Archivio for gennaio, 2012

Crescita o sostenibilità?

Crescita o sostenibilità?

Crescita o sostenibilità?

(nella solita classe delle superiori)

Giulietta. Prof, ha sentito il governo? Monti ha detto che ora passa alla fase due quella della crescita.
Prof. Non ha detto proprio così, comunque. Però noi dobbiamo passare alla fase due dell’anno scolastico quindi…
Giuliano. Ma lei, prof., è per la crescita?
Prof. Io? Non saprei, forse moderata tanto per uscire dalla crisi e abbassare la disoccupazione, stando alle condizioni attuali.
Candido. Perché tu, Giuly, hai mica il coraggio di essere per la crescita zero?
Giuliano. No io sono per la decrescita felice.
Candido. Spiega un po’ cosa sarebbe ‘sta cosa che ci renderebbe tutti felici.
Giuliano. No, è l’unica scelta che ci permetterà di rimanere vivi.
Candido. Ecco il solito profeta di sventura.
Claudio. Non essere così raffinato, gli ambientalisti sono dei menagramo che godrebbero se andassimo tutti male. Per loro tanto peggio, tanto meglio. Più c’è inquinamento, più loro sono contenti.
Fatima. Non sarà il contrario?
Candido. No ha ragione lui.
Claudio. Tu, Faty, che ne sai della nostra politica? Così poi loro dicono: “avete visto, avevamo ragione noi”.
Vanessa. Così però gli dai ragione tu.
Candido. Non capisci un ca… volo anche tu.
Prof. Non è che chi lancia un allarme sul futuro indica la necessità di cambiare?
Claudio. Lei prof non si schieri, che voglio proprio vedere che argomenti hanno ‘sti catastrofisti.
Candido. E poi, anche ammesso che su qualche cosina abbiate ragione, adesso con la crisi, l’ambiente è diventato un lusso. La gente comune non sa che farsene…
Vanessa. Ma se i sondaggi dicono che è una delle maggiori preoccupazioni delle gente.
Claudio. Più dei soldi… e delle tasse?
Candido. Più del lavoro?
Giuliano. Dall’ambiente viene non solo ogni forma di vita ma anche ogni attività economica.
Candido. Anime belle, non sapete che il cambiamento è un sacrificio, e la gente i sacrifici li fa solo se è costretta.
Giuliano. Lo ammetto, ma il cambiamento è anche sfida, e ora è diventato urgente, necessaria.
Claudio. Per fermare lo spread?
Candido. Poi, animucce buoniste, non sapete che se fermate la crescita impedite ai poveri di progredire.
Giuliano. C’è crescita e crescita, non è possibile che tutti raggiungano i livelli di consumo di noi occidentali.
Claudio. Vuoi star bene solo tu?
Candido. Non vedi che tutti ci imitano, vengono fino a casa nostra, il nostro è il miglior mondo possibile.
Ilir. No, è che altri mondi sono impossibili!
Giuliano. E poi questo tipo di mondo, di società sta per finire, abbiamo superato l’impronta ecologia della Terra, la capacità di carico del pianeta.
Claudio. Parla come mangi. Ci sarebbe da lasciare una bella impronta nel sedere a tutti questi clandestini poi vedresti come staremmo bene.
Fatima. Lei prof lascia dire certe cose, non interviene?
Prof. Voglio vedere dove si va a finire.
Giuliano. Non per fare la Cassandra, ma andiamo verso il collasso, ci hanno già scritto diversi libri.
Vanessa. Sì ci stiamo buttando giù dal burrone e nessuno fa niente, poi vi accorgerete di chi aveva ragione.
Candido. Non darti troppa pena, per un po’ di crisi… Vedrai che con la ripresa tutto si metterà a posto.
Vanessa. Ogni crescita è cattiva!
Giuliano. No Vany, ci vuole lo sviluppo non la crescita. Uno sviluppo sostenibile.
Candido. Ecco lì ti aspettavo e sapresti spiegarcelo questo ossimoro? Ho detto giusto prof?
Prof. Bravo Candido, la forma è giusta, ma in questo modo daresti ragione a Giuliano, affermando che ogni crescita non è sostenibile.
Vanessa. Come avevo detto io.
Giuliano. Io non sarei così drastico, per ora. Io per sostenibilità intenderei, lo dicono i libri, la capacità dell’umanità di dare il tempo alla Terra di ricreare le risorse che consumiamo e di eliminare i rifiuti che facciamo.
Claudio. Pazzo, ma se per il carbone e il petrolio ci vogliono milioni di anni.
Giuliano. Appunto, bisogna lasciare i combustibili fossili e passare alle rinnovabili.
Claudio. Lasciarli a chi?
Giuliano. Alle future generazioni…
Claudio. Ma non basta una generazione o due, scemo.
Vanessa. Magari i nostri figli o nipoti, useranno il petrolio solo per la chimica e non come combustibile.
Candido. Comunque la tecnologia vedrete risolverà tutto.
Vanessa. La tecnologia ha solo creato problemi.
Claudio. Vedi che sei in contraddizione, oca! Se non hai la tecnologia come fai a usare i pannelli solari?
Candido. Che poi cosa fa un pannellino?
Giuliano. Ma milioni? Se ogni casa diventasse produttrice di energia…
Claudio. Sì andate nell’isola di Utopia dove tutto è rinnovabile e riciclabile, non ci sarà mai, allocchi.
Vanessa. Allora siete voi in contraddizione, oconi. La tecnologia può tutto meno le rinnovabili, il riciclaggio dei materiali, il risparmio energetico…
Candido. Comunque, mettetela come volete, ma il mercato sistemerà automaticamente tutto.
Ilir. Come adesso, come per le bolle.
Claudio. Senti l’ex-comunista; bel mondo avete fatto voi.
Ilir. A parte che io sono nato dopo che è caduto il muro di Berlino… o non ti è ancora giunta la notizia?
Candido. Certo dove c’era l’economia di stato c’è già stato collasso.
Claudio. Sono gli ambientalisti che sono la causa di questa crisi, con il loro allarmismo che influenza le borse, l’economia…
Giuliano. Magari, ma in un prossimo futuro sarà nelle cose.
Candido. Vuoto ottimismo.
Claudio. No il loro è un pessimismo senza scampo.
Ilir. Chi è che si contraddice?
Fatima. Fatemi capire, voi ambientalisti cosa proponete?
Giuliano. Cambiare mentalità, riconoscere che questa è una crisi strutturale del nostro modello di sviluppo. La crescita è ancora cercata anche se siamo già entrati ormai nell’insostenibilità del pianeta. Ma vedrete: con altri anni di crisi ve ne rendere conto.
Fatima. E come possiamo fermarsi?
Giuliano. Come in macchina: frenando per tempo o andando a sbattere.
Fatima. E allora che cosa proponi?
Giuliano. Di avere il coraggio di cambiare.
Fatima. Ma in concreto?
Claudio. La rivoluzione… dell’araba fenice.
Giuliano. Seriamente passare a fonti di energia rinnovabili, a materiali riciclabili, a una produzione che riduca al minimo emissioni e rifiuti, a un’agricoltura che produca cibi incontaminati…
Claudio. Vai tu poi a fare il contadino?
Giuliano. Sì, perché no, io all’università voglio fare agraria.
Candido. Vedrai cosa ti insegnano, altrochè le tue belle idee.
Giuliano. Cambieranno anche loro, se non l’hanno già fatto. Ma sai di quanti pianeta Terra abbiamo avuto bisogno dal 2010? due! Due Terre, non ce ne basta più una.
Candido. Vedi che sei fuori. Che i vostri dati sono allarmistici e senza senso. Allora abiteremmo sulla Luna se avessimo consumato non una ma, addirittura – mi scappa da ridere – due Terre.
Claudio. Su rispondi se sei capace, utopista dei cavoli amari!
Giuliano. Se in bagno, lo scarico svuota più di quanto il rubinetto riempie, magari hai ancora l’acqua ma per poco. E poi, anche se è misurata in ettari, l’impronta ecologica umana misura la capacità delle risorse naturali di riformarsi o di assorbire per esempio l’anidride carbonica.
Claudio. E l’impronta ecologica canina, non la conti? Guarda che se la pesti sei ben… inquinato.
Vanessa. Ma prof li sente? Si scherza sull’orlo del burrone.
Claudio. C.v.d.: come volevasi dimostrare: catastrofismo allo stato puro. Non è che ‘sto collasso viene nel 2012? Perché se no l’avrebbero già previsto i Maya.
Giulietta. Parlate solo voi, ma io prof volevo fare una riflessione. Non so chi ha ragione, però faccio il paragone con le malattie. Sapete che mio padre è morto. I medici ci hanno detto che se fosse stato preso in tempo… Non voglio dare la colpa a nessuno, però ho un pensiero che perseguita sempre: ma noi abbiamo la percezione dei mali che ci aspettano?
Claudio. Qui sono tutte menagramo!
Prof. Lasciala finire, non banalizzare sempre.
Giulietta. Secondo me o non abbiamo i mezzi, gli strumenti per calcolare i rischi, oppure non li vogliamo usare o peggio ascoltare.
Prof. Dante, e tu non parli oggi?
Dante. So-sono stato ad ascoltare e vorrei trarre una mia conclusione prima che suoni il campanello, se faccio in tempo.
Claudio. So-sostienei anche tu la so-sostenibilità?
Prof. Prego, non interrompetelo.
Dante. Non c’è stata assolutamente unanimità oggi in classe, eppure non c’è neppure sostenibilità se non è condivisa, giusto?
Fatima. Non ti capisco, ma va’ avanti
Dante. Quello che volevo dire è come capire e far capire che stiamo produciamo un’impronta troppo grossa? Dobbiamo crescere, ma di consapevolezza e di capacità di leggere il futuro. Dobbiamo cambiare mentalità, ha ragione Giuliano. Dobbiamo pensare all’economia non è come a un fine, ma come a un mezzo; è l’ecologia che dobbiamo considerarla non un mezzo ma un fine!
(sostenibile arriva il suono dell’intervallo)

