolo dell’acqua pubblica” che prevede un’impennata dei costi del servizio idrico, Molinari lo invita a fare una piccola indagine sulle privatizzazioni già fatte. Arezzo, Agrigento, Aprilia, Roma, Bologna, Genova, Enna: in media l’aumento è stato del 6%, con punte del 100%. «Dove è rimasta pubblica, come Milano, fino a ieri, aveva le tariffe più basse d’Europa anche con gli aumenti (da 0,54 a 0,62) appena decisi da Palazzo
Marino».

in data:28/07/2010 Liberazione

Tre anni fa la scomparsa di Giovanni Pesce

Tre anni fa la scomparsa di Giovanni Pesce
Tre anni fa la scomparsa di Giovanni
Compagno Pesce,
un onore averti conosciuto

Bruno Casati
Sono passati già tre anni da quando Giovanni ci ha lasciati. Resta, è vero, la sua storia ed è una grande storia, restano i suoi libri, c’è persino un bellissimo filmato. Ma ci manca la sua presenza, la viva voce di quei racconti che la cadenza dolce della madre lingua francese rendeva ancor più affascinanti. Le storie vissute della fame e delle immigrazione, la miniera, la Spagna, il confino di Ventotene, i Gap, il dopoguerra così carico di aspettative e anche di delusioni.
Giovanni Pesce non era soltanto il comunista di una generazione irripetibile, ma era e resta la rappresentazione, in un uomo, della storia, quella limpida e bella, del Novecento antifascista e dei comunisti italiani. Una storia di cui andare orgogliosi. E lui si compiaceva nel trasmetterla. Giovanni alle riunioni arrivava sempre tra i primi, le manifestazioni se le voleva scarpinare tutte, anche quando gli anni e gli acciacchi lo rendevano un lavoro faticoso. Ma il suo ambiente naturale era in mezzo ai compagni quando, in allegria davanti ad un bicchiere di vino, i racconti scorrevano via fluidi. E lui aveva molto da raccontare. Ma nel cuore di Giovanni un posto speciale era riservato alla Spagna.
In Spagna Giovanni diventa uomo. La Spagna sempre nel cuore. Lui poi ci tornò spesso, organizzava viaggi, andava sugli scenari delle battaglie, incontrava i vecchi antifascisti. La Spagna, in verità, gli era rimasta anche infissa nella carne con le schegge di una granata franchista che lo fecero soffrire sino agli ultimi giorni, ma anche, anni prima, divertire come quando attraversava i controlli agli aeroporti e trillavano tutti gli allarmi e solo dopo, con un po’ di civetteria, mostrava le carte comprovanti le ferite e tutti si mettevano sull’attenti. La Spagna che segna la sua vita perché è la terra in cui va in scena per la prima volta l’Internazionalismo Proletario e operai e artisti accorrono da paesi vicini e lontani e, con le Brigate Internazionali, fanno barriera al fascismo che annuncia la sua esplosione nel continente.
Lui ci arriva in Spagna da adolescente con ancora addosso la polvere della miniera. Le Brigate diventano la sua Patria. Il concetto di Patria, ma quella degli operai e dei contadini che tengono la testa alta davanti ai fascisti, lui la incontra a Ventotene dove impara la lingua italiana con una maestra d’eccezione, Camilla Ravera. E poi la clandestinità, Torino e Milano, dove il nemico non è in una trincea davanti a te. E’ la guerra dei Gap, la più insidiosa, dove la paura è sempre in agguato e uccidere chi non hai mai visto è il tormento che squassa Giovanni. Qui appare l’uomo di “Senza tregua”, l’uomo di ferro, quello che Sandro Pertini avrebbe definito “Hombre vertical”. Ma non c’è solo questo. Nella clandestinità Giovanni conosce la partigiana Sandra, la nostra cara Nori e subito dopo la guerra la sposa. E la foto dei due che, in bicicletta, vanno in viaggio di nozze al lago di Como è dolcissima.
Poi il 25 Aprile e per Pesce ci sono incarichi prestigiosi a Roma ma anche incomprensioni, amarezze, persino ostilità. Roma non è il suo mondo e Giovanni se ne va sbattendo la porta, che è quella delle Botteghe Oscure, non so se mi spiego. Tornato a Milano lavora nell’Anpi e, in tutta modestia, la Medaglia d’Oro al Valor Militare vende il caffè nei bar. Io lo ricordo quando venne a fare la fornitura al bar della Camera del Lavoro. Quando nasce Rifondazione, Giovanni rinasce alla politica, si sente di nuovo apprezzato, partecipa sereno a tutti i Cpn del Partito anche se borbotta. Io gli sedevo sempre affianco, quando il dibattito era criptato e si preparavano quelle dolorose divisioni che poi si sarebbero consumate. Si trovava bene, assai bene tra i giovani, e oggi Giovanni Pesce sarebbe la bandiera della Federazione della Sinistra, la bandiera più prestigiosa. Siamo onorati di averlo conosciuto e averlo ascoltato ma, ripetiamo, ci manca proprio oggi quando la Costituzione Repubblicana è sotto attacco. Ci avrebbe dato una mano, un incoraggiamento, fiducia e ci avrebbe detto: «No pasaran».

27/07/2010 Liberazione

pesce.htm

Il centro sinistra, la guerra bipartisan e Niki Obama

La settimana scorsa la Camera dei Deputati ha dato via libera con l’appoggio pieno del PD alla proroga ed al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. La vergogna è che di fatto il centro sinistra italiano, ( tranne qualche manovra tattica dell’IDV che questa volta ha votato contro), da tempo sostiene in maniera bipartisan l’aumento delle spese militari. Basta semplicemente pensare che nemmeno un balbettio ha accompagnato la procedura d’acquisto di cento F35 che ha significato una spesa che si aggira sopra i 16 miliardi di euro. Ma non è finita. La relazione tecnica al provvedimento chiarisce che si registra un aumento del contingente italiano impegnato in Afghanistan. La decisione – riporta il bollettino web della Camera – si collega alla revisione della strategia in Afghanistan annunciata dal presidente degli Stati Uniti Obama il 1° dicembre scorso e alle conseguenti decisioni concordate in sede Nato”. Una candida ammissione di ‘sovranità limitata’: governo e parlamento italiano si conformano alle decisioni della Casa Bianca commenta giustamente peace reporter. Oggi Vendola ha annunciato che si candida alle primarie del centro sinistra per essere l’Obama bianco, per quanto riguarda il profilo politico dello schieramento che lo sosterrà se dovesse vincere il passo è già fatto, chiunque vada a governare saranno bombe, sai che belle poesie poi che ci faremo sopra.
controlacrisi.org

http://www.controlacrisi.org

“Quel soldino buttato là distrattamente… è un proiettile…contro la massa operaia”

“Quel soldino buttato là distrattamente… è un proiettile…contro la massa operaia”

Sono i giorni della rèclame per gli abbonamenti. I direttori e gli amministratori dei giornali borghesi rassettano la loro vetrina, passano una mano di vernice sulla loro insegna e richiamano l’attenzione del passante (cioè del lettore)  sulla loro merce.

