Archivio for gennaio, 2014

Fra utopie letali e crisi reali

Fra utopie letali e crisi reali

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Cremaschi attacca Camusso: calpesta lo Statuto

Cremaschi attacca Camusso: calpesta lo Statuto

LAVORO

 

Cremaschi attacca Camusso: calpesta lo Statuto

 

La minoranza Cgil prepara un dossier sui brogli del congresso e denuncia l’accordo del 10 gennaio

 

La Cgil, il più grande sindacato italiano viola il proprio statuto, firmando un accordo – l’ennesimo – illeggittimo e consuma una deriva antidemocratica mentre il congresso registra il minimo storico di partecipazione. La denuncia viene dalla minoranza interna, dai promotori del documento alternativo (“Il sindacato è un’altra cosa”), da Giorgio Cremaschi, in particolare, che ha appena tenuto una conferenza stampa alla Sala Rossa di Corso Italia, qualche piano più sotto del quartier generale di Susanna Camusso.

 

E’ il leader storico della sinistra sindacale, infatti, il firmatario del ricorso al Collegio statutario nazionale, l’organismo di verifica degli atti più importanti della Cgil, per l’annullamento della firma della confederazione in calce all’intesa del 10 gennaio scorso. Quell’accordo viola norme e principi fondamentali contenuti nello statuto. Di qui il ricorso a quello che Cremaschi definisce la “Corte costituzionale della Cgil”. «Intendiamo mettere alla prova la correttezza – dice – e l’indipendenza dell’organismo di garanzia anche se questo è espressione della maggioranza». Ai cronisti è stato spiegato che il ricorso è stato piuttosto meditato alla luce dei rilievi di parecchi giuslavoristi che non hanno potuto non storcere il naso di fronte al’ennessimo accordo, da quelle di Piergiovanni Alleva a quelle di Antonio Di Stasi. Così la minoranza interna agirà ognuna delle leve della giustizia interna ma è pronta a ricorrere anche in tribunale per contestare quella che gli pare una violazione del codice civile (articoli 36 e seguenti).

 

Lo Statuto Cgil, infatti, si basa sulla piena libertà sindacale e contro il monopolio dell’azione sindacale. E il “Testo unico sulla rappresentanza” (l’accordo del 10 gennaio) è stato sottoscritto in spregio al diritto statutario di ciasun iscritto a concorrere alla formazione della piattaforma e alla conclusione di ogni vertenza che lo riguardi (articoli 4, 6, 8). Ad ogni modo, il contenuto di quell’accordo è contrario ai principi di fondo della confederazione perché interferisce sull’autonomia della stessa (ad esempio quando consegna ad una commissione dove è preponderante la controparte le decisioni sul merito degli atti politici della Cgil) e infine prevede che i diritti sindacali siano accessibili solo a chi firmi quell’accordo, clausola che fa a cazzotti con la recentissima sentenza della Corte costituzionale che sancisce il diritto alla rappresentanza sindacale in barba alla legittimazione della controparte datoriale pretesa dai Marchionne di turno.

 

E poi non sono stati consultati gli iscritti, questione sollevata anche da Landini, leader della Fiom (che ha chiesto anche la sospensione del congresso), così come non sono stati consultati neppure per l’accordo del 31 maggio di cui l’ultima intesa è figlia. E’ evidente come l’accordo dispone del diritto di sciopero di cui ciascun lavoratore è titolare e obbliga i delegati a sottostare alla dittatura della maggioranza che deciderà le sanzioni per i dissidenti.

 

Insomma, secondo Cremaschi e la minoranza, si tratta di una modifica nei fatti dello Statuto avvenuta in pieno lavorìo congressuale quando nemmeno un direttivo “bulgaro” può farlo. La Camusso controbatte che la commissione che deciderà le sanzioni sarebbe un banale arbitrato, come altri, ma in realtà non ci sarebbe una terza figura a fare da arbitro ma una commissione con tre membri di Confindustria, uno ciascuno per la triplice e un settimo componente di comune gradimento, dunque anche di Confindustria.

 

Dunque l’intesa è una sorta di mutazione genetica, una torsione autoriaria, una sottrazione di identità che cancella ogni forma di antagonismo possibile e contiene elementi di incostituzionalità. Perdipiù piomba nel vivo delle assemblee di base per un congresso che registra il massimo del malpancismo e il minimo della partecipazione come hanno spiegato ai cronisti anche Fabrizio Burattini, Nando Simeone della Filcams di Roma e Barbara Pettine, riferendo di congressi semideserti, casi di brogli clamorosi, di discriminazioni per i diritti della minoranza o di congressi rinviati per impedire il regolare confronto tra le posizioni. Molti congressi, infatti, sono stati concentrati in pochi giorni di febbraio per complicare la vita ai pochi relatori disponibili per il documento alternativo. Di tutto ciò è stata informata la commissione nazionale di garanzia proprio da Burattini e Pettine che denunciano le gravi irregolarità, un uso di parte delle risorse (distacchi, permessi, rimborsi) e della calendarizzazione, una gestione non trasparente degli elenchi degli iscritti e un diffuso ripetersi di risultati inattendibili (e a totale favore della maggioranza) nelle assemblee di base.

 

Là dove la minoranza riesce a essere presente i risultati sembrano piuttosto sopra le aspettative per il documento alternativo (Cremaschi prevede di attestarsi tra il 5% e il 10%, oltre il 3% che attualmente occupa nel direttivo nazionale) ma comunque in un contesto segnato dalla bassa partecipazione degli iscritti (sotto il 10%), da un clima di passività e rassegnazione. Se i numeri finali sulla partecipazione dovessero superare quota 900mila (allo scorso congresso furono 1milione e 800mila ma anche lì una cifra gonfiata) la minoranza avrebbe ragione di credere che sarebbero numeri inventati, falsificati.

 

Ma allora perché restare in Cgil? domanda l’inviato del Fatto, Salvatore Cannavò. «Perché è una battaglia di democrazia che va fatta qui. Pensate ai rischi di un sindacato senza democrazia interna!», risponde Cremaschi e, prima di andare via per correre al congresso di Vicenza, annuncia un dossier su anomalie, irregolarità e forzature. «Fra due-tre settimane ne avrete da scrivere».

 

Checchino Antonini

in data:30/01/2014

Quando piove e tira vento, fuori la mafia dal mio convento.

Quando piove e tira vento, fuori la mafia dal mio convento.

30 gennaio 2014

Quando piove e tira vento, fuori la mafia dal mio convento.

Il biglietto da visita che Mortara presenta al viaggiatore e al turista quando sbarca alla stazione sono una fontana che non produce più acqua e una sala slot. Oscurata verso l’esterno, molto colorata dentro. Dove il rumore meccanico delle macchinette mangiasoldi si unisce ad una atmosfera rarefatta in cui si perde la dimensione del tempo E il valore del denaro.

Li i sogni hanno la possibilita’ di avverarsi. D’incanto il cielo che minaccia neve puo’ assumere la meraviglia delle spiagge di Isla Negra tanto decantata da Neruda o lo stupore del deserto rigoglioso di Las Palmas di Gran Canaria. In un attimo.

Il confine tra la fatica dell’esistenza, la percezione della crisi che ti fa barcollare e colora di ansia il futuro puo’ cedere il passo alla fortuna. La solita storia. La sfiga ci vede benissimo ma la fortuna e’ sempre cieca. Alle volte ti sceglie. D’accordo quasi mai. Che importa?. E’ cosi’ triste la quotidianità. Dio e’ morto, Marx e’ morto, tu stesso diceva Graucho non stai affatto bene. Per questo oggi decidi di aprire quella porta.

Non c’e’ trucco , non c’e’ inganno, strillavano i saltimbanchi al mercato cittadino, una volta. Già una volta quando tutto era o forse solo semplicemente sembrava piu’ semplice. Nel venerdi’ del tre cerniere cento lire, nelle immagini che il Gabriele continua a produrre nei social network della “Mortara com’era”.

I ragazzi delle scuole ci passano davanti ogni giorno. Non entrano. Li osservo, non entrano. Meno male. Le statistiche dicono che anche i minori giocano. Eccome se giocano. Non dovrebbero. Ma si sa come vanno le cose in questa Italia provinciale, dove la corruzione fa cinquantamiliardi all’anno e l’evasione cento. Dove qualche azienda chiede la cassa integrazione a spese dello stato e intanto ritira nel cassetto l’estratto del deposito amministrato formato da tante pagine.

Vicino a duecento metri c’e’ una chiesa. Il sacro e il profano si guardano. La notte si raccontano. Ognuno, alla sua maniera, ha una storia di attesa, di speranza, di fede. Nella società liquida di Baumann sembra difficile esercitare il giudizio, separare il bianco dal nero. Del resto anche i campi in questa stagione appaiono sbiaditi, una interminabile pentagramma di note grigie.

Manlio e’ di Genova. Questa e’una intervista a lui che ho liberamente tratto dal mensile Narcomafie. Per dare elementi maggiori di consapevolezza. Rispetta il senso del suo racconto ma ne modifica la forma, la progressione, aggiunge e toglie colori cosi’ come fa un pittore per regalare il suo panorama interiore ad un quadro.

D: Ciao Manlio, neve a Genova? Ma scusa qualche anno fa al massimo compravamo un biglietto della lotteria di Capodanno, un gratta e vinci magari te lo davano come resto. D’accordo c’era il totocalcio. Il mitico tredici,. Chissà se oggi lo si gioca ancora!. I giovani sognavano di fare un terno al lotto. Ma si raccontava che in caso di grosse vincite lo Stato ti avrebbe pagato con lande deserte in Sardegna. Una prospettiva non certo allettante.

Si qualcuno vinceva come quel padre dell’amica di mia sorella che nella “mia “ osteria era sbiancato in volto una sera dopo avere sentito alla radio il risultato dei campi di gioco. Sesantamiglionidilire aveva vinto , un mare di soldi a quel tempo. Finito male. Aveva dovuto cambiare citta’, la figlia non voleva cambiare scuola, aveva amici. Ma la gente mormorava invidia e pettegolezzi, chiedeva. Tutto qui. Non e’ insomma che morivamo di desiderio di inseguire le fole del gioco d’azzardo!

R: Niente neve neanche a Genova , solo sulle piccole colline dietro a Staglieno si intravede un po’ di bianco. Luccicante. Forse fioccherà stanotte, cosi’ dice la gente nei bus. Diciamo che la storia e’ cominciata negli anni 90 quando il governo ha pensato di liberalizzare questo gioco concedendo autorizzazioni a tutto spiano con l’intento dichiarato , non so quanto sincero, di condannare il gioco d’azzardo illegale.

