Archivio for novembre, 2014

L’Italia di Renzi e Gentiloni non condanna il neonazismo

L’Italia di Renzi e Gentiloni non condanna il neonazismo

L’Italia di Renzi e Gentiloni non condanna il neonazismo
Pubblicato il 26 nov 2014

di Paolo Ferrero e Fabio Amato – comunicato stampa

«Vergognosa risposta data oggi dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni
sulle ragioni dell’astensione dell’Italia nell’Assemblea generale delle
Nazioni Unite nella votazione sulla proposta di risoluzione a proposito di
«lotta alla glorificazione del nazismo, del neonazismo e delle altre
tendenze suscettibili di alimentare le forme contemporanee del razzismo,
della discriminazione razziale, della xenofobia e della connessa
intolleranza».
La risoluzione contro il neonazismo è stata approvata dall’assemblea delle
Nazioni Unite il 21 novembre 2014 con una larghissima maggioranza (115 voti
a favore, incluso Israele), 55 astensioni e 3 no (Ucraina, USA e Canada). I
paesi dell’Unione Europea – tra cui l’Italia – si sono astenuti. è davvero
ripugnante che USA e paesi UE giungano a tale livello di spudoratezza per
non delegittimare gli alleati ucraini tra le cui file abbondano i neonazisti
che si sono resi protagonisti di crimini e violenze orribili in questi mesi.
Miserabile la giustificazione del Ministro Gentiloni che si è arrampicato
sugli specchi del revisionismo storico affermando che l’astensione è stata
motivata dal fatto che nella risoluzione non si condannavano altri
totalitarismi del Novecento. Nella sottesa equiparazione tra nazismo e
comunismo emerge la distanza ormai abissale tra il PD e la stessa cultura
dell’antifascismo e della Resistenza».

PAOLO FERRERO
segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

FABIO AMATO
responsabile Esteri di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Una sinistra contro il Pd e la Troika, una causa giusta

Una sinistra contro il Pd e la Troika, una causa giusta

Fallimento del semestre renziano all’Ue, manifesta a Roma la lista Tsipras con i suoi interlocutori europei e con esponenti dei movimenti sociali. Verso lo sciopero generale

di Ercole Olmi

 

“La Causa Giusta” no alla Troika, no a Renzi. Questo è il titolo della manifestazione indetta dalla lista L’Altra Europa con Tsipras e che si svolgerà domani, sabato 29 novembre, a Roma in Piazza Farnese a partire dalle 14.
Una manifestazione, quella promossa dall’Altra Europa con Tsipras, che pone al centro il fallimento del semestre europeo, il jobs act e il prossimo sciopero generale. Interverranno all’appuntamento rappresentanti del Parlamento Europeo e dei soggetti politici europei, insieme alle realtà politiche e di movimento che si sono rese protagoniste delle lotte nel nostro Paese.

Un appuntamento che la lista si dà «in vista dello sciopero generale a difesa dell’articolo 18» con la partecipazione di esponenti di varie formazioni europee di sinistra (Bloco de Esquerda, Sinistra Europea, Podemos e Syriza), ma che servirà soprattutti a ricompattare movimenti e sinistra italiana. In piazza ci saranno i tre eurodeputati della Lista Tsipras eletti in Italia: «Si aprono praterie per un soggetto di sinistra realmente democratico – ha siegato Rosa Rinaldi nella conferenza stampa di presentazione dell’evento – perchè sono avvenuti dei fatti: il risveglio sociale ed il mutamento del sistema politico con Renzi e Napolitano che hanno liquidato la centralità del Parlamento in un contesto di minaccia alla nostra democrazia. Poi c’è la trasformazione del Pd che ormai come partito non esiste più». «Se ci guardiamo attorno nel Mediterraneo, le sinistre sono vincenti. Le altre formazioni “sorelle” sono potenziali forze di governo attestate al 30%. In Francia è il contrario: c’è la peggiore destra. Noi in Italia siamo al bilico tra queste due realtà. Questa giornata è punto di passaggio per la costruzione di un soggetto unico della sinistra europea. A piazza Farnese da un lato facciamo parlare le nostre sorelle e i nostri fratelli di sinista, una volta di diceva così, ma daremo spazio anche ai movimenti a cui non viene data visibilità: Stop Ttip, Forum sull’acqua, no-Tav, Stop biocidio».

Ecco chi parlerà dal palco.

PARLAMENTARI EUROPEI

1) Barbara Spinelli

2) Eleonora Forenza

3) Curzio Maltese

4) Maite Mola, Vice Presidente del Partito della Sinistra Europea

5) Tania Gonzales eurodeputata Podemos,

6) Theano Fotiou  responsabile attività solidali di Syriza

7) Katarina Martinz (Movimento portoghese “Che se lixe a Troila”, deputata portoghese)

 

MOVIMENTI

8) Campagna STOP TTIP  (Elena Mazzone delegata dalla Campagna)

9) Forum dell’Acqua

10) NO TAV  (Nicoletta Dosio)

11) Campagna STOP Biocidio (intervento dalla “Terra dei Fuochi”)

LAVORO/PRECARIETA’

12) Gianni Rinaldini

13) Giorgio Airaudo

14) Lavoratore (AST Terni)

15) Roberta Fantozzi

16) Loretta Pieralli (Orchestra del Teatro dell’Opera)

17) Francesco Sylos Labini (precari)

18) ACT  Elena Monticelli

20) Monica Pasquino (25 novembre violenza sulle donne)

21) Sandro Medici (periferie vecchie e nuove contraddizioni Tor Sapienza)

22) Cristina Quintavalla (i tagli del governo ai territori tagliano diritti sociali e servizi )