Autostrada Broni – Mortara. Delegazione della Fed. della Sinistra di Pavia chiede al Presidente Bosone “di non consentire la prosecuzione di un’opera inutile”

Autostrada Broni – Mortara. Delegazione della Fed. della Sinistra di Pavia chiede al Presidente Bosone “di non consentire la prosecuzione di un’opera inutile”

imagefetch.ashxPavia 30 gennaio 2012

In data odierna, su richiesta della Federazione della Sinistra della provincia di Pavia (Partito della Rifondazione Comunista – Partito dei Comunisti Italiani), si è svolto un incontro con il presidente della Provincia Daniele Bosone sul tema dell’autostrada Broni-Mortara. All’incontro erano presenti (oltre, naturalmente, al presidente Bosone) Giuseppe Abbà, Teresio Forti, Alessandro Caliandro della Federazione della Sinistra e Giovanna Cerri, Stefania Costa Barbè, Giuseppe Damiani in rappresentanza dei comitati contro l’autostrada Broni-Mortara. È stato fatto presente al presidente Bosone la necessità, sostenuta da parte rilevante dell’opinione pubblica, di non consentire la prosecuzione di un’opera inutile, costosa e devastante per il territorio e di indirizzare le risorse disponibili verso il miglioramento della viabilità ordinaria e del trasporto pubblico, anche per venire incontro alla difficoltà dei pendolari. È stato chiesto al presidente della Provincia che il Piano di governo del territorio provinciale (non ancora approvato e per cui l’amministrazione provinciale precedente ha già speso somme rilevanti, più di 200 mila, tenendo i piani – territoriale e provinciale – nel cassetto) venga approvato tenendo conto della compromissione del territorio già avvenuta in mancanza di regole e per impedire nuove devastazioni ambientali provocate dall’autostrada, dalla logistica selvaggia, dagli inceneritori, dalle centrali elettriche ecc.
Il presidente della Provincia, a sua volta, esprimendo forti perplessità sull’autostrada, ha sostenuto che userà gli strumenti a disposizione della Provincia (Valutazione di impatto ambientale) per mettere in evidenza le criticità del progetto e si è impegnato a mettere a disposizione tutta la documentazione relativa al progetto, sia presente che futura. La delegazione ha chiesto poi che si attui una vera politica di programmazione, anche coordinandosi con le altre Provincie, per evitare che la Regione Lombardia decida sopra le teste della popolazioni interessate.

Teresio Forti – Federazione della Sinistra della provincia di Pavia (Prc – Pdci)

(Nel video: presidio di protesta contro l’autostrada Broni – Mortara fatto il giorno 07 gennaio 2007)


Verso il Forum Mondiale dell’acqua, da Milano a Marsiglia

Verso il Forum Mondiale dell’acqua, da Milano a Marsiglia

Verso il Forum Mondiale dell’acqua, da Milano a Marsiglia
Il 3/4 febbraio a Milano, con un convegno internazionale organizzato dal movimento dell’acqua italiano e da numerose ONG e associazioni, con il patrocinio del Comune di Milano, al quale porterà il suo messaggio il Sindaco Giuliano Pisapia,   inizieremo a ragionare attorno al 6° Forum Mondiale dell’Acqua che si svolgerà a Marsiglia nel mese di Marzo.
Il movimento internazionale dell’acqua, come sempre, non mancherà questo appuntamento, con un occhio interno al “Forum ufficiale”e fuori, con il Forum alternativo. Ma molte cose sono cambiate. Questa volta non ci potranno  presentare come un gruppo di velleitari “No Global dell’ultrasinistra”. Questa volta abbiamo alle spalle il voto, all Forum del 2009, di 36 governi e l’identico voto, anche se non vincolante, dell’ONU che ha dichiarato: che l’acqua è un Diritto Umano.
Ma sopratutto arriviamo forti e legittimati da voti popolari, come quello di 27 milioni di italiani che hanno detto che l’acqua deve essere pubblica e senza profitti e quello della città di Berlino contro l’arroganza della multinazionale Veolia. Ci arriviamo con la città di Parigi che ha ripubblicizzato il proprio servizio, con Napoli che si appresta a farlo e una opinione pubblica che, malgrado la crisi finanziaria, ha cominciato ad aver coscienza di cosa voglia dire: Acqua diritto umano e Bene Comune.
Ma ciò che vogliamo dal convegno di Milano è un salto ancora maggiore. Sì!
Perché alle spalle abbiamo anche un altro voto straordinario: quello alle giunte di Napoli e di Milano, nate sotto il segno del referendum e della partecipazione.
Perché a Marsiglia le “città dell’acqua” possono (e devono) giocare un ruolo da protagonisti, dentro e fuori il Forum ufficiale.
Perché nella cittadina di Aubagne si terrà il Forum delle Autorità Locali che andranno a Marsiglia e in questa assiste Milano e Napoli possono con Parigi essere al centro di una aggregazione di comuni per il diritto all’acqua e contro la sua mercificazione, capace di tessere relazioni con i governi sensibili. In una parola possono assumere un ruolo politico internazionale che nessuna città italiana ha mai assunto finora, piegate, come sono da tempo, da una politica nazionale miserevole e provinciale, indifferente ai grandi temi che travagliano il mondo e le città del domani.  Milano sopratutto, che si prepara ad Expo, dove proprio i temi del cibo, dell’energia e del paesaggio urbano hanno come fondamento l’acqua, non può sottrarsi all’ambizione di svolgere un ruolo autonomo da grande città, dentro a quei problemi che il futuro drammaticamente riserverà alle grandi città.  Dal momento che le istituzioni internazionali ci dicono che a metà del secolo il 70% della popolazione mondiale vivrà in grandi città e megalopoli, con tutto ciò che comporta in servizi: acqua potabile, energia, rifiuti e trasporti e chi li gestirà.
Noi non ci nascondiamo l’obbiettivo per cui lavoriamo in questo convegno milanese. E’ quello che si determini  un “asse” tra Napoli e Milano: l’asse delle città dell’acqua pubblica. Un asse per un cambio di paradigmi culturali. L’inizio di una risposta a chi pensa di risolvere la crisi svendendo il patrimonio di un paese e facendo finta di non sapere che risorse come l’acqua vanno esaurendosi. Un punto di riferimento autorevole per i comuni italiani, per le aziende che non hanno ancora svenduto ai privati e vogliono associarsi.
Un asse che a Marsiglia, dove si decide la politica mondiale dell’acqua, dove l’ONU stenta ad assumerne la sua legittima direzione, voglia svolgere un ruolo attivo in una battaglia di civiltà. E ci sia permesso di continuità con il voto che ha espresso le loro giunte, le speranze che hanno suscitato. Che ci faccia sentire, una volta tanto, orgogliosi di essere cittadini delle nostre città e del nostro paese.
Emilio Molinari
28.1.2012

Le mafie al Nord. “Vigevano come Corleone?”

Le mafie al Nord. “Vigevano come Corleone?”

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Retorbido: incontro pubblico con GHERARDO COLOMBO

Retorbido: incontro pubblico con GHERARDO COLOMBO

Retorbido

Retorbido 2

Venerdì 3 febbraio 2012 a Pavia, assemblea pubblica provinciale acqua bene comune

Venerdì 3 febbraio 2012 a Pavia, assemblea pubblica provinciale acqua bene comune

Assemblea acqua a Pavia

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau
Giorno della memoria a scuola
(libera interpretazione dagli scritti di Giovanni Melodia nella foto)

