Archivio for novembre, 2011

L’ impresa del comunismo non merita abiure

Lucio Magri ha deciso di andarsene così, mettendo fine ad un lungo periodo di autoisolamento e ormai irreversibile depressione. E noi non proveremo neppure ad indagarne le personalissime ragioni, che devono solo essere comprese e rispettate. Resta il dolore per una perdita che nessuno e nessuna hanno potuto evitare.
In quest’ora tristissima, solo poche cose ci sentiamo di dire, ed in primo luogo una. Benché il suicidio possa apparire come una resa ai colpi della vita, e per lui indubbiamente lo è stata, il messaggio, quello pubblico, che Lucio ci rende è l’opposto della rinunzia alla lotta, all’ingaggio politico.
Negli ultimi tempi, totalmente immerso nella stesura del suo ultimo libro che oggi ci appare non solo come un grande sforzo di ricognizione storica, ma come il suo testamento politico, Lucio era dominato da un assillo, quello di avere mancato in un momento di cruciale importanza per le prospettive della sinistra italiana. Fu quando ad Arco di Trento – dopo la svolta della Bolognina con cui Achille Occhetto aveva imboccato la strada della dissoluzione del Pci – Lucio svolse al cospetto della sinistra del partito che si opponeva a quell’epilogo – una lucidissima relazione nella quale contestava in radice la scelta autodistruttiva di Occhetto, ne demoliva i presupposti politici e culturali, per delineare il progetto di un profondo rinnovamento della cultura, della strategia del partito comunista, di una sua rifondazione, appunto.
Era convinto, Magri, che i giochi fossero ancora aperti.
Lo era sin da quando, nei primi anni Ottanta, lo scontro nel Pci fra Enrico Berlinguer e la destra interna (sulla Fiat, sulla scala mobile, sulla questione operaia, sulla questione morale come degenerazione della partitocrazia) era venuto alla luce del sole con inedita durezza e andavano maturando le condizioni di una riparazione storica e politica del partito alla radiazione inflitta al gruppo del Manifesto, nel fuoco di una battaglia che si annunciava già senza esclusione di colpi. Ebbene, malgrado il colpo della scomparsa di Berlinguer, Lucio era convinto che Occhetto (e il gruppo dirigente stretto attorno a lui) non avrebbe retto di fronte ad un’opposizione che la sinistra avesse voluto portare sino alle estreme conseguenze, sino cioè alla minaccia di scissione. Solo quando Pietro Ingrao, con il suo immenso carisma, si pronunciò in favore, in ogni caso, di una permanenza nel partito, a lottare nel «gorgo», i giochi furono fatti. E Magri, ripensando a quei momenti cruciali, non finiva di rimproverare a se stesso e agli altri compagni di non avere reagito, di avere subito quello che, retrospettivamente, gli parve un cedimento, una debolezza, comunque un errore fatale. Difficile dire se la storia, se la vicenda politica della sinistra e del nostro Paese avrebbero potuto davvero prendere un’altra piega. Certo Magri ne era convinto e questa possibilità mancata, proprio perché sorretta da una rigorosa analisi storica controfattuale, rappresentava per lui il motivo di un tormento quasi angosciante.
Nell’incipit del suo libro, Il sarto di Ulm, c’è tuttavia l’ultima feconda esortazione che Lucio ci ha lasciato. L’invito a trarre da quell’apologo la forza, intellettuale e morale, per non ripiegare passivamente sui nostri insuccessi.
Dopo il fallimento rovinoso del sarto inventore di un marchingegno che credette capace di fargli spiccare il volo, gli uomini tentarono mille e mille volte ancora, finché riuscirono, molti secoli dopo, in quell’impresa titanica. Allo stesso modo, i comunisti farebbero bene a scansare la damnatio memoriae così di moda di questi tempi. «Se la storia reale della modernità capitalistica non era stata lineare, né univocamente progressiva – scrive Magri – perché dovrebbe esserlo il processo del suo superamento?».
Ecco allora che «chi al tentativo del comunismo ha creduto e in qualche modo vi ha partecipato (…) ha il dovere di rendere conto (…), di chiedersi se quella sepoltura non sia troppo frettolosa».
Lucio Magri ci manda a dire che quel tentativo che ha coinvolto per decenni le vite di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di esseri umani in una straordinaria impresa collettiva, in un progetto di riscatto dell’umanità dalla soggezione e dallo sfruttamento, merita di essere considerato non soltanto con rispetto, ma come un percorso da riprendere. «Torno di nuovo e di più a chiedermi – concludeva Magri – se vi siano argomenti razionali e convincenti per opporsi all’abiura e alla rimozione. O quanto meno buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anziché archiviarla. A me pare di sì».
Pare anche a noi, caro Lucio.
Grazie per il salutare, intelligente colpo di sferza che hai voluto darci. Fino all’ultimo.lucio-magri

Dopo gli accordi del 28 giugno

28 giugnoGiovedì 1 dicembre a Pavia presso il “Commons”, viale Bligny 83, si terrà una serata di dibattito  sull’accordo del 28 giugno firmato da Confindustria e sindacati.

