Archivio for ottobre, 2013

Lunedì 4 novembre ci troveremo per fare il punto sul Punto Rosso

Lunedì 4 novembre ci troveremo per fare il punto sul Punto Rosso

Care compagne e cari compagni,

 

lunedì 4 novembre ci troveremo per fare il punto sul Punto Rosso:

 

sulle sue difficoltà politiche –che sono le stesse che attanagliano tutta la

sinistra anticapitalista-, a partire dalla crisi economica che ne minaccia

la stessa sopravvivenza.

 

Naturalmente ne parleremo affrontando il più ampio contesto della crisi

epocale del sistema capitalistico.

 

Noi comunque non ci rassegniamo alla perdita del nostro principale strumento

di formazione storico-politico-culturale e non vogliamo rinunciare al

patrimonio straordinario che rappresenta, anche in termini di ricerca, per

il marxismo critico.

 

Per “arricchire” l’incontro abbiamo invitato il nostro carissimo “compagno

Presidente” Giorgio Riolo, che voi tutti conoscete ed apprezzate.

 

Sarà l’occasione per ripartire con la programmazione locale della nostra

sezione, la Rosa Luxemburg.

 

E rappresenterà sicuramente un valore aggiunto alla riflessione per chi tra

noi, iscritto a Rifondazione, è impegnato nel percorso congressuale.

 

Chi non l’avesse ancora fatto, potrà rinnovare l’iscrizione.

 

Inoltre, saranno a disposizione copie della Agenda Rossa 2014 e le ultime

novità librarie delle Edizioni Punto Rosso.

 

Ricapitolando: lunedì 4 novembre, alle h 21, nella sede di via Boldrini 1, a

Vigevano, assemblea degli iscritti e dei simpatizzanti dell’Associazione

Culturale Punto Rosso, sezione Rosa Luxemburg.

Saluti altermondialisti

Vladimiro

 

 

 

Da Simon Bolivar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana

Da Simon Bolivar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana

L’INTERVISTA

Da Simon Bolivar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana

 

La presenza a Roma di Julián Isaías Rodríguez Díaz in qualità di Ambasciatore del Venezuela rivoluzionario presso la Repubblica italiana offre l’occasione per confrontarsi, senza dover solcare l’Atlantico, con una figura tra le più significative del processo bolivariano iniziato da Hugo Chávez. Primo Vicepresidente della Repubblica nominato con la Costituzione chavista del 1999, poi alto magistrato, quindi rappresentante diplomatico del suo paese, l’Ambasciatore Rodríguez ci riceve presso la sede della legazione venezuelana con il calore e l’affabilità che, seppure avendo avuto poche occasioni d’incontrarlo, abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare. Sull’ampio tavolo da lavoro, sotto lo sguardo marziale del ritratto di Simón Bolívar e quello sorridente e rassicurante del compianto Presidente Chávez, sull’ampia scrivania la nostra attenzione è catturata dall’immagine di Antonio Gramsci che campeggia su un volume dal titolo: «Gramsci, Italia y Venezuela». «L’autore è Jorge Giordani, il nostro Ministro della pianificazione. Ha studiato a Bologna, ha lavorato molto su Gramsci e ha tenuto varie conferenze qui in Italia, in particolare in Sardegna». Comincia così la nostra lunga, approfondita conversazione, nel corso della quale l’eredità teorica del pensatore comunista sardo sarà evocata più volte come fondamentale per comprendere il processo bolivariano e, più in generale, le profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio in America Latina.

 

A partire dall’elezione del Presidente Maduro, lo scorso 14 aprile, si sono registrati intensi tentativi di destabilizzazione del Venezuela, operati sia da forze interne che esterne. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali le opposizioni hanno dato luogo a manifestazioni violente contro il governo, con morti e feriti. Qual è oggi la situazione?

Io direi che è normale. Chi dirige il nostro processo politico – un processo pacifico, soggetto alle regole della democrazia borghese, e che si è dovuto conformare anche alle regole dell’elettoralismo borghese – sapeva che avrebbe a un certo punto incontrato delle difficoltà perché è molto difficile fare una rivoluzione senza violenza, in maniera pacifica, nel contesto della democrazia borghese. Non è che la rivoluzione cerchi la violenza: è che chi difende il vecchio apparato statale, la vecchia società non ne cede il controllo senza usare violenza. È questo che sta succedendo in Venezuela. È già successo: il colpo di Stato è stato violenza, lo sciopero del petrolio è stato violenza, l’occultamento dei prodotti alimentari è violenza, le campagne mediatiche per distruggere Chávez e Maduro sono violenza. Oggi le metodologie per portare avanti una guerra sono cambiate: le prime a comparire perseguivano l’annientamento fisico degli avversari ed erano condotte tramite eserciti privati o nazionali. Poi è venuta la guerra del fuoco diretto e indiretto, come sono state le due guerre mondiali. Successivamente è venuta la guerra cosiddetta di “quarta generazione” caratterizzata dall’utilizzo di eserciti professionali di mercenari e bande di irregolari: il terrorismo è guerra di quarta generazione. Poi è venuta la guerra di quinta generazione, ossia la guerra psicologica. Io penso che in questo momento in Venezuela stiamo vivendo una fase non solamente di guerra di quinta generazione, ma anche di sesta. In primo luogo è in atto una guerra psicologica per destabilizzare i cittadini, per portarli a pensare che la società alternativa non garantisca la loro sicurezza, non sia pacifica, ma sempre condizionata dalla necessità di dar l’assalto alla storia, e che, d’altra parte, non garantisca loro il soddisfacimento dei bisogni quotidiani. Per questo si nascondono zucchero, olio, pane. E nel nostro caso, segnato dalla convivenza con il nemico nel quadro di una rivoluzione elettorale, dove i nemici sono all’interno e competono con te, questi sono in condizione di fare la guerra dall’interno: ancora esistono capitali, imprese organizzate che sono avverse al nostro processo e collaborano con i nemici della Rivoluzione per ostacolarla in tutti i modi. Dunque, una fase di guerra psicologica in cui si giunge a ipotizzare che il paese possa essere addirittura invaso dagli Stati Uniti, o in ogni caso che si produca una situazione che dia luogo a una guerra civile. Ma, come dicevo, è in corso anche una guerra di sesta generazione: quella in cui si delegittimano le istituzioni. Si è cercato di delegittimare tutti i poteri dello Stato: il potere legislativo, l’esecutivo, il potere elettorale, il potere cittadino e quello giudiziario. L’obiettivo è privare le istituzioni di credibilità per creare un terreno fertile in cui tutto possa accadere. Ed evidentemente cercare di colpire la fedeltà delle forze armate alle istituzioni, in modo da aprire una breccia per usarle contro i poteri costituzionali, come spesso è avvenuto in America Latina (Cile, Brasile, Guatemala…). A questo fine è necessario mostrare che il governo è inefficiente. La guerra psicologica e di delegittimazione delle istituzioni crea paura, depressione. I cittadini sono manipolati individualmente e collettivamente per ingenerare l’eliminazione virtuale della tranquillità pubblica. Siamo in questa fase, e ce la aspettavamo. La particolarità del momento è che siamo privi del nostro Comandante: ciò ha offerto l’opportunità di creare una situazione di tensione nel momento in cui il leader fondamentale è morto e in cui, secondo l’analisi dei gruppi reazionari, nulla può fermare la guerra di quinta e sesta generazione. Questa guerra angustia il paese, angustia il governo, ma ci attendevamo che tutto questo potesse accadere e siamo preparati. Però la cosa più importante non è che sia preparato il governo, ma che lo sia il paese. Se il Venezuela in questo momento ha a suo favore un elemento di forza, è che i cittadini venezuelani sono quelli che in America Latina hanno il più alto livello di coscienza politica e sociale. Lo ha dimostrato il trionfo di Maduro. Non era una vittoria scontata, perché Maduro non veniva percepito nel paese come un dirigente capace di guidarlo: malgrado ne avesse le qualità e le capacità, non ne aveva l’immagine, e la popolazione vota molto in funzione dell’immagine. In secondo luogo il candidato dell’opposizione era reduce dalla campagna elettorale dell’autunno 2012 contro Chávez e ha studiato molto bene la sua propaganda. Per l’opposizione il momento era perfetto: venuto a mancare Chávez, il paese era percorso da un profondo dolore che induceva a un ripiegamento, alla perdita della capacità di agire. Contavano sul fatto che la nostra gente non avrebbe partecipato, come in parte è effettivamente accaduto. Ma abbiamo vinto, e vincere non era importante solo come fatto in sé, ma anche perché malgrado tutto il popolo ha dimostrato la maturità e la coscienza di affermare che non si sarebbe tornati indietro, con o senza Chávez: il processo politico di conquista di una società diversa deve proseguire, a prescindere da chi sia il candidato, che per di più era stato indicato dallo stesso Chávez. Un paese del genere, con queste caratteristiche e un simile livello di coscienza politica e sociale può affrontare perfettamente questa guerra. Il paese sa, i cittadini sanno che il governo non vende zucchero né olio, e sanno chi sta facendo queste canagliate. Inoltre l’opposizione non è compatta: al suo interno vi sono attriti più forti di quanto pensassimo tra un settore in tutto e per tutto fascista e un altro settore che ritiene di avere, a lungo termine, l’opportunità di giungere al governo. I due settori non coincidono appieno nell’azione. L’ala fascista è finanziata direttamente dagli Stati Uniti, nel modo più volgare, e per queste ragioni è normale quello che sta succedendo, ma noi vinceremo e andremo avanti.

 

Lo scorso 30 settembre sono stati espulsi dal suolo venezuelano tre funzionari statunitensi. Negli stessi giorni il Presidente Maduro ha annunciato la creazione del Centro Estratégico de Seguridad y Protección de la Patria, organismo dipendente dalla Presidenza della Repubblica per il rafforzamento della sicurezza interna. Quali finalità ha questa nuova istituzione?

Nei momenti di guerra bisogna prepararsi alla guerra. Dicevamo che non si tratta di una guerra con carri armati e missili, ma di una guerra di quinta e sesta generazione. A questa guerra fatta di voci, di terrorismo psicologico, in cui è potuto accadere che sia stata fatta circolare la notizia che il Presidente Chávez non sia morto, ma che sia ancora vivo e sequestrato, ed è stata diffusa una registrazione in cui viene imitata la voce del Presidente Chávez e la gente ha potuto credere di sentirlo parlare, una guerra che ha come finalità di diffondere nel paese la paura per il futuro, bisogna essere preparati per tutto. Quello che abbiamo fatto, semplicemente, è stato creare un istituto che raccolga tutte le informazioni che circolano nel paese e che le selezioni per il potere esecutivo, perché esso possa prendere le decisioni necessarie a neutralizzare le minacce all’interesse nazionale. Cosa succede ad esempio in Venezuela? Qualcuno sale sui tralicci dell’elettricità e li trancia con una cesoia, creando un’interruzione di corrente in tutta una città: bisogna quindi controllare chi sono quelli che salgono, quando e quante volte lo fanno e perché. Si devono controllare le dighe, per evitare che si producano sabotaggi con gravi conseguenze. Bombe, sequestri, ci sono episodi provati di tentativi di assassinio contro funzionari importanti del paese. Dunque la funzione di del nuovo istituto è ricercare queste informazioni, con una concezione che vada oltre quella prettamente poliziesca, in un’ottica strategica. Il centro strategico raccoglierà gli elementi informativi in materia di sicurezza, intelligence, ordine interno, relazioni estere e istituzioni pubbliche e private e controllerà che vengano applicate le direttive dell’esecutivo in funzione di una migliore conoscenza della situazione operativa tramite gli organi di sicurezza. Ossia sarà una sorta di coordinamento di tutti gli organi di sicurezza con il fine di rendere possibile il reperimento di tutte le informazioni necessarie per affrontare questa guerra di quinta e sesta generazione. L’ organismo, che funzionerà molto vicino al potere esecutivo e al presidente, ha in definitiva come missione di attenuare gli effetti della guerra economica contro il nostro paese. Una guerra che colpisce la sicurezza del Venezuela in molti aspetti: sicurezza alimentare, della circolazione, di volare, terrestre.