La merce è quel foglio a quattro o a sei pagine che va ogni mattina od ogni sera ad iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e giudicare i fatti dell’attuale politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata.

Vogliamo tentare di discorrere, con gli operai specialmente, dell’importanza e della gravità di quell’atto apparentemente così innocente, che consiste nel scegliere il giornale cui si vuole abbonarsi. E’ una scelta piena di insidie e di pericoli che dovrebbe essere fatta con coscienza, con criterio e dopo maturata riflessione.

Anzitutto l’operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese. Egli dovrebbe ricordarsi sempre, sempre, che il giornale borghese (qualunque  sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto coi suoi. Tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all’ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione.

Ma il bello, cioè il brutto, sta in ciò: che invece di domandare quattrini alla classe borghese per essere sostenuto nell’opera di difesa spietata in suo favore, il giornale borghese riesce a farsi pagare… dalla stessa classe lavoratrice che egli combatte sempre. E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente.

Centinaia di migliaia di operai danno ogni giorno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perchè? Se lo domandate al primo operaio che vedete sul tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi , voi vi sentite rispondere: “Perchè ho bisogno di sapere cosa c’è di nuovo”. E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un’arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso.

Eppure egli sa che il tal giornale è codino, che il tal altro è palancaio, che il terzo, il quarto, il quinto, sono legati a gruppi politici che hanno interessi diametralmente opposti ai suoi.

Tutti i giorni poi, capita a questo stesso operaio di potere constatare personalmente che i giornali borghesi raccontano i fatti anche più semplici in modo di favorire la classe borghese e la politica borghese a danno della politica della classe proletaria.

Scoppia uno sciopero? Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene uan dimostrazione? I dimostranti, sol perchè siano operai, sono sempre turbolenti, dei faziosi, dei teppisti. Il governo emana una legge? E’ sempre buona, utile e giusta, anche se è… viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi.

E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori.

Malgrado ciò, l’acquiescienza colpevole dell’operaio verso il giornale borghese è senza limiti. Bisogna reagire contro di essa e richiamare l’operaio all’esatta valutazione della realtà.

Bisogna dire e ripetere che quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone è un proiettile consegnato al giornale borghese che lò scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia.

Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista.

Non date aiuti di danaro alla stampa borghese che è vostra avversaria: ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi.

BOICOTTATELI, BOICOTTATELI, BOICOTTATELI!

Antonio Gramsci (“Avanti”, 22 dicembre 1916)

“Liberazione, così fragile, così necessaria”

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“La tenuta del giornale è la scelta di esistere per Rifondazione Comunista”

‘Ndrangheta a Pavia

(Tratto da “La Provincia Pavese”)
‘Ndrangheta a Pavia

Il Pgt acquisito dai magistrati

I magistrati della direzione antimafia che indagano sulle infiltrazioni della ’ndrangheta hanno acquisito la bozza del Pgt predisposta dall’università e consegnata al Comune. Il sindaco spiega che il sequestro non bloccherà l’iter del Pgt, ma intanto “ Insieme per Pavia” chiede al prefetto lo scioglimento del Consiglio.
Il passaggio è delicatissimo: insieme alle schede tecniche sui piani di trasformazione urbanistica nella zona del Bivio Vela citata nelle intercettazioni telefoniche, i magistrati della direzione nazionale antimafia che indaga sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Lombardia hanno acquisito anche la bozza generale del Pgt redatta dall’università di Pavia: si tratta del documento tecnico sulla base del quale la giunta dovrà elaborare il vero e proprio piano di governo del territorio che il consiglio comunale dovrà approvare entro il 31 marzo. «E’ stato il Comune a consegnare la bozza generale – conferma il sindaco Alessandro Cattaneo -. La magistratura aveva chiesto una serie di schede tecniche, noi abbiamo messo a disposizione la bozza generale proprio per dimostrare che i lavori preparatori del Pgt si stanno svolgendo nella massima trasparenza e lontano da pressioni o condizionamenti di qualsiasi tipo».
Resta il fatto che un sequestro di questo genere rischia di rallentare l’iter di approvazione del Pgt. «Ci siamo posti il problema e abbiamo chiesto delucidazioni agli inquirenti – replica Cattaneo -. Ci è stato assicurato che è possibile continuare a lavorare sulla bozza e quindi arriveremo preparati e in tempo alla data dell’approvazione del Pgt». La lista “Insieme Per Pavia”, però, cita i possibili condizionamenti sul Comune in materia urbanistica tra i motivi della richiesta di sciogliemento del consiglio Comunale che, ieri mattina, ha presentato in prefettura.

Insieme a Massimo Aurelio e Walter Veltri, il consigliere comunale Paolo Ferloni ha consegnato la richiesta di scioglimento del consiglio al vice prefetto vicario Argentieri in assenza del prefetto Ferdinando Buffoni, anche a nome della Federazione della sinistra, del movimento 5 stelle, del circolo Pasolini del comitato Città e legalità. «Dall’ordinanza di custodia – spiegano da Insieme Per Pavia – si ricavano gli elementi per conoscere collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata. Tali collegamenti possono essere sottostimati dagli attuali amministratori che recitano la parte di chi li ritiene ininfluenti o addirittura li ignora. Sussistono le condizioni per avviare la procedura di scioglimento del consiglio, essendo stato eletto in elezioni inquinate da condizionamenti». La maggioranza, però, fa quadrato e non solo a palazzo Mezzabarba: nel Cda di Asm, il consigliere Pd Alberto Pio Artuso ha chiesto le dimissioni di Luca Filippi dalla presidenza di Asm Lavori ottenendo un secco rifiuto.

