Archivio for dicembre, 2011

Considerazioni sul movimento dell’acqua

Considerazioni sul movimento dell’acqua

Carissimi nel farvi tanti auguri per il nuovo anno che si annuncia difficile, vi allego un documento che ho scritto per il movimento dell’acqua.

E’ lungo e forse noioso ma con un piccolo sforzo….,
Un abbraccio
Emilio Molinari

Considerazioni sul movimento dell’acqua

con tanti “Se e tanti Ma”.

Il referendum, la politica nel contesto della crisi.

A pochi mesi dal referendum la disastrosa crisi finanziaria ha di fatto cancellato, la straordinarietà di quell’evento, nella memoria dei cittadini.

Per i lavoratori i pensionati, per la gente comune che ha votato, schiacciati da problemi contingenti, l’acqua e il rispetto dei referendum sembrano passare in secondo piano.  Purtroppo però l’amnesia ha contaminato gran parte del popolo di sinistra, ripiombato come sempre nel proprio incubo totalizzante: l’antiberlusconismo, senza idee, senza principi, senza alternativa. Anche per molti movimenti a noi vicini, la chiusura autoreferenziale o gli interessi corporativi, il referendum è ormai lontano.

“L’ineluttabilità del mercato” disarma la gente, crea paura, Berlusconi cade e questo è bene, ma che il popolo di centro sinistra esulti e finga di non vedere che non cade  per iniziativa dell’opposizione e di un programma alternativo, non è di buon auspicio per la politica di questo paese, come non lo è non vedere che la crisi è mondiale e ha travolto oltre gli USA, la Grecia, la Spagna (ricordate Zapatero idolatrato dal centro sinistra? ) Il Portogallo, l’Irlanda ecc… Il governo italiano vara l’ennesimo programma a fotocopia, dettato giorno per giorno dai mercati.

Stiamo assistendo a qualcosa che non si era mai visto: il mercato e la speculazione, che vivono alla giornata, decidono la politica i programmi di lacrime e sangue per la maggioranza del popolo, commissariano le nazioni europee, formano i governi con propri esponenti.

Ma può la politica inseguire i mercati e vivere alla giornata?

Se così fosse, allora la crisi sarebbe ancora più drammatica perché la politica risulterebbe morta e il governo Monti sarebbe l’attestato di questa morte.

Inoltre la democrazia è in coma, quando la politica, agli occhi della gente meno abbiente e dei lavoratori, viene screditata, ridicolizzata dai comici e resa inutile.

Il programma è unico e le privatizzazioni, la svendita del patrimonio nazionale, restano un punto fermo per tutti.

Oggi, dopo il referendum, il movimento dell’acqua è più forte e più ramificato sul territorio però è innegabilmente in difficoltà.

La minaccia dell’ingresso del privato nelle SPA pubbliche è di nuovo all’ordine del giorno, Cremona e Salerno e persino a Milano ci sono assessori (Tabacci Sole 24 ore) che affermano la volontà di privatizzare anche l’acqua. Solo Napoli, dopo 6 anni di movimento, sembra avviarsi verso la ripubblicizzazione.

In un simile contesto, la strada della ripubblicizzazione ha ancora bisogno di   accumulare forze, facendo leva su chi, sindaci e imprese, intende  resistere alla spinta privatizzatrice sulle loro SPA in house e se possibile spingerle ad organizzarsi ed associarsi in comitati e in associazioni come Acqua Pubblica Europea presieduta da Anne le Strat vicesindaco di Parigi e a cui partecipano tante SPA in house europee.

Forse possiamo puntare ad un asse Napoli -Milano- Bari, tre realtà che nell’immaginario popolare rappresentano le punte più avanzate della partecipazione.

Affrontare la nuova realtà nel confronto.

I cittadini, con il loro voto, hanno inteso, al di la degli specifici  quesiti, affermare che tutti i servizi pubblici locali e il servizio idrico in particolare devono essere pubblici e l’acqua non deve generare profitti.

Ma oggi, non c’è istituzione italiana che interpreterà questo spirito del mandato popolare o anche solo e semplicemente il suo risultato. (nemmeno il Presidente Napolitano farà sentire la sua voce sulla palese violazione della Costituzione)

La crisi economica, devasta il vivere sociale, devasta la politica che dovrebbe dare risposte, così a noi, a tutti i movimenti sociali, vengono affidate inedite responsabilità, che non si possono più affrontare dentro la gabbia di consolidate certezze.

Tornando a noi.

Con il primo quesito (abrogazione della legge Ronchi) abbiamo eliminato solo l’obbligatorietà alla gara per tutti i servizi pubblici locali.

