Archivio for agosto, 2010

Intervista a Fidel Castro (1ª Parte): “Si deve persuadere Obama ad evitare una guerra Nucleare”

Intervista a Fidel Castro (1ª Parte): “Si deve persuadere Obama ad evitare una guerra Nucleare”

(Traduzione Granma Int.) 31-agosto-intervista.html

Intervista a Fidel Castro (1ª Parte):

“Si deve persuadere Obama ad evitare una guerra nucleare”

● Fidel risponde alle domande della direttrice de La Jornada, del Messico, Carmen Lira Saade

- È stato quattro anni dibattendosi tra la vita e la morte. Entrando e uscendo dalla sala operatoria, intubato, ricevendo alimenti in vena  e  cateteri e con la perdita frequente della conoscenza.-

“La mia malattia  non è nessun segreto di Stato”, avrebbe detto poco prima che la malattia fosse crisi e lo obbligasse a “fare quello che doveva fare”: delegare le sue funzioni come presidente del Consiglio di Stato e, conseguentemente, come Comandante in Capo delle  Forze Armate di Cuba.

“Non posso continuare più”,  aveva ammesso allora  – come rivela in questa sua prima intrevista con un giornale stampato all’estero da allora. Fece il passaggio del comando, e si mise nelle mani dei medici.

La commozione prese la nazione intera, e gli amici di altre parti; fece nutrire  speranze di rivincita ai suoi detrattori, e pose in stato d’allerta il poderoso vicino del nord. Era il 31 luglio del 2006 quando fu resa nota, in maniera ufficiale, la lettera di renuncia del massimo leader della Rivoluzione cubana.

Quello che non riuscì a rompiere  in 50 anni  il suo nemico più feroce (blocchi, guerre, attentati ) lo fece una malattia della quale nessuno sapeva niente e  su cui si speculava tutto. Una malattia che per il regime, lo accettasse  o no,  sarebbe divenuta un “segreto di Stato”.

(Penso in Raúl, nel Raúl Castro di quei  momenti. Non era solo il pacchetto  che gli avevano affidato  quasi  da un giorno all’altro, anche era era accordato da sempre; era la delicata salute della sua compagna  Vilma Espín – che morì poco dopo  vittima di un cancro-, e la molto probabile scomparsa del fratello  maggiore e capo unico nel militare, nel  politico, nel  familiare.)

Oggi sono  40 giorni che  Fidel Castro è riapparso in pubblico in maniera definitiva, al meno senza pericolo  apparente di ricadute. In un clima disteso  e quando tutto fa pensare che la tormenta è passata, l’uomo più importante della Rivoluzione cubana appare  forte e vitale anche se no domina del tutto  i movimenti delle gambe.

Durante le circa cinque ore di durata dell’intervista  -incluiso il pranzo- con La Jornada, Fidel ha parlato dei più diversi temi, anche se ossessiona con alcuni in particulare. Permette che gli si domandi di tutto   – anche se quello che Childe di più è lui -  e ripasas pper l aprima volta e con dolorosa franchezza alcuni momenti della crisi della propria salute sofferta nei pasati quattro anni.

“Ero come già morto”, rivela con una tranquillità incredibile. Non chiama per nome la diverticolite sofferta nè si riferisce alle emorraggie che obbligarono gli specialisti del  suo staff medico ad operarlo in varie o molte occasioni, con il pericolo di morire in ognuna.

Ma  sì che lo s’intende nel racconto della sofferenza  vissuta. E non mostra inibizioni di sorta  a definire  la dolorosa tappa come un “calvario”.

“Io non speravo già di vivere, nè tanto meno? Mi sono chiesto varie volte  se questa gente (i suoi medici) mi avrebbero lasciato vivere in quelle condizioni o mi avrebebro permesso di morire. Poi sono sopravvissuto, ma in cattive condizioni fisiche. Sono arrivato a pesare poco più di 50 chili.”

“Sessantasei chilogrammi”, precisa Dalia, la sua inseparabile compagna che assiste ala conversazione. Solo lei, due dei suoi medici ed altri due dei suoi più vicini  collaboratori sono presenti.

“Immaginate: un tipo della mia statura che pesa 66 chili. Oggi peso già  85 – 86 chili, e stamattina sono riuscito a fare  600 passi da solo, senza bastone, e senza aiuti.

” Voglio dirti che stai davanti a  una specie di re-su-sci-ta-to”, sottolinea con un certo orgoglio. Sa che oltre al magnifico gruppo  medico che lo ha assistito in tutti questi anni, con il quale è stata posta alla prova la qualità della medicina cubana, ha contato sulla volontà e  questa disciplina d’ acciaio che s’impone  sempre quando  s’impegna  in qualcosa.

“Non commetto mai nemmeno la minima violazione –assicura – Potrei dire anche che sono diventato un  medico con la cooperazione dei medici. Con loro  discuto, domando (domanda molto), apprendo (e ubbidisce).

Conosce molto bene  le ragioni  dei suoi incidenti e  delle cadute, anche se insiste che non necessariamente gli uni portano alle altre. “La prima volta  è stato perchè non mi ero riscaldato bene prima di giocare a pallacanestro. Poi è venuta quella di Santa Clara: Fidel scendeva dalla statua del Che, dove aveva presieduto  un omaggio e cadde in avanti. “Lì ha influito che quelli che attendono uno diventano vecchi anche loro, perdono le facoltà e non se ne occuparono” chirisce Segue la caduta di Holguín, con tutta la sua statura. Tutti questi  incidenti prima  che l’altra malattia provocasse la crisi e lo lasciasse per lungo tempo all’ospedale.

“Steso in quel letto, guardavo attorno a me, ignorante di tutti quegli apprecchi. Non sapevo quanto tempo sarebbe durato quel tormento, la sola cosa che  mi aspettavo era che si fermasse il mondo”, sicuro di perdersi niente. Ma sono resuscitato”, dice orgoglioso.

-E quando è resuscitato, Comandante, con chi si è incontrato? – gli chiedo.

-Con un mondo come di  pazzi. Un mondo che appare tutti i giorni  alla televisione, nei giornali,  che nessuno capisce, ma che non avrei voluto perdere per nulla al mondo – sorirde divertito.

Con un’energía sorprendente in un essere umano che si sta rialzando dalla tomba -come lui dice- e con la  stessa curiosità intellettuale  di prima, Fidel Castro si aggiorna.

Dicono, quelli che  lo conoscono bene,  che non c’è un progetto, colossale o millimetrico, nel quale non s’impegna con una passione incredibile e che soprattutto lo fa se deve affrontare le avversità, com’è stato ed era il caso.

“Mai come adesso è apparso del miglior umore.”  Qualcuno che crede di conoscerlo molto bene gli ha detto: “Le cose devono andare davvero male perchè lei è così vivace”.

Il compito d’accumulare informazioni quotidiane di questo sopravvissuto comincia da quando si sveglia. Ad una velocità di lettura che nessuna sa con quale metodo realizza, divora libri; si legge  200 – 300 dispacci informativi al giorno; sta dietro al momento delle  nuove tecnologie della comunicazione affascinato con Wikileaks, “la gola profonda di Internet”, famoso por la filtrazione di più di 90 mila documenti militari sull’Afganistán, sui quali questo nuevo “navigatore” sta lavorando.

-Ti rendi conto, compagna, di quello che questo significa? -mi dice-. Internet ha posto nelle nostre  mani  la possibilità di comunicare con il mondo. Prima non contavamo su niente di simile – commenta,  mentre si dedica a vedere e   selezionare dispacci e testi, presi dalla rete, che tiene sul suo scrittoio: un piccolo  mobile, troppo piccolo per la taglia ( anche se ridotta dalla malattia) del suo occupante.

-Sono finiti i segreti, o al meno pare così. Stiamo di fronte ad un ” giornalismo d’investigazione d’alta tecnologia”, come lo chiama il New York Times, e alla portata  di tutto il mondo.

- Siamo di fronte all’arma più poderosa mai esistita, che è la comunicazione – insiste -. Il potere della comunicazione è stato, ed è, nelle mani dell’impero e degli ambiziosi gruppi privati che lo hanno usato e ne hanno abusato. Per questo i media hanno fabbricato il potere che oggi ostentano.