 

La campagna elettorale delle forze rivoluzionarie ha posto molto l’accento sulla lotta contro la corruzione: quali misure ha assunto il governo in questi primi mesi?

Il Presidente ha appena sollecitato poteri speciali per combattere la corruzione. I poteri speciali sono previsti dalla Costituzione, che consente al potere esecutivo di chiedere al parlamento il conferimento della facoltà di legiferare su una materia specifica in un momento determinato (in questo caso per un anno). La previsione riguarda situazioni di emergenza, di urgenza, di estrema gravità. Fino a questo momento abbiamo aperto processi, sollecitando il potere giudiziario e il potere cittadino perché cooperino nell’assicurare la sicurezza del paese. Abbiamo colpito interessi interni, anche nella sfera del governo, gente che ha utilizzato denaro pubblico e la propria posizione nell’amministrazione per arricchirsi notevolmente. Gli accusati vengono giudicati in questo momento e il paese sta vedendo come si stia tentando di creare una nuova etica pubblica. Io sono avvocato e sono cosciente che non necessariamente le leggi risolvono questi problemi; tuttavia ci si appresta a discutere e varare varie leggi. Credo che per combattere questo genere di fenomeni siano necessari vari elementi: innanzitutto la volontà politica e efficienza dei poteri pubblici – e in particolare in quello giudiziario – perché i crimini commessi non restino impuniti. Ma è necessario soprattutto un alto grado di coscienza collettiva. I cittadini devono accompagnare le istituzioni, giudicarle, anche decidendo di allontanarsi da chi le rappresenta e di non condividere quello che si sta facendo, fino a denunciarlo, se è il caso. I meccanismi della società devono rafforzare il consenso alla lotta contro la corruzione e l’impunità. In ciò giocano un ruolo importante i mezzi di comunicazione, le università, le scuole, tutto quel che serve a rafforzare moralmente una società. L’appello che si sta facendo, le sanzioni che si stanno infliggendo a settori dello stesso governo sono un segnale importante. E se c’è necessità che le sanzioni si estendano a dirigenti dell’opposizione, per quanto possano essere importanti, penso non ci si debba trattenere. Se si permette che qualcuno costituisca un’eccezione all’applicazione della legge, si tratti di un avversario o di un alleato, si lascia un fianco scoperto perché la gente perda fiducia nelle decisioni che vengono assunte.

 

Il Plan de la Patria 2013-2019 pone ambiziosi obiettivi di trasformazione strutturale della società venezuelana in senso socialista, ponendo l’accento anzitutto sulla pianificazione come metodo per armonizzare, sviluppare e dirigere democraticamente l’economia. A quali principi s’ispira la pianificazione bolivariana? Quali passi si sono già fatti in questo senso?

Uno dei fattori più difficili da gestire nel processo di transizione politica verso una società diversa dal capitalismo è trovarsi circondati dal capitalismo da tutte le parti. Non ci si può trasformare in un’isola socialista, pena restare bloccati per effetto delle proprie stesse scelte. La nostra pianificazione in questo senso tende a che le grandi imprese strategiche del paese siano in mano statale: telefonia, elettricità, siderurgia, la terra controllata dallo Stato in funzione della sua produttività. Ancora non ci siamo posti il problema delle banche. Lavoriamo per creare coscienza tra i lavoratori affinché sentano, nelle imprese nazionalizzate da loro dirette, che la responsabilità della direzione del processo non è semplicemente dello Stato venezuelano, che è necessario parteciparvi tutti con onore, capacità, efficienza e spirito di servizio e con un acuto concetto di sovranità. La Costituzione già dispone che petrolio e gas siano patrimonio inalienabile dello Stato. Questo ci ha fino ad ora garantito le risorse per organizzare la risposta agli attacchi del capitalismo e dell’imperialismo che vogliono schiacciarci. Dunque in primo luogo abbiamo riservato alla mano dello Stato le imprese strategiche, di servizio e d’interesse pubblico: ecco il primo elemento della nostra pianificazione. In secondo luogo stiamo lavorando affinché il Venezuela non sia un paese monoproduttivo: fino ad ora la gran debolezza del Venezuela è stata esserlo. Il controllo del petrolio non è nelle mani dei paesi che lo esportano, come alcuni pensano. Le fluttuazioni del suo prezzo dipendono in realtà dai paesi che commerciano con il petrolio: essi acquistano opzioni sulla produzione futura e giocano sulla domanda e sull’offerta per speculare e incrementare i profitti. Dobbiamo guardarci dal credere di poter avere un margine di manovra garantito dal petrolio, perché questo non è sicuro. Per di più oggi si vuole sostituire il petrolio con le fonti di energia rinnovabili, e questo pone le condizioni perché un giorno ci ritroviamo con il petrolio ormai inutile come accadde in passato all’Inghilterra con il carbone. Infine, per quanto innegabilmente il petrolio sia una benedizione, esso è stato per il Venezuela anche una maledizione. Il petrolio produce tanta ricchezza che parte di essa arriva fino agli strati più poveri della società, e in Venezuela si sono fatti pochi sforzi per costruire un’economia diversificata grazie al lavoro. Per questo abbiamo pensato che dobbiamo creare alternative. Stiamo incentivando l’industria mineraria di base: ferro, alluminio. Stiamo sviluppando il turismo e stiamo lavorando per sviluppare il settore agroalimentare, la coltivazione della terra con sistemi moderni per renderla produttiva. Abbiamo terra fertile, acqua sufficiente, un clima che ci permette di produrre per tutto l’anno e uno dei grandi fattori di debolezza che abbiamo è che la nostra è un’economia fondata sulle importazioni: importiamo quasi il 90% di quello che consumiamo. Per questo, creare un’alternativa al petrolio per evitare che il Venezuela sia un paese monoproduttore, e in secondo luogo aprirci perché il paese conquisti la sua sovranità economica. Con la sovranità economica potremo affrontare questa come qualunque altra situazione futura creata dall’attacco da parte dei paesi imperialisti.

 

Ciò suppone un cambiamento della natura dello Stato, a partire dalla sua concezione fino all’organizzazione delle istituzioni. Nella ripartizione del Poder Público Nacional, accanto ai tre poteri tipici dello Stato liberale trovano posto il potere cittadino, di cui lei stesso è stato figura preminente come Fiscal General, e il potere elettorale. In cosa si sostanzia il potere cittadino? Che ruolo svolge nell’assetto costituzionale rivoluzionario?

Effettivamente abbiamo rotto con la tradizione dei tre poteri e ne abbiamo cinque. Non è stato né un capriccio né un atto di superbia, ma una scelta che corrisponde al nostro processo storico. Bolívar concepì il potere cittadino nel congresso di Angostura del 1819 come un potere di controllo sugli altri poteri e sul paese. Lui lo chiamò “potere morale”, ispirandosi alle istituzioni greche e ad alcuni aspetti del parlamentarismo britannico per stabilire un meccanismo che conferisse unità al paese. Occorre ricordare che noi siamo una società che non è né europea, né africana, né aborigena, ma un miscuglio di tutte e che con questa mescolanza ha creato una sorta di nuovo essere umano che ha bisogno di avere punti di riferimento che gli diano unità, equilibrio e armonia. Nelle intenzioni di Bolívar il potere cittadino, il “potere morale”, doveva essere la fonte di tale unità ed equilibrio. Nel congresso di Angostura la proposta di Bolívar non passò, non perché fu respinta ma semplicemente perché i deputati la ritennero troppo avanzata per essere applicata in quel momento storico. Questa esperienza del Libertador l’abbiamo raccolta nella Costituzione del 1999. Il Ministerio Público, la Controloria General de la República e la Defensoría del Pueblo si riuniscono in determinati momenti, conservando la loro autonomia, per formare il Consejo Moral Republicano. L’adunanza può assumere decisioni e in questo si sostanzia il potere cittadino. Oggetto di tali decisioni è il controllo sull’etica: possono venire sottoposti a giudizio i magistrati del Tribunale supremo e qualunque altro funzionario pubblico sottomesso alla competenza del Consejo Moral Republicano. Possono essere definite modalità per modificare o proporre politiche pubbliche finalizzate a rafforzare, unificare, dare credibilità al paese, a evitare i rischi nella società.

 

E per quanto concerne il potere elettorale?

Nel 1826 Bolívar incluse nella costituzione della Bolivia anche il potere elettorale. Noi abbiamo trasferito anch’esso nella Costituzione del 1999. Nella nostra Costituzione esso ha ancora più rilevanza che in quella di Bolívar. Abbiamo stabilito una quantità di procedure referendarie. Tramite referendum revocatorio, il Presidente può essere revocato, come i deputati, i governatori, i sindaci. Per via referendaria si possono annullare le decisioni del potere legislativo e proporre progetti di legge. Ogni referendum suppone una votazione di tutto il paese. Durante il governo del Presidente Chávez si sono avute quattordici elezioni: referendum, elezioni amministrative, parlamentari, quattro elezioni presidenziali, quella dell’Assemblea costituente, quella per approvare la Costituzione – la nostra è una delle poche costituzioni al mondo, non so se l’unica, ad essere stata approvata dal paese per via referendaria. Per questo il potere elettorale è indispensabile. La sua efficienza è comprovata e si tratta di un’istituzione il cui prestigio è riconosciuto in tutto il mondo. In questo momento, ad esempio, stiamo assistendo la Russia per attualizzarne il sistema elettorale. I nostri avversari sostengono che questo potere si presti ai brogli, ma non hanno mai potuto dimostrarlo.

 

Nel quadro del progetto di transizione al socialismo, il Plan de la Patria pone l’obiettivo di “propiziare la democratizzazione dei mezzi di produzione e dare impulso a nuovi modi di articolare le forme di proprietà, collocandole al servizio della società”. Che ruolo si attribuisce, in questo quadro, ai lavoratori organizzati?

