Archivio for luglio, 2012

Tribunale di Vigevano: perché la città è assente?

Tribunale di Vigevano: perché la città è assente?

Tratto dall’Informatore del 26 luglio 2012

L’intervento
Tribunale: perché la città è assente?
Spett.le redazione de l’Informatore, lunedì della scorsa settimana ho partecipato, come dipendente e come rappresentante sindacale, all’assemblea che si è svolta in Tribunale in merito alla chiusura degli Uffici Giudiziari cittadini della quale il vostro Claudio Bressani ha fornito un esauriente resoconto.
Per l’ennesima volta si è dibattuto a lungo e concitatamente ma, come ho voluto sottolineare anche nel mio intervento, sempre tra di noi “addetti ai lavori” oltre che con qualche rappresentante politico ed istituzionale. Quello che mi stupisce, in tutta questa vicenda, è la totale assenza della città da questa discussione, la non presa di coscienza dei cittadini di cosa comporterà il venir meno di un servizio pubblico essenziale come la Giustizia. Questa apatia si può sintetizzare con la frase tipo che da un po’ di tempo in molti mi rivolgono: «Allora vi chiudono!».
Allora forse occorre chiarire una volta di più che la soppressione del Tribunale e della Procura per noi dipendenti comporterà una serie di disagi e di danni economici che influiranno negativamente sulla nostra vita quotidiana, ma la stessa cosa avverrà per i cittadini ogni qualvolta vorranno, o dovranno, usufruire del servizio Giustizia.
Oltre a ciò la cosa che più mi preoccupa, perché residente in questa città, è il vuoto che si creerà attorno alla chiusura del Tribunale. In questa città, dove già sono ben visibili gli effetti di questa pesantissima crisi economica e sociale, la soppressione degli uffici giudiziari non comporterà soltanto la chiusura di un presidio di legalità e di giustizia sul territorio, ma anche (e non bisogna essere dei catastrofisti per prevederlo), la chiusura di attività terziarie, commerciali e professionali legate, a vario titolo, al Palazzo di Giustizia e alle centinaia di persone che tutti i giorni lo frequentano. In pratica ci sarà quanto meno un trasferimento di risorse e di ricchezza da Vigevano a Pavia e questo, per la nostra città, potrebbe essere il colpo finale, quello che la farà definitivamente retrocedere al rango di “paesone”.
A fronte di tutto ciò mi chiedo come mai, a differenza di altre città, da noi non sia nata una mobilitazione generale per contrastare questa evenienza. Come mai ordini professionali, rappresentanti di categorie economiche, artigianali, commerciali, ma anche movimenti di consumatori, rappresentanti delle istituzioni, della società civile, delle associazioni, della scuola, della chiesa, dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali non abbiano, a livello locale, affrontato questo problema con più determinazione.
Voglio pensare che forse ci si è illusi che alla fine le cose si sarebbero sistemate per il meglio, che era il solito bluff all’italiana. Ma ora sappiamo che non è così, che lo schema di decreto che prevede la soppressione del Tribunale e della Procura di Vigevano potrebbe essere firmato nel giro di pochi giorni, e allora è arrivato il momento di chiedere a gran voce: per la città di Vigevano, e per i suoi abitanti, il fatto che chiudano gli uffici giudiziari è o non è un problema?
Se la risposta è no, va bene, ci ritroveremo pigiati sugli autobus che portano a Pavia a sbuffare e ad imprecare al Governo tecnico-ladro; se la risposta è sì allora non c’è tempo da perdere ed occorre quanto prima ritrovarsi attorno ad un tavolo per organizzare al meglio una risposta a questa minaccia. A chi spetta poi il ruolo di capotavola? E’ presto detto Signor Sindaco, a chi, a marzo di due anni fa, decise di farsi eleggere a massimo rappresentante della città assumendosi tutti gli onori e tutti gli oneri che questa carica comporta.
Carmine Pinto

Formigoni, Capelli (PRC): “La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito!”

Formigoni, Capelli (PRC): “La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito!”

Milano, 25 luglio 2012.

