Archivio for luglio, 2013

Se fossi una banca ti avrebbero già salvato

Se fossi una banca ti avrebbero già salvato

volantino lavoro

I presidenti dell’America Latina celebrano il compleanno di Chávez

I presidenti dell’America Latina celebrano il compleanno di Chávez

Pubblicato il 31 lug 2013

di Ge. Co. – il manifesto – 

L’America latina celebra il 59° compleanno di Hugo Chávez. Dal Nicaragua a Cuba, dall’Ecuador alla Bolivia all’Argentina, istituzioni, sindacati e movimenti partecipano alla settimana di iniziative per ricordare l’ex presidente del Venezuela, nato il 28 luglio del ’54 e scomparso il 5 marzo di quest’anno. Le organizzazioni popolari si sono mobilitate anche nei paesi come il Cile, la Colombia, l’Honduras e il Guatemala, dove il «socialismo del XXI secolo» non è propriamente di casa.

Celebrazioni hanno avuto luogo anche a Mosca, nella strada che ha da poco il nome del «comandante» scomparso. In Russia, sempre al transito dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo, si trova ancora l’ex consulente Cia Edward Snowden, in attesa di asilo.

La sua vicenda ha provocato il grave incidente diplomatico tra alcuni paesi europei e il presidente della Bolivia, Evo Morales, disposto a dargli asilo al pari di altri omologhi latinoamericani (Nicaragua, Venezuela e Ecuador). Morales è stato bloccato per ore a Vienna perché alcuni paesi europei gli avevano vietato lo spazio aereo. Tutta l’America latina ha protestato. E il tema della sovranità nei confronti dell’«impero» è stato al centro dei discorsi tenuti dai presidenti latinoamericani per commemorare il capo di stato scomparso, alfiere dell’indipendenza continentale.

Chávez, che il 7 ottobre del 2012 era stato rieletto con larga maggioranza per governare fino al 2019, è morto due mesi e mezzo dopo essersi sottoposto a una quarta operazione per la ricomparsa del tumore che lo affliggeva dal giugno 2011. Le celebrazioni hanno avuto inizio a Sabaneta, dove Chávez nacque da una famiglia di origini modeste. Per l’occasione, è stata presentata la biografia del presidente scomparso, Mi primera vida, scritta da Ignacio Ramonet e pubblicata da Vadell Hermanos. Adan, fratello maggiore di Chávez ha anche annunciato la nascita di un Centro studi dedicato alla memoria del «comandante». Al Cuartel de la Montana di Caracas una folla di persone ha cominciato ad affluire dalle prime ore di domenica in un continuo pellegrinaggio alla tomba di Chávez.

«Il popolo venezuelano ha stretto un patto per la vita con il progetto rivoluzionario del comandante che ora dobbiamo rafforzare», ha detto il presidente Nicolas Maduro. Eletto il 14 aprile con uno stretto margine (1,49 punti) sul rappresentante della destra, Henrique Capriles, Maduro ha compiuto i suoi primi 100 giorni di governo: un «governo di strada» per il primo presidente operaio, ha ricordato Maduro, ex autista del metro. Un governo che ha preso di petto i principali problemi del paese, come l’insicurezza (i delitti sono diminuiti del 35%) e la guerra economica dichiarata dai grandi gruppi che sostengono l’opposizione, dentro e fuori il paese. E i risultati si vedono, stando ai sondaggi che gli attribuiscono un gradimento di oltre il 60%.

Un primo test arriverà con le prossime elezioni comunali dell’8 dicembre. Intanto, Capriles – che ha contestato la vittoria di Maduro – intensifica i viaggi all’estero: dopo la Colombia, il Perù, il Cile, e la Bolivia dove incontrerà l’opposizione a Morales. E mentre Correa e Maduro si riuniscono a Caracas nel «primo gabinetto binazionale», i movimenti sociali latinoamericani e caraibici si incontrano nella città ecuadoregna di Guayaquil: per elaborare proposte e idee da presentare al prossimo vertice dell’Alba, l’Alleanza boliviariana per i popoli della nostra America, ideata da Chávez e Fidel Castro nel 2004.

Tragedia di Monforte Irpino. Il rinnovo parco macchine nazionale, pubblico e privato, obsoleto e pericoloso

Tragedia di Monforte Irpino. Il rinnovo parco macchine nazionale, pubblico e privato, obsoleto e pericoloso
Con grande sofferenza e commozione sincera partecipiamo al dolore che ha colpito le vittime del terribile incidente avvenuto lungo il tratto autostradale Napoli – Canosa all’altezza di Monteforte Irpino. In tragedie simili ogni parola è superflua e le polemiche potrebbero risultare fuori luogo e fastidiose, tuttavia non possiamo non evidenziare, che chi ha responsabilità di Governo alla retorica della solidarietà dovrebbe sostituire l’impegno a risolvere una delle tante incompiute del nostro Paese: il rinnovo del parco macchine nazionale,pubblico e privato, allo stato obsoleto, pericoloso ed inquinante.
In Campania e in Irpinia è aperta la vertenza legata al futuro della Irisbus di Flumeri, l’unica azienda produttrice in Italia di pullman, ebbene,visto che il Presidente del Consiglio Letta ha annunciato la sua visita ad Avellino, venga portando parole chiare in merito e si assuma la responsabilità politica di risolvere definitivamente una situazione tanto incivile che, come i fatti dimostrano, sempre più spesso si trasforma in tragedia.
Avellino li 29 luglio 2013

RIFONDAZIONE COMUNISTA
il segretario provinciale di Avellino
Tony Della Pia

Perquisizioni contro i No Tav, Prc: basta criminalizzare la protesta

Perquisizioni contro i No Tav, Prc: basta criminalizzare la protesta

Pubblicato il 29 lug 2013

“Le perquisizioni odierne in Val di Susa – dichiara Paolo Ferrero – compresi i locali dove c’è la sede locale di Rifondazione Comunista – e le accuse pesantissime agli attivisti No Tav, sono l’ennesimo inaccettabile episodio di criminalizzazione della protesta. Il governo non avendo alcuna ragione nel merito della costruzione dell’opera e dello sperpero di denaro pubblico, si comporta peggio di Erdogan in Turchia: cerca di stroncare la protesta con la repressione più brutale. Le accuse di terrorismo contro quella che è una lotta di popolo sono una pura persecuzione e un utilizzo del codice penale come arma impropria. Questa repressione però non fermerà le ragioni di chi si oppone all’alta velocità sulla Torino-Lione: non ci faremo intimidire”.

Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc di Torino, ha così commentato: “Esprimo sconcerto e indignazione per le perquisizioni a tappeto nelle case di attivisti NoTav in Valsusa e a Torino e le notifiche degli avvisi di garanzia per attività eversive finalizzate al terrorismo disposte dalla Procura della Repubblica di Torino. I reati contestati farebbero riferimento a quanto avvenuto la sera del 10 luglio a Chiomonte a seguito della marcia verso le reti del cantiere osteggiata dalle forze di polizia e conseguenti scontri. Tra le molte perquisizioni effettuate va registrato l’intervento di una decina di unità di polizia che ha interessato alle sei e trenta di questa mattina un locale dell’osteria “La Credenza” di Bussoleno dove alloggia un attivista NoTav a cui sono stati sequestrati computer e materiali informativi vari. Come tutti sanno “la Credenza” è lo storico punto di riferimento dei NoTav della Valle, sede sindacale e del locale Circolo di Rifondazione Comunista. Alle compagne e ai compagni che gestiscono la “Credenza” e a tutti gli attivisti e i cittadini in lotta contro il Tav va la nostra vicinanza e solidarietà.

Avremo modo di conoscere i dettagli e i risvolti dell’operazione però una cosa la possiamo dire con assoluta certezza: disconoscere l’opposizione al Tav, criminalizzare la protesta, trasformarla in un problema di ordine pubblico non porterà a nulla se non al risultato di gettare benzina sul fuoco. Forse è proprio in questa direzione che i gruppi affaristici, una classe politica e di governo screditata vogliono andare nel tentativo vano di spezzare e indebolire la protesta. Questo tentativo va respinto. La risposta deve essere ferma, partecipata coinvolgendo tutte le espressioni democratiche nel respingere ogni forma di intimidazione e provocazione. Rifondazione Comunista come sempre sarà a fianco del movimento NoTav della Valsusa”.

NoTav, ora c’è l’accusa di terrorismo

NoTav, ora c’è l’accusa di terrorismo

Ci vanno giù pesanti i magistrati torinesi contro il movimento NoTav; inequivocabile il giro di vite per stroncare ogni forma di protesta e dissenso da parte delle popolazioni locali che da anni non smettono di opporsi alla realizzazione della ferrovia ad alta velocità. Dunque, adesso l’accusa è niente meno che terrorismo. Per questo proprio in queste ore sono in corso una decina di perquisizioni nelle case di altrettanti attivisti No Tav in Val Susa e a Torino, per gli episodi di violenza avvenuti negli ultimi mesi al cantiere di Chimonte. E’ la prima volta che viene contestata l’accusa di attentato per finalità terroristiche o di eversione. Nelle perquisizioni a Torino e in Val Susa sono stati sequestrati pc e telefoni cellulari. «Cercavano armi, si son presi computer e I-Phone», commentano ironici gli attivisti.  Perquisiti, denunciano i NoTav sul loro sito, anche i locali dell’Osteria La Credenza di Bussoleno: «Un luogo di ritrovo e aggregazione conosciuto e frequentato da centinaia di persone (notav e non solo) viene di fatto additato come luogo di oscure trame…».
Contemporaneamente sono stati notificati avvisi di garanzia per attività eversiva finalizzata al terrorismo. L’inchiesta è coordinata dai Pm Andrea Padalini e Antonio Rinaudo. Sotto accusa c’è l’assalto al cantiere dello scorso 10 luglio, quando gli appartenenti alle forze dell’ordine uscirono dalle reti del cantiere per bloccare l’avvicinarsi del corteo di manifestanti; un “confronto” poi degenerato: da una parte bombe carta e petardi; dall’altra lacrimogeni e magnanelli. Secondo la procura, tale modalità di attacco configurerebbe finalità terroristiche ed eversive. Si tratta dell’articolo 280 del codice penale, che prevede pene da sei a venti anni di reclusione.
«Si profila un salto di qualità nell’operato dei Pm con l’elmetto – commentano i NoTav – Non fanno arresti o misure disciplinari ma, quatti quatti, iniziano a far trapelare la possibilità di nuove maxi-inchieste con imputazioni gravissime che, anche in assenza di prove, possono permettere lunghe detenzioni cautelari». Vogliono «puntare in alto – continua il movimento – verso la madre di tutte le imputazioni che Magistrati di questo calibro sognano di proprinare alle lotte sociali e ai movimenti, specie quando questi non abbassano la testa!». «Questo ennesimo atto intimidatorio, vera e propria provocazione, non deve lasciarci indifferenti – concludono i NoTav – e necessita di una risposta determinata e corale del movimento, in difesa di quest* compagn* e di un luogo di aggregazione che è di tutti i Notav».