Nella storia della Rivoluzione bolscevica, la prima decisione assunta da Lenin fu il decreto mediante il quale si regolava la produzione e si stabiliva il controllo di Stato su di essa. Di fronte a ciò, il settore privato si oppose e si procedette alla confisca. L’iniziativa non ebbe successo, vi furono delle restituzioni e si produsse una situazione conflittuale tra settore pubblico e privato che perdurò fino alla fine dell’Unione Sovietica. La stessa situazione l’hanno sperimentata successivamente altri sistemi socialisti: Cina, Vietnam, Cuba. Occorre apprendere dai pregi e dai difetti di quelle esperienze. Nel nostro caso, la Rivoluzione è ancora troppo giovane per affrontare il nodo fino in fondo. La nostra stessa Costituzione garantisce la proprietà privata. In Venezuela essa è rispettata, malgrado quanto dicono gli avversari della Rivoluzione. Se lo Stato espropria un’azienda privata paga l’indennizzo corrispondente, ma non la confisca. Il proprietario ha sempre il diritto di sollecitare un arbitrato giudiziario sul valore dell’indennizzo. A fronte di ciò, le imprese strategiche sono come già detto controllate dallo Stato. Nell’industria petrolifera, che è la nostra produzione più remunerativa, abbiamo realizzato associazioni di partecipazione in cui lo Stato ha sempre una percentuale maggiore che il settore privato. Ma ci sono imprese che funzionano con capitale privato: i mezzi di comunicazione. Noi non abbiamo nazionalizzato nessun mezzo di comunicazione, al punto che sappiamo che la maggioranza di essi avversa il governo. È avvenuto che ci siamo resi conto di tentativi di sabotaggio del processo rivoluzionario da parte di alcune imprese. Ad esempio nel fondamentale settore delle cartiere. Quell’industria cominciò a dare segni di disequilibrio, a diminuire la produzione, a richiedere sempre più denaro. Lo Stato l’ha nazionalizzata e consegnata ai lavoratori. La consegna di questa e altre industrie ai lavoratori risponde a una concezione strategica del processo rivoluzionario, molto legata all’esperienza italiana. Il Partito comunista italiano negli anni ’20 ha avuto in Antonio Gramsci un luminoso segretario generale, uno dei fari fondamentali del socialismo, che si propose di attualizzare i concetti classici del socialismo. Durante le lotte operaie torinesi egli giunse alla conclusione che i lavoratori, per essere l’elemento trainante della costruzione di una nuova società, dovessero essere presenti nel processo di produzione non solo come produttori, ma anche per capire il funzionamento della produzione e della distribuzione e per trovare le forme attraverso cui rompere con la divisione del lavoro e interconnettersi, non solamente tra loro come lavoratori ma con la società. Insomma essi dovevano trovare le forme per farsi costruttori di fatto, tramite l’azione, di un processo sociale stabile e nuovo che si potesse vedere e toccare. Apparvero così i “consigli di fabbrica”, che noi abbiamo riprodotto in Venezuela come “consigli operai”. Lo stiamo facendo nelle imprese strategiche e nazionalizzate, ma non ancora nel settore privato. Essi possono apparire nel settore privato su iniziativa degli stessi lavoratori. Bisogna essere consapevoli che i consigli dei lavoratori non devono essere appendice di nessun partito, nemmeno del partito di governo, ma nemmeno devono rispondere alla strategia del governo: devono esprimersi autonomamente, senza essere nemici del governo. Devono stabilire un equilibrio a livello sociale, perché sono di fatto loro i promotori della nuova società: questa è la forma della nuova società ed è in ciò la sua prima manifestazione. È quanto stiamo sviluppando in Venezuela e abbiamo avuto alcuni risultati interessanti. In primo luogo abbiamo distinto i consigli operai dai sindacati. Il sindacato è un organismo rivendicativo, mentre i consigli operai sono organi formativi della società ed hanno il compito di dare contenuto ideologico alla lotta. Naturalmente ciò ha prodotto conflitti tra sindacati e consigli operai. Abbiamo fatto in modo che i consigli operai si articolassero socialmente, anche uscendo dall’impresa per appropriarsi di uno spazio territoriale più ampio. Insomma: la competenza dei consigli non è ristretta alla fabbrica, ma a tutto il territorio nazionale, e stiamo lavorando perché la loro strutturazione cresca fino ad articolarsi in modo uniforme in tutto il paese, anche integrandosi con i consigli comunali che sono gli organismi politici della società. Essi rappresentano per noi un fronte di massa: non semplicemente un luogo in cui i lavoratori discutano i problemi della fabbrica, ma dove si occupino di tutti i problemi del paese. In questo senso essi devono assumersi compiti politico-culturali. Gli aspetti produttivi sono importanti, ma occorre che i consigli si facciano carico anche della distribuzione e del consumo dei beni. Essi devono essere organismo di controllo, non isolarsi dentro la fabbrica o nell’ambito locale, ma ampliare il raggio d’azione a tutta la società, anche a livello internazionale. La nostra concezione s’ispira fondamentalmente a Gramsci, che è chi per primo ha indicato questa direzione di marcia, perché qualcosa di simile non è esistito nemmeno nell’Unione Sovietica. È questa una delle esperienze che ci permettono di dire che Gramsci è stato recepito dal processo bolivariano per sviluppare il nostro socialismo. Gramsci affermava la necessità di un socialismo che fosse internazionale, ma che affondasse le radici nella realtà nazionale da cui necessariamente sorge e da cui non può distaccarsi. È quanto stiamo mettendo in pratica.

 

Il 22 maggio scorso il Presidente Maduro ha annunciato la creazione delle milizie operaie, ponendo l’accento sul ruolo centrale da attribuire alla classe operaia nella fortificazione di un’alleanza civico-militare per portare avanti la costruzione del socialismo bolivariano. Si sono fatti passi avanti su questo terreno?

Una delle caratteristiche del nostro processo è di aver avuto origine da un’alleanza civico-militare resa possibile dal fatto che il Presidente Chávez provenisse dal settore militare, senza avere alle spalle un partito organizzato. Egli sviluppava un pensiero non militare, un pensiero sociale coltivato nel solco del marxismo, ma veniva dall’ambiente militare. Evidentemente i suoi amici, il gruppo che creò nelle caserme per accompagnarlo, si è unito a lui al momento della sua ascesa al potere. Successivamente si è andato sviluppando un parallelismo tra società civile e militare, che sono andate integrandosi a poco a poco, nella misura in cui si sviluppava il processo. I nemici della rivoluzione hanno favorito tutto questo. Il colpo di Stato del 2002, per esempio, ha avuto come conseguenza che si rafforzasse l’alleanza civico-militare, perché si trattò di un golpe militare maturato in settori delle forze armate utilizzati dagli Stati Uniti e dall’oligarchia venezuelana per abbattere il governo democratico. Ciò ha ripulito l’esercito da una buona parte – io direi un ottanta per cento – di quei settori di destra. Ma ha anche spinto altri settori all’interno delle forze armate ad unirsi al processo rivoluzionario. È stato interessante notare come ad esempio sia stato compito specifico dei militari risolvere problemi come quelli dell’aiuto all’alimentazione. Tutti i militari di ogni rango si sono incaricati di provvedere, organizzare, supervisionare il processo di aiuto all’alimentazione. Tramite i cosiddetti “mercati popolari” dove si comprava a metà prezzo, dove le persone avevano accesso a beni di consumo che non si trovavano perché i nemici li nascondevano o li incettavano, i militari hanno conquistato una nuova vicinanza al popolo, che li ha visti sotto una luce diversa. Oltre a ciò, dal punto di vista sociologico i nostri soldati sono, dalla guerra d’indipendenza, di estrazione popolare. Per accedere al servizio militare, in Venezuela, non è necessario far parte delle classi privilegiate. Al contrario, gli oligarchi disprezzano i militari. Ciò ci ha favoriti, perché i soldati sono gente del popolo, le cui famiglie patiscono i problemi delle classi popolari. L’alleanza civico-militare non è stata quindi un trauma, ma al contrario un modo di unirci, e ogni giorno quest’alleanza si fa più forte, limpida e sicura. Civili e militari si riconoscono reciprocamente come difensori di un processo che li inorgoglisce, dà loro dignità, li riafferma come cittadini. In questo contesto sono nate le milizie, che sono un’istituzione tipica di tutti i paesi rivoluzionari: la milizia dà disciplina, senso della patria, stimola l’impegno, organizza, permette anche di creare uno spirito di corpo per combattere i nemici del processo, ed è questo che si sta facendo con i lavoratori. Si stanno creando le milizie operaie. Noi non pensiamo che possa prodursi un’invasione del nostro paese, ma in quel caso saremmo preparati e non faremmo come a Masada, dove gli zeloti si suicidarono in massa per non capitolare al nemico, ma lasciando di fatto a quest’ultimo il controllo della città. Noi ci batteremmo fino in fondo.

 

Un fatto nuovo rilevante degli ultimi mesi è stato la presentazione del Plan Mamá Rosa, finalizzato all’eguaglianza e all’equità di genere e allo sradicamento del patriarcato. Quali sono i contenuti della politica della Rivoluzione per la liberazione della donna?

Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra Rivoluzione. Un ruolo che definirei più importante di quello degli uomini. Le donne sono state più leali al processo rivoluzionario che gli uomini, si sono spese più a fondo per esso. Sin dalla Costituente, uno degli obiettivi che ci siamo posti è stato agire perché la dominazione secolare sulle donne cominciasse a scomparire in Venezuela. Alcuni hanno messo in discussione la nostra Costituzione perché rispetta il genere: “Il presidente/la presidente”, “il procuratore/la procuratrice”, ecc. L’intera nostra Costituzione è pensata per sottrarsi all’uso del linguaggio come forma di dominazione sulla donna. In questo momento la maggior parte dei nostri poteri pubblici sono presieduti da donne: a presiedere il potere elettorale è una donna, così come avviene per il potere giudiziario e per il potere cittadino. Restano il legislativo e l’esecutivo, ma non è difficile immaginare che un giorno possiamo avere tutti e cinque i poteri presieduti da donne. Nella nostra lotta d’indipendenza le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, sicché la nostra è una Storia non fatta solo dagli uomini. Nel parlamento venezuelano c’è sempre stata una presenza femminile molto importante, sicché abbiamo dato vita in primo luogo a una legge che perseguisse severamente la violenza contro le donne in tutti i sensi: non solo la violenza nella coppia, ma anche nelle strade e sul lavoro. Si è stabilita una proporzionalità nel processo elettorale per fare in modo che la partecipazione delle donne fosse più o meno paritaria rispetto a quella degli uomini: le nostre donne elette negli organismi pubblici si trovano in situazione più o meno di equilibrio rispetto agli uomini. Ancora non ci siamo riusciti nei sindacati e nei consigli operai. Ma nelle istituzioni, dove lo Stato può esercitare un controllo, abbiamo spinto con fermezza in questa direzione. I settori più creativi, l’anima intellettuale del paese sono certamente le donne, che si sono organizzate. Credo che in questo momento vi sia maggiore organizzazione tra le donne che tra gli stessi lavoratori, malgrado la tradizione sindacale sia molto più lunga. Sono nati gruppi femministi, ma non è il movimento femminista a dirigere il processo di liberazione della donna: i gruppi femministi fanno parte di quel processo, ma esistono una pluralità di gruppi che lo dirigono, legati o meno che siano alla tradizione femminista. La situazione della donna nella Rivoluzione è forse una delle maggiori conquiste che abbiamo realizzato. Dicevo all’inizio che una delle cose che più ci inorgogliscono è sapere che c’è coscienza politica e sociale nel paese: ebbene, questa coscienza, l’impegno, il lavoro in tutti gli strati della società ha più consistenza tra le donne che tra gli uomini.

 

La Rivoluzione bolivariana ha fatto del vostro paese uno dei principali protagonisti nella costruzione di un mondo multipolare. Il Venezuela ha intense relazioni con la Russia ed è notizia recentissima la firma di nuovi protocolli con la Cina per il rafforzamento della cooperazione bilaterale. Come valuta il vostro governo la situazione attuale?