(24 luglio 2010)

“Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale?”

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Piergiorgio Morosini*

Logica del mercato o logica dei diritti? Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale? E ancora: emozione o sapere critico? Interesse generale o interesse di gruppo?
Sono i dilemmi italiani del sistema dell’informazione. Dilemmi mai resi espliciti nel dibattito pubblico, ma da tempo all’ordine del giorno. Dilemmi su cui si consuma il conflitto tra politica e stampa; tra difensori della costituzione e fans della democrazia plebiscitaria.
Un nuovo scenario si staglia all’orizzonte. A proporlo è la manovra finanziaria approdata in Parlamento. I tagli “mirati” mietono vittime. Niente più sostegno alla stampa politica, di partito e cooperativa, “non di mercato” ovvero “non allineata”. L’effetto? Scompariranno testate come il manifesto e Liberazione. Altre avranno vita breve. O meglio, per restare in vita dovranno aderire ad una raccolta pubblicitaria attualmente gestita da pochi gruppi finanziari legati a doppio filo con i “poteri forti”. Ambienti che, nelle ultime settimane, hanno mostrato di essere allergici alle critiche e al controllo dei media.
Insomma, nel paese degli sperperi e della evasione fiscale, i tagli si concentrano sulla stampa, con una “ricetta” che cancella voci, professionalità, idee.
Soffre la libertà di espressione. Diventano siderali le distanze dell’Italia dalle democrazie più avanzate. Quelle che fanno della vocazione al “pluralismo nella comunicazione” una risorsa irrinunciabile. Come gli Usa.
Oltre oceano la libertà di informare è continuamente aggiornata e perfezionata. Il giorno dopo l’insediamento, il presidente Obama ha avviato un battaglia di principio. Grazie ai consigli del guru Cass Sunstein, i siti web più influenti avranno l’obbligo di indicare un collegamento con siti che manifestano opinioni diverse. E’ una logica in cui si muove anche la Gran Bretagna quando non lesina aiuti alle tv private proprio per la funzione pubblica che sono chiamate a svolgere; e la stessa Francia di Sarkozy che pensa ad un sistema in cui la tanto vituperata par condicio in tv non sia limitata al periodo delle campagne elettorali.
L’Italia sembra procedere “in direzione ostinata e contraria”. Qualche esempio. Ricordate la statuetta con la quale Tartaglia aggredì il premier a Milano? Fatto gravissimo. Ma vi fu chi colse l’occasione per criminalizzare internet. Si parlò di strumento nelle mani di chi incita alla violenza, per introdurre misure in grado di rendere meno libero il dialogo sulla rete. Per non parlare dei disegni di legge sulla diffamazione a mezzo stampa. La previsione di sanzioni pecuniarie smisurate è un invito al silenzio per chi pratica il giornalismo di investigazione.
Basterebbe una semplice “querela temeraria” per provocare timidezze che spengono i riflettori sui fatti gravi della vita pubblica. E ancora, in nome della privacy si promuove una riforma delle intercettazioni che, oltre a mutilare la lotta alla corruzione e a tutte le mafie del nostro paese, introduce un divieto di cronaca giudiziaria.
Ma a pagare il prezzo più alto di certe iniziative saranno i cittadini. Quelli che hanno non solo il diritto ma anche il dovere di conoscere i comportamenti dei soggetti ai quali sono affidate le sorti della collettività. In pochi, forse, si sono accorti che la scomparsa di testate giornalistiche storiche, per via della manovra finanziaria, ha un costo molto alto. Deprime la risorsa “opinione pubblica”, perché incide su qualità e varietà dell’informazione.
Viene in mente il monito di Alberto Asor Rosa: una democrazia matura non può permettersi che «il processo attraverso cui si forma la mente collettiva sia in larga parte controllato da chi detiene il potere esecutivo». Forse più che alla carta stampata l’intellettuale pensa alla televisione.
Un giorno, proprio un uomo politico, rivolgendosi ad un amico, disse: «Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? Questo vale per i prodotti, i politici, le idee». I tempi che corrono lo dimostrano. Purtroppo.

*Anm, magistrato del Tribunale di Palermo, giudice per l’udienza preliminare nel processo al “Gotha di Cosa Nostra”

24/07/2010

Lombardia: mafia e malaffare

Lombardia: mafia e malaffare

Comunicato Prc Lombardia

La pulizia deve cominciare dalle  dimissioni di Formigoni e nuove elezioni.

Quello che emerge in questi giorni è la montagna della presenza mafiosa in Lombardia, a cui si aggiunge quella della P3. Una montagna che nessuno ha voluto vedere e che noi abbiamo già denunciato dal lontano 2007 nel convegno: “Mafie del nord”. Com’è stato possibile tutto ciò?

Il primo motivo è la presenza a Milano di Berlusconi e del suo braccio destro Dell’Utri già condannato per collusione con la mafia. Il secondo è il sistema opaco messo in opera da Formigoni dove il pubblico è asservito agli interessi privati che, come vediamo, va ben oltre la Compagnia delle Opere. Il pubblico asservito ai privati amplifica la corruzione. In terzo luogo le leggi maggioritarie diminuiscono i controlli democratici ed amministrativi spostando di tutto il potere ai Presidenti ed alle giunte. Attacchi che proseguono con la manovra che elimina delle minoranze con la scusa dei costi della politica. Ci si deve chiedere, inoltre, come sia possibile che una piccola setta possa gestire tanto potere e che il Presidente venga prorogato per quattro mandati?! Ed infine, ciò avviene attraverso una Lega Nord sempre più democristiana: il salvataggio ambiguo della Bancaeuronord, l’espulsione dell’assessore Cè, reo di aver contrastato Formigoni nella sanità, ed ora il consigliere di Pavia eletto con 18.000 preferenze sospette.

La situazione è chiara. Ora bisogna fare pulizia.

Formigoni deve dimettersi. È necessario andare a nuove elezioni. In tutti gli enti locali devono costituirsi commissioni antimafia per sorvegliare sul piano amministrativo e sociale l’attività delle istituzioni: gli appalti in particolare. È necessario ripristinare la gestione pubblica dei servizi sociali per evitare una corruzione che prolifera nella frammentazione delle privatizzazioni, esternalizzazioni e appalti. Sempre che l’Expò debba proprio farsi, va eliminato ciò che interessa alle mafie: la questione immobiliare, concentrandosi sui temi positivi delle energie e la questione alimentare.