Li escolto e non posso fare  ameno di pensare in Chomsky: qualsiasi dgli inganni che l’impero tenta deve contare prima con l’appoggio dei media, principalmente giornali e  televisione, ed oggi, naturalmente, con tutti gli strumenti che offre  Internet.

Sono i media quelli che prima di qualsiasi azione  creano il consenso.

“Stendono le lenzuola”, diciamo? Preparano il teatro delle operazioni.

Senza dubbio, aggiunge Fidel, anche se hanno preteso di conservare intatto questo potere, non hanno potuto. Lo stanno perdendo un giorno dopo l’altro. Mentre altri, molti, , moltissimi, emergono in ogni momento”, Va fatto allora un riconozcimento agli sforzi di alcuni luoghi  e media, oltre che a Wikileaks: nel lato latinoamericano, a Telesur del Venezuela, alla televisione culturale dell’Argentina, al Canal Encuentro, e a tutti quei  media, pubblici o privati, che affrontano i poderosi consorzi privati della regione e le trasnazionali dell’ informazione, la cultura e l’intrattenimento.

Relazioni sulla  manipolazione dei poderosi grupi imprenditoriali  locali o regionali,  i loro complotti per porre sul trono o eliminare governi o personaggi della politica, o sulla “tirannia” che esercita  l’”impero” attraverso  le trasnazionali, sonno oggi alla portata  di tutti i  mortali.

Ma  non di Cuba, che  dispone di un’entrata d’Internet per tutto  il paese,  paragonabile a quella che ha qualisiasi  hotel Hilton o Sheraton.

Questa è la ragione  per cui la connessione in Cuba è una disperazione. La navigazione è come se fosse al rallentatore.

-Perchè tutto questo? – domando.

-Per l’assoluta negazione degli Stadti Uniti di dare accesso a lnternet all’Isola, attraverso  uno dei cavi sotomarini di fibra ottica che passan vicino alle coste. Cuba è obbligata, in cambio, ad usare il segnale  di un satellite, e qusto rende molto più caro il servizio  che il governo cubano deve pagare, e impedisce di disporre di un maggior raggio di banda che permetta di dare accesso a molte più persone  e alla velocità che è normale in tutto il mundo, con la banda larga.

Per queste ragioni  il governo cubano dà priorità di collegamento non a coloro che possono pagare il costo del servizio, ma a chi lo necessita, come medici, accademici giornalisti, professionisti, “quadri” del governo e clubs di Internet di uso sociale. Di più non si può.

Penso negli sforzi inenarrabili del sito cubano Cubadebate per alimentare l’interno e portare all’estero  l’informazione del paese, nelle  condizioni esistenti. Però, secondo Fidel, Cuba potrà dare una soluzione a questa situazione presto.

Si riferisce  alla conclusione dell’opera  del cavo  sottomarino che si  sta tendendo dal porto de La Guaira, in Venezuela, sino alle vicinanze  di Santiago di Cuba. Con queste opere, portate  avanti dal governo di Hugo Chávez, l’Isola potrà disporre  di una banda larga con la  possibilità di realizzare un forte  ampliamento del servizio.

-Molte volte si è segnalata  Cuba, e Lei  in particolare, di mantenere una posizione antistatunitense assoluta, e sono agiunti ad accusarla di provare odo per questa nazione – gli dico.

“Niente di tutto questo –chiarisce-. Perchè odiare  gli  Stati Uniti se sono solo il prodotto  della storia”?

Però, in effetti: solo 40 giorni fa, quando tuttavia non aveva ancora terminato di “resuscitare” lei si è occupato  -pera variare-, nelle sue nuove Riflessioni, del suo poderoso vicino.

“È che ho cominciato  a vedere ben chiari i problemi della tirannia mondiale crescente – e gli si è  presentata, alla luce di tutta l’informazione che maneggiava, l’imminenza di un attacco  nucleare che scatenerebbe la guerra  mondiale.”

Ancora non poteva uscire  a parlare, a fare quello che sta facendo adesso, mi indica. Appena poteva scrivere con una certa  fluidità, perchè  non solo ha dovuto imparare a camminare, ma anche , ai suoi 84 anni ha dovuto ños, imparare di nuovo  a  scrivere..

“Uscito dall’ospedale sono andato a casa, ma ho camminato ed ho esagerato. Poi ho dovuto fare la riabilitazione dei piedi. All’epoca cominciavo già a scrivere di nuovo.

“Il salto qualitativo è avvenuto  quando ho potuto dominare  tutti gli  elementi che mi permettevano di rendere possibile tutto quello che  sto facendo adesso. Ma  posso e devo migliorare. Posso ricominciare a camminare bene. Oggi, già te l’ho detto, ho camminato 600 passi da solo, senza bastone, senza niente, e  questo lo devo conciliare con quello che scendo e salgo, con le ore di sonno, con il lavoro.”

- Che cosa c’è dietro a questa frenesia nel lavoro che più che a una riabilitazione la può condurre a duna ricaduta?

Fidel si concentra, chiude gli occhi  come per cominciare un sogno, però no, torna alla caricaa:

“Non voglio essere  assente in questi giorni. Il mondo si torva nella fase più interessante e pericolosa della sua esistenza e non sono  abbastanza impegnato  con quello che sta succedendo. Ho molte  cose da fare ancora.”

Come quali?

-Come la formazione di tutto  un movimento contro la guerra nucleare – è quello  a cui si sta dedicando dalla  sua riapparizione.

“Creare una forza di persuasione internazionale per evitare che questa minaccia colossale si cumpia” rappresenta totta una sfida e  Fidel non ha mai  resistito di fronte alle sfide.

“In principio ho pensato che l’attacco  nucleare riguardava  la Corea del Nord, ma ho  rettificato rapidamente perchè, mi sono detto, che faceva  la Cina con il suo veto nel Consiglio di Sicurezza?

“Ma i fatti dell’Iran non li ferma   nessuno, perchè non ci sono veti nè cinesi, nè russi.

Poi è venuta  la risoluzione (delle Nazioni Unite), ed anche se  Brasile e Turchia hanno vietato, il Libano non lo ha fatto ed allora è stata  presa la decisione.”

Fidel convoca gli scienziati, gli economisti,  i comunicatori, eccetera, perchè diano la loro opinione su quale può essere il meccanismo mediante il quale si scatenerà l’orrore, e la forma in cui si può evitare  puede evitarse. Li ha portati anche a fare  esercizi di fantascienza.

“Pensate, pensate!”, anima nelle discussioni. “Ragionate, immaginate”, esclama l’entusiasta maestro nel quale si è trasformato in questi giorni.

Non tutto il mondo ha compreso la  sua inquietudine. Non sono pochi coloro che  hanno visto catastrofismo ed anche delirio nella sua nuova campagna. A tutto questo si dovrebbe  aggiungere il timore che assale molti, che la sua salute soffra una ricaduta Fidel non cede: niente e nessuno  è capace di frenarlo. Lui necessita nel minor tempo possibile , CONVINCERE per così FERMARE la conflagrazione nucleare che -insiste- minaccia di far sparire  una buona parte dell’umanità.

” Dobbiamo mobilitare il mondo per persuadere Barack Obama, presidente degli Stati  Uniti, ad evitare la guerra nucleare. LUi è  l’unico che può, o no  premere il bottone.”

Con i dati che già  maneggia come un esperto, ed i documenti che avallano le sue dichiarazioni, Fidel discute e fa un’esposizione  da brivido:

-Tu conosci il potere nucleare che hanno vari paesi del mondo nell’attualità , paragonato con quello dell’epoca di Hiroshima e Nagasaki?

“Quattrocento settantamila volte il potere esplosivo che  aveva ognuna   delle due bombe che gli Stati Uniti lanciarono  su quelle due città giapponesi. Quattrocentosettantamila volte di più!”, sottolinea scandalizzato.

Questa è la potenza che hanno le 20.000 armi nucleari che -si calcola- ci sono oggi nel mondo.

Con una potenza Molto inferiore -con solo 100 – si può già produrre  un inverno nucleare che oscuri il mondo nella sua totalità.