D: una storia italiana insomma.
R: ma no! Il gioco d’azzardo e’ sempre esistito in tutto il mondo. Pensa che in Cina sono stati scoperti dei dadi che risalgono al 2000 avanti Cristo. Poi per il resto hai ragione tu, in Italia c’era il lotto, la schedina , le lotterie di capodanno, i casino’. Pochi per la verita’, ai margini di qualche illustre citta’ di montagna. Con la liberalizzazione e’ iniziata la proliferazione delle slot. Non e’ solo una storia italiana, pensa che all’inizio del suo mandato il sindaco di New York Fiorello La Guardia combatté strenuamente la piaga del gioco d’azzardo e in particolare delle slot machine, da lui definite “macchinette del diavolo”, che negli anni trenta invadevano la città finanziando la criminalità organizzata. In una cerimonia su un battello al largo di Long Island arrivò a distruggere a colpi di accetta decine e decine di macchinette, che furono poi gettate in acqua

D. Scusa vuoi dire che anche la lotteria di Capodanno era pericolosa?
R: be’ capisci anche tu come il suo grado di pericolosita’ sociale era estremamente basso rispetto alle slot o alle scommesse on line che adesso trovi in ogni bar, in ogni tabaccheria . Tra l’altro vuoi sapere una cosa curiosa ma indicativa di come le lobby condizionano il settore del gioco, “ricattando” lo stato?

D: Sono curioso, dai racconta.
R: se volessimo vedere una correlazione tra la percentuale di prelievo fiscale e la pericolosita’ sociale dei vari giochi d’azzardo vedremmo come tanto piu’ il gioco e’ pericoloso, tanto piu’ basso è il prelievo fiscale. Infatti il prelievo delle scommesse on line è dello 0,6%, quello del lotto del 40%!.

D: Ma adesso i sindaci delle città si stanno muovendo, non daranno piu’ concessioni, spesso lo sai hanno le mani legate per intervenire. Anche nella mia cita’ sembra che qualcosa si stia muovendo. Non mi e’ chiaro ancora se ci si limita a fare quello che ha deciso la regione o se c’e’ la volonta’ di essere proattivi, di fotografare l’esistente, di svolgere un azione culturale di prevenzione. Alla fine il sindaco per “diritto divino”, scherzo naturalmente , e’ responsabile della salute di suoi concittadini…

R: Troppo poco si fa, troppo in ritardo. Si pensa a contenere la ludopatia che oggi fa in Italia ottocentomila tossicodipendenti,ma non al fatto che…

D che?
R: che e’ evidente che uno strumento che fa 87 miliardi di ero all’anno di raccolta presenta ottime occasioni di riciclaggio. Qualche anno fa quando fu decisa l’apertura delle sale bingo ci fu la corsa di molti politici per ottenere la concessione perche’ si riteneva che fosse un buon affare. Non lo fu, poi sono entrate le organizzazioni criminali che utilizzano le sale Bingo per riciclare il denaro sporco.

D: ma scusa , non riesco a capire come succede che la criminalita’ organizzata opera nel settore. Certo un amica di Libera, sai l’Associazione di Don Ciotti, mi ha detto che qualche concessionario va dal tabaccaio e dice “ accetta le mie slot, e se lo fai ti regalo anche un impianto di sorveglianza e uno antincendio”. D’accordo uno puo’ anche intravedere la testa del pesce che puzza , ma puo’ anche dire , no grazie! Se c’e un opinione pubblica e una politica locale che lo sostiene.
R: ohh ne sanno una piu’ del diavolo. Certo non tutti, molti si. Vedo che sei un po’ ignorante in materia. Ti illumino. Per esempio le macchinette si possono manipolare. Cosi’ si riduce il volume dichiarato del fatturato e si pagano meno tasse. Lo so , e’ vero’ ,le slot dovrebbero essere tutte collegate telematicamente alla Sogel che è la l’agenzia dei monopoli che si occupa anche della detrazione fiscale…

D: Spiegati meglio!
R: Per legge una slot machine remunera la filiera degli operatori in base al volume del gioco che registra restituendo ai giocatori il 75% delle giocate mentre il rimanente viene suddiviso tra tutti gli opreratori, stato, concessionari, gestori ed esercenti. Il mezzo piu’ grezzo di manipolazione di una slot consiste nel non collegarla alla Sogel, in questo modo non segnalera’ nessuna entrata. Un altro sistema prevede la contraffazione della scheda elettronica, in modo che non trasmetta i dati con continuita’. Non sara’ solo il fisco a perderci ma anche il concessionario e l’esercente. E’ un margine in nero che va in tasca al gestore. Normalmente il tabaccaio o il barista non sa neanche di avere nei suoi locali una slot truccata….

D: Ma chi sono le concessionarie
R: attualmente sono tredici e sono una grandissima lobby. Inchieste della magistratura hanno dimostrato che alcuni di questi contratto sono stati dati con la corruzione di funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Essi fanno contratti con dei gestori. I gestori comprano le macchinette da chi le produce e le distribuiscono sul territorio. Qui si introduce la mafia che peraltro non contenta di essersi inserita a questo livello ha fatto in passato tentativi, per ora falliti, di ottenere legalmente, si parla di grandi famiglie mafiose, la concessione da parte dello stato. La ndrangheta e’ la piu’ presente della triplice, pero’, diciamo, che non si pestano i piedi.

D: solo ipotesi naturalmente?
R: magari, pensa che nella relazione della Direzione nazionale antimafia del 12/2012 c’e’ un intero capitolo dedicato al gioco d’azzardo. Sostanzialmente denuncia la presenza mafiosa e la collusione mafiosa con settori estesi dell’imprenditoria, della politica, delle istituzioni. Poi c’e’il caso Corallo!

D: ehhh?
R. ma si Francesco Corallo , pensa che era il presidente della societa’ concessionaria Atlantis e figlio di un noto boss mafioso, Corallo aveva molti agganci politici tra cui l’onorevole Amedeo Laboccetta che mentre quello era latitante si e’ presentato nel suo ufficio durante una perquisizione della guardia di finanza. Impedendo il sequestro del computer di Corallo dicendo che era il suo , se lo e’ portato via e restituito giorni dopo ripulito!.

D: che fare? Dire come Marcello D’Orta, io speriamo che me la cavo?
R: noi di Libera abbiamo le idee chiare, informazione, informazione e ancora informazione. La dovrebbero fare tutti giornali e preti, social network e ordini di categoria. In questo modo quando qualcuno mette la sua moneta nella slot machine saprà che trenta centesimi di quell’euro vanno in tasca alla mafia.

E la mafia e’ la distruzione della comunita’ , della sua coesione, dell’idea che uscirne da soli e’ avarizia, uscirne insieme e’ la speranza, il coraggio, la grandezza di un popolo. Già lo diceva Don Milani. Nulla di nuovo sotto il sole. Che tra l’altro decisamente oggi non c’è. Anzi una pioggerellina triste e guardinga ha cominciato a scendere incupendo i pochi umani che vanno verso il centro di Mortara, verso la stazione, verso le loro piccole o grandi storie di ogni giorno.

 

SVENDESI POSTE ITALIANE

SVENDESI  POSTE ITALIANE

SVENDESI

POSTE ITALIANE

Con un colpo di acceleratore, venerdì scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato la privatizzazione di Poste Italiane, si comincia con il 40% e di sicuro finirà con la sua liquidazione totale.  Poste Italiane, negli anni ha assunto un ruolo di enorme importanza strategica nel panorama politico-economico e tecnologico nazionale, essa infatti, nonostante il taglio drastico di personale (oltre 120.000 posti di lavoro perso in un ventennio) è una delle più grandi aziende italiane, che con i suoi circa 138.000 dipendenti, svolge un ruolo sociale, garantendo ai cittadini molti servizi essenziali. Attraverso i circa 14.000 uffici postali, diffusi su tutto il territorio nazionale (molti dei quali a rischio chiusura), bancoposta raccoglie un’enorme massa di denaro liquido, che confluisce in Cassa Depositi e Prestiti (la cassaforte dello Stato), con il quale il Ministero dell’Economia e del Tesoro, finanzia gli Enti Pubblici (sanità, trasporti, scuola… ), da qui la necessità che Poste Italiane rimanga pubblica. La sua privatizzazione comporta un accumulo di denaro in mani private e un conseguente taglio di servizi a discapito di tutti i cittadini. Il settore recapito, che svolge una funzione puramente sociale, garantendo la raccolta e la distribuzione della corrispondenza, subirebbe un’ulteriore marginalizzazione soprattutto nelle zone periferiche o a bassa densità demografica, mettendo a rischio uno dei diritti fondamentali: quello alla corrispondenza. Solo il mantenimento di Poste nella sua unicità, sotto controllo pubblico, bloccherebbe ogni tentativo di speculazione, garantirebbe la tenuta occupazionale (altrimenti a rischio) e preserverebbe la più grande azienda pubblica di servizi in Italia.

E’ ora di svegliarsi e lottare insieme: lavoratori e cittadini. Vogliono svendere ciò che tutti i cittadini onesti hanno pagato, con i propri contributi e con le tasse. Non facciamoci imbrogliare la privatizzazione delle POSTE è la mega truffa, di un governo che sempre più diventa il curatore fallimentare di un Italia che va a pezzi.

Come circolo Poste e come coordinamento nazionale Poste del PRC, abbiamo indetto giornate di presidii sotto le sedi di Poste Italiane. A Milano saremo in piazza Cordusio questo Giovedì, Venerdì e sabato dalle 12,30 alle 16,00.

 Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Electrolux, continua la mobilitazione degli operai.Oggi l’incontro a Roma al Mise

Electrolux, continua la mobilitazione degli operai.Oggi l’incontro a Roma al Mise
Non si ferma la mobilitazione dei lavoratori Electrolux a poche ore dal tavolo negoziale che sara’ presieduto questo pomeriggio alle 15 al Mise dal ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Dalle 5 di stamani lo stabilimento di Susegana, in provincia di Treviso, è praticamente blindato, gli operai hanno bloccato gli ingressi, e a nessun camion e’ stato premesso di entrare o uscire, gli stessi impiegati sono stati tenuti fuori dai cancelli.

Un altro presidio e’ stato organizzato a Porcia, vicino a Pordenone. E dalla città friulana come da Susegana sono partite questa mattina in treno, verso Roma, due delegazioni sindacali per partecipare al “tavolo”. “Diremo che la proposta dell’azienda del taglio degli stipendi e degli altri diritti sindacali è irricevibile – fa sapere Paola Morandin, delegata Rsu -. La multinazionale ha presentato un piano ancora peggiore di quello tanto criticato della Fiat”, ha concluso la sindacalista.

Difficile che escano soluzioni immediate, però. Ieri i lavoratori hanno votato un primo pacchetto di venti ore di sciopero. Alla mobilitazione di queste ore si sono aggiunti anche i lavoratori dello stabilimento lombardo di Solaro. Intanto, dal Parlamento arriva la notizia che il 17 febbraio la commissione Lavoro della Camera sara’ in missione straordinaria in Friuli per ascoltare i lavoratori e le parti sociali.“Ci diano l’azienda a noi”
In un documento approvato ieri all’unanimita’, le rappresentanze sindacali interne (Rsu) dello stabilimento Electrolux di Susegana si dichiarano disponibili a “studiare soluzioni che impediscano all’impresa di perseguire i suoi obiettivi di impoverimento dei lavoratori dell’industria italiana, anche con nuove forme cooperative di produzione a gestione diretta Stato/lavoratori”. Un invito ad avviare una riflessione in questo senso e’ stato rivolto al presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta, al quale viene anche chiesto di fare quanto sia nelle sue possibilita’ per “trattenere nel territorio la multinazionale svedese”. “Noi chiediamo da tempo, ma a questo punto crediamo sia improrogabile e urgente, un intervento diretto della presidenza del Consiglio non solo per impedire che Electrolux abbandoni il Paese – si legge in una nota della Fiom Lombardia – ma per discutere e definire le politiche industriali dell’intero settore dell’elettrodomestico e manifatturiero con l’obiettivo esplicito di salvaguardare produzioni, occupazione, salario e diritti”.