Il Presidente Chávez, con una concezione strategica della lotta antimperialista, ha sviluppato varie direttrici che ci sono state molto utili per sostenere e stabilizzare il nostro processo a livello nazionale e internazionale. Una di queste è l’integrazione regionale tramite l’ALBA, la CELAC,UNASUR, ecc. La CELAC è uno strumento per creare un centro di discussione, senza la presenza di Stati Uniti e Canada, dove le nazioni latinoamericane possano avere più libertà per decidere dei propri problemi. Prima ancora abbiamo creato UNASUR, che ha giocato un ruolo molto importante nel caso dei tentativi di colpo di Stato in Bolivia ed Ecuador perché essi non avessero successo. Dunque l’integrazione latinoamericana è la nostra prima direttrice per la creazione di un equilibrio multipolare. Ma a partire dal piano economico Chávez ha visto più lontano, pensando all’Europa, alla Russia, alla Cina. Con la Russia abbiamo realizzato un’alleanza strategica che va molto oltre il terreno economico, finalizzata a stabilire un equilibrio multipolare nel mondo, che si è manifestata ora nel caso della Siria: il ruolo della Russia è stato determinante per evitare una nuova guerra mondiale. L’occupazione da parte degli Stati Uniti della Siria avrebbe destabilizzato la regione e, come effetto di ciò, avrebbe dato luogo a una serie di conseguenze che avrebbero senza dubbio investito la stessa Europa. Fortunatamente nove paesi d’Europa hanno fatto causa comune con la Russia e lo stesso parlamento britannico ha bloccato l’alleanza sciagurata con Obama sostenuta dal Primo ministro. La Cina ha la sua propria strategia a livello mondiale. Sarebbe ingenuo dire che i nostri rapporti con la Cina corrispondano a una visione strategica condivisa. La Cina deve alimentare un miliardo e trecento milioni di abitanti, praticamente un quarto della popolazione mondiale. Essa ha cercato il modo di avvicinarsi all’America Latina, un continente pacifico, con risorse idriche abbondanti e terre fertili, con risorse naturali intatte, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione, perché quelle principalmente sfruttate fino ad ora sono state i minerali. La Cina ha lavorato per intessere forti relazioni con l’America Latina come spazio per relazioni commerciali ed economiche. Noi abbiamo il petrolio e alla Cina interessa il petrolio. Da questo punto di partenza abbiamo sviluppato con loro una relazione che ha beneficiato entrambi. In questo momento esportiamo vero la Cina circa un milione di barili di petrolio al giorno. Poco, se si considera che verso gli Stati Uniti esportiamo tre milioni di barili. La Cina ci sta aiutando nel settore agroalimentare e in generale nella politica di sviluppo della nostra economia. Esiste un fondo cinese per il Venezuela, garantito con petrolio, che ammonta a venti miliardi di dollari. Questo permette di lavorare con tranquillità, soprattutto dal momento che stiamo combattendo una guerra finalizzata a piegare il paese e a liquidare il processo rivoluzionario, condotta dagli Stati Uniti e dai paesi che ad essi sono subordinati, e tra questi la maggioranza dei paesi europei, alcuni attivamente e altri passivamente. Ad essi si aggiungono anche alcuni paesi americani: non molti, tre o quattro. In ogni caso, per contrastare gli effetti di questa politica di destabilizzazione della Rivoluzione, la Cina ci ha teso la mano e noi crediamo di poter essere, insieme alla Cina, un fattore di equilibrio per l’America Latina. Anche la Cina ha giocato un ruolo importante in Siria, sebbene non attivo come quello della Russia, come pure è accaduto nel caso Snowden: la Cina è stata la prima a proteggere Snowden prima del suo passaggio in Russia. Insomma, credo vi siano una quantità di mosse nella scacchiera politica internazionale in cui la Cina, la maggiore economia del mondo in questo momento, non può essere ignorata né da noi, né dagli Stati Uniti, né dall’Europa, né da nessuno.

 

Dall’ALBA alla CELAC, il chavismo ha dedicato molti sforzi all’integrazione latinoamericana, restituendo vitalità al progetto bolivariano di Patria grande e dando vita a una molteplicità di organismi di grande importanza. A che punto si è giunti e quali obiettivi si pone il Venezuela per il prossimo futuro?

Abbiamo cominciato costruendo l’ALBA, che abbiamo concepito come un laboratorio e ci ha dato eccellenti risultati. S’incontrano in questa esperienza una quantità di aspetti positivi non solo per giustificare il progetto, ma soprattutto per capire che l’unità dei popoli dell’America Latina è assolutamente necessaria se fatta lealmente, senza trappole né tentativi di creare una gerarchia tra i partecipanti. L’ALBA è apparsa come reazione all’ALCA, il sistema dei trattati di libero commercio degli Stati Uniti con i paesi latinoamericani. L’ALCA stabiliva varie condizioni. La prima era che tutte le controversie fossero sottoposte ai tribunali nordamericani. Ciascun paese che sottoscriveva gli accordi perdeva la propria sovranità giuridica. Oltre a questo, i contraenti erano sottoposti alle politiche protezioniste degli Stati Uniti, che creano uno sbilanciamento nelle economie degli altri paesi. Firmando l’ALCA si accettavano queste due diseguaglianze: la rinuncia alla giurisdizione e il diritto degli USA di mantenere una diseguaglianza economica a favore della loro produzione. L’ALBA è stata il frutto di una proposta lanciata da Fidel Castro e Chávez ed iniziata da Cuba e Venezuela, che col tempo si è estesa fino all’Honduras. Quando essa è arrivata all’Honduras, gli Stati Uniti hanno vi hanno visto una seria minaccia e hanno orchestrato il golpe contro Zelaya, arrestandone la crescita. Allora si è creata Petrocaribe, un’ALBA concreta, solo per il petrolio. Abbiamo acconsentito a un interscambio di petrolio a prezzo diverso da quello di mercato, accettando pagamenti rateali e anche in merce. Abbiamo creato un meccanismo perché il petrolio circolasse in America Latina, grazie al Venezuela, senza che ciò costituisse un onere maggiore per gli altri paesi della regione. Petrocaribe si è consolidata ormai grazie alla partecipazione della grande maggioranza dei paesi del continente. ALBA e Petrocaribe funzionano su principi nuovi: la solidarietà in primo luogo, ma anche la complementarietà. Gli scambi possono essere effettuati tramite la soddisfazione delle rispettive necessità. Abbiamo insomma recuperato il metodo del baratto delle società aborigene. Cuba ad esempio riceve petrolio e paga con servizi medici, sportivi, educativi, l’Uruguay paga con i formaggi, il Nicaragua con carni e fagioli. Un terzo principio, fondamentale, è quello dell’eguaglianza, contrariamente a quanto avviene nel caso dell’Unione Europea in cui ciascun partecipante ha un peso diverso nelle votazioni in funzione del volume della propria economia. Nelle nostre istituzioni regionali ciascun paese ha lo stesso peso degli altri. Abbiamo creato un esperimento di moneta unica: il Sucre. Si tratta di una moneta virtuale che serve a sostituire il dollaro, ma che non dà luogo alla cessione della sovranità monetaria a un “centro” come avviene qui con l’Euro. C’è anche la CELAC, cui facevo riferimento prima: uno spazio politico la cui funzione è in certo modo di sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani su basi più democratiche, senza la presenza di Canada e Stati Uniti. E infine c’è Mercosur, un organismo d’importanza capitale in questo momento. Inizialmente vi aderivano Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay: due giganti e due nani. Noi siamo entrati a farne parte, e questo ha dato all’istituzione maggiore equilibrio: noi non siamo né nani né giganti, ma la nostra adesione ha aperto uno spazio democratico di discussione. Siamo entrati con il petrolio e stiamo lavorando per far aderire Ecuador, Bolivia e chiunque volesse entrare, anche per sostituire il vecchio Mercato andino costituito da Colombia, Perù, Venezuela ed Ecuador. Ma vogliamo anche fare del Mercosur un centro di negoziazione della regione, per non negoziare isolati ma invece come polo regionale e modificare le relazioni doganali per evitare di continuare a essere sfruttati grazie a meccanismi dettati dagli Stati Uniti e dalle altre potenze. Tutto ciò sta già dando risultati importanti.

 

Il consolidarsi dell’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Cile può mettere in discussione il processo d’integrazione latinoamericana?

L’ Alleanza del Pacifico è ciò che resta dell’ALCA. I quattro paesi che ne fanno parte hanno probabilmente fatto una scelta che ritengono più vantaggiosa dal punto di vista politico e in considerazione della loro vicinanza agli Stati Uniti. Non credo che ci danneggeranno.

Alessio Arena

 

in data:31/10/2013 Liberazione on-line

 

Scena bolognese e radici a Ferrara, ecco i volti di Tassinari

Scena bolognese e radici a Ferrara, ecco i volti di Tassinari

CULTURA

 

Scena bolognese e radici a Ferrara, ecco i volti di Tassinari

 

La sua città ricorda lo scrittore scomparso e immagina come proseguirne il lavoro

 

La scuola di musica si affaccia sul Po di Volano, il canale che gira intorno a Ferrara. Nell’aula magna, al piano di sopra, alcune decine di persone ascoltano attentissimi una chitarra. A nessuno di loro pare strano che in un luogo pieno di strumenti se ne ascolti uno registrato che risuona dall’impianto stereo. L’aula magna è dedicata a chi l’ha fondata, Stefano Tassinari. Da diciassette mesi Tassinari non c’è più. E quella chitarra che suona è la sua. «Come noi due in uno di quei giorni che ci sfuggono di mano e non li prendi più»: è sua la voce che recita “Se solo tu fossi qui”, racconto dedicato ai desaparecidos e contenuto in “D’Altri tempi” (Alegre 2011).

Giornalista, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, promotore culturale, militante comunista eterodosso, per Wu Ming «poliedrico ed eclettico», protagonista della scena bolognese ma con radici ferraresi, Tassinari è stato fondatore e direttore (quasi all’inizio di questa storia) della rivista Luci della città a Ferrara e direttore di Letteraria per le edizioni Alegre fino all’ultimo dei suoi giorni, la prima fu il prologo della seconda e, in mezzo, ideatore della Scuola di Musica della Cooperativa Charlie Chaplin, da cui si è poi sviluppata la Scuola di Musica Moderna dell’Associazione Musicisti Ferraresi in via Darsena. Tutto questo in mezzo alla scrittura di romanzi, piece teatrali, progetti culturali e articoli anche per Liberazione . Domenica scorsa la sua scuola ha voluto ricordarlo.

Roberto Formignani, direttore della Scuola di Musica Moderna, ha ricordato l’appassionato di musica e il progetto di una scuola che non insegnasse solamente a suonare uno strumento, ma che diventasse un «centro di aggregazione e di sensibilizzazione». Laura Magni, invece, ha fatto tornare indietro l’orologio fino a quel 1985, anno di nascita di Luci della città, frutto dell’urgenza di Stefano «di mettersi in rete con il mondo», durò senza appoggi di potenti per 68 numeri catalizzando oltre trecento collaboratori. Sergio Gessi e Fabio Mangolini hanno letto il primo e l’ultimo degli articoli che Stefano scrisse per la rivista. Il primo è un reportage da Managua, al tempo della rivoluzione sandinista, appunti «su fogli senza righe» per catturare «un ordine e un tempo imprendibili». L’embargo violento, i bambini «tristemente allegri», la vita dei “pobres”, la ricerca della liberazione da «aguzzini e fantasmi» e la coscienza di essere comunque il reporter privilegiato giunto da un paese ricco. Il giornalismo di Tassinari è stato un pezzo della sua produzione letteraria per temi e linguaggi.

Altri interventi di Gerardo Bombonato, presidente dell’ordine regionale dei giornalisti e ancora Pier Damiano Ori e Alberto Bertoni che Stefano ha coinvolto nel progetto di Letteraria assieme a decine di scrittori. E’ toccato a Bertoni restituire l’innamoramento di Stefano per la scrittura in tutte le sue forme e la cura della parola agita e condivisa fino alla sua dimensione teatrale e corale.

Filippo Vendemmiati, oggi al Tg regionale dell’Emilia, ha inviato un contributo video, costruito con la fatica immensa di chi ha dovuto cucire al mixer i gesti e la voce di un amico prima ancora che di un collega: «Mi manca quello che ci eravamo ripromessi», ha detto nel messaggio di accompagnamento del video.

Ma l’incontro di domenica mattina non è stato solo la commemorazione di un grande personaggio della scena culturale emiliana, è stato soprattutto l’occasione per fare il punto sulle iniziative che ne continuano il lavoro: la digitalizzazione dei 68 numeri di Luci della città, consultabili liberamente all’indirizzo lucidellacitta.org, e il sito www.stefanotassinari.it, dove sono raccolte le testimonianze della sua intensa e variegata attività. L’assessore alla cultura e vicesindaco, Massimo Maisto, ha lanciato la proposta di dar vita, con l’aiuto di un’istituzione universitaria, a una borsa di studio in onore di Stefano Tassinari e del suo costante impegno per “l’accesso alla cultura per tutti”.

Gli scrittori come lui non muoiono, muoiono un po’ quelli a cui manca.

 

Checchino Antonini, da Ferrara

 

Liberazione 29/10/2013

 

 

Le pensioni (povere) di nuovo sotto schiaffo

Le pensioni (povere) di nuovo sotto schiaffo

Il prelievo previsto dalla legge di stabilità sulle pensioni ha occupato per giorni le prime pagine dei giornali e trovato spazio nei telegiornali: è stata una piacevole sorpresa. Ancora una volta a pagare la manovra economica sono i pensionati e gli impiegati pubblici.