Questa azione barbara potrebbe avvenire  nello spazio di pochi giorni, per essere più precisi, il 9  settembre prossimo, con i 90 giorni concessi dal Consiglio di Sicurezza della ONU per comenciare ad ispezionare le navi dell’Iran.

-Tu credi che gli iraniani retrocederanno?  Te lo immagini?

Uomini coraggiosi e religiosi, che vedono nella morte quasi un premio? Bene, gli iraniani non cederanno questo  è sicuro.  Cederanno gli  yanquee? E, che sucederá se nè l’uno  nè l’altro  cede? Questo può accadere  il prossimo 9 settembre.

“Un minuto dopo l’esplosione, più della metà degli esseri  umani sarà morta, la polvere ed il fumo dei  continenti in fiamme  oscureranno la luce del sole, e le nebbie assolute torneranno a regnare nel mondo”, ha scritto Gabriel García Máquez cin occasione del 41ºanniversario di Hiroshima. “Un inverno di piogge arancione  e di gelidi uragani  invertiranno il tempo degli  oceani  e rovesceranno il corso dei fiumi, i cui pesci saranno  morti di sete nelle acque ardenti? L’era del rock e dei trapianti di cuore  ritonerà alla sua glaciale infanzia.”

“NON HO IL MINIMO DUBBIO  CHE IN MESSICO AVVERRANNO GRANDI CAMBIAMENTI”

“Dimmi, dimmi, che cosa sta  dicendo la ‘mafia’ su tutto quello che ho scritto”?

-Non è solo la “mafia”, eh? Sono di più gli sconcertati da queste Riflessioni, Comandante. Per non parlare del disgusto che ha provocato  al governo messicano.

“Non avevo  nessun interesse nel criticare il governo. Perchè avrei dovuto farlo? Per gusto? Se io mi dedicassi a parlare dei governi , a dire le cose cattive o quelle sbagliate che considero fatte da loro, Cuba non avrebbe relazioni”.

-Si dice che con si suoi elogi ed  i riconoscimenti aperti, quello che Lei ha detto  ad Andrés Manuel López Obrador è stato il “bacio del diavolo” e si chiedono perchè ha reso   pubbliche sia le dichiarazioni  di Carlos Ahumada alla giustizia cubana che i dettagli delle sue singolari relazioni con Carlos Salinas de Gortari. Sospttano che ci sia un’intenzione occulta.

“No, no e no. Ho avuto la fortuna d’incontrare  il libro di Andrés Manuel. Qualcuno me lo ha dato alla fine della sessione dell’Assemblea. L’ho letto  rapidamente  e la sua lettura mi ha ispirato  a scrivere quello che ho scritto.

- Che cosa l’ha ispirata?

“ Rendermi conto di quello che hanno fatto con  la Terra, con le miniere; di quello che hanno fatto con il petrolio. Rendermi conto  del furto, del saccheggio che ha sofferto questo grande paese; degli orrori commessi  che oggi fanno del Messico quello che è.

- Ci sono  sfiduciati da una e dall’altra parte che insistono che dietro la sua “carambola” ci sono altri propositi.

“No. Io non avevo pianificato di scrivere  quello che ho scritto; non era nei miei piani. Io ho un’agenda libera.

-Però ha sollevato un polverone, l’avviso. L’accusano d’aver  scatenato  tutto uno scandalo politico e le piovono addosso le critiche perchè dicono che per il bene o per il male, Lei, Comandante, si è messo nel processo elettorale messicano.

“Ah sì”?, domanda molto animato-. Ci sono critiche  contro di me?

Che buono!  Che buono! Mandamele!  E di chi sono le critiche?

-Di molti, meno  uno. L’unico –dei coinvolti – che non ha detto una sola parola  è Carlos Salinas.

“Perchè è il più intelligente,  lo è stato sempre, oltre ad essere il più abile” dice esibendo un sorriso malizioso. Dalla sua  espressione sembrerebbe che sta già  aspettando la risposta di Salinas. Alla meglio anche in un libro.

Poi ripete alcuni passaggi delle sue Riflessioni: che Salinas era stato solidale  con Cuba, che  quando (nel 1994) attuò come mediatore (designato da Clinton) tra gli Stati Uniti e l’Isola “si era comportato bene e operò davvero come  mediatore e non come alleato degli Stati Uniti.

Racconta che quando Salinas ottenne  dal governo cubano l’accettazione  per rifugiarsi in questo paese ed anche per acquistare  ”legalmente” una casa,  si vedevano con “una determinata frequenza” e si scambiavano punti di vista, eccetera.

“Sono giunto a pensare che lui non ha mai tentato d’ingannarmi”, dice sornione.

-Davvero? – chiedo. Forse Salinas ha commentato  o consultato con Lei la decisione del suo governo di aprirsi alle  relazioni con le organizzazioni terroriste dichiarate, come nel caso della Fondazione Nazionale Cubano Americana creata con l’esclusivo proposito di abbattere il regime castrista e assessinare il suo presidente, Fidel Castro?

Per la prima volta nella storia delle relazioni tra li due paesi, un governo del Messico apriva  le porte della casa presidenaiale a Jorge Mas Canosa,  presidente di questa organizzazione paramilitare, vecchia  nemica della Rivoluzione cubana.

“Quello che lei ha portato in quella casa è  un assassino”, dissi  a Carlos Salinas in quell’occasione, durante un’intervista con La Jornada.

Salinas assentì con la testa, dandomi racione. Ma inmediatamente  si giustificò dicendo  che quello che cercava il suo governo era partecipare, con la “pluralità” cubana, al “dialogo” che si stava realizzando per avvicinare  le parti.

“Voglio dirle che il Messico è altamente rispettoso dei processi interni decisi dai cubani”, assicurò allora.

” Ma quello che  succede a Cuba non è estraneo  ai  messicani; i messicani non possiamo essere  assenti dalle trasformazioni che avvengono in qusto paese perchè si ripercuoteranno  in Messico e in tutta Latinoamerica.  Dobbiamo mantenere questa comunicazione con tutto  il ventaglio delle opinioni abanico de opiniones” (La Jornada, agosto del 1992).

“Opinioni? Il Messico necessitava “l’opinione” di un criminale per arricchire il suo dialogo con i paesi vicini  - chiedo adesso.

Fidel ha abbassato la testa e Childe come a se stesso:

“Perchè ci fece questo?  Lui si era comportato come  un amico di Cuba.

Con lui sisistemavano i temi politici od economici pendenti, alla fine? Dava l’impressione di non avere problemi con noi.

“Perchè diavolo doveva ricevere  quel bandito?”, si chiede un poco sconcertato.

Ma non vuole parlarne di più. Da tempo aveva girato la pagina o l’aveva riservata  per  il momento in cui – dopo il bilancio obbligato- decidesse di far  conoscere  pubblicamente la fine della  sua relazione con l’ex presidente messicano, com’è avvenuto nella  sua Riflessione “Il gigante delle sette  leghe”.

- Cuba non ha mai voluto consegnare la  documentazione filmata che provava il complotto contro López Obrador, come  domandò in quel momento il PRD.

“In quello non li potevamo  compiacere –spiega-. Inviammo tutta la documentazione all’ autoriíta che aveva richiesto  l’estradizione (il ministero delgi esteri  messicano). Un altro atteggiamento non sarebbe stato serio -sottolinea.

Poi Fidel si è ammalato gravemente e questo tema,  come molti altri, avrebbe docuto aspettare.

-Perche parlare  di López Obrador in questi  momenti quasi     preelettorali?

“Perchè io avevo un debito con lui. Io gli volevo dire che (anche se non gli abbiamo consegnato la documentazione richiesta) che non stavamo in nessun complotto contro di lui, nè (lo fummo) nè siamo vincolati a nessunoper danneggiarlo. Che come ho detto nel mio scirtto mionoro di condividere i suoi punti di vista.

- È precisamente lì che dicono che Lei ha dato il bacio del diavolo”,    Comandante.

“Così  che non si può parlare d’invitarlo a visitare Cuba, vero?, dice   sorridendo malizioso.  Rischierebbe molto, non è cosí? Gli ricadrebbe addosso tutta quella banda per screditarlo e togliergli  voti”.