Dichiarazione di Giovanna Capelli, Segretaria Regionale del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) Lombardia:

“Formigoni si deve dimettere. Dopo l’avviso di garanzia per corruzione arrivato in queste ore, ma già lungamente annunciato nella inchiesta sulla Fondazione Maugeri, questo è l’unico atto necessario che ridà la parola ai cittadini e alle cittadine lombarde, vessate da un sistema di potere corrotto e clientelare. Mezza Giunta indagata, consiglieri e assessori indagati e condannati non hanno fermato la prepotenza e l’avidità di Formigoni e del sistema di potere che lo sostiene, Lega Nord compresa. Questo sistema di potere sta portando alla rovina la Lombardia e il suo sistema pubblico della sanità, della scuola e dei trasporti a vantaggio di appetiti privati. La situazione è insostenibile: dimissioni ed elezioni subito sono la unica soluzione”

Menù 1^ festa provinciale di Rifondazione Comunista e Fds a Bereguardo

Menù 1^ festa provinciale di Rifondazione Comunista e Fds a Bereguardo

FESTA ROSSA BEREGUARDO 27 – 28 – 29 LUGLIO 2012

Primi piatti Euro
Pasta al ragù 4,00
Pasta al pomodoro 3,50
Risotto 4,50
SECONDI PIATTI
Braciola di coppa 4,00
Salame sotto grasso con melone 5,00
Salamino alla griglia 3,50
Piatto di coppa e salamella 7,00
Arrosto 5,00
CONTORNI
Patatine fritte 2,00
Insalata mista 2,00
Insalata di fagioli e cipolle 2,00
Insalata di nervetti 2,50
FORMAGGI E SECONDI VEGETARIANI
Grana 2,50
Gorgonzola 2,50
Verdure grigliate 2,50
Torta salata o frittata 3,50
Cus cus vegetariano 3,50
PANINI
Salamella alla griglia 3,50
Gorgonzola 2,50
DOLCE 2,50
BEVANDE
Acqua frizzante (1 litro) 1,50
Acqua naturale (1 litro) 1,50
Acqua naturale (1/2 litro) 1,00
Acqua frizzante (1/2 litro) 1,00
BIBITE
Cola 2,00
Chinotto 2,00
Aranciata 2,00
Gazzosa 2,00
BIRRA
Menabrea alla spina 3,00
VINI
Bicchiere bianco/rosso 1,00
Bottiglia Bonarda Oltrepò 5,00
Bottiglia Pinot 5,00
CAFFE’ 0,80
Caffè corretto 1,00

BUON APPETITO!

Carlo Giuliani ricordato in Piazza Alimonda

Carlo Giuliani ricordato in Piazza Alimonda

di Checchino Antonini

“I segni sulla pelle bruciano ancora
nella mia mente bruciano ancora.

e allora tu non puoi dimenticare
il soffio del respiro soffocato
l’idea di resistenza e ribellione
e del suo fiore che hanno calpestato…”

