Archivio for luglio, 2010

Bologna, ore 10.25

Bologna, ore 10.25

(lettera tratta da Liberazione del 30 luglio 2010)
Cara “Liberazione”, dicono che dopo molto tempo quanto rimanga d’un “fatto pubblico”, se pur della massima importanza, non siano i sentimenti, bensì il ricordo. Una specie di memoria collettiva edulcorata dal resto. 10,25 ora della scoppio. Tre fischi secchi d’un locomotore segnano l’inizio del minuto di silenzio. La piazza della stazione ammutolisce, molti hanno ancora lacrime. Corpi smembrati, distrutti, in qualche caso perfino volatilizzati dalla forza devastante della deflagrazione. Immane e disumana. Poveri corpi immolati sull’altare d’una politica che avrebbe voluto gettare il Paese nel baratro del terrore. Strategia della tensione si chiamava, voglia di morte. Tu guardi lassù in alto a sinistra e fissi l’orologio ferito che segna le 10.25, ora e sempre, fin che giustizia non sarà fatta! Oggi sei in viaggio per lavoro, oggi vai in vacanza, oggi sei qui solo per un ricordo… Il sentimento di offesa è ancora vivo e il Paese non è libero dalla miseria della violenza, dalla miseria dell’odio, dalla miseria del nulla culturale. E allora ai giovani bisogna insegnare a rispettare il corpo proprio e degli altri, pensi. Hai visto negli anni, seppure non direttamente, troppi corpi straziati: il XX secolo – con i suoi genocidi – secolo della distruzione del corpo dell’uomo. Eppure ora, davanti a questo scempio, che è il tuo, quello della tua città offesa, percepisci ancora l’odore delle macerie, rivedi le luci delle ambulanze, senti il guaito del bus dei feriti e dei morti ammazzati, assaggi ma specialmente tocchi, tocchi con mano l’amara impotenza del cittadino qualunque. Tocchi la lapide che commemora le 85 vittime, marmo della tua stazione, che era anche la loro. La tocchi e ti sembra giusta ma inadeguata icona per tanto dolore, muta testimone d’ingiustizia. Chi ci renderà quei corpi massacrati per nulla, chi?

Piero Antonio Zaniboni Bologna

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Afghanistan, la verità viene a galla

Afghanistan,  la verità  viene a galla

Alfio Nicotra

Non c’è più neanche il solito, ipocrita, sussulto nazionalista. La contabilità dei morti italiani nella guerra afghana ormai è ridotta alla stregua di routine. I comunicati stampa, i messaggi di cordoglio, sembrano scritti con la carta carbone. Ventinove morti, ventinove messaggi tutti uguali. Stanca è anche l’opposizione parlamentare che ha sempre votato a favore della missione e che si limita alla solita litania del «governo che deve riferire alle Camere». Nessun cambio di marcia. Trapela solo rassegnazione per la consapevolezza che l’esito di quella guerra è già scritto.

L’Italia è la periferia dell’impero e non è scossa neanche dallo scandalo delle carte segrete sulla sporca guerra pubblicate dal portale Wikileaks. Eppure parlano anche dell’Italia e di quella “discrezione” nell’intensificare il conflitto ed aumentare le truppe raccomandata agli Usa dagli allora ministri degli esteri e della difesa del governo Prodi. Sulla guerra in Afghanistan l’intero centrosinistra ha perso la faccia. Tutta la propaganda sulla “guerra democratica” si è accartocciata su se stessa. La guerra al terrorismo? Si è trasformata in guerra terroristica contro le popolazioni civili. Le libere elezioni esportate sulla punta delle baionette degli eserciti democratici? Il corrotto governo Karzai ha truccato l’elezioni e si è spartito voti e seggi con i signori della guerra e i trafficanti di oppio. La guerra per i diritti e l’emancipazione delle donne? Una presa di giro: basta leggere il nuovo codice di famiglia basato sulla “sharia” che ricalca in tutto il vecchio codice dei Talebani.

Gli aiuti umanitari ai civili? Una goccia nel mare se raffrontati alla crescente spesa militare per armamenti e soldati. Per non parlare del sistematico boicottaggio e della chiusura di ospedali civili delle organizzazioni umanitarie indipendenti come la nostra Emergency. La guerra per i diritti umani? Ma se è l’occupazione straniera a calpestarli ogni giorno, attraverso rastrellamenti di interi villaggi, bombardamenti indiscriminati, massacro di civili, copertura agli squadroni della morte che mutilano, torturano, fanno sparire chiunque sia in odore di opporsi al regime. Guantanamo, la cui chiusura era stata annunciata da Obama in campagna elettorale, è ancora lì, monumento all’ipocrisia di un occidente che fa a pezzi ogni forma di legalità.