Ecco il manifesto di convocazione: “Continua l’Europa della austerità con una nuova Commissione di larghe intese fra popolari e socialisti che persevera nelle politiche di rigore, nelle privatizzazioni e nella precarizzazione del lavoro. Altro che cambiare verso all’Europa: Renzi ha fatto i compiti a casa!
Col Job act si tolgono diritti fondamentali, si rafforza la precarietà, si colpisce la cassa integrazione.
Con la legge di stabilita’ si procede a tagli devastanti per il welfare e gli enti locali e si spinge alla privatizzazione dei servizi, Con lo Sblocca Italia si da’ il via libera a nuove cementificazioni e a nuove devastazioni di territori e ambiente. Con le riforme istituzionali si smantellano costituzione e democrazia.
Il governo Renzi a colpi di twitter fa politiche vecchie e fallimentari: politiche di destra!
Un grande movimento di lotta e di cambiamento sta crescendo contro queste politiche.
L’Altra Europa con Tsipras si batte perchè si ponga fine alla austerità e si costruisca una Europa dei diritti sociali e civili attivando un grande piano per creare nuova occupazione e per la riconversione ecologica dell’economia. L’Altra Europa difende l’articolo 18 e chiede che venga esteso a tutti. Vuole cancellare le leggi che determinano la precarietà e chiede un reddito di base per tutti”.

Perchè un nuovo giornale comunista

Perchè un nuovo giornale comunista

di RAUL MORDENTI

Dedicato a Bianca, comunista, e alla sua lotta.

I comunisti e le comuniste sembrano finora aver perso la battaglia mediatica senza neppure averla combattuta. Abbiamo permesso che giornali fondamentali nella storia della sinistra comunista venissero meno, o addirittura cambiassero di campo; abbiamo abbandonato il terreno delle radio di movimento e abbiamo completamente mancato di misurarci sul terreno delle TV; abbiamo assistito senza muovere un dito alla chiusura di “Liberazione”, il giornale di Rifondazione Comunista; ora rischiamo di non cogliere (per insufficienza di riflessioni e di pratiche intelligenti) anche la grande occasione che, fra mille limiti e problemi, potrebbe essere rappresentata dalla comunicazione nella rete.

Così la borghesia controlla oggi in modo monopolistico e capillare l’intero sistema informativo, senza incontrare quasi nessuna opposizione (sono solo il simbolo più oltraggioso di questo monopolio insopportabile le 70 ore in TV nell’ultimo mese di Renzi, senza mai alcuna contraddizione che non fossero le leccate della lingua di chi lo intervistava).
Eppure, lo sappiamo bene, la battaglia mediatica è decisiva nella guerra fra le classi. Si tratta anzitutto di contrastare il terribile potere che oggi ha la borghesia di far conoscere una cosa oppure di nasconderla del tutto; per citare solo poche cose esemplari: chi può sapere, leggendo i giornali italiani, che i tagliagole dell’ISIS sono stati armati dall’Occidente? Quale giornale ci parla della criminale politica della Turchia, fedelissima della NATO, contro i kurdi che si battono eroicamente e da soli? E chi conosce il vero ammontare dei finanziamenti pubblici alle banche? Chi sa quanto si mettono in tasca i Marchionne e i Moretti, e quali sono i salari di fame degli operai metalmeccanici e dei ferrovieri? Oppure: quale TV ha parlato della recente straordinaria visita a Roma del presidente boliviano Evo Morales o dell’invito a resistere e continuare la lotta che gli è venuto dal Papa? Ed esempi come questi potrebbero facilmente continuare a centinaia.
Questo potere di far conoscere e/o di nascondere è già di per sé gigantesco, anche perché induce nei proletari la terribile convinzione di essere soli, anzi di non esistere. Ma ancora più decisivo è il potere di determinare, attraverso il controllo dei mass-media, il modo di pensare delle masse, di conformare il loro sistema di valori, di orientare il loro senso comune. Ce lo ha insegnato Gramsci, al quale anche nel titolo del nostro giornale osiamo ispirarci.

Una classe che guarda il mondo con gli occhiali dei suoi nemici è perduta. Al contrario, come ci ha detto l’ambasciatore del Venezuela bolivariano, Isaìas Rodriguez Diaz (nel corso del seminario da noi organizzato a Tor Vergata il 23 ottobre): “Un popolo informato è potente”.
Nell’accingerci oggi a costruire un organo di informazione comunista, noi siamo coscienti della sproporzione che esiste fra questo compito e le nostre forze. Noi siamo solo un collettivo di compagni e compagne, tutti/e comunisti/e anche se non tutti iscritti al PRC, privi di capitali e perlopiù giovani, dunque anche privi di esperienza giornalistica. Eppure speriamo e crediamo che ci siano cose fondamentali che possono spingere al successo questa impresa.

Il primo elemento di speranza è proprio la crisi che il capitalismo sta vivendo in Italia e nel mondo. Noi pensiamo convintamente che questa crisi capitalistica sia del tutto irresolvibile da parte dei capitalisti, e proprio questa convinzione della impossibilità/incapacità delle socialdemocrazie di risolvere la crisi è ciò che ci rende comunisti. Loro non possono risolvere una crisi in cui il capitale finanziario che gira per il mondo è oltre cinque volte maggiore del totale dei beni reali del pianeta, in cui 85 esseri umani miliardari posseggono tanto quanto posseggono tre miliardi e mezzo di uomini e di donne, in cui il 17% dell’umanità, che si chiama Occidente, consuma solo per sé l’80% delle risorse del pianeta terra.
Ciò – beninteso – non significa affatto che la rivoluzione oltre che necessaria sia anche facile: esiste sempre aperta davanti all’umanità associata (se essa non si libererà in tempo dal capitalismo in crisi) la via della catastrofe. È la via che stanno percorrendo la BCE, la coalizione fra centrodestra e socialdemocratici che governa l’Europa, e in Italia Renzi: attacco frontale ai salari e alle pensioni, riduzione dei lavoratori alla semi-schiavitù di chi è senza-diritti (a questo serve la soppressione dell’art.18), distruzione dello Stato sociale (scuola e sanità), disoccupazione, precariato, attacco alla Costituzione per imporre lo Stato voluto dalla P2 (leggi elettorali truffa e presidenzialismo) e, in particolare, la guerra. La guerra capitalistica è infatti già iniziata e sappiamo che essa rappresenta il solo modo conosciuto dal capitale per affrontare le sue crisi. Dunque oggi è più che mai all’ordine del giorno il dilemma antico “Socialismo o barbarie”, ma in questa battaglia contro le guerre e la guerra del capitale noi comunisti sappiamo di non essere soli.