Ogni 20 di luglio, in piazza Alimonda puoi sentire cantare canzoni come questa. Puoi vedere centinaia di persone che si riconoscono, che si abbracciano, che si raccontano mille volte la stessa storia, con indosso magliette sempre più sbiadite. Undici anni fa, era venerdì anche allora e come allora c’era il sole, faceva caldo. In questa piazza – fino ad allora, punto di ritrovo per tifosi genoani e snodo stradale tra ponente e levante – la pistola di un carabiniere mise fine alla vita di una ragazzo di ventitre anni incappato negli scontri innescati dalle cariche illegittime di un plotone della Benemerita contro un corteo regolarmente autorizzato. A maggio di due anni dopo un giudice metterà una pietra tombale sulle aspettative dei familiari di quel ragazzo per un pubblico processo che potesse dipanare i misteri di quella pistolettata. Un carabiniere si autoaccusò dopo un misterioso transito al comando provinciale. Ma disse che aveva sparato in aria che neppure vedeva se ci fossero persone di fronte al defender. Un filmato a disposizione di quel giudice mostra che Carlo Giuliani, era il nome del ragazzo, raccolse da terra un estintore dopo aver visto spuntare la pistola impugnata da killer dal lunotto posteriore. Un testimone aggiunse che aveva visto «il carabiniere semidisteso nella jeep che punta la pistola verso l’esterno e grida – Bastardi vi ammazzo tutti. L’arma è puntata verso un ragazzo in grigio che mi staaccanto, quindi si sposta verso un altro.».
Ma il giudice scrisse che la legittima difesa era quella del killer, che gli aggrediti erano i militari, un reparto zeppo di veterani di guerra. «Non vi è dubbio che sussistano i requisiti della offesa ingiusta portata ad un bene (l’incolumità personale) di cui gli occupanti del “defender” erano titolari. Altrettanto pacifico è che la condotta difensiva è stata posta in essere quando il pericolo era attuale.” Era la più importante di quelle che Wu Ming chiama “narrazioni tossiche”: disse che Placanica aveva «sparato senza mirare ma con l’intento di fermare l’aggressione; i colpi sono partiti con una traiettoria versol’alto» ma sarebbero stati deviati da un «bersaglio intermedio», un calcinaccio o magari un asteroide. Questo è il paradosso di Genova 2001: che per un calcio a una vetrina rotta qualcuno sta scontando dieci anni di galera, che per il massacro di 92 civili e il loro arresto illegittimo alla Diaz nessun poliziotto farà mai un istante di prigione, che per le torture di Bolzaneto manca addirittura il reato. E per un omicidio non c’è neppure il rischio di un processo. A parte le sinistre più radicali, solo don Gallo, prete partigiano ultraottantenne, prova a chiedere ancora che si riapra quel fascicolo e ricorda le responsabilità di De Gennaro, Fini, Scajola ma anche quelle di Cgil, Cisl e Uil che lasciarono soli i trecentomila. E, tra i misteri, si potrebbe aggiungere quello della cancellazione della proposta di commissione di inchiesta dalla calendarizzazione di Palazzo Madama nel 2006, all’inizio della breve e infausta era Prodi. Qualcuno a sinistra impedì che la commissione seguisse le procedure più snelle del Senato per inseguire il miraggio di una commissione bicamerale che fu stroncata da Violante e poi dai dipietristi e dagli uomini di Mastella in commissione.
La verità scritta nei tribunali è largamente intossicata dalle narrazioni di cui scrive Wu Ming alla vigilia di questo anniversario (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071): « Tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. … La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale. L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione. E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica…Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadratura e, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio».
Ecco perché Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo, non sono d’accordo con l’appello di Marco Fiorletta, seguitissimo commentatore di Globalist, di farla finita «con l’esposizione del corpo di Carlo Giuliani che ogni anno si ripete, spesso anche più volte l’anno secondo il ghiribizzo di ognuno di noi, purtroppo ciclicamente come gli anniversari. Cosa aggiunge, se non dolore su dolore, rabbia su rabbia, l’esposizione del morto un tempo riservato ai parenti ed amici a tutti?». Il papà di Carlo non si sottrae alla discussione aperta: «Senza quelle foto – dice Giuliano all’inviato di Globalist in piazza Alimonda – non avremmo potuto spiegare lo scempio che i carabinieri compirono con un sasso sul viso di Carlo, con un’efferatezza maggiore dell’averlo ucciso». Haidi concorda con Giuliano: «Chi non vuole vedere le foto non ha bisogno di sperare ma forse di sparare ancora». Ed è la rimozione il rischio di quella rinuncia. C’è in giro per l’Italia un sempre più nutrito gruppo di madri, sorelle, padri e amici che è costretto a rivivere la tragedia più immane della propria vita, a raccontarla, a spiegarla dipanando immagini fisse o in movimento, per inseguire un barlume di verità e spiccioli di giustizia.