in data:29/07/2013

Programma della festa di Voghera

Programma della festa di Voghera

Voghera in festa

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Lavoro: un progetto contro il governo di larghe intese e le politiche liberiste

Lavoro: un progetto contro il governo di larghe intese e le politiche liberiste

Pubblicato il 28 lug 2013

di Roberta Fantozzi, segreteria nazionale Prc –

C’è un urgenza evidente. E’ quella di rompere lo stallo. Lo stallo di un paese in cui non esiste un’opposizione sociale e politica minimamente adeguata a quanto sta accadendo. Un paese in cui disagio e disperazione sociale rischiano di essere confinati nella dimensione della rabbia individuale più che in conflitti collettivi capaci di durata, sedimentazione di coscienza, progetto di alternativa.

A questa necessità è indispensabile dare una risposta, provando a ricostruire opposizione e conflitto contro le politiche del governo e dell’Europa di larghe intese, a rimettere insieme il campo della sinistra di alternativa, ad avanzare una proposta di trasformazione.

Il governo Letta-Alfano, ha rinviato molti nodi a partire da quelli che più hanno occupato il dibattito pubblico, dall’Imu all’Iva, ma l’immagine del “governo del rinvio” stretto tra le contraddizioni della coalizione che lo sostiene, finisce per contribuire ad abbassare il livello della denuncia tanto dell’impianto di fondo, quanto delle singole scelte assunte o annunciate.

Il “governo del rinvio” non ha rinviato di peggiorare la situazione in materia di sicurezza del lavoro nel “decreto del fare”. Né di liberalizzare l’uso dei contratti a termine, ampliare il ricorso al lavoro accessorio, intermittente, al falso lavoro autonomo, peggiorando persino la controriforma Fornero. E il plauso all’accordo Expo 2015 che “può essere modello nazionale” secondo Letta, inaugura il modello del lavoro puramente gratuito “volontario”, un’inedito assoluto fino ad oggi.

Per altro verso dalla nomina di Di Gennaro ai vertici di Finmeccanica, alle dichiarazioni di Saccomanni al G20 di Mosca, a quelle dello stesso Letta sulla “cessione di partecipazioni pubbliche nazionale e anche degli Enti Locali”, è evidente quale sia la strategia del governo: una nuova ondata di privatizzazioni del residuo patrimonio pubblico, delle aziende partecipate come dei servizi pubblici locali.

Sono scelte certo non inattese, ma su cui è necessario che si alzi il livello della denuncia. Sono scelte che proseguono ed estremizzano le politiche iperliberiste: quelle politiche che sono non solo all’origine della crisi generale, ma della crisi specifica che colpisce in particolar modo il nostro paese.

A che cosa è dovuta infatti quella vera e propria “crisi nella crisi” che ci consegna una caduta di reddito, occupazione, produzione ed investimenti molto peggiore della media europea se non agli effetti delle manovre dei governi Berlusconi e Monti, combinati con la particolare intensità e gravità della stagione delle privatizzazioni nel nostro paese, con l’idea che la sola politica industriale fosse la precarizzazione, la compressione di salari e diritti del lavoro? L’Italia è stata seconda solo al Giappone nei processi di privatizzazione degli ultimi venticinque anni: un bilancio totalmente fallimentare, di cui ora ci si appresta a lanciare la fase conclusiva.

E’ con questa consapevolezza che abbiamo lavorato a definire la proposta di Piano per il Lavoro. Con la consapevolezza che il rimedio non può stare nel male, che la soluzione della crisi non può venire né in Italia né in Europa dalla continuazione estremistica delle politiche che l’hanno prodotta, ma dal rovesciamento di quelle politiche.

Il Piano per il Lavoro vuole creare almeno un milione e mezzo di posti di lavoro in tre anni, iniziando a dare una risposta ai 3milioni e 140 mila disoccupati, ai tre milioni di persone che un lavoro lo vorrebbero ma non lo cercano perché pensano che sia impossibile trovarlo, ai 520mila lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione a zero ore.

E vuole farlo redistribuendo la ricchezza, ricomponendo il mondo del lavoro, proponendo un nuovo intervento pubblico, progettando un diverso modello di sviluppo che ponga il tema del “cosa, come, per chi produrre”.

Vuole essere una piattaforma di ricomposizione, laddove pone il tema strategico della riduzione dell’orario di lavoro settimanale e nell’arco della vita, perseguendo l’obiettivo delle 32 ore settimanali e della radicale rimessa in discussione della controriforma delle pensioni: per superare quella prima grande divisione tra chi è costretto ad orari di lavoro sempre più lunghi e per un tempo sempre più lungo, e chi è costretto a sbattersi dalla mattina alla sera nella ricerca di un lavoro che non c’è o è sempre più precario e privo di diritti.

Vuole essere una piattaforma di ricomposizione laddove propone il salario orario minimo da definirsi sulla base dei minimi contrattuali per tutte le prestazioni lavorative, lavoro parasubordinato e stage compresi, perché ad uguale lavoro tornino a corrispondere uguali diritti e retribuzione, e laddove istituisce il reddito minimo per chi un lavoro non ce l’ha, universalizzando garanzie e tutele in caso di disoccupazione.

Vuole essere una proposta di nuovo intervento pubblico, per ricostruire una capacità di programmazione democratica dell’economia, dal credito alle politiche industriali, dalla conoscenza al welfare. Vuole proporre un’idea di pubblico egualitario e partecipato, il pubblico dei “beni comuni” in cui è centrale il protagonismo delle realtà locali, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle associazioni e della cittadinanza attiva.

E vuole essere un progetto di modello di sviluppo alternativo, per una riconversione ecologica e solidale dell’economia, capace di rispondere non solo alla crisi economica e sociale, ma a quella climatica e ambientale, dandosi gli obiettivi della riqualificazione e riconversione delle produzioni, della salvaguardia del territorio e della natura, dell’economia della conoscenza, della cura delle persone.

Si può fare? Si può fare con un intervento che reperisca le risorse da chi si è arricchito in questi anni a scapito della maggioranza della popolazione: con una patrimoniale che colpisca la scandalosa concentrazione di ricchezza esistente in un paese in cui l’1% delle famiglie possiede lo stesso patrimonio del 60% meno abbiente, ripristinando una progressività reale del fisco, contrastando la grande evasione fiscale, tagliando le spese per la guerra e quelle per le grandi opere inutili.

Si può fare, dicendo no al Fiscal Compact e alle politiche che stanno aggravando la crisi, distruggendo la società e la democrazia in Italia ed in Europa.

Il Piano per il Lavoro è uno strumento per lottare, per ricomporre un campo di forze con un proposta di alternativa. E’ molto più realistico della continuazione delle politiche neoliberiste. Perché dalla crisi si esce solo rimettendo a tema un progetto di trasformazione, l’eco-socialismo del XXI secolo.

E se incontrassi uno dei poliziotti della Diaz?

E se incontrassi uno dei poliziotti della Diaz?

E se incontrassi uno dei poliziotti della Diaz?

La paura di trovarsi faccia a faccia con uno dei propri carnefici. La condizione di essere trattato da terrorista nel proprio paese [Mark Covell]


 di Mark Covell

Dear Dr. Giorgio Ricci,

Mi chiamo Mark Covell. Sono il giornalista inglese che fu quasi ucciso nell’irruzione alla Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Mi permetto di inviarLe questa lettera per esprimere ciò che provo a proposito delle condanne inflitte con la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, lo scorso Luglio. So che ci saranno diverse udienze per decidere se i poliziotti condannati dovranno scontare la pena in carcere o no.

Nonostante non sia una pratica usuale per un giudice ricevere una lettera del genere, Vi scrivo per farVi sapere esattamente cosa provo, come una delle vittime più conosciute, e ciò che tutti noi della Diaz ci aspettiamo di veder fare, in nome della giustizia.

Chiedo a tutti coloro che considereranno il contenuto di questa lettera di comprendere che noi, vittime della Diaz, abbiamo vissuto un inferno che non si è fermato solo alla notte della “macelleria messicana”. Abbiamo visto da lontano, e talvolta anche da Genova o da Roma, queste persone condannate venire promosse di volta in volta, fino al punto in cui hanno potuto usare gli strumenti e le risorse del loro lavoro per intimidire, minacciare e mettere sotto sorveglianza le vittime di Diaz. Essi hanno inoltre ostacolato la giustizia, distrutto le prove ed eretto un muro di silenzio che abbiamo dovuto fronteggiare per anni. Non mi risulta che siano mai state pronunciate parole di comprensione o di scuse nei confronti delle loro vittime, né che vi sia stata resipiscenza rispetto ai fatti commessi.

Per quasi dodici anni, tutti noi della Diaz abbiamo visto uomini come Berlusconi e altri cambiare le leggi e le regole del gioco, in modo da permettere ai poliziotti di sfuggire a qualsiasi sanzione per le loro azioni nella notte della Diaz, come ad esempio la riduzione della prescrizione e l’introduzione di leggi volte ad assicurare l’immunità delle Forze di Polizia condannate a pagare una qualsiasi forma di risarcimento.

Ma, nonostante ciò che Berlusconi e altri politici hanno fatto, i superpoliziotti condannati della Diaz mantengono la loro buona parte di colpa e responsabilità.