Da qui partono tutti i tentativi di smontare il referendum, violando la costituzione,  con il bastone ( le minacce di commissariamento e la carota ( il premio una tantum per chi fa entrare il privato ) :

-       ignorando il responso referendario che toglie l’obbligatorietà alla privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali e non solo per l’acqua;

-       avvalendosi della libera facoltà dei sindaci di scegliere il tipo di gestione, per forzarli  alle gare o alle fusioni, anche per il servizio idrico;

-       e per il secondo quesito sul 7% di profitti, cercando cavilli giuridici per non attuarlo.

Questo è quanto dobbiamo contrastare.

Privi di finanziamenti, isolati, ricattati dai partiti, per molti sindaci non sarà facile trovare il coraggio politico di respingere i bastoni le carote e contrastare le gare e l’ingresso dei privati.

Una iniziativa per rimettere il movimento nell’agenda della coscienza popolare annichilita dalla crisi.

L’abbiamo forse scordato, ma il referendum l’abbiamo vinto perché abbiamo parlato per 12 anni il linguaggio universale dell’acqua, non abbiamo accettato il piano che la politica dei contabili volevano imporci parlando solo di tariffe, di soldi che non ci sono e di efficienza dei privati. L’abbiamo vinto perché abbiamo parlato di diritti umani universali, di mercificazione di un bene comune fondamentale alla vita di tutti gli esseri viventi, quindi del diritto alla vita.

Abbiamo parlato di principi e valori altrettanto universali, scritti nel documento fondante il vivere assieme in questo mondo: La dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.

Questi diritti rappresentano il cammino della civilizzazione umana e non si possono cancellare o ridurre ad ogni cambio dello spreed o a gradimento del mercato e delle agenzie di rating.

Questo è il dramma del nostro tempo.

E’ necessario ritornare tutti a comunicare a formare coscienze e nuovo senso comune tenendoci fuori dalle culture dell’antagonismo più o meno radicale violento, settario, testimoniale.

La manifestazione del 15 ottobre ha comunicato cose negative, ha collocato l’acqua e il movimento, nello spazio di un’area politica e di una strategia precostituita, quella degli antagonisti. Siamo tutti antagonisti al neoliberismo, ma questo termine nel nostro paese non è un aggettivo, è una proposta politica, strategica e organizzativa, con alle spalle una lunga storia, dal Potere operaio, all’Autonomia operaia fino ai Centri sociali. Una storia di sovrapposizione sui movimenti, di violentismo e di fallimenti.

La storia del movimento dell’acqua è stata cosa diversa, sta agli antipodi, è articolata, è frutto di un lavoro capillare locale, nazionale e internazionale, non urlato, non testimoniale, rivolto a tutti, ricostruttivo del perduto senso comune dell’interesse generale e della solidarietà con chi ne soffre l’assenza, è fatto di carovane nei punti caldi del mondo.

Il mercato e la politica

Il mercato cancella la politica, le istituzioni, il respiro universale e, ancora più grave, cancella l’idea di partecipazione.

Ricordare al popolo di sinistra e ai movimenti alcune verità è opportuno:

-       vincere sull’acqua è vincere tutti e bisognerebbe concentrare le forze di tutti i movimenti per respingere l’attacco al referendum sull’acqua;

-       fare politica non è la cancellazione dei partiti, ma non può più essere la ricerca del potere, non può più essere l’esercizio, spesso tifoso, di far vincere il proprio partito, la propria squadra, la propria ipotesi più o meno coerente, rivoluzionaria o riformista che sia..

Fare politica è, prima di tutto, far crescere la coscienza e la partecipazione del popolo e costruire un nuovo senso comune tra la gente.

-       la politica sta oggi in bilico tra il “coma profondo” procurato dal mercato e la “vita” che i movimenti le infondono con i loro contenuti.

A loro tocca la grande responsabilità di riscriverla …

Riprendere la nostra storia.

Occorre dare senso e attualità alla battaglia sulle privatizzazioni, riprendendo ciò che l’acqua sta rendendo visibile e percepibile alla gente, ovvero che le privatizzazioni sottendono la privatizzazione dei diritti che diventano: io pago io ho il diritto, sottendono la rottura di ogni relazione collettiva nella nostra società.

La tragedia delle alluvioni, i mutamenti climatici, il degrado del territorio e del patrimonio culturale del nostro paese, la decadenza delle reti dei servizi pubblici. In una parola la messa in sicurezza del nostro paese non si affronta privatizzando e con i tagli della spesa pubblica, ma con la risposta della politica che nella crisi trova in questi una occasione di rilancio occupazionale.

E ancora, la politica che risponde al “dove trovare i soldi” colpendo la speculazione finanaziaria con un movimento mondiale sulla Tobin Tax. E’ cosa questa che riguarda il movimento dell’acqua dentro ai Forum Sociali Mondiali oggi in piena crisi.