“Ci sentiamo traditi”
Mario, operaio in Electrolux, considera la scelta della Electrolux un tradimento: “Sono anni che faccio contratti di solidarieta’, cassa integrazione e mi tolgono centinaia di euro all’anno dalla busta paga. E ogni volta ripetono che passera’ e che, dopo la crisi, torneremo alle retribuzioni di prima. Poi ti fanno sapere che non e’ vero, che non servi piu’ e che i polacchi sono bravi quanto te e li pagano un terzo. La proposta di equiparare gli stipendi ai loro e’ folle: provino pure i polacchi a mantenersi in Italia col nostro costo della vita. Prima che sia finita, restituiremo il favore alla fabbrica. Non uscira’ piu’ una sola lavatrice fino a che non torneranno sui loro passi”. Un operaio ghanese che non vuole rivelare il nome rende chiara la misura del ricatto verso gli immigrati. “La mia famiglia ha bisogno di qualsiasi entrata per restare in Italia. Senza lavoro non c’e’ permesso di soggiorno e il rientro in Africa e’ obbligato. I soldi che ci propongono sono una miseria, ma qualcosa e’ qualcosa e niente e’ niente. Per noi non ci sono alternative”. E’ vero, per i migranti le condizioni e le istanze sono diverse, ma c’e’ anche chi non intende cedere: un altro ghanese, anche lui anonimo, e’ convinto che con 800 euro al mese, moglie e tre figli da mantenere e un mutuo da pagare, perche’ ho comprato casa qui, non ce la possiamo fare. “La nostra professionalita’ e’ fuori discussione: l’azienda ci deve rispetto per quanto abbiamo dato e i risultati economici di questi anni, nonostante la crisi, tutt’altro che disprezzabili, sono li’ a dimostrarlo. Se serve andremo fino a Roma a fare sentire la nostra voce. Era il mio sogno un viaggio nella Capitale, ma avrei preferito farlo in altre circostanze”, dice.

Prc: “I padroni mettono gli uni contro gli altri”
“La richiesta dell’Electrolux di dimezzare gli stipendi e’ inaccettabile: – sottolinea il segretario del Prc Paolo Ferrero – mentre i padroni aumentano i profitti vogliono tagliare gli stipendi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Inoltre il taglio degli stipendi, oltre ad essere ingiusto, determinerebbe un ulteriore aggravamento della crisi economica che in Italia e’ frutto per intero del crollo del mercato interno”. Inoltre, secondo Ferrero, “e’ del tutto evidente che se passasse all’Electrolux, il taglio degli stipendi sarebbe poi generalizzato. Per questo l’unica strada e’ quella della lotta dura, di tutti i lavoratori, per smuovere azienda e governo, obbligando quest’ultimo a fare un piano pubblico sul settore degli elettrodomestici. Occorre tagliare i profitti, non gli stipendi”.

Il Pd è diviso
Il Pd su questa vicenda sembra diviso. Se da una parte ci sono alcuni, come Cesare Damiano, che ritengono il piano Electrolux inaccettabile, altri come alcuni dei Renzi’s boys lo firmano incondizionatamente. Davide Serra, sponsor di REnzi, sul suo profilo Twitter ha ribadito più volte come la strategia di drastica riduzione del costo del lavoro sia l’unica possible affinché l’azienda ritrovi competitività. L’unica vera alternativa al piano presentato da Electrolux è una rilevante riduzione della spesa pubblica, che consenta una significativa riduzione della pressione fiscale.

Privatizzazione delle Poste, furto con destrezza

Privatizzazione delle Poste, furto con destrezza

L’Ufficio Credito ed Assicurazioni del Partito della Rifondazione Comunista esprime radicale contrarietà al progetto di privatizzazione di Poste Italiane.
L’operazione annunciata in questi giorni prevede, nell’immediato, la messa sul mercato del 40% del capitale (quota di per sé già molto elevata) ma, stando alle spudorate dichiarazioni di importanti esponenti del Governo e dei partiti che lo sostengono, questo non sarebbe altro che un primo passo verso la definitiva perdita del controllo pubblico.
Prosegue così, nel nostro paese, l’opera di sistematico smantellamento di quello che rimane della proprietà pubblica di beni, servizi ed attività produttive e ciò avviene questa volta con un autentico “salto di qualità” (attuando peraltro un disegno preparato da anni) e cioè colpendo un’azienda e delle risorse il cui carattere strategico è quasi inutile ricordare: i servizi di recapito, la logistica, la capillare rete distributiva, la raccolta postale, il polo bancario-assicurativo…
Si fa, insomma, l’esatto contrario di quello che si dovrebbe per tentare un’uscita dalla crisi che non determini un massacro sociale, obiettivo per il raggiungimento del quale è sempre più evidente la necessità di un rafforzamento dell’intervento pubblico nell’economia. Si intensificano invece quelle stesse politiche e ricette economiche, funzionali all’interesse del capitale, che si sono dimostrate fallimentari e che ci hanno portato sino a qui.
Si dice che la parziale privatizzazione di Poste servirà per la riduzione del debito pubblico e per contribuire al rispetto dei vari diktat (pareggio di bilancio, fiscal compact) che ci siamo autoimposti per ottemperare ai desiderata della troika europea e degli interessi (anche nostrani) che essa rappresenta.
Ma il velo ideologico è davvero trasparente ed è proprio un’operazione del genere che dimostra quali siano, in realtà, le vere finalità dell’imposizione di certi vincoli “esterni”, economicamente assurdi e socialmente insostenibili.
La vendita del 40% di Poste dovrebbe portare ad un’entrata di circa 4 miliardi di euro a fronte di un debito che a novembre ha raggiunto i 2.100 miliardi. In compenso, svendendo l’ennesimo gioiello di famiglia, lo Stato si priverebbe di entrate che (se si guarda agli utili degli ultimi esercizi) si attestano attorno ai 400 milioni annui.
Il classico “buon padre di famiglia” che, avendo un orizzonte temporale di almeno vent’anni, facesse un’operazione simile sarebbe da internare… Figuriamoci uno stato sovrano.
Si potrebbe parlare quindi di analfabetismo economico ma ovviamente non è così perché, come ben sappiamo, si tratta di precise scelte di classe che hanno mandanti e vittime sacrificali prestabilite.
In questi giorni, qualche prezzolato commentatore, rispolverando argomenti di quasi trent’anni fa, straparla dei vantaggi che i lavoratori ed i cittadini risparmiatori potrebbero avere da un’operazione del genere! Guadagni borsistici, modernizzazione dell’azienda, democrazia economica grazie all’azionariato diffuso ….E basta!
La storia delle privatizzazioni italiane (e non solo) è ormai abbastanza lunga e densa dal rendere ridicole e improponibili simili considerazioni.
Molti di quelli che oggi plaudono o girano la testa dall’altra parte, tra dieci o quindici anni riempiranno i talk show e la rete con le loro sdegnate considerazioni sul “come invece sarebbe dovuta andare…”. Ma va là !!!
Noi invece quello che in prospettiva succederà crediamo di saperlo già adesso e, come abbiamo fatto negli anni novanta rispetto al processo di privatizzazione del sistema bancario, lo diciamo apertamente: si svilupperà lo spezzatino societario, si andrà verso un progressivo smantellamento dell’universalità e dell’uniformità del servizio postale, si ridimensionerà la rete sportelli, peggiorerà il servizio per le fasce popolari di clientela, si innalzeranno prezzi e tariffe, verrà sferrato un nuovo attacco ai livelli occupazionali ed ai diritti normativi e salariali dei lavoratori postali. E (forse) avremo in cambio qualche posto in CdA per i sindacati concertativi….
Vogliamo concludere con alcune considerazioni che riguardano più direttamente il settore bancario ed assicurativo che è il nostro specifico terreno di intervento politico.
Naturalmente, la privatizzazione di Poste Italiane coinvolge BancoPosta e le controllate PosteVita, PosteAssicura, BancoPosta Fondi sgr. Anzi, poiché quelle finanziarie sono le attività di gran lunga più remunerative del Gruppo è del tutto evidente che saranno proprio loro il potenziale oggetto del desiderio degli investitori privati. L’ultima significativa presenza pubblica nel settore della raccolta e della gestione del risparmio dei cittadini e nelle attività bancario-assicurative è quindi fortemente a rischio.
Siamo ovviamente del tutto consapevoli che i Governi ed i vertici aziendali di Poste che si sono succeduti in questi ultimi vent’anni non hanno certo mai voluto indirizzare le strategie operative di BancoPosta in modo da qualificarlo come “polo pubblico” alternativo al sistema bancario-assicurativo privatizzato. E questo al di là della concorrenza oggettivamente (e spesso con successo) esercitata sfruttando i noti punti di forza competitivi. Ma è chiaro che, per larghe fasce popolari di utenza e di clientela, le tradizionali forme di raccolta postale e le nuove attività di BancoPosta hanno rappresentato proprio questo: un’alternativa alle grandi banche ed alle loro politiche commerciali.
Anche sotto questo specifico punto di vista, quindi, si fa esattamente l’opposto di quello che si dovrebbe. Invece di rafforzare, selezionare ed orientare la presenza di Poste nel settore finanziario al fine di massimizzarne l’utilità sociale ed indirizzarne l’attività verso finalità pubbliche … ci si prepara ad aprire la stanza dei bottoni ai privati tra cui (siamo pronti a scommettere) certo non mancheranno banche, fondazioni o società da loro controllate.
Un nuovo, doppio e clamoroso regalo ai banchieri ed alle tecnocrazie finanziarie.
E, infine, ci sembra necessario ricordare quello che, in prospettiva, rischia di essere il punto di maggior impatto macroeconomico della vicenda.
La privatizzazione di Poste Italiane, quando fosse completata, muterebbe la natura stessa degli oltre 230 miliardi di euro di risparmi dei cittadini (sotto forma di buoni fruttiferi e libretti) che oggi godono di garanzia pubblica e vengono convogliati verso Cassa Depositi e Prestiti (di cui il Ministero dell’Economia detiene tuttora circa l’80% del capitale). La perdita della connotazione pubblica del suo canale di raccolta renderebbe irreversibile (temiamo) il processo di progressivo snaturamento del ruolo pubblico della Cassa (per il pieno ripristino del quale è in atto un’importante Campagna guidata dal “Forum per una nuova finanza pubblica e sociale”) minandone alla base le potenzialità di sostegno ad un diverso modello di sviluppo economico ed orientandone definitivamente le attività al servizio del capitale privato e del mercato.
Di fronte ad eventi di simile portata, occorre superare il senso di impotenza alla quale sembrano condannarci gli attuali rapporti di forza culturali prima ancora che politici. Del resto abbiamo importanti esempi su come la battaglia in difesa dei beni comuni possa suscitare consensi ed attivare energie inattese.
Rivolgiamo pertanto un appello pressante alle forze politiche della sinistra comunista ed anticapitalista, ai sindacati di base ed alle componenti di minoranza della Cgil, alle lavoratrici ed ai lavoratori postali, ai movimenti sociali e, in primo luogo, ai sostenitori del “Forum per una nuova finanza pubblica” affinché vengano da subito messe in campo tutte le possibili iniziative per contrastare l’ipotesi di privatizzazione di Poste Italiane. Noi ci siamo.