Inoltre, sembra che i diritti dei criminali poliziotti condannati siano sempre stati tenuti in maggiore considerazione rispetto ai diritti delle vittime. Mettendo da parte tutte le promozioni, ad alcuni di questi uomini è stato permesso di dichiararsi nullatenenti per evitare di pagare un solo euro a titolo di risarcimento a noi vittime, lasciando l’onere ai contribuenti italiani. Inoltre, grazie all’indulto, nessuno di loro finora ha mai scontato un solo giorno di carcere, per i loro crimini.

A proposito dell’indulto, posso solo dire che è stato enormemente ingiusto vedere poliziotti che hanno scritto la pagina più nera della storia della Polizia Italiana, distruggendone la reputazione, essere autorizzati a beneficiare di uno sconto di pena significativo. Nel mio paese l’indulto è concesso solo a detenuti che hanno commesso reati minori e che comunque hanno già scontato una parte della pena. Non è concesso ad alti comandanti della polizia, che sono stati condannati per reati gravi come percosse, tentato omicidio delle vittime, falsificazione delle prove (vale a dire due bottiglie molotov), falsi arresti, false dichiarazioni, abusi e torture.

A proposito dei falsi arresti e delle false dichiarazioni, desidero sottolineare che il falso arresto per associazione a delinquere di vittime gravemente ferite è stato compiuto con il preciso intento di mandare in carcere le vittime per almeno 10-15 anni sulla base di false accuse e coprire ciò che Amnesty International ha chiamato “la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale”.

E qui stiamo discutendo se Gratteri e altri poliziotti condannati debbano scontare una pena di meno di due anni!

Dov’è il confronto? Come una delle vittime gravemente ferite della Diaz, vorrei vedere questi poliziotti scontare in prigione esattamente lo stesso periodo di tempo che loro stessi hanno tentato di infliggere a noi, sulla base di prove e dichiarazioni assolutamente false.

Spesso mi domando cosa sarebbe successo se il piano della polizia alla Diaz fosse stato portato a termine; sarei stato ingiustamente condannato e avrei scontato 15 anni in una prigione italiana, senza nessuna pietà. Quasi 12 anni dopo quella fatidica notte, ogni misericordia disponibile viene dispensata solo a favore di questi poliziotti, da un sistema legale che è incapace di proteggere i diritti delle vittime.

Il mio caso, in particolare, è stato archiviato perché nessuno dei molti poliziotti e funzionari presenti si è fatto avanti per testimoniare. A quanto pare nessuno ha visto o ha sentito, nonostante in quel momento io fossi l’unica persona in strada, sulla quale si sono accaniti i poliziotti. Vi prego di consultare la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento aperto per tentato omicidio in mio danno, se desiderate acquisire familiarità con il mio caso personale.

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Anche se il desiderio dei poliziotti condannati di mandare le vittime in carcere per coprire i loro crimini non si è realizzato, le vittime hanno comunque dovuto subire una realtà se possibile ancora più insidiosa.

La maggior parte delle vittime internazionali del raid alla Diaz sono state illegalmente deportate nei loro paesi di origine, dove sono state accusate dai loro governi, e talvolta anche da amici e parenti, di essere criminali ed hanno dovuto affrontare un particolare tipo di discriminazione. I livelli di povertà e la profondità del danno sono estremamente elevati tra le vittime della Diaz. Alcuni di noi si sono ridotti ad essere senzatetto e a vivere per strada, ed è stato estremamente difficile essere trattati come terroristi dalle autorità del proprio paese, solo perché tutti hanno creduto alle menzogne raccontate da questi superpoliziotti condannati.

Per quelle vittime che non si sono fatte intimidire dalla prepotenza, dalle menzogne e dall’odio puro della polizia e che hanno osato tornare a Genova per lo svolgimento dei processi, è stato come vivere in una guerra in cui entrambe le parti si scrutano l’un l’altra attentamente, mentre il processo va avanti. Ogni volta che vedo poliziotti italiani divento incredibilmente nervoso. E’ così per tutti noi. Per noi le forze dell’ordine e i tutori della legge rappresentano la paura, il dolore, la tortura, il controllo totale della popolazione.

La vita per me a Genova è stata ed è sempre molto intensa. Viviamo tutti la paura che un giorno uno di noi incontrerà uno dei poliziotti della Diaz e le minacce già date saranno realizzate. Non riesco mai a rilassarmi quando sono in Italia. La maggior parte di noi si sente come se dovesse giocare perennemente al gioco del gatto col topo, per rimanere in vita qui.

E’ proprio per l’arroganza e per la completa mancanza di rimorso dei comandanti condannati, che dovrebbe essere applicata la massima sanzione possibile. Da parte dei condannati non ci sono state scuse significative né tantomeno alcun senso di rimorso. Non c’è stata e non c’è ancora nessuna collaborazione da parte loro sulle questioni in sospeso del caso Diaz. Tutti, in diversa misura, hanno eluso le domande, sono rimasti in silenzio nonostante il loro coinvolgimento fosse testimoniato da prove schiaccianti e hanno raccontato una marea di bugie alla stampa, rifiutandosi però di testimoniare in tribunale. Solo dopo la loro condanna in Cassazione alcuni di loro hanno dichiarato la propria innocenza, come Fournier e Canterini. Per le vittime della Diaz, i loro deboli tentativi per evitare la prigione, sono l’ultimo modo che hanno per sfuggire alle loro responsabilità per il raid.

Per quanto riguarda la verità su ciò che è realmente accaduto, la Procura ha affermato che c’è stato un vero e proprio muro di silenzio al quale, per una regola non scritta, ogni poliziotto si è attenuto. Questo muro di silenzio dai comandanti condannati, da tutta la polizia italiana e dal Ministero dell’Interno è assordante per le vittime della Diaz. Esso ha permesso ai poliziotti condannati, lungi dal mostrare rimorso o colpevolezza, di intimidire, mentire, ostacolare le indagini e distruggere le prove, nel tentativo di sfuggire all’azione penale. Ha inoltre impedito a me e ad altre vittime di avviare un processo per tentato omicidio, contro i già condannati superpoliziotti.

Infine, come detto sopra, l’irruzione alla Diaz è stata la pagina più nera della storia della polizia italiana. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione deve essere accolta e, dal punto di vista delle vittime, ai comandanti di polizia condannati si dovrebbe applicare la massima sanzione possibile, in modo che ciò serva da esempio ad altri poliziotti su cosa non fare durante un’incursione per la ricerca di armi (Tulps 41).

In conclusione, prego il Tribunale di prendere in considerazione anche la voce delle vittime nella decisione che dovrà prendere.

Come post-scriptum, trascrivo di seguito questa poesia chiamata ‘Total Eclipse’. E’ stata scritta da un’anonima vittima della Diaz nel 2006.

Yours sincerely

Mark Covell

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Total Eclipse

I don’t know what is happening to me. The world around me collapsed. I have lost it. This will never be over. It will always stay like this. I will never be able to dance again. I will never be happy again. I will never love again. I will never laugh again. My world is pain and tears. My world is loneliness. My world is a black tower in a dark sea. My life is gone. Is this life still worth living? Loneliness. Pain, deeper than ever before. Why don’t I just go? Why don’t I just stop moving in the middle of the street.

Looking down the bridges. I could make it stop. Make this nightmare be over. So lonely, so lonely. I am alone. Alone in this sea of pain, alone with my screams. It nearly tears me apart. Nobody cares. I am scared of people. Can’t face seeing anybody. Hiding away. What if they ask how I am doing and I don’t know what to say. There are no words, only tears and screams. I can’t scream my pain in your face. So I hide.

My house is not my house anymore. How did my friends turn into people I am scared off? I don’t dare to leave my room. The risk to meet somebody on the corridor is too high. I am alone and I will never be happy again. Something else has taken control over me. A black ghost follows my steps and whenever he feels like, he throws me on the floor. It can happen any moment. I don’t dare to go out anymore.

I can lose it any moment and end up crying and winding in cramps on the floor. What if that happens on the street? I rather stay in my bed. What is there to do for me anyway? Nothing makes sense anymore. I cry. Cry like I have never cried before. Something is tearing my stomach out of my body. I nearly puke. I am not myself anymore. I am everybody. Every prisoner. Every body beaten up by the police. Every body who gets tortured. This feeling does not stop. Weeks, and weeks. I feel ashamed. I don’t want to appear weak. I don’t want to admit what they did to us had such an impact on me. Now I am nothing. Nobody shall see me like this

E’ l’abito che fa il monaco

E’ l’abito che fa il monaco

Ecco qua il Fassina che ormai ti aspetti, almeno da quando è entrato nella stanza dei bottoni. “La pressione fiscale è insostenibile” ha detto il viceministro al convegno di Confcommercio. E fin qui non ci piove, salvo che sarebbe stato utile precisare su chi, su quali soggetti sociali e fasce di reddito pesa questa overdose tributaria. Invece no. Tutti, per Fassina, egualmente tartassati e sull’orlo della bancarotta. Sul crollo della progressività dell’imposta, passata per l’aliquota massima dall’oltre 70% degli anni Settanta all’attuale 45%, neppure un accenno. Ricchi rentiers, padroni, manager, grand commis di stato, al pari dei pensionati e dei lavoratori dipendenti sarebbero egualmente rapinati da un fisco vorace. Indifferenziatamente. La bufala è madornale, ma ormai Fassina è lanciato e così prosegue: “C’è una relazione stretta tra la pressione fiscale, la spesa e l’evasione”. Immaginiamo la sorpresa e il plauso di una platea che rappresenta una delle categorie che si caratterizzano per la più alta, quasi compulsiva, tendenza all’evasione, sistematicamente rilevata ad ogni rilevazione statistica dall’Agenzia delle entrate. Fassina “scopre” che esiste ”un’evasione di sopravvivenza”. ”Senza voler strizzare l’occhio a nessuno – per carità!, ndr – e senza ambiguità nel contrastare l’evasione ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno”. Povero Fassina: ora ha scoperto che i commercianti evadono sì, ma per necessità e, soprattutto, con un nodo alla gola per il rimorso. Ce n’è un altro, che prima di lui spiegava agli italiani come l’evasione fose uno “strumento di legittima difesa contro l’esosità del fisco”. Si chiama Silvio Berlusconi,  faceva il presidente del consiglio e recentemente è stato condannato al carcere e all’interdizione dai pubblici uffici per gravi reati di frode fiscale. Dicono che non se la passi proprio male. ”Non è una questione di carattere prevalentemente morale”, conclude il viceministro, un tempo accreditato alla sinistra del Pd ed ora folgorato da amore irrefrenabile per le “larghe intese”. Non lo è, infatti. O, per lo meno, non è soltanto quello. E’ innanzitutto un dovere civile, un imperativo su cui si regge il patto comunitario, un elemento fondativo della coesione sociale. Fornire alibi a buon mercato al popolo fraudolento degli evasori, magari sperando di riscuotere qualche appannaggio elettorale, è il modo più diretto, e miserabile,  per demolire le fondamenta della democrazia.