- Come 50 anni fa, nei primi tempi della Rivoluzione, nei quali viaggiare  a Cuba era tutta una  un’audacia. Una foto Della partenza e dell’arrivo  dall’aeroporto del Messico per L’Avana potrebbe  costare persecuzione, colpi, carcere?

Fidel mantiene la sua risatina, e consiglia:

“Non vi preoccupate tanto voi messicani per queste cose. Tutto questo cambierà. Non ho il minimo dubbio  che più presto di quanto immaginate, in Messico ci saranno grandi cambiamenti”.

CONTINUERÀ

(Traduzione Granma Int.)

Nella masseria di Nardò dove si investe sull’accoglienza

Nella masseria di Nardò dove si investe sull’accoglienza

di Stefano Galieni

La stagione delle raccolte a Nardò, nel Salento, sta per terminare. Già una parte dei lavoratori stagionali, migranti, rifugiati, titolari delle diverse forme di protezione umanitaria, si sono spostati verso altre zone per continuare il lavoro. Una umanità varia, c’è chi ha sempre lavorato in agricoltura e chi si è ritrovato senza lavoro perché la fabbrica in cui lavorava, al nord, ha chiuso i battenti e lo ha messo in mezzo ad una strada. Storie che si incrociano, tunisini che vanno e vengono ormai da oltre 10 anni, sudanesi e ghanesi con vicende diversissime, si incontra chi ha un accento lombardo o veneto e magari avrebbe maturato già il diritto per la cittadinanza ma invece deve lavorare per non essere espulso, e chi è giunto da poco, ha superato o sta ancora affrontando la trafila dolente per vedersi garantiti i diritti di protezione sussidiaria e cerca di arrangiarsi.
Capita da tanti anni, ma questa stagione potrebbe segnare l’inizio di una svolta positiva. Prima dell’inizio della raccolta infatti, su iniziativa del Comune, soprattutto del vice sindaco Carlo Falangone, dell’associazione Finis Terrae e delle Brigate della Solidarietà, si è ristrutturata una vecchia masseria abbandonata, un po’ fuori dal paese. Il Comune (di centro sinistra) ha speso circa 70 mila euro, la Provincia (centro destra) 25 mila euro in tende. Risultato: un campo di accoglienza per chi lavora come non si era mai visto. Tende certo, 28 da 8 posti ciascuno, ma con materassi sollevati da terra, e poi docce, servizi igienici, un presidio Asl, uno sportello di assistenza legale, mediatori culturali.
Un investimento nell’accoglienza, insomma, che ha prodotto risultati superiori alle aspettative. Racconta Gianluca Nigro, coordinatore del “Progetto Amici”: «Rispetto agli anni passati si è affrontata la battaglia contro il lavoro nero e si sono costruite alternative reali di accoglienza. 152 lavoratori sono stati assunti in regola (lo scorso anno furono meno di una ventina) sui circa 400 che sono transitati nel campo. La maglietta che abbiamo dato a chi lavora, con la scritta “Ingaggiami contro il lavoro nero” voleva trasmettere proprio la necessità ristabilire rapporti di lavoro dignitosi». Non è che non siano mancati i problemi, ma chi è arrivato a Nardò si è ritrovato in una condizione unica per il panorama meridionale. In due mesi ad esempio sono state eseguite oltre 870 visite mediche, sono proseguite le pratiche per i permessi di soggiorno e per le diverse forme di protezione umanitaria, insomma chi alla sera tornava stremato, dopo aver raccolto pesanti angurie, magari per 10 ore, non solo si ritrovava in tasca una paga corrispondente ai canoni sindacali, ma si vedeva trattato come persona, scopriva di avere diritti e di poter vivere in condizioni umane.
Mercoledì sera la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Laura Boldrini, si è recata nel campo per verificare direttamente quanto si diceva su questa esperienza. Si è ritrovata davanti uno spazio apparecchiato, al cadere del sole, seguendo i precetti del Ramadan, i lavoratori hanno mangiato e raccontato la loro esperienza. «Mi sono soffermata a parlare soprattutto con i sudanesi, in gran parte rifugiati, e i loro racconti mi confermavano quello che potevo vedere. Una esperienza unica, letti ordinati, lenzuola pulite, una atmosfera di serenità mai vista nei luoghi del lavoro agricolo. Un esperimento che ha funzionato perché ha coinvolto tutti, lavoratori, associazioni, istituzioni, Asl, forze dell’ordine». E su questo aspetto la rappresentante dell’Acnur è estremamente netta. «Buone pratiche come queste in cui cooperano istituzioni di diverso orientamento politico rendono nobile la politica. Quando le associazioni si impegnano per mantenere i legami ponendo al centro del proprio agire i diritti di chi lavora e impedendo che si creino condizioni di degrado e di tensione, quando le forze dell’ordine sanno comportarsi con discrezione per sostenere simili interventi, si investe nella convivenza e nell’inclusione. Di questo beneficiano tutti, lavoratori, imprenditori, cittadini. Credo che queste pratiche vadano sostenute e esportate. Quando si sconfigge il disagio si gettano le basi per prospettare un futuro. Tre concetti in fondo: senso di responsabilità, visione ed esempio di civiltà politica, una salutare boccata di ossigeno di cui c’era il bisogno».
E in effetti il tentativo di esportare tali pratiche è già in atto. Gianluca Nigro insieme ad alcuni ragazzi delle Brigate di Solidarietà era ieri a Palazzo S. Gervaso in Basilicata, dove da anni si cerca di percorrere la stessa strada. «Da Palazzo ci hanno chiamato per dirci che erano arrivati lavoratori con le nostre magliette indosso e ora siamo venuti qui per pianificare un intervento – racconta Nigro – Ci rendiamo conto che stiamo creando grosse aspettative ma sul lavoro agricolo nel meridione vogliamo costruire una vera e propria rete. Abbiamo bisogno di relazionarci con tutte le associazioni presenti nei diversi territori, ma vogliamo anche che siano coinvolte e responsabilizzate le istituzioni. L’intervento integrato è l’unico che può aprire sbocchi sapendo che la battaglia principale è la lotta al lavoro nero».
L’esperienza di Nardò è però servita anche a riflettere sull’intreccio fra questione richiedenti asilo, rifugiati ecc… e lavoro agricolo. Molti di coloro che hanno tale status trovano nelle raccolte l’unico sbocco lavorativo possibile e allora si tratta di rendere più efficaci i percorsi di accoglienza. «In questi giorni ci sono stati sbarchi, quasi tutti di potenziali richiedenti asilo dati i paesi di provenienza, Afganistan, Iraq, Iran, kurdi dei diversi paesi – ricorda Laura Boldrini – Non sono numeri da utilizzare per parlare di invasione. Piuttosto è possibile costruire per queste persone un percorso integrato, dall’intercettamento al soccorso in mare, alla prima accoglienza, alla identificazione, alla corretta informazione per accedere all’asilo». Dove si costruiscono forme di accoglienza, si pensi a Riace o a Caulonia in Calabria e di ingresso nel mondo del lavoro come a Nardò, forse si ricomincia a far vivere un po’ di civiltà.

in data:27/08/2010

Vendola, l’aedo del riformismo

Eleonora Forenza

Una intervista doppia, a testate unificate, il manifesto e la Repubblica, in questa torrida estate da basso impero: il nostro versatile aedo lancia, a dire il vero con una tempistica un po’ surreale, la sfida salvifica delle primarie, per uscire dal pantano della seconda repubblica. Le due interviste di Nichi Vendola propongono con tonalità diverse (a ciascuno il suo, il marketing è una scienza seria) la stessa tesi: per il pubblico “adulto” del manifesto non mancano i riferimenti a Melfi e Pomigliano e una differenziazione dalla analisi propostaci dalla lettera di Veltroni sulla sconfitta del 2008. Ma il senso delle due interviste è identico: Vendola si propone di «incarnare in progettualità», la «spinta innovativa» che sente «in Veltroni». Si propone di tradurre in «narrazione», o meglio di essere il narratore, di un compiuto progetto riformista. Di realizzare, cioè, in salsa euromediterranea, il sogno americano di Walter. Certo, «ci sono diversi e divaricati riformismi», e Vendola ne interpreta una variante meno moderata.