 

Partito della Rifondazione Comunista
Ufficio Credito ed Assicurazioni

 

in data:27/01/2014

Electrolux, sciopero e cortei

Electrolux, sciopero e cortei

LAVORO

Electrolux, sciopero e cortei

Nemmeno la Fiat, si può dire, ha osato tanto. Il “piano Polonia” della Electrolux, il colosso degli elettrodomestici, è in realtà un vero e proprio ricatto che prevede una drastica riduzione del costo del lavoro e degli stipendi, oltre alla chiusura dell’impianto di Porcia (in provincia di Pordenone) in cambio dello stop alla delocalizzazione tout court della produzione in Polonia, appunto, o Ungheria. Così oggi è partita la protesta dei lavoratori, la prima risposta ad un’operazione che ha sollevato un coro di critiche, mettendo d’accordo il leghista Salvini con il governatore Pd Debora Serracchiani che ora chiede al governo di «non rimanere inerte», visto che «l’Electrolux, quando entrò in Italia rilevando la Zanussi, ricevette un sacco di soldi, qualche miliardo di lire, dalla Regione. Dovrebbe ora preoccuparsi di quello che lascia sul territorio dopo che l’ha spolpato».
Peccato che, come sempre, si chiude la stalla quando i buoi sono scappati. E ora che l’azienda usa la mano pesante, a pagare l’assenza di una politica industriale seria sono i lavoratori del gruppo. Che hanno deciso di farsi sentire con scioperi, cortei, assemblee permanenti.
Le prime assemblee si sono tenute all’alba negli stabilimenti di Susegana, in provincia di Treviso, e di Porcia, poi è stata proclamata un’intera giornata di sciopero. Verso le 8 si sono portati sulla statale pontebbana che attraversa le due cittadine, per poi raggiungere il centro di Conegliano, dove è iniziato il presidio in piazza Cima. Ma i lavoratori sono pronti ad arrivare a Roma. «In assemblea, dopo aver illustrato le misure irricevibili del piano – fa sapere Paola Morandin, delegata rsu di Susegana – abbiamo votato un ordine del giorno in cui chiediamo al presidente del Consiglio, Enrico Letta, l’immediata convocazione del tavolo al governo e annunciamo una manifestazione a Roma, sotto Palazzo Chigi». Circa 500 lavoratori della Electrolux di Solaro (a Milano) sono invece in presidio con bandiere e striscioni davanti ai cancelli dell’azienda, in corso Europa.
D’altra parte la “proposta” dell’azienda è davvero irricevibile: l’orario part time di 6 ore, spiega Morandin, nel caso di Susegana comporterebbe uno stipendio mensile di poco superiore ai 700 euro, una miseria. Mentre gli esuberi diventerebbero addirittura 800 nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale, la quale ha subordinato i 90 milioni di investimento all’accettazione del piano.
Piano che è tutto teso alla riduzione del costo del lavoro (cioè degli stipendi) che la multinazionale svedese vuole adeguare a quello dell’Europa dell’Est: o si taglia lì o si riducono i dipendenti. La ‘“soluzione” svedese contempla un taglio dell’80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause, permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Un’operazione che di fronte all’attuale costo del lavoro di 24 euro/ora, rispetto ai 7 euro/ora degli stabilimenti in Polonia e Ungheria, porterebbe a tagliare a Forlì 3 euro l’ora, a Solaro 3,20 euro, a Susegana 5,20 euro e a Porcia (se restasse aperto) 7,50 euro.
Il paradosso è che Electrolux vuole adeguare gli stipendi a quelli della Polonia, ma, stando a quanto emerso nell’incontro di ieri tra rappresentanti dell’azienda e sindacati, anche lo stabilimento polacco è a rischio chiusura come quello italiano a causa della concorrenza asiatica sempre più forte di Samsung e Lg. Nella corsa al ribasso non c’è fine. E certo non aiuta l’assenza del governo. «Abbiamo atteso invano un confronto con il ministro dello sviluppo economico, Flavio Zanonato – dicono i delegati e le Rsu – Ora andiamo direttamente da Letta perché Electrolux per sbarcare in Italia ha usato soldi degli italiani ed ora per guardare ad Est utilizza fondi Ue che in parte sono sempre nostri».
D’altra parte, Zanonato, finito sotto accusa nei giorni scorsi (la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ne ha chiesto le dimissioni) in un certo senso “rivendica” il disinteresse mostrato nella vertenza del gruppo dicendo di comprendere le ragioni dell’azienda: «I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità, ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti. E’ necessario dunque ridurre i costi di produzione, in Italia c’è un problema legato all’esigenza di ridurre il costo del lavoro». E pazienza se gli stipendi italiani sono ormai da anni tra i più bassi in Europa.

in data:28/01/2014

Lettera e richiesta di incontro di Paolo Ferrero a Giorgio Napolitano

Lettera e richiesta di incontro di Paolo Ferrero a Giorgio Napolitano

Signor Presidente,

con questa lettera Le chiedo un incontro urgente, nella mia qualità di Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista e di rappresentante italiano del Partito della Sinistra Europea. Questa richiesta di incontro è finalizzata a sollevare tre questioni inerenti le prossime elezioni e il tema delle leggi elettorali.
In primo luogo intendo rappresentarLe le gravi violazioni dei principi costituzionali di rappresentanza democratica proporzionale da noi ravvisati nella legge (24 gennaio 1979 n.18 e successive modificazioni ) inerente le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia e la evidente contraddizione – da noi già a Lei segnalata con una precedente nota a firma Gianluca Schiavon – fra queste norme e le recenti decisioni del Parlamento europeo che – attraverso il combinato disposto degli artt. 17 e 18 del Trattato istitutivo dell’Ue, degli artt. 244/250 del Trattato del Funzionamento dell’Ue della raccomandazione del 12 marzo 2013- hanno introdotto un nesso di inscindibilità tra le elezioni del Parlamento europeo e la nomina della Commissione europea e del suo Presidente, rendendo evidentemente illegittimo lo sbarramento del 4% previsto dalle ultime modifiche della legislazione italiana.
In secondo luogo intendo segnalarLe come la volontà di escludere la rappresentanza proporzionale e democratica dei cittadini italiani a concorrere agli orientamenti del nuovo Parlamento Europeo sia accentuata da un interpretazione arbitraria – contenuta nelle istruzioni del Ministero dell’ Interno, e contro la quale ricorreremo – delle liste ammesse a presentare il proprio simbolo senza la sottoscrizione delle firme. La legge 18/79 (e successive modificazioni ) dispone infatti che siano esentate dalla allegazione delle firme dei sottoscrittori quelle liste che “nell’ ultima elezione abbiano presentato candidature col proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo”, non ponendo nessuna limitazione alla fruizione del diritto all’ esenzione in ragione del carattere nazionale o transnazionale del partito o movimento politico richiedente. Orbene il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea è partecipe del gruppo europeo
Sinistra Europea – Gue, gruppo costituito ed operante da tre legislature, come peraltro la Federazione dei Verdi, ed una limitazione arbitraria nella presentazione delle liste che minerebbe il diritto del Parlamento Europeo di eleggere il Presidente della Commissione Europea “tenendo conto del risultato delle elezioni europee“ sarebbe lesiva della procedura di “codecisione“ prevista dal Trattato di Lisbona, in quanto i cittadini degli Stati membri sono ora primariamente chiamati ad esprimere la propria preferenza per uno dei partiti e gruppi parlamentari europei che avanzano una candidatura unitaria alla presidenza della Commissione.
E’ noto, a tal riguardo che il Partito della Sinistra europea Gue – di cui il Prc è forza fondatrice – ha recentemente deciso la candidatura a Presidente dell’onorevole Alexis Tsypras e che tale candidatura sarà da noi sostenuta in Italia.
In terzo luogo intendo inoltre farLe notare come questo grave attacco alla democrazia ed alla rappresentanza popolare sia fortemente accentuato dai contenuti del recentissimo “patto “ sulla modifica della legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi che – a nostro avviso e come evidenziato in un recentissimo appello di autorevoli costituzionalisti – ci consegnano una proposta totalmente incompatibile con le indicazioni della Corte Costituzionale, che ha considerato illegittimo un premio di maggioranza “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto“ e che ha contestato il principio della lista bloccata del ddl Calderoli in quanto produce “un eccessiva divaricazione fra la composizione dell’organo di rappresentanza politica e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “anche perché – continua la Corte – le liste bloccate minano il principio “del sostegno personale dei cittadini agli eletti e ferisce la logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione “.
Il tutto, peraltro, è reso ancor più antidemocratico dalla previsione di una soglia di sbarramento formalmente all’ 8% ma, di fatto, attraverso le scarse dimensioni dei collegi, assai più alta.
Sono queste le ragioni per cui Le chiedo un incontro urgente nella convinzione che queste gravi violazioni della democrazia, da me segnalate in questa nota, possano essere affrontate ed avviate a soluzione attraverso un Suo autorevole intervento, in ossequio delle funzioni e delle prerogative a Lei spettanti, finalizzato al ripristino della vigenza dell’art. 48 della Costituzione.
Cordiali saluti,

Paolo Ferrero

 

in data:27/01/2014

Con la legge Renzi-Berlusconi Matteotti non sarebbe stato assassinato: non sarebbe neanche arrivato in Parlamento!

Con la legge Renzi-Berlusconi Matteotti non sarebbe stato assassinato: non sarebbe neanche arrivato in Parlamento!

Pubblicato il 27 gen 2014

Il pdf del VOLANTINO DEL PRC CONTRO LA PROPOSTA DI LEGGE ELETTORALE RENZI-BERLUSCONI

Di seguito il testo del volantino:

Se novant’anni fa, in pieno regime fascista, non ci fosse stata la legge Acerbo (ovvero la legge elettorale super maggioritaria voluta da Mussolini dopo la marcia su Roma) ma l’Italicum (ovvero la proposta di nuova legge elettorale avanzata da Renzi e Berlusconi), non ci sarebbe mai stato il delitto Matteotti.

La ragione è semplice: poichè l’Italicum bastona le minoranze peggio della Legge Acerbo, Matteotti non sarebbe mai stato eletto in Parlamento, non avrebbe mai potuto denunciare – da parlamentare – le malefatte del regime mussoliniano. Insomma, Renzi e Berlusconi risolvono il problema alla radice.

Per questo pensiamo che la proposta Renzi-Berlusconi non sia solo un danno per le forze politiche minori ma per tutta la democrazia.

Vogliono un Parlamento senza rompiscatole, oppositori, voci fuori dal coro: come se fosse un consiglio di amministrazione di una qualsiasi azienda, in cui pochi potenti decidono per tutti.

Perchè l’Italicum è un’altra porcata?

