Archivio for luglio, 2012

Tribunale di Vigevano: perché la città è assente?

Tribunale di Vigevano: perché la città è assente?

Tratto dall’Informatore del 26 luglio 2012

L’intervento
Tribunale: perché la città è assente?
Spett.le redazione de l’Informatore, lunedì della scorsa settimana ho partecipato, come dipendente e come rappresentante sindacale, all’assemblea che si è svolta in Tribunale in merito alla chiusura degli Uffici Giudiziari cittadini della quale il vostro Claudio Bressani ha fornito un esauriente resoconto.
Per l’ennesima volta si è dibattuto a lungo e concitatamente ma, come ho voluto sottolineare anche nel mio intervento, sempre tra di noi “addetti ai lavori” oltre che con qualche rappresentante politico ed istituzionale. Quello che mi stupisce, in tutta questa vicenda, è la totale assenza della città da questa discussione, la non presa di coscienza dei cittadini di cosa comporterà il venir meno di un servizio pubblico essenziale come la Giustizia. Questa apatia si può sintetizzare con la frase tipo che da un po’ di tempo in molti mi rivolgono: «Allora vi chiudono!».
Allora forse occorre chiarire una volta di più che la soppressione del Tribunale e della Procura per noi dipendenti comporterà una serie di disagi e di danni economici che influiranno negativamente sulla nostra vita quotidiana, ma la stessa cosa avverrà per i cittadini ogni qualvolta vorranno, o dovranno, usufruire del servizio Giustizia.
Oltre a ciò la cosa che più mi preoccupa, perché residente in questa città, è il vuoto che si creerà attorno alla chiusura del Tribunale. In questa città, dove già sono ben visibili gli effetti di questa pesantissima crisi economica e sociale, la soppressione degli uffici giudiziari non comporterà soltanto la chiusura di un presidio di legalità e di giustizia sul territorio, ma anche (e non bisogna essere dei catastrofisti per prevederlo), la chiusura di attività terziarie, commerciali e professionali legate, a vario titolo, al Palazzo di Giustizia e alle centinaia di persone che tutti i giorni lo frequentano. In pratica ci sarà quanto meno un trasferimento di risorse e di ricchezza da Vigevano a Pavia e questo, per la nostra città, potrebbe essere il colpo finale, quello che la farà definitivamente retrocedere al rango di “paesone”.
A fronte di tutto ciò mi chiedo come mai, a differenza di altre città, da noi non sia nata una mobilitazione generale per contrastare questa evenienza. Come mai ordini professionali, rappresentanti di categorie economiche, artigianali, commerciali, ma anche movimenti di consumatori, rappresentanti delle istituzioni, della società civile, delle associazioni, della scuola, della chiesa, dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali non abbiano, a livello locale, affrontato questo problema con più determinazione.
Voglio pensare che forse ci si è illusi che alla fine le cose si sarebbero sistemate per il meglio, che era il solito bluff all’italiana. Ma ora sappiamo che non è così, che lo schema di decreto che prevede la soppressione del Tribunale e della Procura di Vigevano potrebbe essere firmato nel giro di pochi giorni, e allora è arrivato il momento di chiedere a gran voce: per la città di Vigevano, e per i suoi abitanti, il fatto che chiudano gli uffici giudiziari è o non è un problema?
Se la risposta è no, va bene, ci ritroveremo pigiati sugli autobus che portano a Pavia a sbuffare e ad imprecare al Governo tecnico-ladro; se la risposta è sì allora non c’è tempo da perdere ed occorre quanto prima ritrovarsi attorno ad un tavolo per organizzare al meglio una risposta a questa minaccia. A chi spetta poi il ruolo di capotavola? E’ presto detto Signor Sindaco, a chi, a marzo di due anni fa, decise di farsi eleggere a massimo rappresentante della città assumendosi tutti gli onori e tutti gli oneri che questa carica comporta.
Carmine Pinto

Formigoni, Capelli (PRC): “La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito!”

Formigoni, Capelli (PRC): “La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito!”

Milano, 25 luglio 2012.

Dichiarazione di Giovanna Capelli, Segretaria Regionale del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) Lombardia:

“Formigoni si deve dimettere. Dopo l’avviso di garanzia per corruzione arrivato in queste ore, ma già lungamente annunciato nella inchiesta sulla Fondazione Maugeri, questo è l’unico atto necessario che ridà la parola ai cittadini e alle cittadine lombarde, vessate da un sistema di potere corrotto e clientelare. Mezza Giunta indagata, consiglieri e assessori indagati e condannati non hanno fermato la prepotenza e l’avidità di Formigoni e del sistema di potere che lo sostiene, Lega Nord compresa. Questo sistema di potere sta portando alla rovina la Lombardia e il suo sistema pubblico della sanità, della scuola e dei trasporti a vantaggio di appetiti privati. La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito sono la unica soluzione”

Menù 1^ festa provinciale di Rifondazione Comunista e Fds a Bereguardo

Menù 1^ festa provinciale di Rifondazione Comunista e Fds a Bereguardo

FESTA ROSSA BEREGUARDO 27 – 28 – 29 LUGLIO 2012

Primi piatti Euro
Pasta al ragù 4,00
Pasta al pomodoro 3,50
Risotto 4,50
SECONDI PIATTI
Braciola di coppa 4,00
Salame sotto grasso con melone 5,00
Salamino alla griglia 3,50
Piatto di coppa e salamella 7,00
Arrosto 5,00
CONTORNI
Patatine fritte 2,00
Insalata mista 2,00
Insalata di fagioli e cipolle 2,00
Insalata di nervetti 2,50
FORMAGGI E SECONDI VEGETARIANI
Grana 2,50
Gorgonzola 2,50
Verdure grigliate 2,50
Torta salata o frittata 3,50
Cus cus vegetariano 3,50
PANINI
Salamella alla griglia 3,50
Gorgonzola 2,50
DOLCE 2,50
BEVANDE
Acqua frizzante (1 litro) 1,50
Acqua naturale (1 litro) 1,50
Acqua naturale (1/2 litro) 1,00
Acqua frizzante (1/2 litro) 1,00
BIBITE
Cola 2,00
Chinotto 2,00
Aranciata 2,00
Gazzosa 2,00
BIRRA
Menabrea alla spina 3,00
VINI
Bicchiere bianco/rosso 1,00
Bottiglia Bonarda Oltrepò 5,00
Bottiglia Pinot 5,00
CAFFE’ 0,80
Caffè corretto 1,00

BUON APPETITO!

Carlo Giuliani ricordato in Piazza Alimonda

Carlo Giuliani ricordato in Piazza Alimonda

di Checchino Antonini

“I segni sulla pelle bruciano ancora
nella mia mente bruciano ancora.

e allora tu non puoi dimenticare
il soffio del respiro soffocato
l’idea di resistenza e ribellione
e del suo fiore che hanno calpestato…”