Non è un caso che la sfida delle primarie sia rivolta al Pd, e circoscritta nell’ambito di un Pd per entrambi, Vendola e Veltroni, onnicomprensivo, cioè votato a cancellare a suon di sbarramenti, o a cancellare sussumendolo, tutto quello che si trova alla sua sinistra. Poco importa che l’aedo sia convinto di poter sussumere nelle affascinanti spire della sua poesia la prosa del fallimento riformista, mentre rischia di essere il cantore di una storia non sua, cioè sembri essere sussunto da una narrazione altrui. Tra Nichi e Walter non c’è conflitto di interessi. Anzi.

Vendola sembra in grado di poter realizzare compiutamente il progetto veltroniano di piena relizzazione dalla seconda repubblica, bipolare e bipartitica e con venature presidenzialiste, attraverso una più radicale americanizzazione del sistema politico: il superamento del contributo dei partiti nella formazione della decisione democratica, in una ottica saldamente postideologica, quando non retoricamente anti-ideologica; una definitiva stabilizzazione di un sistema dell’alternanza (e, dunque, la necessità di cancellare chi si propone di rappresentare l’alternativa al sistema economico e politico); una sublimazione carismatica del conflitto sociale come surrogato di una sua semplice espunzione dal sistema politico. Una dilatazione parossistica del “ma anche”: diritti civili, ma anche Family day; Pomigliano, ma anche Marcegaglia e De Benedetti; il Pride ma anche Padre Pio.

Vendola, dunque, come evidente nella risposta indiretta a De Magistris, non si pensa come possibile leader (…) di una sinistra unita, né di governo né di alternativa, perché semplicemente non pensa ad uno spazio autonomo di sogettivazione e ricostruzione della sinistra. Il progetto di Vendola non è quello di costruire una sinistra per uscire dal capitalismo in crisi, ma appunto, quello di essere il narratore del riformismo più moderno. Perché Vendola è già oltre l’idea di sinistra: Vendola si propone di rappresentare una interclassista “Italia migliore”.

Ecco perché relega elegantemente nell’iperuranio il ritorno ad un sistema proporzionale (per cui invece la Federazione della sinistra si batte) e si propone di giocare la partita con una legge elettorale, che oltre ad aver regalato l’Italia a Berlusconi, ha cancellato il pluralismo e soprattutto ha definitivamente reso il sistema istituzionale italiano impermeabile al conflitto sociale. Ed ecco perché il nemico da cancellare, da confinare tra la mucillagine dei partiti, e nell’oltretomba del Novecento, sono quelli brutti, sporchi e cattivi, che sostengono che oggi sia ancora più maturo il bisogno di comunismo: essi vengono dipinti nel “discorso della luce” tenuto al meeting della “fabbriche di Nichi” come chi «ha introiettato l’etica e l’estetica della sconfitta». “Che palle”, queste bandiere rosse che avvolgono il corpo agonizzante della sinistra comunista, esclama Vendola, con un linguaggio che forse vorrebbe essere giovanilistico e invece è semplicemente inelegante. E quanta paura dovrebbe provocare in un orecchio di sinistra questa retorica del “vincere”, della sinistra che vince… Non importa che provi a vincere diventando altro, cioè muoia compiendo definitivamente quella metamorfosi degenerativa che in Italia è iniziata col suicidio del Pci. Questi vecchi prigionieri dell’idea della democrazia come conflitto e partecipazione non “romperanno” ancora con la storia della personalizzazione della politica? Con l’idea che le convention siano saldamente costruite in un ottica postideologica, interclassista? Votate appunto a un’idea della democrazia easy, senza faticose assemblee, senza lo stress dei gruppi dirigenti, tanto votiamo alle primarie?

Poco importa che questo formidabile strumento di Opa sul centrosinistra si collochi in un’idea della politica anch’essa votata al compimento della parabola della seconda repubblica attraverso una definitiva cancellazione della democrazia dei partiti e delle ideologie.

Dunque, l’”Italia Migliore scende in campo”, “mette a Vendola”. Si libera dei pregiudizi ideologici: Fini non può essere un alleato stabile, ma un alleato sì. Così come “l’io Sud” della Poli Bortone rappresentava per Vendola nella prima legislatura pugliese una possibile chance per allargare una giunta colpita dalla questione morale.

Dunque la sinistra può anche scomparire, sussunta in un progetto “oltre la sinistra”. No, non citerò quello che diceva D’Alema, commentando “l’oltre la sinistra” di Adornato. E non farò nemmeno riferimento alle analogie fra l’anello che unisce il popolo e l’unto del Signore. Quelle davvero mi fanno troppo male. Sono comunista, e ho molto rispetto per le speranze dei compagni. Ovunque esse siano riposte.

Eleonora Forenza

26/08/2010 Liberazione

Non ci sono più api a Savona

giIPOL00030620100825Checchino Antonini

Non ci sono più api a Savona. A stento ci crescono i licheni e le piogge acide ammazzano gli alberi. Ma soprattutto la gente, a Savona, muore più che in altri posti. Via Diaz, via Griffi, via Pertinace – nei comuni di Vado Ligure e Quiliano – sono dei cimiteri. «Ci sono malattie che si verificano in 2-3 casi ogni 300mila abitanti e qui ne trovi due, tre, nello stesso palazzo». Dati angoscianti spiegati a Liberazione da Paolo Franceschi, medico pneumologo all’ospedale di Savona, referente scientifico della commissione salute e ambiente dell’ordine dei medici provinciale e membro dell’associazione internazionale dei medici per l’ambiente. Franceschi è di Quiliano che, con la vicina Vado, è occupata da una quarantina d’anni da una gigantesca centrale a carbone che occupa l’aria e il paesaggio. Ha 49 anni e faceva le elementari mentre costruivano la centrale dove prima c’erano orti e vi cresceva l’albicocca tipica, quella di Valleggia. 8mila abitanti Vado e altrettanti Quiliano ma la zona industriale su cui la centrale ha le ricadute è abitata da 75mila persone. La centrale è proprio nel centro abitato: la gente vive, lavora, va a scuola tra frastuono e fumi e polveri. E s’ammala e crepa. Quando fu costruita i due paesi vennero “compensati” uno con un palazzetto dello sport, l’altro con uno stadio. Ma, i 550 addetti originari si sono ridotti a 250 dopo la privatizzazione dell’Enel. Ci lavora meno gente di quanta ne ammazza. Produce già molta più energia di quanta ne serva alla provincia ma ora i padroni privati la vorrebbero ampliare. La Tirreno Power preme da un paio d’anni almeno. Tirreno power, 100 milioni di utili netti l’anno, è controllata da Cir Sorgenia che, a sua volta fa capo alla holding di De Benedetti. Ossia della tessera numero uno del Pd. E’ proprio a lui che i comitati no coke hanno indirizzato dieci questioni contenute in una lettera aperta i cui primi firmatari sono, tra gli altri, Maurizio Maggiani, Carlotto, Ferrero, Staino. Margherita Hack, De Magistris, Agnoletto, Paolo Cacciari, Diliberto, Cannavò.

Dieci domande, come quelle che un noto quotidiano di De Benedetti rivolse a Berlusconi e che invece balbetta sui misfatti del carbone. Ecco le domande in sintesi. La versione completa è consultabile su Liberazione on line. Perché si ostina nel progetto di ampliamento di fronte alla contrarietà di una città intera? Perché non ammette che le centrali a carbone uccidono? Perché ampliare quando il protocollo di Kyoto prevede di smantellare il carbone (tanto saranno i cittadini a pagare le multe)? Perché gli impianti non sono allineati alle normative? Perché negare che l’ampliamento aumeterà l’inquinamento? E’ vero che la centrale sarà utilizzata anche come inceneritore di rifiuti? Perché accetta il paradosso che il controllo delle emissioni alle ciminiere sia eseguito dalla stessa Tirreno Power? Perché rifiuta il confronto con i comitati, i medici e la città? Perché ampliare quando già si produce energia per cinque città grandi come Savona? Perché non investire nel metano e nelle rinnovabili?