Quando il governo Monti varò la legge sulle pensioni che prevedeva, tra l’altro, il blocco di due anni della rivalutazione delle pensioni vi fu un coro unanime, da parte dei media, in difesa di quella legge. Il blocco della rivalutazione al costo della vita delle pensioni superiori a 1.400 € lordi (1.200 netti) per il biennio 2012/2013 ha portato 8 miliardi nelle casse dello Stato ed è costato circa 1.500 euro in media per oltre 6 milioni di anziani, cifra non più recuperabile vita natural durante.

Lo Spi-Cgil ha calcolato in 118 miliardi e 21 milioni negli ultimi due anni il “contributo” dei pensionati al risanamento dei conti pubblici: Irpef e drenaggio fiscale, aumento Iva, blocco delle rivalutazioni, implementi delle tasse locali, senza calcolare che altre misure come l’aumento dell’età per il diritto alla pensione ed i nuovi sistemi di calcolo garantiranno allo Stato ben 10 miliardi annui per i prossimi 10.

Il “risanamento” dei conti pubblici operato dal governo Monti è stato pagato in gran parte dai pensionati.

La perdita del potere di acquisto delle pensioni dal 2000 è del 25/30% circa. Aumentano i poveri ed in gran parte sono anziani soli: è raddoppiata la richiesta di un pasto alla Caritas e ad altri Enti di beneficenza.

La grande stampa e la TV si schierarono compatti in difesa della legge Fornero anche per ragioni politiche. Infatti venivano smantellati alcuni capisaldi del sistema pensionistico pubblico quali il legame rappresentato dai contributi (salario differito) tra lavoro e pensione, i sistemi di calcolo, l’età per ottenere la pensione, diritti acquisiti. La legge di stabilità blocca la rivalutazione annuale per tre anni delle pensioni superiori a 3.000 €uro mensili (2.000 netti) considerandole “pensioni d’oro”. Per le pensioni tra i 1.500 euro lordi (1.250 netti) e i 3.000 euro la rivalutazione è parziale: da 1.500 a 2.000 euro è del 90%, da 2.000 a 2.500 del 75% e da 2.500 a 5.000 del 50%.

Dopo tanto tergiversare (e litigare) viene previsto un prelievo sulle quote di pensione che superano i 100.000 euro annui: da 100 a 150.000 il 5%, da 150 a 200.000 il 10%, da 200 ed oltre il 15%. Con molte probabilità si troverà una qualche motivazione per cancellare questo prelievo.

Solo se ci sarà una forte mobilitazione delle confederazioni sindacali e dei sindacati dei pensionati e se le contrarietà e perplessità espresse da diversi parlamentari si trasformeranno in azioni si potrà impedire il blocco della rivalutazione delle pensioni.

Ma non illudiamoci che le pensioni nei prossimi anni saranno lasciate in pace. Ogni anno gli Enti erogano circa 270 miliardi ai pensionati. È una somma che fa gola e tra l’altro di facile “saccheggio” tenendo conto della scarsa capacità di lotta dei pensionati resa ancor più debole dai cedimenti dei loro sindacati. Nel mirino di questi predatori vi sono le pensioni di reversibilità, che per il 70%, sono concesse a donne vedove ed in base al loro reddito. Vi sono le pensioni di anzianità calcolate in gran parte con il sistema retributivo, che si vorrebbe ricalcolare con il contributivo, certamente più penalizzante che provocherebbe una diminuzione dal 20 al 30% delle pensioni in essere. Sia per la reversibilità sia per l’anzianità l’insistenza ad operare interventi viene da diversi dirigenti del Pd, anche Matteo Renzi lo ha sostenuto in una recente intervista al Corriere della Sera. Il ministro degli Esteri Bonino è invece impegnata da tempo in una crociata per parificare l’età delle donne per il diritto alla pensione a quella degli uomini. Vuole accelerare un processo già avviato e si avvale di una “raccomandazione” degli organismi della Comunità Europea da lei sollecitata. Tra l’altro si stanno tagliando i già scarsi fondi a favore dell’infanzia.

Senza retorica ma credo che l’affermazione di un grande sindacalista comunista che si chiamava Giuseppe Di Vittorio dovrebbe far riflettere: ”la civiltà di una nazione si misura dalla condizione dell’infanzia e degli anziani”.

Sante Moretti

 

in data:30/10/2013 Liberazione on-line

 

Casorate Primo: 11 novembre incontro pubblico con Ramon Mantovani, dirigente di Rifondazione Comunista

Casorate Primo: 11 novembre incontro pubblico con Ramon Mantovani, dirigente di Rifondazione Comunista

Il prossimo 8 dicembre non si celebrano solo le primarie del PD, si tiene anche il congresso nazionale di Rifondazione Comunista. È una norma consolidata (almeno per noi “rifondaroli”) quella di invitare al proprio congresso i partiti presenti sul territorio, gli amministratori dei nostri comuni insieme alle associazioni che ci hanno visto insieme nelle campagne politiche e tutti quanti si considerano di “sinistra”.

Oggi come ieri non abbiamo bisogno di saluti formali, abbiamo bisogno di raccogliere idee, progetti, analisi che ci aiutino a definire le linee del progetto ormai ventennale della Rifondazione Comunista, per questo i compagni del circolo di Casorate indicono un incontro aperto a tutti con RAMON MANTOVANI per affrontare i temi che sono sul tappeto oggi: il quadro internazionale, l’analisi della crisi attuale, l’attualità di una proposta anticapitalista, la necessità di un forte iniziativa per la difesa e attuazione della Costituzione, i compiti della Sinistra …..

L’invito che vi rivolgo è quello di partecipare all’incontro previsto per LUNEDI’ 11 novembre alle ore 21 presso la sala consiliare di Casorate Primo.

 

Un abbraccio Gianni Radici

Ferrero: “Caro Renzi, per combattere la povertà bisogna fare la guerra ai ricchi”

Ferrero: “Caro Renzi, per combattere la povertà bisogna fare la guerra ai ricchi”

Ferrero: “Caro Renzi, per combattere la povertà bisogna fare la guerra ai ricchi”

 

“Alla Leopolda nasce il nuovo partito liberista, il partito della crisi. Renzi dice che non combatte la ricchezza ma vuol far la guerra alla povertà: è una presa in giro che la destra liberista ha raccontato per vent’anni. E’ infatti evidente che la crisi in cui viviamo è proprio il frutto di una cattiva distribuzione del reddito, nella quale i ricchi sono diventati ricchissimi sulle spalle dei popoli che sono diventati sempre più poveri. Per combattere la povertà bisogna aggredire la ricchezza a partire dalla finanza e dalle banche. Per combattere la povertà bisogna far la guerra ai ricchi”.

“Dentro quella valigia c’è tutta la mia vita”

“Dentro quella valigia c’è tutta la mia vita”

Aiutiamo MileSound Bass a ritrovare l’Attrezzatura rubata

https://www.facebook.com/mileSoundBASS

OGGI A GENOVA È SUCCESSO UN FATTO GRAVISSIMO. Ieri 25.10.2013 ho suonato e vinto al contest di #Forevergreen e stasera avrei dovuto suonare ancora. Oggi, usciti dal parcheggio dell’albergo ed in attesa di parcheggiare in un altro, non trovando posto nei parcheggi custoditi ho posteggiato lungo Via Maurizio Quadrio 12, una via molto trafficata e vicino ad un’area turistica, al costo di 2.50€ all’ora. Verso le 13 sono andato a mangiare e quando sono tornato alle 14, ho trovato questo: vetro spaccato e zaino e TROLLEY CON TUTTI GLI STRUMENTI RUBATI. Chi mi conosce sa che ho passato tutte le ultime estati e i miei giorni liberi dai corsi universitari a lavorare per potermi comprare i miei strumenti e il mio macbook. Tutto quello che c’era lí dentro me lo ero guadagnato. Il mio mac conteneva, oltre a tutti i miei dati, TUTTI I MIEI PROGETTI ABLETON DAL 2009 AD OGGI, pubblicati e inediti, completi e non. Oggi per mano di chi prende senza meriti ho perso tutto, tutto il lavoro di una vita. Ho perso tutte le notti passate a studiare, tutto il tempo negato alle persone a cui tenevo, tutti i miei progetti. Chi suona mi capirà, per cui vi prego, aiutatemi a ritrovare gli strumenti su MACUSATO.IT o MERCATINOMUSICALE.ITo EBAY o BACHECHE con annunci provenienza GENOVA. La questura ci ha suggerito di passare domani ai mercatini dell’usato in VIA TURATI. Chi è in zona e può andarci mi contatti. Nella foto c’è l elenco degli strumenti: – APC40 AKAI, seriale (21)K20909023800816; – MAC BOOK PRO 17POLLICI DEL 2006, seriale : W871215RW0J; – SCHEDA AUDIO 8DJ NATIVE INSTRUMENTS, seriale: 94520085854754 – PAD KONTROL KORG, devo fare una ricerca più approfondita per trovare il seriale, questo strumento l ho comprato molti molti anni fa. VI PREGO DI CONDIVIDERE A TUTTI I VOSTRI AMICI MUSICISTI.. DENTRO QUELLA VALIGIA C’È TUTTA LA MIA VITA ____

Ex Colorificio, la polizia sgombera. Prc: “Vergognoso disinteresse di Pd e Sel”

Ex Colorificio, la polizia sgombera. Prc: “Vergognoso disinteresse di Pd e Sel”

E’ ancora in corso lo sgombero dell’ex Colorificio. Da pochi minuti la polizia ha sfondato alcuni ingressi. Decine di effettivi dei reparti delle forza dell’ordine si sono presentati stamattina circondando l’Ex Colorificio Liberato di Pisa, occupato a più riprese nei mesi scorsi. C’è infatti una sentenza del Tribunale che chiede il sequestro immediato dell’immobile di via Montelungo per restituirlo alla proprietà. Più di 200 persone del Municipio dei Beni Comuni, all’interno dell’edificio, stanno comunque svolgendo le attività che per più di un anno hanno reso collettivo uno spazio di 14mila metri quadrati abbandonato e dismesso: aule studio, ciclofficina, palestra di arrampicata, laboratorio di falegnameria, lezioni agli studenti.

“L’azione di stamattina” sottolinea il Municipio dei Beni Comuni, “vuole ridurre a ordine pubblico un’esperienza che parla di limiti alla proprietà, di diritti delle comunità, di sostenibilità. La nostra presenza all’interno, nonostante la pressione che proviene dalle forze dell’ordine e dalla proprietà, dimostra che c’è una comunità intera che non è più disposta a scendere a patti con l’arroganza di una società dove l’unica unità di misura è il profitto, i diritti inalienabili della proprietà privata ed il consumo di suolo e delle risorse naturali”.

 

Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, intanto, si difende dalle accuse di non essere voluto intervenire per impedire l’azione di forza: “Non sono sparito da nessuna parte. Non si possono diffondere falsità. Il comune non ha nulla a che vedere con lo sgombero. L’ex colorificio è proprietà privata e la Questura sta eseguendo un ordinanza emessa dal Tribunale”. La posizione difensiva del primo cittadino appare però come un tentativo di sgravare il comune da una evidente responsabilità: lo spazio in questione è utilizzato da migliaia di cittadini pisani. “Non è una ragione sufficiente per muoversi? Come si fa a far finta di niente”, si chiedono gli occupanti? Di fatto Filippeschi una posizione sembra averla già presa: il suo chiamarsene fuori dà ragione a chi per anni ha spremuto il territorio, e che ora vuole continuare a calpestare i diritti di chi ha rimesso in piedi una struttura abbandonata.

 

Sulla vicenda è intervenuto il segretario del Prc Paolo Ferrero con una nota. “Giù le mani dall’ex Colorificio di Pisa che in queste ore le forze dell’ordine stanno cercando di sgomberare – scrive Ferrero -. Contro l’unico obiettivo di una grandissima speculazione edilizia è necessario opporsi allo sgombero del Municipio dei Beni Comuni che ha dato vita ad un importante laboratorio sociale e politico e restituito l’area dismessa alla cittadinanza. Semplicemente vergognoso il disinteresse mostrato dalla giunta comunale di PD e SEL”.

