Archivio for febbraio, 2011

Attività Fonti di Pace

kurdistanL’attività dell’associazione ha un unico principio guida: portare aiuto a tutti coloro che vivono in situazioni di diritti negati.

Anche in questo periodo in cui i soldi sono sempre meno e la crisi si sta scaricando sempre più sulle fasce deboli della società e sul volontariato, nel nostro piccolo noi non molliamo.

Quest’anno le nostre risorse saranno indirizzate per:

–          Progetto di Uludere: costruire un acquedotto per portare l’acqua dalla sorgente alle case di un piccolo villaggio montano nel Kurdistan turco

–          Corsi di scolarizzazione rivolti agli immigrati per la preparazione al conseguimento della licenza media

Con il contributo del 5xmille abbiamo sino ad ora realizzato:

Kurdistan         principalmente sul territorio turco

CAMPO PROFUGHI DI AYASMA

A quasi 300 mila profughi curdi abbiamo portato medicine e vaccini per questi bambini in collaborazione con alcuni medici dell’ospedale San Matteo di Pavia.

CENTRO SOCIOSANITARIO DI YUKSEKOWA.

Una città curda ai confini con l’Iran in totale isolamento per la gran parte dell’anno abbiamo terminato di ristrutturare una palazzina dove mettere macchinari medici e un centro di primo intervento per tutta la popolazione.

Palestina         nella striscia di Gaza

ASILO NIDO DI TARQUMIA

Abbiamo finanziato l’arredamento di un asilo nido dove le donne che lavorano in campagna possano lasciare i figli in un posto sicuro e che li guidi all’accesso scolastico.

Striscia di Gaza

Durante i bombardamenti israeliani abbiamo contribuito a fornire derrate alimentari alla popolazione.

Brasile             in collaborazione con i contadini di SEM TERRA nella rivendicazione di poter lavorare le terre abbandonate

SCUOLA DI AGRICOLTURA

Abbiamo finanziato una scuola di agricoltura per coltivazioni diversificate.

Codice fiscale per il vostro 5 per mille

97409660152

Fonti di Pace Onlus

Via Guglielmo Pepe 14

20159 Milano

http://www.fontidipace.it/


“Io insegno l’importanza della coerenza, della dignita’, della sincerita’” Lettera di un insegnante della scuola pubblica.

“Io insegno l’importanza della coerenza, della dignita’, della sincerita’” Lettera di un insegnante della scuola pubblica.

Presidente Berlusconi,

sono un’insegnante della scuola pubblica. Cerco di trasmettere ai miei studenti quei valori che sono propri di una societa’ civile e democratica. La solidarieta’, la comprensione, la tolleranza, la liberta’ di pensiero. Cerco di formare cittadini e non sudditi, cerco di sviluppare nei ragazzi la capacita’ critica, la capacita’ di interpretare cio’ che accade, il mondo nel quale vivono. La scuola statale, la scuola pubblica e’ la scuola di tutti, e’ la scuola democratica dove esiste il confronto e in questo momento e’ l’argine alla deriva antidemocratica alla quale Lei sembra mirare. Il disegno del Suo Governo e del Ministro dell”Istruzione e’ chiaro, le Leggi di riforma che avete votato  mirano a dequalificare sempre piu’ la scuola pubblica, a non garantire il diritto Costituzionale di una scuola di qualita’ garantita a tutti e per tutti.

Sono orgogliosa di insegnare nella Scuola statale, sono fiera di poter trasmettere quei valori che sono scritti nella nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla cultura antifascista. E’ evidente che si discostano molto da cio’ che Lei rappresenta. Io insegno l’importanza della coerenza, della dignita’, della sincerita’, dell’impegno come condizione necessaria per conseguire gli obiettivi che ognuno di noi si pone. Continuero’ a farlo Presidente, con l’impegno di sempre e con la consapevolezza che solo in questo modo noi insegnanti potremo fermare il vostro disegno di formare sudditi e non cittadini consapevoli.

Abbia un sussulto di dignita’ e non venga, proprio Lei, a parlare di “valori”, di famiglia.

Rispetti il lavoro di chi, per poco piu’ di mille euro al mese, fa di tutto per dare ai giovani di questo Paese cultura, dignita’, consapevolezza e onesta’.

La saluto nella speranza di avere al piu’ presto un nuovo Presidente del Consiglio che possa  essere preso come esempio dai giovani, un Presidente del Consiglio che non sia lo zimbello di tutto il mondo e che favorisca nel Paese una rinascita culturale, dopo lo scempio fatto in questi anni.

di Monica Fontanelli

tratto da: ilpuntorosso

Lettera aperta sulla venuta di Gheddafi alla Sapienza

(clicca sul link)

http://www.ateneinrivolta.org/internazionale/lettera-aperta-sulla-venuta-di-gheddafi-alla-sapienza

L’Italia non segua la Nato in Libia

L'impiccagione di libici che attentarono contro truppe italiane
L’impiccagione di libici che attentarono contro truppe italiane durante il colonialismo italiano che durò ufficialmente dal 1912 al 1947

 

