Archivio for agosto, 2010

Feste e iniziative politiche, il partito c’è

Feste e iniziative politiche, il partito c’è

Gianluca Schiavon*

L’estate sta volgendo a conclusione ed è utile un primo parziale bilancio delle attività svolte.

Le feste di Liberazione e della Federazione della Sinistra sono aumentate quantitativamente e qualitativamente oltre le aspettative.

Limitandoci ad una valutazione meramente numerica, le feste del Partito o della Federazione – in qualsiasi modo chiamate – sono già oggi di più di quelle organizzate nel 2009. Sono organizzate in tutti i territori, tanto in quelli in cui esiste una presenza istituzionale in Regioni ed Enti locali, quanto in quelli in cui la presenza è molto ridotta. Ci sono comitati regionali – Toscana in primis – che ne hanno già realizzato una dozzina con risultati positivi anche in termini di autofinanziamento.

Molte iniziative hanno visto il coinvolgimento di collettivi studenteschi, comitati ambientalisti, soggetti dell’autorganizzazione sociale. I temi ricorrenti sono stati la crisi economica e sociale non meno dell’attacco alla Costituzione e dell’involuzione in senso autoritario della rappresentanza politica.

La sensazione positiva è che il corpo attivo del Partito e, ove già nati, gli organismi della Federazione abbiano ben compreso la necessità di uno scatto, di uno sforzo eccezionale sia per le difficoltà della fase politica generale sia per lo stato e per le difficoltà ancor più preoccupanti della Sinistra e del Partito.

E le feste testimoniano che c’è ancora un capitale di valore inestimabile: la militanza intesa come scelta consapevole di dedicare alle proprie buone idee un po’ di tempo e di risorse personali. Emerge anche la voglia di far sentire un punto di vista altro, fuori dai circuiti mediatici e, per ora, fuori dalla rappresentanza parlamentare. Emerge quindi il bisogno di dare forza a Liberazione tanto come giornale del Partito, in senso stretto, quanto come strumento utile alla lotta e al dialogo politico a sinistra.

Impegno militante che non si è ovviamente limitato alle sole feste, ma che si è sostanziato in una presenza visibile e organizzata negli scioperi generali e categoriali di Cgil e Usb, nella campagna a difesa dei diritti dei lavoratori a Pomigliano, nei presidi contro la legge bavaglio, nei banchetti di raccolta firme per i quesiti referendari sull’acqua pubblica. Tutti appuntamenti che hanno contribuito a ricostruire relazioni con i referenti di classe e a intessere rapporti con settori di opinione pubblica meno politicizzata in senso tradizionale.

In questo ultimo scorcio di estate ci sono molto impegni da onorare e campagne da organizzare. La prima data da appuntare nelle nostre agende è quella di riapertura di scuole e Atenei nei quali si riaprirà la mobilitazione per bloccare le controriforme o i tagli. Altra data fondamentale è il 29 settembre, giorno in cui a Bruxelles si riunirà il Consiglio europeo degli affari economici e finanziari e nel contempo il movimento si riunirà – anche grazie alla Confederazione europea dei sindacati – in una grande manifestazione continentale per contrastare le politiche della Bce e affermare l’Europa dello Stato sociale e dello sviluppo. Il 16 ottobre, infine, giorno in cui Fiom e tutti i soggetti politici scenderanno in piazza contro la crisi economica e l’attacco al diritto al lavoro e del lavoro.

Ci prepariamo a queste scadenze attraverso incontri politici di tutto rilievo: le tante feste ancora da svolgere (per esempio a Milano, Torino e Venezia), il campeggio nazionale Alternativa rebelde a Sapri e la prima festa nazionale della Federazione della Sinistra a Roma. Appuntamenti nei quali dimostrare il massimo della radicalità della proposta e costruire il massimo della sintonia per cacciare Berlusconi e i suoi sodali, critici o lealisti, dal governo nazionale.

Il campeggio organizzato da Gc e Fgci è un evento rilevante per decine di giovani da tutta Italia per l’elaborazione e la formazione politica nonché per l’aggiornamentto delle pratiche di conflitto. La festa nazionale si svolgerà per venticinque giorni nel quartiere di San Lorenzo e sarà un impegno gravoso, a cominciare per il Coordinamento romano della Federazione, ma appagante per il fitto programma politico e culturale. Una tappa del percorso che porterà al congresso nazionale e una sede anche utile alla socializzazione tra compagne e compagni,quindi alla creazione di un collettivo meno eterogeneo.

*responsabile nazionale Manifestazioni e feste

21/08/2010 Liberazione

Processo Rasman: condanna in appello.