Il secondo elemento è l’esistenza di una vasta area di compagne e compagni, dispersi ma non rassegnati, colpiti ma non sconfitti. A tutti e a tutte loro noi anzitutto ci rivolgiamo. Le modalità della comunicazione nella rete possono aiutarci nel nostro sforzo di unità: noi non solo vogliamo ospitare i link dei blog e dei siti della sinistra antagonista ma vogliamo far funzionare le nostre pagine come un luogo di dibattito aperto e autentico sulle tante questioni, politiche e teoriche, che sono aperte davanti ai comunisti e alla sinistra tutta.
Certo pesano su questa nostra area degli errori soggettivi gravissimi, di tutti noi e in particolare dei nostri gruppi dirigenti: errori di istituzionalismo, di settarismo, di personalismo, di opportunismo.

Ma è il momento di voltare pagina, per tutti e tutte, e di lavorare insieme. Perché la nostra storia, anche recente, ci insegna che i dirigenti di Partito possono anche passare, o lasciare, ma l’esigenza di proletaria di avere un partito comunista resta, e anzi cresce col tempo. Il livello di organizzazione che ha resistito e resiste (a cominciare da quella più significativa, il PRC) è dunque un patrimonio prezioso da non disperdere. Non è certo questo il momento di sciogliersi, magari per inseguire chi, a sua volta, si ostina a inseguire il PD, il quale per parte sua ha inseguito, e anzi già raggiunto e superato Berlusconi! Questo grottesco balletto non ci riguarda in alcun modo. Noi vogliamo contribuire invece a costruire subito e dal basso un polo unitario di opposizione di classe della sinistra: unire i comunisti per unire la classe e la sinistra. Il momento è ora. Un giornale/portale comunista come La Città Futura vuole contribuire a questo compito.

Jobs act, lo scandaloso voto di chi era in Cgil

Jobs act, lo scandaloso voto di chi era in Cgil

Epifani, Damiano, Bellanova, Fedeli: ieri in Cgil, oggi in Parlamento a votare per manomettere lo Statuto dei lavoratori. E Camusso fa finta di niente

di Giorgio Cremaschi

 

Ci sono comportamenti che non possono essere ascritti alle diversità di ruoli e funzioni. La Cgil chiederà a milioni di lavoratori il 12 dicembre di fare a meno di 8 ore di prezioso salario per scioperare contro il jobact. Tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD han votato a favore di quella legge contro la quale i loro ex rappresentati scenderanno in lotta. Guglielmo Epifani è stato il predecessore e anche colui che ha costruito l’elezione di Susanna Camusso, Cesare Damiano é stato vice segretario della Fiom, Valeria Fedeli, vice presidente del senato, è stata segretaria generale dei tessili. Assieme a loro molti altri dirigenti di categorie e strutture confederali meno conosciuti, in qualità di parlamentari del PD oggi votano il Jobact. È un fatto politico rilevante, un danno enorme per la Cgil, altro che lobby dei sindacalisti in parlamento. Nella tradizione laburista britannica i dirigenti sindacali che diventano deputati portano nelle istituzioni gli interessi della loro organizzazione. Da noi i parlamentari di provenienza Cgil non fanno neanche obiezione di coscienza di fronte ad un provvedimento che provoca dolore e rabbia nei loro ex rappresentati. Cioè coloro, per essere ancora più chiari, a cui qualcosa dovrebbero, visto che stanno dove stanno proprio in virtù delle lunga carriera sindacale.

E proprio qui sta il punto. Il comportamento di Epifani e di tutti gli altri porta acqua al mulino di chi associa il sindacato alla casta e alla degenerazione della politica. In questo essi sono perfettamente e utilmente renziani. Nell’ultimo congresso della Cgil la nostra piccola minoranza aveva chiesto che si ponesse una regola al conflitto d’interessi nelle carriere dei dirigenti sindacali. Avevamo chiesto che non si potesse passare immediatamente da un importante ruolo nell’organizzazione ad un altro nelle istituzioni. E a maggior ragione che ai dirigenti Cgil non fosse permesso, pena risarcimenti verso gli iscritti, di saltare la scrivania delle trattative sindacali diventando manager aziendali. Chi viaggia in treno e parla con qualche ferroviere sa quanto abbia nuociuto alla credibilità stessa della Cgil, il fatto che Mauro Moretti sia passato direttamente dalla segretaria del sindacato trasporti alla direzione delle ferrovie. Bisognava pensarci e capire che nell’Italia di oggi, che non é certo quella di DiVittorio, lo sbocco politico e aziendale delle carriere sindacali avrebbe fatto danno. Invece queste nostre richieste sul conflitto di interessi son state respinte con sufficienza e fastidio, con quella stessa chiusura ottusa che si è opposta al nostro avviso di prepararsi in tempo allo scontro con Renzi. Contro cui ora la Cgil è costretta a fare lo sciopero generale, mentre i suoi ex dirigenti stanno dall’altra parte.

No, non se la cava Susanna Camusso ignorando il voto in parlamento di colui che chiamava capo quando era in Cgil. E neppure può risolverla dicendo che adesso Epifani fa un altro mestiere. Perché nell’Italia di oggi non sarebbero pochi quelli che penserebbero che chi proclama gli scioperi oggi, li tradirà domani quando troverà una collocazione migliore.