di Lidia Menapace

Alla prima apertura di pagina di un quotidiano, alla prima parola da un teleschermo, l’impressione è di pericolosa meschinità: dico, sulla questione libica. Non che per il resto sia meglio, però è meno pericoloso. Invece la crisi libica, dopo e insieme ai movimenti democratici successi in Tunisia ed Egitto, ci ricorda che il Mediterraneo è una delle zone calde e incerte del pianeta, importante per risorse (petrolio, se non altro), storia (antica e poi coloniale e decolonizzazione vera e finta) e per l’incontro/scontro di civiltà e religioni.
La prima cosa di cui si sente la mancanza sono le Nazioni Unite: se un evento si sarebbe dovuto affrontare – secondo la Carta, là dove sentenzia che la guerra è un crimine e propone di affrontarla dal Consiglio di sicurezza – con corpi di polizia internazionale, che chiedono tribunali e diritto della stessa natura e livello, ci si accorge che di ciò non vi è quasi nulla. Perciò (ricordando quanto le beghe europee per stare nel consiglio di sicurezza abbiano ostacolato il cammino), quando Obama cerca di rimediare all’assenza di strumenti internazionali adeguati, finisce per indicare la Nato e dopo aver interpellato Francia e Inghilterra, telefona anche a Berlusconi chiedendogli di collaborare.
Non avendo predisposto un corpo di polizia internazionale, si ricade nell’ipocrisia delle spedizioni militari travestite da strumenti “umanitari”! La prima cosa da dire a voce spiegata è che una nazione ex coloniale proprio in quel paese, ed espressione di un colonialismo duro e particolarmente disumano, non può essere di nuovo presente in armi lì senza provocare reazioni popolari molto contrarie e quindi aggravare la situazione e non essere di aiuto in operazioni di conciliazione politica e di democrazia. Dunque prima di tutto: no all’inclusione dell’Italia in una qualsiasi spedizione Nato in Libia.
La stasi e assenza europea in una crisi che si svolge ai suoi confini e in paesi che si affacciano sul Mediterraneo è un segno molto preciso della caduta dell’Europa e della sua involuzione profonda. Poiché l’Europa è governata soprattutto da governi di centrodestra, si potrebbe persino pensare a sinistra: adesso se la cavino, dopo che hanno addirittura cercato di far approvare come Costituzione un testo ideologicamente (nel senso cattivo del termine) liberista mercantile e di destra poco liberale: ma la situazione è troppo pericolosa per godersi passivamente questa soddisfazione. Penso che noi dovremmo tenerci in contatto con la Sinistra europea e prendere parte a una forte pressione a Bruxelles anche come “appoggio esterno” perché l’Europa si dia una mossa, lasci i suoi rinascenti egoismi nazionali, trovi una voce che parli ai popoli oppressi e costituisca un Comitato di ascolto e appoggio politico diplomatico e sociale davanti alle giuste rivendicazioni del popolo libico, come di quello tunisino ed egiziano e del Bahrein e di quale altro si affaccerà su questo cammino includendo subito anche la questione israelo-palestinese. Per una volta stiamo legati ai movimenti, come deve fare una Europa di sinistra, disarmista, militarmente neutrale, socialmente progressista. Un bel salto internazionalista ci vorrebbe davvero.
E se restiamo soli in Italia nel rivolgerci alla Sinistra europea, sarà una solitudine scelta, non un isolamento triste in cui potremmo venire cacciati da calcoli meschini. E’ possibile, e dunque bisogna farlo.

in data:26/02/2011 Liberazione

Editoriali

Dialogo tra uno gnomo e un folletto

Dialogo tra uno gnomo e un folletto

(ecologicamente tratto dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi)Leopardi

 

Gnomo. Oh sei qua, arioso figlio del Cielo? Dove si va?

Folletto. Mio padre mi ha mandato a vedere che diamine stiano facendo quei furfanti degli uomini, perché è sorpreso: è un pezzo che non lo solcano coi loro aerei striscianti e lo affumicano con i loro tubi di scappamento puzzolenti. Dubita che gli stiano preparando qualche gran cosa contro, a meno che si siano rinsaviti all’improvviso e si siano accordati per frenare i loro fumi di crescita e si siano dati una calmata nei loro appetiti bulimici, che gli pare però poco credibile.

Gn. Voi li aspetterete inutilmente: sono tutti morti.

Fol. Cosa vuoi dire?

Gn. Quello che ho detto. Gli uomini sono tutti perduti e, la vil razza, dannata.

Fol. Ma questa è una notizia da prima pagina dei giornali.

Gn. Sei un po’ folle? Pensi che, morti tutti gli uomini, si stampino ancora giornali?

Fol. È vero! E come faremo a sapere le notizie del mondo?

Gn. Quali notizie? Che il sole è sorto o tramontato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancando gli uomini, la Storia si è trovata disoccupata e se ne sta con le braccia conserte, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trovano più repubbliche né dittature; non si fanno più guerre, tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro, come uovo a uovo, tranne che per il mare e la terra che lentamente stanno digerendo la massa dei rifiuti accumulati nell’ultimo secolo, ma così lentamente che quasi non ce se ne accorge, ci vorranno milioni di anni.

Fol. Non si potrà più sapere a quale giorno del mese siamo, perché non si stampano più lunari.

Gn. Poco male, la luna non per questo sbaglierà la strada.

Fol. E i giorni della settimana non avranno più un nome.

Gn. Perché hai paura che se non li chiami per nome non vengano? O forse pensi che, se sono passati, può farli tornare indietro se tu li chiami?

Fol. Così potremo spacciarci per giovani, come facevano gli uomini, anche se per loro passava il tempo, e quando erano vecchissimi volevano sembrare senza età, come se non li aspettasse la morte?

Gn. Ma la morte è arrivata inesorabile, e li ha presi non uno alla volta, ma tutti assieme.

Fol. E come se ne sono andati quegli incoscienti?

Gn. Parte guerreggiando fra di loro, parte mangiandosi le risorse un popolo con l’altro, parte avvelenandosi l’aria che respiravano, il cibo che mangiavano, l’acqua che bevevano, sommergendosi coi propri rifiuti, serrando sotto cappe torride le loro città, insomma studiando tutte le vie per sentirsi al di sopra della natura.

Fol. Non credo che tutta la specie sia impazzita, non ci sarà stato qualche saggio che si sia salvato, come ai tempi del Diluvio Universale?

Gn. Certe Cassandre verdi ci sono state, ma sono state accusate di allarmismo e sono rimaste minoritarie, anche a causa del potere del denaro, di cui i loro avversari disponevano abbondantemente, per comprarne alcune, zittirne altre e soprattutto irretire e narcotizzare i cittadini inconsapevoli o distratti.

Fol. Ma tu, caro terricolo, sai che ogni bolla prima o poi scoppia.

Gn. Quella è più competenza gassosa, perciò più tua che mia, comunque la tua affermazione sembrerebbe ovvia per ogni essere razionale, tranne che per gli uomini, come si è visto.

Fol. Sarà come dici tu, ma in fondo mi spiace. Anche se sono stati suicidi, e si sono voluti condannare da soli, vorrei che qualcuno della ciurma dell’astronave Terra, risuscitasse, per sapere cosa penserebbe vedendo la loro fine e anche che tutto continua come prima, forse anche meglio, mentre credevano che il mondo si mantenesse solo grazie a loro.