Dino Greco 

in data:25/07/2013

70 anni fa cadeva il regime fascista. Oggi la dittatura è economica e non politica

70 anni fa cadeva il regime fascista. Oggi la dittatura è economica e non politica

Pubblicato il 25 lug 2013

“Il 25 luglio 1943, esattamente 70 anni fa – dichiara Paolo Ferrero – cadeva il regime fascista. Per chiudere la partita con il nazifascismo e conquistare la pace, furono necessari altri due anni di battaglie che videro nella lotta partigiana la ricostruzione della dignità del popolo italiano. A distanza di 70 anni non si può non vedere come oggi  in Europa l’attacco alla democrazia e alla Costituzione nata dalla Resistenza avvenga attraverso l’applicazione dell’ideologia neoliberista che ha dato luogo ad una vera e propria dittatura economica. In questa assolutizzazione del neoliberismo al di sopra di ogni istanza di giustizia e libertà abbiamo il nuovo fascismo impolitico e tecnocratico dei nostri giorni”.

Mortara: le rose di Via Gorizia sono tornate a ridere!

Mortara: le rose di Via Gorizia sono tornate a ridere!
Ci sono notizie che impallidiscono nel volgere di una notte. Questa non e’ una di quelle.

Le rose di Via Gorizia sono tornate a ridere!

Storia di un mercoledi rovente di luglio

Il risultato: tredici volontari, 10 aiuole ripulite, dodici sacchi neri riempiti , estirpate 40 chili di erbacce, tre abitanti della via partecipanti, un sacco di carta e bottiglie vuote recuperate, secondo voi basta alle rose per sorridere?
Abbiamo apprezzato il passaggio del Sindaco e dell’assessore Farina che ci hanno augurato buon lavoro, dell’Assessore Marco Vecchio che e’ intervenuto a titolo personale.
Ci hanno chiesto della nostra iniziativa Simona Marchetti della Provincia Pavese, Jessica Floris della Lomellina, un operatore di Telepavia che ci ha a lungo filmati.

La storia:
L’inizio e’ stato esaltante, freschi “ come rose” alle 6,15 di questa mattina eravamo gia li davanti alla fontanella. Che buttava acqua a piu’ non posso e ci guardava, chissà perche’ con gesto di sfida.

Alla fontanella a quell’ora, c’erano gli amici di Legambiente e le” mamme del Cammino” coordinate da Daniela entusiasta attivista dei gruppi di cammino Mortaresi che gia’ programma per settembre altre uscite nei parchi dove giocano i bambini magari accompagnati da creativi che suonano violino e raccontano poesie.
Ed io penso se Grazia- ma forse ho sbagliato il suo nome- decide di lasciare a casa i suoi due bambini per andare a pulire aiuole pubbliche, se Daniela e’ li “ poi alle 8 pero’ devo scappare, devo andare a lavorare” significa che sta nascendo una nuova richiesta di partecipazione , dal basso, una nuova voglia di avere cura del mondo.
Poi nella concitazione Daniela perde la chiave del lucchetto della bici in mezzo a quel casino di striscioni che avevamo creato, striscioni, cesoie, guanti, sacchetti, ramazze, bottigliette d’acqua. E deve correre a casa per cercare la seconda chiave e in fretta, anzi di corsa, con il sole che si scalda e non perdona e’ l’assillo del cartellino da timbrare. Io avrei detto che mercoledi che butta male, ma chi me lo fa fare?. Mai piu’! E invece se Daniela leggera’ queste righe la pensera’ diversamente “ Faccio la cosa giusta”. Cosi pensera’.Ne sono certo.
Alle sette della mattina comincia il via vai dei pendolari, facce stupite, intruppate nelle loro auto lucidate,non ci sorride nessuno, aiutiamo un non vedente a superare le barriere che abbiamo creato, cominciamo a bere e a sudare, a dare volantini ai rari abitanti che escono dalle case della via.
Sguardi inespressivi, non sanno chi siamo, non gli interessa sapere perche’ siamo li.
Non importa, noi continuiamo a strappare erba.
Il lavoro fatto in gruppo non e’ una maledizione, diventa piacevole, si chiacchiera, ci si passa gli attrezzi. In alcuni punti le piante infestanti sono cosi’ radicate nel terreno, dopo mesi di incuria, che fatichiamo a staccarle. Se fosse stato bagnato! Poi ci rendiamo conto che queste rose non prendono acqua dalla canalizzazione esistente da ere geologiche, infatti esse sono sfilate in molti punti. Solo quella che il cielo benevolo decide di elargire loro. Benevolo ma non troppo, questo mese.
Alle otto le mamme se ne vanno, arriva l’assessore Marco Vecchio che, testimoniamo tutti alla fine, ha svolto un lunghissimo lavoro di sradicamento per piu’ ore, poi chiama gli operai comunali gli dice loro che l’impianto deve essere ripristinato. Grazie. Grazie gli diciamo noi e ancora prima di noi glielo sussurrano le rose a lui piu’ vicine.
Poi passa il sindaco, si conviene che le rose hanno bisogno di aiuto. Ci saluta e ci ringrazia per la partecipazione. Ecco Simona Marchetti, della Provincia pavese, foto, chiede, saluta se ne va e poi torna ancora a fotografarci come se avesse perso un particolare, un sospiro, una richiesta.

Poi arrivano le donne: e’ incredibile la tenerezza e la serieta’ e la perfezione che ci mettono nel prendersi cura: prima Nadia che all’appello su facebook aveva immediatamente risposto “vengo anch’io”, prende mezza giornata di ferie ed e’ li con guanti un po’ tropo grandi ma funzionali. Poi arriva Cinzia con la sua bici piena di fiori. Ci invita’ tutti a prendere un caffe’ da lei che in quella strada ci abita. Non si puo’, il lavoro deve proseguire.

E poi Anna sempre abitante della Via. Appena si china capisci che e’ una esperta di giardinaggio, fili rimossi chirurgicamente, attrezzatura professionale, sguardo globale che non si disinteressa del locale. E poi Chiara che abita poco piu’ in la, e lei ci fornisce lo strumento piu’ utile alla bisogna , quello a cui nessuno aveva pensato.Una paletta. E si dichiara disponibile ad andare avanti nei giorni successivi perche’ quelle rose sono troppo belle per poterle lasciarle morire.

Ma prima ancora, ferie prese per l’occasione Franco a cui consigliamo di portare il violino per farci assaggiare la magia della musica mente siamo chini. Si rifiuta, basta il sole a fargli tremare le mani, non c’e’ bisogno di altro sudore. Rimandiamo la kermesse a settembre. Accordo fatto.

L’operatore di tele Pavia da lontano lo scambiamo per un vigile e gia’ pensiamo alla gattabuia per qualche reato commesso in precedenza. Avevamo messo il giorno prima, in effetti,le nostre poesie e i nostri inviti per oggi sui muri bianchi della case. Lo sappiamo non e’ da farsi. Ma a nostra discolpa avevamo il fatto che li avevamo appiccicati con uno scotch leggero, leggero di quelli che non lasciano il segno. E poi come si puo’ considerare reato appendere una poesia di Alda Merini?

L’operatore della tv si diverte un mondo, saltella di qua e di la della strada inseguendo rose pulite e rose attorcigliate, raccoglie voci e volti imperlati di sudore. Stasera al tg vedremo i nostri volti disfatti sul video.

Alle 10,30 non ce la facciamo piu’, ci sorridiamo per trovare nello sguardo altrui un po’ di forza, un po’ di coraggio. A squadre andiamo al bar Milano a riposarci e a bere un caffe’. Offertoci gratuitamente dal gestore che ci aveva visto arrivare trafelati e con le facce paonazze e schiantarci sulle sedie del suo locale. Grazie anche a lui.

Ed ecco Graziella e Gianfranco di Legambiente, e anche loro giu’ subito a strappare, ad ammucchiare, a ramazzare, il gruppo si ingrossa, qualcuno rallenta , qualcun altro ritrova una nuova grinta, si prosegue. I sacchi neri si accumulano ai lati della strada, le frecce per il traffico e i cartelli stradali si muovono lentamente sempre piu’ avanti, i primi cappellini vengono calcati in testa.
Ore 11 conferenza stampa. Jessica Floris della Lomellina e’ una ragazza giovane, carina , gentile, vuole sapere un mare di cose: avevamo preparato su di un foglio un a parte delle cose da dire pensando di non avere piu’ la lucidita’ di dirle bene sul momento. Gli passiamo il foglio. Sta con noi a lungo, ci parla di questa citta’, dei suoi vizi e delle sue virtu’.

A mezzogiorno intravediamo netta la discesa verso i “frati”. Non ce la facciamo piu’, il sole ci annebbia la mente, vediamo le rose blu cosa che non ci sembra proprio corretta nonostante che siano a secco da tempo.. Decidiamo di smettere.
Andandocene dopo avere bellamente allineato i sacchi stracarichi di erba lungo la ciclabile abbiamo visto qualcuno di noi, di cui io non faro’ tuttavia il nome nemmeno sotto tortura, che si girava verso le rose. Come per un saluto finale , per un sorriso.
E voi, e voi amici, non ci crederete mai a cosa ho visto: un gruppetto di rose quello davanti ad una cancellata che era stata giusto dipinta quella mattinata li, ha risposto al sorriso. Si ha risposto. Ha risposto al sorriso. Cose da pazzi, direte voi.
Cose che succedono perche’ come diceva Terzani, dobbiamo regalare gli occhi anche alla natura perche’ anch’essa possa danzare la vita.

Ringraziamenti finali.