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Processo Rasman: condanna in appello

Confermata la condanna in appello per gli agenti coinvolti nella morte di Riccardo Rasman. Gli stessi che hanno querelato Daniele Martinelli per il suo servizio. Il colpevole è sempre il giornalista.
“La notizia è giunta in serata: Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi, i tre agenti condannati in primo grado a 6 mesi di reclusione con la condizionale per eccesso di colpa nell’omicidio di Riccardo Rasman, hanno avuto la stessa condanna in appello. Confermata anche l’assoluzione per Francesca Gatti. Il collegio di giudici del tribunale di Trieste presieduto da Morelli con Solinas e Ciriotto a latere, hanno letto la sentenza poco prima delle 18. I tre agenti sono gli stessi che mi hanno querelato per “lesa onorabilità” relativa al testo del mio servizio pubblicato nel gennaio del 2009 sul blog di Beppe Grillo.” Lalla M., Arezzo

La strage di Sant’Anna di Stazzema

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Articolo tratto da Liberazione dalla pagina delle “lettere” 19 agosto 2010

Sant’Anna, pagina vergognosa.

Cara “Liberazione”, sono passati 66 anni dalla strage di Sant’Anna di Stazzema, probabilmente una delle pagine meno conosciute della nostra storia, ma sicuramente una delle più violente, tragiche e drammatiche avvenute durante l’occupazione nazista in Italia. Tutto iniziò all’alba del 12 agosto 1944, quando a Sant’Anna di Stazzema, nelle colline sopra Lucca, arrivarono quattro colonne di Ss con circa 300 effettivi, comandati dal “celebre” maggiore Walter Reder. Dopo poche ore quel piccolo paesino di montagna sulle Alpi Apuane non esisteva più, furono 560 i morti alla fine, molti dei quali donne, anziani e bambini. Simbolo della feroce sete di sangue dei nazisti fu la sorte toccata a Evelina Berretti, una giovane donna che in casa attendeva la levatrice. Furono i militari tedeschi a “sbrigare il lavoro”, aprendole il ventre con le baionette e lanciando il feto in aria sparandogli alla testa. Altro episodio rilevante dell’eccidio fu il massacro della famiglia di Antonio Tucci, un ufficiale di marina che lavorava a Livorno e che aveva condotto la sua famiglia a Sant’Anna di Stazzema. Nella strage morirono 8 dei suoi figli, la cui età andava dai pochi mesi ai 15 anni, e la moglie. Soltanto lui si salvò proprio perché in servizio a Livorno. Tra quei massacratori c’erano anche i collaborazionisti italiani in camicia nera, che guidarono i nazisti tra le impervie mulattiere che portavano a Stazzema, individui col volto coperto, che parlavano italiano, addirittura in dialetto versiliese. Italiani che non si limitarono alla infame opera di spie, carcerieri, aguzzini nelle celle di tortura e nei campi di concentramento, ma che vollero anche macchiarsi del delitto più atroce: la strage di 560 innocenti. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella ricorrenza del 66° anniversario, ha avuto parole inequivocabili sull’importanza di ricordare e comprendere, attraverso le pagine più dolorose della storia italiana, i principi che ispirarono le scelte dei tanti coraggiosi cittadini che si sono impegnati nella Resistenza e nella lotta di Liberazione per restituire all’Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale, creando le condizioni perché forze politiche e orientamenti culturali diversi dessero vita alla Carta fondamentale del nuovo Stato democratico. Parole che dimostrano quanto bisogno ci sia ancora oggi di riaffermare ed attualizzare quei valori che sono il patrimonio di tutti gli italiani, ma soprattutto parole che pesano come macigni per quanti hanno l’illusione di riscrivere la storia per convenienza politica, tributando onori e gloria a quei vigliacchi che 66 anni fa non ebbero nessuno scrupolo nel fiancheggiare servizievolmente gli invasori che violentavano, torturavano e massacravano il popolo italiano, proprio come a Sant’Anna di Stazzema.
Alessandro Fontanesi Anpi Reggio Emilia

Festa di Rifondazione Comunista del circolo Stradella- Broni.

Festa di Rifondazione Comunista del circolo Stradella- Broni.

Da oggi 6 agosto a domenica 8 agosto 2010 al Parco Comunale la festa di “Liberazione” a Canneto Pavese (Pv), organizzata dal Circolo “Domenico Mezzadra” di Stradella – Broni.

Tutte le sere iniziative politiche e culturali, mostre, banco del libro con volumi sulla lotta partigiana e la lotta di classe, diffusione di “Liberazione”, “Su la testa”, “Frigidaire”, “L’Ernesto”, “Triangolo rosso”, “Patria indipendente”, cucina casalinga.