Perché il carbone è, senza dubbio, la fonte energetica più inquinante. Lo ha scritto il Nobel Carlo Rubbia. E la centrale di Savona produce l’80% delle polveri sottili primarie e secondarie deell’area, il 65% degli ossidi di azoto e il 91% degli ossidi di zolfo, quelli delle piogge acide. E poi c’è il 90% delle emissioni di mercurio: le cozze di Vado hanno più veleni e metalli pesanti dei loro cugini liguri. Riprende Franceschi:«Non c’è una una zona in Liguria con i valori dei tumori maligni più alti». E le morti per tumore (a polmoni, vescica e laringe) sono solo un terzo del totale, poi c’è il record di bambini asmatici e allergici, di morti per infarto, ictus, emorragie cerebrali, ischemie. E molte volte nelle cartelle cliniche le morti per cancro diventano blocchi respiratori.

«Abbiamo notato una sovrapponibilità molto pecisa tra le zone rosse delle aree inquinate e quelle con maggiore mortalità». Le zone rosse corrispondono alla Val Bormida, all’area di Vado-Quiliano-Savona e a Varazze dove si registra la sovrapposizione tra la centrale di Vado (660 megawatt a carbone e 780 a gas naturale) e quella di Genova (300 megawatt, inquina come tutte le fabbriche e tutte le macchine della provincia). Più che dalla potenza l’inquinamento dipende da tecnologia adoperata. Ma non esiste il carbone pulito spacciato dalla propaganda di Enele Tirreno Power. Due gruppi della centrale funzionano ancora con tecnologie anni ‘60, 4 volte più inquinanti delle migliori tecnologie moderne. L’inquinamento di Savona è pari a una città cinque volte più grande. Solo la turbogas inquina più di tutto il porto e di tutte le fabbriche. Il “civilissimo” Texas, ad esempio, mantiene la pena di morte ma nel 2006 ha bocciato il progetto di 17 nuove centrali a carbone “pulito”. In California non ce n’è neanche una.

Anziché ampliare, Tirreno Power dovrebbe «depotenziare e metanizzare», dice a Liberazione, Franco Zunino, ingegnere, ex assessore regionale all’Ambiente per Rifondazione comunista. Come chiede la città. La Regione mantiene il 27% del carbone rimasto in Italia. La Giunta ha già dato parere negativo nella valutazione di impatto ambientale ma, non accadeva da almeno 10 anni, è stata smentita dal ministero dell’Ambiente. Ora ha impugnato al Tar il decreto nazionale «perché in contrasto col piano energetico regionale che punta sulle rinnovabili e non sull’ampiamento del fossile ed è in contrasto col piano di risanamento della qualità dell’aria. La Regione, su mia delibera, non darà l’intesa in conferenza dei servizi, il Via, infatti, non basta». Da parte sua l’azienda fa sapere che «De Benedetti, che non ha alcun ruolo in Tirreno Power».

25/08/2010 Liberazione :evil:

Storia di Ramona la “comandanta” che ha svegliato il Chiapas

giIATT0izi1220100825Maria R. Calderoni

Non esce dalla leggende ma dalla Selva. Per la precisione, dalla Selva Lacandona, Chiapas. Sembra inventata e invece è vera. Ramona. Per la precisione la Comandanta Ramona. Di lei non si sa altro che il nome, il nome di battaglia: Ramona, appunto. Due occhi nerissimi sotto la fessura del passamontagna, il fucile tenuto stretto contro il suo huipil rosso: il mondo la conobbe per la prima volta, quel capodanno del 1994, quando, alla testa dell’esercito zapatista, ha occupato San Cristòbal de las Casas e issato la bandiera della rivolta. Minuscola, con la statura di una bambina, una voce sottile: comandante militare dell’operazione San Cristòbal, in sostanza il braccio destro di Marcos. All’epoca ha 34 anni e nei ranghi dell’Ezln ci sta da quando il movimento è nato. Di origine maya, ricamatrice di professione, si esprime in tzotzil, la lingua della sua etnia (parlata solo da350mila persone); non ha titoli di studio, anzi è praticamente analfabeta. Ma

«chi vive secondo un perchè – come dice quel famoso filosofo – può sopportare quasi qualunque cosa». E lei un perchè ce l’ha, un perché fortissimo: «Svegliare la gente».

Nella Selva – «mai più senza fucile» – ha imparato molto, il suo analfabetismo l’ha lasciato indietro, al fianco di Marcos ha camminato molto anche sul fronte dell’auto-educazione. E suscita stupore, quando lei – una ragazza di bassa statura, che sa parlare solo nella lingua natia – quel gennaio 1994 si presenta davanti alla stampa per la sua prima intervista: come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario indigeno della zona di Sant’Andrés Larrainzar. Nello spiazzo di un bosco coperto di fitta nebbia, lei era improvvisamente comparsa, al fianco degli altri comandanti: David, Felipe, Xavier, Isaac, Moises. Era la prima donna a parlare a nome dell’Ezln. L’inviato del giornale messicano La Jornada così racconta l’incontro. «Non portava passamontagna, ma un paliacate (fazzoletto indio ndr); tra i suoi capelli intrecciati già spuntavano fili bianchi. David le aveva dato un maglione, non tanto per il freddo, ma perchè così poteva coprire la sua tunica il cui ricamo avrebbe rivelato la sua comunità di origine. Erano giorni di rigorosa clandestinità. I suoi stivali e l’orlo della sua gonna erano macchiati di fango».

In quell’incontro, gli zapatisti intendono spiegare i motivi della loro insurgencia, «non ne potevamo più di morire di fame. E’ stato il popolo stesso a dirci di cominciare». Silenziosa, col fucile stretto al petto, lei assentiva; ma quando arriva la domanda sul perchè tra gli zapatisti ci sono anche donne, allora «rovesciò una cascata di parole in lingua tzotzil. Subito si ordinò alle miliziane perché una di loro traducesse». Perché anche le donne? «Perché le donne sono le più sfruttate e oppresse. Perché le donne, da tanti anni, da 500 anni, non hanno diritto di parlare, di partecipare, di ricevere una istruzione, di avere qualche carica nel loro villaggio». E raccontò dei suoi anni di ricamatrice. Di come si alzava all’alba. Di come impiegava fino a tre anni per finire quei pezzi sontuosi che portano le donne degli Altos; e di come le pagavano briciole. Parlò della sua vita quotidiana, «molta sofferenza». Parlò dei suoi sogni – «di essere rispettati come indigeni, come popolo, come paese; perché ci hanno ridotto così molti dei nostri governanti; e perché i ricchi ci hanno lasciato così, come su una scala, in basso». E infine, prima di andarsene, la Comandanta aveva lasciato un messaggio: «Le donne che si sentono sfruttate e non ne possono più, si decidano a mostrare le armi, come zapatiste».

Fu così che la sconosciuta ragazza tzotzil diventa un simbolo. E’ lei a portare la bandiera nella cattedrale di San Cristòbal, dove sono in corso i colloqui tra il Subcomandante e il governo federale di Carlos Salinas. Racconta sempre La Jornada: «Per il suo rango gerarchico, lei appariva sempre alla destra del mediatore, il vescovo Samuel Ruiz. Lì portava il passamontagna e riluceva nella sua tunica rossa di Sant’Andrés. Quasi non parlò, ma il suo silenzio fu eloquente, sottolineato dallo scintillio dei suoi occhi neri. Seduta al tavolo dei negoziati, i suoi piedi non toccavano il pavimento».

Lei, prototipo dell’indigeno “invisibile”, dei “più piccoli” di queste terre, sì, era diventata un simbolo potente. Prima leader zapatista ad uscire dalle zone del conflitto per recarsi a Città del Messico, quel giorno – 12 ottobre 1996 – almeno 100 mila persone sono lì ad ascoltarla – e ad acclamarla – nel Zocalo che è la piazza più grande del mondo; e lei tiene un discorso memorabile. Anche la propaganda ufficiale appare disorientata davanti a questa donna minuta, dalla voce di uccellino, che pronuncia la frase divenuta famosa: «Mai più un Messico senza di noi». La sua popolarità è ormai tale che il governo cerca di minarne l’immagine e a un certo punto arriva a mettere in giro la voce che La Comandanta è morta e colei che parla nelle piazze in realtà è un sosia.