(in una scuola superiore)
Prof.ssa. Ragazzi, vi prego silenzio, per favore, oggi  abbiamo un’occasione unica per la giornata della memoria. Al posto del solito film abbiamo un deportato in carne d’ossa, uno degli ultimi viventi, per cui non sprechiamo questo vero e proprio evento. Tra l’altro il signor Giovanni, che è venuto fin da noi, è un dirigente dell’ANED, l’associazione degli ex-deportati politici nei lager nazisti. Dico giusto?
Ex-deportato. No, siamo un’associazione unitaria, non solo dei deportati politici, come me, ma anche dei deportati razziali, come gli ebrei e… gli zingari, non li dimenticate.
Prof.ssa. Il signor Giovanni mi ha detto che preferisce le domande, anche perché immagina che molti di voi sanno già molto dei campi, soprattutto di Auschwitz; lui invece è stato a Dachau. Quindi se volete sapere di quel campo, che era di concentramento non di sterminio, dico giusto? chiedete pure. Su, coraggio? (dopo diversi secondi) Allora rompo io il ghiaccio?
Studente. No, prof, faccio io una domanda. Piuttosto di chiedere di Dachau, che abbiamo già letto in classe: c’erano i preti, i politici tedeschi… vorrei sapere come si è sentito il giorno della liberazione del campo.
Ex-deportato. Sono contento se avete già letto in classe, ma solo Primo Levi? D’altra parte sono già più di dieci anni che si celebra il Giorno della Memoria. Voi ne avrete già parlato almeno dalle medie, per cui c’è il rischio che vi annoiate, perché sapete già tutto o lo credete. Per esempio sapete tutto di noi deportati politici, o del fatto che a Dachau c’era un comitato internazionale clandestino che ha contribuito a liberare il campo, e poi ha avuto un ruolo essenziale nei difficili giorni dopo la liberazione? Non tutto era finito con la fuga delle SS. Sapete quanti morti ci sono stati ancora? C’era da compilare il loro elenco per le famiglie, c’era il problema della cura dei malati, del rimpatrio, della necessità di aggiornare gli internati su cosa avrebbero trovato al loro paese. Abbiamo anche scritto dei bollettini a Dachau, bollettini ciclostilati, abbiamo fatto una quarantina di numeri. E poi l’urgenza di raccogliere le testimonianze, anche per chi non poteva più tornare. E non vi dico di prima, degli ultimi giorni prima della liberazione. Come comitato clandestino avevamo saputo che era arrivato un dispaccio di Himmler che ordinava un programma di annientamento articolato e preciso. I primi a lasciare il lager per essere sterminati dovevano essere i russi e gli ex-combattenti repubblicani in Spagna. Poi i circa 2000 italiani e via via tutti gli altri. Ultimi i polacchi, i più numerosi. Dovevamo essere condotti fuori dal lager e lì, all’aperto, uccisi con le armi automatiche e i lanciafiamme. Un programma che potevamo solo a noi stravolgere. Noi con i nostri corpi piagati ed esausti, con i nostri riflessi corrosi, con la nostra mente annebbiata, noi che da tempo infinito eravamo simili a larve, noi i cenciosi, i piagati, i morenti, noi i subumani, affamati, inesperti, dovemmo affrontare le SS, i professionisti delle stragi. Ci buttammo allo sbaraglio con l’unica forza che ci rimaneva: la disperazione. E ci liberammo.
Ma non divagherò, vengo subito alla domanda.
Come fare e dire, per davvero, ciò che era il Lager anche solo un giorno dopo la liberazione.
Già quel giorno il nostro racconto era già snaturato, se così posso dire, perché la liberazione era avvenuta e ti cantava dentro e non eravamo morti, e tu, cioè io, se potevi narrare era proprio perché tutto quello che era successo non ce l’aveva fatto ad ammazzarti, perché eri sfuggito al massacro, perché ciò che ti aveva gravato dentro, minuto per minuto, s’era dissolto, non era, non poteva essere, che un ricordo, anche se ne portavi, ne avresti portato il segno, in te, per tutto il resto della tua vita; se insomma, nonostante tutto, non gli era riuscito di annientarti interamente, ci avevano tentato ma poi non tutto era andato per il verso loro.
(si interrompe un attimo per bere)
Perché non era la fame, non era il freddo, non era il puzzo del crematorio – parole che io devo esprimere così in fila e per voi non è che un susseguirsi di espressioni che suonano come parole staccate – no quella realtà, già dal primo giorno, era diversa, era tutta un’altra cosa: lì la fame e il freddo, il puzzo, degli altri, morti, vivi, il puzzo tuo, le bastonate, erano cose che ti venivano addosso tutte assieme, da tutte le parti, e si sommavano con la paura, lo sfinimento, lo scoramento, la volontà di sopravvivere, o di lasciarsi andare, di ribellarsi o di morire e che fosse finita – e poi non è neanche vero che si sommavano, si fondevano invece, facevano poltiglia con quello che avevi dentro, l’intontimento, lo smarrimento. E invece ora, a raccontarli, ma anche a ripensarli, dovevi metterli in fila, rifabbricare i fatti con le parole – ed era già un abisso tra le parole e i fatti –. Dunque come facevi a raccontare – come faccio oggi a raccontare – ma anche a pensare, a ripensare, a rivivere, perché dopo fame non ne avevi più, e neppure freddo e puzzo. E poi chi ti avrebbe ascoltato? Appunto appena tornati a casa anche chi ci avrebbe ascoltato aveva pure lui la sua storia dentro: “Ma anche noi sa, i bombardamenti, le paure, il freddo, non creda, sa? anche noi”. E magari anche voi avete le vostre impressioni, le vostre obiezioni dentro: “Ma i gulag, e le foibe, e l’11 settembre, il terrorismo?”
(si interrompe un attimo per bere)
Loro, voi, tutti, non potete capire. Loro, voi, credono già di sapere e invece non sanno niente, o quasi, perché non possono, nessuno può. Sapete qual era il sentimento più grande, nei primi tempi: il rimorso? Lo sentivi come una colpa, quasi, di esserti salvato, tu sì, e loro in tantissimi no. Eppure nonostante il rimorso che ancora affiora ho continuato a raccontare. Ma come si fa a parlare di quella fame? metti in fila la parola fame, mille volte, un milione di volte?
E del freddo? Oggi sta nevicando ma sono al coperto, ho indosso una bella maglia di lana, la stanza è riscaldata. Il freddo! Non sono sicuro di comunicarvelo, di ricordarmelo quel freddo!
Così, scusate, il mio discorso viene fuori scombinato, non è un racconto di fantasia che crei dentro il tuo cervello e dove infili ciò che vuoi, scarti ciò che non ti garba, e fai vivere e fai morire e fai restare e fai partire e fai piovere e fai diluviare o splendere il sole. Qui no, non puoi, devi essere fedele, onesto, preciso, nei limiti della tua recalcitrante memoria e allora parli, racconti. Ti torna in mente, lo ficchi dentro, a forza, quello che non puoi tacere, che non devi. Cerchi di far rivivere le ossessioni di allora e qualcosa dello stato d’animo di allora, che poi era una specie di nebbia fatta di sfinimento, di paure, di istupidimento, e ti rimbomba nella testa un “no, no, no” scomposto, frenetico, come le bastonate che ci arrivavano addosso a folate, dopo ore e ore che eravamo rimasti all’aperto, a congelare, ad avvilirci, a morire.
(si interrompe un attimo per bere)
Scusate mi manca il fiato. Una vecchia bronchite nei miei vecchi polmoni.
Certo che se parlo così scombinato qualcuno di voi storcerà il naso. Forse solo chi c’è stato può capire. Ma già allora ce lo dicevamo: “Se ce la facciamo a tornare, a raccontare, non capiranno, non potranno mai!”. Allora perché parlo, faccio conferenze, scrivo, incontro gli studenti, come voi oggi? Lo faccio per chi non è tornato. E aspetto le reazioni, come quando sentivi il Kapo avvicinarsi col bastone levato e non potevi fare nulla, assolutamente nulla, per stornare il colpo, per liberarti dall’assedio della paura.
(si interrompe un attimo per bere)
Non so, non credo di aver risposto alla tua domanda…
(dopo alcuni secondi scroscia un fragoroso applauso)
Prof. ssa. Sono commossa, come credo anche tutti voi; direi che può bastare, lasciamolo andare il nostro caro Giovanni, ringraziandolo sentitamente per questa sua lezione di storia ma anche di vita e, se mi permettete, di letteratura. Ma permettetemi di chiudere con una citazione, che mi sono preparata. È di Zygmunt Baumann. Il sociologo polacco fa notare una cosa che forse prima di oggi pensavamo anche tutti noi: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento”. Ma credo che siate d’accordo: i quadri che abbiamo appeso nelle nostre case, dopo un po’ non li notiamo più, non prestiamo loro più attenzione, come la storia della deportazione che invece, riprendo la citazione, deve essere “una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.
La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se non vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo guardare come in una finestra per esplorarne la complessità.

La speculazione finanziaria

La speculazione finanziaria

banche

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Milano: un punto e luogo del dibattito internazionale dei beni comuni

Milano: un punto e luogo del dibattito internazionale dei beni comuni

Cari Amici, come vedete da allegato nella nostra città verrà promossa una importante iniziativa in preparazione del FORUM MONDIALE dell’acqua di Marsiglia.
L’iniziativa è importante dopo il referendum. Ma vogliamo che diventi importante per Milano, che faccia di Milano un punto un luogo del dibattito internazionale. Assuma un ruolo e un prestigio sui grandi temi che travagliano del Mondo e lo travaglieranno sempre più. Vogliamo che MIlano giochi un ruolo nell’assise mondiale di Marsiglia, come Parigi, e come lo sta diventando Napoli.
Un punto di riferimento per i movimenti sociali della partecipazione e dei beni comuni.
In una parola una Milano che nella prospettiva di Expo esca dalla dimensione provinciale e si proietti fuori abbia poter parlare al mondo al sud del mondo in particolare. Fare ciò è un obbiettivo che ci riguarda tutti.
Vogliamo che Milano assuma una Carta dell’acqua che faccia della città la città dell’acqua: per la sua darsena, le sue fontanelle le sue case dell’acqua, ma sopratutto perchè è la città del diritto all’acqua, del risparmio dell’acqua, della partecipazione alla gestione dell’acqua potabile: Pubblica – Senza profitti – buona e sicura per i cittadini.
Per far ciò abbiamo bisogno di tutti voi di tutti i movimenti e le reti milanesi.
Abbiamo bisogno che partecipate numerosi per dare forza non tanto a noi promotori: ma alla giunta e alla città.
Emilio Molinari

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Cattura

cattura 2

Vigevano è sostenibile?

Vigevano è sostenibile?

san francesco

san francesco 2

UNA CRISI, DUE SINISTRE.

UNA CRISI, DUE SINISTRE.