Ogni 20 di luglio, in piazza Alimonda puoi sentire cantare canzoni come questa. Puoi vedere centinaia di persone che si riconoscono, che si abbracciano, che si raccontano mille volte la stessa storia, con indosso magliette sempre più sbiadite. Undici anni fa, era venerdì anche allora e come allora c’era il sole, faceva caldo. In questa piazza – fino ad allora, punto di ritrovo per tifosi genoani e snodo stradale tra ponente e levante – la pistola di un carabiniere mise fine alla vita di una ragazzo di ventitre anni incappato negli scontri innescati dalle cariche illegittime di un plotone della Benemerita contro un corteo regolarmente autorizzato. A maggio di due anni dopo un giudice metterà una pietra tombale sulle aspettative dei familiari di quel ragazzo per un pubblico processo che potesse dipanare i misteri di quella pistolettata. Un carabiniere si autoaccusò dopo un misterioso transito al comando provinciale. Ma disse che aveva sparato in aria che neppure vedeva se ci fossero persone di fronte al defender. Un filmato a disposizione di quel giudice mostra che Carlo Giuliani, era il nome del ragazzo, raccolse da terra un estintore dopo aver visto spuntare la pistola impugnata da killer dal lunotto posteriore. Un testimone aggiunse che aveva visto «il carabiniere semidisteso nella jeep che punta la pistola verso l’esterno e grida – Bastardi vi ammazzo tutti. L’arma è puntata verso un ragazzo in grigio che mi staaccanto, quindi si sposta verso un altro.».
Ma il giudice scrisse che la legittima difesa era quella del killer, che gli aggrediti erano i militari, un reparto zeppo di veterani di guerra. «Non vi è dubbio che sussistano i requisiti della offesa ingiusta portata ad un bene (l’incolumità personale) di cui gli occupanti del “defender” erano titolari. Altrettanto pacifico è che la condotta difensiva è stata posta in essere quando il pericolo era attuale.” Era la più importante di quelle che Wu Ming chiama “narrazioni tossiche”: disse che Placanica aveva «sparato senza mirare ma con l’intento di fermare l’aggressione; i colpi sono partiti con una traiettoria versol’alto» ma sarebbero stati deviati da un «bersaglio intermedio», un calcinaccio o magari un asteroide. Questo è il paradosso di Genova 2001: che per un calcio a una vetrina rotta qualcuno sta scontando dieci anni di galera, che per il massacro di 92 civili e il loro arresto illegittimo alla Diaz nessun poliziotto farà mai un istante di prigione, che per le torture di Bolzaneto manca addirittura il reato. E per un omicidio non c’è neppure il rischio di un processo. A parte le sinistre più radicali, solo don Gallo, prete partigiano ultraottantenne, prova a chiedere ancora che si riapra quel fascicolo e ricorda le responsabilità di De Gennaro, Fini, Scajola ma anche quelle di Cgil, Cisl e Uil che lasciarono soli i trecentomila. E, tra i misteri, si potrebbe aggiungere quello della cancellazione della proposta di commissione di inchiesta dalla calendarizzazione di Palazzo Madama nel 2006, all’inizio della breve e infausta era Prodi. Qualcuno a sinistra impedì che la commissione seguisse le procedure più snelle del Senato per inseguire il miraggio di una commissione bicamerale che fu stroncata da Violante e poi dai dipietristi e dagli uomini di Mastella in commissione.
La verità scritta nei tribunali è largamente intossicata dalle narrazioni di cui scrive Wu Ming alla vigilia di questo anniversario (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071): « Tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. … La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale. L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione. E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica…Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadratura e, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio».
Ecco perché Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo, non sono d’accordo con l’appello di Marco Fiorletta, seguitissimo commentatore di Globalist, di farla finita «con l’esposizione del corpo di Carlo Giuliani che ogni anno si ripete, spesso anche più volte l’anno secondo il ghiribizzo di ognuno di noi, purtroppo ciclicamente come gli anniversari. Cosa aggiunge, se non dolore su dolore, rabbia su rabbia, l’esposizione del morto un tempo riservato ai parenti ed amici a tutti?». Il papà di Carlo non si sottrae alla discussione aperta: «Senza quelle foto – dice Giuliano all’inviato di Globalist in piazza Alimonda – non avremmo potuto spiegare lo scempio che i carabinieri compirono con un sasso sul viso di Carlo, con un’efferatezza maggiore dell’averlo ucciso». Haidi concorda con Giuliano: «Chi non vuole vedere le foto non ha bisogno di sperare ma forse di sparare ancora». Ed è la rimozione il rischio di quella rinuncia. C’è in giro per l’Italia un sempre più nutrito gruppo di madri, sorelle, padri e amici che è costretto a rivivere la tragedia più immane della propria vita, a raccontarla, a spiegarla dipanando immagini fisse o in movimento, per inseguire un barlume di verità e spiccioli di giustizia.

Anche quest’anno, in Piazza Alimonda si è sentito cantare, recitare poesie, si è vista gente abbracciarsi e poi restare in silenzio alle 17.27, il minuto in cui risuonò la pistola del carabiniere. I testimoni di Genova, però, sono sempre meno: meglio, sono sempre gli stessi, quasi fosse, il loro, un dolore privato. La narrazione tossica fa scomparire l’appuntamento dalle pagine dei giornali e dal discorso pubblico. Un sindacato fascistoide di polizia ogni anno prova a infiltrarsi nel cono mediatico per interferire con la memoria. Stavolta ha mandato un furgone pubblicitario in giro per la città con le foto della cosiddetta devastazione.

Ma, attorno ad Haidi e Giuliano c’è stato comunque un bel traffico d’affetto e di rabbia e il giorno successivo si replicherà con la memoria della Diaz. C’erano cantanti, poeti, amici di Carlo, attivisti di movimento. C’erano compagni di strada come Lino Aldrovandi che condivide con i Giuliani la sorte di un figlio ucciso senza ragione da personaggi con la divisa. In discontinuità col passato recente in piazza è passato Marco Doria, sindaco da due mesi. Dice subito che è solidale con chi ha subito violenze e martedì si spiegherà meglio, a Tursi, nel consiglio comunale su quelle giornate di luglio.

Lui era in mezzo ai trecentomila perché non sopportava la militarizzazione della città e il pressing sui genovesi perché lasciassero la città. Sfilò il 19 coi migranti e il 21. Il 20 luglio restò a casa, contrario alla logica dell’assalto alla zona rossa, anche se era un’evocazione simbolica. Anche per lui manca che si faccia luce sulle responsabilità politiche perché i poliziotti indemoniati sembrava agissero come se fossero sicuri di avere piena copertura. Per Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Gsf, la presenza di questo sindaco ripaga almeno un po’ la ferita inferta da un altro inquilino di Tursi che rifiutò di costitursi parte civile per la Diaz.

“Una sentenza storica, la politica si adegui”

“Una sentenza storica, la politica si adegui”

Intervista a Stefano Rodotà sulla sentenza della Corte Costituzionale sui beni comuni

Stefano Rodotà, un risultato, quello ottenuto con la sentenza della Consulta, che premia anche il lavoro del suo Comitato di giuristi.
Premia soprattutto la grande elaborazione culturale che è stata messa a punto in questi mesi sia intorno al bene comune dell’acqua e dei servizi pubblici essenziali, sia per quanto riguarda il rapporto fecondo tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa al quale la sentenza fa esplicito riferimento. Si restituisce così alla volontà popolare quel ruolo fondamentale che il governo Berlusconi prima e il governo Monti poi hanno cercato di sottrarle.

È una sentenza importante?
Non si esagera dicendo che questa è una sentenza storica perché in concreto denuncia e elimina una clamorosa frode del legislatore.

Nella sentenza infatti si dice esplicitamente che i vari decreti in materia hanno riprodotto parti delle norme abrogate col referendum, addirittura rendendole più restrittive, violando così l’articolo 75 della Costituzione. Inoltre i giudici scrivono che le nuove discipline in materia sono contraddistinte da «identica ratio ispiratrice» di quelle abrogate col referendum. In primo luogo, dunque, è stata ripristinata la legalità costituzionale.

Vengono così a decadere le norme sulla privatizzazione dei servizi, o sulla «promozione della concorrenza», che dir si voglia, sia quelle di Tremonti del 2011 che quelle contenute nel Salva Italia. È così?
Certamente. E nella sentenza la continuità tra i provvedimenti è addirittura accentuata.

Lei ricorda precedenti analoghi?
Con questa nettezza, non era mai stato affermato il diritto del cittadini di veder rispettato il referendum.