Col fucile stretto al petto, ma non solo. Insieme alla maggiora Ana Maria, è lei ad effettuare una diffusa consultazione sulla condizione delle donne indigene. «Io conosco – dice La Comandanta – l’ingiustizia e la povertà, nelle quali vive la donna indigena nel nostro paese». Ed è frutto di questa ricerca la “Legge Rivoluzionaria delle Donne”, dieci punti che prevedono per la donna “insoliti” diritti di uguaglianza, giustizia, libertà. Nella sfera politica, ma anche in quella sociale, personale, sessuale. 8 marzo 1993, qui Selva Lacandona, Chiapas: la Ley Revolucionaria de Mujeres è approvata.

L’ultima apparizione pubblica di Ramona risale al settembre 2005, nell’assemblea che deve mettere in moto quella che Marcos ha chiamato “L’altra Campagna”. Non ce l’ha fatta a sconfiggere il male che l’affligge da oltre 10 anni: a 47 anni muore all’ìmprovviso, mentre si si sta recando a San Cristòbal, il 6 gennaio 2006. Marcos interrompe il viaggio che sta compiendo in motocicletta nell’ambito appunto dell’Altra Campagna, per partecipare, con tutta la delegazione zapatista, al funerale che si svolge a Oventic. Il subcomandante è scosso. «Vi prego, per favore, di non interrompermi. Mi hanno appena avvisato che la compagna comandante Ramona è morta questa mattina. Il mondo ha perso una di quelle donne che partoriscono nuovi mondi. Il Messico ha perso una di quelle attiviste che gli sono necessarie. E che a noi hanno strappato un pezzo di cuore».

Todos somos Ramona, si intitola la canzone che il gruppo chicano “Quetzal” ha dedicato alla Comandanta. Quella piccola india «che faceva sempre diversi lavori. Tra questi il principale era, come diceva lei, “svegliare la gente”».

25/08/2010 Liberazione :-P

Sacco e Vanzetti, il 23 agosto 1927 venivano giustiziati

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Il 23 agosto del 1927 negli Stati Uniti venivano uccisi, innocenti, Sacco e Vanzetti, due immigrati di nazionalità italiana, entrambi anarchici. Vanzetti faceva il pescivendolo, Sacco il calzolaio. Accusati ingiustamente di omicidio furono condannati in un processo farsa alla sedia elettrica. La loro vicenda ha ispirato libri, film e pezzi teatrali. Di recente è uscito il volume di Lorenzo Tibaldo, “Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”, (edizioni Claudiana, prefazione di Giuliano Montaldo, pp. 276). Tibaldo ha ricostruito un’ampia biografia dei due anarchici con l’utilizzo di molte fonti inedite. Ma non si tratta solo di un saggio storico. L’autore prova anche ad attualizzare la vicenda di Sacco e Vanzetti per leggere i problemi attuali dell’immigrazione e la costruzione del discorso razzista.

24/08/2010

Ferrero: «La Fiat è fuorilegge»

Ferrero: «La Fiat è fuorilegge»

«La Fiat e’ fuorilegge: con la consueta arroganza l’azienda rifiuta di applicare le sentenze della magistratura e non ha fatto entrare in fabbrica i lavoratori ingiustamente licenziati». E’ quanto afferma il segretario nazionale del Prc-Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, in relazione al caso dei tre operai dello stabilimento di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal giudice. «Cosa aspetta il ministro Maroni a mandare i Carabinieri per far  accompagnare i lavoratori reintegrati al loro posto di lavoro?- chiede Ferrero- perche’ la Fiat puo’ in modo mafioso far valere la forza sul diritto e il ministro dell’Interno non fa nulla? Come al solito i leghisti sono prepotenti con i deboli e genuflessi di fronte ai potenti». «Nell’esprimere il pieno appoggio ai lavoratori della Fiat in lotta e alla Fiom- conclude il leader di Rifondazione- chiediamo una volta ancora che questo governo inutile se ne vada a casa. Prima lo fa e meglio e’ per i lavoratori e le lavoratrici».

in data:23/08/2010

Lidiia, la “cattiva” ragazza che metteva paura ai piloti della Luftwaffe

giIATT0izi1220100822

Maria R. Calderoni

Era “La Rosa bianca di Stalingrado”. Così l’avevano soprannominata, ma tutti conoscevano il suo vero nome, ripetuto nei titoli a caratteri cubitali che la stampa di quei giorni le dedicava. Era Lidiia Vladimorovna Litviak, ragazza nata a Mosca il 18 agosto 1921. Perfetta sconosciuta in Italia e in tutto il mondo occidentale, ma molto nota nell’ex Urss. E anche adesso che l’Unione sovietica è sparita da un pezzo, un monumento, decorato da dodici stelle dorate – una per ognuna delle sue dodici vittorie aeree – resta lì a ricordarla a Krasy Luch, regione del Donec. Lidiia Litviak ha il titolo di “Eroe dell’Unione sovietica”, onorificenza alla memoria che le fu conferita da Gorbaciov il 5 maggio 1990, praticamente a tempo scaduto: quella di Lidiia fu infatti una delle ultime medaglie targate Urss elargite. Toccò a lei, meritatamente.

“La Rosa bianca di Stalingrado”, una vita tragica e poetica che sembra un film, un crudele film di guerra. Il periodo è infatti quello tra il 1941 al 1943, l’offensiva Barbarossa è iniziata da tempo e le armate hitleriane, con l’operazione “Tifone”, puntano su Mosca; le perdite dell’Armata Rossa sono pesantissime ed è in pieno svolgimento il piano di evacuazione verso gli Urali. Un tempo di ferro e fuoco, di orrore e durissima resistenza sovietica. Lidiia Litviak non è altrove, è lì. All’epoca ha poco più di vent’anni, e non è una qualsiasi. Finito il corso pre-universitario, a 19 anni ha già in mano un brevetto di pilota, nell’ottobre 1941 è di stanza a Engels, sul Volga, nel centro di addestramento (14 massacranti ore al giorno), che la consegna al primo dei tre reparti completamente femminili operativi al fronte. Il reparto di Lidiia è il 586° IAP (la sigla sta a significare “Squadriglia di caccia”) ed ha sede a Saratov. Reparto di guerra, dove le distinzioni di sesso non sono contemplate, e fornito di caccia Yakovlev, Yak 1 e Yak B2. Gli altri due reparti tutti al femminile sono il 587° stormo, destinato al bombardamento diurno (con bombardieri Pe-2); e il 588° adibito al bombardamento notturno (con biplani Polikarpov PO-2).

Lidiia è bionda, minuta, bella; lì al centro di Saratov è una delle più brave, dedite e coraggiose; e per questo nel settembre del 1942, insieme ad altre due compagne di corso, è trasferita sul fronte di Stalingrado, dove i nazisti sono riusciti a stabilire una testa di ponte lunga 8 chilometri alla periferia della città. La biondina è lì per combattere e combatte. Prima missione: duello ad alta quota tra otto aerei tedeschi e cinque russi. Battaglia micidiale, lo Yak di Lidiia butta giù un Messerschmitt e uno Junker; battaglia vinta. La biondina che sa “tirare” bene: alla fine di quell’anno ha sostenuto una ventina di combattimenti e abbattuti altri tre aerei nemici. La biondina famosa, l’asso dell’Aviazione sovietica, la cui foto buca le pagine dei giornali. Pilota di guerra-ragazzina, soldato di prima linea in tuta da combattimento, lei però riesce a incantare anche per la sua bellezza e femminilità; Lidiia che sa restare elegante, fragile e aggraziata tra i motori rombanti e le raffiche dei duelli aerei.

Morivano dal ridere quelle donne-piloti di guerra, quando nell’ottobre del 1941 ricevettero la loro prima divisa militare. Racconta una di loro a Marina Rossi (che sulla vicenda delle soldatesse dell’aria sovietiche ha scritto un libro, “Le streghe della notte”, Unicopli): «Stivali enormi, cappotti fino alla quinta misura, pantaloni che arrivavano fino al mento. Dalle grandi aperture delle giacche spuntavano colli sottili, dalle maniche arrotolate più volte delle mani minuscole». Lì sul fronte dalle parti di Stalingrado, Lidiia però non si dimentica di essere una biondina carina; ago e filo, aggiusta su misura quella divisa sproporzionata, non senza qua e là un tocco di femminile civetteria: con un ritaglio della imbottitura degli stivali riesce a confezionarsi un collo di pelliccia per l’uniforme e dai brandelli di seta di un paracadute ritaglia foulard. Combatte, è in guerra, fa la guerra, ma vorrebbe non doverlo fare. Nel suo abitacolo, prima di ogni missione, lei non manca mai di collocare un mazzetto di fiori; e accanto al pannello degli strumenti c’è sempre la sua cartolina preferita, la cartolina delle rose gialle. Infuria la guerra spaventosa che anche lei, come tutto il suo popolo, deve combattere, pietà è morta e anche la gentilezza deve morire (insieme a 25 milioni di sovietici).