I relatori saranno:

– Alessandro Villari, avvocato del lavoro

– Francesco Anfossi, La CGIL che vogliamo

– Francesco Signorelli, USB-Pavia

Modererà un giornalista de “La Provincia Pavese”

“Ecco perché quello di Fiat è fascismo aziendale” di G. Cremaschi

 

 

Vorrei rispondere alle critiche che ho ricevuto per aver usato la definizione fascismo aziendale per quello che oggi sta facendo la Fiat di Marchionne.
Partiamo dai fatti. Dopo la svolta di un anno e mezzo fa, quando l’amministratore delegato del gruppo lanciò il suo diktat agli operai di Pomigliano, l’aggressione al diritto dei lavoratori si è estesa a valanga nel Paese. Altro che eccezione, come disse allora il segretario del partito democratico. Il ricatto Fiat («O rinunci ai diritti o non lavori») è diventato il leit motiv che ha guidato la più grave offensiva contro i contratti, i diritti, le leggi a tutela del lavoro dal ’45 a oggi. Il sistema Pomigliano si è prima esteso a tutto il sistema Fiat e poi è diventato un modello per tutte le relazioni sindacali. L’arroganza e lo strapotere della casta dei top manager ha perso ogni senso della misura.
Cito qui, tra tanti episodi, il vergognoso licenziamento di Riccardo Antonini deciso dall’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Licenziamento avvenuto perché questo ferroviere è tecnico di parte civile per le famiglie vittime della strage di Viareggio. Il dovere della fedeltà, costi quel che costi, al capo dell’azienda e ai suoi principi è diventato la costituzione formale che ha sostituito in tanti luoghi di lavoro i principi della costituzione repubblicana.
Con l’accordo interconfederale del 28 giugno il principio delle deroghe al contratto nazionale è stato accettato da tutti i sindacati compresa la Cgil e con l’articolo 8 del decreto sulla crisi, voluto da Sacconi, si è persino stabilita la facoltà per le imprese prepotenti (e per i sindacati venduti ad esse) di non applicare più la legge dello Stato, a partire dalla tutela contro i licenziamenti.
Il dilagare del modello Marchionne ha comportato un giro di vite terribile sulle libertà dei lavoratori. Anche chi non usa quegli strumenti esplicitamente, li utilizza come minaccia. Se consideriamo che già una parte del mondo del lavoro, quello con contratti precari, è sottoposto al supersfruttamento, comprendiamo come l’attacco alla dignità delle lavoratrici e dei lavoratori sia diventato una costante comune ovunque.
In Fiat a tutto questo si aggiunge un sistema persecutorio meticoloso e raffinato, indagini sul pensiero e sui sentimenti dei dipendenti che vanno persino a rovistare su facebook. Un clima di intimidazione e di attacco alle libertà personali che si traduce nella consapevolezza che ogni lavoratore ha di essere sottoposto a un regime speciale.

I licenziamenti politici, come quelli avvenuti a Melfi, l’autoritarismo continuo, l’oppressione sul lavoro resa ancora più forte dal fatto che si continuano a chiudere fabbriche, tutto questo non è ancora fascismo.
Nel suo bellissimo ultimo romanzo “One big union” Valerio Evangelisti ci racconta le terribili lotte e le violentissime persecuzioni che subì il movimento operaio americano alla fine dell’ottocento. Marchionne e la casta manageriale che ragiona e si comporta come lui vengono da quella cultura. Da quelle campagne antisindacali fondate sulla liquidazione di chi si oppone ai voleri dell’azienda e sulla costruzione sapiente di sindacati servili per il padrone e inutili per i lavoratori. La storia della Fiat affonda in queste radici americane. Quelle che fecero sì che il presidente Roosevelt, negli anni Trenta considerasse Henry Ford un padrone autoritario da contrastare e combattere in tutti i modi.
Si può quindi definire la politica di Marchionne come una politica autoritaria, aziendalista e reazionaria, distruttrice di posti di lavoro e di diritti, senza utilizzare il termine fascismo. Perché allora l’ho usato? Perché con l’ultima decisione, quella di applicare dal 1° gennaio il contratto Fiat a tutti gli stabilimenti del gruppo, sia dell’auto che degli altri settori, l’azienda compie un passo in più.
Negli anni Cinquanta il capo della Fiat, Vittorio Valletta, usò tutte le politiche antisindacali e autoritarie, tutti gli strumenti della repressione allora conosciuti. Si fermò però di fronte ad una soglia: non abolì mai le elezioni delle commissioni interne. Anche nei periodi più bui della persecuzione della Fiom e dei comunisti e dei socialisti in fabbrica, i lavoratori periodicamente votavano per eleggere i propri rappresentanti. Marchionne ha invece abolito le elezioni. Dal 1° gennaio 2012 i lavoratori Fiat avranno solo sindacalisti nominati dall’alto, con il gradimento dell’azienda, le elezioni delle Rsu sono formalmente abolite.
C’è un solo precedente nella storia del nostro Paese che possa essere citato. Il 2 ottobre 1925, presidente del consiglio Benito Mussolini, la Confindustria e i sindacati corporativi e fascisti si accordarono per riconoscersi reciprocamente l’esclusiva nella rappresentanza sindacale. E conseguentemente abolirono le elezioni delle commissioni interne.
In un Paese ove è stata condotta una grande e giusta campagna contro i parlamentari nominati, e che però oggi subisce un governo nominato, non c’è da stupirsi se la cancellazione della democrazia formale negli stabilimenti Fiat passi sotto silenzio. Purtroppo verifichiamo ogni giorno che quando si parla di economia non c’è più la democrazia e che i principi brutali annunciati un anno e mezzo fa da Marchionne si stanno estendendo dalla fabbrica a tutta la società e a tutte le istituzioni. Per questo ho usato questo termine.
Marchionne ha dichiarato che la disdetta di tutti i contratti per imporre un nuovo sistema senza alcuna libertà formale per i lavoratori costituisce una semplice scelta tecnica. Tecnicamente è fascismo aziendale. La definizione è un po’ forte, si capisce chi la critica ricordando che il fascismo è stato qualcosa di ben altro e di ben più terribile. Tuttavia io penso che debba essere usata e urlata per forare il muro dell’indifferenza e della complicità che sta coprendo il massacro delle libertà fondamentali in Fiat. In Fiat soltanto? Un’altra eccezione? Non credo proprio.