Gn. E sì, si erano persuasi che le cose del mondo non avessero altro scopo che essere al loro servizio. Tutto quello che non sembrava utile al genere umano, la ritenevano una bagatella. Le loro vicende le chiamavano storia del mondo, nonostante gli animali, per esempio, fossero molto più numerosi degli stessi uomini.

Fol. Anche le zanzare e i vermi erano al servizio dell’uomo?

Gn. Sì per loro lo erano, prima per esercitare la loro pazienza, ma poi per vendere prodotti per evitare di spazientirsi.

Fol. E i maiali, per esempio, come li consideravano? Come degli esseri luridi e lascivi, buoni solo per la tavola, insaccati o arrostiti.

Gn. E che dire dei polli.

Fol. Ah quelli pure: li mettevano nei capannoni di concentramento, e li allevavano in serie come una catena di montaggio.

Gn. Tutto era diventato merce, per loro…

Fol. Anche la natura…

Gn. Anche i loro corpi…

Fol. E dire che i più potenti di loro dicevano di essere liberi, di aver fondato un mondo libero…

Gn. Libero da vincoli, da limiti…

Fol. Come se il pianeta non avesse limiti.

Gn. Ma se hanno esaurito un sacco di mie miniere e giacimenti. Ormai erano arrivati a perforare anche in mare aperto.

Fol. Sporcando e macchiando dappertutto.

Gn. E tirando fuori anche quei veleni che finché erano nascosti avevano permesso la vita, ma poi disseppelliti…

Fol. E le cose artificiali che hanno inventato? Che poi scaricavano come gas a casa mia.

Gn. O seppellivano da me. Vuote le miniere, piene le discariche.

Fol. Mentre nei milioni di anni precedenti non si erano mai esaurite risorse e accumulati rifiuti!

Gn. Eppure dovevano allarmarsi di questi problemi, molti terrestri.

Fol. E non si preoccupavano che noi del cielo rispondessimo con piogge acide, o piogge alluvionali o, al contrario, con siccità prolungate.

Gn. Era cambiato il clima, ma loro andavano avanti imperterriti, con la loro presunzione.

Fol. Ma dove veniva questa superbia?

Gn. Dai loro pseudo-scienziati…

Fol. Perché pseudo?

Gn. Perché lavoravano per l’industria non per la ricerca.

Fol. Ma la crescita industriale era stata un grosso progresso.

Gn. Ogni cosa, in natura, a un certo punto smette di crescere a meno che diventi un tumore.

Fol. Ma c’è stata più ricchezza per tutti…

Gn. Per gli uomini, e neppure tutti, ma senz’altro un peggioramento della vita di animali, l’abbiamo appena detto, e delle piante, sai quante ne hanno fatto estinguere.

Fol. Anche questo l’abbiamo già ricordato: quelle non immediatamente utili per l’uomo, si è cercato di distruggerle. Oltre gli insetticidi hanno inventanto anche gli erbicidi.

Gn. Ma così sono diventati pure… omicidi.

Fol. In che senso?

Gn. Che si sono estinti da soli.

Fol. Tu, che sei esperto di geologia, dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualità di piante e animali che oggi non ci sono più, ora solo fossili impietriti. Eppure quelle povere creature non mettevano in atto nessuno di quelle azioni, che hanno usato gli uomini per andare in perdizione.

Gn. Vuoi dire che era nelle cose del mondo la loro estinzione? Ma loro l’hanno anticipata e di parecchio.

Fol. Non è un ciclo, come per le glaciazioni?

Gn. Ma intanto sono andati in…. esaurimento. Meno male che l’evoluzione continua e…

Fol. Speriamo che compaia un uomo nuovo…

Gn. Figlio prodigo…. che ritorni nella famiglia della Natura, con Madre Terra…

Fol. E Padre Cielo.