Come Circoli Legambiente lomellini Il Colibri e Cea che hanno sponsorizzato l’iniziativa desideriamo ringraziare tutti gli amici che in una giornata proibitiva hanno comunque deciso di venire a sudare con noi, ringraziare Marco Vecchio che ci ha dotato di guanti ad hoc anche se poi alla fine siamo riusciti a fotografare almeno una dozzina di braccia graffiate e arrossate dalle spine. Ma qui lui non c’entra, naturalmente.
Vogliamo ringraziare in particolare chi ha preso le ferie per combattere la battaglia delle rose , chi e’ venuto in ora antelucana prima del lavoro, ai pensionati che invece del bar hanno scelto la strada assolata, a chi ha fatto le fotocopie , a chi a raccontato l’iniziativa sui giornali , a chi ha postato sul web il suo “ mi piace”. E anche ai tanti “un’altra sporca dozzina” che sarebbero venuti se fosse stato di sabato, oppure se non erano al mare.Li capiamo, torneremo.
L’iniziativa ha avuto a nostro avviso un valore reale in quanto molte rose ora non piangono piu’ e scusate se questo e’ poco. Ma anche simbolico. La nostra non e’ mai stata e lo abbiamo chiarito sin dal suo sorgere una iniziativa anti amministrazione,contro il degrado di questa strada, e tuttavia siamo certi che l’amministrazione avra’ d’ora in poi’, perche’ ce lo ha promesso un po’ piu’ cura di questa via, tornera’ a fare bere acqua alle rose e fara’ estirpare le erbe grame.

E scusandomi per questo post esageratamente lungo mentre arrostivamo lungo la via abbiamo ragionato su alcune idee: il ruolo del volontariato, della partecipazione attiva, la vison urbanistica della citta’ e infine il bisogno di relazione e socialita’ delle persone. Perche’ come le rose che si sentivano sole in mezzo a tanti lacci e lacciuoli anche molti mortaresi soffrono di solitudine in un mondo che diventa sempre piu’ complesso e difficile. E allora bisogna ripensare i luoghi di incontro, il paesaggio, la bellezza e tutte quelle cose che se fatte e fatte bene possono produrre piu’ felicita’ nelle persone e in noi.
Noi come Legambiente siamo sempre qui pronti ad aprire piste di lavoro comune.

I ns pensieri e le nostre conclusioni… parziali.

Perche siamo qui!

Alcuni di noi che passano spesso per questa via hanno ascoltato il pianto delle rose e hanno chiesto loro di raccontare.
Al di la della simbologia il senso che abbiamo voluto dare alla nostra iniziativa non e’ mai stata quella di una iniziativa di contrapposizione all’amministrazione comunale anche se per le rose e cio’ che rappresentano lo stare qui senza una stilla di acqua sotto il giason del su di questa calda estate, non e’ certo piacevole, Il senso e’ stato quello di interpretare e dare visibilita’ a una , ci sembra, di nicchia ma comunque presente e irriducibile voglia da parte delle persone di partecipare a migliorare il proprio ambiente e dunque la res pubblica.
Ci inseriamo all’interno di lavori di pulizia analoghi che Daniela Capella lavoratrice nella nostra asl Asl sta facendo da diversi mesi con alcuni volenterosi dei 5 gruppi di cammino che lei coordina in citta’ . E che stamattina alle 6 era qui a strappare erba.

I punti

1 E’ questa una nuova forma di cittadinanza attiva che si sta sviluppando in citta’, una forma di sussidiarieta’ orizzontale che ha valore e forza, e che noi come Legambiente chiediamo all’amministrazione di considerare, inventando nuovi strumenti e linguaggi di partecipazione.
C’era una volta lo sapete Agenda 21 mai supportata a dovere in citta’ , ma che aveva un obiettivo grande: riunire tutti gli steckolders,i portatori di interesse per studiare insieme una nuova sostenibilita’ ambientale e sociale. Ora ci sono altre reti comunali di comuni virtuosi anche vicino a noi.Che varrebbe la pena conoscere, indagare, copiare.

2 Il secondo punto e’ il volontariato . Quella cosa che ha spinto alcune persone a venire qui con noi stamattina. Ebbene noi consideriamo il volontariato una grande risorsa, un capitale sociale che attende di essere valorizzato molto di piu’ di quanto viene fatto attualmente.
Per questo chiediamo al Comune di dotarsi di nuovi strumenti per coinvolgere il nuovo e il vecchio volontariato, creando reti associative capaci di dare risposte ai nuovi bisogni che stanno emergendo. Un mondo quello del non profit che e’ altro rispetto al welfare e al privato che non li rimpiazza ma che ha caratteristiche nuove e che secondo noi deve essere non solo consultivo ma decisionale.
Tanto piu’ che esso e’ spesso in grado di intravedere i nuovi fenomeni sociali, di esclusione, di marginalita’, ma anche urbanistici prima ancora che essi si manifestino.

3 Ci sembra che stia nascendo una nuova cultura dell’ambiente .
La bellezza ad esempio sta diventando un valore forte e condiviso, e qui io ricordo che Legambiente su questo sta realizzando una grande campagna nazionale, e dunque ci piacerebbe una politica che ragiona dell’importanza della bellezza ,dei luoghi vissuti, del nuovo significato che assume a livello urbanistico la parola paesaggio, ma anche il recupero di nuovi valori e stili di vita- sobrieta’, lentezza, l’avere cura di… ecc.-
Questa iniziativa vuole raccogliere e raccontare proprio questo bisogno di bellezza.
Come abitanti o ex abitanti di questa strada pensiamo ad un nuovo tipo di citta’ non certo una delle citta’ invisibili di Calvino con le torri di cristallo, ma una riprogettazione del territorio, delle strade, delle piazze, insomma una nuova vision degli spazi e di chi li abita, che sia capace ad esempio di non marginalizzare zone e quartieri come Robbiano, Torino e Gorizia spesso abbandonate al degrado ambientale ed umano

4 Non ci sono soldi si dice spesso: eppure se noi crediamo che la parola crisi non significhi solo disperazione ma opportunita’, se consideriamo questa crisi non solo come un fattore economico ma anche come crisi di senso di significato e di futuro allora forse possiamo cominciare ad immagine forme nuove e inedite di stare insieme, di costruire insieme, di creare valore insieme. Abbiamo una scuola agraria che potrebbe sperimentare la cura di queste rose, ed evitare bruttezza e spreco Magari in cambio di crediti agli studenti, abbiamo un mare di giovani in questa citta, tantissimi laureati o giovani che hanno grandi entusiasmi: perche’ non aprire loro spazi per sperimentare una nuova forma di citta’ che metta al centro i limiti dell’urbanistica attuale, e chiedere loro di inventare una nuova qualita’ dell’ abitare, una nuova idea del paesaggio, una nuova idea di efficienza dei sistemi energetici, una nuova idea di mobilita’ urbana , una nuova idea che eviti processi di segregazione sociale, una nuova idea per creare nuovi spazi collettivi di incontro e di relazione?

Io chiuderei dicendo che il degrado ma anche la solitudine avviene anche perche’ le persone abitano case sempre piu’ fortezze, che sembrano sempre piu’ assediate dal mondo esterno infido e nemico.
Si puo’ tornare, noi diciamo, anche a vivere gli spazi esterni a queste abitazioni, i cortile, le panchine, le vie alberate, le piste ciclabili, i piazzali della stazione, i marciapiedi e gli spazi davanti alle scuole, le aiuole con le roselline che abbiamo qui davanti … E dunque c’e’ bisogno di una nuova visone urbanistica che tenga insieme tutto questo.

Adriano Arlenghi

La sentenza della Consulta che può riportare la democrazia in fabbrica

La sentenza della Consulta che può riportare la democrazia in fabbrica

“Nel momento in cui viene meno alla sua funzione di selezione dei soggetti in ragione della loro rappresentatività” e “si trasforma invece in meccanismo di esclusione di un soggetto maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo, sì da non potersene giustificare la stessa esclusione dalle trattative, il criterio della sottoscrizione dell’accordo applicato in azienda viene inevitabilmente in collisione con i precetti di cui agli articoli 2, 3 e 39 della Costituzione”. La Consulta motiva con queste chiarissime parole il giudizio di illegittimità costituzionale dell’art. 19, comma 1, dello Statuto dei lavoratori. L’art. 2 della Costituzione garantisce “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali”; l’art. 3 tutela l’uguaglianza dei cittadini; l’art. 39 la libertà di organizzazione sindacale. Se soltanto chi firma un contratto è abilitato all’esercizio dei diritti sindacali in quel sito è del tutto evidente che ne saranno premiati i sindacati più proni, o addirittura corrivi, o complici della volontà datoriale. Non è dunque dalla sottoscrizione di un accordo che si può evincere la rappresentatività di un sindacato. La violazione del principio di uguaglianza rilevata dalla Consulta sta nel fatto che i sindacati, “nell’esercizio della loro funzione di autotutela dell’interesse collettivo, sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del loro rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa”. Ma c’è di più, perché la Corte parla, se possibile ancor più chiaramente, di una “forma impropria di sanzione del dissenso”, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione “che innegabilmente incide, condizionandola, sulla libertà del sindacato in ordine alla scelta delle forme di tutela ritenute più appropriate per i suoi rappresentati, mentre, per l’altro verso, sconta il rischio di raggiungere un punto di equilibrio attraverso un illegittimo accordo ‘ad excludendum'”.

Quanto alla individuazione di un criterio selettivo cogente ed effettivamente democratico attraverso cui verificare la rappresentatività sindacale ai fini della tutela privilegiata di cui al titolo Terzo dello Statuto dei lavoratori la Corte ritiene si possa dare efficace risposta con “una molteplicità di soluzioni”, tra cui la “valorizzazione dell’indice di rappresentatività costituito dal numero degli iscritti”, l'”introduzione di un obbligo a trattare con le organizzazioni sindacali che superino una determinata soglia di sbarramento”, “l’attribuzione al requisito previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori del carattere di rinvio generale al sistema contrattuale e non al singolo contratto collettivo applicato nell’unità produttiva vigente”, oppure il “riconoscimento del diritto di ciascun lavoratore ad eleggere rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro”. L’opzione “tra queste od altre soluzioni”, conclude la Corte, “compete al legislatore”.