Lidiia lo sa, ma non rinuncia ad essere gentile: sulla fusoliera del suo temibile bombardiere ha fatto dipingere, accanto alla stella rossa, una rosa bianca. E’ il suo segno, il segno della biondina carina che affronta gli invasori tedeschi lassù in cielo. “La Rosa bianca di Stalingrado”.

I caccia nazisti impararono presto a temere quell’aereo dal fiore bianco; e stentarono parecchio a credere che lassù, nel micidiale duello, fosse al comando una ragazza. Dovettero però impararlo presto. Gli squadroni tutti femminili furono per loro una sgradita sorpresa. Quelle “cattive” ragazze reclutate nell’Armata Rossa avevano pessime abitudini. Per esempio, quella di levarsi in volo nottetempo, attaccare, scomparire. Furiosi, insieme alle bombe, i piloti della Luftwaffe lanciano volantini pieni di ingiurie e maschie oscenità, coniando per loro l’epiteto che le avrebbe consegnate alla storia: brutte “streghe della notte”.

Le uniche guerriere volanti di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Niente di simile infatti è riscontrato in nessun altro paese belligerante, non nell’aviazione americana né in quella inglese; nemmeno – ad eccezione del caso notissimo di Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker – in quella tedesca. «Soprattutto – scrive Silvio Bertoldi nel recensire il libro di Marina Rossi – colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, doveri e perdite delle aviatrici russe: i sacrifici “maschili” che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per la patria invasa».

Bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata: i tre reparti completamente femminili erano stati autorizzati, dopo molte perplessità, da Stalin in persona; convinto dall’entusiasmo e dalla bravura «di una giovane donna molto bella, molto intelligente – scrive sempre Silvio Bertoldi – che studiava musica e canto», e che a 19 anni aveva conseguito il brevetto di navigatrice riuscendo ad essere ammessa all’Accademia aeronautica, «prima donna nella storia del suo Paese»: la leggendaria Marina Raskova, classe 1912, la trasvolatrice emula di De Pinedo. Allo scoppio della guerra, Marina Raskova ha il grado di maggiore; ed è lei ad addestrare il primo reparto femminile in una base segreta sul Volga (morirà a 31 anni, il 4 gennaio 1943, sul fronte di Stalingrado, nel corso di una battaglia aerea).

La “strega della notte”, ormai tenente Lidiia, quello stesso anno annovera ormai plurimi battesimi del fuoco, ha all’attivo 168 missioni e dodici aerei tedeschi abbattuti. E’ decorata dell’Ordine della Bandiera Rossa. E’ ferita più di una volta; ma il colpo più duro lo riceve il 21 maggio di quello stesso 1943: durante una battaglia è abbattuto e ucciso Alexsei Salomotin, il giovane pilota col quale è fidanzata.

Ebbe solo poco più di due mesi, Lidiia, per piangerlo. Il 1 agosto, il bombardiere dal fiore bianco che partecipa alla battaglia di Kursk, è attaccato, si schianta e si incendia al suolo presso Orel. Lei avrebbe compiuto 22 anni qualche giorno dopo. I suoi resti mortali furono rinvenuti solo nel 1979 insieme alle lamiere arruginite del suo caccia.

Lidiia Litviack. Biondina carina, Rosa bianca di Stalingrado. Noi non ti dimentichiamo.

22/08/2010 Liberazione

Liberazione, giornale comunista, deve vivere!

Liberazione, giornale comunista, deve vivere!

… Sì, car* Compagn*, la questione è essenzialmente politica: tra chi lavora al rilancio di un progetto politico del PRC (ancora vago) per la riaggregazione della sinistra anticapitalista, femminista, ecologista-animalista e comunista e chi persegue l’obiettivo della chiusura o dello snaturamento (sarebbe uguale) di Liberazione e della distruzione del Partito, con le provocazioni  gli insulti e soprattutto il sabotaggio, in continuità con la precedente direzione dissipatrice di Sansonetti (6500 euro mensili si beccava!). Si realizzerebbe così l’obiettivo di fare terra bruciata definitivamente a sinistra del pd, con la soddisfazione di quei grandi pensatori e statisti come i veltroni e i d’alema e con la complicità di quei vanesi mercanti della politica come i bertinotti-vendola-sansonetti (tutti insieme concorrono ad una bella rappresentazione della “miseria della politica” a sinistra).

Lo so che la questione è sempre politica -non dubitate che ho anche molte critiche da muovere a tutto il gruppo dirigente (cosa che ho fatto in varie circostanze), dato che le ragioni profonde riguardano il modello di partito, la democrazia, la partecipazione dei militanti, la formazione e la rotazione dei gruppi dirigenti e degli eletti, quasi essenzialmente di genere maschile, etc. etc.- ma costoro hanno dato un apporto fondamentale all’attuale sconfitta e le ferite bruciano ancora molto.

Questa vicenda ha molte analogie con quella vissuta con il manifesto nel 1978/79, quando la redazione sottrasse di fatto il quotidiano al Partito di riferimento, il PdUP per il Comunismo che gli aveva permesso di crescere e di consolidarsi come giornale nazionale (tralascio l’entusiasmo e l’impegno per le diffusioni bisettimanali, le sottoscrizioni straordinarie e tutte le iniziative di sostegno intraprese dalla nascita il 28 aprile del 1971 da tutti gli iscritti). Ecco, quella esperienza non intendo proprio riviverla.

Sono abbonato a Liberazione da quando è quotidiano e “da sempre” ho contribuito a diffonderla, con i compagni del mio Circolo, durante le “feste comandate” del 25 Aprile  e del Primo Maggio e in occasione di altre manifestazioni pubbliche ma anche facendone frequente omaggio “mirato” (a seconda degli argomenti affrontati) ad amici o colleghi. Anche durante la “gestione sansonetti”, perché l’ho sempre ritenuta uno strumento indispensabile per l’in/formazione, la crescita, l’inchiesta, la lotta politica culturale e sociale.

Ben venga quindi anche la nostra nuova rivista Su la testa perché abbiamo bisogno di cultura e di comunicazione, di studio e di dialettica per assolvere anche ad una funzione pedagogica e formativa. Penso che ci fosse la necessità di una rivista e penso che ci siano pure la potenzialità per renderla un luogo di dibattito unitario vero e originale. Si deve quindi assolutamente evitare di pensare ad una redazione “lottizzata” secondo i correntismi interni. Sarebbe un non senso, oltre che fallimentare.

Bisogna concentrare tutte le risorse intellettuali organizzative ed economiche su questi due strumenti-obiettivo, Liberazione e Su la testa: la loro realizzazione riguarda veramente il futuro del PRC.

E’ ora, perciò, di farla finita sul serio con i correntismi (spesso si trasformano in autoreferezialità e si riducono a personalismi) e con le rispettive rivistine per concorrere ad un unico progetto: quello della Rifondazione Comunista.

Compagn*, oltre a sostenere Liberazione con l’acquisto e l’abbonamento o la sottoscrizione, penso che sia opportuno esprimere la nostra solidarietà al direttore Greco e ai 7 compagni redattori, inviando brevi ma efficaci messaggi al giornale. Facciamoci sentire, non facciamoci scippare Liberazione. Se necessario, penso che sarebbe opportuno anche passare ad azioni dimostrative più eclatanti come l’occupazione simbolica del giornale. Siamo noi –lettori diffusori iscritti militanti- i veri editori o no?

Ne approfitto per augurare a tutt* qualche meritato giorno di riposo e di serenità. Saluti comunisti.

Vladimiro Lionello – Vigevano

Prc di Voghera in festa

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