Una bussola per le prossime elezioni?
È una indicazione molto precisa che le diverse forze politiche dovranno tener presente abbandonando l’atteggiamento complice spesso tenuto rispetto alle iniziative dei governi, ora censurate in modo così netto. La corte è stata assolutamente esplicita: ha parlato di lesione della volontà popolare espressa con il voto di 27 milioni di cittadini.

Anche in tempi di crisi?
Dal punto di vista politico e culturale insieme, assume grande rilevanza l’indicazione di tenere fuori dalla stretta logica di mercato i servizi essenziali per la vita dei cittadini. Si ribadisce così il legame stretto tra i diritti fondamentali di cittadinanza e i beni e i servizi che ne danno la concreta attuazione. In questo senso è fondamentale la censura del tentativo di ampliare la portata del principio di concorrenza come unica base legittima dell’agire nella materia economica. Viene anche qui ripristinata la legalità costituzionale e il necessario equilibrio tra il diritto di iniziativa economica privata e i principi e i diritti fondamentali, così come indicati dall’articolo 41 della Costituzione.

In questi giorni la Consulta non ha goduto di buona stampa, soprattutto nei commenti riguardo il ricorso alla Corte del presidente Napolitano.
Sì, ho sentito argomentazioni tipicamente berlusconiane, ma è sbagliato mettere la Corte sotto attacco. Credo che in questo momento si debba dire che la Consulta ha dato prova di un grande rigore. E non è la prima volta. Soprattutto questa volta ha dato prova di rifiutare la logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa. Questa è una lezione che tutti dovrebbero tener presente quando si dubita dell’autonomia della Corte.

Dopo che questa sentenza ha abrogato l’imposizione di privatizzare i servizi, ora gli enti locali sono però liberi di farlo ugualmente, se credono. É così?
Certamente la sentenza li lascia liberi di muoversi. Rimane sempre però la responsabilità politica delle scelte. I giudici però hanno fissato alcuni principi, come il rispetto dei referendum. Ci saranno ancora altre manovre di aggiramento del dettato costituzionale e della volontà popolare. Per esempio sono in atto, e molto avanzati, i tentativi di aggirare l’abrogazione della norma che vieta la remunerazione del capitale del 7%, come abbiamo visto con le tariffe del servizio idrico. Ma viene meno l’argomentazione dell’obbligo, dell’imposizione contemplata nelle leggi appena abrogate.

Ora la campagna di «obbedienza civile» lanciata dai comitati referendari che invita a non pagare quella parte di bolletta che remunera, appunto, il capitale investito nei servizi, è legittimata ulteriormente. Vero?
Questo è un punto importante: dopo la sentenza della Consulta è assolutamente legittima quella giusta reazione dei cittadini di ribellarsi ai tentativi di violare la legalità fissata con il risultato referendario.

da il manifesto

La Corte Costituzionale riconosce il vincolo referendario sull’acqua come bene comune

La Corte Costituzionale riconosce il vincolo referendario sull’acqua come bene comune

Carissime e cari,
una buona notizia e una vittoria per tutti/e noi.
Infatti la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale e inammissibile l’articolo 4 del decreto legge del 13 agosto del 2011, emanato dal governo Berlusconi.
Con quella legge si reintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali con esclusione del servizio idrico.

La decisione della Corte Costituzionale, che segue i ricorsi regionali presentati dopo il referendum, riafferma oggi l’esistenza e il necessario riconoscimento di un vincolo referendario a cui il parlamento è tenuto a sottostare, non potendo legiferare in maniera contraria o difforme da quanto emerso dalla consultazione popolare. In caso contrario, la riproposizione in norme di quanto abrogato da un referendum si traduce nella violazione dell’art.75 della costituzione, istitutivo dell’istituto referendario. La decisione della Corte comporterà di conseguenza l’annullamento di ogni decreto e provvedimento emesso successivamente al referendum in palese contrasto con l’esito referendario.
Qui potete trovare il link con la sentenza:
http://www.cortecostituzionale.it/schedaUltimoDeposito.do;jsessionid=0B35173FEA6725F9E6A5AFE38B756847

Cadono come pedine di un domino tutte le normative con le quali i Governi Berlusconi e Monti avevano frontalmente attaccato il voto democratico della maggioranza assoluta degli italiani, riaprendo la strada alle privatizzazioni forzate.

Cadono tutte gli alibi per molte amministrazioni locali – da Alemanno a Fassino- che hanno cercato di utilizzare quelle norme per consegnare i servizi pubblici locali ai capitali finanziari.

L’unica normativa di risulta, come sancito dall’esito referendario dello scorso anno, è la dottrina comunitaria che consente la gestione dell’acqua e dei servizi locali attraverso enti di diritto pubblico.

Buonissima estate a tutte e tutti

Antonietta

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

La Consulta dichiara incostituzionale l’art. 4 del dl di ferragosto

Comunicato stampa

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Oggi, 20 Luglio, la Corte Costituzionale restituisce la voce ai cittadini italiani e la democrazia al nostro Paese.
Lo fa dichiarando incostituzionale, quindi inammissibile, l’articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011, con il quale, il Governo Berlusconi, calpestava il risultato referendario e rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questa sentenza blocca anche tutte le modificazioni successive, compresa quelle del Governo Monti.

La sentenza esplicita chiaramente il vincolo referendario infranto con l’articolo 4 e dichiara che la legge approvata dal Governo Berlusconi violava l’articolo 75 della Costituzione. Viene confermato quello che sostenemmo un anno fa, cioè come quel provvedimento reintroducesse la privatizzazione dei servizi pubblici e calpestasse la volontà dei cittadini.

La sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni. Dopo la straordinaria vittoria referendaria costruita dal basso, oggi è chiarito una volta per tutte che deve deve essere rispettato quello che hanno scelto 27 milioni di italiani: l’acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici.

Si scrive acqua, si legge democrazia!

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Comunisti in festa a Cornaredo

Comunisti in festa a Cornaredo

cornaredo 2

Lettera critica delle Associazioni e comitati per l’ambiente agli assessori della Provincia di Pavia.

Lettera critica delle Associazioni e comitati per l’ambiente agli assessori della Provincia di Pavia.

La Rete Associazioni e Comitati per Ambiente, Salute e Sviluppo sostenibile Provincia di Pavia (che riunisce 36 tra associazioni e comitati) ha di recente (25_6_2012) inviato al Presidente e agli assessori della Provincia di Pavia una lettera critica su trasparenza e partecipazione.

Già in data 3 aprile 2012 la Rete aveva segnalato con nota scritta carenze nel comportamento della Provincia rispetto agli accordi intercorsi relativamente ai tavoli di lavoro, sollecitando un chiarimento ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Nella lettera si sottolinea che, a parte l’impegno personale dell’assessore Lasagna, non vi sono stati da parte della Provincia sostanziali passi avanti:

–    nell’informazione

–    nella trasparenza

–    nel confronto.

Ricordando che la partecipazione diffusa dei cittadini e delle loro associazioni è stata anche rafforzata da:

–    la Convenzione di Aarhus;

–    la legge 62/05, che recepisce 32 direttive della Comunità Europea tra cui la 2003/35 sulla partecipazione;

–    la legge 14/06 di ratifica della Convenzione Europea del Paesaggio;

–    lr. 12 del 2005;

la Rete sottolinea che la partecipazione, già difficile di per sé, dati i complessi meccanismi della Pubblica Amministrazione, diventa impossibile se manca un’adeguata informazione e nonostante proprio su questo si siano da subito focalizzate le richieste, a distanza di quasi un anno, si rileva che non ci sono stati significativi passi avanti.

