Nella serata del 27 gennaio, presso la cooperativa Portalupi la sez. vigevanese di Punto Rosso proporrà alcuni filmati per ricordare la Giornata della memoria.
Dopo una breve sequenza di un’intervista al mortarese Aldo Mascherpa, recentemente scomparso, deportato al lager di Bolzano, verranno proiettati brani dal documentario “Shoah” di Claude Lanzmann. L’autore, attraverso ricerche durate 11 anni con 350 ore di ripresa, è riuscito a ricostruire l’indicibile. Con interviste a sopravvissuti, a storici, ai contadini e ai ferrovieri polacchi che furono indiretti testimoni della deportazione, e agli stessi nazisti, è riuscito a ricostruire il dramma dei deportati ebrei mandati nei campi di Auschwitz e Treblinka. Una grande preoccupazione dei nazisti è stata cancellare tutte le tracce, ma non hanno abolito tutte le memorie e, sotto mimetizzazioni, ricordi spezzati dal pianto, fredde ricostruzioni, Lanzmann ha saputo rivelare e farci rivivere quelle orribili realtà.
I nazisti fecero di tutto per disumanizzare le proprie vittime: foto in 3 pose come per i criminali, un numero al posto del nome, tute a strisce, falsi certificati di morte, è questa l’immagine delle persone internate e uccise dietro il filo spinato. Stuchen, pezzi, venivano chiamati
Ma ognuno di loro era una entità umana, unica, irripetibile, parte di una comunità religiosa, o nazionale, di una cerchia di amici, parte di una famiglia.
Per completare il quadro della storia della deportazione, e far luce anche sugli aspetti di lotta contro la disumanizzazione che avvennero anche nei campi, alla fine della serata verranno proposti brani di interviste filmate a tre deportati politici. Sono piccoli esempi, ma significativi di resistenza morale, avvenuti in 3 diversi campi: Mauthausen, Dachau, Flossenburg, testimoniati evidentemente da sopravvissuti, che possano però incarnare i pensieri di tutte quelle vittime dei lager, cui non fu possibile lasciare dopo di sé qualche espressione del proprio umano sconforto e del proprio amore per ogni cosa e ogni persona che era stata loro cara e amata.
Complessa è la vicenda delle vittime, che pur nella degradazione in cui furono spinte, cercarono spesso di salvaguardare la loro umanità con pericolosissime azioni di sabotaggio sul lavoro, con la costituzione di gruppi clandestini di resistenza, fino a evasioni dagli stessi campi di concentramento.
La deportazione fu anche un momento importante di resistenza. Vi fu un’opposizione al nazismo anche nei campi, che si esplicò non tanto nei pochi episodi di rivolta aperta o di sabotaggio dichiarato quanto nella difficile, quotidiana difesa contro la spersonalizzazione. Il comportamento nei lager, il rifiuto dell’abbrutimento, dell’essere ridotto a numero fu un grande esempio prima di tutto di strenua affermazione d’una dignità umana calpestata e negata, d’una solidarietà che veniva praticata anche in situazioni estreme.
Anche una voce spezzata può dar senso a una storia “di tutti”, proprio perché è storia di gente normale (resistenti ed ebrei, giovani e anziani, donne e bambini), e può ancora dimostrarsi viva e vitale, con le sue scelte, i suoi drammi, le sue passioni, ma, soprattutto, con i suoi interrogativi sulle radici individuali e collettive del razzismo e dell’antisemitismo, del conformismo e della xenofobia, dell’ossequio passivo e amorale alle gerarchie.
La Shoah è figlia del nostro tempo e della nostra civiltà: è questa la sconvolgente verità che ogni giorno Auschwitz ci rammenta sinistramente. L’insegnamento di Auschwitz non può prescindere dalla discesa in quei “gironi della responsabilità” in cui possono essere collocati tutti coloro che, a vario titolo, si macchiarono di correità con il regime nazista, dagli esecutori materiali ai burocrati, dai persecutori convinti ai conformisti, dai testimoni più o meno prossimi a quegli spettatori distaccati, su cui hanno pesato non pochi silenzi e titubanze.
Auschwitz non può essere confinato in un passato lontano e irripetibile, ma irrompe con veemenza nella contemporaneità, venendo a turbare le nostre coscienze. Se è vero che i tempi sono radicalmente mutati, resta il fatto che gli “ingredienti” alla base del micidiale innesco: l’apparato tecnico-industriale, l’efficienza burocratica, l’ideologia, la manipolazione mediatica del consenso delle masse sono tutt’altro che scomparsi. Nuove congiunture storiche potrebbero riavviare il processo deflagrante. Su di noi, abitatori del XXI sec, ancora incombe l’ombra di Auschwitz.