22/01/2012  POLITICA – ITALIA | Autore: FRANCESCO PIOBBICHI
UNA CRISI, DUE SINISTRE.
Roma e Milano. Due sinistre e due prospettive di percorso differenti. Legittime, ma con traiettorie che almeno per ora non si incrociano, non solo rispetto alla dinamica nazionale, ma anche rispetto a quella Europea. L’entrata di SEL nel PSE sembrerebbe ipotesi serissima, mentre il PRC è impegnato nella costruzione della Sinistra Europea. Oggi a  Milano centinaia di militanti del PRC e di lavoratori delle fabbriche in crisi hanno lanciato la ricostruzione di un’opposizione di sinistra al Governo Monti, mentre a Roma di fronte a una sala pienissima Vendola ha rilanciato “il centro sinistra che vorrebbe”, partendo dagli amministratori locali. Presenti in sala De Magistris, Pisapia, Zedda e tanti altri che hanno animato la discussione. Chi pensava però ad un nuovo polo della sinistra è rimasto a bocca asciutta.  Vendola critica Monti, ma non va oltre “il non è una primavera”. Da qui allo scendere in piazza contro il Governo di strada ce n’è molta, quasi infinita. Del resto Bersani in queste settimane è stato chiaro: “Non tirate troppo la corda”, ha detto di fatto il leader del PD  a SEL e IDV che a quanto pare hanno recepito il messaggio. Così la sinistra del centro sinistra se ne starà ferma, un po’ come le CGIL che ha indetto 3 ore di sciopero a fine turno. Ogni tanto SEL e IDV lanceranno qualche comunicato, ma niente piazza. Monti insomma non è un traditore, e in parlamento nessun inciucio con il PDL (ci sarà da ridere sulla legge elettorale). Per Vendola  Monti è una parentesi, per Ferrero è un governo costituente contro cui lottare.  Una sinistra così divisa chiarisce le cose dal punto di vista politico, ma le rende più complicate dal punto di vista delle mobilitazioni sociali. L’idea di Vendola – PD e legge elettorale permettendo –  è sempre la stessa: spostare a “sinistra” l’asse del  governo che verrà.  Complicato farlo con forze come PD e IDV che votano compatte il pareggio di bilancio in costituzione ed accettano la super manovra che Monti andrà a siglare politicamente al vertice di Bruxelles il 30 gennaio. Parliamo di 800 miliardi in venti anni di remissione forzata del debito sotto minaccia di sanzioni economiche. Di fatto un commissariamento di lungo periodo che tutti accettano a partire da Giorgio Napolitano. Se Ferrero da Milano propone una lotta durissima contro l’Europa del patto di stabilità e una nuova Iri con una banca pubblica per sostenere la crescita,  Vendola rilancia la promessa che un Governo della sinistra sarà diverso da Monti. Molte proposte sono simili tra l’altro ma il discrimine è dato dall’atteggiamento rispetto al premier in carica.  Per la prima volta dopo mesi Vendola risponde indirettamente a Rifondazione ed alle sue solleciatazioni unitarie per dire cosa non vuol fare o non vorrebbe diventare cucendo addosso al PRC la patacca del partito che non si misura con il terreno del Governo. Ferrero non ci sta : “ A sinistra non ci sono recinti ma le praterie della sofferenza sociale aggravate da un governo di destra appoggiato dal Pd,  cambiare strada è obbligatorio e per questo è necessario costruire l’opposizione al governo Monti e alle politiche europee. Per questo occorre costruire l’unità della sinistra. Occorre uscire dalle sterili polemiche e dai risentimenti, noi non siamo allergici al governo in astratto ma alle politiche neoliberiste in concreto. Al paese serve un’alternativa, non il trasformismo dei ceti politici. “Per questo”, continua Ferrero rivolgendosi al leader di Sel, “ti propongo di dare vita insieme ad un confronto pubblico con le forze vive della società per costruire il programma dell’alternativa. Mi pare che abbiamo molti punti di convergenza, dalla patrimoniale alla lotta alla precarietà, fino al ‘nò alla guerra. Ti propongo di unire le forze: se non ora quando?”  Battute su D’alema a parte,  Vendola non risponderà.  Anche nella sua relazione di oggi si è notata una certa difficoltà nei passaggi sul PD e il governo Monti.   Nulla di nuovo sotto il sole,  SEL non può far altro che tirare qualche fumone con conferenze stampa ad effetto, minacce e battibecchi per dare qualche altra speranza ma niente di più. Vendola ha scelto di stare nel centro sinistra facendo il ruolo del PDS bonsai, 20 anni di giro dell’oca per ritornare al punto d’inizio con i lavoratori che hanno visto però dimezzarsi i propri salari e diritti e la BCE che conta più dei Governi. Intanto la crisi avanza, il 4 febbraio scende in piazza La Destra di Storace e i giorni scorsi la ribellione dei Forconi ha fatto capire a tutti noi che  -in questo caso la crisi- non sarà un pranzo di gala. In politica si sa lo spazio che si lascia viene preso da altri. Oggi lo slogan della Lega in piazza era “giù le mani dalle pensioni, Governo ladro! Per fortuna che il 27 gennaio i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale…

Appoggio alla lotta dei lavoratori della Fiscagomma di Vigevano e degli altri luoghi di lavoro sottoposti a licenziamenti e chiusure

Appoggio alla lotta dei lavoratori della Fiscagomma di Vigevano e degli altri luoghi di lavoro sottoposti a licenziamenti e chiusure

Il Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano e la Segreteria Provinciale esprimono pieno appoggio ai lavoratori della Fiscagomma di Vigevano in lotta contro i licenziamenti e a quelli di tutte le altre fabbriche della nostra provincia impegnati in difficili battaglie per garantire la sopravvivenza dei posti di lavoro.
In particolare esemplare è la lotta dei lavoratori della Elnagh di Trivolzio che da parecchie settimane sono in presidio permanente per impedire la chiusura dell’azienda.
Ad oggi la situazione della Fisca Gomma è grave, perché la proprietà dell’azienda ha rifiutato le proposte di cassa integrazione e/o di contratti di solidarietà, puntando invece alla messa in mobilità (il licenziamento) di 30 lavoratori su 98. I lavoratori giustamente si chiedono quale sarà il loro futuro in quanto alcuni hanno anche situazioni complicate, mancando anni per la pensione.
Le varie “crisi” aziendali nonché l’atteggiamento negativo del padronato, sono aggravate dalla politica recessiva del governo Monti che, puntando solo a favorire il capitale finanziario, deprime l’occupazione e colpisce i lavoratori sulle pensioni, i salari, i contratti e gli stessi ammortizzatori sociali (vedi la proposta Fornero di ridurre la durata della cassa integrazione e di azzerare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori).
La situazione della provincia di Pavia è particolarmente grave: prima decenni di pesante deindustrializzazione, poi la crisi di intieri settori produttivi, non certamente sostituiti da interventi che hanno devastato il territorio senza creare posti di lavoro. Grande è la difficoltà dei lavoratori e delle loro famiglie.
Sarebbe utile (e proponiamo perciò) costruire una vertenza provinciale, un piano provinciale innanzitutto per creare fondi nelle amministrazioni locali per sostenere i lavoratori in difficoltà e poi per creare elementi di programmazione economica per sviluppare posti di lavoro.
In tal senso rivolgiamo un appello a tutti coloro che sono interessati (forze politiche, sociali, sindacali) ad unirsi per costruire una lotta adeguata a fare in modo che la nostra provincia, almeno, non sprofondi ulteriormente sul piano dell’occupazione.

Circolo “L. Libertini” Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano
Segreteria Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista .

RIFONDAZIONE AL FIANCO DEI LAVORATORI DELLA FISCAGOMMA, CONTRO QUESTA CRISI DI SISTEMA

RIFONDAZIONE AL FIANCO DEI LAVORATORI DELLA FISCAGOMMA, CONTRO QUESTA CRISI DI SISTEMA

Come circolo di Rifondazione Comunista di Vigevano siamo solidali e partecipi nel recente caso della Fiscagomma, dove da un giorno all’altro trenta lavoratori si sono trovati in mobilità, e sosteniamo pienamente la loro richiesta di attivazione di ammortizzatori sociali o di un contratto di solidarietà. Strumenti che, pur essendo temporanei, possono per lo meno continuare nei prossimi mesi a garantire un reddito. Allo stesso tempo riteniamo necessario che al più presto si crei una convergenza e un’unione delle diverse lotte a livello locale affinché si possa costruire un’opposizione sociale che parta realmente dal basso. Perché a una crisi costituente dobbiamo rispondere con un’opposizione costituente.
Ciò che sta accadendo oggi, infatti, non può essere visto come un fenomeno passeggero che si risolverà da solo. La crisi che stiamo vivendo ha politiche ben precise che l’hanno generata, e di conseguenza un’uscita da tale crisi non può essere separata da un’uscita dal sistema politico-economico attuale. Stiamo parlando di una crisi di sistema che ha preso il via agli inizi degli anni Settanta e che trova le sue cause nella natura “sovrapproduttiva” del capitalismo. Per tanto tempo le persone non hanno percepito sulla propria pelle l’entità di tale crisi, anche perché le politiche neoliberiste, nate per soccorrere il capitale, per decenni sono riuscite a mascherare la reale situazione andando ad incancrenire sempre più la società, fino ad arrivare allo scoppio della bolla finanziaria del 2008, quando il “castello di carte” costruito in vent’anni di politiche neoliberiste selvagge è crollato, portando la crisi ad entrare in modo concreto nelle nostre vite. Redditi insufficienti ai fabbisogni, disoccupazione, precarizzazione, licenziamenti… sono solo alcuni dei risultati di questo crollo.
Affermiamo tutto ciò per proporre un minimo di inquadramento alla situazione che stiamo vivendo anche a livello locale, e per sottolineare che si tratta di una crisi che non può risolversi semplicemente salvaguardando il proprio “orticello”.
I danni causati da questo modo di fare politica e di trarre profitto ormai non si contano più anche a livello nazionale, ed ancor più in provincia di Pavia: la Elnagh di Trivolzio e la Fiscagomma di Vigevano sono due recenti casi, estremamente significativi. Lavoratori messi in mobilità da un giorno all’altro, messi da parte come se fossero diventati strumenti non più necessari e addirittura “costosi”, fregandosene del fatto che questi “strumenti da lavoro” devono comunque vivere dignitosamente e molte volte hanno anche famiglie che, come le altre, qui in Italia e non solo, stanno subendo pesantemente la crisi.
Che la gran parte delle piccole e medie aziende oggi sia davvero in difficoltà Rifondazione non lo mette in dubbio, però togliamoci dalla testa che l’economia reale possa davvero ripartire, a livello nazionale e locale, senza un deciso cambiamento di rotta che deve mettere al centro il tema dell’occupazione, una riconversione in senso “verde” dell’economia e un forte intervento pubblico da parte dello Stato che potrebbe essere finanziato facilmente, se si realizzassero manovre economiche in grado di prendere risorse nelle tasche giuste, andando a vantaggio della collettività e non per pagare banche d’affari che speculano sul nostro debito.
Nel frattempo è però necessario far fronte a questa situazione di disagio e di disperazione condivisa, ed è fondamentale che le istituzioni e le stesse aziende, che per anni hanno tratto profitto dal lavoro dipendente, non lascino soli quei numerosi lavoratori vittime e ultimo anello della catena di un sistema ormai agonizzante e in stato terminale.
Alessio Galli
Roberto Guarchi
Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista

11 febbraio: manifestazione nazionale della Fiom a Roma

11 febbraio: manifestazione nazionale della Fiom a Roma

11FEB2012-A4

Mozione contro le discariche di amianto in Lomellina

Mozione contro le discariche di amianto in Lomellina

Mortara, 18  Gennaio  2012

Alla cortese attenzione del
signor Sindaco
del Comune di Mortara.