La Provincia è di fronte a una scelta: l’apertura alla partecipazione della società civile, delle associazioni e comitati ambientalisti può essere un’operazione di facciata tesa a legittimare decisioni prese senza condivisione, ma può anche essere praticata concretizzando i contenuti e lo spirito del quadro legislativo italiano ed europeo, cioè come inclusione del punto di vista, delle esperienze e delle competenze della società civile nell’amministrazione del territorio.

La Rete si dichiara disponibile a dare il proprio contributo solo nella seconda alternativa, chiedendo alla Provincia di decidere quale tipo di partecipazione, se reale o di facciata, intende praticare e di attrezzarsi di conseguenza per concretizzarla.

La Rete si dichiara è ancora disponibile a confrontarsi nel merito sui molti problemi che interessano il territorio, ma in attesa di un auspicato chiarimento, tornerà a dedicare più tempo alla denuncia dell’eccesso di insediamenti, in particolare inquinanti e delle loro ricadute sull’ambiente e sulla salute dei cittadini, evidenziando quello che non si fa, ma si potrebbe fare per intervenire nel merito.

Pavia, 16 luglio 2012

Rete Associazioni e Comitati per Ambiente,

Salute e Sviluppo sostenibile della Provincia di Pavia

“Mio figlio massacrato dallo stato”

“Mio figlio massacrato dallo stato”

di Patrizia Aldrovandi

Cari amici, i poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C’è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura.
La morte di mio figlio non è un’eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell’ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell’ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie!

Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l’impunità di stato in Italia e di dirlo a tutti – la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell’Interno non appena avremo raggiunto le 100.000 firme:

CLICCA QUI PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE

Federico era già ammanettato quando i poliziotti lo hanno picchiato così forte da spaccare due manganelli e da mettere fine alla sua giovane vita. Dopo anni di vero e proprio calvario, la Corte di Cassazione li ha condannati per eccesso colposo a tre anni e mezzo, ma i poliziotti dovranno scontare solo 6 mesi senza farsi neanche un giorno di carcere a causa dell’indulto e incredibilmente sono ancora in servizio. L’impunità succede spesso in casi come questo, perché il governo non ha ancora adottato un reato preciso e quelli esistenti cadono spesso in prescrizione.

La perdita di mio figlio mi ha quasi distrutto, ma sono determinata a cambiare il sistema. I difensori dei diritti umani ritengono che una legge che adotti la Convenzione Onu contro la tortura, che l’Italia ha ratificato nel 1989 e che non ha mai rispettato, garantirebbe alle vittime italiane della tortura e della brutalità dello stato un corso veloce della giustizia e sanzioni appropriate, da accompagnare alla riforma per la riconoscibilità dei poliziotti. Ma ancora più importante, metterebbe fine una volta per tutte all’impunità che garantisce che oggi i poliziotti siano al di sopra della legge.

L’Italia non è il Sudan. Non c’è alcuna ragione per cui il nostro sistema giudiziario provi a mettere sotto silenzio reati commessi dalle forze dell’ordine come violenze, stupri e omicidi, dal massacro alla Diaz al G8 di Genova alle recenti uccisioni come quella di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Aldo Bianzino. Per favore UNITEVI a me e insieme costruiamo un appello assordante per una legge forte per fermare la tortura e per far espellere gli agenti responsabili di questi crimini odiosi dalle nostre forze dell’ordine – firma sotto e dillo a tutti i tuoi amici:

CLICCA QUI PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE

Nessuno potrà restituirmi mio figlio, e oggi non potrò festeggiare il suo 25° compleanno con lui. Ma insieme possiamo ripristinare la giustizia e aiutare a prevenire la sofferenza che ho dovuto provare io per la perdita di un figlio portato via dallo stato ad altre madri e ad altre famiglie.

Con speranza e determinazione,

Patrizia Moretti, madre di Federico.

Più informazioni

L’appello perché ciò che è accaduto a Federico Aldrovandi non succeda mai più (Giustizia per Aldro)
http://www.giustiziaperaldro.it/

Caso Aldrovandi, sentenza definitiva. Condannati i quattro poliziotti (La Repubblica)
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/06/21/news/aldrovandi_sentenza_cassazione-37630821/

In Italia la tortura non è reato (Il Fatto quotidiano)
http://www.radicali.it/rassegna-stampa/lettera-tortura-italia-non-reato

Incontrerò il Ministro Cancellieri ma non posso perdonare i poliziotti (dal blog dei genitori di Federico Aldrovandi)
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2012/07/07/perdono/

Uno dei poliziotti condannati insulta su Facebook la mamma di Federico Aldrovandi (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/cronache/12_giugno_25/aldrovandi-querela-insulti-facebook-poliziotti_64562480-bebd-11e1-8494-460da67b523f.shtml

Morire di carcere: dossier 2000-2011 (Ristretti Orizzonti)
http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm

“Sempre succubi degli Usa, combattiamo per conto terzi”

“Sempre succubi degli Usa, combattiamo per conto terzi”

Sulla notizia della guerra aerea italiana in Afghanistan abbiamo rivolto alcune domande a Gino Strada, fondatore di Emergency l’organizzazione umanitaria che è impegnata da sempre, non solo in Afghanistan, con un intervento sanitario diretto e coraggioso a soccorrere tutte le vittime, senza alcuna distinzione.

Qual è il tuo giudizio su queste ultime notizie?
Noi l’abbiamo sempre denunciato che l’Italia fosse lì per fare la guerra. Una guerra sporca che stiamo combattendo per conto terzi, in modo servile verso gli Stati uniti. Andiamo avanti così finché i padroni non ci diranno di andar via.

Il generale Chiapperini che comanda il contingente italiano dice che è tutto in regola, parla di «rispetto delle regole d’ingaggio» che vietano di colpire i civili, insomma gli obiettivi sarebbero «solo militari»…
È ridicolo, basterebbe andare a vedere chi sono le vittime. Certo è un’impresa ardua girare per tutto l’Afghanistan a contare i morti, ma i registri degli ospedali si possono verificare: è difficile considerare il 15% di donne e il 35% di bambini, tante sono le vittime in percentuale della guerra, come pericolosi terroristi nemici.

Da quanto dura la menzogna sull’Afghanistan?
Da un governo all’altro, da Prodi a Berlusconi e ora continua alla grande con Monti. Tutti hanno difeso la presenza militare, tutti hanno taciuto sui massacri di civili. Tutti nel disprezzo dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Così resto convinto che se si delinque contro la Costituzione si è «delinquenti politici».

Qual è l’effetto dei bombardamenti aerei che hai potuto verificare direttamente come Emergency in Afghanistan?
Non ho mai visto tanti feriti di guerra come in questi dieci anni nei nostri ospedali a Kabul e Lashkargah. E va ricordato che la guerra in Afghanistan dura da molto più tempo. La verifica mi dice che, quando si bombardano con armi micidiali dall’alto del cielo assembramenti umani, magari individuati tecnicamente con strumenti «sofisticati» come «taleban» o nemici, si colpiscono sempre, indistintamente, villaggi e si uccidono per lo più civili. Nove volte su dieci è un massacro di civili.

Paolo Ferrero e Vassili Primikiris – Festa Nazionale di Liberazione

Paolo Ferrero e Vassili Primikiris – Festa Nazionale di Liberazione

Tanti auguri Don Gallo!

Tanti auguri Don Gallo!

Xare compagne e compagni siamo giunti all 84 compleanno del Don.

Moltissimi si attendevano la nostra tradizionale festa di compleanno.

In questa crisi il neo liberismo con tutti i suoi chierici devoti usa la scure per le lavoratrici e i lavoratori.

La disoccupazione galoppa i servizi sociosanitari scompaiono.