Liberazione ha sempre scritto cosa era davvero la guerra afghana. Ora questa verità si palesa in migliaia di carte e rapporti che il Pentagono avrebbe voluto tenere nascosti. Gli imperi britannici e sovietici dovettero arrendersi davanti ai combattenti afghanistan.

Ora la parola ritiro sta facendo capolino anche su quei giornali nazionali ed internazionali che avevano incoraggiato e sostenuto la guerra. Più prosegue l’occupazione e più sarà ingloriosa ogni “exit strategy”. Eppure, non c’è alternativa al ritiro delle truppe Nato.

Allora è necessario fare un discorso serio a tutta l’opposizione al governo Berlusconi. Occorre una svolta. Per le opposizioni parlamentari significa iniziare a votare contro il rinnovo della missione e presentare una mozione per l’immediato ritiro delle truppe. Per l’opposizione nel suo complesso, rimettere la pace e il ripudio della guerra al centro della propria politica. Tagliare le spese militari, siamo certi, è più popolare di ieri visto che invece si falcidiano stipendi, pensioni, asili nido, sanità, istituti di ricerca, parchi nazionali e via dicendo.

Un tempo si diceva che “solo la pace è un buon investimento”. Mentre tornano le bare dei “nostri” morti ad Herat, il cui sangue versato si somma a quello di altri militari stranieri e d’innumerevoli civili afghani, quella antica saggezza dovrebbe cominciare ad essere la politica estera dell’Italia e dell’Unione Europa.

30/07/2010 Liberazione

La politica di Marchionne e quella del Cav

La politica di Marchionne e quella del Cav

Paolo Ferrero

Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ‘69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda.

La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito. Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Marchionne, infatti, in queste settimane parla il linguaggio della guerra e non a caso si pone l’obiettivo di fare, attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della Repubblica e sulla violazione della Costituzione.

Gli è andata male e la reazione è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è: taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro. Oggi, nei fatti, annuncia un colpo di stato con la scelta unilaterale di far saltare il contratto nazionale di lavoro. E non si dica che Marchionne è isolato. Tanto il centro destra quanto il centro sinistra condividono l’idea che la globalizzazione neoliberista è un fenomeno naturale, oggettivo e che il compito dell’impresa è quello di sbaragliare la concorrenza. Da questa impostazione Marchionne ne trae l’idea che la fabbrica deve essere una comunità combattente, deve avere la disciplina di un plotone al fronte e che quindi qualsiasi dialettica sindacale è intollerabile. Per l’ad di Fiat uno sciopero equivale alla diserzione e non a caso il dictat di Pomigliano prevede il licenziamento se uno sciopera quando c’è lo straordinario.

Questa idea di impresa è condivisa caldamente da tutta la destra e in modo più velato da larga parte del Pd, che non a caso è sostanzialmente muto. E’ del tutto evidente che in questo quadro Marchionne appare semplicemente come uno che tira le conseguenze logiche di un ragionamento che in realtà quasi tutti condividono. Qui sta la forza di Marchionne e qui sta l’intreccio tra il suo golpe in fabbrica con la politica di Berlusconi.

A nessuno può infatti sfuggire che Berlusconi si propone di modificare la Costituzione e Marchionne lo fa. A nessuno può sfuggire che Berlusconi estende alla politica la stessa idea organicista ed antidemocratica che Marchionne ha della fabbrica. Qui sta il nocciolo completamente antidemocratico del capitalismo odierno. L’idea che la società sia un immenso campo di battaglia in cui le aziende organizzate come eserciti si combattono non solo è estranea ma completamente incompatibile con la democrazia.

Quello di Marchionne è quindi un vero e proprio golpe, è un passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, è un “blitz krieg” alla Rommell. Il suo obiettivo – come quello di Berlusconi – è quello di chiudere con il secondo dopoguerra e il suo riconoscimento costituzionale della dignità del lavoro e dei vincoli sociali all’iniziativa privata. Risulta chiarissimo come la crisi venga utilizzata come crisi costituente, come appunto una guerra, che deve portare con sé la chiusura di una fase per aprirne un’altra. Vogliono chiudere la fase della «repubblica fondata sul lavoro e nata dalla resistenza» per sostituirla con un regime basato sulla centralità dell’impresa, sulla mercificazione integrale e la distruzione di ogni soggettività del lavoro.