Pisa sarà una grande portaerei. Per il sindaco (Pd) “è un onore”

Pisa sarà una grande portaerei. Per il sindaco (Pd) “è un onore”

Francesco Ruggeri

L’aeroporto militare di Pisa diventerà un hub nazionale per le forze armate, «l’unico posto da dove si partirà per le missioni internazionali»

Francesco Ruggeri

L’aeroporto militare di Pisa diventerà un hub nazionale per le forze armate, «l’unico posto da dove si partirà per le missioni internazionali». Il portavoce della 46ma Brigata aerea (10mila voli l’anno in Afghanistan per conto dell’Italia e un numero segreto di servizi per conto di Camp Darby) ha spiegato che i lavori inizieranno in primavera per approntare entro il 2013 lo scalo su cui si concentreranno i voli militari e una struttura logistica capace di ospitare e equipaggiare, in meno di un mese, fino a 30mila uomini più eventuali familiari al seguito per altre 50-60mila persone. Vicenza, al confronto, è una bazzecola. Tutto ciò in una città di 90mila abitanti che solo nel 2004, proclamandosi “città della Pace, spergiurava – assieme all’allora governatore tocano, sulla necessità di riprendersi quel pezzo di macchia mediterranea occupato da Camp Darby in nome di una vocazione turistica dell’area e di un’ambizione pacifista delle politiche di governo del territorio. «Invece, ci sarà una base militare strutturata per il ruolo offensivo delle truppe italiane all’interno di una politica estera pensata per avventure neo coloniali, per missioni internazionali, per una guerra permanente», spiegano i Cobas pisani che hanno fatto uscire la notizia dagli ambiti della stampa locale mentre, pochi chilometri più in là, proseguono i lavori di ampliamento del canale del Navicelli per dotare la base Usa- Nato dello sbocco al mare per Camp Darby richiesto dallo Zio Sam ai comuni di Pisa e Livorno e alla Regione.

Sembrano secoli quelli che ci separano da quando il consiglio comunale di Pisa votò la mozione per la riconversione di Camp Darby. L’ampliamento del Fosso dei Navicelli (a gestire l’area è la Spa Navicelli, pubblica al 100% con le quote azionarie equamente divise tra Comune, Provincia e Camera di Commercio) non è solo quello di aumentare la profondità del canale e creare una ampia zona per attività industriali ma pure il collegamento diretto via acqua di Camp Darby, la più grande base logistica degli Usa, con il porto di Livorno dove da anni una banchina è riservata già a Usa e Nato. «A rendere possibile il tutto ci sono finanziamenti di varia provenienza e la supervisione dei tecnici comunali – spiega a Liberazione, il portavoce locale dei Cobas, Federico Giusti – sarebbe il caso di chiedere coerenza ai consiglieri e ai partiti che sostennero quella mozione pacifista, sarebbe il caso che le sonnolenti realtà sociali e politiche pisane si attivassero contro la militarizzazione del territorio se non vogliamo che Pisa sia trasformata in zona di guerra. Se non ora quando?». Ma per Marco Filippeschi, il sindaco di Pisa per conto del Pd, all’epoca della mozione deputato diessino, la nascita dell’hub va messa fra le buone notizie: «Per Pisa non può che essere un onore accogliere le strutture che consentiranno all’aeroporto militare di essere il punto di riferimento, logistico e di volo, per le missioni di pace che le nostre forze armate saranno chiamate a svolgere. Senza sottovalutare anche le possibili ed interessanti ricadute occupazionali». Nel commentare la notizia, il sindaco ha voluto sottolineare come «la convivenza della base militare e dello scalo civile, segnate in questi anni dagli ottimi rapporti con il Comune di Pisa, sono garantite e producono effetti come è stato nel caso del progetto per l’allungamento delle piste». Inutile dire che la città non ne sapeva nulla e il consiglio comunale non ha mai discusso dell’hub. Solo nell’ultima seduta prima della pausa estiva s’è parlato delle ripercussioni negative dell’eventuale ampliamento dell’aeroporto di Firenze. Rifondazione comunista ha appreso dell’avanzata ipotesi di militarizzazione di S.Giusto solo dalla stampa. «E ci trova in totale disaccordo l’idea che, mentre si tagliano i servizi essenziali, si trovino soldi per la guerra, per la cementificazione e per l’inquinamento di un aeroporto tutto dentro la città», dice Luca Barbuti, segretario pisano di Rifondazione che fa appello al tessuto imprenditoriale e politico della città di non fare «come la cricca di fronte alle macerie aquilane: non ci si arricchisca sull’economia di guerra». C’è da scommettere che la città reagirà. Le risorse ci sono. Unico nel suo genere, l’ateneo pisano ospita un corso di laurea in Scienze per la pace. E, nel mese di maggio, quando il comune voleva mandare i bambini in gita nella scuola dei parà, c’è stata una fortissima mobilitazione dell’opinione pubblica – prima di tutti insegnanti e genitori – per trasformarla in un flop.