Don Gallo si è convinto che non c’è nulla da festeggiare.

Voglio gridarvi con Gramsci (1919): Agitatevi (abbiamo bisogno del vostro entusiasmo).

Organizzatevi (abbiamo bisogno della vostra forza).

Studiate (abbiamo bisogno della vostra intelligenza).

Lottiamo contro il virus del fascismo in libera uscita e blocchiamo l’ eutanasia della democrazia.

” Su la testa!”

Don Andrea Gallo prete del Marciapiede.

1^ Festa provinciale di RIFONDAZIONE COMUNISTA

1^ Festa provinciale di RIFONDAZIONE COMUNISTA

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😆 Programma festa :roll:

Venerdì 27 luglio

Festa Provinciale dei Giovani Comunisti

H 18,00: APERITIVO PARTIGIANO

Con canti di lotta e della Resistenza con MARIO VILLANI

H 19,00 : SI MANGIA

Cucina con piatti tipici, vino, birra e salamelle

H 20,30 : DIBATTITO

Grandi opere e gestione democratica del territorio:

  • Attivista del movimento No Tav dalla Val di Susa
  • Attivista del movimento No Tav terzo Valico
  • Attivista del comitato contro la Broni – Mortara
  • Modera il dibattito Manuela Cibellis dei Giovani Comunisti

H 22,00: ROCK MILITANTE con TULLAMORE e ASHPIPE

Sabato 28 luglio

H 18,00:  APERITIVO PARTIGIANO

Con canti  di lotta e della Resistenza con MARCO VILLANI

H 19,00: SI MANGIA

Cucina con piatti tipici, vino, birra e salamelle

H 21,00: SERATA DI TANGO ARGENTINO

Domenica 29 luglio

H 12,30: PRANZO POPOLARE

Con i lavoratori delle lotte di fabbrica e dei campi

H 14,30: DIBATTITO

Il lavoro al tempo della crisi, una via d’uscita:

  • Mimouna bracciante az. Agricola Lazzaro
  • Altri lavoratori delle realtà in lotta
  • Giuseppe Abbà, segretario provinciale del Prc
  • Modera Riccardo Scanarotti del Prc

H 21,00: serata di BALLO LISCIO con il DUO MORISIO

MOSTRA: L’Emilia trema ancora: esposizione di fotografie e raccolta fondi organizzata

dalle BRIGATE DI SOLIDARIETA’  ATTIVA DI PAVIA.

Tutti i giorni cucina con piatti tipici e vegetariani a prezzi popolari.

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Rifondazione elegge la nuova Segretaria regionale: è Giovanna Capelli

Rifondazione elegge la nuova Segretaria regionale: è Giovanna Capelli

Milano, 10 luglio 2012.

Dichiarazione di Patrizia Arnaboldi, Presidente della Commissione di Garanzia Regionale lombarda di Rifondazione Comunista:

“Lunedì 9 luglio si è concluso l’iter del congresso regionale lombardo del PRC con la elezione della Segretaria: la compagna Giovanna Capelli. A lei il compito di dare gambe e slancio agli indirizzi politici di un congresso tutto centrato sulla volontà di cambiare la Lombardia ponendo fine al governo clientelare e corrotto di Formigoni. Per fare ciò è indispensabile unire la sinistra sociale e diffusa che da anni si batte contro Berlusconi e Formigoni e, oggi, contro Monti per prepararsi non solo a cacciare Formigoni, ma anche a spezzare il suo sistema di potere che ha devastato stato sociale, sanità e scuola pubblica all’insegna della privatizzazione e della sussidiarietà. La compagna Capelli (la seconda segretaria regionale donna del PRC) si è impegnata a proporre al più presto una segreteria unitaria che valorizzi territori e competenze e rilanci, innovandola, la vita del Partito in senso partecipativo e solidale. Compiti difficili, ma appassionanti per tutti coloro che non si rassegnano alla cinica gestione dell’esistente”.

Biografia di Giovanna Capelli: Giovanna Capelli, 67 anni, in pensione dopo quasi 40 anni di lavoro educativo come insegnante di lettere e poi come dirigente scolastica nella scuola pubblica, lavoro in cui ha messo al primo posto il diritto allo studio come elemento fondante della promozione della uguaglianza di tutte e tutti. Comunista e femminista fin dal 1968, consigliera comunale a Cologno per il PRC fino al 2000 e poi eletta in senato con il secondo governo Prodi, ora rappresenta Rifondazione nell’esecutivo della Sinistra Europea.

Le voci del Po. Racconti, canzoni, ricordi del grande fiume

Le voci del Po.  Racconti, canzoni, ricordi del grande fiume

Rassegna culturale PROFUMO DI FIENO

Domenica 15 luglio 2012 ore 21:00

BIENATE di MAGNAGO (MI)
Cortile Chiostro
Centro Anziani, Via Vittorio Veneto,15

Associazione TEATRO URLO

presenta
Le voci del Po

Racconti, canzoni, ricordi del grande fiume

di e con Vittorio Vaccaro

con la partecipazione musicale di CANTOSOCIALE:
Gianni Rota, chitarre, flauto,
Davide Buratti, contrabbasso
Piero Carcano, voce, kazoo,.

Il Po è la grande vena del nord e intorno ad esso molti uomini e
donne vi hanno costruito ponti e alzato mura, praticato commerci e
messo dazi,amato e odiato, allacciato relazioni e vissuto affetti ,
passioni ed emozioni positive , negative. Gente che ha vissuto e con
il fiume ha Immaginato,Scritto, Cantato tutto questo, guidata da
quelle acque , veicolo di scambi , viaggi, lavori…
Si parla,, si canta, si piange e si ride in questo montaggio
emozionale di testi, poesie, canzoni, ricette tipiche lombarde,
filastrocche e ninnananne che hanno accompagnato i sogni, le
illusioni, i desideri e le disillusioni di chi ha reso il bacino del
grande fiume un luogo degno di essere vissuto e amato. Da Zavattini a
Gadda, da Ada Negri ad Antonia Pozzi dai canti delle mondine al canto
popolare si percorre un viaggio tra parole e musica nella più
affascinante pianura padana
Un viaggio emozionale ,le parole scritte ci accompagneranno in un
tempo sospeso tra sogni e disillusioni in quelle terre ancora oggi
degne di essere vissute e amate ,quel bacino dove scorre il grande
fiume di nome PO. «Sarà uno spettacolo tutto dedicato ai suoni, ai
colori e ai sapori caratteristici della Bassa Lombarda, fondato al 60%
sulla musica dei Cantosociale, che per l’occasione hanno
riarrangiato, tagliato e cucito su misura alcuni canti tramandati
oralmente dalle mondine, dai paisan mantovan,… ». Con una premessa
così, fatta dall’autore uno si aspetta il solito pezzo di
“teatro-nostalgia”, una rievocazione più o meno coinvolgente di quanto
si stava bene una volta a vivere in cascina, le feste sull’aia, la
campagna bucolica e compagnia bella …Ma le intenzioni di Vittorio
Vaccaro sono altre e le sue Voci del Po non sono affatto l’eco di un
paradiso perduto: hanno il timbro vivace del presente. Una bella
sorpresa per gli spettatori seduti venerdì sera nel chiostro del liceo
Verri, curiosi di assistere al debutto di questo spettacolo scritto
dal regista lodigiano setacciando le pagine della letteratura moderna
e contemporanea, a caccia di quegli autori di area lombarda
particolarmente sensibili al fascino del grande fiume. Manzoni e Ada
Negri le penne più autorevoli, poi Antonia Pozzi, Cesare Zavattini,
Ugo Cornia e altre firme meno note, il tutto condito dalla
musica dei Cantosociale, versione trio del gruppo conosciuto per gli
originali spettacoli sulla cultura popolre e sulla storia sociale e
civile del nostro Paese con tutto il bagaglio di canzoni, canti
popolari, stornelli, filastrocche; un recupero a 360 gradi della
cultura e della storia orale rivisitata con sentimento e rispetto. La
miscela funziona benissimo. Musica e recitazione si confondono l’una
nell’altra fino ad acquisire una nuova sostanza, come due liquidi di
diverso colore colati nello stesso recipiente: la seriosa ricetta del
risotto alla milanese diventa facile da digerire se la si accompagna
con una filastrocca cantata in dialetto; ad un canto di questua
pasquale invece, tocca l’onore di introdurre un piatto di quadretti
in brodo, serviti al posto dei tortellini sulla tavola delle signorine
Nannini.
Vaccaro adegua la recitazione al tenore del testo: carezzevole quando
interpreta le liriche della poetessa milanese Antonia Pozzi,istrionica
quando racconta come nacque sua maestà il gorgonzola,divertita nel
leggere di Saponetta e della sua leggendaria evacuazione, tratta da un
racconto dello scrittore modenese Ugo Cornia. Nella piccola antologia
dedicata al fiume c’è posto anche per Ada Negri e la sua Nel paese di
mia madre: dai lievi versi della poetessa lodigiana traspare
l’immagine di una terra in cui le rogge scorrono «fra alti argini,
dritte, e non si sa dove vanno a finire», dove nascono «ponti di
nebbia, che il vento solleva da placidi fiumi» e «il tramonto
s’insanguina obliquo sui prati». Paesaggi che si incontrano di
frequente seguendo il corso del Po – nel Lodigiano, a Cremona, a
Mantova, giù fino a Comacchio e al ravennate. Il viaggio di Vaccaro
non segue un itinerario geograficamente corretto, ma finisce comunque
là dove il fiume si getta in mare, tra i fumi delle anguille pescate
nelle valli salmastre. mmaginare il loro aroma fa venire l’acquolina
persino al cielo: a pochi minuti dal termine dello spettacolo,
quattro-gocce-quattro cadono sugli spettatori, illusi che un temporale
sia in arrivo con un po’ di fresco. Niente da fare: Lodi,come scriveva
Ada, «sotto la vampa d’agosto immobile sta ».
Silvia Canevara da “il Cittadino “ Lodi 3 Settembre 2011