Liberazione 27/11/2011

La grande menzogna del debito pubblico

Riporto qui di seguito un articolo di Valerio Evangelisti, uno dei più noti scrittori italiani di fantascienza, fantasy e horror, nel quale evindenzia la necessità di mettere in discussione la logica del debito e il sistema che ha generato essa: il Capitalismo.

Ricordo inoltre che V. Evangelisti è stato candidato per la Lista Anticapitalista alle elezioni europee del 2009, e successivamente è stato candidato per la Federazione della Sinistra alle elezioni amministrative del 2011 per il comune di Bologna.

 

LA GRANDE MENZOGNA DEL DEBITO PUBBLICO.

 

50312_100608165003_5254_nLe vecchie formule marxiane vanno riviste. Secondo Marx, è noto, si passava storicamente dalla formula originaria M-D-M (merce – denaro – merce) a D-M-D (denaro-merce-denaro). Non ipotizzava che si potesse giungere alla formula attualmente vigente: D-D (denaro-denaro).
Eppure è a questo che siamo. Si parla di crisi dovuta al debito. Debito di chi e verso chi? Tutti i paesi più sviluppati sono indebitati l’uno con l’altro. Attraverso le banche, e soprattutto le banche centrali. Questo non significa che la “crisi” delle loro popolazioni somigli a quella degli africani oppressi dalla siccità, degli asiatici costretti allo schiavismo lavorativo, dei sudamericani condannati a una miseria ancestrale. Ogni passo verso quei “modelli” deriva, più che dalla crisi finanziaria, dai mezzi messi in campo per uscirne.

 

Dunque, quando diciamo “crisi”, di cosa stiamo parlando? Di calcoli astratti, che con la produzione non hanno niente a che fare. Di pure cifre, per un ammontare fino a otto volte superiore a quello dell’economia reale: l’economia concreta, fatta di produzione di beni di consumo e di investimento. E nemmeno questo è sufficiente, a spiegare i giochi forsennati in atto. Se davvero il calcolo del debito avesse un senso, al primo posto verrebbero gli Stati Uniti, seguiti dal Giappone. La Grecia, tanto demonizzata, si collocherebbe a distanza.
Da qualche parte l’ho già detto. I Paesi ricchi di materie prime, di risorse umane e materiali, sono tra i più miserabili della terra. L’avvenire del mondo si gioca invece, in un poker assurdo, tra i Paesi del D-D. Quel che conta è il bluff, l’accumularsi di valori virtuali. La differenza dal gioco? Non è affatto previsto che si scoprano mai le carte.
Come uscirne è ignorare le fiches. Contano quanto il denaro a Monopoli. Se non si gioca, vale nulla. Se si continua a giocare, fingendo che sia reale uno scenario assurdo, ci si trova ad aggirarsi per Vicolo Corto o Vicolo Stretto, mentre altri hanno in mano Viale dei Giardini o Parco della Vittoria. Rovesciamo la scatola, gettiamo il denaro fittizio. Chi dirige il gioco entrerà in crisi. E’ l’unico che meriti di esserlo, in crisi.

 