No, far finta di niente aggrava solo un danno che il gruppo dirigente attuale della Cgil ha una sola via per contenere. L’attuale segreteria deve dichiarare la rottura politica e morale con gli ex che han votato il jobact e fare di questo atto un momento di una più profonda ricollocazione della Cgil. Una ricollocazione in una posizione indipendente dagli schieramenti elettorali e contro il Pd renziano. Altrimenti già il 13 dicembre la Cgil inizierà una rovinosa ritirata.

CONTRO RENZI, MERKEL, DRAGHI PER IL LAVORO, IL REDDITO, LA DIGNITA’!

CONTRO RENZI, MERKEL, DRAGHI PER IL LAVORO, IL REDDITO, LA DIGNITA’!

VOLANTINO29NOV-12DIC14

Renzi e Salvini, due facce dello stesso regime

Renzi e Salvini, due facce dello stesso regime

di Giorgio Cremaschi

A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando, anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, maperché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi , e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto. Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

GIORGIO CREMASCHI

LA CASA DI PAGLIA

LA CASA DI PAGLIA

FONTANETO D’AGOGNA ( NO)

LA CASA DI PAGLIA

In via della Pace (vicino campo sportivo) presenta
sabato 29 novembre 2014
prima degustazione dei 3 risott e poi alle 21.30

BLUES & BARLAFùS LIVE

nel concerto Tra RiS & RiSA dal Tisin al Mississippi

Storie e Canzoni tra le risaie ,campi di coton e…le risate . il Ticino e il Mississippi, Il cabaret e l’osteria

un viaggio musicale semiserio tra i canti delle mondine ,i work song e i blues conditi da folk, Jazz , Rhytm & Blues e Cabaret. Da Woodie Guthrie, Robert Johnson,B.B. King a Gaber,Jannacci,W.Valdi,i Gufi… passando per Gianni Rodari….

Un viaggio fantasioso attraverso le rime popolari, le storie e…

le balle che si cantavano, si contavano e ancora ci raccontano

i bluesmen , i paisàn e tanti tanti barlafus di ieri e di oggi… insieme a:

Piero Carcano: Voce, Kazoo, Armonica

Gianni Rota: Chitarre, Flauto, voce

Davide Buratti: Contrabbasso, basso elettrico

Michele “Master” Mastrofilippo: Tromba, Flicorno, Tromba a tiro

Gabriele Pascale: Batteria e percussioni

Nello spettacolo, lo spettacolo sarà caratterizzato maggiormente da un repertorio DEI CANTI DI RISAIA appositamente riarrangiati a forti tinte blues. Senza comunque prendersi troppo sul serio e tirarsela credendo di essere una blues band ..…e così facendo in pieno spirito RISICOLO RIDICOLO tra RISA e RISI

Nato da una costola della storica band folk-rock dei CANTOSOCIALE, i BLUES & BARLAFùS ne mantengono lo spirito passionale accentuando i toni spettaciolari, divertenti e di colour BLUE ,così come era naturale che fosse visto passioni personali e background culturale.

I Blues & Barlafùs muovono i primi passi “on the road “ sulla via di confine tra il folk

lombardo-piemontese e quello dell’America più black, la chanson più dissacrante francese e ..il cabaret milanese anni 70 ricercando un filo comune che leghi testi e musiche .

Un background molto “originale” costituito da balle e ballate, conte, filastrocche, canti

e canzoni di sferzante umorismo, irriverenti e dissacranti come solo la cultura popolare tradizionale sa creare e sullo stesso solco la canzone d’autore dei più arguti e liberi cantautori. Il clima musicale è acustico, rilassato, caratterizzato da una buona dose d’improvvisazione , comune denominatore dei diversi generi e il gruppo sin dall’inizio diventa un laboratorio dove di volta in volta entrano ed escono musicisti di provenienza diversa ma con la condizioneessenziale di possedere anche in minima parte il “blue’s touch”, quel“particolare”senso del blues.

Delò resto :Il blues è fatto di storiaccie da cantare, un lavoro sporco che qualcuno deve pur ben fare!!!!!

Quindi a fianco dei blues rurali alla Bukka White e Robert Johnson si possono ritrovare le canzoni della vègia Milan, di quel “liggera” del Pelè e persino tracce del cabaret di Jannacci , Valdi, dei Gufi.da un “Ho visto un Re” a un” Messico e nuvole” e una Vincenzina davanti a la fabbrica.

Così come a fianco alle ballate sociali di Woody Guthrie( il papà spirituale di Bob Dylan per intenderci) non possono poi mancare i canti di risaia, quelle sfacciate strofe che irridevano suocere e vicine di casa , mariti e padroni e i canti d’osteria, quelle ballate fatte di “balle “ raccontate da poco attendibili “barlafus” , dove si vagheggiano amori impossibili, passionali e strampalati, improbabili ricchezze e nobiltà, in definitiva sogni spacciati per realtà ma anche tante verità fatte da racconti di gente povera

Si canta anche l’oggi soprattutto la vita di tutti i giorni ricercando qua e la”gli eroi” tra elettricisti bonaccioni, sparagnini impiegatucci,imbranati poetici -erotici fallimenti . Nascono così epiche edonchisciotesche ballate originali come “Il mutuo del Ballesio Carlo”(l’occitano) “Il Miaurizio”, “Il proctologo apprendista” e siopratitti “ Tarabuso Blues”. Si canta anche di politica, ma alla buona “ a spanne” accentuando i toni satirici ed ironici, mettendo l’accento sulle durezze della realtà,dei “sensa tecc, dei disoccupà” comuni al di qua e di là del Navili e del Mississipi e qualche volta senza badare al “politically correct” per puro spirito di libertà e di battuta si scherza anche sugli argomenti più tabù. Insomma si riproporrà per molti versi il clima delle osterie , delle barrell-house, dei vecchi ritrovi dove si parlava si discuteva animatamente senza peli sulla lingua su vari argomenti.