Sabri Ben Asri, simbolo di libertà

Lettera tratta da “Liberazione” del 23 luglio2010

Una sola voce: no Cie!

Cara “Liberazione”, a Torino un ragazzo tunisino detenuto nel Cie di corso Brunelleschi ha deciso, lunedì 19 luglio intorno a mezzogiorno, di salire sul tetto della sezione viola in cui era rinchiuso e di non scendere più, per protesta contro il decreto di espulsione che lo avrebbe rimpatriato dopo quasi sei mesi trascorsi in vari Cie d’Italia. Sabri Ben Asri, così si chiama, ha resistito tre notti e più di tre giorni, mentre un folto gruppo di solidali inaugurava un presidio permanente sotto le mura del Cie per portare solidarietà a lui e a tutti i detenuti, alcuni dei quali stavano sotto il tetto di Sabri e lo informavano degli sviluppi. Sono stati giorni molto belli, serrati, ricchi di confronti e dibattiti, tutti mirati a fare in modo che si arrivasse a venerdì, quando sarebbe spirato il termine della sua detenzione. Stamattina 22 luglio, verso le sei, ingenti forze di polizia in assetto antisommossa, con l’ausilio dei vigili del fuoco, sono entrati nel recinto, i solidali hanno parzialmente bloccato le vie adiacenti, ma non sono riusciti a impedire che Sabri venisse preso (o peggio, come aveva minacciato, si buttasse sotto) e portato via non sappiamo in che condizioni, forse ferito, e per dove. Alcuni si sono diretti all’aeroporto di Caselle per volantinare e sensibilizzare i passeggeri, cercando di scoprire se Sabri veniva portato a Roma in aereo e chiedendo nel caso di ostacolare la partenza finché non lo avessero fatto scendere. Basterebbe arrivare a domani, ancora poche ore e lui sarebbe un uomo libero! Si è trasformato in un simbolo di libertà per tutti gli altri reclusi, brutalmente interrotto stamattina, ma il presidio continua fino a stasera quando si svolgerà, alle ore 21, un corteo di solidarietà con loro per riaccendere il filo della speranza e rilanciare in tutta Italia la lotta contro questa barbarie e contro le leggi che l’hanno consentita e fortificata. Appena si è diffusa la notizia, gli antirazzisti di Milano e di Roma si sono mobilitati penetrando rispettivamente in consolato e ambasciata tunisini e chiedendo a gran voce che venissero inviati fax di protesta ai due governi coinvolti nella vergogna, quello italiano e quello tunisino.

In tutto il Paese, in tutta la Fortezza Europa deve levarsi lo stesso grido solidale: no Cie!

Daniela Pantaloni una degli antirazzisti torinesi

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Io Rom, sostengo Liberazione

di Alexian Santino Spinelli*

Ci sono mille motivi per cui, soprattutto in questo periodo, un giornale come Liberazione dovrebbe essere sostenuto. Innanzitutto occorre, in una società civile e moderna, salvaguardare la pluralità di opinioni, di vedute e di informazioni che sono il fondamento stesso della democrazia. E’ inoltre necessario e impellente tutelare posti di lavoro in un periodo di crisi economica che cela anche una crisi di valori. Oggi, infatti, imperano i disvalori incarnati da personaggi che si affermano senza meriti e senza particolari qualità, espressioni di un qualunquismo esasperato e di una mediocrità abusata, a loro volta sottoprodotti di un becero berlusconismo.

Liberazione da sempre si occupa delle problematiche legate alle fasce sociali meno abbienti o dimenticate come immigrati e Rom, pubblicando notizie spesso scomode e in controtendenza. In Italia troppo spesso la comunicazione non è seria informazione ma servile propaganda. Questo è evidente in maniera particolare per ciò che concerne i Rom, spogliati di qualsiasi diritto civile, senza alcuna tutela e relegati in ghetti ripugnanti espressione autentica di segregazione razziale, apartheid di casa nostra, retaggio della cultura nazi-fascista che ha sterminato 500mila Rom e Sinti senza che questo venisse impresso nella memoria collettiva. Solo gli addetti sanno cos’è il Porrajmos! Discriminati anche nel genocidio!

I Rom sono vessati, umiliati, repressi, ricattati e discriminati quotidianamente. Sono chiamati dispregiativamente zingari, che è come chiamare gli italiani mafiosi e far finta che tutto sia normale e necessario. Addirittura gli effetti di tale stortura si ritorcono sugli stessi Rom perché non hanno voce e non sono politicamente tutelati. La comunicazione fa credere all’opinione pubblica ignara ed inerme non solo della necessità dei campi nomadi ma anche che sono gli stessi Rom che vogliono vivere segregati perché sono nomadi; si fa credere che i Rom non vogliono integrarsi. In realtà i Rom non sono nomadi per cultura e la loro mobilità è sempre stata coatta e figlia di politiche persecutorie, altro che nomadismo! La realtà dei Rom è ampiamente mistificata con tutte le inevitabili conseguenze.

La fallimentare politica dei campi nomadi è esattamente il contrario di quella che dovrebbe essere una seria politica d’integrazione da attuarsi a partire dal rispetto dei diritti umani e civili, oggi negati nonostante le convenzioni internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Occorre valorizzare la cultura romanì uscendo dalle logiche assistenzialistiche e paternalistiche oggi imperanti. La cultura dei Rom è presentata in maniera assolutamente distorta e la dignità di un popolo intero è calpestata sistematicamente. Nei media, i Rom sono rappresentati da roulottes sgangherate e bimbi col muco al naso. Immagini terrificanti che non rendono giustizia ad un popolo che ha mille sfaccettature. L’arte, la cultura, la letteratura, il teatro, la lingua romanes rappresentano un patrimonio di cui l’opinione pubblica viene privata. Centinaia di eventi culturali legati al mondo Rom sono ignorati dalla comunicazione: concerti, festivals, rassegne cinematografiche, presentazioni di libri o documentari, convegni, seminari, corsi universitari, mostre, esposizioni e quant’altro e si dà spazio demagogicamente ai fatti di cronaca. Certo che chi sbaglia deve pagare ma non si può condannare un popolo intero. E’ genocidio culturale!