05/08/2010 Liberazione

Edilizia, boom di vertenze sindacali

20100618_edile(tratto da “la Provincia Pavese” — 03 agosto 2010   pagina 13   sezione: CRONACA)

PAVIA. Crescono le vertenze sindacali nel settore edile: «Rispetto al periodo pre-crisi – spiega Gianluigi Sgorba, segretario del Fillea Cgil, il sindacato degli edili -, ovvero nel biennio 2006-2008, la crescita è del 25%». Sono 130 quelle aperte, oltre 250 i lavoratori coinvolti.  «La maggior parte – riprende Donata Ferrari, della segreteria Fillea – riguardano il mancato pagamento di mensilità e solo in secondo luogo, l’impugnazione di licenziamenti». Aspettano gli stipendi i 15 impiegati dalla Guarnaschelli, o i 30 della Gibelli che cercheranno di ottenere i loro soldi ora che l’azienda è fallita.  Se l’anno scorso la stragrande maggioranza delle vertenze riguardava proprio i licenziamenti, nei primi sei mesi del 2010 il problema sono i pagamenti. «In media le aziende accumulano arretrati dai due ai tre mesi – spiega Sgorba -. Sopra i due mesi, tuttavia, il lavoratore può dare le dimissioni per giusta causa». Come hanno fatto, per esempio, i tredici lavoratori della Ime e della Rcm, che non ricevevano lo stipendio da aprile. «L’azienda li voleva costringere al licenziamento – spiega Sgorba – ma in questo modo avrebbero perso il sussidio di disoccupazione. Con le dimissioni per giusta causa avranno almeno questo aiuto per sei o otto mesi». Le aziende grandi non pagano «a causa dei ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni – spiega Sgorba -, ma la più alta vertenzialità è con le piccole». Che, spesso, pagano parte dei lavoratori (con cui continuano a lavorare), e non versano invece gli stipendi agli altri.  Non tutti però vanno fino in fondo: «La prima preoccupazione è il posto di lavoro – spiega Ferrari -, difficile trovarne un altro. E quando si inizia una vertenza è difficile mantenerlo». In più ci vuole tempo, e intanto c’è il mutuo da pagare: «Ci vuole almeno un anno e mezzo – illustra Ferrari -. Prima si manda una lettera, poi si convoca la commissione di conciliazione. Che dovrebbe riuscire a trovare un accordo per rateizzare i pagamenti». Ma che, a volte, non basta: c’è chi firma la conciliazione bonaria e poi non paga e chi invece non si presenta in commissione,e a quel punto parte il decreto ingiuntivo. «Se l’azienda paga con bonifico – spiegano dall’ufficio vertenze – è più facile dimostrare il mancato versamento. Se paga in contanti, invece, è complesso soprattutto se il dipendente ha firmato». Per questo è fondamentale che qualora l’importo versato sia diverso da quello indicato in busta, il dipendente scriva la formula «come acconto del mese». «Altrimenti – riprende Ferrari – il datore dimostra di aver pagato tutto».  Il resto delle vertenze riguardano poi la difficoltà di cambiare mansione a operai non più idonei al lavoro per malattia sopraggiunta, e le differenze retributive. «Un lavoratore – spiegano dal Fillea – viene assunto a un determinato livello e svolge poi mansioni riservate a un livello superiore». In quel caso occorre calcolare le percentuali dovute dal datore di lavoro in più rispetto agli stipendi pagati.  Sono 72 le pratiche già chiuse nel 2010 con successo. Ma crescono le aziende per cui viene chiesto il fallimento: «Lo possiamo fare dopo una serie di decreti ingiuntivi o se i crediti dei lavoratori superano i 35mila euro: condizioni sempre più diffuse», conclude Sgorba. – Anna Ghezzi

Vigevano, vacanze in città per far bastare la pensione

(Tratto da “La Provincia Pavese” – 03 agosto 2010)