Anche quest’anno, in Piazza Alimonda si è sentito cantare, recitare poesie, si è vista gente abbracciarsi e poi restare in silenzio alle 17.27, il minuto in cui risuonò la pistola del carabiniere. I testimoni di Genova, però, sono sempre meno: meglio, sono sempre gli stessi, quasi fosse, il loro, un dolore privato. La narrazione tossica fa scomparire l’appuntamento dalle pagine dei giornali e dal discorso pubblico. Un sindacato fascistoide di polizia ogni anno prova a infiltrarsi nel cono mediatico per interferire con la memoria. Stavolta ha mandato un furgone pubblicitario in giro per la città con le foto della cosiddetta devastazione.

Ma, attorno ad Haidi e Giuliano c’è stato comunque un bel traffico d’affetto e di rabbia e il giorno successivo si replicherà con la memoria della Diaz. C’erano cantanti, poeti, amici di Carlo, attivisti di movimento. C’erano compagni di strada come Lino Aldrovandi che condivide con i Giuliani la sorte di un figlio ucciso senza ragione da personaggi con la divisa. In discontinuità col passato recente in piazza è passato Marco Doria, sindaco da due mesi. Dice subito che è solidale con chi ha subito violenze e martedì si spiegherà meglio, a Tursi, nel consiglio comunale su quelle giornate di luglio.

Lui era in mezzo ai trecentomila perché non sopportava la militarizzazione della città e il pressing sui genovesi perché lasciassero la città. Sfilò il 19 coi migranti e il 21. Il 20 luglio restò a casa, contrario alla logica dell’assalto alla zona rossa, anche se era un’evocazione simbolica. Anche per lui manca che si faccia luce sulle responsabilità politiche perché i poliziotti indemoniati sembrava agissero come se fossero sicuri di avere piena copertura. Per Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Gsf, la presenza di questo sindaco ripaga almeno un po’ la ferita inferta da un altro inquilino di Tursi che rifiutò di costitursi parte civile per la Diaz.

“Una sentenza storica, la politica si adegui”

“Una sentenza storica, la politica si adegui”

Intervista a Stefano Rodotà sulla sentenza della Corte Costituzionale sui beni comuni

Stefano Rodotà, un risultato, quello ottenuto con la sentenza della Consulta, che premia anche il lavoro del suo Comitato di giuristi.
Premia soprattutto la grande elaborazione culturale che è stata messa a punto in questi mesi sia intorno al bene comune dell’acqua e dei servizi pubblici essenziali, sia per quanto riguarda il rapporto fecondo tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa al quale la sentenza fa esplicito riferimento. Si restituisce così alla volontà popolare quel ruolo fondamentale che il governo Berlusconi prima e il governo Monti poi hanno cercato di sottrarle.

È una sentenza importante?
Non si esagera dicendo che questa è una sentenza storica perché in concreto denuncia e elimina una clamorosa frode del legislatore.

Nella sentenza infatti si dice esplicitamente che i vari decreti in materia hanno riprodotto parti delle norme abrogate col referendum, addirittura rendendole più restrittive, violando così l’articolo 75 della Costituzione. Inoltre i giudici scrivono che le nuove discipline in materia sono contraddistinte da «identica ratio ispiratrice» di quelle abrogate col referendum. In primo luogo, dunque, è stata ripristinata la legalità costituzionale.

Vengono così a decadere le norme sulla privatizzazione dei servizi, o sulla «promozione della concorrenza», che dir si voglia, sia quelle di Tremonti del 2011 che quelle contenute nel Salva Italia. È così?
Certamente. E nella sentenza la continuità tra i provvedimenti è addirittura accentuata.

Lei ricorda precedenti analoghi?
Con questa nettezza, non era mai stato affermato il diritto del cittadini di veder rispettato il referendum.

Una bussola per le prossime elezioni?
È una indicazione molto precisa che le diverse forze politiche dovranno tener presente abbandonando l’atteggiamento complice spesso tenuto rispetto alle iniziative dei governi, ora censurate in modo così netto. La corte è stata assolutamente esplicita: ha parlato di lesione della volontà popolare espressa con il voto di 27 milioni di cittadini.