C’è, invero, anche un altro criterio, certamente il più democratico, quello rivendicato dalla Fiom e sostenuto da 100mila firme consegnate al Parlamento, con cui si prevede che ogni accordo, a qualsiasi livello stipulato, per produrre i suoi effetti debba essere approvato, con voto segreto, da tutti i lavoratori che vi sono interessati.

In ogni caso, tocca ora al Parlamento riempire il vuoto legislativo che la sentenza della Corte apre. In questo senso si è pronunciata l’Usb, che con Fabrizio Tomaselli rivendica “la necessità assoluta di una legge sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sui posti di lavoro e sulla rappresentanza sindacale. Non serve una legge qualunque, serve immediatamente una legge che riporti democrazia e libertà nel mondo del lavoro contro il monopolio di Cgil, Cisl e Uil e le discriminazioni delle aziende che sino ad oggi continuano a scegliere i propri interlocutori sindacali per sottoscrivere accordi e contratti sempre peggiori per i lavoratori.
Serve una legge che riporti in primo piano non gli interessi dei sindacati che “collaborano”, ma i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici che devono e possono esprimersi liberamente e decidere da chi essere rappresentati sindacalmente”. Sul tema interviene anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, che così commenta la sentenza: “Marchionne e la dirigenza della Fiat hanno perso, grazie all’impegno e alla determinazione della Fiom e di tanti lavoratori che non si sono piegati all’arroganza dell’Amministratore delegato. La cosa vergognosa è che subito Marchionne &c. si sono premurati di ricattare i lavoratori e il Paese, annunciando di voler “valutare in che misura il nuovo criterio di rappresentatività potrà modificare l’assetto delle proprie relazioni sindacali e le sue strategie industriali”. “Il governo deve intervenire – conclude il segretario del Prc – Marchionne non può fare il bello e il cattivo tempo”.

Dino Greco

in data:24/07/2013

No Tav. Fermarci è impossibile

No Tav. Fermarci è impossibile

FIACCOLATA-1

Genova, il paradosso è che nulla è come allora

Genova, il paradosso è che nulla è come allora

POLITICA

Genova, il paradosso è che nulla è come allora

Dodici anni fa l’omicidio di Carlo Giuliani. In piazza Alimonda il ritorno dei “reduci”

 

Il paradosso è che quella pistolettata che ha ammazzato Carlo ha generato più vita di quella che ‘è rubata, oltre al dolore irrimediabile di un omicidio e all’ingiustizia di un processo negato. E’ la vita che torna a respirare ogni 20 di luglio in piazza Alimonda, che rimette gli striscioni sulla ringhiera della chiesa e fa suonare la gente dal palco, che fa tornare i “reduci”, che li fa abbracciare, piangere, ridere e indignarsi. C’era chi ci doveva stare anche stavolta, la dodicesima da quel 2001. Mancava don Gallo ma le sue parole sono risuonate dall’altoparlante.

Il paradosso è che nella città di don Gallo e don Paolo Farinella c’è un altro prete che quegli striscioni non li sopporta assieme a certi suoi parrocchiani perbenisti.

Il paradosso è che «siamo pochissimi» lo dice Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, «non perché siano passati dodici anni ma perché siamo divisi». Guarda il padre di Federico che arriva al convegno del mattino, e pensa ai tanti Federico che sopravvivono alla violenza dei “controlli” di polizia ma si portano dentro quell’umiliazione nell’indifferenza. E per la prima volta Haidi piange in pubblico. Ma lo fa pensando a una madre che ha una figlia di sei anni e nove anni di galera sul groppone. Piange perché pensa che non potrà mai accompagnare la bambina a scuola o a prendere un gelato. Perché, questo è l’articolo dei paradossi, il paradosso è che per un pezzo di vetro c’è chi sconta dieci anni, preso nel mucchio, e chi ha mezzo ammazzato Mark Covell nemmeno avrà un processo.

Il paradosso è che il poliziotto che disobbedì e chiamò l’ambulanza che salvò il mediattivista inglese è rimasto anonimo per non rischiare di essere espulso come un corpo estraneo da uno spirito di corpo crudele e fascistoide.

Il paradosso è che le ragioni di quel luglio sono più vere che dodici anni fa ma da allora ogni questione sociale viene tradotta in problema di ordine pubblico. Italo Di Sabato, con l’Osservatorio repressione, sta facendo i conti ed è arrivato a 17mila processi. Mentre si discute arriva il bollettino valsusino di altri arresti e altri feriti e i bossoli delle cazzate sparate dai giornalisti mainstream. Sta per partire una campagna contro le leggi speciali e il codice Rocco e la denuncia di alcuni metodi che le procure stanno affinando per mettere la sordina ai conflitti sociali. Come i “decreti di condanna penale” che colpiscono sempre più spesso i lavoratori in lotta, spesso pene pecuniarie, senza nemmeno un processo per potersi difendere. Tutto questo nell’Europa della black list post 11 settembre e degli arresti preventivi. Mentre in parlamento si discutono leggi per arrestare in flagranza chi contesta il governo, per equiparare i blocchi stradali al sequestro di persona, per trasformare le occupazioni di case in associazioni per delinquere. Ai padroni è piuttosto chiaro che o c’è libertà di mercato o libertà di movimento.

Il paradosso è quello di un bilancio in chiaroscuro dei processi con sentenze importanti contro i funzionari di polizia della Diaz e di Bolzaneto ma senza un reato di tortura non è stato possibile condannarli adeguatamente. La sproporzione con i cento anni comminati ai dieci capri espiatori che non hanno comunque mai messo a repentaglio le vite di qualcuno è siderale. E 255 fatti di strada sono stati letteralmente insabbiati. Il paradosso, e stavolta lo segnala Lorenzo Guadagnucci, uno della Diaz, è che della giustizia ottenuta nei tribunali non ce ne siamo fatti niente.

Sì, la crisi ci mette gli uni contro gli altri, ricorda Vittorio Agnoletto ma ci sono ancora dei fili che ci tengono insieme. Ma anche qui c’è un paradosso. Ed è questo: che tutti ci dipingono come degli anti-Stato ma siamo gli unici a difendere lo stato di diritto, a credere nei diritti universali. Non è solo l’estabilshment a non aver voluto mettere bocca nei fatti di Genova ma anche tanta parte della società civile ha preferito guardare dall’altra parte. L’ex portavoce del Gsf di allora ritiene che anche questo abbia contribuito a un’ulteriore degenerazione del tessuto sociale e politico.

Il paradosso è che il capo della polizia di allora sia appena diventato il manager della principale industria bellica dopo essere stato il capo di tutti i servizi segreti del paese. Anche il miagolio di qualche foglia di fico in Parlamento è uno dei paradossi di questa storia. Nessuno di loro ha messo il naso in piazza Alimonda. Solo un leader nazionale, Ferrero del Prc, s’è mostrato – con la discrezione dovuta – tra il popolo di Piazza Carlo Giuliani.

Il paradosso è che per prendere parola in mezzo a questa gente un ispettore di polizia sia dovuto andare in pensione: il sindacalismo di polizia – spiega – è morto quando il portavoce di De Gennaro, che era un sindacalista importantissimo, sbarrò la strada ai legali e ai parlamentari che volevano entrare alla Diaz dicendo che tutto quel sangue era di ferite pregresse.

E paradossi in fondo a questo catalogo sono le nomine fresche e soprendenti a questori del funzionario che liberò a Milano la nipote di Mubarak e dei dirigenti che hanno gestito il rapimento della donna kazaka e di sua figlia.

Il paradosso è che uno dei giornali “progressisti” ha scatenato alla vigilia una polemica contro la presenza annunciata di Sergio Segio, uno che comunque ha pagato ogni sua pendenza con la giustizia. La lettera che ha spedito a chi è venuto a Genova per parlare di amnistia sociale è stata letta da Enrica Bartesaghi ed è disponibile sul sito del comitato Verità e giustizia per Genova.

Checchino Antonini

Tratto da: Liberazione on-line

in data:20/07/2013

 

Delegazione verso il Kurdistan del Sud (Nord Iraq)

Delegazione verso il Kurdistan del Sud (Nord Iraq)

Delegazione verso il Kurdistan del Sud (Nord Iraq)

 http://versoilkurdistan.blogspot.it/

Care amiche ed amici, cari compagni,

stiamo organizzando, per la settimana che va da sabato 28 settembre a domenica 6 ottobre, una delegazione nel Kurdistan del Sud, con l’obiettivo di conoscere quella realtà, l’evoluzione dello stato autonomo in quella parte d’Iraq, incontrare partiti e società civile e vedere luoghi e siti che hanno fatto la storia dell’umanità.

 

Il percorso e il tragitto del viaggio comprendono le città di Erbil, Halabja, Kirkuk, Suleimanya, il campo profughi di Mahmura, il campo di profughi kurdi siriani sul confine e la città santa zoroastriana di Lalish (in allegato, la bibliografia). Come già detto, pianificheremo anche incontri con partiti, parlamentari e società civile kurda.

 

La  partenza dall’italia è prevista per sabato 28 settembre, con arrivo ad Erbil (Hewler) attuale capoluogo del Kurdistan iracheno; il volo di ritorno è previsto per domenica 6 ottobre da Hewler per l’Italia, via Germania.

 

Il costo del viaggio è di circa 850 euro per il biglietto aereo ( a seconda delle tariffe correnti al momento della prenotazione). A questo, vanno aggiunti i costi personali per vitto e alloggio, per gli spostamenti e per l’interprete, a carico degli stessi partecipanti (costo complessivo presunto, variabile a seconda del numero dei partecipanti, tra 1.500 e i 1.800 euro).

Una volta inviata l’adesione con nome e cognome, indirizzo mail, recapito telefonico e con il versamento sul conto della nostra associazione di una somma di 1.000 euro, prenoteremo i biglietti, con i quali è assicurata la partecipazione alla delegazione.

La scadenza per l’iscrizione, incluso il pagamento, è il 1 settembre 2013 (affrettatevi per spuntare le migliori condizioni di prezzo dei voli aerei).

Ricordiamo a tutti i partecipanti che il passaporto deve avere 6 mesi di validità e non recare timbri dello Stato d’Israele.