Quando il demenziale ingranaggio dell’economia finanziaria si imbroglia, come accade periodicamente, tutti parlano di “crisi di sistema”, intendendo il sistema capitalistico. Ebbene, toglietevi ogni illusione. Il capitalismo non entra mai in crisi finale da solo, senza una spinta energica che lo butti gambe all’aria. L’unico meccanismo che, dall’interno, possa metterlo in ginocchio, si chiama caduta tendenziale del saggio di profitto. In effetti è un processo distruttivo, ma a lungo o lunghissimo termine, legato al costo sempre maggiore dei beni strumentali necessari a produrre e alla saturazione dei mercati – o perché si produce troppo o perché si restringono le aree di espansione.
Ma il capitalismo possiede armi efficaci per rallentare la caduta. Per esempio investire i guadagni in comparti diversi da quello della produzione di beni. In passato fu l’edilizia, oggi è la finanza (per fare un esempio, gli attuali margini di profitto della Fiat provengono da investimenti finanziari). Oppure la guerra, per cercare di conquistare aree in cui espandersi. O ancora la guerra interna contro le classi subalterne, a cui sottrarre reddito per costringerle a una totale subordinazione e all’accettazione, in ordine sparso, della rinuncia a diritti elementari.
Finanza, guerra, compressione sociale. Chi non associa questi tre strumenti (più tutta una varietà di altri minori) non coglie l’assieme dei fattori che delineano il presente. Si limiterà dunque a lamentare il presunto “signoraggio bancario”, la cattiveria degli speculatori (la speculazione non è un epifenomeno, ma l’anima stessa della finanza), l’egoismo degli Stati, la rapacità delle banche (che non sono mai state enti di beneficenza). Si concentrerà su disfunzioni locali, problemi di calcolo spicciolo, rapporti difficili tra Stati. Il tutto per eludere il problema di fondo. Non esiste una via d’uscita confortevole e riformista dal marasma attuale, anche perché il sistema gode di ottima salute. Anzi, approfitta dell’occasione per rafforzare istituzioni sottratte al controllo dal basso, ricatta, fa balenare false verità. Mette l’una contro l’altra addirittura etnie e religioni. Come diceva il saggio Orwell in 1984:
– La guerra è pace
– La libertà è schiavitù
– L’ignoranza è forza.
Fateci caso: sono slogan che, infiorettati e dissimulati sotto spoglie “ragionevoli”, vengono ripetuti venti volte al giorno.
Quanto al compito dell’antagonismo, è di rompere la macchina, non di aggiustarla. Si accavallano le proposte per “uscire dalla crisi”, e il manifesto – per fare un esempio – ne espone una al giorno. Regolare il mercato azionario, controllare le banche, ricalibrare le imposte, proclamare piccoli default locali, non proclamarli, differenziare le monete, scindere le aree europee, inventare nuovi titoli, ecc. A che scopo? Dichiarato o inespresso che sia, è quello di “tornare come prima”. Ma proprio “prima” radicava la contraddizione.
Simili faccende vanno lasciate ai padroni del vapore. Bisogna concentrarsi sull’offensiva dal basso, e state certi che, quanto più sarà spietata, tanto più chi è in alto proporrà riforme. Che ci pensino loro, a dettagliarle. Lo hanno sempre fatto. A seconda del livello di scontro vi si adeguano e cercano frettolose soluzioni. Lasciarsi coinvolgere in sterili dibattiti, preferire un governo a un altro, significa già riconoscere la legittimità di un assetto complessivamente malato. Non uscire dai recinti del sistema.
La parola d’ordine più giusta udita finora – in tutto il mondo – è “Noi il debito non lo paghiamo”. Punto e basta. Al resto pensi chi comanda, o crede ancora di comandare.
Luigi XVI, prima che gli fosse chiesto alcunché, riconobbe la sovranità dell’Assemblea Nazionale, la soppressione dei privilegi della nobiltà, la Convenzione. Si mise persino la coccarda tricolore sul cappello, prima di perdere la testa. Il fatto è che aveva paura.
Le piazze francesi, a quei tempi, erano piuttosto affollate. Ed esuberanti.
Bisogna che chi siede in alto abbia paura. E che chi sta in basso abbia coraggio. Molto

 

Sto incitando alla lotta violenta? Non è mia intenzione. Dalla mia penna, in ogni caso, non uscirà una sola parola contro chi, ai limiti della disperazione, sfoga la propria rabbia. Lo farà in forme piacevoli o spiacevoli, razionali o istintive. L’intelligenza collettiva, per crescere, va per tentativi. Finché non si forma una volontà comune, un abbozzo di progetto. Siamo agli esordi, gli infantilismi (ipotetici) vanno messi in conto. A me basta che tre punti siano chiari a tutti:
– No alla guerra, comunque giustificata. La guerra è scontro fra gente che ha gli stessi interessi, manovrata da una minoranza che ha interessi diversi.
– No a ogni potere politico-economico sottratto al controllo di chi vi è sottoposto. Tale è oggi l’ordinamento europeo;
– No all’annichilimento della cultura diffusa sotto il peso della falsa informazione e di una scuola venduta al migliore offerente.
In definitiva:
La pace è pace, e nulla giustifica azioni militari in cui, inevitabilmente, si macellano innocenti in nome di niente. Per non parlare dei costi.
La libertà è democrazia diretta, che non potrebbe sussistere senza l’eguaglianza.
La vera forza è la cultura, specie in un tempo in cui il sapere detto immateriale è diventato diretto fattore produttivo.
Ho così capovolto il monito orwelliano.
Ma, stabiliti i principi generali, è possibile passare al terreno pratico? Penso di sì. Sarà il tema della seconda parte.

25 Novembre 2011 – Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne

Ecco il testo firmato dalle donne della Sinistra Europea per la Giornata Mondiale dell’eliminazione della violenza sulle donne.

Buona lettura e buona riflessione.

Alessio.

 

25 novembre 2011 . Giornata Mondiale per la eliminazione della violenza sulle donne.

STOP VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi a Bogotà nel 1981 si accettò la richiesta della delegazione della Repubblica Dominicana di rendere omaggio alle sorelle Mirabal, tre dissidenti politiche della Repubblica Dominicana, brutalmente assassinate nel 1960 per ordine del dittatore Trujillo proclamando il 25 novembre data internazionale della lotta contro la violenza sulle donne.  

Il 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 25 novembre Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, invitando governi, organizzazioni internazionali e ONG ad organizzare attività ed eventi per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica su questo tema.