Perchè chi vince prende tutto (o quasi): è sufficiente arrivare primi al primo o al secondo turno per avere la maggioranza assoluta dei parlamentari. La Corte Costituzionale, nelle settimane scorse, ha messo in evidenza la natura antidemocratica e distorsiva dell’attuale legge elettorale (il Porcellum): l’Italicum si muove nella stessa, identica direzione;

Perchè le liste erano bloccate, ovvero senza la possibilità di scegliere tra i candidati, e rimangono bloccate. Anche in questo caso la Corte Costituzionale rimane totalmente inascoltata;

Perchè l’Italicum non porta solo ad una dittatura della maggioranza ma punta a “prefabbricarsi” l’opposizione. Lo sbarramento per entrare in Parlamento viene infatti portato sopra all’8%: peggio del Porcellum! Visto che in televisione i partiti che non stanno in Parlamento non vengono invitati, il gioco è semplice: impedire ai comunisti e ai partiti di sinistra di poter dire la propria, riducendo la politica ad un teatrino tra i grandi partiti.

La legge Renzi-Berlusconi è un pericolo per la democrazia, peggio della legge Acerbo e del Porcellum!

Noi scegliamo la democrazia: per questo proponiamo una legge elettorale proporzionale con le preferenze, che consenta ai cittadini di scegliere la propria lista, il proprio candidato, e di sentirsi rappresentati in Parlamento.

Noi scegliamo la democrazia, quella di cui parla la Costituzione nata dalla Resistenza!

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

 

 

Il dramma dei profughi in Libano

Il dramma dei profughi in Libano

Alfio Nicotra

Mi trovo da stanotte in Libano insieme al deputato del M5S Massimo Artini per affrontare il dramma dei profughi . Stamani , nella provincia di Tiro ( a confine con israele) abbiamo visitato diverse famiglie siriane,- sistemate in alloggi di fortuna grazie alla cooperazione delle Ong italiane-tantissimi bambini, tutti fuggiti dalla guerra che, nel silenzio dei nostri media, prosegue ogni giorno producendo nuove generazioni di orfani, di mutilati e di vedove. Le statistiche ci dicono che al 20 gennaio 2014 i profughi siriani in fuga dalla loro terra hanno raggiunto la drammatica contabilità di 2397534 esseri umani. Più di 880mila di questi si trovano in Libano. Per un paese che non arriva a 4 milioni di abitanti significa che c’è un profugo ogni 4 libanesi. A questi vanno aggiunti i 500mila profughi palestinesi che dal 1948 ad oggi vivono in condizioni di privazione di diritti fondamentali nei campi profughi. Proprio domani visiteremo i campi palestinesi e non dimenticheremo di portare un fiore a Shatila, sul monumento che ricorda l’efferata strage d’innocenti del 1982.

Cassolnovo: uniti per cambiare

Cassolnovo: uniti per cambiare

Cassolnovo: uniti per cambiare

Pd, Psi, Sel, Prc e Pdci si preparano alle prossime elezioni

In vista delle elezioni amministrative del prossimo maggio, Partito Democratico, Partito Socialista Italiano, Sinistra Ecologia Libertà, Partito della Rifondazione Comunista e Partito Dei Comunisti Italiani hanno dato vita a un tavolo di confronto e di dialogo, finalizzato alla creazione di un progetto di rilancio di Cassolnovo, che consenta di far ripartire il paese, da troppo tempo bloccato dall’immobilismo di centro destra. I partiti in questione esprimono un giudizio totalmente  negativo sul quinquennio amministrativo che si sta chiudendo, durante il quale la maggioranza PDL – Lega – Lista Civica Il Campanile ha di fatto “non amministrato”, distruggendo i servizi, la cultura e l’assetto urbanistico di Cassolnovo, trascurando l’ambiente, caratterizzandosi soprattutto per l’incuria del paese, con totale assenza di interventi per risolvere qualsiasi problema. E’ davanti agli occhi di tutti che il livello dell’amministrazione uscente è stato decisamente basso.
A questo proposito considerano chiusa una stagione politica caratterizzata dalla sola presenza di liste civiche, più o meno coese, ritengono indispensabile la ricomposizione dell’unità del centro sinistra e urgente ed improrogabile il recupero della centralità dei partiti nell’iniziativa politica.  Si propongono perciò, per le elezioni comunali del 2014 come credibile alternativa alla guida dell’Amministrazione Comunale.
Le linee programmatiche si concentreranno soprattutto sui grandi temi, che vanno dal lavoro, a una gestione equa e solidale dei servizi sociali, fino all’attenzione per l’ambiente e le specificità del territorio, evitando di continuare con un ingiustificato consumo di suolo.
Sarà necessario impostare una politica attenta a livello di bilancio e organizzazione degli uffici, che non tralasci di occuparsi dei settori dello sport e della cultura, in questi anni troppe volte trascurati e che punti sulla partecipazione dei cittadini alle scelte più significative.
Pd, Psi, Prc, Pdci e Sel sono intenzionati ad allargare il tavolo di confronto a coloro che si riconoscono in un progetto progressista, condividendo gli obiettivi che la coalizione si prefigge, con la volontà di far confluire idee e sforzi in un progetto amministrativo che possa fornire alle prossime elezioni una valida alternativa agli elettori cassolesi.

Parte la grande svendita. Saccomanni: “Si comincia dalle Poste, poi vediamo”

Parte la grande svendita. Saccomanni: “Si comincia dalle Poste, poi vediamo”

Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni annuncia per domani il decreto sulle privatizzazioni. Secondo il titolare delle Finanze, al primo posto dell’agenda andrà il 40% di Poste Italiane. Inizia così il valzer delle alienazioni dei gioielli di Stato. Tutto per fare cassa, soddisfare il terema monetarista dell’Ue e onorare il dogma del pareggio di bilancio, ficcato sciaguratamente nella Costituzione quasi fosse una tessera della tavola dei valori fondanti. “Domani ci sarà il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che fa iniziare il processo di privatizzazione previsto. Per le Poste si comincia con il 40% poi vediamo”, ha detto il ministro a margine del World Economic Forum di Davos.
A fine novembre, il governo aveva annunciato l’intenzione di raccogliere 12 miliardi mettendo sul mercato alcuni gioielli di famiglia dello Stato. Una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag e un 3% di Eni. Erano queste le società inizialmente indicate, salvo poi vedere entrare nella partita anche le Poste, che hanno appunto guadagnato il primo posto nell’agenda di Palazzo Chigi. Nei giorni scorsi, il viceministro Antonio Catricalà aveva definito “plausibile” la quotazione di Poste entro l’anno, aggiungendo che “sarà privatizzato il 30-40% del gruppo e la maggioranza resterà allo Stato. Spetterà al Ministero dell’Economia decidere come ripartire le quote”.
Come si vede, si naviga a vista. Non c’è, in questo barcamenarsi, uno straccio di disegno strategico, non un’idea su quali siano gli asset su cui puntare per ri-orientare virtuosamente la ripresa e lo sviluppo del Paese. Parlare ai nostri governanti, di qualsiasi conventicola facciano parte, di politica economica, di progettazione industriale è ormai come chiedere  di scrivere un libro a degli analfabeti. Prigionieri del più cieco mercatismo, costoro stanno distruggendo le fondamenta manifatturiere (o ciò che ne resta) dell’Italia. Parlano insulsamente di ripresa e non si rendono conto che stanno segando, per malafede o pusillanime incompetenza, il ramo su cui siamo seduti. Qualche giorno fa l‘Organizzazione mondiale del lavoro (l’Oil), che non è certo guidata da un manipolo di pericolosi estremisti, aveva censurato senza mezzi termini le poltiche deflazioniste intraprese dal governo italiano, prevedendo che esse avrebbero non soltanto aggravato la recessione e il tracollo occupazionale, ma compromesso la stessa possibilità di mettere in ordine i conti, cosa possibile solo dentro un progetto di sviluppo guidato da una mano pubblica che non abdichi alle proprie responsabilità.
Ma Saccomanni non si scuote. Persino nell’amena località Svizzera, a qualche giornalista è venuto il sospetto che l’Italia stia scivolando sulla pericolosa china della depressione: contrazione dei consumi, arretramento dei prezzi, stagnazione economica e, alla fine, non minori bensì maggiori oneri reali per ripagare il debito. Ma lui niente, tranquillo e sereno come un bimbo ripete la filastrocca in cui si racconta di un paese che non c’è. “L’Italia – spiega Saccomanni –  non rischia la deflazione ed è in una situazione completamente diversa da quella del Giappone, che ha vissuto una stagnazione economica di diversi lustri”. E a chi gli chiedeva se si potesse riproporre lo scenario nipponico per l’Italia replica che “il nostro paese non ha bisogno di una cura da cavallo come quella che il premier giapponese Shinzo Abe sta proponendo per la sua economia”. Peccato che il governo del Sol levante sta mettendo in campo grandi risorse per investimenti pubblici, mentre in Italia si taglia soltanto e sotto i colpi di quella cura il cavallo sta già stramazzando.

 

Dino Greco

in data:23/01/2014

 

Come si esce dalla crisi

Come si esce dalla crisi

Come si esce dalla crisi

 

Per una nuova finanza pubblica e sociale

 

Dal 2007 la crisi non fa che peggiorare i suoi effetti economici e sociali, e i grandi economisti, i “Bocconi boys” consiglieri dei Governi negli ultimi vent’anni, continuano a proporre come rimedio politiche di austerità, per poi scoprire che sono le stesse che l’hanno causata.
In questo libro, 11 originali contributi di economisti e attivisti sociali, frutto di oltre due anni di confronti pubblici, smascherano le false argomentazioni utilizzate da Oligarchi e Accademici liberisti.
Gli autori analizzano e smontano le teorie del debito pubblico fuori controllo, identificano i passaggi essenziali per determinare una reale equità fiscale, scoprono i nessi finanza/lavoro, tematizzano le opzioni di riconversione ecologica della produzione e illuminano le pratiche di autogestione eco-produttiva, giungendo a proporre un’innovativa forma di finanza pubblica, in primis attraverso la riappropriazione sociale di Cassa Depositi e Prestiti.

come si esce dalla crisi
Uscire dalla crisi si può, ma mettendo in soffitta quarant’anni di politiche neoliberiste e ripensando un nuovo modello di società.
«L’attuale recessione non è legata al fatto che non ci sono soldi. I soldi ci sono, e sono pure troppi. È che stanno tutti dalla parte sbagliata».

 

Appello per le elezioni europee. Per Alexis Tsipras Presidente della Commissione Europea

Appello per le elezioni europee. Per Alexis Tsipras Presidente della Commissione Europea
Appello per le elezioni europee
Per Alexis Tsipras Presidente della Commissione Europea

Siamo tra quanti hanno seguito con adesione convinta la crescita in Italia del sostegno alla candidatura di Alexis Tsipras come Presidente della Commissione Europea. Simbolicamente è evidente che questa candidatura rappresenta la voce di tutti i popoli europei, in primo luogo di quello greco, ridotti dalla Troika (UE, BCE, FMI) in condizioni di povertà e di arretramento sociale. Tsipras rappresenta nella maniera più degna e promettente le forze sociali e politiche che sono insorte contro le politiche di feroce e suicida austerità condotte dai poteri dominanti in Europa.
La lista per Tsipras rappresenta inoltre l’unica possibilità di opporsi concretamente a questa Europa, al servizio di ristrette élite finanziarie e delle classi dirigenti dei paesi più ricchi, che vogliono imporre la loro egemonia sui paesi più deboli. La lista rappresenta invece l’intento e la speranza di rifondare un’Europa democratica fondata sui diritti sociali e democratici, sulla cooperazione tra i popoli, sull’equità sociale e sullo sviluppo sostenibile.