In questo contesto l’appello alla politica per mitigare gli effetti delle scelte delle aziende o il richiamare ai comuni interessi tra lavoratori è peggio di un errore, è una insopportabile mistificazione.

Per sconfiggere questo disegno occorre in primo luogo demistificarlo. Occorre spiegare cosa sta succedendo usando il linguaggio crudo della lotta di classe, perché di questo si tratta. L’ideologia neoliberista ci ha tolto le parole, occorre riappropriarsene rapidamente per poter nominare cosa sta succedendo: un gigantesco processo di modernizzazione reazionaria che punta ad un cambio di regime. Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili. Occorre mettere in discussione l’universo simbolico neoliberista costruito in anni di pensiero unico.

In secondo luogo è chiaro che l’attacco della Fiat non può essere sconfitto su un piano puramente sindacale, o lasciato semplicemente sulle spalle dei lavoratori della Fiat. Il progetto di Marchionne deve essere attaccato e sconfitto sul suo terreno, quello politico. Il punto è allora la costruzione di una opposizione che intrecci questione democratica e questione sociale. Partiamo da subito a preparare la manifestazione del 16 di ottobre convocata dalla Fiom. Costruiamola sui territori e nei luoghi di lavoro per farne il punto attorno a cui costruire l’opposizione al progetto di Berlusconi, Marchionne e Banca Centrale Europea. Il no di Pomigliano, le lotte degli operai Fiat, le firme contro la privatizzazione dell’acqua ci parlano di una soggettività non piegata. Dobbiamo unificare queste soggettività in un movimento di massa contro il regime Marchionne-Berlusconi, per coprire il vuoto di opposizione, per costruire una sinistra degna di questo nome.

29/07/2010 Liberazione

Riordino e tagli alle attività della salute nella Regione Puglia. Grazie Vendola.

La salute non è finanza!
Sabino De Razza, segretario provinciale Bari
La Finanziaria di Tremonti e del Governo scarica ancora una volta la crisi sui lavoratori e sugli Enti Locali. Nel nome del tanto declamato federalismo le Regioni, le Provincie e i Comuni dovranno rinunciare a prestare servizi fondamentali per i cittadini, quali trasporto pubblico, assistenza sociale, sostegno alla scuola pubblica e alla sanità. Anche per questo la Regione Puglia ha dovuto accelerare la proposta di un piano sanitario di “riordino” che la Giunta Vendola sta per approvare senza aver fatto doverose consultazioni e percorsi partecipativi con Comuni, Enti, Associazioni e i soggetti sociali dei territori. Sollecitiamo fortemente il presidente Vendola e la coalizione di centro sinistra ad attivare momenti partecipativi per evitare che il “riordino” si materializzi in tagli di risorse e attività di presidio della salute anziché in tagli di sprechi, doppioni e privilegi. Tagliare 1.400 posti letto pubblici sui 2.200 previsti non ci sembra sia una scelta da decidere “calandola dall’alto”, metodi di fittiana memoria, senza ampio coinvolgimento delle comunità locali. “Riconvertire” (dove? come? quando?) 18 strutture, tra cui Noci, Rutigliano, Grumo Appula, Santeramo, Bitonto, Spinazzola, Ruvo e Minervino, deve essere pianificato solo con il contestuale potenziamento di presidi di assistenza e prevenzione efficaci ed efficienti, senza rischiare di lasciare “spazi di mercato” agli operatori privati che in Puglia hanno da tempo trovato la loro “Bengodi” (vedi don Verzè a Taranto) anche ben oltre le effettive ricadute sulla tutela della salute dei cittadini pugliesi. La eccessiva ospedalizzazione in Puglia è anche frutto di politiche che negli anni hanno sempre ridimensionato il servizio pubblico e favorito la sanità privata e/o ecclesiale. Ancora in questi giorni i guasti dell’abnorme ruolo dei privati nella gestione della sanità ha mostrato il “marcio” che ormai coinvolge a vari livelli dirigenti e funzionari pubblici, politici e amministratori e la corruzione è diventata “naturale”! Chiediamo di aprire in tempi brevissimi un percorso partecipato e diffuso di confronto e di condivisione con i soggetti tutti del territorio e che gli interventi di riordino non lascino fuori dalla porta i lavoratori delle ditte appaltatrici e i precari della sanità che aspettano – come promesso da Vendola – la stabilizzazione. La salute va tutelata, la salute non è finanza!