Da allora i movimenti  delle donne e femministi in tutto il mondo hanno fatto di questa giornata occasione di lotta, di denuncia di divulgazione di dati e di contrasto a questo fenomeno che rivela nel suo manifestarsi globale la persistenza nelle varie società della oppressione patriarcale e del continuo costituirsi nel cuore della modernità capitalista di culture maschiliste e misogine, anche là dove si riconoscono formalmente democrazia e diritti universali, nel cuore della modernità capitalista:
•       La violenza contro le donne è diffusa e non appare affatto in diminuzione. Nel mondo una donna su tre e in Europa una su 4 è stata sottoposta a violenza.
•       Le donne subiscono violenza dagli uomini. Non tutti gli uomini naturalmente usano violenza contro le donne ma si tratta comunque di VIOLENZA di GENERE cioè violenza di uomini contro donne e bambine. Gli uomini usano per lo più la violenza per mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne o per riconquistare questo potere perduto.
•       La violenza di genere é rimasta a lungo invisibile: avveniva nell’ombra e nella insignificanza penale, perché coincideva con i valori dominanti, le tradizioni e le leggi a tal punto da rendere il fenomeno un fatto naturale e normale! Ora è giudicata un crimine ma continua ad essere considerata dagli individui, dalle istituzioni sociali e dagli Stati come una questione circoscritta alla sfera privata, non un crimine di valenza pubblica.
•       Le donne sono vittime di diverse forme di violenza soprattutto nella quotidianità, e nella vita domestica. La violenza contro le donne spesso è agita dal partner o da una persona famigliare, e questo fenomeno accade in tutti i gruppi sociali.
•       La violenza contro le donne ha più facce: violazione del diritto all’autodeterminazione, matrimonio forzato, molestia fisica o psicologica, sfruttamento, umiliazione, discriminazione. E’ molto alta la violenza contro le donne immigrate, che aggiunge una sofferenza in più agli ostacoli per abitare con pieni diritti nei confini d’Europa.
•       Gli statuti e le regole delle religioni, in specie di quelle monoteiste, sono basati sul predominio maschile e, spesso, sulla violenza. Le donne sono considerate soggetti minori o, talvolta, oggetto del piacere e della volontà maschile. O sottoposte ai vari codici della famiglia. Subiscono la violenza e il potere del sacro e di leggi, tradizioni, pratiche costruite sulla sottomissione al genere maschile. Spesso tale sottomissione è presentata come naturale o voluta da Dio.
•       Nelle le guerre moderne il 70%-80% di vittime sono civili, la maggior parte donne. Loro vengono torturate ed umiliate nei campi profughi e nelle prigioni. Loro sono sistematicamente stuprate con una pratica deliberatamente usata come arma in molti conflitti. Questo è il legame profondo fra militarismo ed oppressione patriarcale.

Per questo, come Partito della SE pretendiamo:

•       La laicità come il fondamento di ogni stato e di ogni comunità sociale e politica. Ciò significa difendere i diritti di autodeterminazione della donna, contraccezione e libero aborto. In particolare lottiamo contro la pretesa del Vaticano di determinare le condizioni delle donne, di decidere sulla loro libertà, sulla loro sessualità e sulle libertà sessuali di gay, lesbiche e trans.
•       La messa fuori legge e la punizione delle mutilazioni sessuali e del matrimonio forzato.
•       L’approvazione e il perfezionamento in tutta Europa di leggi per porre fine alla violenza sulle donne e i loro bambini. Queste leggi devono avere al centro la prevenzione e la individuazione dei prodromi della violenza, insieme con un budget adeguato per aiutare le vittime della violenza di genere e garantire diritti pieni alle donne migranti senza riferimento al loro stato giuridico-amministrativo in Europa.
•       Una limitazione e un controllo del possesso individuale delle armi, che spesso vengono usate contro le donne.
•       I diritti delle donne non possono legittimare nuove guerre o leggi più restrittive sull’immigrazione.
•       L’immediata conversione in legge nella UE di linee guida per il diritto alla cittadinanza di residenza per le vittime di traffico, da recepire nelle legislazioni nazionali.

Il Partito della Sinistra europea considera fondamentale non solo battersi per modificare le relazioni fra le classi, abolendo sfruttamento ed oppressione, ma ha come obiettivo la lotta contro la struttura patriarcale delle società e le conseguenze sociali e culturali che ne derivano. Nel fallimento del capitalismo neoliberista che si manifesta nella crisi economica sociale e culturale che aggredisce l’Europa si rinnova la occasione e la speranza che al posto della barbarie del profitto e del capitale ci sia l’impegno per la costruzione di una società socialista, rispettosa della natura e capace di determinare le condizioni per il compimento della rivoluzione delle donne. Il Partito della SE combatte la violenza sessista che origina dal machismo e dalla dominazione patriarcale.

Scopo della campagna è quindi l’eliminazione di tutte le forme di violenza sulle donne attraverso:
– il riconoscimento a livello internazionale, regionale e locale della violenza di genere come violazione dei diritti umani;
– il rafforzamento delle attività a livello locale ed internazionale contro questo tipo di violenza;
– la creazione di spazi internazionali di discussione per l’adozione di strategie condivise ed efficaci in materia;
– dimostrazioni di solidarietà con le vittime di queste violenze in tutto il mondo;
– il ricorso a governi affinché adottino provvedimenti concreti per l’eliminazione di questo tipo di violenze.

L’antifascismo non si processa! Solidarietà al compagno Savoldi!

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Aperitivo antifascista dalle 19.30 e dalle 21 musica dal vivo con gli Antipanico, i Sick Dogs e gli Ashpipe. Alla Coop. Portalupi( Vigevano- fraz. Sforzesca).
 