Sentiamo come tanti la necessità di dare forza anche in Italia a posizioni avverse alle politiche dell’austerità, avverse alle larghe intese che, sia a Roma che a Bruxelles, stanno inasprendo la crisi, restringendo gravemente gli spazi democratici e favorendo così la crescita di pericolosi populismi nazionalistici e xenofobi.

Pensiamo che questa candidatura e i processi che essa può stimolare costituiscano finalmente l’occasione per la costruzione anche in Italia di un riferimento politico di sinistra per le tante soggettività sociali e politiche che finora si sono battute generosamente contro le politiche liberiste, in vista del superamento della frammentazione attuale delle forze di opposizione.

Sono dunque assolutamente positive e meritorie le autorevoli proposte di sostegno a Tsipras provenienti da diversi soggetti intellettuali e della società civile. Desideriamo però sottolineare due punti che a nostro parere sono fondamentali per attivare anche in Italia tutte le energie indispensabili per il conseguimento di un risultato positivo sia sul piano politico che elettorale.

1. Occorre stimolare la partecipazione dal basso e un processo non verticistico, ma democratico e condiviso, all’interno del quale tutte le organizzazioni sociali e politiche e le singole persone possano contribuire con un ruolo riconosciuto al successo dell’iniziativa. Riteniamo quindi che gli orientamenti programmatici e le conseguenti candidature debbano essere discussi in maniera trasparente, ricorrendo a metodologie democratiche, quali le assemblee cittadine e le primarie, sulla base del confronto aperto.
2. Occorre evitare gli errori, i settarismi, i veti incrociati del passato e lavorare per l’unità di tutte e tutti, di persone e di organismi politici, che si riconoscono nel programma rappresentato simbolicamente dalla figura di Tsipras.
Ben vengano tutte le iniziative dall’alto come dal basso, ma occorre riconoscere pari dignità di tutti e tutte, senza preclusioni di alcun genere. Il rapporto tra la lista per Tsipras e i partiti deve, dunque, fondarsi su un principio chiaro e trasparente: nessuna discriminazione pregiudiziale e ideologica verso i partiti, ma anche e fermamente nessun tentativo egemonico dei partiti sulla lista.

Siamo già in ritardo per una buona campagna elettorale. Occorre quindi agire più rapidamente possibile per un processo di piena e larga partecipazione di massa. Per garantire il successo politico, organizzativo ed elettorale della campagna a favore della candidatura di Tsipras dobbiamo impegnare tutte le forze, tutte le intelligenze, tutte le persone disponibili.

Pertanto invitiamo tutti/e, singoli/e, soggetti collettivi, partiti, organismi sociali, associazioni, comitati, reti a riconoscersi in questo appello e a partecipare all’Assemblea Pubblica che si terrà Presso La Casa della Cultura (Via Borgogna, 3 Milano), giovedì 30 gennaio ore 20.30

Ottavia Albanese, Fulvio Aurora, Piero Basso, Roberto Biorcio, Bruno Bosco, Andrea Di Stefano, Tecla Faranda, Giorgio Galli, Enrico Grazzini, Luca Grecchi, Teresa Isenburg, Sergio Marsicano, Vittorio Morfino, Giancarlo Peterlongo, Silvano Piccardi, Matteo Pucciarelli, Marina Ricci, Giorgio Riolo, Davide Rossi, Adriano Voltolin

Per aderire, scrivere a
milanopertsipras@gmail.com

PRC, ALLUVIONE E SISMA: SERVONO SUBITO PROVVEIDMENTI DI SOSTEGNO AL TERRITORIO. MODIFICARE IL MODELLO DI SVILUPPO E DI RICOSTRUZIONE

PRC, ALLUVIONE E SISMA: SERVONO SUBITO PROVVEIDMENTI DI SOSTEGNO AL TERRITORIO. MODIFICARE IL MODELLO DI SVILUPPO E DI RICOSTRUZIONE

1528588_823037481056640_1074982622_nComunicatop stampa PRC Federazione di Modena
PRC, ALLUVIONE E SISMA: SERVONO SUBITO PROVVEIDMENTI DI SOSTEGNO AL TERRITORIO. MODIFICARE IL MODELLO DI SVILUPPO E DI RICOSTRUZIONE

L’alluvione che ha colpito il modenese è un disastro che arriva in un momento difficilissimo per un territorio già alle prese con le difficoltà di una ricostruzione post sisma che procede troppo lentamente.
Questo disastro non può essere derubricato dando le colpe alle nutrie. Prendersela con i roditori può essere consolante ma se si vuole guardare in faccia la realtà bisogna avere l’onestà di dire che le situazioni di emergenza idraulica in cui sempre più frequentemente ci troviamo hanno responsabilità precise: cementificazione e impermeabilizzazione del suolo, incuria degli argini e delle golene, carente manutenzione dei fiumi. Si tratta di responsabilità politiche, in capo a chi si ostina a credere in un modello di sviluppo insostenibile, e di responsabilità umane in capo a chi governa inadeguatamente gli enti preposti al controllo degli argini.

È un disastro deve fare definitivamente chiarezza sulle priorità di questo territorio, che non sono inutili e dispendiose grandi opere come l’autostrada cispadana o la bretella Campogalliano-Sassuolo ma la messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione urbana e del patrimonio pubblico: centinaia di piccole ma utili opere capaci di creare migliaia di posti di lavoro.

L’alluvione non deve togliere l’attenzione da alcuni gravi e imminenti problemi che riguardano migliaia di terremotati alle prese con la ricostruzione:
– il 31 gennaio scadono i termini per la prenotazione telematica del contributo alla ricostruzione: migliaia di famiglie ancora non lo hanno ancora fatto e migliaia oggi sono impossibilitate a farlo;;
– a gennaio è ripartito il pagamento dei mutui sugli immobili inagibili a causa del sisma.
In questo contesto di emergenza servono subito alcuni provvedimenti urgenti e indispensabili:
– sospensione di ogni scadenza collegata alla ricostruzione post sisma;
– un provvedimento legislativo per il blocco volontario e senza interessi dei mutui sugli immobili inagibili a causa del sisma e dell’alluvione;
– sospensione di ogni scadenza fiscale;
– attivazione immediata degli ammortizzatori sociali per tutelare chi oggi non può recarsi al lavoro.

Superata l’emergenza è necessario ripensare completamente tempi e modalità della ricostruzione e le priorità politiche di intervento sul territorio, a partire dalla presa di coscienza che questo modello di sviluppo non è più sostenibile.

La solidarietà di Rifondazione Comunista va alla famiglia del volontario disperso e alle popolazioni colpite dall’alluvione.
Ma la solidarietà serve a poco se non è accompagnata da un immediato cambiamento delle politiche di gestione del territorio.

Judith Pinnock – Segretaria PRC Federazione di Modena
Stefano Lugli – Responsabile area sisma PRC Federazione di Modena

Legge elettorale, ecco la nuova porcata di Renzi

Legge elettorale, ecco la nuova porcata di Renzi

POLITICA

Legge elettorale, ecco la nuova porcata di Renzi

Lo chiama “Italicum” e la definisce una «proposta concreta, realizzabile e con tempi certi». Eccola qua la riforma elettorale firmata Matteo Renzi, che il segretario del Pd ha illustrato oggi alla direzione del suo partito, confezionata in «profonda sintonia» con Berlusconi. E che è la proposta sulla quale la Direzione del Pd dovrà dare il suo via libera, per essere portata a Montecitorio il 27 gennaio, come da caldenario fissato dal medesimo Renzi.
Come primo obiettivo il segretario ha indicato la cancellazione del Senato e il superamento del bicameralismo perfetto, con la conseguente riduzione dei costi della politica. A seguire ha ribadito l’intenzione di mettere ordine al Titolo V della Costituzione, con la razionalizzazione della ripartizione di competenze fra stato centrale e Regioni. Ed è infine entrato nel merito della legge elettorale. Una riforma, vale la pena sottolineare, di cui non c’è alcun bisogno (lo ha chiarito bene la Corte Costituzionale, secondo la quale si può votare con la legge attualmente in vigore, cioè quella uscita dalla sentenza che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum), ma che tanto a Berlusconi quanto a Renzi serve per mantenere lo scettro del comando nei rispettivi partiti/coalizioni, senza il fastidio di dover fare alleanze e senza dover subire “ricatti” dai “piccoli”. Non a caso, la proposta avanzata produce effetti bipolari ed è tesa a premiare i partiti maggiori, a danno di quelli minori. E pazienza se nella sentenza della Consulta, tra l’altro, si faceva esplicito riferimento all’articolo 48 della Costituzione, quello in cui si stabilisce che «il voto è personale ed eguale», mentre tra premi di maggioranza e sbarramenti si finisce con l’alterare «il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi)». Si vede che il parere della Corte costituzionale va bene solo a fasi alterne. 
Tant’è, la proposta di Renzi è così concepita: premio di maggioranza pari al 18% se si raggiunge almeno il 35% (e non è lo stesso una porcata dare la maggioranza assoluta a chi la maggioranza assoluta nelle urne non ha preso? Vale la pena ricordare che la Legge “Truffa” del 1953 assegnava un premio di maggioranza a chi avesse comunque ottenuto la maggioranza del 50% più uno nelle urne), ballottaggio per ottenere il premio se nessuna coalizione raggiunge il 35%, listini corti (e bloccati, bye bye Consulta) di sei candidati per ogni collegio, sbarramento al 5% per le forze che fanno parte di una coalizione e all’8% per chi si presenta da solo. Con tanti saluti alla rappresentanza democratica.
Ma soprattutto, Renzi ha chiarito che Riforme e nuova legge elettorale fanno parte di un unico pacchetto non modificabile frutto anche dell’intesa raggiunta con Silvio Berlusconi. E in questo senso, ha sottolineato, «l’accordo politico non prevede le preferenze». Il segretario ha poi ribadito che il Pd sceglierà i suoi candidati con le primarie («Un’idea già attuata lo scorso anno da Bersani») e di volere per le proprie liste il «vincolo assoluto della rappresentanza di genere», ovvero l’alternanza uomo-donna negli elenchi sottoposti agli elettori.
La proposta del ballottaggio dovrebbe (sarebbe dovuta) servire a limitare i malumori interni, assecondando almeno in parte le richieste di chi fin dall’inizio si era espresso per un doppio turno alla francese o per una legge sul modello di quella con cui si eleggono i sindaci dei comuni sopra i 15 mila abitanti. Non a caso il bersaniano Alfredo D’Attorre, che nei giorni scorsi era arrivato ad evocare una rottura dopo l’intesa con Berlusconi, parla ora di «un passo avanti rilevante» auspicando un ulteriore ritocco con il superamento delle liste bloccate. Stessa linea per il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. Ma dal presidente dei democratici, Gianni Cuperlo, arriva l’altolà:
«La riforma elettorale non risulta ancora convincente perché non garantisce né la rappresentanza adeguata né il diritto dei cittadini di scegliere gli eletti né una ragionevole governabilità». Il leader della minoranza interna, inoltre, vede nella proposta avanzata «profili di dubbia costituzionalità». «Al nostro interno non c’è una maggioranza che spinge per cambiare e una minoranza che vuole restare ferma immobile sulle gambe o peggio intralciare un processo riformatore: vogliamo essere tutti noi protagonisti del passaggio a una repubblica rinnovata consolidando le istituzioni di una democrazia in crisi», ha aggiunto il presidente parlando alla Direzione Pd.  E c’è da registrare l’affondo dell’ex viceministro Stefano Fassina, secondo il quale «l’accordo (con Berlusconi, ndr) non è stato fatto dal Pd, che si dovrà esprimere, ma dal segretario Renzi. Mi sono un po’ vergognato come dirigente del Pd nel vedere l’incontro di Renzi con Berlusconi. E’ stato un errore politico. Andava certo coinvolta Forza Italia, ci sono i capigruppo e non dovevamo certo rilegittimare il Cavaliere per la terza volta, dopo che c’è stata una sentenza di condanna». Fassina ha smentito ipotesi scissioniste («Resto e credo nel partito come sempre») ma avanza l’idea di un referendum tra gli iscritti che potrebbe diventare la proposta della minoranza piddina nella Direzione di oggi: «Come prevede lo statuto, sarebbe possibile consultare gli iscritti anche per via telematica, rapidamente, per sapere cosa pensino della legge elettorale». Ma l’obiezione di Renzi è già pronta: sono appena stato votato alle primarie, il mandato degli elettori ce l’ho già (fa niente se “elettori” e iscritti” non sono esattamente la stessa cosa, è roba da partiti novecenteschi). 