Poi qualcuno che aveva portato la chitarra cominciava a suonare e tutti gli andavano dietro e così si cantava fino a tarda,tardissima sera insieme rigorosamente al bicièr de vin che di fatto “cantava “ e “faceva cantare” anche lui.atto “cantava “ e “faceva cantare” anche lui.

 

Lo sciopero c’è, ora serve la strategia

Lo sciopero c’è, ora serve la strategia

Tratto da: La città futura

Scritto da: Dino greco

L’approdo politico (definitivo?) del Pd a trazione renziana è mirabilmente riassunto nello sbocco d’ira con cui il Genio della Lampada ha commentato l’opposizione di massa (ahinoi tardiva) alla cancellazione tardiva dell’articolo 18.

“Ma come, – ha tuonato Renzi – si pretende che un giudice, cioè un corpo estraneo al libero rapporto fra datore di lavoro e dipendente, entri in fabbrica e limiti la libertà dell’imprenditore di cacciare chi non gli è gradito?”
Eccoci serviti: il luogo di lavoro deve tornare ad essere, più di quanto già non sia, una zona franca, dove sono bandite le leggi dello Stato e i diritti azzerati, a partire da quel relitto antidiluviano che per Renzi e compagnia cantante è la Costituzione repubblicana.
La reintegrazione nel posto di lavoro nel caso in cui un licenziamento sia stato intimato senza “giusta causa” è equiparata ad un’usurpazione inflitta all’imprenditore.
Non poteva essere meglio formulata la concezione “basica” dei rapporti sociali incardinata nel pensiero leopoldano: “libero padrone in libera impresa”, ovvero “libera volpe in libero pollaio”.
Non perderei tempo in dispute nominalistiche tese ad acclarare se siamo oppure no alla riedizione di una forma di fascismo. Diciamo piuttosto che Renzi rappresenta genuinamente il dominio assoluto del capitale nell’epoca della superfetazione finanziaria.
Dentro il bozzolo artificiale di un’esibita modernità tecnologica cresce una politica apertamente reazionaria, di conio ottocentesco, condotta per nome e per conto delle classi dominanti.
E’ Renzi stesso, del resto, a farci conoscere i suoi mentori: sono Toni Blair (l’uomo che portò a compimento il disegno di distruzione del welfare inaugurato da Margareth Tatcher); Luigi Zingales (l’erede più recente del mercatismo integrale di Milton Friedman e della scuola di Chicago); e Pietro Ichino (il fautore di un organico programma di distruzione del giuslavorismo moderno e del potere di coalizione dei lavoratori).
Fatale, date queste premesse, che si sia giunti a mettere nel mirino il diritto di sciopero e che i questori d’Italia abbiano compreso che si può tranquillamente menare botte sugli operai.

Anche nei piani alti dell’edificio sociale si è colto con sicuro istinto di cosa si tratta. Così, noti finanzieri d’assalto, top manager rampanti, immobiliaristi e palazzinari, vertici di fondazioni ed organizzazioni di impresa sono volati a corte ed ora figurano fra i più entusiasti ed ovviamente disinteressati finanziatori della new age. I cui giovani astri nascenti, clonati nel casting fiorentino, sembrano tante “pecore Dolly”, l’ovino – ricorderete – nato biologicamente vecchio, malgrado l’ostentata posa da Ventesima Avenue.

Quanto alla cosiddetta minoranza del Pd, quella, per capirci, di ascendente occhettiano, col sangue ormai annacquato da innumerevoli abiure e transumanze, non emette che patetici belati, avendo deciso da gran tempo il proprio approdo liberal-democratico, anch’esso di troppo per la ruzzola liberista che precipita senza freni.

Da dieci giorni la Cgil – paralizzata per anni da un’inerzia letargica – ha fatto la Cgil. E’ bastato questo scampolo di resuscitata vitalità sindacale per fare vacillare la boria del capo del Pd. Persino i media nostrani, sempre avidi di servilismo verso i potenti di turno, hanno dovuto per un istante moderare le proprie ruffiane genuflessioni. E’ il conflitto sociale, bellezza, che quando irrompe sul serio sulla scena politica redistribuisce le carte, lo si voglia o no, a tutti gli attori in gioco. Ora, però, delle due l’una. O si alza davvero il tiro o se si rincula il contraccolpo può diventare micidiale.

Scioperare è molto più che manifestare. Comporta sacrifici consistenti. E so per esperienza che i lavoratori – e massimamente gli operai – per aderirvi vogliono vederci chiaro. Vogliono, innanzitutto, sapere perché vengono chiamati alla lotta. Vogliono vedere – e condividere, attraverso l’esercizio pieno della democrazia – una piattaforma, concordare una strategia e una tattica. E chiedono allo “Stato maggiore” del proprio sindacato di non essere lasciati sul secco di fronte alla prima difficoltà. Potete essere certi che queste cose i lavoratori le chiederanno nelle assemblee già programmate per preparare lo sciopero del 12 dicembre. E staranno molto attenti alle risposte che saranno loro date. Vorranno capire se si apre una vertenza oppure se si sta facendo “ammuina”. Tanto più che la posta è altissima, perché squisitamente politica.

E qui sta la difficoltà. Poiché il punto da cui si riparte – per avere tutto subito, in questi anni, senza colpo ferire – è molto basso.
Scioperare per l’articolo 18 è sacrosanto, ma non per tornare alla versione di Elsa Fornero. E affrontare sul serio la crisi non può ridursi a biascicare qualche chiacchiera contro l’austerity e la voracità teutonica. Se fai per davvero devi avere la forza di disobbedire ai trattati iugulatori (da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il pareggio di bilancio) e chiarire cosa ciò comporta; devi chiedere una vera patrimoniale e una politica fiscale che restituisca progressività all’imposta sul reddito; devi pretendere che sia posto un tetto agli stipendi e alle pensioni; devi opporti alle privatizzazioni e rivendicare concrete misure contro le delocalizzazioni; devi riprendere l’iniziativa per il rinnovo dei contratti scaduti da secoli; devi porre all’ordine del giorno la statalizzazione della siderurgia nel contesto di un nuovo ruolo della “mano pubblica” e rimettere in discussione il ruolo della Banca centrale e della Cassa depositi e prestiti; devi avere una linea chiara sugli investimenti nell’infrastrutturazione primaria, smettendo di parlare acriticamente di crescita e contemporaneamente rilanciando una strategia di riduzione generalizzata degli orari di lavoro senza la quale è velleitario pensare che si possa venire a capo della disoccupazione.