Anche in tempi di crisi?
Dal punto di vista politico e culturale insieme, assume grande rilevanza l’indicazione di tenere fuori dalla stretta logica di mercato i servizi essenziali per la vita dei cittadini. Si ribadisce così il legame stretto tra i diritti fondamentali di cittadinanza e i beni e i servizi che ne danno la concreta attuazione. In questo senso è fondamentale la censura del tentativo di ampliare la portata del principio di concorrenza come unica base legittima dell’agire nella materia economica. Viene anche qui ripristinata la legalità costituzionale e il necessario equilibrio tra il diritto di iniziativa economica privata e i principi e i diritti fondamentali, così come indicati dall’articolo 41 della Costituzione.

In questi giorni la Consulta non ha goduto di buona stampa, soprattutto nei commenti riguardo il ricorso alla Corte del presidente Napolitano.
Sì, ho sentito argomentazioni tipicamente berlusconiane, ma è sbagliato mettere la Corte sotto attacco. Credo che in questo momento si debba dire che la Consulta ha dato prova di un grande rigore. E non è la prima volta. Soprattutto questa volta ha dato prova di rifiutare la logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa. Questa è una lezione che tutti dovrebbero tener presente quando si dubita dell’autonomia della Corte.

Dopo che questa sentenza ha abrogato l’imposizione di privatizzare i servizi, ora gli enti locali sono però liberi di farlo ugualmente, se credono. É così?
Certamente la sentenza li lascia liberi di muoversi. Rimane sempre però la responsabilità politica delle scelte. I giudici però hanno fissato alcuni principi, come il rispetto dei referendum. Ci saranno ancora altre manovre di aggiramento del dettato costituzionale e della volontà popolare. Per esempio sono in atto, e molto avanzati, i tentativi di aggirare l’abrogazione della norma che vieta la remunerazione del capitale del 7%, come abbiamo visto con le tariffe del servizio idrico. Ma viene meno l’argomentazione dell’obbligo, dell’imposizione contemplata nelle leggi appena abrogate.

Ora la campagna di «obbedienza civile» lanciata dai comitati referendari che invita a non pagare quella parte di bolletta che remunera, appunto, il capitale investito nei servizi, è legittimata ulteriormente. Vero?
Questo è un punto importante: dopo la sentenza della Consulta è assolutamente legittima quella giusta reazione dei cittadini di ribellarsi ai tentativi di violare la legalità fissata con il risultato referendario.

da il manifesto

La Corte Costituzionale riconosce il vincolo referendario sull’acqua come bene comune

La Corte Costituzionale riconosce il vincolo referendario sull’acqua come bene comune

Carissime e cari,
una buona notizia e una vittoria per tutti/e noi.
Infatti la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale e inammissibile l’articolo 4 del decreto legge del 13 agosto del 2011, emanato dal governo Berlusconi.
Con quella legge si reintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali con esclusione del servizio idrico.

La decisione della Corte Costituzionale, che segue i ricorsi regionali presentati dopo il referendum, riafferma oggi l’esistenza e il necessario riconoscimento di un vincolo referendario a cui il parlamento è tenuto a sottostare, non potendo legiferare in maniera contraria o difforme da quanto emerso dalla consultazione popolare. In caso contrario, la riproposizione in norme di quanto abrogato da un referendum si traduce nella violazione dell’art.75 della costituzione, istitutivo dell’istituto referendario. La decisione della Corte comporterà di conseguenza l’annullamento di ogni decreto e provvedimento emesso successivamente al referendum in palese contrasto con l’esito referendario.
Qui potete trovare il link con la sentenza:
http://www.cortecostituzionale.it/schedaUltimoDeposito.do;jsessionid=0B35173FEA6725F9E6A5AFE38B756847

Cadono come pedine di un domino tutte le normative con le quali i Governi Berlusconi e Monti avevano frontalmente attaccato il voto democratico della maggioranza assoluta degli italiani, riaprendo la strada alle privatizzazioni forzate.

Cadono tutte gli alibi per molte amministrazioni locali – da Alemanno a Fassino- che hanno cercato di utilizzare quelle norme per consegnare i servizi pubblici locali ai capitali finanziari.