Stroncatura senza appello, invece, dalla Lega, con il segretario Matteo Salvini che invoca una mobilitazione contro quella che definisce «una legge truffa» (detto da chi il Porcellum l’ha pensato e poi votato lascia interdetti). E da Beppe Grillo, che alla nuova proposta di legge ha già dato, di par suo, il nome di «Pregiudicatellum».
Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, «la proposta di Renzi è di una gravità inaudita: calpesta la sentenza della Corte sulla legge elettorale riproponendo nei fatti il Porcellum e con il suo compagno di merende Berlusconi, resuscitato per l’occasione, si vuole pappare tutto il Parlamento. Renzi e Berlusconi, che la pensano nello stesso modo su quasi tutto, vogliono occupare tutto il parlamento impedendo ad altre forze che non condividono le loro politiche di austerità di poter dire la loro. Renzi – conclude Ferrero – si nasconde dietro la prima repubblica ma in realtà vuole affossare la democrazia mantenendo in piedi solo la finzione teatrale del bipolarismo».

Ro. Ve.

in data:20/01/2014

Maltempo, Prc: fare piano di riassetto idrogeologico del territorio. No Tav, far funzionare rete ferroviaria esistente!

Maltempo, Prc: fare piano di riassetto idrogeologico del territorio. No Tav, far funzionare rete ferroviaria esistente!

«Dopo un paio di giorni di maltempo – ha dichiarato Paolo Ferrero – stiamo nuovamente piangendo i dispersi, gli incidenti, le frane, gli allagamenti e così via. In nessun caso si tratta di fatti naturali: non in Liguria dove la frana sulla ferrovia è dovuta alla speculazione edilizia. Non a Modena, dove il Secchia non è uscito dagli argini, ma sono gli argini che hanno ceduto e ad oggi non sono per nulla stati aggiustati. Quella che manca è la manutenzione del territorio, il lavoro di cura per il territorio. Per questo proponiamo un Piano di Riassetto idrogeologico del territorio, che può dare luogo a 500.000 posti di lavoro immediati. Difendere il territorio creando posti di lavoro: questa la proposta di Rifondazione Comunista contro la crisi».

In merito all’incidente ferroviario di Andora, in provincia di Savona, dove un treno è deragliato, Ferrero ha aggiunto: «L’incidente occorso sulla linea ferroviaria internazionale Genova/Nizza, ci ha consegnato una situazione incredibile. In Liguria la linea ferroviaria internazionale è ad un binario unico, ha sezioni di galleria incompatibili con i carri  merci più grandi e nulla viene fatto o previsto. In Val di Susa esiste una linea a doppio binario, integralmente dimensionata con una sezione adatta al trasporto dei carri di maggiori dimensioni e nonostante venga usata solo al 30%, vogliono sprecare miliardi per l’alta velocità. Evidentemente in Val di Susa servono 4 binari invece di 1 per far viaggiare le mazzette ad Alta Velocità: Rifondazione propone di bloccare subito l’Alta Velocità in Val di Susa e di utilizzare quei soldi per far funzionare la rete ferroviaria normale».

BASTA TAGLI ALLA SCUOLA! VIGEVANO HA GIA’ PAGATO, BISOGNA CAMBIARE

BASTA TAGLI ALLA SCUOLA! VIGEVANO HA GIA’ PAGATO, BISOGNA CAMBIARE
La decisione del Governo presieduto da Enrico Letta e del Ministero per l’Istruzione di affidare l’appalto dei servizi di pulizia nelle scuole tramite gara gestita dalla Consip (la società per azioni di cui è azionista unico il Ministero dell’Economia e delle finanze) con ribassi fino al 70 per cento, nell’immediato ha provocato in tutta Italia l’invio di 22 mila lettere di licenziamento da parte dei vecchi aggiudicatari, e non garantisce né la riassunzione di tutte le lavoratrici ed i lavoratori né il miglioramento delle loro gravose condizioni di lavoro e di salario, che anzi viene tagliato di circa il 50 per cento, a fronte di stipendi già molto bassi. Tutto questo determina da subito ulteriori difficoltà economiche per molte persone ed un ulteriore attacco vergognoso ai servizi essenziali del sistema scolastico.
Sono di questi giorni le gravi notizie di scuole costrette ad interrompere i servizi perché impossibilitate ad assistere in sicurezza gli scolari e, ancora peggio, di scuole a cui le Asl locali vietano l’apertura per le evidenti scarse condizioni igieniche. E là dove i servizi ancora funzionano, non si sa fino a quando saranno assicurati.
Vigevano non si discosta da questa grave situazione, dopo aver già pagato duramente le conseguenze delle scelte puramente ideologiche della giunta leghista anche in ambito scolastico, a partire dal taglio del servizio di refezione agli alunni più poveri per arrivare alla mancata accoglienza ai centri estivi del Comune dei bambini con più di 12 anni anche se con disabilità o disagio grave. Senza dimenticare le promesse mancate del sindaco Sala per quanto riguarda lo stanziamento di fondi destinati alla sistemazione dell’edilizia scolastica cittadina.

I partiti che sostengono il Governo Letta-Alfano (Nuovo Centro Destra, Scelta Civica e Partito Democratico) sono in perfetta continuità con le scelte sbagliate degli esecutivi precedenti guidati dal centrodestra e dalla Lega Nord e portano con ogni evidenza la responsabilità di quanto sta accadendo.

Il Partito della Rifondazione Comunista afferma che l’unica via d’uscita a questa grave situazione è l’immediato ritorno alla gestione diretta da parte dei Comuni dei servizi di bidelleria, pulizia e di manutenzione ordinaria degli edifici scolastici.

Siamo altresì convinti che si debba riconsegnare dignità e risorse alla scuola pubblica da troppo tempo gravemente penalizzata a tutto vantaggio delle scuole private, garantire diritti e reddito ai lavoratori sfruttati e ricattati, tagliare davvero gli sprechi e combattere le ruberie.

Rifondazione Comunista denuncia ancora una volta che, anche con questo ennesimo colpo inferto alla scuola pubblica, si sta portando avanti la scelta precisa dello smantellamento di tutto ciò che è “bene comune” e funziona, per annullare del tutto lo “stato sociale” costruito in Italia grazie a tante battaglie sociali e politiche.

Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista

“Landini, quell’accordo distrugge il sindacato. Passa all’opposizione!”

“Landini, quell’accordo distrugge il sindacato. Passa all’opposizione!”

LAVORO

 

“Landini, quell’accordo distrugge il sindacato. Passa all’opposizione!”

 

Noi che nel congresso CGIl sosteniamo il documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa” non abbiamo partecipato al voto nel direttivo convocato per approvare l’accordo sulla rappresentanza.
Abbiamo fatto questa scelta perché consideriamo quell’accordo una violazione dello statuto della Cgil. Per questo, come abbiamo dichiarato in quella sede, ricorreremo alle vie formali: né la segreteria né il direttivo hanno il potere di non rispettare o di cambiare nei fatti lo statuto dell’organizzazione.
Siamo stati accusati e diffidati perché abbiamo detto che quell’accordo è incostituzionale. Ma la sostanza è che con la sentenza di luglio la Corte Costituzionale ha affermato che non si possono condizionare la rappresentanza e i diritti sindacali all’obbligo della firma degli accordi. E ancora di più che i lavoratori hanno diritto a scegliere liberamente chi li deve rappresentare. L’accordo sulla rappresentanza nega queste principi, come definirlo se non incostituzionale?
Ma non solo per questo motivo si viola lo statuto della Cgil. Le procedure di decisione e arbitrato sull’attività sindacale, le sanzioni anche pecuniarie per le strutture e i lavoratori che fanno i delegati, le regole e lo spirito dell’intesa sulla rappresentanza violano lo spirito e le norme della costituzione democratica della Cgil.
Si costituisce un sistema sindacale aziendalista e al tempo stesso centralizzato in forma autoritaria, le autonomie delle categorie e i diritti democratici degli iscritti sono tutti sottoposti al controllo di conformità all’accordo. La Cgil, se applica l’accordo, deve non rispettare il proprio statuto. Per questo contestiamo la legittimità di tutte le decisioni prese e andremo fino in fondo nel farlo.
L’intesa del 10 gennaio ha provocato l’esplosione della maggioranza che da poco si era presentata assieme nel congresso. Ricordiamo la retorica con cui si era presentato il congresso come “unitario”, noi sola opposizione eravamo troppo pochi e senza potere per essere semplicemente presi in considerazione
Poi l’11 gennaio puf… tutto questo non c’è più stato.
Nel direttivo nazionale Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono affrontati con una durezza rara. E con accuse che se portate avanti coerentemente non possono che mettere reciprocamente in discussione il ruolo e la persona.
Landini è arrivato ad affermare che non rispetterà le decisioni del direttivo e siamo d’accordo, abbiamo subito sostenuto che a questa intesa si disobbedisce, che nostro primo compito è farla saltare rendendola inapplicabile. Tuttavia non possiamo non cogliere due grandi contraddizioni nella posizione del segretario della Fiom.
La prima, sulla quale ha giocato Susanna Camusso, è che l’intesa del 10 gennaio applica quella del 31 maggio scorso. Certo la applica nel modo più brutale, ma la applica. Se qualcuno ha voglia di andare a leggere ciò che scrivevamo allora per dire no, troverà gli stessi giudizi che usa Landini per l’accordo di oggi. Eravamo veggenti, Cassandre? No, quelli erano principi negativi già chiari e ora si son tradotti in regole capestro. Forse Landini pensava di condizionare la trasformazione di quei principi in regole, ma non ci è riuscito ed è incomprensibile e insostenibile che continui ad affermare che il 31 maggio era buono e il 10 gennaio no. È una posizione che non sta in piedi.
La seconda contraddizione è che non si può dire che non si accettano le decisioni del direttivo, giustamente lo ripetiamo, e poi continuare a far parte della maggioranza.
La Fiom nazionale ha sospeso i congressi e svolgerà assemblee di delegati. Poi pare che Landini e la sua area abbiano intenzione di presentare emendamenti contro l’accordo, emendamenti al documento firmato da Susanna Camusso. Ma scherziamo?
Si afferma, giustamente, che è in discussione la democrazia in Cgil e poi tutto questo si traduce in una nuova postilla al documento Camusso?
Non chiediamo a Landini di venire nel documento alternativo, anche se non siamo degli appestati. Rompa lui con il documento che in premessa esalta l’accordo del 31 maggio e passi lui, nei suoi modi, all’opposizione in Cgil. Faccia questa scelta e noi troveremo il modo di fare una battaglia comune, passando sopra a tutte le cattiverie che abbiamo subito. Ma rompa sul serio e prima di tutto ritiri la firma dal documento Camusso.
Presentare ora agli iscritti il documento di maggioranza come se niente fosse, mentre i leader di quella maggioranza si dividono e scontrano sulla natura stessa della Cgil, non sarebbe solo un intollerabile inganno, ma una scelta poco seria.
Per quanto ci riguarda, il consenso superiore a qualsiasi previsione che sta raccogliendo il nostro documento ci fa dire che abbiamo imbroccato la strada giusta. E andremo avanti ad organizzarci e a lottare.