Ebbene, tutto questo al momento non troviamo nella bisaccia della Cgil che troppa polvere ha accumulato sul proprio armamentario strategico.
Per questo spetta a noi il compito di partecipare a tutte le mobilitazioni prossime venture, non in modo passivo, o invisibile, ma ponendo ovunque l’intera dimensione del conflitto che di snodo senza i quali non sarà possibile aprire una prospettiva nuova.

“La città futura”, tra il popolo del Prc spunta una nuova iniziativa editoriale

“La città futura”, tra il popolo del Prc spunta una nuova iniziativa editoriale
“La città futura”, tra il popolo del Prc spunta una nuova iniziativa editoriale
Tra il popolo Prc è nato un nuovo giornale, si chiama “La città futura”. Il foglio, otto pagine in formato tabloid ridotto, è stato distribuito nel corso del corteo dei metalmeccanici a Napoli. E sarà distribuito ancora il 29 novembre nel corso dell’iniziativa dell’Altra Europa a Roma. Più che di cartaceo però bisogna parlare di una vera e propria iniziativa editoriale che contempla anche un sito on line. Uno sforzo di visibilità in un momento in cui nell’ambito dei militanti e dei simpatizzanti del Prc fatica a prendere corpo un punto di riferimento di opinione pubblica dopo la crisi di Liberazione cominciata nel 2012.Tra le colonne della nuova testata, che per adesso è un semplice “ciclinprop”, e sul sito, fanno capolino alcune firme già di Liberazione, come quella di Dino Greco, Romina Velchi, Fabio Sebastiani e Maria Rosa Calderoni. Con loro, anche Lucio Manisco e Gianni Manisco. Il primo è stato direttore di Liberazione e il secondo collaboratore.Tra le specialità del sito, la politica estera, anche perché tra le battaglie politiche di primo piano di “La città futura” c’è sicuramente quella del blocco economico contro Cuba, e l’economia. Da segnalare, per il momento, un intervento di Monica Xavier, presidentessa del Frente Amplio in Uruguay; di Ugo Boghetta sull’euro e la sinistra; e di Giuseppe Prestipino su Gramsci e Togliatti.“Nell’accingerci oggi a costruire un organo di informazione comunista – scrive Raul Mordenti nell’editoriale di presentazione – noi siamo coscienti della sproporzione che esiste fra questo compito e le nostre forze. Noi siamo solo un collettivo di compagni e compagne, tutti/e comunisti/e anche se non tutti iscritti al PRC, privi di capitali e perlopiù giovani, dunque anche privi di esperienza giornalistica. Eppure speriamo e crediamo che ci siano cose fondamentali che possono spingere al successo questa impresa”.

L’aggiornamento del sito per il momento è settimanale e viene segnalato da una newsletter alla quale ci si può iscrivere. Stefano Paterna è il direttore responsabile. L’organizzazione redazionale è affidata a una coop che ha lo stesso nome della testata, completamente autofinanziata.

http://www.lacittafutura.it/

Il seme rosso dell’Altra Emilia Romagna

Il seme rosso dell’Altra Emilia Romagna
Il seme rosso dell’Altra Emilia Romagna
Tratto da: Contro la crisi.org – Scritto da NANDO MAINARDI