Marco Visita

FERRERO: A FIANCO DEL POPOLO LIBICO CONTRO RAISS E CAVALIERI – 23.02.11

Prime conseguenze per l’Italia: gas bloccato e meno petrolio

gasdottodi Roberto Farneti

In Libia bruciano i palazzi del potere ma in Italia la Borsa non festeggia, anzi, perde più che altrove. Come si spiega? Semplice: per ragioni storiche, politiche e geografiche, il nostro è il paese europeo maggiormente esposto economicamente e finanziariamente con Tripoli. Ed è, quindi, quello che dovrebbe subire i contraccolpi più pesanti per quanto sta avvenendo. Il primo c’è già stato: da lunedì sera il gasdotto di Greenstream, che collega Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia, è completamente fermo. Anche l’erogazione di petrolio è stata ridotta, ma la presenza di scorte sufficienti e di altre fonti di approvvigionamento fa sì che, al momento, la situazione non venga ritenuta preoccupante dal governo. Di sicuro sono a rischio i rapporti commerciali tra i due paesi. Petrolio, infrastrutture, sistemi per la difesa: è in questi settori dal grande interesse economico, che trova spiegazione la radicata presenza nel paese nordafricano di molte società italiane quotate a Piazza Affari, a partire dall’Eni.
La società del “cane a sei zampe”, in Libia dal 1959, è qui il primo operatore “oil” internazionale, con una produzione di circa 244mila barili di petrolio equivalente al giorno, il 13% della produzione totale libica. Non solo: Tripoli è anche il nostro maggior fornitore di gas naturale (9,4 miliardi di metri cubi nel 2010). Una partnership energetica solida e in crescita. Nel giugno 2008 Eni e la società petrolifera di Stato Noc hanno infatti siglato un accordo che ha esteso di 25 anni la durata dei titoli minerari della società italiana fino al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas.
Sempre nel 2008, l’Eni ha avviato il potenziamento del gasdotto di Greenstream, lungo circa 520 chilometri, per consentire un aumento della capacità di trasporto a 11 miliardi di metri cubi/anno entro il 2012. La controllata Saipem ha invece un contratto in via di finalizzazione per la nuova autostrada libica in “joint venture” con Maire Tecnimont e altri operatori.
Quest’ultima è anche la principale opera infrastrutturale del “Trattato di amicizia italo-libico”, siglato nell’agosto 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal colonnello Muammar El Gheddafi. Accordo che, in sintesi, prevede: il versamento alla Libia di 5 miliardi di dollari in venti anni da parte dell’Italia per risarcire l’ex colonia dei danni risalenti al periodo coloniale; il rafforzamento della cooperazione tra le Forze armate dei due Paesi e il pattugliamento congiunto delle coste libiche; 250 milioni di dollari l’anno di stanziamenti destinati ad imprese italiane che costruiranno infrastrutture in Libia. Secondo il progetto originale, l’autostrada in questione dovrà percorrere l’intera costa libica, dal confine tunisino ad est fino all’Egitto ad ovest. L’appalto sarà diviso in cinque lotti, uno dei quali dovrebbe essere assegnato alla Impregilo, il gruppo di costruzioni guidato da Massimo Ponzellini che nel frattempo ha già vinto un ordine di circa 300 milioni di euro per opere di urbanizzazione della capitale libica e che è attualmente impegnato a Tripoli nella costruzione della sede della nuova sala conferenze (285 milioni di euro). Impregilo ha siglato inoltre contratti per la realizzazione di tre nuovi centri universitari in altri parti del paese (Misurata, Zliten, Tarhunah).
Con circa 5-6 miliardi di dollari all’anno di spese nel settore della difesa militare, Gheddafi è uno dei clienti più importanti di Finmeccanica, presente nel paese libico con le sue controllate. Dal 2004 AgustaWestland ha una “joint venture” con la Liatec (Libyan Italian Advanced Technology Company) e uno stabilimento di assemblaggio per elicotteri. Altrettanto attiva è Ansaldo Sts, che per alcuni lavori appena iniziati, ha già incassato anticipi per oltre 190 milioni di euro (il 15% del portafoglio, ovvero 650-680 milioni di euro si riferiscono ad una linea ferroviaria da realizzare in 5-6 anni). Il caos libico potrebbe però avere impatti negativi sull’assegnazione di nuove commesse: addestramento del personale per la linea ferroviaria di 60-70 milioni e la metropolitana di Tripoli, una gara da 200 milioni di euro comunque non prevista prima del 2012. La Libia è inoltre presente nell’azionariato di Finmeccanica con circa il 2,1% del capitale (0,6 miliardi di euro).
Anche Unicredit è legata a doppio filo con la Libia, visto che la Banca centrale di Tripoli possiede il 4,61% dell’istituto di piazza Cordusio e la Lia il 2,59%. I libici sono anche presenti nel capitale della Juventus, con il 7,5% e di Retelit (14,8%). Se a ciò si somma l’1% di partecipazione nell’Eni, se ne deduce che il valore corrispondente degli investimenti di Gheddafi in Italia è di 6,3 miliardi di euro.
Al di là dei grandi colossi, sono complessivamente 125-130 le imprese italiane che operano in Libia, di cui 112 registrate presso la locale sede dell’Istituto per il Commercio Estero. «Per un terzo – spiega Umberto Bonito, responsabile della sede Ice in Libia – si tratta di aziende che operano nella componentistica come subappaltatori di Eni; una trentina di aziende operano nelle costruzioni, e poi altre nella distribuzione di beni e servizi. La maggior parte delle aziende italiane impiega manodopera proveniente da altri Paesi, e pochissimi libici». Prima della rivolta, gli italiani presenti in Libia erano circa 600, tra lavoratori e loro familiari. Molti di essi sono già stati rimpatriati.

in data:23/02/2011 Liberazione

Nord Africa, nulla sarà più come prima

Nord Africa, nulla sarà più come prima

di Fabio Amato

La rivoluzione del nord Africa travolge la Libia e il suo ultraquarantennale leader Gheddafi. Le notizie che arrivano dal paese nordafricano, frammentate e dall’unica fonte che non è stata oggetto della censura del regime, Al Jazeera, parlano di una carneficina e di una violenza inaudita nella repressione. L’uso dell’aviazione contro i manifestanti a Tripoli avrebbe prodotto oltre mille morti. La rivoluzione nordafricana non si ferma, e travolge anche quello che veniva considerato come uno dei regimi più stabili, grazie ai dividendi della rendita petrolifera ed energetica, che hanno reso la Libia uno dei paesi con dati macroeconomici e di reddito fra i più alti del continente africano e dell’area. Non basta questo dato a placare la rabbia, soprattutto giovanile, che ha travalicato la cirenaica e la ribelle Bengasi per arrivare nel cuore del potere del regime di Gheddafi, Tripoli. La crisi e le riforme neoliberali comunque applicate anche dalla Libia in questi anni, insieme alla concentrazione nelle mani del clan vicino al Colonnello di gran parte delle ricchezze, hanno creato sacche grandi di malcontento e rabbia. Rabbia unita alle domande e speranza di libertà dall’oppressiva macchina poliziesca, dalla censura e dalla grottesca idea della successione dinastica dell’oramai anziano leader che hanno come protagonisti anche in Libia le giovani generazioni.
Nel suo disperato e criminale tentativo di mantenere il potere a tutti i costi, Gheddafi sta giocando le ultime carte della sua storia politica. Contro il suo popolo e contro ogni senso di umanità. Una carta disperata e inutile, che non salverà il suo regime e il suo proposito di continuazione dinastica del potere.
Una carta il cui esito potrebbe essere quello di far sprofondare il paese in una guerra civile dagli esiti catastrofici. Già pezzi dell’esercito e della diplomazia si sono uniti alle proteste e alle rivolte.
Anche se è complesso prevedere quali saranno le evoluzioni delle rivoluzioni arabe, è bene ricordare come altri paesi ne siano contagiati, come il Marocco, lo Yemen, il Barhein, crediamo che se anche le transizioni saranno gestite dalle forze armate, e che nel breve periodo esse garantiranno una continuità perlomeno formale nella collocazione geopolitica dei paesi del sud del mediterraneo, i movimenti sociali che sono esplosi avranno conseguenze durature, apriranno scenari di cambiamento impensabili fino a poco tempo fa. Tutto il quadro mediorientale ne uscirà ridisegnato. Le ipocrisie e la politica dei due pesi e delle due misure applicata dall’imperialismo e dall’occidente in questi anni avranno vita breve. Lo abbiamo già scritto a proposito di Tunisia ed Egitto, lo ribadiamo oggi. Nulla potrà tornare come prima. Il risveglio delle masse arabe rappresenta una tappa storica, paragonabile, come ha scritto Valli su Repubblica, a quello che accadde nel 1848 in Europa.
Un’Europa, quella attuale, le cui responsabilità sono grandi nell’aver in questi anni fatto fallire l’ipotesi euro mediterranea, nell’essere stata semplice spettatrice o esecutrice dei voleri di Washington, e nell’aver limitato la sua azione politica a garantirsi liberalizzazioni dei mercati e risorse energetiche, mantenendo al potere, con la scusa della minaccia islamica, regimi indifendibili, che hanno represso, vale la pena ricordarlo, anche tutte le forze progressiste, democratiche e fra queste quelle comuniste, di quei paesi. Ora si trova del tutto impreparata difronte alle conseguenze che i cambiamenti in corso porteranno.
Occorre però soffermarsi su quello che l’Italia ha fatto e detto in questi giorni. La carneficina che le forze armate fedeli al regime del colonnello Gheddafi stanno perpetrando in Libia ha dei complici politici evidenti: Silvio Berlusconi e il suo zelante portavoce Ministro degli Esteri Frattini. Le loro tardive condanne servono oramai a ben poco. Il loro silenzio prima, le allucinanti e vergognose dichiarazioni di sostegno durante l’esplosione della rivolta e della sanguinosa repressione, rimarranno tra le pagine più vergognose della triste storia del berlusconismo e dei suoi ultimi giorni a cui assistiamo. Berlusconi non disturba Gheddafi mentre massacra il suo popolo, perché teme che quello che travolge oggi i suoi amici del sud del Mediterraneo, possa molto presto travolgere anche lui e porre fine alla sua squallida stagione politica.