Oggetto:  MOZIONE  CONTRO  LE  DISCARICHE  DI  AMIANTO  IN  LOMELLINA.

I sottoscritti Gilberto Guzzi (Partito Socialista Italiano) e Teresio Forti (Partito della Rifondazione Comunista)  consiglieri comunali dell’”UNIONE PER MORTARA”,

CONSIDERATO che il problema dell’amianto e del suo smaltimento viene gestito con il tentativo di creare enormi discariche in lomellina (progetti di Ferrera Erbognone, di Gambolò ecc.) territorio che, come dovrebbe essere noto a tutti, è geologicamente inadatto ad ospitare impianti di questo tipo, avendo la falda quasi affiorante;

VISTO inoltre che il territorio della provincia di Pavia e, particolarmente la lomellina, è diventato nel corso degli anni ricettacolo degli interventi più svariati ed ambientalmente non sostenibili (inceneritori, centrali elettriche, fanghi ecc.), per cui sarebbe opportuno non aggiungervi altre criticità;

CONSIDERANDO che il CLIR, nato a suo tempo per assicurare una corretta gestione pubblica del ciclo dei rifiuti, compì una operazione negativa partecipando con una società privata alla discarica di Ferrera, senza tenere conto che una società privata, naturalmente interessata al profitto, possa favorire uno stoccaggio di materiale molto superiore a quello esistente in provincia;

AUSPICANDO che l’intero problema dell’amianto venga riesaminato in primo luogo a partire dalle nuove tecnologie (inertizzazione) e che si respinga l’idea che anche dall’amianto si possano ricavare facili profitti a danno del territorio propongono che, in occasione del prossimo Consiglio Comunale venga discussa e votata la seguente

M O Z I O N E

“Il Consiglio Comunale di Mortara, preso atto della contrarietà espressa dalle popolazioni e dalle Amministrazioni Comunali interessate alla progettata discarica di amianto a Ferrera, considerato che la lomellina è geologicamente inadatta ad ospitare tali impianti, si pronuncia contro questa eventualità e ad altri progetti analoghi nel territorio e invita l’Amministarzione Comunale a farsi promotrice, nell’ambito del CLIR ad un profondo riesame del problema relativo allo smaltimento dell’amianto”.

Gilberto    GUZZI                                                         Teresio    FORTI
Partito  Socialista  Italiano                                      Partito della Rifondazione Comunista
Unione  per  Mortara                                                         Unione  per  Mortara

Cantosociale: concerti per la giornata della memoria. DAI CAMPI DEL DOLORE

Cantosociale: concerti per la giornata della memoria. DAI CAMPI DEL DOLORE

cantosociale 3+1 e moni ovadiai  CANTOSOCIALE
Presentano nell’ambito delle manifestazioni della
GIORNATA DELLA MEMORIA 2012
il concerto-tematico dei

DAI CAMPI DEL DOLORE

Storie, Canti, Musiche, Memorie di Deportazione
————————–
ENTRATA LIBERA

26 GENNAIO ore 9.30 e ore 21.00
GAMBOLO’(PV) Auditorium Scuole Medie

27 GENNAIO ore 14.30
ROBECCHETTO CON INDUNO  mi Auditorium Scuole Medie

27 GENNAIO ore 9.30 e 21.15
CANEGRATE Aula Consiliare

28 GENNAIO ore 21.00
GAGGIANO (MI) Auditorium Comunale

I CANTOSOCIALE
Presentano nell’ambito delle manifestazioni della
GIORNATA DELLA MEMORIA 2012
il concerto-tematico dei

DAI CAMPI DEL DOLORE

Storie, Canti, Musiche, Memorie di Deportazione
————————–
” Poiché grazie a Dio  abbiamo avuto a Dachau  alcune giornate di gelo
, abbiamo finalmente potuto  risolvere il problema degli esperimenti
di sopravvivenza  di soggetti esposti all’aria aperta  a temperature
bassissime. I soggetti immersi in acqua a temperatura  da 2° a 10°
sono stati poi lasciati all’aperto a temperature di diversi gradi
sotto lo zero….Per più di 260 esperimenti ho registrato 98 casi
mortali…in alcuni casi i soggetti, per lo più prigionieri russi o di
razza zingara,  sono sopravvissuti  contro ogni ragionevole
previsione.”
dal Rapporto provvisorio concernente  gli esperimenti di ipotermia nel
campo di Dachau”
inviata dal resp Dr Rascher ad Himmler  4 Aprile 1943.
———————————
CARCANO Piero voce recitante, canto, animazione, percussioni, kazoo…
GRISOLIA Vittorio violino, mandolino, flauti etnici, ocarine, baghèt,
armonica a bocca …
ROTA Gianni chitarra acustica, flauto traverso, voce, percussioni…
BURATTI Davide contrabbasso, basso elettrico, voce
ANZALDI Cristian chitarra classica, elettrica, fisarmonica, banjo,
percussioni,voce …
————————————————————————–

IL gruppo dei CANTOSOCIALE in collaborazione con l’associazione
culturale ALAMBRADO e l’Archivio di storia Orale e Popolare “Fiorella
Scaglioli” presenta DAI CAMPI DEL DOLORE un concerto-testimonianza in
memoria e per tener viva la memoria dell’Olocausto e tutte le le
vittime dei Lager:.
I diversi percorsi  che hanno portato le vittime della follia nazista
ai Campi dell’Orrore: dagli ebrei ai rom ai russi  ,agli omosessuali ,
a quelli politico sindacali , i renittenti alla leva ,i disertori, i
religiosi, gli asociali, i disabili, i malati di mente.
Un percorso dalla cattura al viaggio alla vita nei campi di
concentramento caratterizzato dall’orrore e talvolta dalla speranza e
poi  il lavoro massacrante , la fame , la paura, la morte. Nello
spettacolo  che è al terzo anno di repliche dopo essere stato
rappresentato in numerosi centri del nord Italia,le storie , i
pensieri, le testimonianze emergono dai monologhi costituiti da
letture di poesie e da racconti e soprattutto canti e canzoni che li
contestualizzano. Una lettura frutto di ricerche  sul filo della
memoria e del racconto orale in linea con il lavoro che accompagna da
sempre i Cantosociale. I canti e le musiche di diversa provenienza
anche etnica, provengono in gran parte dai lager e sono  spesso frutto
di rifacimenti di canzoni d’epoca,popolari e militari, di melodie che
venivano cantate addirittura dagli stessi aguzzini delle SS e venivano
poi riproposte dai deportati con nuovi testi dissacranti. forti da
testimonianze, poesie che entrano nei monologhi e soprattutto da canti
e canzoni.. Canti divenuti in gran parte simbolo in diverse nazioni,
dell’opposizione all’occupazione nazista;capaci di aggregare  persino
accompagnare talvolta atti di  ribellione. Alcuni canti sono in forma
di preghiera corale, per infondere speranza e forza morale a dispetto
delle condizioni tragiche in cui si era costretti vivere. Versi di
incredibile forza riescono a parlare d’amore a dispetto dell’orrore,
come la “Ninnananna del crematorio” scritta da un deportato costretto
a portare il cadavere del proprio figlio e della moglie dalla camera a
gas all’inceneritore,  altri addirittura riescono ad ironizzare anche
sulle camere a gas.  Non mancheranno le musiche persino le danze della
tradizione popolare yddish e zingara . Per  questo sono state
appositamente recuperate dall’oblio alcune canzoni d’autore
appositamente riarrangiate ,come del resto gli altri brani di
repertorio. Tra queste “Se il cielo fosse bianco di carta” di Ivan
Della Mea, un omaggio all’autore recentemente scomparso tratto dalla
lettera del ragazzo galiziano Chaim lanciata oltre il filo spinato del
lager di Pustkow e straniera come “Yellow Triangle”del cantautore
irlandese Christy Moore sui diversi triangoli cuciti sui cappotti che
contraddistinguevano le diverse categorie di deportati e “Tredici
milioni di uomini “ dei Cantacronache sull’assurdità del genocidio
ebreo.
Musiche e brani originali dei Cantosociale infine riporteranno  alla
giusta attenzione anche  le vicende degli I. M. I., gli internati
militari italiani catturati e costretti al lavoro coatto nei campi dai
nazifascismi, il loro rifiuto ad aderire al nazifascismo dopo l’8
settembre li obbligherà a umiliazioni, lavoro duro e soprattutto la
fame e per molti oltre 60.000 su 600.000 li porterà alla morte.Per
finire canzoni originali del gruppo( alcune frutto di rielaborazioni
di poesie d’autore) toccheranno  gli altri gruppi di  deportati;
appunto gli asociali, i malati di mente, i poltici-sindacali…
info:www.cantosociale.it     PieroCarcano cell: 3335740348
email: pierocarcano3@gmail.com   pagina  facebook:cantosociale