La cultura romani e Liberazione rischiano di scomparire; bisogna sostenere entrambi perché rappresentano un bene inestimabile e fonte di ricchezza per tutti. But Baxt ta Sastipè!

*Musicista e docente universitario

in data:22/07/2010 Liberazione


Mortara, sul Cortellona. “Manca l’aria condizionata”: la dura critica di Rifondazione.

Mortara, sul Cortellona. “Manca l’aria condizionata”: la dura critica di Rifondazione.

MORTARA – Il partito della Rifondazione Comunista critica ancora duramente la gestione della casa di riposo Cortellona. I disagi, oggi, arrivano dall’ondata di caldo e dalla mancanza di aria condizionata. “I ventilatori a pala – dicono Teresio Forti, consigliere comunale e provinciale del partito, Gianni De Paoli, segretario cittadino e Giuseppe Abbà, segretario provinciale – sono una misura del tutto inadeguata a far fronte all’emergenza”. I tre esponenti del Prc hanno sollevato in un recente passato dure critiche alla gestione della casa di riposo presieduta da Marco Facchinotti (Lega) riferendosi in particolare “all’atteggiamento autoritario della direttrice”. Chiedono che il disagio del caldo sia risolto “che gli amministratori dell’ente e la direttrice se ne vadano e che, al loro posto, siano nominate persone davvero all’altezza della situazione degli anziani ricoverati”.

LA PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA

LA PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA

(Nella foto la Famiglia Cervi)

Andiamo alla genesi degli eventi che rovinarono nell’occupazione tedesca e nella Repubblica Sociale, e rievochiamo uno dei tanti e primi episodi che si sentono ancora raccontare sulla caduta del fascismo, racconti anche ironici e comici di atti di ribellione fatti di gesti piccoli quanto significativi, che dimostrano come il popolo italiano desiderasse ricominciare lasciando dietro di sé un ventennio di ingiustizie, desiderasse la pace senza vendetta.

Gli eventi successivi, determinati dallo scacchiere politico, invece portarono guerra e violenze. 25 luglio1943, il Gran Consiglio del fascismo vota la sfiducia a Benito Mussolini e il re lo fa arrestare. Cade il regime. A Campegine, in provincia di Reggio Emilia, si fa festa. Una famiglia di contadini un po’ particolari per l’ingegno e la passione che mettono nel lavorare la terra e nell’opporsi alla dittatura, fa il più bel funerale del fascismo.

Decide di offrire al paese un piatto di pastasciutta. Sono i sette fratelli Cervi con il padre Alcide, la madre Genoeffa e tante altre famiglie della zona.

Tempi di fame e povertà, anche nella bassa reggiana, c’è la guerra combattuta e c’è la voglia di sperare. I Cervi ricrearono la piazza, dopo anni di adunate pilotate, offrendo pastasciutta a tutti i compaesani, una pasta frutto del duro lavoro dei campi e delle braccia di più persone che non avevano molto. Al massimo potevano fare una pasta in bianco e quella fecero.

Del 25 luglio troppo spesso si è tralasciato di raccontare la gioia che investì la popolazione, e soprattutto il carattere pacifico delle manifestazione spontanee che si ebbero, espressione di un antifascismo diffuso, spesso nemmeno conscio, che voleva la fine della fame e della paura.

Dopo vennero i tedeschi, la guerra in casa, le rappresaglie… ma il primo istinto del popolo fu di festeggiare, a tavola luogo d’incontro per eccellenza.

Quello spirito, quell’ottimismo, rivive ancora nella casa che fu dei Fratelli Cervi, oggi Museo, ogni 25 luglio.

L’Istituto Alcide Cervi da anni ha organizzato una rassegna teatrale, il Festival di Resistenza, che ha nella serata della Storica Pastasciutta il suo evento conclusivo.

In quella data viene offerta a chiunque si presenti, mentre sul palco si alternano ospiti e performance.

Quest’anno sarà Ascanio Celestini a raccontare storie di ieri e di oggi al sempre più numeroso pubblico antifascista e, in quell’occasione, verrà assegnato il Premio Museo Cervi per il Teatro allo spettacolo vincitore del festival.

In Via Fratelli Cervi 9 a GATTATICO (Re).

Ingresso in libertà

www.fratellicervi.it

http://www.youtube.com/watch?v=uqvTK-PE3jA

manifesto25sm

Consegnate in Cassazione un milione e 400mila firme. E’ record

Consegnate in Cassazione un milione e 400mila firme. E’ record
Oggi, lunedì 19 luglio, il Comitato Promotore dei Referendum per l’acqua pubblica consegna oltre un milione e quattrocentomila firme presso la Corte di Cassazione.

Un risultato che segna un passo importante nella storia della democrazia e della partecipazione in questo Paese. Nessun referendum nella storia repubblicana ha raccolto tante firme.

La sfida che il comitato promotore ha davanti è quella di portare almeno 25 milioni di italiani a votare tre “sì” la prossima primavera, quando si terrà il referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici. Un risultato che oggi, alla luce del “risveglio democratico” a cui si è assistito nei mesi della raccolta firme, sembra assolutamente raggiungibile.

Adesso chiediamo al Governo di emanare un provvedimento legislativo che disponga la moratoria degli affidamenti dei servizi idrici previsti dal Decreto Ronchi almeno fino alla data di svolgimento del referendum. Chiediamo inoltre alle amministrazioni locali di non dare corso alle scadenze previste dal Decreto Ronchi. Un milione e quattrocentomila firme rappresentano una delegittimazione di qualunque scelta tesa ad applicare il Decreto, a maggior ragione per quelle amministrazioni che vogliono addirittura anticiparne le scadenze.

Il prossimo appuntamento del popolo dell’acqua è il prossimo 18 e 19 di settembre, quando, probabilmente a Firenze, si terrà l’assemblea dei movimenti per l’acqua.