 

Il programma definitivo potrebbe subire variazioni in corso d’opera.

 

Info per il bonifico bancario: Associazione Verso il Kurdistan onlus – Banca Intesa San Paolo – sede Alessandria – IBAN   IT79 F030 6910 4001 0000 0402 675 – causale: partecipazione alla delegazione in Sud Kurdistan).

 

Colgo l’occasione per segnalarvi la bella mostra fotografica di Enzo Macrì – dal titolo “Popoli in fuga”- esposta nella nostra sede di via Mazzini, 118/122, in Alessandria, sui due campi profughi che abbiamo visitato nel 2012 durante il viaggio della delegazione nel Kurdistan iracheno: il campo profughi di Mahmura e quello di Domiz sul confine siriano.

 

Per informazioni: Lucia (tel. 333/5627137), Antonio (335/7564743)

Bibliografia : Erbil, Suleimanya, campo profughi di Mahmura, campo profughi di Domiz, Kirkuk, Halabia e la città santa zoroastriana di Lalish

 

 

Erbil (Hewler)

 

Da lontano, sulla collina, appare un enorme castello, con spesse mura merlate lunghe centinaia di metri. Oggi è quel che resta del primitivo insediamento di Erbil, risalente ad oltre 4.000 anni addietro.

La città è considerata il più antico insediamento umano continuativamente abitato.

La capitale del Kurdistan del Sud, nota anche come Arbil o Irbil, su alcune mappe, risale all’epoca assira e conta qualcosa come 7.000 anni di storia.

Erbil, in kurdo Hawler, oggi è la terza città irachena dopo Baghdad e Mossul.

Al centro della città, domina il bazar che si estende tutt’intorno in un labirintico intreccio di viuzze.

Da visitare in città anche la rovina del minareto pendente Sheikh Chooli, risalente all’XI secolo, il grandioso parco Sami Abdul Raman  e il museo dei manufatti dell’artigianato kurdo.

Oggi la città sta conoscendo un grande sviluppo economico ed industriale.

 

Suleimanya

 

Suleimanya è la capitale della provincia che corre fino al confine con l’Iran. La città giace tra due catene montuose, Gwezha e Glla Zard. Fu fondata nella regione di Sharazur nel 1786 da Pasha Ibraherem del principato di Baban e riuscì a mantenere l’indipendenza, nonostante l’espansione dell’impero ottomano fino ai primi del XIX secolo.

La seconda città del Kurdistan iracheno è un centro universitario e culturale molto vivo e sede di un importante museo.

 

Kirkuk

 

Kirkuk, situata nel governatorato di Kirkuk, è la Gerusalemme kurda, città contesa che i kurdi vorrebbero come loro capitale.

Si trova nel nord del paese, a circa 250 chilometri da Baghdad.

La popolazione, stimata intorno agli 800.000 abitanti nel 2003, è composta da varie etnie, tra cui kurdi, assiri, arabi, turcomanni.

La presenza del più grande giacimento petrolifero del Paese, rende la città un importante centro petrolifero.

La cittadella di Kirkuk è ubicata nel centro cittadino ed è la parte più antica. Si trova su un’altura artificiale alta 40 metri sulla piana oltre il fiume Khasa. Si pensa che l’altura sia stata costruita da re Ashurnasirpal II tra l’884 e l’858 come linea militare difensiva dui Arrapha.

In seguito, re Sluks costruì un muro difensivo con 72 torri e strade e due entrate con tracce di mosaici pre-mussulmani.

Le mura odierne risalgono al periodo ottomano.

La cittadella è considerata dai turcomanni un importante pezzo della loro storia, al suo interno, un ampio numero di siti di importanza storica e religiosa, come una tomba che si crede essere del profeta Daniele.

 

Campo profughi di Mahmura

 

Nel campo profughi di Mahmura vivono, in stato di povertà economica oltre 13.000 persone fuggite, attraverso le montagne, dalla distruzione dei loro villaggi nel Kurdistan turco.

Il campo è organizzato come una vera e propria città, con Sindaco, amministrazione comunale, ambulatorio, scuole dove s’impara il kurdo e l’inglese.

Il campo profughi è assistito dall’organizzazione delle Nazioni Unite.

In questo campo, l’associazione onlus Verso il Kurdistan, ha avviato il progetto “Hevi U Jiyan – La speranza e la vita”, per la costruzione di un piccolo ospedale dal costo preventivato di 53 mila euro.

Ed è proprio di questi giorni, la spedizione, verso il campo di Mahmura, di materiale sanitario e di attrezzature, donato dagli ospedali di Carpi e di Mirandola, per un ammontare di circa 60 mila euro.

 

 

Campo profughi di Domiz sul confine siriano, periferia di Duhok

 

E’ un campo profughi di kurdi siriani, che si trova al confine tra Iraq e Siria, ad un’ora di cammino dal confine.

Nel 2012, quando l’abbiamo visitato, erano ospitate 3 – 4 mila rifugiati, ma i numeri cambiano di frequente.

Nel campo, funzionano i servizi essenziali.

Anche questo campo è assistito dalle Nazioni Unite.

 

Visita al tempio zoroastrianno della città di Lalish

 

Lalish si trova in una piccola valle di montagna situata a 60 chilometri a nord-ovest della città di Mossul. Qui si trova il più importante santuario della religione zoroastriana ed è il luogo della tomba dello sceicco Adi, figura primaria della fede yazida.

 

 

Halabja

 

Halabja è la città martire del Kurdistan iracheno, dove è stato compiuto un vero e proprio genocidio.

Il regime iracheno di Saddam Hussein ha usato napalm e armi batteriologiche  durante la guerra contro la rivoluzione kurda per l’autonomia guidata da Mullah Mustafà Barzani (1961 – 1975). In seguito e fino all’invasione del Kuwait, il regime rade al suolo circa 5.000 villaggi e una ventina di città, deportandone gli abitanti.

Dal 1987, si sono aggiunti i bombardamenti con i gas letali per eliminare la popolazione: il 15 aprile 1987 vengono bombardati alcuni villaggi in provincia di Suleimanya e, in seguito, anche in provincia di Erbil.

Gli attacchi continuano, culminando nel bombardamento di Halabja: il 16 e il 17 marzo, la città è bombardata a tappeto dall’aviazione con un composto chimico letale, un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici, come Sarin, Soman, Tabun e VX.

Ci furono almeno dodicimila vittime, tutte civili, e i danni si trasmettono ancora da una generazione all’altra; anche l’habitat è stato distrutto, cancellando ogni forma di vita.

Alle proteste internazionali, non ha fatto seguito alcuna significativa reazione da parte dell’Onu.

I kurdi attendono ancora giustizia per i fatti di Halabja.

 

Incontro con una delegazione di parlamentari europei

 

Ad Hawler, se i tempi ce lo permetteranno, avremo la possibilità di incontrare una delegazione di parlamentari europei.

 

http://versoilkurdistan.blogspot.it/

 

 

 

Il Senato boccia la sfiducia ad Alfano grazie ai voti del Pd. Ferrero: Vergogna!

Il Senato boccia la sfiducia ad Alfano grazie ai voti del Pd. Ferrero: Vergogna!

Il Senato boccia la mozione di sfiducia al ministro Alfano con 226 voti, 55 sì, 13 gli astenuti. Dunque, una larga maggioranza visto che quella richiesta era di 148 voti. Un risultato compatto come la maggioranza che ha votato contro la mozione. I gruppi di Pd, Pdl, Scelta Civica, Gal, autonomie hanno salvato Alfano; a favore Sel e M5S. Astenuti i senatori della Lega Nord. Pochi senatori del pd hanno espresso il proprio dissenso non partecipando al voto.

“C’era una mozione di sfiducia, è stata respinta, sono soddisfatto”. Risponde così il ministro Alfano, ‘graziato’ dagli amici del Pd e protetto dal capo di governo Enrico Letta, che ha dichiarato: ”Chiara l’estraneità del ministro Alfano, nessuna responsabilità oggettiva”. E poi: “Questo ‘no’ consentirà al Governo di lavorare nelle prossime settimane a provvedimenti sull’Imu e l’Iva, di risolvere il problema degli esodati e di accelerare sul pagamento dei debiti della Pa alle imprese”. Alfano esce così dallo sporco affare in cui si era cacciato pulito come non mai, smacchiato dal voto di questo parlamento. Quelli del Pd volevano smacchiare il giaguaro, ma si ritrovano loro stessi pieni di macchie ormai.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, attacca duramente: “Il Senato ha votato contro la sfiducia al Ministro Alfano: vergogna! Le sue responsabilità nel caso kazako vengono di fatto negate, alla faccia di ogni bisogno di verità e trasparenza. Il Pd ormai fa veramente di tutto pur di tenere in piedi il governo di Berlusconi”.

Chi non ha memoria non ha futuro. Per ricordare Carlo Giuliani

Chi non ha memoria non ha futuro. Per ricordare Carlo Giuliani

19-20-21 luglio 2013 — Genova, Iniziative

Genova, 19-20-21 Luglio 2013

Venerdì 19 dalle ore 11.30 Conferenza stampa presso la sede del Comitato, via Monticelli 25 r
Presentazione di:
Programma delle due giornate
Campagna dell’Osservatorio repressione per l’amnistia sociale e censimento delle denunce penali a carico dei movimenti.
Libro “Non si archivia un omicidio” di Giuliano Giuliani.