I CANTOSOCIALE attivi da dieci anni sul territorio nazionale con
concerti, lezioni, animazioni culturali in vari contesti; dai teatri
alle biblioteche dalle piazze ai centri sociali alle strade;
partecipano spesso a feste popolari, rassegne e festival musicali e
sono ben conosciuti anche nelle scuole di diverso grado, dalle materne
alle superiori oltre che per gli spettacoli specifici su argomenti
storici, anche per i numerosi laboratori di animazione alla lettura,
di ricerca e teatralizzazione della cultura orale e popolare. In
particolare il lavoro in questi anni realizzato sulla Storia del
nostro Paese con specifici spettacoli-tematici  :dai  Deportati nei
Lager, alla Resistenza, dal Risorgimento alla 1^ Guerra Mondiale
frutto di ricerche storiche oraliste differenziate per territorio, li
ha fatti apprezzare in tutta Italia. Del gruppo ormai consolidato
fanno parte Vittorio Grisolia , violinista e pluristrumentista
(ocarine, baghèt, flauti popolari, mandolino, armonica a bocca…) di
valore assoluto nel panorama del folk italiano. Fondamentale anche
l’apporto di Christian Anzaldi, trentenne novarese , stimato maestro
di chitarra è noto per la sua vivace attività musicale in gruppi rock,
pop ,blues dell’area novarese –milanese. La sua molteplice versatilità
strumentale dalla fisarmonica alle diverse chitarre acustiche ed
elettriche oltre a dobro, banjo ha arricchito di colori e timbri la
musica del gruppo.Recentemente ha arruicchito l’organico Davide
Buratti apprezzato contrabbassista di estrazione jazzistica ben
conosciuto anche in ambito cantautorale. Il nucleo storico è composto
dall’istrionico Piero Carcano che oltre a scrivere i testi, cantare,
suonare kazoo e percussioni, recita e anima (quando è il
caso)conducendo “empaticamente” per mano il gruppo in simbiosi con il
pubblico. A fianco a lui Gianni Rota, l’inseparabile
“fratello”artistico, grintoso, ritmico e sensibile accompagnatore con
la chitarra acustica, suadente ricamatore di melodie al flauto
traverso nonché cantante dalla voce ruvida e “nera”. Il bresciano è un
vero e proprio “rambler” di strada al servizio del gruppo, capace di
districarsi in ogni situazione. I Cantosociale pur privilegiando
l’aspetto emotivo e sociale del canto e della musica con gli anni
hanno affinato le interpretazioni riuscendo gradualmente a
caratterizzarsi di un suono distintivo : un ” corposo, appassionato e
contagioso folk” capace di permeare di forza emotiva e sensibilità le
diverse situazioni performanti. info : www.cantosociale.it Piero
Carcano cell: 3335740348 email: pierocarcano3@gmail.com

I musicisti :
Carcano Piero : voce,percussioni,kazoo
Grisolia Vittorio: violino, mandolino, flauti pop., baghèt, armonica bocca
Rota Gianni:chitarra acustica ed elettrica ,flauto, percussioni,voce
Buratti Davide contrabbasso, basso elettrico, voce
Anzaldi Cristian : fisarmonica, chitarre elettriche e acustiche, banjo …

pierocarcano3@tiscali.it       tel 3335740348
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Elnagh: morire a 60 anni

Elnagh: morire a 60 anni

(riceviamo dai dipendenti Elnagh questo comunicato che volentieri pubblichiamo)

Il titolo, volutamente provocatorio, denuncia una fine crudele e spietata per un essere umano; pensiamo sia altrettanto crudele però per un marchio storico, per un’azienda che ha lottato per oltre 60 lunghi anni e che ora è giunta al suo infame destino.

Elnagh, fondata più di 60 anni fa, è stata per moltissimi anni il simbolo dei veicoli riscreazionali (caravan prima e camper poi), temuta e rispettata dalla concorrenza italiana ed europea.

Intorno al 2.000, per motivi anagrafici il fondatore cedette la società a imprenditori emergenti, che poi si rivelarono senza scrupoli e per quello che in realtà erano: sciacalli-uomini di finanza in cerca di facili guadagni.

Gli anni a seguire furono quelli dello “sviluppo” tecnologico, l’ammodernamento delle strutture lombarde e il potenziamento di 3 poli produttivi esistenti (1 di proprietà e 2 terzisti), per soddisfare una richiesta di mercato che si aggirava intorno ai 3.500 veicoli l’anno.

La fusione con altri due marchi nazionali, anch’essi di nota fama e molto apprezzati sul mercato italiano ed europeo, doveva essere il punto di svolta (e di rientro dei fondi investiti).

Purtroppo, insieme con altre operazioni speculative esclusivamente finanziarie, creazione ad hoc di altre società nella società per trarne massimo profitto (effetto scatole cinesi) e a un netto calo del marcato di settore, questa operazione scoprì il vaso di Pandora… pieno di debiti e finanziamenti accesi con diversi istituti bancari, e ricchi manager incompetenti si susseguirono alle più alte cariche di una società “mastodontica” e già destinata al fallimento.

Arrivando ad oggi? I mercati, europeo e italiano, negli ultimi 10 anni hanno avuto un’inflessione circa del 10%, la big society (Sea S.p.A. Società Europea Autocaravan) che al momento, dopo aver creato e distrutto altri marchi, include 3 brand Elnagh, McLouis e Mobilvetta (toscani) ha perso più del 30%. Le mire di questi incapaci erano grandiose, più di 10mila veicoli prodotti e venduti, su 3 marchi, all’anno senza pensare minimamente a coltivare commercialmente i propri clienti, sviluppare politiche di qualità migliore per affrontare numerosi ed agguerriti concorrenti nascenti o già esistenti; non si sono superati i 5.000 pezzi per anno negli ultimi 3 anni.

La crisi di mercato e la fetta di torta da dividere sempre in più parti hanno fatto il resto!

Mercati in cui il marchio Elnagh era fiorente, fortemente voluto, riconosciuto ed annoverato sono tuttora scomparsi e/o riluttanti, non stiamo a citare i numeri (reperibili in qualsiasi statistica ufficiale di settore). Ciò ha provocato la chiusura dei 2 terzisti e il trasferimento, per vendita dallo storico immobile di proprietà di Zibido San Giacomo-Mi all’attuale (in affitto) di Trivolzio-Pv.

In due gestioni separate (dal 2.000 al 2.006 e poi dal 2.006 a fine 2.010) l’azienda dichiara d’aver perso oltre 270 milioni di Euro(si pensi che per risanare i territori alluvionati della Liguria ne siano stati stanziati meno di 70).

I manager, strapagati, straviziat e stravoluti dai vari amministratori delegati sono usciti dall’azienda con tasche talmente piene che credo possan far invidia a molti “banchieri”… il risultato purtroppo è dell’inevitabile “pesantezza” strutturale rimasta (stabilimento sovradimensionato per volumi stimati di produzione e di mercato), i piani industriali (fantasiosi e ridiscussi in più occasioni) presentati agli organi competenti sono stati disattesi e violati in ogni forma, dipendenti malcontenti, e linea di Trivolzio (principalmente coinvolta nella produzione del marchio Elnagh) fortemente a rischio di chiusura, con più di 100 famiglie in difficoltà!

Provincia di Pavia e Regione Lombardia, inesistenti! Nessun cenno di chiarimento con l’attuale direzione che tende a discolparsi per i devastanti danni creati dai predecessori ma che, a nostro parere, è evidentemente disinteressata a salavare i posti di lavoro.

Elnagh, più di 60 anni di storia buttati nel CESSO in meno di 7. E’ UNA VERGOGNA!

BRIDGEPOINT, fondo azionario attualmente proprietario del gruppo SEA, per colpa di questa inappropriata gestione è fortemente indebitata con diversi istituti bancari, questi ultimi ora chiedono la definitiva risoluzione dei numerosi bilanci chiusi in passivo. Il temuto risultato è quello di “annientare” uno degli stabilimenti più gravosi, quindi temiamo sia stabilito che il capro espiatorio di tutti i mali sia il polo di Trivolzio.

La cassa integrazione, richiesta e sfruttata a singhiozzo, si pensa che sarà a tempo indeterminato fino a completo “svuotamento” dei beni aziendali e, di fatti, ne sono prova la frenesia e il tentativo di “vendere” il prodotto finito stoccato a parcheggio e la dislocazione in strutture esterne, presso fornitori di servizio, del magazzino ricambi e accessori del gruppo ed il conseguente smontaggio dello spazio ad esso dedicato nel polo lombardo.

Con quest’articolo chiediamo CHIAREZZA E DIALOGO per una pacifica risoluzione, nella speranza che ciò sia orientato al mantenimento dei posti di lavoro, per cui offriamo sacrificio ed onestà e chiediamo di esser ugualmente ripagati.

Spero sia data massima visibilità a questo annuncio.

I DIPENDENTI DEL POLO LOMBARDO SEA. Trivolzio – Pavia

P.S. da Eddy Rsu Fiom “Una pessima gestione dei soliti dirigenti improvvisati che ha fatto  in 5 anni un buco di 309 milioni di euro, lascerà 130 lavoratori a casa in mobilità chiudendo lo stabilimento lombardo e trasferendo il lavoro negli altri siti del gruppo, tra Toscana e Umbria. Siamo nel 150° anno dell’unità di italia ma da parte dei lavoratori e sindacati Toscani e Umbri non abbiamo ricevuto nessun segno di solidarietà, anzi ci risulta che stanno facendo gli straordinari e nei programmi produttivi di Febbraio porteranno nelle loro produzioni i 120 Camper Elnagh che avremmo dovuto produrre a Trivolzio……su richiesta dei padroni si prendono il lavoro che avrebbe garantito il pane a noi……..”

Cineforum all Coop. Portalupi

Cineforum all Coop. Portalupi

cineforum01

cineforum02

(Clicca sulle immagini per ingrandire)

Giorno della memoria

Giorno della memoria

(Nella foto: Ebrei che salutano l’arrivo  dei soldati dell’Armata Rossa)

giorno_memoria2012

Vivrò col suo nome, morirà con il mio

Vivrò col suo nome, morirà con il mio

Venerdì 27 gennaio: La Resistenza nei Lager.

Esempi di solidarierà umana e di organizazione politica nei campi di sterminio.