 
Alessandro Savoldi, compagno e militante dei Giovani Comunisti di Pavia, fu accusato da Roberto Fiore per aver scritto un articolo in cui lo si definiva come “stragista”.
Roberto Fiore è stato uno dei fondatori di Terza Posizione (organizzazione neofascista italiana attiva tra il 1976 e il 1980). Accusato e condannato per banda arm…ata e associazione sovversiva, non sconterà mai la pena perché latitante per 20 anni in Inghilterra (a partire dal 1980). Fiore è inoltre il fondatore di Forza Nuova, partito neofascista nato nel 1997 (quando ancora era latitante).
La denuncia al nostro compagno si riferisce ad un articolo che Alessandro scrisse nel settembre del 2007, dopo lo sgombero dei Rom dalla ex Snia (un’area industriale dismessa).
Alcune delle famiglie sfrattate furono sistemate in uno stabile della chiesa a Pieve Porto Morone e divennero bersaglio della Lega Nord e di Forza Nuova, che aizzarono alcuni abitanti della zona contro di loro, formando presidi permanenti e organizzando manifestazioni razziste che culminarono con assedi e lanci di pietre contro la casa in cui si trovavano i Rom.
Fu durante una di queste manifestazioni che Alessandro e altri compagni vennero inseguiti e aggrediti dalla folla, e si trovarono costretti a rifugiarsi nell’abitazione. La sera, Alessandro scrisse l’articolo che gli è costato la denuncia in quanto definì Roberto Fiore “stragista”.
A distanza di più di un anno il compagno Alessandro è stato assolto per non aver commesso il reato, ma a pochi mesi da quella sentenza Fiore ha annunciato di voler impugnare il verdetto.
Alessandro è intenzionato a continuare il processo fino alla fine, senza chiedere vie d’uscita o sconti a nessuno.
Purtroppo, però, non siamo in grado di garantire la copertura delle spese per l’avvocato, nè tantomeno il rimborso delle spese processuali. Non sappiamo come finirà l’appello, ma se dovesse finire con una sconfitta è possibile che la cifra che Fiore chiederà sarà sicuramente nell’ordine delle migliaia di euro.
Per questo motivo chiediamo a tutti i compagni, i lavoratori, gli studenti e a tutti gli antifascisti, che ne hanno le possibilità, di contribuire con un’offerta al processo di Alessandro. Perchè un attacco a uno è un attacco a tutti gli antifascisti! Noi non piegheremo mai la testa, avanti con la lotta, ora e sempre resistenza!!!
 

Il compleanno di Rina. Tanti auguri!!

Il compleanno di Rina. Tanti auguri!!

I compagni e le compagne del circolo “Lucio Libertini” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano, ospitano con piacere sul proprio sito le immagini e i commenti della festa del compleanno  in onore della compagna Rina. Ex operaia della Borletti che durante le lotte degli anni 70 era il punto di riferimento più combattivo per tutte le donne della fabbrica. Nei volantinaggi, nei picchetti, nelle manifestazioni, nei reparti con scioperi selvaggi, nelle riunioni estenuanti del consiglio di fabbrica, nelle trattative all’Assolombarda, nelle occupazioni con presidi davanti ai cancelli con il blocco delle merci, portava sempre torte e vino per allietare le nottate dei presenti.

BUON COMPLEANNO RINA.

Circolo Prc Vigevano.


Espressione della Rina di stupore e sorpresa all'arrivo.

Rina quando entra in palestra e ancora non riesce a capire cosa sta succedendo

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Rina salutata calorosamente dalle amiche
Rina salutata calorosamente dalle amiche
Baci ed abbracci
Baci ed abbracci
Clima conviviale
Clima conviviale
Nostalgia delle lotte del '68
Nostalgia delle lotte del ’68
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Rina felice
Rina felice
Giorgio Riolo del Punto Rosso
Giorgio Riolo del Punto Rosso
Luigi Vinci e Basilio Rizzo

Luigi Vinci e Basilio Rizzo

Al centro Silvana
Al centro Silvana
Dora e Francesco
Dora e Francesco
Momenti di gioia!
Momenti di gioia!
Avanti con la lotta fino alla vittoria!

Avanti con la lotta fino alla vittoria!

I Senatori a vita

L’articolo 59 della Costituzione della nostra povera Repubblica stabilisce che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque Senatori a vita che abbiano “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.

I primi due, nominati da Luigi Einaudi nel 1949, furono il matematico Guido Castelnuovo e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (che rifiutò). Einaudi continuò poi nel modo in cui era partito, scegliendo negli anni uno scultore (Pietro Canonica), uno storico (Gaetano De Sanctis), un economista (Pasquale Jannaccone), un poeta (Trilussa), un archeologo (Umberto Zanotti Bianco) e un politico (don Luigi Sturzo).

Quest’ultima nomina fu l’inizio dello snaturamento dell’istituzione. Nei decenni successivi, dei 25 senatori nominati dai vari presidenti della Repubblica, 15 sono stati politici: da Leone a Nenni, da Fanfani a Spadolini, da Andreotti a Taviani, da Colombo a Napolitano. Tutti accomunati soltanto dall’altissimo merito di avere maturato il diritto all’usucapione perpetua di un seggio parlamentare, per averne occupato uno già sufficientemente a lungo.

Fra i rimanenti dieci, ben tre sono state le nomine per altissimi meriti automobilistici (Vittorio Valletta, Gianni Agnelli e Sergio Pininfarina). E solo quattro quelle che in qualche modo si possono ricondurre alla lettera della Costituzione: due premi Nobel (Eugenio Montale per la letteratura e Rita Levi Montalcini per la medicina), un attore-commediante (Eduardo De Filippo) e un poeta (Mario Luzi).