Ferrero invita tutti a mobilitarsi anche sui social network, rilanciando il tweet: NO allo sgombero dell’#excolorificio di Pisa. Se proprio volete sgombrare #sgombratelaleopolda, sono lì quelli che fanno danni! Invitiamo tutti coloro che stanno nei pressi di Pisa a recarsi all’ex colorificio”.

 

Il cibo del futuro alla festa di Gambolò

Il cibo del futuro alla festa di Gambolò

FESTA DI GAMBOLO’ 2013

DOMENICA 27 OTTOBRE

Museo Archeologico Lomellino, Gambolò, Piazza Castello

Ore 15.00-18.00 APERTURA E VISITE GUIDATE

ORE 15.30 IL CIBO DEGLI ANTICHI, visita guidata a tema

 ORE 16.30 IL CIBO DEL FUTURO

Incontro con il Distretto di Economia Solidale

del Parco Agricolo Sud Milano, con assaggi dei prodotti

 

Il DES Rurale del PARCO Agricolo Sud Milano      

 

L’appuntamento del 27 ottobre, in occasione della Festa di Gambolò, intende illustrare un’interessantissima esperienza di avvio di una agricoltura alternativa rispetto al trend corrente e di estrema qualità,di salvaguardia dell’ambiente e sostenibile. L’esperienza ha interessantissimi risvolti economici, sociali e culturali in senso lato e rappresenta un esempio di grande significato per la riqualificazione di un mondo produttivo che oggi più che mai necessita di “buoni usi” e nuove opportunità per aprire nuovi fronti contro la crisi economica e la globalizzazione della società.

Il pomeriggio museale, partendo da un confronto con l’alimentazione e l’agricoltura degli antichi vuole aprire uno sguardo verso una possibile e percorribile agricoltura del domani.

Il Distretto di Economia solidale del Parco Agricolo Sud Milano nasce il 13 dicembre del 2008, collegando diversi soggetti dell’economia solidale milanese, delle Associazioni ambientaliste e delle istituzioni locali coinvolti nell’evento.

L’obiettivo principale che si dà il Distretto è la salvaguardia e la riqualificazione del Parco e della sua agricoltura: 47.000 ettari, 61 comuni, quasi mille aziende agricole; per questo si dota del termine “rurale”, a significare la sua connotazione fondamentale. Poi comincia a tessersi la rete territoriale, costituita oggi da una ventina di GAS, una decina di aziende agricole, la finanza etica nei suoi tre canali (Mag2, Banca Etica e CAES – Assicurazioni Etiche), e poi gli altri soggetti interessati presenti nell’area del Parco: banche del tempo, botteghe del commercio equo, associazioni e comitati a difesa del territorio e due comuni ‘virtuosi’, S. Giuliano e Corsico, tramite progetti specifici.

Il coordinamento della rete e delle sue attività è in carico ad un ‘Comitato verso il DESR’, dal quale si snodano i Tavoli settoriali, in primo luogo dei Gas e degli agricoltori, e i Gruppi di lavoro tematici sui progetti federatori che il Comitato ha attivato (energia, paniere, orto collettivo, percorsi culturali e di conoscenza delle cascine, gestione del conflitto e della partecipazione democratica, comunicazione, frutteto biologico). L’assunto di fondo che muove il percorso del DESR è che sia possibile salvaguardare la vocazione del più grande Parco Agricolo d’Europa con iniziative a difesa delle Cascine e del loro reddito oltre che contro il consumo di suolo: qualificando domanda ed offerta, incentivando vendita diretta e cicli ‘interni’ di trasformazione dei prodotti, sostenendo la multifunzionalità (senza però prevaricare l’attività agricola), favorendo un’agrobiodiversità capace di intaccare le monocolture del Parco (riso e cereali) e gli allevamenti intensivi di bovini. L’orizzonte generale è la costruzione di una sovranità alimentare, che sappia anche ricostruire un rapporto città-campagna che è sempre appartenuto alla storia, e che la trasformazione agro-industriale postbellica ha progressivamente compromesso. La connotazione di fondo del Distretto si integra con gli obiettivi più generali delle reti solidali, capaci di testimoniare, con la concretezza delle pratiche, la possibilità di un’economia altra da quella dominante che rivalorizzi le relazioni non monetarie: ciò è avvenuto ad esempio con la mobilitazione pro-Forestina (45 adesioni da più GAS), che ha permesso di contribuire per alcuni mesi alla gestione della Cascina durante l’assenza del titolare per una grave operazione.

Gli aspetti critici principali di questo percorso risiedono nel rapporto tra DESR e suoi soggetti costituenti, dovendo sperimentare percorsi partecipativi del tutto innovativi rispetto agli inefficaci modelli delle forme associative tradizionali. Una rete non è un semplice insieme di nodi tenuti insieme da ‘canali’ informativi, ma una struttura complessa in cui la parte più importante sono le valenze qualitative delle interazioni che collegano i nodi (per questo si parla di ‘economia delle relazioni’).

Il DESR ha avviato numerosi progetti e diverse filiere agroalimentari: pane, miele, frutta, formaggi e salumi

 

Primo colpo di piccone alla Costituzione

Primo colpo di piccone alla Costituzione

Primo colpo di piccone alla Costituzione

Il quorum c’è per soli quattro voti, colombe Pdl contro falchi

Il Senato

 

Il primo colpo di piccone alla Costituzione repubblicana arriva poco dopo l’ora di pranzo. Il Senato approva il testo che stravolge la Carta, senza il sì dei due terzi dei parlamentari sarebbe stato possibile il referendum. Niente da fare. La larga intesa si salva per soli quattro voti. I favorevoli raggiungono quota 218 – che a palazzo Madama significa maggioranza qualificata – ed evitano la consultazione popolare. Il Senato approva in seconda lettura il ddl costituzionale 813-b, che stravolge l’articolo 138, la “valvola di sicurezza” della Carta, e affida a un comitato di 42 parlamentari il compito di riscrivere almeno la metà della Costituzione. Di fatto porte spalancate al presidenzialismo. A favore si erano già espressi i partiti di governo più la Lega nord. Contrari solo i Cinque stelle e Sel, ovvero 57 senatori su 321. Troppo pochi. Anche se la perpetua guerra fra falchi e colombe del Pdl aveva rischiato di riportare il Parlamento sulla “via maestra”. Purtroppo non è andata così. Per quattro voti. C’è chi azzarda che sia stata la Lega nord a salvare il governo di Enrico Letta. Sarà. Ma non è questo il senso della giornata. Appena due settimane fa decine di migliaia di persone in piazza a Roma avevavano chiesto di non stravolgere la Costituzione. Il Parlamento è rimasto sordo.

E’ la seconda deliberazione del Senato, il via libera finale spetta alla Camera, che ha già votato il 10 settembre. Le “colombe” alfaniane danno la colpa dell’agguato ai “falchi” berlusconiani. «Qualcuno ha tentato di far cadere il governo – accusa in una nota Roberto Formigoni – Ma il tentativo è fallito. Basta leggere l’elenco dei senatori di maggioranza che si sono astenuti nel voto per l’istituzione del comitato per le riforme, o che pure essendo presenti in aula non hanno votato. Soprattutto all’interno del Pdl è necessario un confronto serio, onesto e definitivo». Accuse alle quali Franco Nitto Palma, uno dei senatori del Pdl che ha scelto di astenersi, replica prontamente: «Formigoni cerca di spiegare le mie idee e mi addebita la volontà di far cadere il governo. Nulla di più sbagliato. Se questo fosse stato l’intendimento, sarebbe stato sufficiente parlare con i senatori pugliesi. Su una cosa Formigoni ha ragione, e cioè che all’interno del Pdl sia necessario un confronto serio e onesto, ma non necessariamente definitivo».

Dichiarazione preoccupatissime arrivano invece dall’opposizione. «Da qualche minuto il Senato ha licenziato un ddl che consente uno strappo al 138, questo aggrava il nostro giudizio critico sull’attuale maggioranza di governo, è un gioco d’azzardo mettere mano alla Costituzione con questo governo e con questa maggioranza», denuncia il leader di Sel Nichi Vendola. I parlamentari di Sinistra Ecologia libertà al momento del voto hanno indossato per protesta il fazzoletto rosso dei Partigiani. A parlare per il M5S è la capogruppo Paola Taverna: «Se Pd e Pdl non hanno paura dei cittadini e sono così sicuri delle loro azioni perché non indicono un referendum sulla deroga all’articolo 138?». La domanda resta nel vento.

Dopo il voto di oggi rimane comunque da vedere cosa succederà nel Pdl. Come risulta dai tabulati, la fronda interna è formata da 11 senatori che si sono astenuti (l’astensione al Senato vale come un voto contrario). Si tratta di Maria Elisabetta Alberti Casellati, Vincenzo D’Anna, Domenico De Siano, Ciro Falanga, Pietro Iurlaro, Pietro Langella, Eva Longo, Antonio Milo, Augusto Minzolini, Francesco Nitto Palma e Domenico Scilipoti. «Per fortuna si è raggiunto lo stesso il quorum – dichiara il presidente dei senatori Pdl, Renato Schifani – Sono ottimista, preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno». Dopo questi ultimi sviluppi, il vicepremier e segretario del Pdl Angelino Alfano e Raffaele Fitto, ritenuto l’anima della corrente dei lealisti, si incontrano per un faccia a faccia alla Camera. Se ne vedranno delle belle.

Durissima la critica di Paolo Ferrero, che parla di «golpe bianco». «L’approvazione al Senato del ddl costituzionale che istituisce il comitato per le riforme costituzionali – osserva il segretario di Rifondazione comunista – è un vergognoso atto di forza del governo dell’inciucio che seppellisce la lotta di Liberazione. La modifica dell’articolo 138 non è un atto ordinario: rappresenta la demolizione del cardine della nostra Costituzione così come è stata pensata dai costituenti dopo la lotta di liberazione dal nazifascismo. Questo atto stravolge la Costituzione trasformandola da quadro rigido garante della civile convivenza in flessibile strumento nelle mani di questa maggioranza politica. L’unica parola che definisce una simile forzatura è golpe bianco; un cambio di regime dall’alto, che avviene alle spalle e sulla testa del paese. Che non potrà esprimersi con un referendum su questo stravolgimento».

Frida Nacinovich

 

in data:23/10/2013

 

LA MANOVRA DEL GOVERNO PD-PDL INASPRISCE LA CRISI. OCCORRE TORNARE AL CONFLITTO

LA MANOVRA DEL GOVERNO PD-PDL INASPRISCE LA CRISI. OCCORRE TORNARE AL CONFLITTO

La legge di stabilità varata dal governo Pd-Pdl è recessiva ed ingiusta. Questa non è una legge di stabilità per il Paese ma una legge per garantire la stabilità del governo Letta-Alfano nelle sue infinite ed inique mediazioni. La manovra con una mano dà e con l’altra toglie: il risultato finale è una totale assenza di misure di redistribuzione del reddito, e cioè della principale azione che andrebbe praticata per uscire dalla recessione. Questo governo si conferma un esecutivo dannoso per il Paese, è il governo della disoccupazione e dell’aumento della povertà.

Da un minimo di 3 ad un massimo di 15 euro mensili in più in busta paga. In questo modestissimo “range” si risolve tutto il “vantaggio” che i lavoratori dipendenti trarrebbero dalla manovra che il governo ha architettato allo scopo dichiarato di dare “ristoro” alle finanze disastrate di milioni di cittadini, di alimentarne i consumi ed una domanda in caduta libera. Una caduta talmente rovinosa da ridicolizzare i propositi di quanti – in ossequio al dogma monetarista – si illudono di ridurre al di sotto del 100 per cento, grazie all’austerity, il rapporto debito/Pil, mentre questo “veleggia” ormai in prossimità del 130.