Vivrò col suo nome, morirà con il mio
Buchenwald, 1944
(libera riduzione dal libro omonimo di Jorge Semprùn)

triangoli tedeschi

Triangoli tedeschi

“Abbiamo il diritto di stupire il lettore,
di prenderlo in contropiede,
di obbligarlo a riflettere o
a reagire nel più profondo
di se stesso”
Jorge Semprùn

(nel lager di Buchenwald, due deportati giovani: uno piccolo e magro l’altro alto e robusto)

Sergente SS. Voi due, vedete quei massi? Tu, piccolo e secco prendi quello grosso, e tu grande e grosso, quello piccolo e portateli laggiù, los, schell, schwein!!
(i due eseguono, dopo un po’ il più magro barcolla mentre il sergente ride, e lo picchia col gummi, lo scudiscio di gomma. Tumulto, rumori lontani, il sergente si gira, estrae la pistola, poi si allontana)
Deportato robusto. Bistro, bistro! (e scambia le pietre)
Deportato magro. Grazie, ti devo la vita, come si dice… spasiba, spasiba balshoje!
D. robusto. (scrolla la testa) Tovarisc, tovarisc (si stringono la mano)
(arriva un altro deportato, con l’accento tedesco)
D. tedesco. Abbiamo il morto di cui c’era bisogno!
D. magro. Cosa? Per poco lo ero io, se non era per quel compagno russo… Chissà perché l’ha fatto? Non mi conosceva, forse non mi vedrà più, non poteva aspettarsi nulla da me. Forse è l’uomo nuovo sovietico, chissà.
D. tedesco. Stammi a sentire: devi sostituire un morto.
D. magro. Ma chi è questo morto se non sono io?
D. tedesco. Unteröhrt! Inaudito. Ha la tua stessa età: poche settimane di differenza! Ed è pure studente. Sei davvero fortunato… con la flor en el culo!
D. magro. Non certo come te, che sei un Lagerschutz della polizia interna e puoi girare tutto il campo.
D. tedesco. Noi tedeschi, veterani del campo, sì abbiamo qualche privilegio… privilegio? se possiamo usare questa parola, potremo ben averlo. Moriremo per ultimi! Ma ringrazia per questo, se no non sarei qui ad avvertirti.
D. magro. Avvertirmi di cosa?
D. tedesco. Andiamo alle latrine, lì le SS non entrano.
D. magro. E neanche i kapò.
(entrano nelle latrine)
D. tedesco. Che puzza, non si resiste.
D. magro. Almeno è caldo, agli odori ci si abitua. Non lo sai, e voi non le avete le latrine?
D. tedesco. Sì ma nel blocco, non collettive come voi.
D. magro. Ecco un altro privilegio dei deportati tedeschi. Qualche volta mi devi raccontare la storia del vostro arrivo.
D. tedesco. Ma non io non ci sono stato dall’inizio, sono un Rotspanier, ero da te… con le Brigate Internazionali in Spagna.
D. magro. E quando ti hanno deportato?
D. tedesco. Nel ’39. Ma non chiedermi del periodo ’39-41 per carità!
D. magro. Perché?
D. tedesco. Per il patto russo tedesco! L’accordo tra Hitler e Stalin. Noi comunisti eravamo accusati di tradimento, anche se eravamo qui, assieme agli altri deportati.
D. magro. Un po’ come gli italiani, adesso.
D. tedesco. (guardandosi intorno) Ma qui è pieno di mussulmani…
D. magro. Di chi?
D. tedesco. Si vede che sei nuovo. Chiamiamo mussulmani quelli che sono morti viventi
D. magro. Poverini, sono malati.
D. tedesco. No, si sono lasciati andare… loro mi irritano, hanno rinunciato a resistere, a lottare almeno per la vita, per la sopravvivenza. Se nessuno sopravviverà chi potrà raccontare? Nessuno crederà a questo orrore.
D. magro. Anch’io sono spesso preda dello sconforto.
D. tedesco. Non puoi lasciarti andare, tu hai una fede… politica. Bisogna avere qualcosa in cui credere… anche una fede religiosa. Pensa che non è stato un “triangolo rosso” ma un “triangolo viola”, un Bibelforcher che ci ha avvisato.
D. magro. Chi?
D. tedesco. Un ricercatore della Bibbia, voi li chiamate Testimoni di Geova, sono qui dall’inizio, dal ’37, e sono più… Prominenten, più “privilegiati” di noi, sono tutti nell’amministrazione. Lui ha la sua fede, non è comunista, ma lo rispettiamo. È un membro del Comitato Internazionale Clandestino e ha avvisto i compagni che è arrivato un dispaccio su di te. Da Berlino chiedono se sei ancora vivo, se sei ancora a Buchenwald o in un sottocampo, un kommando esterno…
D. magro. E cosa vuol dire, chi può interessarsi di me?
D. tedesco. Non ha potuto leggere tutta la lettera, ma bisogna stare attenti. Il Partito non vuole perderti, sei l’unico intellettuale comunista spagnolo del campo, sarai utile quando ci sarà la rivolta, o almeno la liberazione del campo, con i tuoi connazionali. Sei o no nel Comitato?.
D. magro. Mi avete nominato voi, ma non ho ancora fatto niente.
D. tedesco. E come potevi nella tua posizione, ma vedrai ti faremo mettere all’Arbeitsstatistik, l’ufficio smistamento lavori. Lì è meno dura, turni anche di notte, ma scamperai la cava e i lavori di picco e pala all’esterno.
D. magro. E come posso scampare se mi cercano? Ho visto cosa ha fatto la Gestapo a quell’italiano che hanno scoperto essere una spia degli alleati. L’hanno torturato e poi fucilato nell’Appellplatz.
D. tedesco. Appunto ci vuole un morto, un moribondo che prenderà il tuo nome e tu prenderai il suo. Siamo già d’accordo con i compagni… gli amici nell’amministrazione. Abbiamo due giorni di tempo, fino a lunedì non risponderanno a Berlino. Oggi è sabato, dopo domani devi farti ricoverare al Revier, dove c’è già lui, poi ti faremo morire… faremo credere che sei morto, al suo posto.
D. magro. E chi è questo mio fratello, mio doppio?
D. tedesco. È un francese, è già moribondo in infermeria. (guardandosi intorno) Ma no, è qui, lo riconosco, cosa ci fa qui alle latrine? Devo andare ad avvisare che lo ricoverino. Vado. E tu mi raccomando, lunedì al Revier! Vieni, esci, prima che qualcuno si accorga che manchi.
D. magro. Un minuto. Voglio andare a conoscerlo, voglio parlargli!
D. tedesco. È inutile, è un mussulmano, un mucchio di stracci innominabile, non ti risponderà. Fa’ come vuoi, ma presto. Tieni (offre una po’ di foglie)
D. magro. Come? Una sigaretta? Come hai fatto?
D. tedesco. No, non è una sigaretta, magari! I russi la chiamano machorka, sono foglie secche che arrotolate si possono fumare. Sono diventate merce di scambio nel lager, non le avevi mai viste? Vado, e mi raccomando non rovinare i piani! Alle sei di lunedì al Revier! Fino ad allora, fa’ quello che fai sempre la domenica, divertiti col tuo professore e adesso con i tuoi mussulmani.
(esce)
D. magro. (avvicinandosi al d. mussulmano). Bonjour. Vedo che hai un numero di matricola vicino al mio. Allora, forse, sei arrivato con me. Ti ricordi quel terribile trasporto nel carro bestiame, in 120 con le porte sprangate dall’esterno. Quattro giorni e cinque notti, o… non mi ricordo bene, ricordo che non potevamo neppure sederci per l’affollamento, avevo il gomito del mio vicino sulle mie costole e lui il mio sul suo stomaco, poi facevamo a cambio. Magari eravamo assieme nello stesso vagone, oppure siamo stati vicini allo spogliatoio quando ci hanno denudati e rasati fino nelle parti intime, che poi il disinfettante ci ha fatto bruciare come peperoncini. E la vestizione… magari ho scambiato con te gli zoccoli troppo grossi… oppure no, forse no, sei piccolo e magro come me. O in quarantena… in che blocco ti hanno messo… che lavoro ti fanno fare? Ma non parli, mi senti? Rispondi!
D. mussulmano. Parlare stanca!
D. magro. Se sei malato devi farti ricoverare nel Revier, nell’infermeria. Forse mi ricovero anch’io e ti vengo a trovare. Ti serve qualcosa?
(il d. mussulmano fa il gesto di fumare)
D. magro. Fumare? Capisco bene? Tieni è una machorka… a domani.

(secondo atto)

(nelle latrine un gruppetto di tre deportati)