28/07/2010 Liberazione

I referendari ringraziano la Federazione della Sinistra

I referendari ringraziano la Federazione della Sinistra

Care amiche e amici, la Segreteria del Comitato Promotore del referendum per l’acqua pubblica, all’indomani della consegna in Corte di Cassazione di un milione e quattrocentomila firme, vuole ringraziare per la disponibilità della vostra organizzazione.

Infatti l’ottimo lavoro svolto è stato fatto anche grazie ai locali da voi messi a disposizione, ma non sarebbe stato possibile senza il sostegno e le competenze di Mimma Tisba e Sandra Cerusico.

Intendiamo sottolineare quest’aspetto perché riteniamo che l’attivazione di decine di persone, uomini e donne, cittadini e cittadine, abbia reso possibile questo straordinario risultato ed abbia rappresentato un modello del fare politica in una dinamica inclusiva, paritaria e democratica; diciamo questo perché riteniamo che l’attivazione di Mimma  e Sandra sia stata determinante ed abbia incarnato in pieno questo spirito e questa indicazione. Riteniamo la loro collaborazione preziosa e speriamo di poter in futuro ancora lavorare con loro e, chiaramente, con tutti voi.

Acqua, Formigoni non aspetta Ronchi

Acqua, Formigoni non aspetta Ronchi

di Roberto Farneti

«Formigoni è uno dei precursori più determinati del ddl Ronchi», spiega a Liberazione Emilio Molinari, uno dei volti più noti del forum dei movimenti per l’acqua, all’annuncio che l’erogazione  dell’acqua lombarda finirà entro l’estate nelle mani di società miste, controllate al 60% dalle singole  province, soggetti gestori al posto degli Ato. Trovandosi all’opposizione il pd si concede due minuti  di scetticismo sulla repentina attuazione del ddl Ronchi: «Vigileremo e faremo la nostra parte».
Peccato che il Pd lombardo, in mano a Penati, non abbia spiccato per entusiamo nella primavera referendaria.
Duecentottantamila firme su 5 milioni di elettori. Il 5% dell’elettorato lombardo (mezzo punto più della media nazionale) ha firmato i tre quesiti in favore della ripubblicizzazione dell’acqua. Il sistema politico dovrebbe tenerne conto «ma Formigoni vuol fare di nuovo il battistrada dopo la bocciatura della precedente legge prima da parte di 144 sindaci lombardi di tutti i partiti – che hanno promosso un referendum nel 2008 – poi dalla corte costituzionale. Ora addirittura anticipa di oltre un anno le scadenze della legge Ronchi e prova rimpiazzare gli Ato con le province – continua Molinari – i sindaci saranno esautorati da ogni possibilità di controllo su un servizio essenziale di cui loro sono i primi responsabili come tutori della salute dei cittadini. I sindaci vengono ridotti a venditori di territori e giocatori di borsa per fare cassa». Nei suoi 15 anni consecutivi di governo, Formigoni ha dovuto chinare il capo all’opposizione soltanto pochissime volte. Ma una di queste
era stata sulla privatizzazione dell’acqua», dice anche Luciano Muhlbauer, coordinatore milanese del Prc, esortando a costruire «la più ampia mobilitazione possibile, a partire dai promotori del referendum, ma cercando il coinvolgimento da subito degli enti locali».
A giocarsi la partita del 40% delle azioni in vendita saranno A2a, la multiutility milanese-bresciana e, soprattutto, Veolia, onnipresente multinazionale francese appena cacciata da Parigie e più assetata che mai (di soldi). «Il presidente di Veolia è anche il capo di Edf, la multinazionale dell’elettricità che a sua volta è dentro A2a», spiega Molinari.
Ronchi, intanto, ripromette l’istituzione di un’authority indipendente in grado di dare «credibilità e fattibilità» al suo ddl. «Sarà un ennesimo carrozzone di nomina politica, una foglia di fico che estromette i controllori istituzionali senza poter incidere sulle dinamiche finanziarie. Quello che sembra compiuto in nome dell’efficienza è clamorosamente falso – ricorda Molinari – l’acqua è un monopolio naturale e se un gestore vince una gara per trent’anni dove sta la competizione?».
E quando se il ministro delle politiche comunitarie attacca il “popolo dell’acqua pubblica” che prevede un’impennata dei costi del servizio idrico, Molinari lo invita a fare una piccola indagine sulle privatizzazioni già fatte. Arezzo, Agrigento, Aprilia, Roma, Bologna, Genova, Enna: in media l’aumento è stato del 6%, con punte del 100%. «Dove è rimasta pubblica, come Milano, fino a ieri, aveva le tariffe più basse d’Europa anche con gli aumenti (da 0,54 a 0,62) appena decisi da Palazzo
Marino».