Neppure la più spudorata campagna propagandistica riesce ad occultare quella che appare agli occhi di chiunque una verità inoppugnabile: per il lavoro non c’è nulla. Il gran parlare delle settimane scorse circa una svolta nelle politiche economiche governative è svanito come le chiacchiere dei talk-show televisivi. Nel piatto non c’è nulla. Perché nulla si fa al fine di recuperare – in un Paese che è povero solo alla base della sua piramide sociale – le risorse che potrebbero alimentare una seria e davvero efficace politica redistributiva. Non c’è niente da fare: patrimoniale, ricostruzione della progressività dell’imposta sul reddito, tassa di successione, tetto massimo a stipendi e pensioni d’oro, tassazione delle rendite da capitale più cospicue (misure che potrebbero portare all’Erario l’equivalente di oltre due punti di Pil, oltre 30 miliardi) rappresentano tabù insuperabili per la coalizione Pd-Pdl che regge il timone per nome e per conto della Banca Centrale Europea, in un rapporto di servile sudditanza nei confronti della leadership tedesca.

Ma i guai non finiscono qui, perché accanto alla mancata risposta sul fronte dei salari e delle retribuzioni ci sono gli effetti pesanti delle altre misure previste dalla legge di stabilità: dal blocco della contrattazione per i dipendenti pubblici alla decurtazione dei trasferimenti agli enti locali che avrà come inevitabile effetto collaterale il taglio dei servizi sociali. Poi la nuova tassa locale denominata “Tasi”, l’aumento dell’imposta di bollo, la revisione delle aliquote Iva che si “spalmerà” su una gamma vastissima di prodotti, molti dei quali oggi esenti da imposta: una stangata sulle prime poco visibile ma dagli effetti cumulativi imponenti.

Dunque, quando la coppia Letta-Alfano racconta che fatta la somma del dare e dell’avere e tirata la linea c’è il segno “+” in favore dei cittadini, in realtà dice una madornale menzogna.

E il Pd? I democratici traccheggiano, protestano (sommessamente, s’intende) e promettono modifiche in sede di discussione parlamentare. Ma in realtà abbozzano, stretti come sono tra l’incudine del pareggio di bilancio “conficcato” nella Costituzione e le opzioni in favore dei ricchi in parte imposte dal Pdl ed in parte coltivate in proprio.

Il sindacato confederale adesso dice che la legge di stabilità non va bene e deve cambiare. Qualcuno persino si indigna (“con juicio”…) e minaccia (udite… udite…) la mobilitazione. Ma è un cane che anche quando abbaia non morde, e il governo lo sa. Solo la Fiom, dentro la Cgil, ha davvero in mente lo sciopero.

Occorre dare una scossa forte, che ridia una possibilità alla sola risorsa nelle mani dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati: quel conflitto che troppi hanno sciaguratamente dimenticato. Per questo Rifondazione Comunista è sempre più impegnata nel tentativo di costruire dal basso un radicale cambiamento sociale e politico anche in Italia.

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo di Vigevano

Documenti in preparazione del IX congresso straordinario di Rifondazione Comunista

Documenti in preparazione del IX congresso straordinario di Rifondazione Comunista

 

IX Congresso Nazionale

 

 

 

Documento “Ricostruire la Sinistra” (Primo firmatario Amato) – pdf

Emendamento Albertini sostitutivo delle tesi 15, 16 – pdf

Emendamento Albertini sostitutivo della tesi 9- pdf

Emendamento Boghetta aggiuntivo alla tesi 4 – pdf

Emendamento Boghetta sostitutivo della tesi 5 – pdf

Emendamento Forenza sostitutivo della tesi 16 – pdf

Emendamento Mainardi sostitutivo della tesi 18 – pdf

Documento “Sinistra, classe, rivoluzione” (Primo firmatario Bellotti) – pdf

Documento “Per la Rifondazione di un Partito Comunista” (Presentato da oltre 500 iscritti – art. 2 Regolamento) – pdf

 

Modifiche allo Statuto approvate dal CPN – pdf

Emendamenti allo Statuto Fraleone – pdf

 

Commissione per il Congresso

Regolamento definitivo – pdf

 

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Verbale Federazione

Verbale Circolo

Schema nuovi iscritti (Modificabile con OpenOffice)

Rapporto iscritti-delegati Federazioni

Circolari

1 del 11 ottobre 2013

2 del 16 ottobre 2013

 

La notte dei senza dimora

La notte dei senza dimora

A Milano non fa freddo, cantava il Marotta. E’ vero. Perlomeno non qui, in Piazza Santo Stefano. Notte dei senza dimora. Sabato sera. In trenta dormiranno qui stasera nel triangolo verde tra la pavimentazione stradale e il sagrato della chiesa. Idealmente vicini e solidali con i “barboni” di Milano Per denunciare che esistono gli invisibili. Persone senza fissa dimora. Un tempo la gente pensava che finire per strada fosse una scelta romantica e distoglieva lo sguardo. Non e’ cosi’ oggi, la crisi minaccia un mare di gente. Basta poco per ammalarsi di paura.

Strani pero’, questi ragazzi di Terre di Mezzo. La notte, che essi hanno inventato, in pochi anni ha contaminato decine di citta’ italiane. Si rispolverano i sacchi a pelo e i materassini. L’appuntamento diventa un rito. Come la prima alla Scala, come il derby a San Siro.Tutte le associazioni che fanno cene e ronde sono mobilitate. Pasta e fagioli e ancora ananas, torta e the per tutti. In campo la barbon band. La colonna sonora non puo’ che essere di Jannacci. El purtava i scarp da tenis, el parlava dimper lu…Balli tra i porfido e ricerca di volontari. I tram sferragliano poco lontano. Il silenzio e la pace scenderanno solo dopo la mezzanotte. I sociologi parlano di loro e inventano strane formule: normalizzazione della poverta’. Il papa parla di globalizzazione dell’indifferenza, i democratici di conseguenza della devastazione del welfare. Anche Mortara ha i suoi invisibili. Non ha mense , ne’ un ricovero di fortuna. Non ha nemmeno la notte dei senza dimora. Pero’ anche a Mortara non fa freddo, stasera, proprio come in quel titolo del libro di Marotta. Non fa freddo. Per ora.

Adriano Arlenghi

Una nuova indecente prova del “giornalismo” cortigiano

Una nuova indecente prova del “giornalismo” cortigiano

Pubblicato il 20 ott 2013

di Dino Greco – liberazione.it

 

Lo spettacolo messo in mostra dalla stragrande parte dei media nazionali ha superato ieri ogni limite di decenza. Come una sola emittente, al segnale convenuto, tutti i notiziari, tutti i telegiornali, in un crescendo spettacolare, hanno cominciato, sin dai giorni precedenti la manifestazione, a martellare sull’imminente messa a fuoco della città di Roma, quasi si fosse di fronte ad un tornado prossimo ad abbattersi sulla capitale con effetti devastanti. Difficile, se non impossibile, riuscire a capire, fra un bollettino paramilitare e l’altro, chi stesse manifestando e per che cosa. Il tema era uno solo: l’annunciata presenza di guastatori che avrebbero messo a socquadro la città. Decine di minuti, ad ogni telegiornale, sono stati impiegati per raccontare l’imponente dispiegamento delle forze di polizia; con altrattanta solerzia sono stati descritti i sicuri disagi cui la popolazione sarebbe andata incontro: il blocco e le deviazioni del traffico, i ritardi dei treni, l’annuncio che molti negozi avrebbero tenuto le serrande abbassate. Gli scontri, dati per inevitabili, anzi, in qualche caso descritti come lo scopo surrettizio del convegno di massa, sono stati quasi invocati come una profezia di sventura e sempre – sempre – associati alle sigle dei soggetti sociali che ‘dovevano’ essere criminalizzati, secondo un collaudatissimo schema comunicativo: No-Tav, No-Muos, migranti in primo luogo. Poi, a manifestazione avviata, ogni collegamento con il corteo e con la piazza, serviva a fornire ragguagli sullo stato dell’ordine pubblico. Cronisti e croniste telecomandati, col volto contrito, come si trovassero sul teatro di sciagure, trasmettevano solo tensiome e preoccupazione. Del tutto incidentali e marginali le interviste ai manifestanti che in pochi secondi provavano a dare un senso alle ragioni e ai temi di una mobilitazione così vasta. Il clima festoso, vivo, intelligente, del tutto pacifico di una manifestazione cui hanno preso parte decine di migliaia di persone è stato trasformato dai media in qualcosa di totalmente diverso. Gli incidenti, assolutamente circoscritti, ad opera di forse duecento ragazzi, sono stati enfatizzati sino a diventare il tema dominante, se non unico, dei servizi televisivi. Insomma, una vera e propria operazione di contraffazione informativa, costruita a fini politici, con la cooperazione servile di un giornalismo mercenario, privo di qualsiasi deontologia professionale. Poi, a cose ormai fatte, di fronte all’evidenza, qualcuno – ma solo qualcuno – ha provato a rettificare il tiro. Ha avuto ragione Ezio Foschi, capo segreteria del sindaco di Roma, Ignazio Marino, a commentare, in presa diretta, che “I veri Black bloc sono tutti quei giornalisti infiltrati nel corteo…delusi dal fatto che non scorra sangue…”.

 

#19O. “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti”. Alle 14.00 parte il corteo da San Giovanni

#19O. “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti”. Alle 14.00 parte il corteo da San Giovanni

#19O. “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti”. Alle 14.00 parte il corteo da San Giovanni

‘Una sola grande opera: casa e reddito per tutti’. Così lo slogan della manifestazione che prenderà il via alle 14.00 da piazza San Giovanni a Roma e arriverà a Porta Pia, davanti alla sede del ministero delle Infrastrutture. Un obiettivo chiaro che la macchina repressiva del Governo ha voluto intorbidire con ossessivi richiami alla sicurezza da almeno due settimane a questa parte. La mobilitazione nella Capitale è in contemporanea con un’altra decine di iniziative antisfratto in tutta Europa (link). Una scadenza politica che prende le mosse dal Social Forum di Tunisi. Controlacrisi seguirà la manifestazione con la diretta.

Ma questo non sembra nemmeno sfiorare la “sensibilità” dei mass media che invece puntano tutto sull’immagine dei cattivi black block pronti ad impossessarsi della città. Ieri sera ne hanno fermati cinque, altri nove oggi. Il bottino di queste giornate di tregenda annunciata è tutto qui. Anzi no, hanno pure individuato un furgoncino pieno di ogni ben di dio della sovversione. Ma va? Un classico.

A protestare per il clima da caccia alle streghe sono soprattutto i No Tav. ”Lo slogan della manifestazione di Roma, ‘Una sola grande opera: casa e reddito per tutti’, spiega bene anche le ragioni per le quali vi partecipiamo anche noi”, dicono quelli della la delegazione No Tav dalla Valle di Susa. Mimmo, 62 anni, ferroviere in pensione, espone le ragioni della trasferta. ”Dai giornali – ha detto – abbiamo appreso che quello di Roma e’ un corteo No Tav. Non e’ vero. E’ vero invece che lo scopo del potere e’ far passare il messaggio ‘No Tav uguale Black Bloc”’.

“Se in questi giorni le ragioni del corteo e la rabbia che ci spinge a scendere in piazza non hanno sfondato la cortina di ferro della stampa mainstream – dicono gli organizzatori – le uniche notizie che sono uscite sono state in termini di gestione dell’ordine pubblico. Martellante e’ stato il bombardamento: ‘gli spaccavetrine scendono a Roma’, ‘i Notav – entita’ che ha sostituito nell’immaginario la fantomatica figura del black block – assedieranno la citta”. La macchina della paura e’ partita in pompamagna. E con essa anche la macchina della repressione: oggi a Roma il clima si e’ scaldato, ma certo non a causa di black block o presunti terroristi!”, sottolineano i ‘Comitati e movimenti verso il 19 Ottobre’. Intanto, gli studenti dei Collettivi hanno annunciato un concentramento alle 12 in piazzale Aldo Moro, all’ingresso dell’universita’ La Sapienza, per poi raggiungere da li’ il concentramento di piazza San Giovanni.