D. magro. Finalmente è domenica e ci possiamo riposare un attimo, oggi non voglio pensare a niente. Forse era meglio se stavo a dormire. Chi dorme ingrassa.
Deportato francese. Ascoltatemi. Non stiamo rubacchiando qualche istante della domenica al sonno, alla nostra fame permanente, all’angoscia del domani, per dire sciocchezze.
D. Testimone di Geova. Sì preferisco discutere con il tuo professore.
D. magro. Il mio professore l’hanno portato in infermeria, non apre più gli occhi, è tra la vita e la morte. Ma vedo che la sua presenza richiama sempre qualcuno la domenica dopo l’appello. Ma anch’io preferisco venire qui che dormire. E poi ‘sta sera ho organizzato un piccolo spettacolo per i miei connazionali: una serata andalusa.
D. francese. Che bravi!
D. magro. No niente di che: non c’è nessun attore o cantante.
D. francese. Ma siete tutti resistenti… resistenti culturalmente.
D. magro. Sì cerchiamo, cerchiamo di non farci degradare del tutto. Ma io che fuori di qui avevo una memoria eccellente ora non ricordo… non riesco a finire una poesia del mio amato Lorca e speravo nel professore che è esperto di memoria, di memoria collettiva, pensate ha inventato lui l’espressione:
¡Ay, que la muerte me espera
antes de llegar a Córdoba!
Córdoba,
lejana y sola.
Sapete da tanto non sto in Spagna e un filo solo unisce la lingua della mia infanzia alla mia vita reale: il filo della poesia. Se si spezza anche quello…
D. francese. I tuoi connazionali ti possono aiutare. Poi ho sentito che, forse, ti metteranno all’Arbeitsstatistik, dove sto anch’io. Lì c’è una biblioteca.
D. magro. Una biblioteca in un lager?
D. francese. Sì, lo vedrai con i tuoi occhi. Potrai leggere solo nel turno di notte, se starai accorto, e troverai tutti i libri in tedesco. Certo i tuoi poeti spagnoli non sono certo stati tradotti…
D. magro. Ma come è possibile? Se mai si saprà, diranno che Buchenwald non era un vero campo di concentramento, non un luogo tanto spaventoso…
D. francese. Qui siamo a un passo da Wiemar, la città di Goethe, no? Se guardi la grande spianata tra le cucine e l’Effektenkammer puoi contemplare l’albero di Goethe, la quercia sotto la quale leggeva, secondo la leggenda del campo, naturalmente. Per tornare ai libri: nei primi anni avevano dato il permesso alle famiglie dei deportati tedeschi di inviare libri: se ne sono raccolti 1300! Lo conosci il tedesco?
D. magro. Abbastanza… almeno quanto basta per il campo, gli ordini delle SS. Ma lo studierò, lo studierò sui libri!
D. francese. Ti potrei dare lezione io. Io a dire la verità non sono francese, sono un ebreo austriaco, ma mi sono procurato un passaporto francese. Sai che Buchenwald è judenrein, libero da ebrei, almeno per ora, ma io passo per politico.
D. Testimone di Geova. E i tuoi correligionari?
D. austriaco. Li hanno portati all’est. Non so, non voglio crederci, ma ho sentito, da un deportato trasferito da laggiù, che li sterminano tutti, man mano che arrivano. Dov’è Dio?
D. TdG. Forse succede che Dio è semplicemente sfinito, non ha più forze. Si è ritirato dalla Storia; o la Storia si è ritirata da Lui.
D. austriaco. Perché non parla, non si fa sentire?
D. TdG. Il suo silenzio forse è la prova della sua debolezza, della sua impotenza.
D. magro. Cosa c’è di spaventoso nel silenzio di Dio? Quando mai ha parlato? In occasione di quale massacro del passato ha fatto sentire la sua voce? Quale conquistatore crudele, o dittatore è mai stato condannato? Ciò di cui si deve parlare non è il silenzio di Dio, ma il silenzio degli uomini. Perché gli uomini liberi non parlano?
D. TdG. Perché non sanno.
D. francese. Ma se la Resistenza ha perfino fatto evadere due perché andassero a parlare col mondo, col mondo libero. E sono mesi ormai, cosa abbiamo avuto di risposta? Niente.
D. magro. A proposito, sai se gli americani resistono ancora a Bastogne?
D. francese. Non sapevo neppure che erano sbarcati in Francia. Li hanno respinti?
D. magro. Non ancora, almeno lo spero.
D. francese. Sono buoni soldati gli americani?
D. magro. No so, all’inizio i giapponesi li hanno conciati bene.
D. TdG. Anche i russi all’inizio sono stati conciati bene.
D. francese. Ma cosa fa quel “triangolo marrone”? È uno zingaro, conciato come noi… noi ebrei.
D. magro. Mi ha fatto ricordare un’altra poesia di Lorca:
¡Oh pena de los gitanos!
Pena limpia y simpres sola.
¡Oh pena de cauce oculto
y madrugada remota!
D. TdG. Guardate: si abbassa i calzoni mentre corre. Allarme diarrea! Presto spostiamoci prima che ci schizzi tutti. Ecco l’ha fatto con quei polacchi.
D. polacco. Merdoso di uno zingaro. Hai visto cosa hai fatto, maiale? Buttiamolo nella merda.

(viene preso e gettato nella fossa delle latrine, scatenando una rissa tra i deportati polacchi e quelli zingari).

D. francese. Presto usciamo, prima che arrivino i kapò…
D. TdG. (uscendo) Ecco che arriva quello russo. Mi fa quasi ridere, con quel suo cappello della polizia russa. Gliel’hanno lasciato tenere. Senza cambiare il cappello potrebbe cambiare la situazione: al posto di essere un kapò qui, potrebbe essere guardiano in un campo in Siberia.
D. magro. Ma i gulag c’erano sotto gli zar, ai tempi di Tolstoj e Dostoevkij…

(terzo atto)

(all’entrata del Revier, l’infermeria)
Deportato malato. Gerard, Gerard!
D. magro. Olivier!
D. malato. Mi hai riconosciuto?
D. magro. Certo. Olivier Cretté meccanico d’auto (l’uomo di mette a piangere). (Rivolgendosi al d. tedesco della polizia interna) Quel francese, fatelo entrare. Lo conosco: è della Resistenza.
D. tedesco. Quel vecchietto? (ma poi dà ordini di farlo entrare)
D. malato. Grazie amico! (guardando il suo triangolo) Ma vedo dal tuo triangolo che sei spagnolo, non lo sapevo… Ad ogni modo sei un pezzo grosso.
D. magro. No, non credere. Ma tu cos’hai?
D. malato. La diarrea. Sono sempre pieno di merda. Non ce la faccio più.
D. magro. E dove lavori?
D. malato. Sono stato a Dora, in galleria, sono stato due mesi senza vedere il sole. Là è un inferno, qua al confronto è un sanatorio.
D. magro. Bene, allora qui ti potrai curare. Adesso passa la visita, poi quando sei guarito, come lo sarò io, vieni a trovarmi all’Arbeisstatistik. Io lavorerò lì. Un giorno o l’altro, dopo l’appello della sera.

(il deportato tedesco della Polizia interna prende il d. magro per un braccio e lo porta via)

D. tedesco. Vai nella sala degli agonizzanti. Vicino al tuo futuro cadavere, l’abbiamo già fatto portare lì. Il ragazzo non passerà la notte. Domani mattina avremo il tempo, a seconda delle notizie da Berlino, di registrare la morte a suo nome o al tuo… Tu devi solo abituarti alla puzza, ma lo fai già tutte le domeniche alle latrine, no? Stanotte l’unico problema che possiamo avere è che le SS facciano un giro fino al Revier. Sono spietati coi finti malati.
D. magro. Ma qui siamo tutti malati.
D. tedesco. Non sei certo grasso, ma non hai nemmeno l’aria di  moribondo. Se vengono diremo che hai una malattia infettiva. Sono terrorizzati dalle malattie infettive. Ti faremo un’iniezione. Non ti preoccupare ti verrà una febbre di cavallo, ma niente di più. Domani non sarai fresco come una rosa, ma vivo sì.
D. magro. La mia pena.
D. tedesco. Il vecchio francese che mi hai appena presentato è senza speranza. Gli rimane poco da vivere.
D. magro. In primo luogo, non è vecchio. È molto invecchiato ma non deve avere ancora quarant’anni. E poi, non si sa mai…
D. tedesco. Certo che si sa, si sa fin troppo. Non gli hai visto lo sguardo? Se ne sta andando. Non c’è più niente da fare.
D. magro. Non ci credo. Secondo me non è inutile aiutarlo, anche se si può fare poco.
D. tedesco. E ti sentiresti meglio a farlo? Ti sentiresti più buono?
D. magro. No, non è per quello, ma anche se lo fosse, non è mica proibito?
D. tedesco. No, non è proibito, ma è inutile. È un lusso piccolo-borghese.
D. magro. Perché tu non hai mai diviso il tuo pezzo di pane con un compagno, anche se era troppo tardi? Non hai mai fatto un gesto inutile?
D. tedesco. Figuriamoci se non è mi successo, ma erano altri tempi. C’erano i “triangoli verdi” i criminali, che comandavano, noi non avevamo la struttura resistenziale di adesso. Gli esempi individuali erano fondamentali.
D. magro. Ma la struttura di cui parli è clandestina. La sua azione, per quanto importante, non sempre è visibile. In cambio ciò che è visibile alla massa dei deportati è la vostra posizione di Prominenten, di privilegiati. Una buona azione, inutile, ogni tanto può far bene.
D. tedesco (aprendo una porta) Vai adesso, ti stanno aspettando. La notte sarà lunga tra tutti quei moribondi e quei cadaveri. Dunque, preparati all’odore, ci sarà puzza di merda… e di morte. A cosa penserai per distrarti?

(il d. magro si va a distendere a fianco di un moribondo nudo di spalle, con le natiche scure)

D. magro. Scusa puoi girarti, non resisto all’odore del tuo culo, ma cos’hai, merda seccata?
D. mussulmano. (con un filo di voce) Mi fa male muovermi.
D. magro. Sai che dall’altro giorno, quando ci siamo visti alle latrine, mi sono ricordato che eravamo vicini all’Effktenkammer, davanti ai prigionieri tedeschi che scrivevano i nostri dati personali e ci davano la matricola, infatti i nostri numeri sono molto vicini. E mi sono ricordato, che quando mi hanno chiesto il mestiere ho detto Philosophiestudent, che ingenuo! Kein Beruf, mi hanno risposto: non è una professione. E io dall’alto della mia conoscenza del tedesco ho replicato Kein Beruf aber eine Berufung: non è una professione ma una vocazione. Non ti ho fatto ridere? Ma anche tu, se non sbaglio, hai dichiarato di essere uno studente, di cosa?
D. musulmano. Latino.
D. magro. Ti immagini che faccia avrebbero fatto se gli dicevi “latinista”? Se ce la faccio, se riesco a uscire di qui, ti assicuro che mi metto a scrivere qualcosa sulla nostra storia.
D. mussulmano. Non ci crederanno.
D. magro. Ma come stai? Cos’hai? Dove ti fa male?
D. mussulmano. Tutto! Dappertutto!
D. magro. Devi reagire, adesso sei in infermeria, ti possono curare.
D. mussulmano. O seppellire…
D. magro. Allora anche me.
D. mussulmano. (con voce sempre più flebile) No, tu no…
D. magro. Sì cercherò di sopravvivere a questa notte, cercherò di sopravvivere a molte altre notti per ricordarmene. Non potrò vivere sempre con questa memoria, Francois, ma tornerò a questo ricordo come si ritorna alla vita. Tornerò a questo ricordo della casa dei morti, della sala d’attesa della morte a Buchenwald, per ritrovare gusto nella vita. Devo cercare di sopravvivere per ricordarmi di te…. Ma tu non morire! Per favore. Non lasciare il mondo dei vivi!

(fine)