 

in data:23/02/2011 Liberazione

Provincia di Pavia: “Poma dimettiti”

poma

Ferrero: “Governo vergognoso”

Ferrero: “Governo vergognoso”

“Il Governo Italiano si distingue per la vergognosa difesa del regime di Gheddafi”. Così Paolo Ferrero, ieri in piazza con i manifestanti libici a Roma, commenta la (non) presa di posizione del nostro governo rispetto a quanto sta accadendo in Libia. “Non si tratta di un incidente di percorso – precisa il leader del Prc – ma di una precisa scelta politica determinata da due elementi. In primo luogo Berlusconi difende gli affari che ha fatto con Gheddafi, sia personalmente che nella sua qualità di presidente del consiglio. Come si vede dal crollo della borsa italiana in Libia i nostri capitalisti fanno buoni affari. In secondo luogo Berlusconi e la Lega Nord difendono un dittatore che in questi anni ha garantito, attraverso assassini, stupri, incarceramenti, il blocco del flusso di emigranti dalla Libia all’Italia.

Quello tra Berlusconi Bossi e Gheddafi – conclude ferrero – è quindi un matrimonio di interesse fatto sulle spalle del popolo libico, che oggi si sta giustamente ribellando e a cui va tutta la nostra solidarietà”.

Fermiamo il massacro.Fermiamo la repressione in Libia

Fermiamo il massacro.Fermiamo la repressione in Libia

Fermiamo il massacro
Fermiamo la repressione in Libia

Presidio a Milano davanti al Consolato Libico – Via F. Baracchini 7

MERCOLEDI 23 FEBBRAIO alle ore 18

La nuova primavera dei popoli arabi, il vento del cambiamento democratico e popolare del “nuovo rinascimento arabo”, che finora ha interessato la Tunisia, l’Egitto, lo Yemen e Barhein, sta ora sconvolgendo la Libia. Il regime di Gheddafi sta rispondendo molto duramente, scatenando le milizie di mercenari, i cecchini e oggi gli aerei, che sparano sulla folla, provocando finora centinaia e centinaia di vittime.
Di fronte all’attendismo dell’Unione Europea e al vergognoso atteggiamento del nostro governo di destra (che “non vuole disturbare” Gheddafi), facciamo appello a tutti i democratici affinché si corra in aiuto del popolo libico, perché si fermi immediatamente la repressione, perché si solidarizzi con la sua lotta, in difesa del diritto di manifestare per la libertà e la democrazia, per migliori condizioni di vita.

Promuovono a oggi:
Associazione Culturale Punto Rosso, Camera del Lavoro metropolitana – Cgil Milano, Federazione della Sinistra e altri organismi in via di definizione

Il nord Africa in rivolta per il pane e la libertà

Lunedì 28 febbraio è convocato il comitato politico federale del prc – federazione di Pavia

ScanImage002

L’altro Risorgimento. Contributo di Piero Carcano

L’altro Risorgimento. Contributo di Piero Carcano

 

Breve storia dell’ottocento attraverso le canzoni popolari.

Prezioso contributo all’incontro pubblico con Piero Carcano “Cantosociale”

Il potere non può arrestare la giustizia

Il potere non può arrestare la giustizia

 Francesco Bilancia

Si potrebbe avviare una riflessione sulla monotonia della politica italiana se non fosse l’Italia stessa ad essere minacciata. Un imputato appare in televisione, come ogni giorno, più volte al giorno ed in tutte le televisioni, e minaccia la fine dello Stato di diritto e la morte della legalità. Nella perpetua lotta tra il crimine e la legalità può apparire una novità il caso di un imputato che, divenuto padrone della legalità, minacci di usarla per estinguere la Giustizia “riformando la giustizia”. Non è così. Ogni regime totalitario è stato a suo modo padrone della legalità. Il consenso popolare e le istituzioni legittime hanno più volte nella storia fatto scempio dell’ordinamento giuridico e dei diritti individuali. Ed in fondo anche la democrazia, nella lettura autocratico-populista in voga oggi in Italia, può essere feroce se agisce fuori dai vincoli del costituzionalismo. Non avevano forse consenso popolare anche Hitler e Stalin? E non agivano anch’essi nell’interesse del popolo? Il decalogo del ministro Alfano – il solito decalogo, non ci vuole molta fantasia per uccidere la civiltà giuridica, basta sfasciare – è di nuovo al centro dell’agenda politica con il suo patrimonio di minacce, di sanzioni, di vendetta contro i giudici e la Giustizia.