Roma, 19 luglio 2010

Il 20 luglio di nuovo in Piazza Alimonda

Il 20 luglio di nuovo in Piazza Alimonda
giovedì 15 luglio 2010 Liberazione
di Haidi Giuliani

Il prossimo 20 Luglio a Genova arriva dopo un 30 Giugno ricordato con convinzione. Ricordato e manifestato da una sinistra plurale, non solo da quella piccola parte che in tutti gli anni scorsi, rifiutando la stanca commemorazione ufficiale, ha continuato a denunciare il pericolo della presenza di un fascismo strisciante nella nostra società, perfino nelle nostre istituzioni. Che cosa unisce le giornate del ’60 a quelle del 2001? Ne parlavamo alcuni giorni or sono a Palermo, dove cinquanta anni fa il governo Tambroni fece tre vittime, dopo i cinque morti di Reggio Emilia e uno di Catania. A Genova non fecero vittime: i lavoratori scesero in piazza in gran numero, tanto che i fascisti del Msi dovettero rinunciare al loro congresso e le violenze delle forze dell’ordine furono respinte. Anche quest’anno la presenza pacifica e determinata di numerosi cittadini e cittadine ha impedito una provocazione della destra che voleva tenere nello stesso giorno un incontro polemico nello storico albergo Bristol, dove il Cln decise l’insurrezione.

Ragionavamo a Palermo sul carattere essenzialmente operaio del movimento del ’60, ben diverso da quello studentesco e intellettuale che sarebbe seguito otto anni dopo, sull’onda che proveniva da Stati Uniti e Francia, e che pure anticipò l’autunno caldo di lotte sindacali del ’69. Il Pci, partito operaio, allora non comprese ed anzi in alcuni casi si mobilitò contro chi pretendeva “la fantasia al potere”. Nel ’60 l’esperienza di che cosa fosse il fascismo, di quali danni avesse provocato, di quanti dolori e lutti e tragedie fosse responsabile, era ben viva. Poi ci siamo “riconciliati”, senza giustizia e con molte omissioni e falsità. Nel 2001 a Genova si è incontrato un movimento ancora diverso, forse ingenuo o smemorato, sicuramente generoso e vario; univa le due grandi “anime” del nostro Paese, quella comunista e quella cristiana, univa molti popoli, non chiedeva per sé ma per altri, per quel Sud del Mondo da sempre sfruttato, assetato, affamato, avvelenato. Per questo motivo fu represso. Con grande violenza. La repressione non si è limitata a quelle giornate, con le manganellate, i gas Cs, la caccia all’uomo, gli arresti arbitrari, false molotov, veri colpi di pistola, torture nella scuola e nella caserma, come è stato sentenziato dal tribunale. E’ proseguita, complice la disinformazione di gran parte delle testate giornalistiche e servizi televisivi.
Mentre Carlo non ha ancora avuto diritto ad un processo; mentre i dirigenti della polizia, riconosciuti responsabili e condannati in secondo grado, non vengono allontanati dai loro alti incarichi; mentre nessuno dei carabinieri che hanno devastato e saccheggiato le nostre vite è mai stato neppure indagato nonostante filmati e testimonianze dimostrino la gravità dei comportamenti; mentre avviene tutto questo si continuano a perseguire in due diversi procedimenti a Genova dieci manifestanti (condannati in secondo grado a pene da dieci a quindici anni per “devastazione e saccheggio”) e in Calabria tredici (tutti assolti in primo grado). Martedì 20, mentre noi saremo in piazza Alimonda, si terrà un presidio davanti al Tribunale di Catanzaro che dovrà emettere la sentenza. Da un lato abbiamo agenti che risultano impunibili (o trattati con i guanti, come nel caso di Federico Aldrovandi: tre anni e qualcosa a testa per aver ammazzato un ragazzo), dall’altra una giustizia che persegue severamente cittadini rei, al massimo, di aver danneggiato cose. Da un lato qualsiasi pubblico ufficiale può ritenersi “offeso” e arrestare, dall’altro un semplice cittadino può perdere ogni diritto, compreso quello alla vita, nel buio di una strada, in una cella, un sottoscala di Questura e perfino di Tribunale. Carlo è stato la prima vittima di una nuova repressione. Per questo è giusto lottare per la denuncia e la memoria di quanto è successo e continua ad accadere. Sabato prossimo ascolteremo le testimonianze su alcune delle vittime di ieri e di oggi, senza dimenticare chi muore nei luoghi di detenzione. E domenica ascolteremo chi lavora, nelle associazioni e in comunità, dalla parte delle vittime.

Si può leggere tutto in hyperlink “http://www.piazzacarlogiuliani.org”. Il pomeriggio del 20, naturalmente, resisteremo ancora una volta tutte e tutti in piazza Alimonda.

su Liberazione (15/07/2010)

http://www.youtube.com/watch?v=0NugzbUZqto&feature=player_embedded#!

Stiamo diventando tutti lunatici?

lupo con lunaRiscrittura un po’ più politica del racconto di Ennio Flaiano “Per una Luna migliore”

Ennio. Buonasera professore, come va? Da quante Lune non ci vediamo? Come se la passa?

Prof. Ciao Ennio, insomma per la mia età, se non fosse per certi capogiri. Sai che a volte, così all’improvviso, mi gira tutto attorno e mi sembra di veder le stelle.

Ennio. Tutto il mondo, l’universo gira. Secondo me la sua è nostalgia della Luna. Lei, se non ricordo male, era stato tra i primi ad andarci.

Prof. Bravo, come fai a ricordarti? E’ stato nel ’12. Ero un ragazzo, avevo vinto una borsa di studio.

Ennio. Quindi della Luna ha un ricordo… un po’ da pioniere, un po’ superato dagli avvenimenti.

Prof. Do questa impressione?

Ennio. Prof, lei, scusi se sono franco, sembra uno di quei sentimentali che rimpiangono il passato. Non pensa che sia meglio oggi di quanto non fosse ai suoi tempi?

Prof. C’era del buono anche allora.

Ennio. Che cosa aveva di migliore?

Prof. Non ho detto migliore. Ho detto che c’era del buono anche allora. La Luna era più selvaggia. Ma per anni ci ho passato le vacanze. La ricordo volentieri anche se era … come dire… disorganizzata, con poche baracche e una grande speranza in un mondo migliore. Era piena di una strana pace e di silenzio. Chissà com’è diventata adesso? Saranno trent’anni che non salgo più lassù.

Ennio. Adesso il silenzio se lo scorda. Ma lei non sa che progressi…

Prof. E tu che cosa fai lassù? Lavori là? Sei appena tornato se non sbaglio.