LIBRI & CONFLITTI. Estratto da LA RIVOLTA IMPOSSIBILE. VITA DI LUCIO MASTRONARDI, di Riccardo De Gennaro ediesse

LIBRI & CONFLITTI. Estratto da LA RIVOLTA IMPOSSIBILE. VITA DI LUCIO MASTRONARDI, di Riccardo De Gennaro ediesse

Libri & Conflitti. La prima biografia di Mastronardi nel cinquantenario de Il maestro di Vigevano. Riccardo De Gennaro colma una vasta lacuna, restituendoci il ritratto vivido di uno scrittore ancora troppo poco conosciuto, autore dello straordinario romanzo “Il maestro di Vigevano”. Un grande intellettuale che, insieme a Bianciardi e Pasolini, ha saputo raccontare meglio di chiunque altro gli sconvolgimenti degli anni del boom economico, quando la frenesia e la furia della corsa al denaro travolsero quasi tutta la nostra società. In tutti i suoi romanzi Mastronardi ha saputo cogliere lo spirito del tempo, parlando di quella grande provincia padana che, come scrive Fofi nella prefazione, «era – ed è forse ancora – la zona più fragile, succube e ricettiva della frenesia collettiva». Ma De Gennaro ci parla anche dei dilemmi insolubili di oggi, rivelando un mondo della cultura e dei media mai stato così conformista e totalmente privo di osservatori geniali ed acuti, come lo furono ieri Mastronardi e Bianciardi.