Renzi e il Pd stanno facendo attorno a sé il deserto e lo chiamano democrazia: l’affluenza alle urne del 37% indica una cesura storica, è l’abbattimento del poco che rimaneva del modello emiliano-romagnolo. Rispetto alle regionali del 2010, il Partito Democratico ha perso per strada il 50% del proprio elettorato. Di certo gli scandali legati alle “spese pazze” hanno giocato un ruolo, ma sarebbe troppo riduttivo e fuori dal mondo pensare che sia solo questo. C’entra l’impatto traumatico e inedito tra lo spazio regionale e locale di intervento della politica istituzionale – diventato progressivamente sempre più residuale e subalterno agli interessi economici consolidati – e l’esplosione della crisi determinata dalle politiche neo-liberiste praticate a livello nazionale ed europeo. Non c’è più nessuna contraddizione tra la direzione complessiva e lo stato di salute del Paese e la direzione complessiva e lo stato di salute della nostra regione, contrariamente a quanto è avvenuto in alcune fasi del secolo scorso. E c’entra il governo Renzi, che ha lanciato una “guerra” ideologica contro i lavoratori e il sindacato: giustamente Cristina Quintavalla, la candidata alla presidenza de L’Altra Emilia-Romagna, ha parlato di “sciopero degli elettori”. Bonaccini ha quindi vinto, ma in un quadro allarmante: votato da 615.000 elettori su 3.460.000, e con la Lega Nord che arriva al 20%, dopo una campagna elettorale fascistoide e all’insegna della xenofobia e del razzismo. Un quadro che ci restituisce l’idea di una democrazia che una volta avremmo definito “all’americana” (ormai bisogna dire anche “all’europea”), con germi di autoritarismo e di delegittimazione. Il risultato de L’Altra Emilia-Romagna rappresenta un “piccolo” ma significativo elemento di controtendenza al renzismo: abbiamo avuto pochissimo tempo – Errani si è dimesso a luglio – per costruire una proposta politica, programmatica che potesse affrontare il passaggio elettorale. Nel superamento del “ciclo Errani” abbiamo individuato – come Rifondazione Comunista – sin da subito un arretramento significativo e ulteriore nel profilo del centrosinistra: ci è parso evidente che la fine di tale ciclo sarebbe stata utilizzata per massimizzare le politiche privatizzatrici e moderate del governo regionale, e per spazzare via tutto il resto. Da qui, la nostra scelta di lavorare immediatamente per la costruzione di un’alternativa di sinistra, in continuità con l’esperienza de L’Altra Europa. I comitati de L’Altra Europa hanno, a loro volta, avviato una discussione per valutare se fosse stato possibile presentare una lista che si richiamasse a quanto messo in campo con le elezioni europee, o se i tempi strettissimi consigliassero una rinuncia. L’esito di tale complessa discussione è stato favorevole, malgrado fosse chiaro l’orientamento di Sel verso il centrosinistra “renzizzato”. I comitati sono stati il “cuore” de L’Altra Emilia-Romagna: insieme, in decine e decine di riunioni e assemblee, abbiamo discusso il programma, le regole, le candidature. Abbiamo fatto una campagna elettorale all’attacco, cogliendo nel legame tra le politiche e gli indirizzi del governo Renzi e le proposte del Pd emiliano-romagnolo il tratto saliente della coalizione di centrosinistra. Cristina Quintavalla, la nostra candidata alla presidenza, ha saputo dare visibilità, credibilità e efficacia all’idea di alternativa che ha caratterizzato la nostra lista, al punto che Cristina ha raggiunto il 4% e L’Altra Emilia-Romagna il 3,7%: un risultato che, fino ad un mese fa, sembrava impossibile. Pensiamo che il nostro risultato parli anche al di là dei confini dell’Emilia-Romagna: più che una prospettiva compiuta, è un seme, indica una possibilità, dice alcune cose. La prima cosa che dice è che collocarsi in alternativa al Pd – anche laddove il partito di Renzi è particolarmente radicato e forte – non significa collocarsi necessariamente ai margini e rinunciare alla rappresentanza istituzionale: non significa essere destinati alla sconfitta, come alcuni teorizzano. Bisogna provare e osare. La seconda è che il voto emiliano-romagnolo ci restituisce due sinistre: una di governo, Sel, che ha ottenuto il 3%; la seconda di alternativa, L’Altra Emilia-Romagna. Se ci fossimo presentati in modo unitario, avremmo potuto puntare ad un consenso significativo, ma evidenti divergenze strategiche – su quale rapporto con il Pd – lo hanno impedito. Pensiamo che, esattamente come alle ultime politiche, la scelta di Sel sia destinata a mostrare il fiato corto: l’alleanza ha consentito con molta più facilità di eleggere, ma è caratterizzata sin dall’inizio da uno squilibrio brutale nei rapporti di forza. Sel non conterà nulla, dato che il Pd ha la maggioranza assoluta dei consiglieri. La partita a sinistra, quindi, non è certo chiusa e riteniamo di avere tutte le carte in regola – su un piano generale – per lanciare una sfida sul terreno “dell’egemonia”, proprio perché ci sembra molto fragile l’opzione della sinistra di governo e compatibilista. La terza cosa è che l’idea di costruire la sinistra di alternativa, con modalità aperte e plurali, coinvolgendo comitati, movimenti, forza organizzate, singoli, funziona. E’ fondamentale praticare forme di convivenza di linguaggi, culture politiche, appartenenze diverse, perché solo così è possibile animare un progetto realmente unitario. L’Altra Emilia-Romagna proseguirà, perciò, il proprio cammino lavorando ancora più nella direzione dell’apertura e delle sperimentazione di modalità partecipative, mantenendo ferma la barra dell’alternativa. Ci sembra significativa e simbolica l’elezione a consigliere regionale di Nanni Alleva, che – con forza e determinazione – si è speso in questi mesi per denunciare i contenuti del Jobs Act e la feroce aggressione del governo Renzi contro lo Statuto dei Lavoratori. Ci auguriamo che il nostro lavoro di questi mesi possa essere un contributo per rafforzare e consolidare la costruzione de L’Altra Europa e de L’Altra Italia. Sabato ci attende – tutte e tutti – un altro, importantissimo appuntamento: la manifestazione nazionale de L’Altra Europa a Roma contro le politiche del governo Renzi e dell’Europa delle banche e dei padroni. Avanti!

Elezioni ER. Alleva: “Astensione sciopero contro Renzi. Sul lavoro il premier cambi strada”

Elezioni ER. Alleva: “Astensione sciopero contro Renzi. Sul lavoro il premier cambi strada”

Bologna, 24 nov. – Piergiovanni Alleva, giuslavorista di fama nazionale, classe 1946, sarà l’unico consigliere della lista l’Altra Emilia-Romagna a sedere tra i banchi del consiglio regionale. Si dice sorpreso dal voto (“non mi aspettavo un’astensione così alta”) e legge il voto delle regionali in Emilia-Romagna è da leggere in chiave nazionale.

“La gente ha votato pensando a Renzi, e questa astensione di massa è un segnale proprio verso il premier e le sue politiche sul lavoro. Ora cambi strada perché questo è stato un voto, direi uno sciopero, contro il governo“. Alleva giudica “positivo” il risultato dell’Altra Emilia-Romagna. “Avremmo voluto un richiamo più forte all’esperienza dell’Altra Europa ma Sel ha messo il veto”, racconta Alleva che bolla la decisione dei vendoliani di allearsi col Pd come “opportunismo politico”. “Hanno deciso di restare attaccati ai loro assessorati” ma “domani è un altro giorno”, spiega l’avvocato che in consiglio regionale vede comunque degli spazi politici per lavorare.

“Ci sono tanti consiglieri di sinistra al di là delle etichette”. Alleva cita ad esempio Stefano Caliandro, eletto tra le fila del Pd e suo collega non solo tra i banchi della Regione, essendo avvocato come lui e per giunta nello stesso studio legale. Perché la sinistra non è riuscita ad intercettare le 300mila persone che non hanno votato Pd? “Siamo una piccola realtà, è difficile bucare quella crosta, noi però abbiamo chiarito che il contenitore del Pd è ormai un contenitore politico di destra”.