VIGEVANO. Come trascorrono le vacanze gli anziani vigevanesi? Molti sognano una vacanza al fresco ma le pensioni sono rimaste invariate rispetto al costo della vita che è invece aumentato. «La pensione ci basta appena per mangiare e pagare le bollette di casa. Un viaggetto ci piacerebbe, ma con quali soldi? Non sono abbastanza». Altri, muniti di condizionatore, riescono a sfuggire dalla forte morsa del caldo. «In casa da soli, anche se al fresco, ci annoiamo e così usciamo. Ci sediamo sotto il viale alberato della stazione o di fronte al Parco Parri e chiacchieriamo in compagnia».  Vivono molto meglio le coppie aventi entrambi la pensione. «In due è più facile campare e magari togliersi anche qualche sfizio. Lo scorso anno ci siamo presi il condizionatore – rivela una coppia – e stando attenti tutto l’anno siamo riusciti a metterci da parte un po’ di soldini per andare una settimana in montagna».  Purtroppo non tutti gli anziani hanno la fortuna di riuscire a vivere con il proprio compagno tutta la vita, molti dopo la morte del coniuge affrontano un periodo durissimo nel quale, riescono a permettersi un solo pasto al giorno. «Mi spetta solo la reversibilità di mio marito che è 600 euro, prima mi davano anche la minima sociale che era di circa 300, ma da quando lui è morto mi è stata tolta. Mi farebbero davvero comodo, soprattutto perché sono in affitto». Anche la pensione di invalidità non è abbastanza. Fiorenzo, un sessantacinquenne, dice: «Io la mia pensione cerco di farmela bastare, ma davvero con tanta fatica. Fa un caldo che si muore, così vengo al Centro sociale anziani tutta l’estate, c’è l’aria condizionata e si può stare al fresco a parlare con amici e far passare la giornata».  Piera P., orlatrice settantasettenne, dice: «Io soffro tantissimo il caldo, la montagna sarebbe l’ideale ma la mia pensione è appena di 416 euro. Inoltre, un mese fa sono stata derubata mentre ero in casa. Mi hanno portato via la borsa contenente 170 euro, soldi che mi sarebbero serviti per pagarmi la spesa. Da quel momento ho paura a stare a casa sola. Poi ho un problema alla gamba, mi cede e sono già caduta parecchie volte. Il medico mi ha detto di fare una radiografia ma fino a settembre non c’è posto ne agli ospedali ne ai vari centri privati abilitati. Così dovrò andare da un ortopedico privato e spendere molti soldi».  Aida Armenio ammette: «Io proprio non mi posso lamentare, ho 71 anni e ho lavorato per trent’anni alla Moreschi. Prendo una bella pensione e vivo bene. Avendo fatto sacrifici prima, ora ho la casa di proprietà e perciò nemmeno l’affitto da pagare. Mi piace il caldo e anzi soffro di più il freddo. Prima guardavo i nipotini, ma ora sono cresciuti e così, da qualche anno, faccio la volontaria dell’Auser».  Come lei anche Primo Aldrovandi dice di non soffrire il caldo. «Io ho sempre freddo, oggi ho anche il maglioncino. Ho fatto per tutta la vita il commerciante di formaggio in piazza del mercato. Riesco a farmi ogni estate una vacanza in montagna. Purtroppo quest’anno ho un problema alla gamba e così non me la sento di andare. Li si va a fare le passeggiate ed io non sono molto in forma in questo periodo». – Eleonora Di Maio

NO, COSÌ NON SI AIUTA IL GIORNALE E NON SI DIFENDONO NEPPURE I POSTI DI LAVORO

SOSPESI GLI STIPENDI A LIBERAZIONE, GIORNALISTI IN SCIOPERO PER 48 ORE

Domani e mercoledì il giornale non sarà in edicola. Pubblichiamo il comunicato del Cdr