E’ incredibile pensate: i Forum Sociali Mondiali hanno lanciato la Tobin Tax nel 1998, quando le istituzioni di tutto il mondo la osteggiavano e la ignoravano, ora che ne parlano molti governi, il Forum Sociale Mondiale tace, non ne parla più.

Dopo il referendum.

Subito dopo la vittoria c’è chi ha pensato che si chiudeva un ciclo di 12 anni e che pertanto dovevamo proiettarci verso un più ampio movimento dei beni comuni.: dall’acqua, ai servizi pubblici, dal lavoro ad internet ecc…

Dentro tale prospettiva l’acqua diluisce la propria forza e non serve nemmeno alla crescita di altre narrazioni. Quali sono beni comuni? Ma sopratutto: quale comune denominatore, quali obbiettivi comuni, quale vertenza li può tenere assieme?

Altri hanno pensato alla nascita di uno spazio alternativo, di lotta dentro al quale far convergere tutto ciò che si scontra nei territori e nel sociale ( dall’acqua alla TAV ai precari, ai rifiuti ecc..).

Entrambe sono state delle scappatoie che hanno allentato la nostra guardia.

Quali e quanti sono i beni comuni è un esercizio che ci porta solo a teoriche disquisizioni: il lavoro è un bene comune? L’acqua è un servizio pubblico come gli altri?

Oggi i beni comuni da affrontare in modo convergente sono i grandi elementi della vita: Aria – Acqua – Terra/cibo -  Fuoco/Energia, caratterizzati da Esauribilità, Indispensabilità, Insostituibilità, Universalità del diritto, necessità di partecipazione

Auspicabile è la crescita di narrazioni mature su questi beni fondamentali, che possano trovare poi convergenze ed obbiettivi comuni.

Oggi un movimento con la stessa o forse superiore maturazione di quello dell’acqua è il movimento sulla Terra, la sovranità alimentare, il cibo sostenibile, l’agricoltura compatibile e della difesa del territorio dal degrado e l’altro può essere quello dell’energia.

Tra questi vanno trovate convergenze.

Il movimento dell’acqua ha cercato consenso tra tutti, non “l’avversità” verso tutti. Il movimento dell’acqua può e deve essere un modello per il nuovo ciclo di lotte e di pensiero, che si annuncia con i giovani in piazza a New York, a Madrid e con i ragazzi che spalano il fango a Genova ecc…

Anche per loro, la morte della politica e la chiusura nel recinto degli antagonisti, sono un qualcosa con cui dovranno fare i conti.

Abbiamo parlato a tutti.

Pensiamoci: 27 milioni di italiani hanno votato il referendum. Da oltre 30 anni il PCI/PD, con alchimie politiche, insegue un “centro” senza mai riuscire ad acchiapparlo ed ecco che il movimento dell’acqua su di un tema forte, che da solo può esemplificare il cammino dell’alternativa politica, ha conquistato il centro, la destra, i credenti e i non credenti e questo deve pur insegnare qualcosa.

Forse noi stessi non abbiamo riflettuto sufficientemente su:

Quale modo di fare politica, quale rivoluzione culturale sta dietro allo straordinario risultato del referendum?

Quale responsabilità viene consegnata oggi ai movimenti?

Emilio Molinari

Ora una voce che viene da lontano, che parla di crisi e di liberismo economico

Quando la politica era autonoma dal mercato

e parlava di diritti e di principi universali.

Dall’intervento di insediamento del presidente USA Franklin Delano Roosevelt: 4 Marzo 1933 nel pieno della crisi del 1929.

Con questo spirito tutti noi – io e voi – affrontiamo le nostre comuni difficoltà…Non siamo stati colpiti dalla piaga delle locuste…Ciò accade inanzi tutto perché chi domina lo scambio di beni materiali ha fallito….La condotta degli speculatori senza scrupoli è ora di fronte al giudizio dell’opinione pubblica e alla ripulsa dei cuori e della ragione degli uomini.

Le uniche regole che conoscono sono quelle di una generazione di egoisti privi di di una visione del futuro e quando questa manca il popolo soffre.

…Il nostro obiettivo più importante è quello di far tornare la gente a lavorare….Lo possiamo realizzare attraverso assunzioni governative dirette, affrontando l’impegno come faremmo con un’emergenza bellica, ma, al contempo, grazie a queste assunzioni, portare a termine progetti di riorganizzare le nostre risorse naturali.

…In questo sforzo per un rilancio dell’occupazione….Abbiamo bisogno di una severa azione di controllo su tutte le attività bancarie, creditizie e di investimento, per porre fine alle speculazioni con danaro altrui…

Cinque mesi dopo al congresso.