Come è noto, l’Italia non è l’unico regime democratico a consentire che il potere non possa arrestare la Giustizia, anche se i narratori del berlusconismo ci dicono ripetutamente il contrario. Ma è l’unico Paese al mondo in cui un imputato per reati comuni può legittimamente candidarsi alle elezioni, diventare Presidente del Consiglio e legiferare al fine di impedire lo svolgimento del proprio processo. Ed il gabinetto Berlusconi è l’unico di un Paese occidentale in cui il ministro della giustizia abdichi sostanzialmente al proprio ruolo per trasformarsi nel braccio legislativo del collegio difensivo del presidente imputato. Non ancora nelle aule di tribunale, ma nelle riunioni con i suoi avvocati, in televisione, in Parlamento e si deve presumere in Consiglio dei ministri al posto del ministro della giustizia in Italia è sempre presente anche l’avvocato-legislatore.

Che altro dovremmo aggiungere? se l’imputato può legalmente legiferare nel suo processo, siamo già oltre i confini della Giustizia, della effettiva legalità, della civiltà giuridica. Siamo al ritorno alle origini della storia giuridica. Al sovrano di nuovo padrone del diritto e della giustizia e non più invece soggetto ai loro limiti. Si invoca il diritto al proprio “giudice naturale”. Ma se ne deve avere conoscenza vaga, per sentito dire, se lo si identifica con se stessi, pretendendo un pubblico ministero dipendente dalla maggioranza politica e proclamandosi immuni da giudizio. A questo serviva la legge elettorale attuale, a costruire un Parlamento anonimo e servile, in vendita per unità o a pacchetti, a comporre una legalità fittizia, ad impadronirsi del diritto. Cosa resta di un sistema politico quando muore la legalità? Purtroppo l’esperienza di studio ci dà risposte terribili. La rappresentanza politica in Italia oggi non esiste più, prendiamone finalmente atto. Svegliamoci. Se non ora, quando?

20/02/2011 Liberazione

Un tour culturale per la Lomellina

risaiaUn tour culturale per la Lomellina. A torto considerata  terra prima di riso e poi di rudo. C’e’ una ricchezza inesplorata  e non valorizzata  in questa terra, spesso sconosciuta anche ai tanti che ci vivono.
Si tratta del  suo patrimonio artistico e urbanistico, fatto di chiese e castelli che grondano di storia, di  arte, di cultura. Della sua gente tra la quale  si annoverano tanti esperti del territorio, capaci di vivisezionarlo in modo suggestivo e professionale in ogni sua sfumatura   e con tanta voglia di raccontarsi e raccontare.
Esiste la possibilità’ di creare e costruire  sui saperi e sull’ambiente un nuovo sviluppo capace di non distruggere il territorio, di non consumarlo,  ma all’opposto  di dargli  il compito , certo complicato ma non impossibile, di inventare una nuova narrazione del futuro? Che faccia leva sulla green economy, sul turismo culturale, sulla responsabilità’ sociale di impresa, sulla tutela ecologica?
Magari con un pensiero all’Expo Universale di Milano ormai alle porte.
Perchè’ questo sogno sia un po’ più realtà le nostre due associazioni di Legambiente in Lomellina , “Il Colibri”  e “L’airone” unitamente al contributo creativo dell’Ecomuseo  del Paesaggio lomellino con sede a Ferrera e della Biblioteca civica di Valle Lomellina, hanno pensato di realizzare un tour culturale. Per andare  alla scoperta dell’arte tra le nostre risaie. In particolare  un viaggio per ammirare la pittura murale e egli affreschi nelle chiese lomelline.
L’iniziativa gratuita,  aperta a tutti,  e’ fissata  per domenica 6/3/2011, quando ci troveremo alle ore 9,30 con auto private al punto di partenza previsto  in Piazza Corte Granda  a Valle  .
Qui  visioneremo gli affreschi  quattrocenteschi della chiesetta di Santa Maria di Castello, poi ci sposteremo a Langosco dove  visiteremo la Madonna con Bambino e Santi di San Bernardo di Mentone, passeremo da Candia  per ammirare lo stupendo  affresco  dell’Adorazione dei Magi nella Chiesa di San Michele .
Infine gli affreschi della chiesetta di S. Rocco a Sant’Angelo di  Lomellina .
Qui la Proloco ci offrirà  a modico  prezzo, 10 euro, un happening culinario  con specialita’ gastronomiche locali.
Alle 14 il tour riprenderà .Termineremo a Mortara verso le ore 17, dopo avere visitato Madonna del Campo e l’Abbazia di Sant’ Albino. L’iniziativa di Legambiente si inserisce in una imanifestazione  nazionale di valorizzazione dellnostro patrimonio artistico denominata “Abbracciamo la cultura”.
La nostra guida sarà lo storico Giuseppe Castelli con il contributo della Dott. Simona Spinella mentre a Mortara avremo la presenza di Padre Nunzio De Agostini . Saranno distribuite  guide turistiche sulle  opere viste. E non mancherà l’occasione di conoscere le attività dell’ecomuseo , questo incredibile  regno della cultura materiale e immateriale che a Ferrera ospita la memoria collettiva di una comunità e del suo habitat. E questa presenza è sicuramente degna di nota. Il suo lavoro sul territorio ricorda quella frase del libro “Le Memorie di Adriano” nel quale la scrittrice  Margherite Yourcenair  invitava  a  costruire biblioteche o musei anche nel tempo presente, cosi  come una volta si costruivano granai. Dove ammassare riserve dell’etica e del bello  in attesa di un inverno che da molti indizi, suo malgrado, lei stessa sentiva arrivare.

 

adriano 0384/92896

Due milioni di euro al giorno per la guerra

Due milioni di euro  al giorno per la guerra

Il rifinaziamento alle missioni approvato con voto bipartisan: no solo dall’Idv

Due milioni di euro al giorno per la guerra e per pensionati e operai due dita negli occhi perchè bisogna tagliare per ridurre il deficit.

Nel silenzio assordante dei media italiani giovedì sera il Senato ha dato il via libera definitiva all’ennesimo rifinanziamento semestrale della missione italiana di guerra in Afghanistan.

Per i 181 giorni di campagna militare che vanno dal 1° gennaio al 30 giugno 2011, è prevista una spesa complessiva di oltre 410 milioni di euro, vale a dire più di 68 milioni al mese (2,26 milioni al giorno).

Un voto quasi unanime visto che solo i nove senatori dell’Idv presenti hanno votato contro il decreto, ed è giusto stavolta a differenza di altre fare i nomi: Felice Belisario, Giuseppe Caforio, Giuliana Carlino, Aniello Di Nardo, Elio Lannutti, Luigi Li Gotti, Alfonso Mascitelli, Francesco Pardi e Stefano Pedica.