Oggi Napolitano ha effettuato la sua prima nomina, continuando nell’andazzo dei suoi predecessori. Dimenticando che in Italia abbiamo almeno un premio Nobel della letteratura (Dario Fo) e due di fisica (Carlo Rubbia e Riccardo Giacconi), oltre a una medaglia Fields di matematica (Enrico Bombieri) , un intellettuale come Umberto Eco, un architetto come Renzo Piano, un direttore d’orchestra come Riccardo Muti o un attore come Roberto Benigni, il presidente della Repubblica ha nominato l’economista Mario Monti.

L’altissimo merito di quest’ultimo è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger.

Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse.

E’ probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come “istituzionale”. Quando invece si tratterà di un esautoramento della volontà popolare, visto che Monti avrà anche ricevuto nomine governative e presidenziali, ma certo non è mai stato eletto dagli elettori.

Quegli stessi elettori che tutti dicono di ritenere sovrani, ma che nessuno si degna di interpellare per domandar loro come intendano superare la crisi. Se svuotando le proprie tasche, come ha già mal iniziato a fare il governo Berlusconi, e come peggio continuerà a fare il governo Monti. O se invece attingendo ai portafogli delle banche e degli industriali, alla faccia dei Monti, dei Draghi e dei Berlusconi.

Piergiorgio Odifreddi

L’acqua non si privatizza. Difendiamo il risultato referendario di 27 milioni di cittadini Italiani

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COMUNICATO STAMPA

Si scrive Maxiemendamento, si legge Privatizzazione

Il Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua sta seguendo da settimane il rimpallo tra BCE e Governo italiano sulle misure da attuare che seguono una politica di cosiddetta austerity per pareggiare il debito. Tra queste norme vi è un attacco forte al risultato referendario di giugno: pur escludendo formalmente il servizio idrico si ripropone un intervento di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali. L’anticostituzionale Maxiemendamento presentato mercoledì non fa altro che confermare questa tendenza.

La verità è che le politiche di austerity colpiranno i cittadini e le cittadine italiane, lasciando tranquilli i poteri forti che da anni ci stanno proponendo la ricetta delle privatizzazioni, della messa a profitto dei beni comuni e delle nostre stesse vite.
Riteniamo inaccettabili questi provvedimenti e sappiamo che vogliono ignorare la richiesta della popolazione italiana di cambiare rotta ed uscire da questo sistema.

Per questo il 26 novembre, con la Manifestazione nazionale a Roma, saremo di nuovo piazza per difendere il risultato referendario, chiedere l’approvazione della nostra legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico e lanciare la campagna di “Obbedienza civile”: se il referendum continuerà ad essere ignorato, verrà praticata dal basso l’abolizione dei profitti garantiti dalle bollette, obbedendo così al mandato della maggioranza assoluta dei cittadini italiani.

Siamo convinti che l’acqua sia un paradigma e che il popolo italiano questo lo sappia e che, per la prima volta dopo anni, si sia espresso chiaramente. Chi fa finta di non vederlo o di dimenticarlo non fa altro che mettersi nel campo di chi impoverisce, privatizza e precarizza la nostra società.
Noi abbiamo detto che bisogna cambiare.

Con noi l’hanno detto 27 milioni di italiani.
Indietro non si torna.



Luca Faenzi
Ufficio Stampa Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
ufficiostampa@acquabenecomune.org
+39 338 83 64 299
Skype: lucafaenzi
Via di S. Ambrogio n.4 – 00186 Roma
Tel. 06 6832638; Fax. 06 68136225 Lun.-Ven. 10:00-19:00
www.acquabenecomune.org
www.referendumacqua.it

CONGRESSO CITTADINO del Circolo Prc “Lucio Libertini” di Vigevano

CONGRESSO CITTADINO del Circolo Prc “Lucio Libertini” di Vigevano

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Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Circolo “Lucio Libertini” – Via Boldrini 1 – Vigevano

www.rifondazionevigevano.it

Vigevano, novembre 2011

Cara compagna e caro compagno,

il nostro Partito, come molti di voi sapranno, è impegnato in queste settimane nella fase congressuale. Un Congresso che avverrà in un momento in cui ormai non è più possibile negare il fallimento delle politiche neoliberiste al servizio del mondo capitalista. Ciò è dimostrato dalla strategia portata avanti da Bce, Fmi e Consiglio Europeo: politiche “lacrime e sangue” che mirano alla distruzione del mondo del lavoro, dei diritti, del welfare ed al prelievo immediato di liquidità da immettere nei mercati finanziari attraverso il ricatto permanente del debito.

La maggior parte della politica italiana, se non altro quella parlamentare, dimostra giorno dopo giorno una totale sudditanza verso i padroni europei, e le attuali “opposizioni” non sono in grado di andare oltre lo sterile “anti-berlusconismo”, proponendo addirittura ricette che implicano un’uscita dalla crisi a destra e maggiormente liberista. invece di una seria e decisa messa in discussione di sistema.

In questo contesto, in cui diventa sempre più attuale e fondamentale un’uscita a sinistra dalla crisi, si svolgerà a Napoli dal 2 al 4 dicembre l’VIII Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista: un momento fondamentale per definire il ruolo che dovrà avere il nostro Partito in questa fase storica in cui la famosa affermazione di Rosa Luxemburg“socialismo o barbarie” è più che mai “profetica” e attuale.