in data:28/07/2010 Liberazione

Tre anni fa la scomparsa di Giovanni Pesce

Tre anni fa la scomparsa di Giovanni Pesce
Tre anni fa la scomparsa di Giovanni
Compagno Pesce,
un onore averti conosciuto

Bruno Casati
Sono passati già tre anni da quando Giovanni ci ha lasciati. Resta, è vero, la sua storia ed è una grande storia, restano i suoi libri, c’è persino un bellissimo filmato. Ma ci manca la sua presenza, la viva voce di quei racconti che la cadenza dolce della madre lingua francese rendeva ancor più affascinanti. Le storie vissute della fame e delle immigrazione, la miniera, la Spagna, il confino di Ventotene, i Gap, il dopoguerra così carico di aspettative e anche di delusioni.
Giovanni Pesce non era soltanto il comunista di una generazione irripetibile, ma era e resta la rappresentazione, in un uomo, della storia, quella limpida e bella, del Novecento antifascista e dei comunisti italiani. Una storia di cui andare orgogliosi. E lui si compiaceva nel trasmetterla. Giovanni alle riunioni arrivava sempre tra i primi, le manifestazioni se le voleva scarpinare tutte, anche quando gli anni e gli acciacchi lo rendevano un lavoro faticoso. Ma il suo ambiente naturale era in mezzo ai compagni quando, in allegria davanti ad un bicchiere di vino, i racconti scorrevano via fluidi. E lui aveva molto da raccontare. Ma nel cuore di Giovanni un posto speciale era riservato alla Spagna.
In Spagna Giovanni diventa uomo. La Spagna sempre nel cuore. Lui poi ci tornò spesso, organizzava viaggi, andava sugli scenari delle battaglie, incontrava i vecchi antifascisti. La Spagna, in verità, gli era rimasta anche infissa nella carne con le schegge di una granata franchista che lo fecero soffrire sino agli ultimi giorni, ma anche, anni prima, divertire come quando attraversava i controlli agli aeroporti e trillavano tutti gli allarmi e solo dopo, con un po’ di civetteria, mostrava le carte comprovanti le ferite e tutti si mettevano sull’attenti. La Spagna che segna la sua vita perché è la terra in cui va in scena per la prima volta l’Internazionalismo Proletario e operai e artisti accorrono da paesi vicini e lontani e, con le Brigate Internazionali, fanno barriera al fascismo che annuncia la sua esplosione nel continente.
Lui ci arriva in Spagna da adolescente con ancora addosso la polvere della miniera. Le Brigate diventano la sua Patria. Il concetto di Patria, ma quella degli operai e dei contadini che tengono la testa alta davanti ai fascisti, lui la incontra a Ventotene dove impara la lingua italiana con una maestra d’eccezione, Camilla Ravera. E poi la clandestinità, Torino e Milano, dove il nemico non è in una trincea davanti a te. E’ la guerra dei Gap, la più insidiosa, dove la paura è sempre in agguato e uccidere chi non hai mai visto è il tormento che squassa Giovanni. Qui appare l’uomo di “Senza tregua”, l’uomo di ferro, quello che Sandro Pertini avrebbe definito “Hombre vertical”. Ma non c’è solo questo. Nella clandestinità Giovanni conosce la partigiana Sandra, la nostra cara Nori e subito dopo la guerra la sposa. E la foto dei due che, in bicicletta, vanno in viaggio di nozze al lago di Como è dolcissima.
Poi il 25 Aprile e per Pesce ci sono incarichi prestigiosi a Roma ma anche incomprensioni, amarezze, persino ostilità. Roma non è il suo mondo e Giovanni se ne va sbattendo la porta, che è quella delle Botteghe Oscure, non so se mi spiego. Tornato a Milano lavora nell’Anpi e, in tutta modestia, la Medaglia d’Oro al Valor Militare vende il caffè nei bar. Io lo ricordo quando venne a fare la fornitura al bar della Camera del Lavoro. Quando nasce Rifondazione, Giovanni rinasce alla politica, si sente di nuovo apprezzato, partecipa sereno a tutti i Cpn del Partito anche se borbotta. Io gli sedevo sempre affianco, quando il dibattito era criptato e si preparavano quelle dolorose divisioni che poi si sarebbero consumate. Si trovava bene, assai bene tra i giovani, e oggi Giovanni Pesce sarebbe la bandiera della Federazione della Sinistra, la bandiera più prestigiosa. Siamo onorati di averlo conosciuto e averlo ascoltato ma, ripetiamo, ci manca proprio oggi quando la Costituzione Repubblicana è sotto attacco. Ci avrebbe dato una mano, un incoraggiamento, fiducia e ci avrebbe detto: «No pasaran».