Sabato 20 dalle ore 10,45 presso la Sala S. Agostino, Piazza Sarzano,
il Comitato Verità e Giustizia per Genova organizza un incontro pubblico:
“Fra diritti globali e attacco al dissenso. Appunti sulla democrazia reale in Italia, in
Europa, nel mondo”
Partecipano:
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa social forum, Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova, Italo Di Sabato, Osservatorio repressione, Haidi Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani, Turi Palidda, Università di Genova, Sergio Segio, curatore del “Rapporto sui diritti globali 2013” (Ediesse).
Coordina Antonio Bruno.

dalle ore 14 in piazza Alimonda PernondimentiCARLO
con le parole di Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, e don Andrea Gallo
e la musica di Malasuerte Fi*Sud, Contratto Sociale Gnu-Folk, Renato Franchi e
l’Orchestrina del Suonatore Jones, LRB Genova, Luca Lanzi, Alessio Lega, Marco
Rovelli, Jacopo, Marika&Pierugo

ore 21.30 Cena sociale presso il CSA Pinelli, via Fossato Cicala 22
(prenotazione obbligatoria: torneocalciocarlogiuliani2013@yahoo.it)

Domenica 21 dalle ore 10 Torneo “Carlo Giuliani 2013” Squadre di calcio a 5
presso Impianto Sportivo Cà de Rissi (via di Pino, 35) Ge-Molassana

Per iscrizioni: torneocalciocarlogiuliani2013@yahoo.it (entro il 10 luglio)
ore 19 fine torneo e premiazione dei partecipanti

ore 21 da Piazza Alimonda, partenza della Fiaccolata verso la scuola Diaz

Organizzano:
CSA Pinelli (Torneo e cena)
Osservatorio Repressione
Comitato Verità e Giustizia per Genova
Comitato Piazza Carlo Giuliani

Accoglienza per chi viene da fuori: Croce Verde di Molassana
sede CPCG
(per info: torneocalciocarlogiuliani2013@yahoo.it, piazzacarlogiuliani@tiscali.it)

Comunisti in festa a Cornaredo presso il centro sportivo “Sandro Pertini”

Comunisti in festa a Cornaredo presso il centro sportivo “Sandro Pertini”

Festa dei Circoli di:

Abbiategrasso
Bareggio
Corbetta
Cornaredo
Lainate
Magenta
Pero
Pregnana Milanese
Rho
Sedriano
Settimo Milanese
Vittuone

 

PROGRAMMA
GIOVEDI’ 18/07: No Way To Escape (cover rock)
VENERDI’ 19/07: The Red Coil (southern sludge)
Mesmerize (heavy metal)
SABATO 20/07: Rootical Foundation (reggae)
DOMENICA 21/07: Mdp Plays Deep Purple (hard rock)
LUNEDI’ 22/07: serata “Tiberio Paolone”
Moirarmoniche (canti politici al femminile)
Statale 17 (cantautorale politico)
MARTEDI’ 23/07: L’Interezza non è il mio forte (spettacolo teatrale)
MERCOLEDI’ 24/07: Good Vibe Styla (reggae)
GIOVEDI’ 25/07: Redska (ska punk combat)
VENERDI’ 26/07 : Punkreas (punk combat)
SABATO 27/07 : Guacamaya (combat rock)
The Gang (rock combat)
DOMENICA 28/07: Metropol Music (liscio)

VENERDI’ 19/07 dalle ore 18:00 in libreria:
Saverio Ferrari presenterà il libro “I denti del drago. Storia dell’internazionale nera tra mito e realtà”.
LUNEDI’ 22/07 dalle ore 18:00 in libreria:
Fabrizio Canciani presenterà i libri “Acqua che porta via” e “Dipingilo di nero. Enigma nel bosco della Merlata”.
GIOVEDI’ 25/07 dalle ore 18:30 in birreria:
dibattito “la lotta delle Coop della logistica”
VENERDI’ 26/07 dalle ore 18:00 in libreria:
Alessandro Braga (radio popolare) presenterà il libro “KM158. Jabil, la fabbrica dimenticata”.
DOMENICA 28/07 dalle ore 21,15 Comizio Conclusivo di Matteo Prencipe, Segretario Provinciale PRC

Mappa: clicca qui https://maps.google.com/maps?hl=it&q=Centro+Sportivo+Sandro+Pertini+Cornaredo

 

 

“Expò, le deroghe sul lavoro coprono il vuoto di idee e progetti”. Intervista a Muhlbauer

“Expò, le deroghe sul lavoro coprono il vuoto di idee e progetti”. Intervista a Muhlbauer
Luciano Muhlbauer, ex consigliere regionale del Prc in Regione LombardiaChe l’Expò fosse sempre più un grande carrozzone politico-mediatico utile a mungere soldi pubblici era chiaro fin dall’inizio. Ora si aggiunge la speculazione sulla pelle dei lavoratori.
In termini generali pare che sia confermato che Expò sia nient’altro che una foglia di fico per il territorio lombardo.Un pretesto per fare altre cose?
E’ apparso abbastanza evidente, se guardiano per esempio ai primi cento giorni del presidente Maroni in Regione che non è riuscito a tradurre in pratica un programma elettorale che già non aveva né capo e né coda. Che fine ha fatto la macroregione del Nord mentre nella Lega non riescono a parlarare nemmeno tra di loro? Che fine hanno fatto tutte le buone intenzioni su contrasto alla crisi, occupazione e lotta all’emarginazione sociale? L’unica cosa prodotta è stato uno scontro tra Lega nord e Mantovani area Pdl per accaparrarsi i posti di Regione e negli enti collegati. Ah, poi, c’è stato l’evento a Monza con Napolitano, preceduto da un discorso di Maroni nella sede della RegioneSull’Expò?
Sì, certo. Un discorso da cui è uscito fuori che qualora i visitatori dell’Expo si fossero ferrmati un giorno in più il Pil italiano sarebbe cresciuto di 5 miliardi in più. Ma ci rendiamo conto? Se tutto il ragionamento su questo evento internazionale va a cascare sulla possibilità che i visitatori si fermino un giorno in più allora vuol dire che siamo nel vuoto più assoluto di idee e progetto. Racconta non solo della cecità degli amministratori pubblici ma anche della mancanza totale di una visione seria e reale sul futuro economico e sociale del Bel Paese in un momento in cui dovremmo imboccare un percorso per uscire dalla crisi.Chi sta campando di Expò?
Quando si parla di deroghe, a tutti i livelli, da quelle sul lavoro a quelle urbanistiche e amministrative, andrebbe anche detto che intanto i poteri forti e criminali in questa area si sono già prese le loro. Va detto che nessun appalto tra quelli partiti è fuori dall’interesse della magistratura. L’ultimo caso è il primo grosso appalto di oltre 60 milioni di euro. La procura della repubblica sta indagando un direttore del cantiere per turbativa d’asta. Si sono firmati non so quanti protocolli per impedire e prevenire le infiltrazione mafiose negli appalti e puntualmente dopo aver firmato sono partite le indagini della magistratura. Il problema quindi è che a fianco ad un regime di deroga e di emergenzialità va crescendo una pratica di saccheggio della legalità. Se le premesse sono queste quando ci sarà la pressione dell’emergenza chi sarà in grado di controllare questi processi?

Qui non vale la spending rewiev?
Allo stato attuale Expò è un debito per le casse pubbliche. E non è un caso che il sindaco di Milano Pisapia continui a bussare alle porte del Governo. Se oggi prendi il bilancio del Comune, che intanto deve tagliare i servizi deve, scopriamo che oltre 300 milioni di euro sono stati dirottati sull’ Expò.

Torniamo alle deroghe…
L’Expò è un pretesto per fare altro, evidentemente. E’ il grande pretesto per deroghe in tutti i settori. In tutto il territorio lombardo in nome dell’Expo da anni si continuano a chiedere deroghe per ogni cosa in tutti i settori dall’urbanistica alla viabilità alla pubblica amministrazione. Man mano che si arriva a ridosso diventa sempre più un allarme. Il Commissario straordinario che chiede deroghe e poteri, oggi arriviamo alle deroghe sul lavoro. Già adesso con il decreto di Letta come aveva denunciato Alleva si va ai contratti a termine. E poi c’è una evidente anomali procedurale.

Quale?
Mi chiedo, ma se serve solo per l’Expò allora questa vicenda delle deroghe si dovrebbe discutere tra le parti scoiali a Milano. E invece si discute a Roma, con le rappresentanze sindacali nazionali. E Sacconi, intanto, ci aggiunge di allargare la deroga a tutto il territorio nazionale. Da notare che anche qui il presidente della Confindustria chiede la stessa cosa.

Si ripropone il tema di un attacco frontale al salario e ai diritti per uscire dalla crisi.
Deroghe al lavoro perché è evidente che di fronte all’assenza di proposta politica l’unica proposta in campo è qualche grande evento e tanta flessibilità del lavoro. E’ rappresentativa di un tempo e di una politica che l’unica cosa che sa dire è che per uscire dalla crisi bisogna comprimere diritti e salario. C’è la tendenza generale che tende a restringere sempre di più il salario e i diritti. E il potere negoziale dei lavoratori. Cgil, Cisl e Uil si sono messi su una posizione di cogestione di questo arretramento. Fatto sta che tutto il sindacalismo confederale si è messo su una posizione di difensiva. Il segnale che recepiscono i lavoratori è che non si può fare altro e gli imprenditori sono nella condizione di chiedere sempre di più. Non solo, il Governo Letta ha fatto il decreto in cui il nodo focale è l’estensione della causalità, adesso i rompono quegli stessi limiti che si erano imposti. A occhio e croce ci sta che la causalità verrà estesa e le deroghe agiranno a livello aziendale.

Viva Syriza!

Viva Syriza!

Si è appena chiuso il congresso di Syriza in Grecia. E la decisione finale è di grande valore politico. Le varie correnti, partiti, gruppi, movimenti, che componevano la Coalizione della Sinistra- Fronte sociale unitario (SYRIZA) si sono sciolti in un unico partito.

Ricordiamo che il cartello  comprendeva ben tredici gruppi politici ed alcuni politici indipendenti, tra cui  Socialisti democratici, alcuni gruppi ambientalisti di sinistra, varie organizzazioni neocomuniste facenti capo alla Sinistra europea, come il più noto Synapsimos, perfino partitini maoisti e trotskisti.

Alla guida del nuovo partito è stato eletto Alexis Tsipras.  “Abbiamo compiuto un passo storico, da domani imboccheremo la strada della vittoria più uniti e forti che mai. L’obiettivo è fermare la distruzione sociale in corso e ricostruire la Grecia”, ha dichiarato il neosegretario.

Syriza vuole andare al governo, insomma, e per questo ha approvato nel suo programma politico un punto fondamentale per il futuro del paese: la cancellazione del memorandum firmato con la troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo Monetario Internazionale) e la rinegoziazione del piano di salvataggio, prevedendo anche la cancellazione di parte del debito pubblico dopo una trattativa con i creditori internazionali della Grecia.