…Gli aiuti comunali e statali sono stati estesi al massimo. Come sapete, abbiamo messo trecentomila giovani uomini a lavorare a progetti concreti e di pubblica utilità nelle nostre foreste e a prevenire l’erosione del suolo e le alluvioni….

…Un grande programma di lavori pubblici da tre miliardi di dollari per la costruzione di reti elettriche e strade, di imbarcazioni per la navigazione interna, per la prevenzione delle alluvioni e per migliaia di progetti comunali e statali…

…grazie a uno sforzo democratico dell’industria possiamo ottenere un aumento generale degli stipendi e una riduzione delle ore di lavoro…

Si potrà farlo solo se permetteremo e incoraggeremo la cooperazione in ambito industriale, perché se non ci sarà unità di azione pochi uomini egoistici in ogni ambito continueranno certamente a pagare stipendi da fame e a esigere lunghi turni lavorativi.

La concorrenza dovrà scegliere se seguirli sulla strada dell’aumento progressivo dello sfruttamento.

Abbiamo visto questo tipo di azioni determinare la continua caduta verso l’inferno economico degli ultimi 4 anni.

La proposta è semplice: se tutti i datori di lavoro agiranno di concerto per ridurre l’orario di lavoro e per aumentare gli stipendi, noi potremmo aumentare l’occupazione.

Sembra scritto nel nostro tempo, solo che oggi nessun leader ha questa voce.

————

Guido Rossi

“..la vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e a alimentare la paura, l’insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta solo alla mancanza di leader europei…

La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti.” (Corriere della Sera)

Ringraziamenti ed auguri di Buon Anno 2012

Ringraziamenti ed auguri di Buon Anno 2012

Cari compagni e care compagne,

il Circolo “Lucio Libertini” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano, vi augura Buon Anno 2012 e vi invita calorosamente a partecipare alle prossime iniziative che organizzeremo.

Ringraziamo calorosamente con un abbraccio tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita degli incontri  pubblici di tutto l’anno 2011.

Vedi i link sotto riportati.

http://www.rifondazionevigevano.it/mastronardi-la-vigevano-degli-anni-60

http://www.rifondazionevigevano.it/memoria-i-deportati-della-lomellina

http://www.rifondazionevigevano.it/dibattito-pd-e-prc-alla-coop-portalupi

http://www.rifondazionevigevano.it/120-firme-per-il-referendum-in-2-giorni-a-vigevano

http://www.rifondazionevigevano.it/il-piu-vegetariano-della-festa-di-rifondazione-vigevano

http://www.rifondazionevigevano.it/genova-loro-la-crisi-noi-la-speranza

http://www.rifondazionevigevano.it/ciao-carlo-da-genova-20-luglio-2011

http://www.rifondazionevigevano.it/fateci-spazio-su-you-tube

http://www.rifondazionevigevano.it/manovra-e-crisi-incontro-pubblico-con-ramon-mantovani-prc-e-giancarlo-saccoman-cgil

http://www.rifondazionevigevano.it/la-coop-portalupi-promuove-l8-ottobre-un-incontro-dibattito-sulla-no-tav

http://www.rifondazionevigevano.it/foto-manifestazione-del-15-ottobre-a-roma-dei-compagnie-della-federazione-della-sinistra-e-rifondazione-comunista-provincia-di-pavia

http://www.rifondazionevigevano.it/lantifascismo-non-si-processa-solidarieta-al-compagno-savoldi

http://www.rifondazionevigevano.it/congresso-cittadino-del-circolo-prc-lucio-libertini-di-vigevano

http://www.rifondazionevigevano.it/brindisi-rosso

http://www.rifondazionevigevano.it/foto-del-pranzo-per-autofinanziamento-del-circolo-prc-di-vigevano-alla-coop-portalupi

Liberazione la vuole chiudere il Governo!

Liberazione la vuole chiudere il Governo!