Ennio. E chi lavora ancora qui? Solo i terrestri che hanno paura di volare. Noi extra-terrestri scendiamo giù da voi solo per i nostri vecchi, ma presto ci sarà una generazione senza più vincoli con la Terra, una razza purificata da legami, ricordi e sentimentalismi.

Prof. Ennio, mi sorprendi, non ti riconosco, mi sembravi così sensibile a scuola.

Ennio. (sottovoce) Abbassi la voce prof, quell’uomo laggiù, è un ingegnere, ho fatto il volo con lui. Ma è uno dei nuovi, non sa come sono intransigenti. Potrebbe registrare la nostra conversazione…

(Si avvicina l’ingegnere e Ennio riprende a voce normale) Dunque cosa le piace di quella preistoria? Forse l’esistenza assurda degli uomini prima dell’Evo lunare? L’eterna incertezza sul clima con cui erano costretti a vivere. E le lotte politiche? Lei è per un ritorno alla democrazia, prof? (fa cenno di dire di no)

Prof. No, io sono per la Centralizzazione!

Ennio. Bravo! E rimpiange le tremende istituzioni di un tempo? Le elezioni con tutti quei partiti? E la famiglia, il matrimonio con tutti i suoi problemi, gli amanti da allevare… (fa cenno di dire di no)

Prof. I figli vuoi dire?

Ennio. Già i figli. E rimpiange quella tortura psicologica che veniva dall’istinto di riproduzione. Com’è che si chiamava quella cosa che riempiva i libri dell’Evo inferiore, oggi illeggibili?

Prof. Scusa non ti seguo, sai alla mia età non sono più molto aperto ed elastico, ci sono stati così tanti cambiamenti, mi sento come se mi mancasse la terra sotto i piedi.

Ennio. E sì a furia di stare coi piedi per Terra e non volare più sulla Luna lei è un po’ regredito, scusi la franchezza, prof. Ma non sta più ai tempi: è ancora al tempo di quella cosa che stavo dicendo prima, non mi ricordo più come si chiama.

Prof. Amicizia?

Ennio. No di più, su prof mi aiuti.

Prof. Solidarietà?

Ennio. (sottovoce) Ma è matto prof a dire ancora queste parole proibite, speriamo non l’abbia sentito l’ingegnere.

Prof. Parlerò sottovoce allora. Non so cosa mi chiedi, anche qui sulla Terra non si usano quasi più queste parole, chissà da voi lunatici. Ma forse ci sono: è fratellanza?

Ennio. Ma prof, mi delude… (sottovoce) e mi fa andare nelle grane. Non sa che sono vent’anni che non ci sono più fratelli e sorelle. I giovani sono tutti cloni unici.

Prof. Figli unici, vorrai dire

Ennio. Cloni non figli! Ma non lo sa che adesso la generazione è controllata? Si clonano solo gli esseri superiori, selezionati.

Prof. Scusa è l’abitudine, mi escono le parole di una volta, anche quelle che non si usano più.

Ennio. Ecco stia attento come parla. Ma si rende conto che in un minuto avrà detto 3 o 4 parole vietate dal Codice Centrale. La smetta se no sono costretto a salutarla e ringrazi che non la denuncio.

Prof. Non saresti capace Ennio, se ti conosco ancora un pochino. Eri così solare e amorevole da bambino…

Ennio. Ecco la parola che non mi veniva più in mente, che avevo cancellato…

Prof. O ti hanno fatto cancellare: amore non è vero?

Ennio. Sottovoce, vuol proprio rischiare la vita? E lo rimpiange?

Prof. No, me ne guardo bene, poi alla mia età ancora scapolo, anzi ormai scapolo definitivo!

(si avvicina ancora di più l’ingegnere, Ennio comincia a parlare ad alta voce)

Ennio. Ma ormai lo siamo tutti. Non le piace la Riproduzione Controllata? E la Sistemazione Definitiva? Chiara, facile che anche un giovane trova la sua strada? Non le piace il Pieno Impiego del tempo libero? Parli sono tutt’orecchi. E’ contro anche l’Informazione Totale?

Prof. Il cielo me ne liberi.

Ingegnere. Cos’è questa libertà? Non sa che non si dice più? (a Ennio) E tu dimmi chi è questo troglodita?

Ennio. Lo scusi è un vecchio professore di lingue, è tanti anni che non viene sulla Luna, è rimasto … terra terra.

Prof. Perché cosa ho detto? Non si può più dire “liberi” per dar forza al discorso?

Ennio. Come può un concetto tramontato dare forza a un discorso?

Prof. (turbato) Giusto non può. Scusate ma adesso vi prego di scusarmi, sono un po’ stanco.

Ingegnere. Stanco un corno. Cos’è che non le va? Sia Chiaro!

Prof. Niente. Tutto bene: sulla Luna e per quanto possibile sulla Terra. Colpa mia che sono nato ancora imperfetto, da due genitori, sa com’era una volta. La felicità piena mi turba, la pace piena, la Luna piena…

Ingegnere. Ma non si ricorda che anche la Terra può essere piena o a fette? Dove vive?

Prof. Sulla Terra appunto; mettetevi dal mio punto di vista, dato che oggi, anche se per poco, siete qui anche voi. Quaggiù le cose vanno diversamente; la Terra per voi è… un paese straniero.

Ingegnere. Storie! Pardon, sto usando anch’io una parola scartata…

Prof. Pure storia…. anche quella non si può più dire?

Ingegnere. Ma non sa che si deve usare solo il presente? E’ abolito il passato. Lei ha bisogno di una bella rieducazione.

Ennio (cerimonioso) Lo lasci perdere ingegnere, questi vecchi intellettuali sono irrecuperabili. Mi dica piuttosto come ha trovato la Terra dopo anni che non ci veniva?

Ingegnere. Una delusione. Mi sembra tutto vecchio qui e polveroso. Appena arrivato non riuscivo neppure a respirate senza l’aria depurata delle nostre cupole spaziali. Siete sporchi e pieni di microbi. Ho dovuto fare 15 vaccinazioni per atterrare. E poi troppe lingue, troppe idee, troppi residui di filosofia. E guardatevi! Un guazzabuglio di razze, di popoli, una confusione, bianchi, gialli, neri e… siete troppi, troppi. E continuate in quel vizio assurdo del sesso tra uomo e donna? Come siete antiquati! Lassù siamo tutti uguali, sani, evoluti e condizionati, e i giovani, clonati. Io sono stato uno dei primi, sono senza quel peso dei vecchi genitori. Sapete che sollievo senza quei vecchi anacronistici, che ti viziano, ti consigliano, si preoccupano, ti fanno continuamente le raccomandazioni. Io non lo so direttamente, me lo raccontano. Pensate che non ho rapporti neppure con la persona da cui mi hanno clonato. Così siamo più liberi.