27/07/2010 Liberazione

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pesce.htm

Il centro sinistra, la guerra bipartisan e Niki Obama

La settimana scorsa la Camera dei Deputati ha dato via libera con l’appoggio pieno del PD alla proroga ed al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. La vergogna è che di fatto il centro sinistra italiano, ( tranne qualche manovra tattica dell’IDV che questa volta ha votato contro), da tempo sostiene in maniera bipartisan l’aumento delle spese militari. Basta semplicemente pensare che nemmeno un balbettio ha accompagnato la procedura d’acquisto di cento F35 che ha significato una spesa che si aggira sopra i 16 miliardi di euro. Ma non è finita. La relazione tecnica al provvedimento chiarisce che si registra un aumento del contingente italiano impegnato in Afghanistan. La decisione – riporta il bollettino web della Camera – si collega alla revisione della strategia in Afghanistan annunciata dal presidente degli Stati Uniti Obama il 1° dicembre scorso e alle conseguenti decisioni concordate in sede Nato”. Una candida ammissione di ’sovranità limitata’: governo e parlamento italiano si conformano alle decisioni della Casa Bianca commenta giustamente peace reporter. Oggi Vendola ha annunciato che si candida alle primarie del centro sinistra per essere l’Obama bianco, per quanto riguarda il profilo politico dello schieramento che lo sosterrà se dovesse vincere il passo è già fatto, chiunque vada a governare saranno bombe, sai che belle poesie poi che ci faremo sopra.
controlacrisi.org

http://www.controlacrisi.org

“Quel soldino buttato là distrattamente… è un proiettile…contro la massa operaia”

“Quel soldino buttato là distrattamente… è un proiettile…contro la massa operaia”

Sono i giorni della rèclame per gli abbonamenti. I direttori e gli amministratori dei giornali borghesi rassettano la loro vetrina, passano una mano di vernice sulla loro insegna e richiamano l’attenzione del passante (cioè del lettore)  sulla loro merce.

La merce è quel foglio a quattro o a sei pagine che va ogni mattina od ogni sera ad iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e giudicare i fatti dell’attuale politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata.

Vogliamo tentare di discorrere, con gli operai specialmente, dell’importanza e della gravità di quell’atto apparentemente così innocente, che consiste nel scegliere il giornale cui si vuole abbonarsi. E’ una scelta piena di insidie e di pericoli che dovrebbe essere fatta con coscienza, con criterio e dopo maturata riflessione.

Anzitutto l’operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese. Egli dovrebbe ricordarsi sempre, sempre, che il giornale borghese (qualunque  sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto coi suoi. Tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all’ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione.

Ma il bello, cioè il brutto, sta in ciò: che invece di domandare quattrini alla classe borghese per essere sostenuto nell’opera di difesa spietata in suo favore, il giornale borghese riesce a farsi pagare… dalla stessa classe lavoratrice che egli combatte sempre. E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente.

Centinaia di migliaia di operai danno ogni giorno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perchè? Se lo domandate al primo operaio che vedete sul tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi , voi vi sentite rispondere: “Perchè ho bisogno di sapere cosa c’è di nuovo”. E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un’arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso.

Eppure egli sa che il tal giornale è codino, che il tal altro è palancaio, che il terzo, il quarto, il quinto, sono legati a gruppi politici che hanno interessi diametralmente opposti ai suoi.