 

Giorgio Cremaschi

in data:19/01/2014 Liberazione on-line

 

Giornata della memoria: triangolo blu, triangolo rosa, triangolo rosso… loro portavano il triangolo giallo

Giornata della memoria: triangolo blu, triangolo rosa, triangolo rosso… loro portavano il triangolo giallo

CORSICO MI Sala LA PIANTA Via Leopardi 7

CITTA’ DI CORSICO (MI)
GIORNATA DELLA MEMORIA 2014
Sabato 25 Gennaio ore 21.00
Sala LA PIANTA Via Leopardi 7
Invita allo spettacolo –testimonianza dei
CANTOSOCIALE
TRIANGOLO BLU, TRIANGOLO ROSA,
TRIANGOLO ROSSO…
LORO PORTAVANO
IL TRIANGOLO GIALLO
Storie, Canti, Musiche per
diverse Memorie diverse Deportazioni
Concerto-Recital
————————–” Prima vennero per i criminali e non parlai. Poi cominciarono a prendere gli ebrei e quando presero i sindacalisti io non parlai. Quando presero gli studenti di teologia, ammassarono gli omosessuali poi raccolsero gli immigrati e gli zingari, internarono i cattolici ,eliminarono i disabili, io non parlai. Poi vennero per me e… non c’era più nessuno che potesse parlare.”
Dai sermoni “Als die Nazis die holten” di Martin Niemoller

C A N T O S O C I A L E
Piero Carcano : voce, canto, recitazione, kazoo….
Cristian Anzaldi: fisarmonica, chitarra acustica elettr., banjo
Grisolia Vittorio : violino, flauti etnici,baghèt,mandolino…
Buratti Davide:contrabbasso
Gianni Rota: voce, chitarra, flauto, percussioni
ENTRATA LIBERA
IL gruppo dei CANTOSOCIALE in collaborazione con l’Archivio di storia Orale e Popolare “Fiorella Scaglioli” presenta questo concerto-testimonianza in memoria e per tener viva la memoria dell’Olocausto e le vittime dei Lager. Canti e musiche legano con le memorie della deportazione, racconti veri proposti in forma di monologhi che aiutano a capire quello che sembra impossibile spiegare: le crudeltà, gli orrori: dalle prime leggi razziali per finire ai campi di concentramento. Parole e versi dei canti e delle canzoni evocano sottili e feroci discriminazioni per arrivare all’ orrore , la disperazione, la speranza e nuovamente il lavoro massacrante , la fame , la paura, la morte dei campi di sterminio. Lo spettacoloè , secondo lo stile del gruppo, frutto di ricerche oraliste in linea con il lavoro che accompagna da sempre i Cantosociale. Questo: TRIANGOLO BLU, TRIANGOLO ROSA, TRIANGOLO ROSSO… LORO PORTAVANO IL TRIANGOLO GIALLO prende spunto dai triangoli di stoffa che i prigionieri erano costretti a portare nei campi di concentramento, secondo la categoria a cui appartenevano. Gli ebrei portavano un triangolo giallo sormontato dalla stella di David, gli internati politici portavano un triangolo rosso, gli omosessuali un triangolo rosa e i testimoni di Geova un triangolo porpora.I Triangoli verdi erano riservati ai “delinquenti comuni”, quelli neri ai cosiddetti “asociali”, quelli marroni agli zingari, quelli bianchi agli scioperanti, e infine quelli blu ai prigionieri di guerra dei paesi occupati. Ogni triangolo costituisce per lo spettacolo un punto di partenza di riflessione guidate da storie e canti che si incrociano come le genti e le lingue diverse da cui provengono e che si sono coattamente ritrovate nei campi.
Alcuni canti riguardano il periodo di crescita del nazismo anche se la maggior parte provengono dai lager e sono spesso frutto di rifacimenti di canzoni d’epoca, popolari e militari, di melodie che venivano cantate addirittura dagli stessi aguzzini delle SS e venivano poi riproposte dai deportati con nuovi testi dissacranti. Le parole, evocate dai brevi monologhi,come pietre lasciate dalle testimonianze, dalle poesie permeate da suoni , dai canti e dalle canzoni trasportano lo spettatore in un viaggio lucidamente emotivo. A partire da quel YELLOW TRIANGLE ( Triangolo Giallo) del cantautore irlandese Christy Moore che trae spunto dalle parole dei sermoni del pastore protestante (deportato a Auschwitz) Martin Niemoller. Quel:“ Sono venuti….” costituisce un fermo e poetico atto d’accusa contro chi sapeva e non fece niente , contro GLI INDIFFERENTI, di qualsiasi provenienza. La scelta è stata fatta su canzoni d’autore che descrivono il periodo, musiche che accompagnano le storie e poi sui canti storico-popolari divenuti simbolo in diverse nazioni, dell’opposizione all’occupazione nazista; capaci di aggregare e persino muovere alla ribellione. Alcuni di questi canti sono in forma di preghiera corale, per infondere speranza e forza morale a dispetto delle condizioni tragiche in cui si era costretti vivere. Altri contengono versi di incredibile forza che riescono a parlare d’amore a dispetto dell’orrore. Altri come estrema forma di resistenza e dignità contro l’aguzzino, riescono persino ad ironizzare anche sulle camere a gas. Dell’orrore della non vita nei campi di sterminio “parla” il brano originale “DAKAU non può che essere blues” Non mancheranno musiche della tradizione popolare yddish e zingara .In particolare alcuni brani riguarderanno specificatamente il popolo dei Rom e le altre vittime della follia nazista : disabili, malati di mente(il famigerato progetto AktionT4) e perseguitati politico-sindacali e religiosi. Per questo sono state appositamente recuperate dall’oblio alcune canzoni d’autore appositamente riarrangiate ,come del resto gli altri brani di repertorio. Tra queste “Se il cielo fosse bianco di carta” di Ivan Della Mea, un omaggio all’autore recentemente scomparso tratto dalla lettera del ragazzo galiziano Chaim lanciata oltre il filo spinato del lager di Pustkow e “Tredici milioni di uomini “ dei Cantacronache sull’assurdità della discussione sui numeri del genocidio ebreo.
Musiche e brani originali frutto di accurate ricerche di Grisolia (violinista del gruppo) infine riporteranno alla giusta attenzione anche le vicende degli I. M. I., gli INTERNATI MILITARI ITALIANI catturati e costretti al lavoro coatto nei campi dai nazifascismi, il loro rifiuto ad aderire al nazifascismo dopo l’8 settembre li obbligherà a umiliazioni, lavoro duro e soprattutto la fame e per molti oltre 60.000 su 600.000 li porterà alla morte. Per le scuole, con differenti versioni dello spettacolo per Medie e Superiori, lo spettacolo assume la forma di lezione –interattiva con elementi di scena , triangoli di stoffa oggetti ecc che serviranno a coinvolgere gli alunni, e offrirà un ottimo spunto per successiove riflessioni oltre che possibili discussioni in sala.
Lo spettacolo ha durata di 1 ora e 30 min circa ed è possibile presentarlo in teatro, sale saloni oltre che in spazi aperti. Il gruppo è dotato di autonomo impianto di amplificazione.
I CANTOSOCIALE attivi da 16 anni sul territorio nazionale con concerti, lezioni, animazioni culturali in vari contesti; dai teatri alle biblioteche dalle piazze ai centri sociali alle strade; partecipano spesso a feste popolari, rassegne e festival musicali e sono ben conosciuti anche nelle scuole di diverso grado, dalle materne alle superiori oltre che per gli spettacoli specifici su argomenti storici, anche per i numerosi laboratori di animazione alla lettura, di ricerca e teatralizzazione della cultura orale e popolare. In particolare il lavoro in questi anni realizzato sulla Storia del nostro Paese con specifici spettacoli-tematici :dai Deportati nei Lager, alla Resistenza, dal Risorgimento alla 1^ Guerra Mondiale frutto di ricerche storiche oraliste differenziate per territorio, li ha fatti apprezzare in tutta Italia. Del gruppo ormai consolidato fanno parte Vittorio Grisolia , violinista e pluristrumentista (ocarine, baghèt, flauti popolari, mandolino, armonica a bocca…) di valore assoluto nel panorama del folk italiano. Fondamentale anche l’apporto di Christian Anzaldi, trentenne novarese , stimato maestro di chitarra è noto per la sua vivace attività musicale in gruppi rock, pop ,blues dell’area novarese –milanese. La sua molteplice versatilità strumentale dalla fisarmonica alle diverse chitarre acustiche ed elettriche oltre a dobro, banjo ha arricchito di colori e timbri la musica del gruppo.Recentemente ha arruicchito l’organico Davide Buratti apprezzato contrabbassista di estrazione jazzistica ben conosciuto anche in ambito cantautorale. Il nucleo storico è composto dall’istrionico Piero Carcano che oltre a scrivere i testi, cantare, suonare kazoo e percussioni, recita e anima (quando è il caso)conducendo “empaticamente” per mano il gruppo in simbiosi con il pubblico. A fianco a lui Gianni Rota, l’inseparabile “fratello”artistico, grintoso, ritmico e sensibile accompagnatore con la chitarra acustica, suadente ricamatore di melodie al flauto traverso nonché cantante dalla voce ruvida e “nera”. Il bresciano è un vero e proprio “rambler” di strada al servizio del gruppo, capace di districarsi in ogni situazione. I Cantosociale pur privilegiando l’aspetto emotivo e sociale del canto e della musica con gli anni hanno affinato le interpretazioni riuscendo gradualmente a caratterizzarsi di un suono distintivo : un ” corposo, appassionato e contagioso folk” capace di permeare di forza emotiva e sensibilità le diverse situazioni performanti.

Info: pierocarcano3@gmail.com tel 3335740348 www.cantosociale.it facebook: cantosociale
ENTRATA LIBERA