L’unica normativa di risulta, come sancito dall’esito referendario dello scorso anno, è la dottrina comunitaria che consente la gestione dell’acqua e dei servizi locali attraverso enti di diritto pubblico.

Buonissima estate a tutte e tutti

Antonietta

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

La Consulta dichiara incostituzionale l’art. 4 del dl di ferragosto

Comunicato stampa

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Oggi, 20 Luglio, la Corte Costituzionale restituisce la voce ai cittadini italiani e la democrazia al nostro Paese.
Lo fa dichiarando incostituzionale, quindi inammissibile, l’articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011, con il quale, il Governo Berlusconi, calpestava il risultato referendario e rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questa sentenza blocca anche tutte le modificazioni successive, compresa quelle del Governo Monti.

La sentenza esplicita chiaramente il vincolo referendario infranto con l’articolo 4 e dichiara che la legge approvata dal Governo Berlusconi violava l’articolo 75 della Costituzione. Viene confermato quello che sostenemmo un anno fa, cioè come quel provvedimento reintroducesse la privatizzazione dei servizi pubblici e calpestasse la volontà dei cittadini.

La sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni. Dopo la straordinaria vittoria referendaria costruita dal basso, oggi è chiarito una volta per tutte che deve deve essere rispettato quello che hanno scelto 27 milioni di italiani: l’acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici.

Si scrive acqua, si legge democrazia!

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Comunisti in festa a Cornaredo

Comunisti in festa a Cornaredo

cornaredo 2

Lettera critica delle Associazioni e comitati per l’ambiente agli assessori della Provincia di Pavia.

Lettera critica delle Associazioni e comitati per l’ambiente agli assessori della Provincia di Pavia.

La Rete Associazioni e Comitati per Ambiente, Salute e Sviluppo sostenibile Provincia di Pavia (che riunisce 36 tra associazioni e comitati) ha di recente (25_6_2012) inviato al Presidente e agli assessori della Provincia di Pavia una lettera critica su trasparenza e partecipazione.

Già in data 3 aprile 2012 la Rete aveva segnalato con nota scritta carenze nel comportamento della Provincia rispetto agli accordi intercorsi relativamente ai tavoli di lavoro, sollecitando un chiarimento ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Nella lettera si sottolinea che, a parte l’impegno personale dell’assessore Lasagna, non vi sono stati da parte della Provincia sostanziali passi avanti:

-    nell’informazione

-    nella trasparenza

-    nel confronto.

Ricordando che la partecipazione diffusa dei cittadini e delle loro associazioni è stata anche rafforzata da:

-    la Convenzione di Aarhus;

-    la legge 62/05, che recepisce 32 direttive della Comunità Europea tra cui la 2003/35 sulla partecipazione;

-    la legge 14/06 di ratifica della Convenzione Europea del Paesaggio;

-    lr. 12 del 2005;

la Rete sottolinea che la partecipazione, già difficile di per sé, dati i complessi meccanismi della Pubblica Amministrazione, diventa impossibile se manca un’adeguata informazione e nonostante proprio su questo si siano da subito focalizzate le richieste, a distanza di quasi un anno, si rileva che non ci sono stati significativi passi avanti.

La Provincia è di fronte a una scelta: l’apertura alla partecipazione della società civile, delle associazioni e comitati ambientalisti può essere un’operazione di facciata tesa a legittimare decisioni prese senza condivisione, ma può anche essere praticata concretizzando i contenuti e lo spirito del quadro legislativo italiano ed europeo, cioè come inclusione del punto di vista, delle esperienze e delle competenze della società civile nell’amministrazione del territorio.

La Rete si dichiara disponibile a dare il proprio contributo solo nella seconda alternativa, chiedendo alla Provincia di decidere quale tipo di partecipazione, se reale o di facciata, intende praticare e di attrezzarsi di conseguenza per concretizzarla.