L’ VIII Congresso Nazionale del Prc si baserà sulla discussione/votazione di 3 documenti congressuali dai seguenti titoli:

– “Unire la sinistra d’alternativa, uscire dal capitalismo in crisi”

– “Per il partito di classe”

– “Comunisti/e per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema”

Noi militanti attivi del Circolo Prc “Lucio Libertini” di Vigevano abbiamo deciso collettivamente lo svolgimento del

CONGRESSO CITTADINO

SABATO 19 NOVEMBRE 2011

con inizio alle ORE 14,30

presso la nostra sede in via Boldrini 1

Durante questo nostro Congresso Cittadino verranno presentati i documenti sopracitati, che andranno successivamente votati per appello nominale dai compagni/e tesserati/e, ed infine saranno nominati i delegati del Circolo che parteciperanno al Congresso Provinciale in programma domenica 27 novembre 2011.

Invitiamo calorosamente alla partecipazione a questo importante momento politico per la vita del nostro Partito, anche perché sarà un’occasione per ritrovarsi tra iscritti/e e fare anche il punto sull’attività del nostro Circolo e sull’attuale situazione politica locale.

Un momento che avrà quindi valore sia per coloro che non hanno modo di essere normalmente presenti all’attività politica del Circolo, che potranno in questo modo essere “aggiornati”, sia per i militanti attivi che potranno fare “tesoro” delle eventuali considerazioni/osservazioni formulate dalla “base” cittadina.

Vi aspettiamo numerosi e partecipi!

Il segretario del Circolo

Alessio Galli

Ps: presso la sede del Circolo sono a disposizione i 3 documenti congressuali.

LA SVOLTA – DONNE CONTRO L’ILVA un film di Valentina D’Amico

http://www.youtube.com/watch?v=X5kfpH03BYo&feature=player_embedded

Tra le collaborazioni: Report Rai 3, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano.
Ha scritto su Repubblica di Bari e Nuovo Quotidiano di Puglia; ha lavorato come radio giornalista a Radio Popolare Salento emittente locale del Network della storica Radio Popolare di Milano per cui ha lavorato come corrispondente; è stata direttore responsabile de L’Impaziente, periodico salentino di inchiesta e controinformazione.
Ha realizzato e prodotto la video inchiesta “Morire di banca” sulla difficoltà di accesso al credito bancario come causa principale del ricorso all’usura con testimonianze dirette delle vittime; un video sulle extraordinary rendition con la testimonianza di Ruhal Ahmed, cittadino britannico di origine pakistana, rinchiuso a Guantanamo; un documentario storico, “1940-1945. Gli anni della memoria”, con interviste ai reduci della seconda guerra mondiale e riprese d’archivio, per il comune di Presicce (Le) e distribuito nelle biblioteche della Provincia di Lecce.

Il video è tratto dal seguente link:

www.viaemiliadocfest.tv

Valentina D’Amico, 1974, leccese, vive e lavora a Roma.
Giornalista professionista, freelance.

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Onorina Brambilla Pesce: ciao bella ciao.

Onorina Brambilla Pesce: ciao bella ciao.

Paolo Ferrero

Ci ha lasciati Onorina Brambilla Pesce, nome di battaglia Sandra, staffetta partigiana, comunista, militante del PCI e di Rifondazione Comunista, dirigente nazionale della FIOM. Figura di riferimento per i partigiani e i combattenti volontari antifascisti della guerra di Spagna. Nel 2006 aveva ricevuto la Medaglia d’Oro di benemerenza del Comune di Milano. Una vita intera spesa a lottare contro le ingiustizie e a fare politica ad altissimo livello. La sua lezione rimane dentro ognuno di noi. Ciao Nori.

La tragedia della Liguria: “è come se tutto fosse spazzato via dalle bombe”

La tragedia della Liguria: “è come se tutto fosse spazzato via dalle bombe”

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(Tratto da: “La provincia Pavese”) Per una migliore lettura clicca sull’articolo per ingrandire il formato.

Maltempo, necessaria grande opera manutenzione territorio

Maltempo, necessaria grande opera manutenzione territorio

Paolo Ferrero

Il maltempo continua a mietere vittime nel nostro Paese: incuria e mancanza di un piano di riassetto idrogeologico sono i due elementi chiave di queste tragedie  è sempre più evidente la necessità di una  grande opera da fare con urgenza in Italia: la messa in sicurezza del paese e la manutenzione del territorio, delle infrastrutture, degli edifici. È intollerabile che ogni volta il maltempo provochi disastri di questa portata e metta in ginocchio le nostre città. Esprimo tutta la mia solidarietà alle famiglie delle vittime e a tutti i cittadini di Genova e della Liguria. Come Prc, come abbiamo fatto e stiamo facendo a Borghetto Vara, saremo a fianco delle popolazioni colpite così duramente.

Alluvione Genova: colpita la stessa zona dell’8 ottobre 1970

(Clicca sul link)95661

Foto Brigate Solidarietà Attiva con Ferrero a spalare fango nei paesi alluvionati

Foto Brigate Solidarietà Attiva con Ferrero a spalare fango nei paesi alluvionati

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Gigantesca evasione fiscale delle banche. E pantalone paga!

http://www.youtube.com/watch?v=jkUxp_rvJB4&feature=youtu.be