Nelle file del Pd solo qualche dissenso, visto che il primo partito di opposizione ha votato compatto il rifinanziamento della missione, ma anche tra i rappresentanti piddini si è registrato un flebile segnale di protesta visto che non hanno partecipato al voto i senatori radicali del gruppo Marco Perduca e Donatella Poretti.

Con l’invio di nuovi rinforzi, nei prossimi mesi il contingente italiano sul fronte afgano arriverà a contare 4.350 uomini, 883 mezzi terrestri (tra blindati leggeri e pesanti, carri armati, camion e ruspe) e 34 velivoli (tra caccia-bombardieri, elicotteri da combattimento e da trasporto e droni).

In nove anni e mezzo (compreso quindi il rifinanziamento attualmente in esame), questa inutile campagna militare ha risucchiato dalle esangui casse dello Stato più di 3 miliardi di euro.

Del sostianziale stanziamento di oltre 754 milioni di euro: 62 milioni sono finalizzati alle alle operazioni di ricostruzione civile, mentre la somma restante – quindi 692 milioni -andranno a coprire le spese per le 28 missioni militari. Il testo prevede inoltre alcuni interventi nel Paese, come il sostegno al programma governativo per la costruzione di strade rurali e distrettuali nella provincia di Herat, il finanziamento di vari interventi nel settore sanitario e a sostegno della piccola e media impresa, con particolare attenzione all’area di frontiera tra Afghanistan e Pakistan e l’erogazione di un contributo al Fondo fiduciario della Nato destinato al sostegno dell’esercito nazionale afghano. Per quanto riguarda l’Africa sub-sahariana, invece, i finanziamenti riguardano soprattutto la missione in Sudan.

Invariati i contingenti italiani nei Balcani, dove sono impegnati 650 militari, e in Libano, dove gli uomini sono 1780.

Intanto in Afghanistan la guerra infuria. A Khost un’utobomba ha provocato la morte di 9 persone, tra cui tre donne. Nel nord del paeseè stato attaccato un avamposto tedesco dove è rimasto ucciso un militare del contingente di Berlino e 8 soldati feriti. Mentre a Kunar, nella parte nord-orientale del Paese – trenta militanti afgani sono rimasti uccisi la scorsa notte, nel corso di uno scontro a fuoco con le forze Nato. Insomma una giornata tranquilla.

S.C.

19/02/2011 Liberazione

L’Italia del signor B: né prestigio né sovranità

di Bruno Steri

Le ultime “rivelazioni” di WikiLeaks, pubblicate da L’Espresso in collaborazione con La Repubblica, pur non contenendo eclatanti e inedite novità, servono tuttavia a gettare ulteriore luce sul rapporto di indecorosa subordinazione che lega a doppio filo il nostro Paese al suo più potente alleato, gli Stati Uniti d’America: un’attitudine di totale disponibilità consolidata dalle condizioni di personale debolezza in cui continua a trovarsi il nostro attuale Presidente del Consiglio. Dalle informative “riservate”, trasmesse già nel 2009 dall’ex ambasciatore americano Ronald Spogli, emerge una valutazione di fondo: quanto più un alleato ha bisogno di aiuto, tanto più sarà «un fedele alleato». Le suddette informative non mancano di segnalare i goffi comportamenti e le sparate velleitarie di Silvio Berlusconi, l’attenzione ossessivamente riservata ai suoi personali interessi e – per converso – la scarsa cura dedicata alla situazione economica, drammaticamente declinante, del nostro Paese: ciò che ha contribuito a far precipitare ai minimi termini il prestigio internazionale dell’Italia e la reputazione della sua classe dirigente. Ma precisamente una tale precaria condizione induce Spogli a considerare quanto mai opportuna la conferma dell’appoggio Usa: «Dobbiamo riconoscere che un impegno di lungo termine con l’Italia e i suoi leader politici ci darà importanti dividendi strategici adesso e in futuro».
In questo quadro, assai istruttiva risulta la parte di documentazione concernente le questioni militari e, nel merito, lo scambio “ineguale” di favori tra i due Paesi. Come ebbe ad osservare il premio Nobel Josè Saramago, «nessun Paese ha basi militari negli Usa, l’Impero ha viceversa basi militari in tutto il mondo». Un dispiegamento di forza bellica accentuatosi nel tempo, nonostante che sedi autorevoli (vedi, ad esempio, la Dichiarazione di Belgrado del 1961) abbiano da tempo sentenziato: «Basi militari straniere collocate sul territorio di altri Paesi contro la volontà di questi ultimi costituiscono una violazione della sovranità dei Paesi medesimi». Purtroppo, anche i documenti rivelati da WikiLeaks confermano che mai volontà di un Paese sovrano si è dimostrata così debole, come quella italiana nei confronti degli Usa. Il nostro territorio nazionale è stato trasformato in una vera e propria “piattaforma strategica” a libero uso e consumo dell’alleato americano, base di partenza privilegiata per eventuali missioni belliche in direzione dei teatri planetari più caldi (Europa dell’Est, Medio Oriente, Africa). n cambio di sostegno politico, il nostro governo (quello attuale, ma non solo) ha incrementato la già
imponente presenza militare Usa e Nato, concedendo indebiti ampliamenti delle basi esistenti (lo sanno bene i cittadini di Vicenza e i pacifisti del No Dal Molin), subendo la sospensione della sovranità territoriale per i siti interessati (nonostante che l’extraterritorialità dovesse valere solo per le basi attivate subito dopo la Seconda guerra mondiale). Così, sempre più consistenti porzioni di territorio, oltre che essere centri di forza bellica, continuano ad essere installazioni logistiche sedi di intercettazioni informative, ricettacoli di armi batteriologiche e nucleari, attentati all’equilibrio ecologico dell’ambiente circostante.
E’ stato detto: ma le basi portano soldi. Falso! Ne sottraggono in misura consistente al contribuente italiano. Un documento ufficiale del Dipartimento della Difesa Usa (Statistical Compendium on Allied Contributions to the Common Defence) ci ha fatto sapere che il 41% delle spese di stazionamento sono a nostro carico (già nel 2004, pari a poco meno di 400 milioni di dollari): in parte grazie a facilitazioni indirette concesse dall’Italia (affitti gratuiti, costi dei servizi ridotti, riduzioni fiscali). Tutto questo, sulla base di accordi bilaterali (bilateral agreements) che sanciscono un metodo di prelievo graziosamente denominato “condivisione del peso” (burden-sharing). Bisogna dire che la solerzia di Silvio Berlusconi è andata insieme a quella del suo ministro della Difesa Ignazio La Russa, la cui commozione per i soldati morti in Afghanistan – impegnati in azioni militari entro un contesto di guerra conclamata – è stata pari al suo disprezzo per il dettato costituzionale. Il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, non ha dovuto faticare granchè per ottenere, in barba all’art.11 della nostra Costituzione, l’eliminazione delle clausole che impedivano al nostro contingente di essere impiegato in chiare azioni di attacco, con il relativo corredo di mezzi blindati, aerei ed elicotteri da combattimento. Il tutto fedelmente registrato nei rapporti di WikiLeaks. Due giorni fa, nel sostanziale silenzio dei grandi mezzi di informazione, il Senato italiano ha dato il via libera al finanziamento per altri sei mesi della missione militare in Afghanistan: dal 1° gennaio al 30 giugno 2011, per un totale di 410 milioni di euro (68 milioni al mese). Hanno votato contro solo i senatori dell’IdV e non hanno partecipato al voto i due radicali eletti nelle liste del Pd. L’Italia continua dunque a incrementare la sua presenza in quel pantano bellico, con 4350 soldati (dalle 1000 unità presenti nel 2003), 883 mezzi terrestri, 34 velivoli da combattimento. In tre anni sono stati spesi complessivamente tre miliardi di euro: alla faccia di lavoratori, pensionati e disoccupati, chiamati a stringere la cinghia. Non è un caso che un punto dirimente del programma che la Federazione della Sinistra si appresta a diffondere nel Paese sia rappresentato dall’abbattimento delle spese militari. Mano risorse per i cannoni, più risorse per il burro e il pane.