Prof. Liberi? Ma lo dice anche lei?

Ennio. Liberi nel Sistema Condizionato, prof, certo che lo sa.

Prof. Sì, era quello che volevo dire. E cosa vi insegnano a scuola? Ci sono ancora le scuole, vero? Non sono più aggiornato.

Ingegnere. Solo un anno. Noi nasciamo già grandi, abbiamo già le capacità innate, quelle acquisite dal nostro clone.

Prof. Per cui se uno è laureato potreste anche non mandarlo affatto a scuola?

Ingegnere. No un anno è obbligatorio, per disintossicarci dalle idee malsane dei vecchi nati da due genitori, come lei, poverino.

Prof. Io vi invidio, penso che lassù avete raggiunto la Piena Felicità

Ingegnere. Abbiamo abolito anche questo concetto. Noi “siamo” e basta. Certe volte a guardare dalle nostre capsule la Terra illuminata…

Prof. Uno spettacolo fantastico, non è vero? Un’arancia blu, mi ricordo benissimo.

Ingegnere. No adesso non è più blu, è grigia, non vedete quanta polvere! Io quando guardo la Terra mi viene quasi da… svenire. Poi se penso che voi volete ancora scegliere, giudicare, amare…

Prof. Oh no, ingegnere, lei esagera.

Ingegnere. Non esagero. Voi amate! I vostri centri sensori vi spingono continuamente a una scelta. E scegliere è un atto di amore. Voi avete ancora la vostra maledetta libertà.

Prof. Adesso lei ci offende, ingegnere.

Ingegnere. Mi lasci finire. Voi avete ancora la vostra liberta: libertà di muovervi, di oziare, di ridere, di piangere, di amare. Quel che vi manca è un minimo di ordine. Ma state attenti, ho paura che lassù, dove sta venendo fuori una generazione dura e pura, ho paura che qualcuno pensi già di espandersi…

Ennio. Come? A colonizzare la Terra, ingegnere? Ma se è la nostra patria d’origine, non dimentichiamolo.

Prof. E poi, ingegnere, la Terra come potrebbe essere degna di interesse? Così povera, inquinata, imperfetta…

Ingegnere. (sottovoce) Ma viva!

Prof. Come? Non ho capito. E perché allora è ritornato, siete ritornati?

Ennio. Io per curarmi da un grosso esaurimento. Mi hanno licenziato, scartato dal Programma Lunare.

Prof. Anche lei ingegnere? È venuto anche lei a ricaricarsi?

Ingegnere. No io… sono ancora incerto… ma io forse… sono venuto per restare!

(si sentono cani che abbaiano alla Luna)

Un nano sulle spalle di un gigante

“Le nostre denunce mai ascoltate”

“Le nostre denunce mai ascoltate”

la Provincia Pavese — 17 luglio 2010   pagina 15   sezione: CRONACA

PAVIA. Schierati intorno a un tavolo nella sala gruppi del Comune, la Federazione della sinistra, il Barattolo, la lista civica 5 stelle insieme al comitato Città&legalità, Circolo Pasolini e Insieme per Pavia, ieri mattina hanno chiesto le dimissioni del sindaco e della giunta, della commissione antimafia e del suo presidente e il rinvio del Piano di Governo del territorio.  «E’ marcio il sistema – spiega Alessandro Caliandro della Federazione della Sinistra, rappresentata anche dal segretario provinciale di Rifondazione Comunista Giuseppe Abbà e Teresio Forti, consigliere provinciale -. O il sindaco è connivente, e le dimissioni sono sacrosante, o non è a conoscenza di quanto avviene intorno a lui, e fa ancora più paura». Se la giunta non si dimetterà chiederanno al prefetto di sciogliere il consiglio comunale per infiltrazione mafiosa e le dimissioni del direttore generale dell’Asl.  «Non è iniziato tutto nel 2009 – precisa Giovanni Giovannetti (Circolo Pasolini) riferendosi alle indagini sulla “locale” di Pavia -. Anche se bisogna distinguere tra operazioni criminali e legali. A essere coinvolti con la ’ndrangheta sono i soliti noti, l’ex vicesindaco Ettore Filippi che diceva che “A Pavia la mafia non esiste” e che chi la denunciava infangava il nome della città. Eppure lui e suo figlio Luca sono tra le persone più citate nell’ordinanza per le pericolose relazioni con Chiriaco». L’ex direttore sanitario Asl in carcere a Torino. Walter Veltri (Cantiere per Pavia) ha attaccato chi, «nonostante i segnali, non ha fatto nulla», «dalle istituzioni locali e di governo alla procura di Pavia, a cui abbiamo consegnato decine di segnalazioni senza che mai partisse un’indagine». E afferma: «Chiediamo le dimissioni della giunta perché dai dialoghi, al di là degli aspetti penali, Pavia emerge come una cloaca, e del sindaco perché alla sua elezione hanno concorso voti delle cosche: la partecipazione alla fiaccolata è un affronto alla città». Spiega il consigliere Paolo Ferloni: «chiediamo lo scioglimento della commissione antimafia, il cui presidente Bruni invece di plaudere ai giudici ha dato solidarietà all’indagato Pietro Trivi. Il Pgt va bloccato per gli evidenti interessi della ’ndrangheta: occorrerà monitorare le proprietà delle aree e le concessioni edilizie». Alessandro Cajani (Barattolo) ha rivendicato lo slogan «Noi illegali, voi delinquenti»: «Non è infiltrazione ma radicamento mafioso – spiega -, cui ricondurre il turn over dei negozi, la ricchezza, l’economia di policlinico, videopoker: combattere noi, i migranti, i rom è stato un tentativo di distogliere l’attenzione sui loschi affari». Da Cesare Del Frate (5 stelle) arriva il disgusto per «il sistema di favori tra amici degli amici»: «La solidarietà va ai cittadini, non agli indagati, a chi viene derubato di un lavoro, un’opportunità, di denaro per favorire “l’amico di”».