2011-12-29

Paolo Ferrero

Sul Manifesto del 28 dicembre è apparso un articolo che attribuisce a Rifondazione Comunista la volontà di chiudere Liberazione. Si tratta del contrario del vero. Chi vuole chiudere Liberazione è il governo, con il taglio dei fondi. Rifondazione Comunista non ha solo la volontà ma anche l’interesse politico a tenere aperta Liberazione. Vediamo nel merito. In primo luogo Rifondazione Comunista in questi anni ha fatto tutto il possibile per tenere aperta Liberazione e a tal fine ha speso una gran parte delle sue scarse risorse: nel 2008, anno in cui fui eletto segretario e ultimo anno della direzione Sansonetti, la perdita di Liberazione fu di oltre 3 milioni e centomila euro. Grazie ad un piano di riorganizzazione in cui tutti hanno fatto il possibile – partito, direzione, lavoratori e lavoratrici – nel 2009, primo anno della direzione di Dino Greco, la perdita scese a 1,6 milioni di euro. Nel 2010, la perdita sarebbe stata di 300.000 euro ma il taglio operato da Berlusconi e Monti ci aggiunge altri 500.000 euro di perdita. Per il 2011, a fronte di un bilancio che sarebbe andato in pareggio, il taglio del finanziamento pubblico deciso dal governo produce un mancato introito e quindi una perdita di 2 milioni di euro. Se in questi giorni stiamo discutendo del futuro di Liberazione è a causa di questi tagli, altrimenti saremo andati avanti tranquillamente avendo finalmente raggiunto il pareggio di bilancio! In questi anni Rifondazione Comunista – che non ha rappresentanze parlamentari a nessun livello – si è sobbarcata per tenere in vita Liberazione un costo di 5 milioni di euro. Il taglio definito dal governo in questi giorni produce un buco di altri 2 milioni e mezzo di euro. Ci troviamo quindi di fronte ad un giornale che grazie ai risparmi aveva sostanzialmente raggiunto il pareggio e che in virtù dei tagli del governo viene messo fuori mercato. In questa situazione abbiamo deciso la sospensione dell’uscita di Liberazione a far data dal primo gennaio e di proseguire provvisoriamente solo con l’edizione on line. Ogni giorno di uscita del giornale cartaceo avrebbe voluto dire 8.000 euro di perdita ulteriore. Questo soldi Rifondazione Comunista non li ha e quindi non li può spendere. Nella sostanziale assenza di finanziamento pubblico e nella totale indisponibilità del sistema bancario a concedere prestiti, Rifondazione semplicemente non può spendere i soldi che non ha. Riguardo all’accusa di difendere solo gli iscritti a rifondazione e non i lavoratori in generale, segnalo che i dipendenti di Rifondazione Comunista a livello nazionale sono passati da 160 del 2008 a poche decine, quasi tutti in cassa integrazione. Per utilizzare al meglio il periodo di sospensione delle pubblicazioni abbiamo lanciato una sottoscrizione al fine di raccogliere risorse finalizzate alla prosecuzione dell’attività di Liberazione nelle forme che saranno possibili in virtù delle risorse disponibili. In secondo luogo proseguiamo la battaglia contro il governo per ottenere i reintegro del fondo per l’editoria e per ottenere una parola chiara relativamente alle risorse disponibili per il 2012. Solo dopo aver ricevuto risposte chiare dal governo potremo decidere il futuro di Liberazione. Da quanto esposto a me pare evidente che Rifondazione Comunista vuole tenere aperta Liberazione mentre i tagli del governo la stanno portando alla chiusura e alla perdita dei posti di lavoro. Segnalo a tutti, a partire dai compagni e dalle compagne del Manifesto, che sarebbe il caso di fare una battaglia comune contro il governo, per ottenere il ripristino dei fondi, invece che prendersela con Rifondazione che, semplicemente, più di così non può fare.

ADDIO AD UN PARTIGIANO GIORNALISTA

ADDIO AD UN PARTIGIANO GIORNALISTA

f9892be81f4ec61b00e8797fad4c78abec1e4ed40ffcb09c1405fefdGiorgio Bocca se ne è andato, a 91 anni dopo averne viste e fatte tante. Ci mancherà anche se non era comunista, anche se per qualcuno, forse troppo miope, era anti comunista e sbagliava. Basta leggere con cura le invettive scritte negli ultimi anni sul Venerdì di Repubblica, basta leggere la sua indignazione verso una forbice che si allargava fra chi più aveva e chi più era escluso. Bocca era stato partigiano, comandante partigiano, e conservava ancora quel lucido schierarsi quel decidere da che parte stare. Coglieva il fascismo della seconda repubblica, non il ciarpame berlusconiano ma i dettagli di una logica neoautoritaria in cui il lavoro non conta più in cui la speculazione e la finanza muovono e decidono su tutto, in cui la politica rinuncia al suo ruolo. Avesse avuto 30 anni di meno lo avremmo forse visto in piazza e non certo dalla parte di Marchionne, con gli studenti e non con la Gelmini, con i precari e non con i retaggi del programma di Sacconi. Bocca restava soprattutto antifascista, nel sangue e nell’occhio con cui guardava il mondo, il Paese e le sue miserie, disprezzava tanto i governanti quanto la finta opposizione, parlava, lui ultranovantenne, dell’importanza di salvare la terra come bene comune. Scriveva su Repubblica solo grazie al fatto che  di quel giornale aveva fatto la fortuna, avesse avuto meno prestigio, lo avrebbero già sbattuto fuori, troppo fuori dal coro, così poco adatto ai miasmi veltroniani. Il suo giornalismo era partigiano, antifascista e laico e poco si sposa con la palude quotidiana. Non piaceva a tanti Bocca, gli stessi che oggi lo rimpiangono con lacrime false e fastidiosi omaggi, di quelli che avrebbe scacciato con un calcio, da montanaro rude e diretto, privo di doroteismo. Alcune sue idee erano frutto di pregiudizi assurdi, sul Sud, sui giovani, ma nel piatto della bilancia pesa anche il fatto di aver voluto, forse per primo, considerare la lotta armata non con le solite frasi sbrigative ( problema di ordine pubblico) ma come segno di una profonda inquietudine sociale che nasceva in fabbrica e entrava nelle mutazioni delle città, delle metropoli, forse perché invece di limitarsi a osservare, lui con i militanti delle BR ci parlava. Un giornalista che ci mancherà, un partigiano in meno in un Paese che ha bisogno ancora e molto di partigiani!