La Rete si dichiara è ancora disponibile a confrontarsi nel merito sui molti problemi che interessano il territorio, ma in attesa di un auspicato chiarimento, tornerà a dedicare più tempo alla denuncia dell’eccesso di insediamenti, in particolare inquinanti e delle loro ricadute sull’ambiente e sulla salute dei cittadini, evidenziando quello che non si fa, ma si potrebbe fare per intervenire nel merito.

Pavia, 16 luglio 2012

Rete Associazioni e Comitati per Ambiente,

Salute e Sviluppo sostenibile della Provincia di Pavia

“Mio figlio massacrato dallo stato”

“Mio figlio massacrato dallo stato”

di Patrizia Aldrovandi

Cari amici, i poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C’è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura.
La morte di mio figlio non è un’eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell’ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell’ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie!

Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l’impunità di stato in Italia e di dirlo a tutti – la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell’Interno non appena avremo raggiunto le 100.000 firme:

CLICCA QUI PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE

Federico era già ammanettato quando i poliziotti lo hanno picchiato così forte da spaccare due manganelli e da mettere fine alla sua giovane vita. Dopo anni di vero e proprio calvario, la Corte di Cassazione li ha condannati per eccesso colposo a tre anni e mezzo, ma i poliziotti dovranno scontare solo 6 mesi senza farsi neanche un giorno di carcere a causa dell’indulto e incredibilmente sono ancora in servizio. L’impunità succede spesso in casi come questo, perché il governo non ha ancora adottato un reato preciso e quelli esistenti cadono spesso in prescrizione.

La perdita di mio figlio mi ha quasi distrutto, ma sono determinata a cambiare il sistema. I difensori dei diritti umani ritengono che una legge che adotti la Convenzione Onu contro la tortura, che l’Italia ha ratificato nel 1989 e che non ha mai rispettato, garantirebbe alle vittime italiane della tortura e della brutalità dello stato un corso veloce della giustizia e sanzioni appropriate, da accompagnare alla riforma per la riconoscibilità dei poliziotti. Ma ancora più importante, metterebbe fine una volta per tutte all’impunità che garantisce che oggi i poliziotti siano al di sopra della legge.

L’Italia non è il Sudan. Non c’è alcuna ragione per cui il nostro sistema giudiziario provi a mettere sotto silenzio reati commessi dalle forze dell’ordine come violenze, stupri e omicidi, dal massacro alla Diaz al G8 di Genova alle recenti uccisioni come quella di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Aldo Bianzino. Per favore UNITEVI a me e insieme costruiamo un appello assordante per una legge forte per fermare la tortura e per far espellere gli agenti responsabili di questi crimini odiosi dalle nostre forze dell’ordine – firma sotto e dillo a tutti i tuoi amici:

CLICCA QUI PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE

Nessuno potrà restituirmi mio figlio, e oggi non potrò festeggiare il suo 25° compleanno con lui. Ma insieme possiamo ripristinare la giustizia e aiutare a prevenire la sofferenza che ho dovuto provare io per la perdita di un figlio portato via dallo stato ad altre madri e ad altre famiglie.

Con speranza e determinazione,

Patrizia Moretti, madre di Federico.

Più informazioni

L’appello perché ciò che è accaduto a Federico Aldrovandi non succeda mai più (Giustizia per Aldro)
http://www.giustiziaperaldro.it/

Caso Aldrovandi, sentenza definitiva. Condannati i quattro poliziotti (La Repubblica)
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/06/21/news/aldrovandi_sentenza_cassazione-37630821/

In Italia la tortura non è reato (Il Fatto quotidiano)
http://www.radicali.it/rassegna-stampa/lettera-tortura-italia-non-reato

Incontrerò il Ministro Cancellieri ma non posso perdonare i poliziotti (dal blog dei genitori di Federico Aldrovandi)
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2012/07/07/perdono/

Uno dei poliziotti condannati insulta su Facebook la mamma di Federico Aldrovandi (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/cronache/12_giugno_25/aldrovandi-querela-insulti-facebook-poliziotti_64562480-bebd-11e1-8494-460da67b523f.shtml

Morire di carcere: dossier 2000-2011 (Ristretti Orizzonti)
http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm

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