Tutti i giorni poi, capita a questo stesso operaio di potere constatare personalmente che i giornali borghesi raccontano i fatti anche più semplici in modo di favorire la classe borghese e la politica borghese a danno della politica della classe proletaria.

Scoppia uno sciopero? Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene uan dimostrazione? I dimostranti, sol perchè siano operai, sono sempre turbolenti, dei faziosi, dei teppisti. Il governo emana una legge? E’ sempre buona, utile e giusta, anche se è… viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi.

E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori.

Malgrado ciò, l’acquiescienza colpevole dell’operaio verso il giornale borghese è senza limiti. Bisogna reagire contro di essa e richiamare l’operaio all’esatta valutazione della realtà.

Bisogna dire e ripetere che quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone è un proiettile consegnato al giornale borghese che lò scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia.

Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista.

Non date aiuti di danaro alla stampa borghese che è vostra avversaria: ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi.

BOICOTTATELI, BOICOTTATELI, BOICOTTATELI!

Antonio Gramsci (”Avanti”, 22 dicembre 1916)

“Liberazione, così fragile, così necessaria”

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“La tenuta del giornale è la scelta di esistere per Rifondazione Comunista”

‘Ndrangheta a Pavia

(Tratto da “La Provincia Pavese”)
‘Ndrangheta a Pavia

Il Pgt acquisito dai magistrati

I magistrati della direzione antimafia che indagano sulle infiltrazioni della ’ndrangheta hanno acquisito la bozza del Pgt predisposta dall’università e consegnata al Comune. Il sindaco spiega che il sequestro non bloccherà l’iter del Pgt, ma intanto “ Insieme per Pavia” chiede al prefetto lo scioglimento del Consiglio.
Il passaggio è delicatissimo: insieme alle schede tecniche sui piani di trasformazione urbanistica nella zona del Bivio Vela citata nelle intercettazioni telefoniche, i magistrati della direzione nazionale antimafia che indaga sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Lombardia hanno acquisito anche la bozza generale del Pgt redatta dall’università di Pavia: si tratta del documento tecnico sulla base del quale la giunta dovrà elaborare il vero e proprio piano di governo del territorio che il consiglio comunale dovrà approvare entro il 31 marzo. «E’ stato il Comune a consegnare la bozza generale – conferma il sindaco Alessandro Cattaneo -. La magistratura aveva chiesto una serie di schede tecniche, noi abbiamo messo a disposizione la bozza generale proprio per dimostrare che i lavori preparatori del Pgt si stanno svolgendo nella massima trasparenza e lontano da pressioni o condizionamenti di qualsiasi tipo».
Resta il fatto che un sequestro di questo genere rischia di rallentare l’iter di approvazione del Pgt. «Ci siamo posti il problema e abbiamo chiesto delucidazioni agli inquirenti – replica Cattaneo -. Ci è stato assicurato che è possibile continuare a lavorare sulla bozza e quindi arriveremo preparati e in tempo alla data dell’approvazione del Pgt». La lista “Insieme Per Pavia”, però, cita i possibili condizionamenti sul Comune in materia urbanistica tra i motivi della richiesta di sciogliemento del consiglio Comunale che, ieri mattina, ha presentato in prefettura.

Insieme a Massimo Aurelio e Walter Veltri, il consigliere comunale Paolo Ferloni ha consegnato la richiesta di scioglimento del consiglio al vice prefetto vicario Argentieri in assenza del prefetto Ferdinando Buffoni, anche a nome della Federazione della sinistra, del movimento 5 stelle, del circolo Pasolini del comitato Città e legalità. «Dall’ordinanza di custodia – spiegano da Insieme Per Pavia – si ricavano gli elementi per conoscere collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata. Tali collegamenti possono essere sottostimati dagli attuali amministratori che recitano la parte di chi li ritiene ininfluenti o addirittura li ignora. Sussistono le condizioni per avviare la procedura di scioglimento del consiglio, essendo stato eletto in elezioni inquinate da condizionamenti». La maggioranza, però, fa quadrato e non solo a palazzo Mezzabarba: nel Cda di Asm, il consigliere Pd Alberto Pio Artuso ha chiesto le dimissioni di Luca Filippi dalla presidenza di Asm Lavori ottenendo un secco rifiuto.

(24 luglio 2010)
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