Stefano Galieni

Pm10 a Parona e “le malevoli correnti”

Pm10 a Parona e “le malevoli correnti”

(Tratto dalla lettera di: Plinio Chiesa Presidente del Comitato Vigevano Sostenibile)

Egr. direttore,

dopo un mesetto con soli 6 giorni sotto il limite di legge per il PM10, il sindaco di Parona, Silvano Colli, si ripete nel simpatico giro del paese col naso all’insù “alla ricerca dell’aria perduta” (quella buona) già effettuato 3 anni fa con l’altrettanto competente ex vicesindaco di Vigevano Ferdinando Merlo, ipotizzando l’esistenza di malevoli correnti  che dal novarese, o forse dall’Appennino, concentrino le polveri sottili nel territorio comunale. Infatti “il PM10 non è statico, gira nell’aria” commenta il faraone metereologo ignaro di quante altre cose girino in conseguenza delle sue esternazioni, e “gli altri non hanno il problema semplicemente perché non hanno le centraline di rilevamento, quindi non lo sanno”. E qui già si prospetta la soluzione più semplice al problema: basta toglierle anche a Parona che tutto si sistema! Sarebbe più semplice che spiegare al Sindaco come le polveri sottili si concentrino proprio in mancanza di correnti d’aria le quali, al contrario, le disperdono negli strati più alti dell’atmosfera diluendole…

Ma non sarebbe meglio ammettere l’evidenza che sta sotto gli occhi di tutti?! La piaga di Parona “è il traffico!” come già chiarito per Palermo dall’avvocato di Johnny Stecchino. Tutte queste migliaia di automobili che intasano i vicoli del paese causando ingorghi ininterrotti! E per fortuna che inceneritore, fonderia e fabbriche varie sono tutte in regola con le proprie emissioni e non contribuiscono per niente; così, una volta costruita l’autostrada Broni-Mortara che fornirà il naturale sfogo a tutti questi automobilisti disorientati, il problema sarà risolto definitivamente.

Perciò, cari cittadini paronesi, mamme di bambini piccoli,  anziani, non perdete fiducia nel vostro carismatico sindaco che avete votato (e rivotato, e rivotato…) e che è il principale artefice della rigogliosa trasformazione del paese dell’offella. E non preoccupatevi delle notizie circa la presenza di diossina nelle uova di Parona: anche in questo caso l’inceneritore non c’entra; saranno gli allevatori, un po’ sprovveduti, che non riuscendo più a reperire mais per alimentare le galline (e sfido: lo bruciano tutto nelle centrali a biomassa!) avranno provato a dar loro da mangiare del polistirolo.

Poi, anche la diossina è stata rivalutata: pare che tra i suoi molteplici effetti vi sia anche un sostanziale ripianamento delle rughe cutanee simile, ma più duraturo, al Botox, in termini medici si definisce rigor mortis…

Plinio Chiesa (Presidente del Comitato Vigevano Sostenibile)

www.nuovastagione.eu

www.vigevanosostenibile.org

Ska Christmas Music! Gotta Love It! Dedicata al nostro Segretario e a tutti i nostri lettori. Buone feste

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Le banche, il credito e la via per uscire dalla crisi