Il Comitato di redazione e l’assemblea sindacale delle giornaliste e dei giornalisti di Liberazione proclamano lo sciopero per la giornata di oggi 2 agosto e di domani 3 agosto 2010. E’ la prima iniziativa cui ci obbliga la sconcertante risposta della società editrice MRC SpA, nell’altrettanto e più sconcertante silenzio dell’azionista unico Partito della Rifondazione comunista e del direttore Dino Greco, alla denuncia pubblica del Cdr, della Fnsi e di Stampa Romana sull’illegittimità e l’insostenibilità di quanto annunciato dall’azienda al tavolo del 28 luglio u.s.: e cioè che a partire dal mese corrente di agosto 2010 le lavoratrici e i lavoratori di Liberazione si trovano a dover prestare la loro opera senza più garanzia certa di retribuzione.
Per la MRC SpA, come illustrato al Cdr, la nota congiunta con la quale si è concluso quel tavolo riconvocandosi per settembre contiene per parte dell’azienda tutte le risposte: e cioè che non c’è alternativa possibile, fino ad allora, rispetto a quell’annuncio. E che nemmeno può esserci una definizione di scadenza del “rinvio” del pagamento delle retribuzioni.
La fondamentale garanzia di una congrua retribuzione del lavoro prestato resta dunque, come scritto in quella nota, “sospesa” fino al “buon esito” delle “iniziative straordinarie” e delle operazioni finanziarie. Iniziative avviate per far fronte alla nuova previsione d’un passivo per il bilancio in esercizio conseguente all’ulteriore perdita di copie vendute e che il Prc dichiara di non poter ripianare; ma iniziative limitate alla “promozione” di abbonamenti e diffusioni straordinarie, oltre che di estemporanee raccolte fondi, che abbiamo già giudicato necessarie ma fortemente insufficienti, mentre si nega tuttora un piano di interventi industriali – corredato ovviamente da un piano editoriale – che preveda un ulteriore e ben più incisivo contenimento dei costi relativi. E operazioni finanziarie drammatiche, cui si rinvia la soluzione della “aggrava situazione debitoria” e la “crisi di liquidità”, che nel frattempo si scaricano oggettivamente sulle lavoratrici e i lavoratori.
Lavorare in una condizione di “sospensione” della regolare retribuzione è una proposta irricevibile per qualsiasi lavoratrice e qualsiasi lavoratore, come ha già sottolineato il sindacato.
E’ perché non si pensi di poter aggirare in maniera indolore questo punto inequivocabile che le redattrici e i lavoratori di Liberazione sono in sciopero e sollecitano di nuovo Prc, azienda e direzione ad assumersi pienamente le rispettive responsabilità e a mettersi nelle condizioni di indicare immediatamente i termini di garanzia della retribuzione del lavoro.
La redazione di Liberazione è riconvocata in assemblea sindacale alle 12 di mercoledì 4 agosto.

in data: 02/08/2010

NO, COSÌ NON SI AIUTA IL GIORNALE

E NON SI DIFENDONO NEPPURE I POSTI DI LAVORO

Che la situazione di Liberazione sia molto, molto difficile credo essere concetto ben chiaro nella testa dei nostri lettori, dei compagni e delle compagne ai quali stiamo chiedendo (e dai quali stiamo in parte già ottenendo) uno sforzo straordinario, principalmente attraverso la diffusione del giornale e la sottoscrizione di nuovi abbonamenti per colmare il deficit previsto per il 2010, così da potere continuare le pubblicazioni.
Di questo stato di cose e delle molteplici ragioni che l’hanno originato abbiamo fornito ampie e dettagliate spiegazioni sulle colonne di questo giornale. Come pure abbiamo dato conto del formidabile processo di risanamento finanziario messo in atto negli ultimi diciotto mesi, reso possibile dall’attivazione dei contratti di solidarietà e da una drastica (e non indolore) riduzione di tutte le voci di spesa. Come è noto – ma sembra sia necessario ribadirlo – il debito di esercizio per l’anno in corso è stimato dalla società editrice in circa 300mila euro: un risultato che ha del miracoloso e che invece – leggo – il Cdr interpreta, incomprensibilmente, come “un nuovo pesante passivo” creatosi nell’esercizio corrente (!). Una performance che, tuttavia, non basta a mettere in sicurezza il giornale perché anche una cifra di così modesta entità non è ripianabile dal partito-editore. Di qui la campagna che abbiamo promosso per raggiungere, entro la fine dell’anno, il pareggio di bilancio. Un traguardo tutt’altro che irraggiungibile, se tutta la nostra comunità, se tutte le strutture di partito, se le federazioni e i circoli vi concorreranno con il necessario impegno.
Liquidare questa impresa collettiva – come fa in una propria nota il Cdr – come un agitarsi improvvisato e velleitario «per recuperare improbabili risorse economiche nel periodo estivo» o, peggio, attribuire proprio a queste iniziative, fortemente volute dalla direzione e sostenute dal partito, la responsabilità di mettere «inesorabilmente a rischio il prosieguo delle pubblicazioni» è tesi paradossale e del tutto incomprensibile, che nulla ha a che vedere con la legittima aspettativa dei dipendenti di vedere regolarmente retribuito il proprio lavoro.
Il fatto è che siamo in presenza di un problema assai serio di liquidità, comune a molte altre testate che come noi soffrono per l’incertezza dei finanziamenti pubblici destinati ai giornali di partito e di idee, messi continuamente e vigliaccamente in forse, almeno nella loro entità, dal governo. Tutto ciò genera una tensione con le banche che lesinano finanziamenti su crediti la cui esigibilità non ritengono garantita. Questo sta comportando un contraccolpo sulla regolare corresponsione delle retribuzioni che la MRC ha dichiarato di non potere erogare nelle scadenze temporali previste.
I fronti aperti, come si vede, sono due: uno interno, per guadagnare più lettori e portare a compimento l’obiettivo di un giornale che viva per forza propria e in virtù di una riconosciuta utilità da parte del proprio pubblico. L’altro – esterno – per difendere il pluralismo dell’informazione, cioè un pezzo irrinunciabile della democrazia, che perciò deve essere aiutato con l’impiego di risorse pubbliche, certe nella loro disponibilità ed erogate sulla base di criteri trasparenti e verificabili, come abbiamo sin qui inutilmente rivendicato.
Il sostegno a Liberazione, il riconoscimento della sua unicità nel panorama editoriale, gli attestati di solidarietà che ci pervengono da ogni parte e che quotidianamente pubblichiamo ci sono di incoraggiamento a proseguire con coraggio nella battaglia intrapresa, confortati dalla consapevolezza che cessare di esistere rappresenterebbe un danno serio non soltanto per chi in Liberazione lavora, ma per le idee che il giornale incarna e per le speranze, le lotte, le proposte a cui esso dà voce e visibilità.
In questa situazione servirebbe la massima convergenza e unità di tutto il corpo redazionale, la disponibilità – anche – a farsi carico di qualche sacrificio per superare una strettoia complicata, ma non invalicabile. La richiesta avanzata dal Cdr di sospendere le pubblicazioni di Liberazione nel mese di agosto è del tutto contraddittoria con la campagna in atto per rilanciare il giornale, con lo sforzo corale che è richiesto ai lettori e a tutto il partito per generare risorse e fidelizzazione. Nel quadro dato, lo sciopero rischia di retroagire negativamente su questa impresa e comprometterla, contribuendo a segare il ramo sul quale siamo seduti. Mi auguro fortemente che non si superi la soglia oltre la quale il danno sarebbe irreversibile.
Non di meno rinuncio a far giungere ancora più forte l’appello a quanti hanno a cuore Liberazione perché la sostengano con una dedizione e con un impegno quale forse mai si sono verificati nella storia di questo giornale.
Dall’inizio della campagna, alla fine di luglio, nel giro di pochi giorni, sono stati sottoscritti 183 nuovi abbonamenti. Qualcosa dunque, faticosamente, è cominciato a muoversi. Lo stesso vale per la sottoscrizione. Ma occorre spingersi molto oltre e a dare l’esempio sono chiamati in primo luogo quei dirigenti, a ogni livello, che ancora non hanno corrisposto a ciò che è lecito aspettarsi da loro.
Ho scritto ripetutamente che le Feste di Liberazione in corso di svolgimento devono rappresentare l’occasione di un rapporto di massa al quale non sia estraneo il tema del giornale. Portarlo ogni sera su ogni tavolo, proporne l’acquisto, fermarsi a parlare con i compagni e con gli occasionali interlocutori può aiutare moltissimo. Poi, a settembre, la campagna crescerà ancora, sviluppandosi attraverso iniziative editoriali ed eventi culturali e politici. Chiunque decida di promuoverne in proprio altri, tanti altri, compirà opera meritoria e probabilmente decisiva.