in data:19/02/2011  Liberazione

La Lega Spi di Mortara

La Lega Spi di Mortara

ScanImage001

Domenica 27/2/2011 nella sede di Rifondazione Comunista di Mortara in Via Cadorna 5 si svolgerà la seconda serata dell’iniziativa “In direzione ostinata e contraria”

Domenica 27/2/2011  nella sede di Rifondazione Comunista di Mortara in Via Cadorna 5   si svolgerà la seconda serata dell’iniziativa “In direzione ostinata e contraria”

Ci scusiamo per  la rettifica sottoriportata: l’iniziativa causa impegni  inderogabili e’ stata spostata alle ore 21 di domenica  27/2/2011 anziche il 25/2/2011 come erroneamente precedentemente comunicato.

Comunicato stampa

Domenica 27/2/2011  nella sede di Rifondazione Comunista di Mortara in Via Cadorna 5   si svolgerà la seconda serata dell’iniziativa “In direzione ostinata e contraria”, serie di incontri mensili  per raccontare con gli attori del territorio il bisogno di un altro mondo possibile.
Nella serata  il docente vigevanese Marco Savini parlerà del Risorgimento italiano in chiave non retorica attraverso  canzoni e proiezioni. L’appuntamento e’ alle ore 21 e tutta la cittadinanza è invitata.

Perché abbiamo pensato a questa serata? Perché siamo convinti  che in questi ultimi 150 anni l’Italia non è poi molto cambiata. È diventata quello che oggi è perché è nata così ed è stata raccontata in un certo modo. La retorica risorgimentale, piena di nobili intenti, eroi senza macchia, politici geniali e lungimiranti, è stata il tappeto sotto cui abbiamo nascosto la polvere della nostra storia per centocinquant’anni. E così, se oggi noi vogliamo  capire questo Paese “malato”, affetto da vizi endemici che paiono inestirpabili, forse è giusto andare  a ritroso e  ripercorrere i primi giorni della sua vita. E’ ciò che faremo  in questa serata , andando a riannodare un filo rosso fatto di intrighi, malavita e malaffare che ha il suo capo proprio nel modo in cui l’Unità fu prima realizzata e poi gestita. Il trasformismo in politica, la corruzione, la tendenza a scendere a patti con i poteri forti, a servirsi della criminalità , insomma tutto quello che nei libri di scuola su cui intere generazioni si sono formate, semplicemente non c’è.
.
La lacuna più vistosa riguarda il tema controverso del brigantaggio. La realtà del meridione, negli anni successivi al 1860, e ancora la miseria e l’ingiustizia antica, nonché la rivolta, la diserzione e il brigantaggio. Speranza (tradita) di liberazione dall’oppressione dalla miseria piuttosto che dall’oppressione dallo straniero.
Non mancheranno però esempi di canzoni “lomelline” che, conservatesi nella memoria orale, ci raccontano di episodi e situazioni sociali tipiche del tempo. Infine un accenno sarà rivolto all’area anarchico-socialista della canzone politica che diventò adulta e impetuosa dopo la conclusione del processo unitario e circolò nei fogli volanti e nei canzonieri. Un esempio per tutti: il canzoniere di  Pietro Gori.
La serata sarà dunque il tentativo di raccogliere le voci della gente attraverso le canzoni del tempo e attraverso la musica  raccontare  le passioni e gli entusiasmi che hanno fatto l’Italia di oggi.
Ascolteremo brani conosciuti  come “Garibaldi fu ferito” , “Le otto ore” ,la  “ Viuleta”, “Addio Lugano bella”, “Il feroce monarchico Bava”,   e per ricordare  tempi più’ vicini a noi, la bellissima  “Paga sti mundin” che si  gioca in un contrasto tra le mondine che chiedono 2 lire  di paga al giorno (il cavurrino) e il padrone che ne vuole dare solo una  composta dal Cavurrino.
L’iniziativa e’ condotta da Marco Savini, storico,  cultore della tradizione popolare e cantore delle radici lomelline. Con all’attivo numerosi libri  e registrazioni  realizzate “perche le tradizioni e la voce della gente comune”  rimangano vivi anche nei decenni futuri.

Per Rifondazione Comunista di Mortara

Adriano Arlenghi

0384/92896