Le banche, il credito e la via per uscire dalla crisi

Mercoledì scorso, sotto la minaccia di una recessione che è ormai realtà in Italia e che, grazie anche al patto fiscale voluto dalla Germania, rischia di travolgere tutta l’Europa, la Bce è intervenuta con una immissione di liquidità sul mercato pari a 500 miliardi. Nelle intenzioni di Draghi questa mossa dovrebbe sbloccare il credit crunch, riattivare il credito alle imprese e consentire una maggiore esposizione sul mercato dei titoli pubblici. Immerse di liquidità le banche potranno finalmente fare da volano alla ripresa economica e stabilizzare le economie in crisi.
Purtroppo, queste misure sono insufficienti e partono da una visione distorta del sistema economico. La via scelta per rilanciare l’economia sembra ingegnata soprattutto per favorire la ripresa del settore finanziario che potrà accedere ad una vastissima quantità di risorse ad un prezzo irrisorio. Per capirci, le banche potranno prendere a prestito denaro liquido pagando l’1% di interesse e reinvestirlo in attività senza rischio come i Bund tedeschi, guadagnando il 3-4% senza fare nulla. Ma puntare tutto sull’intermediazione finanziaria rischia di essere controproducente.
Nelle intenzioni della Bce, una parte di questi 500 miliardi dovrebbero essere infatti usati per acquistare titoli di stato, così da rallentare la corsa dello spread, pur mancando la garanzia che le banche comprino bond dei paesi più in difficoltà, come Spagna ed Italia. Soprattutto, rimane inspiegabile perché per sostenere i titoli pubblici si debba passare attraverso il sistema bancario privato, quando la Bce potrebbe intervenire direttamente con la creazione di Eurobond. Ma questa possibilità è esclusa, con la solita scusa che gli Stati devono attuare comportamenti virtuosi per finanziarsi direttamente sul mercato. D’altronde, l’architettura istituzionale europea si basa principalmente sull’indipendenza della Bce, precetto di fede più importante della risoluzione della crisi stessa. Basti pensare alla reazione durissima della Ue contro l’Ungheria che vuole mettere la propria Banca Centrale sotto il controllo del governo. Mentre sulle misure razziste e liberticide del governo di Budapest, le critiche europee sono state assai più contenute, chiarendo una volta di più quali sono le priorità di Bruxells e Francoforte.
Inoltre, nonostante si riconosca che la recessione sia legata alla crisi dell’industria, la UE vieta gli aiuti diretti alle imprese, e dunque nuovamente si passa attraverso il settore finanziario per dare liquidità, senza nessuna garanzia di successo. Il mercato non può essere drogato dall’aiuto diretto dello stato. Ma questo non vale per le banche che possono usufruire di prestiti a tassi agevolati e vengono protette da garanzie pubbliche. Se si intervenisse con aiuti diretti alle imprese, queste si potrebbero finanziare al tasso offerto dalla Bce alle banche, l’1%. Invece, le banche rimetteranno il denaro in circolazione a tassi 4-5 volte superiori sfruttando una rendita di posizione per rimpinguare i propri forzieri a danno dell’industria.
Più in generale, la Bce continua ad usare palliativi, seppur necessari, senza intervenire sui problemi di struttura. L’immissione di liquidità può aiutare a superare un problema provvisorio di fiducia, ma non può essere la soluzione della crisi che ci attanaglia da ormai quattro anni. Sul fronte delle banche, invece di continuare ad inondarle di denaro e protezioni, bisognerebbe mettere mano alla loro struttura istituzionale, che al momento ci costringe a continuare a finanziarle e salvarle, pena il blocco dell’industria ed il fallimento degli Stati.
Sul piano economico, si continua a puntare su soluzioni di puro supply side, riattivare la produzione con il credito bancario, mentre i governi fanno di tutto per deprimere la domanda con tasse e tagli. Il problema è che anche con nuove possibilità di accesso al credito le imprese non avranno interesse ad investire se al contempo non riprende la domanda. Si tratta del la classica critica keynesiana all’incapacità del liberalismo di risolvere le crisi di sovrapproduzione. Se una parte di quei 500 miliardi fossero usati per assumere, aumentare i salari e sostenere il consumo privato, l’industria avrebbe la possibilità di aumentare vendite e profitti, riattivando un ciclo virtuoso di crescita. Purtroppo le soluzione logiche e non ideologiche sembrano non interessare le istituzioni europee.

Nicola Melloniin data:23/12/2011 Liberazione

Il Natale che vogliamo

Il Natale che vogliamo

In un lontano e famoso anno

si diceva, se non m’inganno:

“Natale? Ma cos’è questo natale?

Più profitto al capitale?”.

Ora c’è crisi, c’è recessione

proviamo a tornare alla tradizione:

a tutti piace qualcosa regalare

però non dobbiamo esagerare.

Dalle vetrine il richiamo delle sirene:

“Comprate, comprate ogni bene”.

Non lasciamoci lusingare,

doniamo quello che siamo:

tempo, affetto, parole care

è questo il natale che vogliamo.

Anonimo

Video: il delfino e il cane. Questa è vera amicizia!