Dino Greco

in data: 03/08/2010

Emergency: riaperto il Centro chirurgico di Lashkar – Gah

Emergency: riaperto il Centro chirurgico di Lashkar – Gah

Cari amici,

siamo molto felici di annunciarvi che giovedì 29 luglio abbiamo riaperto il Centro chirurgico di Lashkar-Gah.
Un giornalista ci ha chiesto “Perché?”. Ma la risposta la sapete già: perché è il nostro lavoro, perché quell’ospedale serve, perché è l’unica struttura gratuita nella regione, perché quell’area è teatro di una guerra sempre più violenta, perché i 70 letti delle corsie – da quando è stato aperto e fino al giorno della sua forzata chiusura il 10 aprile scorso – sono sempre stati pieni. Perché la popolazione ne ha bisogno: e noi non abbiamo bisogno di altri perché.

Ancora grazie per il vostro sostegno.
A presto,

Cecilia Strada
Presidente di Emergency

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Per maggiori informazioni sulla riapertura del Centro, guarda il nostro sito.

Scopri tutti i modi per sostenere il Centro chirurgico per vittime di guerra a Lashkar-gah.

Pensioni e sanità: a loro le rose a noi le spine

Pensioni e sanità:  a loro le rose a noi le spine

Sante Moretti

«Le pensioni sono escluse dalla manovra» hanno ripetuto fino alla noia i ministri del Lavoro e del Tesoro. Invece nella manovra le pensioni sono parte rilevante per l’entità economica del “risparmio” e per le conseguenze sul piano sociale.

Tremonti sottolinea che ora il sistema pensionistico italiano è il più stabile in Europa (ma anche il più povero!) e aggiunge che «la più grande riforma delle pensioni fatta in Europa quest’anno si è realizzata nella pace sociale e senza neanche un giorno di sciopero» e ha ragione.