Il corteo sfilerà dalle 14 alle 20, partendo da piazza di Porta San Giovanni e proseguendo lungo via Merulana, piazza di Santa Maria Maggiore, via Liberiana, via Cavour, via Giovanni Amendola, viale delle Terme di Diocleziano, piazza della Repubblica, via Cernaia, via XX Settembre, via Goito, piazza dell’Indipendenza, via San Martino della Battaglia, viale Castro Pretorio, piazza della Croce Rossa, viale del Policlinico fino a Porta Pia. Pannelli di protezione sono state installate davanti ai dicasteri dell’Economia e delle Infrastrutture.

Il bilancio delle varie operazioni di polizia fino ad ora è di nove i fermati, nella notte. Tra loro anche alcuni stranieri, aderenti a gruppi anarchici e persone arrivate da fuori Roma. Con i cinque di ieri sono in tutto 14 le persone sottoposte a fermo. Posti di blocco per chi entra a Roma vengono segnalati agli imbocchi di Ardeatina, Appia, Tuscolana, Roma-Napoli.

 

 

 

Settant’anni fa la fucilazione di Giovanni Leoni, il geometra antifascista che stava preparando la Resistenza

Settant’anni fa la fucilazione di Giovanni Leoni, il geometra antifascista che stava preparando la Resistenza

Dall’Informatore di Vigevano di giovedì 17 ottobre 2013

Settant’anni fa la fucilazione di Giovanni Leoni, il geometra antifascista che stava preparando la Resistenza

Nel castello di Vigevano, il 21 ottobre 1943

Il prossimo 21 ottobre sarà il 70° anniversario della fucilazione di Giovanni Leoni. Originario di Macerata e trasferitosi a Vigevano agli inizi degli anni Trenta, Leoni era geometra dell’Ufficio tecnico del Comune e persona molta stimata, nonché collaboratore dell’ingegner Giovanni Rota. Insieme a quest’ultimo ed a quel gruppo di dissidenti antifascisti che stavano preparando la resistenza al regime fascista ormai alla deriva e che saranno gli stessi che formeranno il Comitato di Liberazione clandestino, Giovanni Leoni condivideva quello spirito e quelle speranze. È noto il piccolo ma “grande” dipinto di Emilio Galli che lo ritrae in piazza Ducale attorniato da alcuni soldati tedeschi.

Dopo le vicende del 25 luglio 1943 con l’arresto di Benito Mussolini (quando il geometra del Comune si era esposto come antifascista) e quelle dell’Armistizio dell’8 settembre, il 13 settembre le truppe tedesche avevano completato l’occupazione della nostra provincia, come risulta da un manifesto conservato nell’Archivio Storico Comunale. La rinascita del partito fascista, seguita alla liberazione del duce sul Gran Sasso, implicava la ricostituzione della Milizia. Vennero reclutati anche minorenni oltre che detenuti.

Il 20 ottobre 1943 alle ore 23, in corso Milano, una ronda armata composta da due giovani militi era coinvolta in una sparatoria. Moriva, poco dopo, uno di loro: Mario Toso. Il giorno seguente, il capitano dei carabinieri, Vito Modugno, precisava alla prefettura di Pavia che i ragazzi erano «pericolosi pregiudicati per reati comuni contro la proprietà dimessi di recente dal carcere giudiziario di Milano (…) assai malvisti per i loro precedenti penali e il loro carattere assai vivace». Il Popolo Repubblicano, la testata che aveva sostituito La Provincia Pavese, invece, in un articolo pieno di retorica arrivava a paragonare Toso addirittura a Goffredo Mameli.

Una prima ricostruzione della vicenda comparirà alla fine della guerra in un articolo di Massimo Raviolo sul Piccolo Informatore del 15-22 luglio 1945 dal titolo “La tragedia Leone” (il cognome giusto era “Leoni” ma all’anagrafe di Vigevano fu erroneamente trascritto “Leone” e in questo modo molti lo chiamavano da vivo, così come si chiamò la brigata a lui intitolata dopo la sua fucilazione, Ndr), dove si attribuiva il ferimento mortale a una sparatoria tra due gruppi di militi avvinazzati.

Il comando tedesco, su indicazione dei fascisti, il giorno dopo redigeva un elenco di dieci “sovversivi” da colpire, selezionando tre nomi: Giovanni Rota, Duca detto “Milan” e Giovanni Leoni. Senza aspettare l’esito delle indagini, faceva arrestare in Comune Leoni. La fucilazione avveniva già il 21 in Castello e il carattere di intimidazione appariva chiaro dal manifesto fatto affiggere in città: ”Nella notte dal 20 al 21 corrente da ignoti è stato ucciso un Milite della M.v.s.n, mentre era in servizio di pattuglia: per rappresaglia è stato fucilato un cittadino. La popolazione è invitata a mantenersi calma e disciplinata: in caso di ulteriori incidenti saranno adottati i più gravi provvedimenti punitivi – Vigevano 22/10/43 – Il Comando Militare Germanico».

Ma la tragedia non era finita.

Alle esequie veniva distribuito un epitaffio scritto dalla maestra Anna Botto e datato 21 ottobre 1943, che oggi possiamo ancora leggere nelle carte sequestrate alla fine della guerra all’agente dell’Ufficio della Polizia Investigativa fascista Giovanni Carbone (“Carbonin”) depositate nel fondo Cln dell’Archivio Comunale: “Piombo tedesco / volle vittima di rappresaglia / Giovanni Leoni. / Papà ti gridano le bimbe tue / sta’ a noi vicino / guidaci per mano / mitiga la nostra solitudine. / Non abbia pace / chi ti consegnò al nemico. / La famiglia in pianto / gli amici straziati / Vigevano sconvolta / attendono l’ora inesorabile / della giustizia / che chiamerà il sacrificato / alla gloria dei forti”.

Anche a causa di questa iniziativa, oltre alla presenza con le sue alunne ai funerali del partigiano vigevanese Carlo Alberto Crespi ucciso a Varallo il 3 aprile 1944, Anna Botto verrà segnalata, spiata, poi arrestata e deportata.

E il 30 maggio 1945 la vedova, in un esposto al comando di Polizia – Commissione Epurazione di Vigevano, ricordava che «a seguito del saccheggio della sua casa, effettuata dai nazifascisti appena dopo la morte del suo povero marito, il sig. Massa, segretario del P.f.r., in seguito alle rimostranze della scrivente per l’esiguità delle cose restituite faceva presente che era: “anche troppo” ed aggiungeva “suo marito è stato un traditore della patria”… e che Stangalino, commissario prefettizio all’epoca dell’occupazione del Macello da parte dei tedeschi, ivi, compresi lo studio e la dispensa dell’appartamento della famiglia Leoni, prospettava alla scrivente la opportunità di cedere anche una camera (quindi abitazione promiscua) per uso alloggio ad un sottufficiale tedesco. Alle legittime rimostranze della scrivente, vedova di un Patriota barbaramente assassinato dai tedeschi, lo Stangalino rispondeva: “Lei crede di perdere di dignità avere in casa i tedeschi? Noi abbiamo tanto da imparare da loro”. Secondo questi aberrati mentali la scrivente doveva ospitare coloro che gli avevano trucidato il marito! Perego Bice, ved. Leoni, c.so Genova 1».

Ma mentre i fascisti infierivano sulla famiglia, lo sconcerto in città era grande.

Così Ernesto Gusberti, ex-appartenente alla “Leoni”, ricorda quei tristi giorni: «Qui in città è stata una cosa veramente… Era un po’ prima del giorno dei morti, era il mese di ottobre. L’avevano sepolto in una tomba provvisoria con una lapide, i fascisti sono andati a sparare, hanno bucato la lapide e la gente prima è andata a mettere i fiori nei buchi dei proiettili, poi fiori, fiori. Mi ricordo che in quella tomba lì c’erano due metri… una cavallina di fiori sopra. Tutti quelli che andavano al cimitero andavano a portare i fiori…».

Come a Crespi, così anche a Leoni verrà intitolata una formazione partigiana, la 169° “Brigata Garibaldi G. Leoni” operante a Vigevano prima come Squadra d’Azione Partigiana e poi come brigata insurrezionale, con Mario Colombi comandante e Dante Merlo commissario.

Giovanni Leoni non c’entrava nulla con l’uccisione del giovane milite Toso. Perché fu scelto? In città vi erano molti altri oppositori del regime già perseguitati e segnalati nel Ventennio. Scegliere un insospettabile, onesto funzionario comunale, poteva avere un significato politico, e intimidatorio, ben più forte. Purtroppo sappiamo che qualcuno, in città, ancora pensa che la sua fucilazione sia stato un atto dovuto e giusto e nutre odio nei suoi confronti. Come spiegare, altrimenti, le svastiche comparse qualche anno fa alla “sala Leoni” di corso Garibaldi? La memoria dovrebbe essere coltivata e preservata in modo più attento e partecipe, dai cittadini e dalle istituzioni. Questo è anche uno degli insegnamenti di questa tragica storia.

Marco Savini

Segretario della Sezione provinciale di Pavia

dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned)

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Il dipinto di Emilio Galli che ricorda l’arresto di Giovanni Leoni (nel riquadro), fucilato dai soldati nazisti nel Castello di Vigevano il 21 ottobre 1943 come atto di rappresaglia

dipintogalli

 

 

La via maestra. Video a cura del circolo di Rifondazione Comunista di Vigevano

La via maestra. Video a cura del circolo di Rifondazione Comunista di Vigevano

APPELLO AI SENATORI: MODIFICA ART.138 CONSENTITE IL REFERENDUM

APPELLO AI SENATORI: MODIFICA ART.138 CONSENTITE IL REFERENDUM

APPELLO AI SENATORI: MODIFICA ART.138 CONSENTITE IL REFERENDUM

14 ottobre 2013 alle ore 22.20

Al Presidente del Senato, ai Capigruppo del Senato e ai Senatori tutti

 

I firmatari e i sostenitori della Via Maestra chiedono ai senatori della maggioranza che, con un comportamento democratico, responsabile e trasparente evitino che la legge costituzionale 813-B (che consente la deroga all’articolo 138 della Costituzione), venga approvata con la maggioranza dei due terzi. Tale maggioranza preclude infatti la possibilità di ricorrere al referendum. Sarebbe sufficiente che un limitato numero di senatori (più di 23) non partecipasse alla votazione finale prevista per domani 15 ottobre, consentendo così a tutti i cittadini di esprimersi con un referendum su un provvedimento che incide profondamente sul sistema delle garanzie costituzionali e crea un pericoloso precedente per il nostro paese. Allontanando ancora di più la classe politica dai sentimenti di molta parte degli italiani.

I firmatari della via maestra.

Immagini manifestazione del 12 ottobre a Roma. La via maestra.

Immagini manifestazione del 12 ottobre a Roma. La via maestra.

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Domani in piazza: oltre 250 bus da tutt’Italia, più di 200 associazioni aderenti

Domani in piazza: oltre 250 bus da tutt’Italia, più di 200 associazioni aderenti

Domani in piazza: oltre 250 bus da tutt’Italia, più di 200 associazioni aderenti

Da Bolzano ad Agrigento, da Aosta a Soverato sono oltre 250 i pullman che giungeranno da tutt’Italia domani 12 ottobre a Roma per partecipare alla manifestazione nazionale ‘Costituzione: la via maestra’, per la difesa e l’attuazione della nostra Carta costituzionale, promossa da Lorenza Carlassare, Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky e che vede l’adesione di oltre 200 associazioni tra quelle nazionali e locali. Il corteo partirà alle 14 da piazza della Repubblica e sarà aperto dai cinque promotori che terranno lo striscione con su scritto ‘Costituzione, la via maestra’. Il corteo percorrerà via Vittorio Emanuele Orlando, Largo di Santa Susanna, Via Barberini, Piazza Barberini, Via Sistina, Piazza Trinità dei Monti, Viale Trinità dei Minti, Via Gabriele D’Annunzio per giungere alle 15,30 in Piazza del Popolo. Sul palco si alterneranno, oltre ai cinque firmatari, personalità impegnate nella difesa e soprattutto nell’attuazione della nostra Carta.