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Media, proprietà e poteri forti Il vero conflitto di interessi

Media, proprietà e poteri forti Il vero conflitto di interessi

Tonino Bucci

In Italia esistono tre grandi gruppi proprietari di giornali. Uno è quello che fa capo all’ex premier Berlusconi, alla cui famiglia fa riferimento un impero che va dal Giornale a case editrici, televisioni e riviste. Nella stessa area politica gravita Libero, di proprietà della società Angelucci, a capo di un impero di cliniche private. L’altro colosso della carta stampata è il gruppo Rcs mediagroup, un cartello rappresentativo del salotto della finanza italiana, che detiene la proprietà del Corriere della Sera, oltre che di libri, periodici, radio, televisioni digitali e satellitarie, nonché operatore di raccolta pubblicitaria. Nel patto di sindacato che lega tra loro i maggiori azionisti del gruppo figurano Mediobanca, Giuseppe Rotelli (l’esponente della più grande azienda ospedaliera San Donato, la maggiore in Italia), la famiglia Pesenti, la famiglia Della Valle, la famiglia Ligresti, Marco Tronchetti Provera, il gruppo Benetton, Intesa Sanpaolo, Assicurazioni generali, Banco popolare.

E tra i giganti mediatici non può mancare il gruppo editoriale l’Espresso dell’ingegnere Carlo De Benedetti, cui appartiene Repubblica, additato dall’opinione corrente come il vero giornale ispiratore del Pd. Alle spalle si collocano la Stampa, la testata controllata da Fiat, e il Sole 24 Ore, la corazzata di casa Confindustria. E per completare il giro citiamo anche il Messaggero di proprietà della famiglia Caltagirone.

E’ solo un affresco sommario, ma tanto basta a capire che nessuno tra i gruppi proprietari nominati può essere definito un editore puro. Tutti i soggetti che controllano la proprietà dei principali giornali italiani sono, direttamente o indirettamente, riconducibili a gruppi economici, aziende, banche e società finanziarie che si muovono nell’orbita dei propri interessi. Sarebbe tutt’altro che difficile ricostruire il mosaico del potere che conta – quello che abita i consigli d’amministrazione e i salotti dell’economia – dalla mappa delle proprietà dei giornali. Il conflitto d’interessi – vale a dire l’intreccio tra affari e politica – non si esaurisce affatto nella galassia dei media berlusconiani, su cui l’attenzione si è concentrata nell’ultimo quindicennio. La commistione tra gli interessi dei gruppi economici dominanti e la linea editoriale-politica dei giornali da essi controllati è sotto gli occhi di tutti. In uno scenario simile il principio della libera concorrenza – evocato dalla vulgata ostile ai finanziamenti pubblici all’editoria – ha il sapore di una favola. Quale libero mercato si potrebbe instaurare in un regime di aperta sproporzione di forze tra giornali che possono contare su potentati economici e altri che invece no? Come può esserci una distribuzione equa delle possibilità di accaparrarsi i lettori se solo alcuni giornali hanno accesso esclusivo alle concessioni di pubblicità? Si può definire libero mercato un gioco truccato in cui un contendente, a differenza dell’altro, ha le mani legate dietro alla schiena?

Non si può dire che il vecchio Marx non avesse colto nel segno quando nell’Ideologia tedesca – l’opera più ferocemente materialistica – scriveva che «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti». La classe che dispone dei «mezzi della produzione materiale» dispone anche dei «mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale». Le idee dei poteri forti – continuando a parafrasare Marx – non sono altro che la versione teorica dei «rapporti materiali dominanti», vale a dire di quei rapporti sociali che fanno di una classe la classe dominante.

La questione del chi possiede i mezzi di comunicazione di massa è legato al problema del come si fa informazione (ma forse è più esatto dire globalmente comunicazione) e degli effetti che determina nello spazio pubblico delle opinioni. Il potere di condizionamento dei media non si può definire con formule semplicistiche. Gli studi sulle comunicazioni di massa hanno abbandonato da tempo la teoria ipodermica o bullett theory, affermatasi a cavallo tra le due guerre mondiali e che supponeva che l’azione dei mass media consistesse «in una sorta di iniezione di idee e comportamenti su un pubblico di massa sostanzialmente passivo» (Ugo Volli, Il nuovo libro della comunicazione, Laterza). Sembra più verosimile che l’effetto delle comunicazioni non sia quelo di influenzare direttamente il comportamento. Piuttosto esse tendono a modificare la maniera in cui il destinatario struttura «la propria immagine dell’ambiente», scriveva uno studioso americano D. Roberts nel 1972. Sono i giornali e le televisioni che scelgono i temi da mettere all’ordine del giorno (agenda setting), di conseguenza il pubblico dà attenzione o trascura, minimizza o enfatizza «elementi specifici degli scenari pubblici». Può essere, per fare un esempio, che i giornali non riescano a convincere i lettori l’articolo 18 vada abolito. Ma stanno convincendo l’opinione pubblica che è il tema centrale di cui discutere. Dov’è la neutralità?

22/12/2011 Liberazione

Corte dei Miracoli ringrazia ed augura buon Natale

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