Ed è sempre il ministro a sottolineare che i fatti più rilevanti di questa settimana sono l’accordo di Pomigliano e le misure in campo pensionistico.

Tremonti non si riferisce solo all’aumento di un anno di età per il diritto alla pensione dei lavoratori/trici dipendenti, di 18 mesi di quelli autonomi, di 5 anni delle lavoratrici dell’impiego pubblico, ma in primo luogo alla trasformazione in legge di un protocollo tecnico firmato anche dal sindacato per l’aumento automatico ogni 3 anni dell’età per il diritto alla pensione (nell’accordo gli anni erano 5) escludendo per il futuro ogni possibile forma di contrattazione.

Questa misura insieme alla revisione automatica dei coefficienti per il calcolo delle future pensioni manda tutti in pensione sempre più vecchi e con una pensione stimata nel 30%/55% del salario percepito degli ultimi anni di lavoro. Ovviamente il sistema degli automatismi esclude aumenti generalizzati delle pensioni, compresi i minimi, logorate dal costo della vita e il cambiamento del meccanismo della rivalutazione annuale risultato inadeguato e penalizzante. Nello stesso tempo lo Stato si è impossessato dei circa 9 miliardi di avanzo dei bilanci del 2009 dell’Inps (7,5 mil.) e Inail (1,5mil.).

Non solo l’Inps ha assicurato che fino al 2020 il Tesoro potrà contare su un avanzo del bilancio dell’Istituto non inferiore ai 4 miliardi ogni anno.

Va ricordato che le pensioni sono una quota di salario che viene riscossa mensilmente quando si cessa di lavorare.

Negli ultimi anni anche con il consenso delle confederazioni sindacali il sistema pensionistico è diventato più personale, meno solidale, più povero. Il calcolo dell’assegno pensionistico viene fatto sul valore dei contributi versati da ognuno, il minimo è stato eliminato, la pensione di anzianità è limitata al versamento di almeno 40 anni di contributi.

E’ stata istituita e incentivata la pensione integrativa che obbliga chi vi aderisce a rinunciare al Tfr e a quote di salario e affidarsi ai capricci, ai terremoti, alle speculazioni dei mercati finanziari: nel primo semestre 2009 i fondi pensione si sono mangiati una quota del versato.

L’insieme di queste misure, unitamente a quelle dell’aumento automatico dell’età per il diritto alla pensione ed alla revisione dei coefficienti per il calcolo degli importi hanno snaturato la natura pubblica, solidale ed universale del sistema pensionistico previsto nella Costituzione e costato tante lotte.

La sanità è sempre più privata. E’ volontà del ministro del Lavoro (e del governo) mettere mano al sistema sanitario. L’obbiettivo è scardinare il principio che la salute è un diritto di tutta la popolazione, compresi gli immigrati, come è sancito dalla Costituzione. Secondo il ministro è tempo che ognuno pensi a se stesso, si tuteli (assicurazione) per la vecchiaia, la malattia, i possibili eventi traumatici. Singoli e famiglie devono diventare più responsabili e pensare al futuro. Non devono continuare a contare sullo Stato e la sua generosità. Nella sanità va fatto spazio al privato ben oltre le convenzioni: il privato deve poter gestire le strutture di prevenzione, cura e riabilitazione.

Per curarsi si deve pagare o qualcuno lo deve fare per te: l’assicurazione.

Vi è poi una parte non piccola della società, gli anziani, che sembra annichilita, che non ha reagito di fronte alla manovra. I potenti sindacati dei pensionati non hanno indetto nemmeno una manifestazione. Lo Spi-Cgil si è limitato a un manifesto con lo slogan «A loro le rose a noi le spine» senza mobilitare e chiamare in piazza i pensionati.

E’ bene ricordare che i pensionati/e sono lavoratori/trici di tutte le categorie, i più anziani hanno servito lo Stato anche in guerra, hanno cacciato i fascisti e i tedeschi, conquistato la Repubblica e la Costituzione. I pensionati hanno ricostruito l’Italia dopo le distruzioni della guerra, sono dovuti in tanti emigrare all’estero e al Nord, hanno pagato le tasse, hanno lottato tanto e ottenuto diritti e dignità nei luoghi di lavoro, un sistema pensionistico e sanitario unico in Europa. Hanno difeso la libertà e la Costituzione più volte minacciata. Sono donne e uomini che per il loro vissuto personale e collettivo hanno l’autorità morale e anche la volontà per fermare la deriva in cui viene trascinato il nostro Paese.

E’ tempo che i pensionati si facciano sentire e tornino alla lotta.

01/08/2010 Liberazione