Mercoledì prossimo, la recensione

Capitolo 16

Piove a dirotto su Vigevano. Lucio esce di casa alle sette e cinquanta
del mattino. Alla moglie dice che andrà in ospedale per nuove
analisi del sangue. Pare che il giorno prima gli sia arrivata una lettera
dal Policlinico di Pavia, dove si parla di un errore nell’analisi del suo
male e lo si invita a sottoporsi a nuovi controlli. Mastronardi indossa
una camicia beige, un giubbotto marrone e un paio di calzoni di velluto
blu. Ai piedi porta scarpe marroni. È il 24 aprile 1979, un martedì.
Dal momento in cui si lascia alle spalle il portone di casa si perdono le
sue tracce. Qualcuno lo vede acquistare un quotidiano dal giornalaio,
altri davanti alla Posta centrale, altri ancora in corso Vittorio Emanuele,
nei pressi del Municipio. C’è anche chi assicura di averlo visto entrare
in ospedale. Sta di fatto che non torna all’ora di pranzo, non torna la
sera e nemmeno per la notte. La moglie telefona alla sorella di Lucio,
Letizia, poi chiama il Commissariato e riferisce del mancato rientro del
marito; la mattina dopo va in Commissariato e ne denuncia formalmente
la scomparsa.
Nello stesso tempo, la sorella telefona a tutti gli ospedali di Milano.
Il centralinista di un ospedale psichiatrico le dice che c’è un uomo con
le caratteristiche di Lucio, lei chiama un taxi e si precipita là, ma una volta
sul posto l’uomo della guardiola nega di averle mai parlato. Intanto,
le radio di Vigevano diffondono la notizia della scomparsa. Un testimone
si reca al Commissariato e garantisce di aver visto Mastronardi, il
giorno prima, che percorreva il ponte del Ticino. Era a piedi, senza ombrello,
bagnato fradicio e camminava in direzione di Abbiategrasso. È
un imprenditore, si chiama Giovanni Maspero. Ricorda: «C’era un’acqua
torrenziale. Non mi sono stupido di vederlo così, perché era una
persona originale. Poteva stare un’ora, la notte, in silenzio a osservare la
torre di piazza Ducale». Alla polizia Lucia Lovati in Mastronardi riferisce
le parole che Lucio le aveva detto pochi giorni prima: «Quasi quasi
mi butto nel Ticino». Quel fiume che ha sempre amato. «La piazza e il
fiume, questo mi piace di Vigevano, nient’altro», aveva più volte detto.
Scattano le ricerche, che impegneranno polizia, carabinieri, vigili del
fuoco e guardie del Parco della Valle del Ticino.
Spesso ha annunciato agli amici che prima o poi si sarebbe suicidato,
una volta – e sono trascorsi cinque anni – il suicidio l’ha anche tentato,
ma il fatto che qualcuno l’abbia visto alla stazione di Vigevano fa sperare
che si tratti soltanto di una fuga improvvisa, l’ennesima. Qualche speranza
c’è, ma la sensazione di chi conduce le ricerche è che si sia gettato
nel fiume. Per tutta la giornata di giovedì polizia, carabinieri e vigili del
fuoco scandagliano il Ticino nel tratto compreso tra il ponte e la roggia
Braghettona. Niente.
La svolta brutale avviene il 27 aprile. Mentre mette in ordine la scrivania
di Lucio, la moglie apre un cassetto e vi trova un block notes a quadretti.
Sul primo foglio ci sono queste poche parole: «Cara Lucia, non
ce la faccio più. Grazie per avermi voluto bene e assistito. Grazie per la
Maria. Perdonami. Il tuo Lucio».
Il Ticino viene scandagliato senza sosta a partire dal ponte per Milano
fino all’oleodotto e al ponte di barche di Bereguardo, che era piaciuto
tantissimo a Maria Jatosti. Gli inquirenti sono sicuri che si sia getta-
to nel fiume. Alle operazioni partecipano anche alcuni pescatori, che
tuttavia sono un po’ scettici: a quest’ora, sostengono, se non è rimasto
impigliato da qualche parte, il corpo sarà già stato trascinato nel Po dalla
corrente. Anche le giornate di venerdì e di sabato si concludono con
un nulla di fatto. Lucio manca da casa da cinque giorni. In piazza scuotono
la testa: doveva finire così. Ricordano i suoi gesti «folli»: quando,
nel ’60, fu visto alla stazione di Milano che distribuiva biglietti da diecimila
ai passanti (ma lo stesso Lucio, nel ’75, spiegò a Giorgio De Rienzo:
«Non ricordo assolutamente quell’episodio. E mi pare impossibile,
perché oltretutto ho sempre dovuto portare rispetto ai pochi biglietti da
diecimila che mi passavano tra le mani. E poi è strano: sono timido; come
avrei potuto avere il coraggio di fermare uno per strada e dargli dei
soldi senza conoscerlo?»), l’episodio degli insulti al controllore di Alessandria
(«Il caso fu molto montato dai giornalisti, in realtà io ero nel corridoio,
arriva il ferroviere e mi dice che lo scompartimento è riservato a
Gronchi, che allora era presidente della repubblica; io gli dico invece che
è vuoto ed entro lo stesso. Tutto qui, o almeno mi ricordo questo: forse
devo aver detto qualche parolaccia, ne dico tante, per abitudine…»), il
carcere che seguì la sua aggressione al direttore della scuola di Abbiategrasso
(«Anch’io ho dovuto imparare a stare zitto. Solo una cosa posso
dirti. Oggi non si può più litigare. E non si riesce a litigare, perché non
si riesce neanche a parlare. Subito si mettono di mezzo le carte bollate,
gli avvocati, i giudici, i carabinieri. È una cosa triste: l’avvocato dell’altro
va dal mio avvocato, gli avvocati si dicono quello che potremmo dirci
con maggiore sincerità io e l’altro»), il tentato suicidio dal balcone
(«L’idea della paternità mi aveva tormentato, aspettavo la nascita di questa
figlia con un’ansia spaventosa… Il gettarmi dal balcone era una via
di uscita in quel momento, anche se ora il solo ripensarci mi fa venire i
brividi»). Incidenti che minimizzava così: «Sono ribellioni contro l’incapacità
di comunicare. D’accordo, sono forse intemperanze: ma io le
saprei perdonare agli altri. Quando uno è esasperato, quando uno perde
la pazienza, dà un pugno sul tavolo, non è vero? Ecco è come se io
avessi dato dei pugni sul tavolo, in modo maldestro, magari. È anche
una questione di sfortuna: uno mica guarda se c’è, che so io, una forchetta,
mentre dà il pugno sul tavolo. Quella forchetta salta in aria e crea
delle complicazioni». Ma ammette che è vero, va soggetto a esaurimenti
nervosi: «Sono nato così, non c’è niente fare. Io ho accettato questa
condizione e non credo a rimedi. Mi hanno detto di andare da uno psicanalista.
Non credo nella psicanalisi: credo di più alle barzellette sulla
psicanalisi».
Lo trovano nel pomeriggio di domenica. Un pescatore. Mentre naviga
sul fiume in località Pubié, pioppeto, per l’esattezza in una zona detta
«collo d’oca», cinque chilometri più a valle del ponte che collega Vigevano
al Milanese, l’uomo si accorge di un corpo sott’acqua, a circa
mezzo metro di profondità. È impigliato per i pantaloni in una carcassa
d’albero, a quattro metri dalla riva. A quel punto, Claudio Cesani dà
un grido al fratello, poi accosta la sua barca e cerca un telefono. Sono le
undici. Entro breve giungono sul posto – raggiungibile solo dal fiume
– la polizia fluviale, i carabinieri e i sommozzatori dei vigili del fuoco di
Milano. L’operazione di recupero è tutt’altro che facile, la corrente del
fiume è forte e si rischia di perdere il cadavere. Dopo due ore di lavoro,
verso l’una e mezza, il corpo di Lucio viene condotto a riva. Il primo a
riconoscerlo è il vicequestore Pedone che conduceva le indagini. È senza
orologio, a torso nudo. La moglie viene raggiunta telefonicamente
 ad Abbiategrasso, a casa dei suoi genitori, dove si è trasferita con la figlia.
Deve riconoscere il cadavere.
Lucia Lovati in Mastronardi giunge all’obitorio del cimitero di Vigevano
con un’amica di Abbiategrasso, sperando fino all’ultimo istante
che non si tratti di Lucio. Il medico constata che la morte è avvenuta
per «asfissia da annegamento» e stabilisce la data del decesso: giovedì 26
aprile. Se la sua valutazione è esatta è lecito chiedersi: dov’è stato Lucio
il 24 e il 25 aprile? È rimasto nascosto in una di quelle baracche sul fiume?
Era solo o con qualcuno? Dopo quegli avvistamenti, martedì 24,
nei pressi dell’Ospedale e sul ponte, nessuno l’ha più visto. C’è addirittura
chi ipotizza che non si sia suicidato, ma che abbia incontrato qualche
balordo lungo il fiume e sia stato derubato e ucciso, poi scaraventato
nel Ticino. Ma sono fantasie. L’artista che più amava era Domenico
Modugno, la sua canzone preferita Vecchio frac. Racconta di uno sconosciuto
in frac e cilindro che vaga in solitudine, nella notte, per le strade
della città. All’alba qualcuno riconoscerà il cilindro e il frac che, galleggiando
nelle acque del fiume, scendono lentamente verso il mare. È
giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo
caffè. Le strade son deserte, deserte e silenziose, un’ultima carrozza
cigolando se ne va. Il fiume scorre lento, frusciando sotto i ponti, la luna
splende in cielo, dorme tutta la città: solo va, un uomo in frac… Adieu,
adieu, adieu, addio al mondo… ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato,
ad un attimo d’amore che mai più ritornerà…

La rivolta impossibile. Vita di Luicio Mastronadi
prefazione di Goffredo Fofi
di Riccardo De Gennaro
ediesse
collana carta bianca
pagine 208
euro 10, 00
ISBN: 978-88-230-1674-3

BRACCIANTI CASTELNUOVO SCRIVIA: PRC: LA LOTTA PAGA, LA LOTTA CONTINUA!

BRACCIANTI CASTELNUOVO SCRIVIA: PRC: LA LOTTA PAGA, LA LOTTA CONTINUA!
http://www.youtube.com/watch?v=kjFqwfk_9xUComunicato Prc Tortona su accordo vicenda braccianti Castelnuovo Scrivia

Venerdì 6 luglio è stato siglato in Provincia un accordo tra le parti in merito alla vicenda dei braccianti in sciopero da 15 giorni e in presidio di fronte alle terre dell’azienda agricola Lazzaro di Castelnuovo Scrivia (AL), migranti che hanno incrociato le braccia di fronte ad un datore di lavoro che li costringeva anche a 13 ore di lavoro al giorno, nei campi sotto il sole a raccogliere ortaggi, con cibo portato da casa e senza acqua SE NON QUELLA DEI TUBI DI IRRIGAZIONE.

Paghe da 1 euro l’ora ( sta indagando la Magistratura) che ultimamente non venivano più neppure retribuite, questo ci hanno raccontato i braccianti. Insieme a molte altre cose, su cui ora sono aperte diverse indagini.

Si sono ribellati, regolari e clandestini, mettendosi in gioco e rischiando davvero tanto e, sostenuti anche dalla CGIL, hanno organizzato un presidio permanente, a cui i compagni di Rifondazione hanno partecipato attivamente e quotidianamente, un presidio che ha visto partecipare e passare associazioni, partiti e cittadini e crearsi una rete di solidarietà che ha permesso di tenere alta l’attenzione sulla vicenda e di contribuire nel concreto a portare avanti il presidio.

Ieri è stato raggiunto , con la mediazione della Provincia di Alessandria, un accordo che permette il recupero parziale e immediato di una prima tranche di arretrati e la ripresa dell’attività lavorativa con le tariffe regolari del settore agricoltura per tutti i regolarizzati, a giorni alterni in 2 gruppi e con un anticipo dato quotidianamente sulla paga giornaliera: con il lavoro, il rinnovo dei permessi di soggiorno, molti dei quali in scadenza imminente.

Vanno avanti le indagini della Magistratura, le vertenze per il recupero degli arretrati e le azioni per tutelare chi è senza documenti; per chi resta momentaneamente non occupato c’è anche un impegno della Provincia ad istituire un corso di formazione retribuito per 3 mesi.

E’ solo un primo passo, che salutiamo comunque positivamente, conquistato con la lotta e la determinazione, con la condivisione di momenti difficili e di momenti belli. Siamo sempre stati lì, con quelli che riteniamo fratelli e sorelle, condividendo con loro tutto, la gioia e la rabbia, le denunce e le tensioni. Per questo oggi diciamo che non smobilitiamo, che l’assemblea permanente che ha mandato avanti il presidio di Castelnuovo Scrivia continuerà a riunirsi quotidianamente e a condividere tutto; in altri modi e forme, ma la rete non cessa, anzi si rafforza: è più che mai importante, ora, monitorare la situazione e mantenere un alto livello di sorveglianza, non solo sull’azienda Lazzaro ma su tutto il settore (e non solo), nell’intera provincia.

Questa vicenda deve essere un monito per tutti: chiediamo controlli più severi, sanzioni pesanti, azioni di prevenzione rispetto ad atteggiamenti che a nostro parere consistono in vera e propria riduzione in SCHIAVITU’. Non è accettabile che si possano trattare così dei lavoratori, degli esseri umani.

Si è reso visibile, tutti insieme abbiamo reso visibile, quello che in troppi fanno finta di non vedere: ora indietro non si torna..seguiremo con attenzione gli sviluppi della vicenda, chiediamo fin da ora a tutti di mantenere alta e costante l’attenzione su questa vicenda e su questa piccola grande comunità creatasi nei fatti in questi 15 giorni, giornate in cui abbiamo ricevuto una vera e propria lezione di vita e di dignità e in cui si sono create relazioni e legami che difficilmente si spezzeranno.

Festa di Bubbiano

Festa di Bubbiano

Festa Bubbiano

Carissime/i, vi invito per la nostra VENTIDUESIMA edizione della

“piccola festa” che teniamo a Bubbiano in questo fine settimana. Ho esteso

l’invito non solo ai compagni di Rifondazione ma a chiunque nel corso

dell’ultimo anno ha condiviso con noi le lotte nei movimenti dell’acqua bene

comune, nell’ANPI, nel movimento “salviamo il paesaggio”, nel lavoro

amministrativo dei nostri comuni, nelle battaglie nazionali sui referendum,

per la difesa dell’articolo 18 o che abbiamo incontrato nelle varie

assemblee promosse, per non dimenticare quelli che semplicemente hanno posto

la propria firma nei banchetti proposti. Se verrete alla festa troverete i

segni di queste iniziative condivise e potrete contribuire a sostenere le

prossime. Vi offriamo della buona cucina a prezzi popolari, la possibilità

di ascoltare della buona musica e una pista da ballo, abbiamo invitato

EMERGENSY, PUNTO ROSSO e l’associazione ITALIA/CUBA. La crisi morde

drammaticamente e sempre più scivoliamo su una deriva “greca”, le ricette

proposte non mettono in discussione questo modello capitalistico, pagano

sempre i ceti popolari e non si intravedono scenari alternativi dove possono

realizzarsi politiche economiche che rispettino l’ambiente e il territorio

nel segno della nostra Carta Costituzionale. Per contrastare le politiche

recessive proposte, in primis il pareggio di bilancio, abbiamo bisogno di

una SINISTRA che sappia fare proposte alternative sopportandole con le

lotte. In questo senso riteniamo interessante quanto proposto dalla FIOM

alla “politica”, ci sembra importante partire da un punto di vista “operaio”

per rilanciare il valore del lavoro a fronte di una politica completamente

risucchiata dalla finanza. Vi aspettiamo.

Gianni Radici

Venerdì scorso il segretario nazionale a Vigevano: attacchi all’Europa e a Monti «No ai tagli, colpire i ricchi»

Venerdì scorso il segretario nazionale a Vigevano: attacchi all’Europa e a Monti «No ai tagli, colpire i ricchi»

Dall’Informatore di giovedì 5 luglio 2012

L’intervento di Ferrero alla festa di Rifondazione
VIGEVANO – «Siamo dentro una gigantesca presa in giro, e con la “balla” della speculazione che ci attacca, i poteri forti impediscono alla gente di reagire». è stato un intervento molto duro quello pronunciato dal segretario nazionale di Rifondazione Comunista nella sera di venerdì scorso, in apertura della quarta festa del Prc e della Federazione della Sinistra di Vigevano che si è tenuta nel fine settimana alla cooperativa Portalupi.
Davanti a circa 250 persone, l’esponente politico ha messo sott’accusa quello che ha definito il «ricatto della speculazione» ed il salvataggio di molte banche deciso dall’Europa: «Noi vogliamo che siano garantiti i depositi dei cittadini – ha affermato Ferrero – ma se le banche hanno speculato, sono cavoli loro!». Ed invece, secondo l’ex ministro, «Decidono di tagliare la sanità, l’istruzione, i diritti dei lavoratori ed i fondi ai Comuni. Ma così facendo la recessione è garantita, perché il salvataggio delle banche è pagato con le nostre tasse».
Il segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha poi puntato il dito contro il Governo Monti: «Con le sue scelte questo esecutivo aggrava la crisi e le diseguaglianze sociali. è un governo di destra, senza opposizione, che non pensa a contrastare gli speculatori, ma soltanto a colpire le pensioni, privatizzare il patrimonio pubblico e favorire le grandi rendite».
Secondo l’esponente del Prc, per uscire dalla crisi occorre cambiare radicalmente linea, recuperando risorse non dai “soliti noti”. «Si deve far pagare i ricchi – ha sostenuto Ferrero – con una patrimoniale progressiva sui redditi superiori agli 800 mila euro, abolendo l’Imu sulla prima casa. Così come occorre mettere un tetto agli “stipendi d’oro” dei parlamentari e dei dirigenti pubblici. Invece di spendere soldi in opere inutili e dannose come la Tav ed il ponte sullo Stretto, o nell’acquisto di nuovi cacciabombardieri, bisognerebbe investire risorse in un piano per l’occupazione che permetta di creare posti di lavoro veri».
Paolo Ferrero ha concluso il suo intervento alla Portalupi affrontando il “nodo” dei rapporti tra i partiti della sinistra: «Non possiamo presentarci con il “cappello in mano” davanti al Partito Democratico – ha sostenuto – e per questo occorre costruire una sinistra unita e distinta dal Pd. Noi proponiamo a Sel e all’Idv di promuovere a settembre, insieme alle realtà sociali più sensibili, una grande manifestazione nazionale, perché è necessario offrire una sponda politica credibile al malcontento sempre più diffuso. In questo momento di crisi possiamo diventare un punto di riferimento importante, come è avvenuto in Grecia per Syriza che alle ultime elezioni di giugno ha ottenuto il 27 per cento».