Una bastonata chiamata compromesso

Una bastonata chiamata compromesso

di Piergiovanni Alleva :: da il manifesto

Spe­ra­vamo ancora, ma non ci siamo mai illusi, che i par­la­men­tari del Par­tito demo­cra­tico — o almeno quelli di loro che si pro­cla­mano di sini­stra — stes­sero dalla parte dei lavo­ra­tori nella deli­ca­tis­sima occa­sione della cor­re­zione del testo della Legge Delega sul lavoro. Hanno fatto, invece, tutto quanto pote­vano per cer­care di sanare l’illegittimità costi­tu­zio­nale del testo, che era un testo “in bianco” con riguardo ai licen­zia­menti, pre­ve­dendo alcune linee guida che però sono quanto di peg­gio i lavo­ra­tori potes­sero temere.

La tutela di rein­te­gro in caso di licen­zia­menti ingiu­sti è stata effet­ti­va­mente eli­mi­nata dai con­tratti di lavoro di nuova costi­tu­zione, di tal­ché non si può nean­che più par­lare di arre­tra­mento, ma solo di azze­ra­mento della tutela. La rot­tura tra il Par­tito demo­cra­tico e i lavo­ra­tori è così con­su­mata e, forse, è un bene. E’ un bene che sia finito l’equivoco del Pd par­tito di sini­stra o di centro-sinistra e che sia emersa la sem­plice verità, che il Pd di Mat­teo Renzi e del mini­stro Poletti è un par­tito di centro-destra filo padro­nale del tutto sordo ai valori di dignità, di sicu­rezza e di tutela del lavoro.

Diventa urgente la costi­tu­zione di un nuovo sog­getto poli­tico che dia rap­pre­sen­tanza al lavoro e, ci sono ormai tutte le con­di­zioni per­ché ciò avvenga come neces­sa­ria rispo­sta al peg­gio­ra­mento senza fine della con­di­zione non solo eco­no­mica ma anche di dignità delle classi subalterne.

A que­ste con­si­de­ra­zioni spinge pro­prio la qua­lità dell’emendamento gover­na­tivo al punto 7 lett. c) della Legge Delega che l’ineffabile pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera ha avuto l’ardire di defi­nire “buon com­pro­messo” così meri­tando la rea­zione dei lavo­ra­tori che scen­de­ranno in scio­pero gene­rale il 12 dicem­bre, pro­prio con­tro il Job Acts così modificato.

Ma vediamo con pre­ci­sione quale è il nuovo testo della Legge Delega, nel punto che qui inte­ressa, per­ché un giu­di­zio poli­tico così dra­stico deve essere spie­gato e giustificato.

Vale la pena di ripor­tare per intero il nuovo testo del punto 7) lett. c) che ora così recita: «Pre­vi­sioni per le nuove assun­zioni esclu­dendo per i licen­zia­menti eco­no­mici la pos­si­bi­lità della rein­te­gra­zione del lavo­ra­tore nel posto di lavoro, pre­ve­dendo un inden­nizzo eco­no­mico certo e cre­scente con l’anzianità di ser­vi­zio e limi­tando il diritto alla rein­te­gra­zione ai licen­zia­menti nulli e discri­mi­na­tori e a spe­ci­fi­che fat­ti­spe­cie di licen­zia­mento disci­pli­nare ingiu­sti­fi­cato, non­ché pre­ve­dendo ter­mini certi per l’impugnazione del licenziamento».

Come si vede, la nuova pre­vi­sione chiama alla ribalta il mezzo o “trucco” assai sem­plice, almeno all’apparenza, per evi­tare comun­que il “peri­colo” della rein­te­gra­zione. Eti­chet­tare ogni licen­zia­mento come licen­zia­mento eco­no­mico per­ché ciò dovrebbe eli­mi­nare in radice ogni pos­si­bi­lità di sen­tenza di rein­te­gra. Non è poi chiaro che tipo di risar­ci­mento eco­no­mico con­se­gui­rebbe ad un licen­zia­mento eco­no­mico che risulti, ad esem­pio pre­te­stuoso. Si parla di inden­nizzo certo e ciò sem­bre­rebbe addurre all’impossibilità di adire la magi­stra­tura per far accer­tare l’illegittimità e pre­te­stuo­sità, con obbligo di accon­ten­tarsi di un inden­nizzo for­fet­ta­rio ossia di una spe­cie di ulte­riore “mini Tfr”.

Sarebbe però una pre­vi­sione di insin­da­ca­bi­lità giu­di­zia­ria, comun­que, con­tra­ria all’art. 30 della Carta di Nizza rece­pita nel Trat­tato di Lisbona.

Dopo aver così ras­si­cu­rato i datori di lavori indi­cando una via ampia ed age­vole del licen­zia­mento eco­no­mico, il testo dell’emendamento pro­se­gue con­ce­dendo da un lato la inu­tile pre­vi­sione della pos­si­bi­lità di rein­ter­gra per licen­zia­menti dovuti a motivi discri­mi­na­tori, quasi impos­si­bili da com­pro­vare, limi­tando la pos­si­bi­lità di rein­te­gra ad alcune fat­ti­spe­cie sol­tanto di licen­zia­mento disci­pli­nare ingiu­sti­fi­cato, che saranno sta­bi­lite e descritte nei decreti attuativi.

Quest’ultima pre­vi­sione è quanto mai signi­fi­ca­tiva del livello di inci­viltà nel quale il Job Acts può far pre­ci­pi­tare il nostro ordi­na­mento. Intanto, rin­viare ai decreti attua­tivi la deter­mi­na­zione di quelle fat­ti­spe­cie che dareb­bero luogo alla rein­te­gra signi­fica che, nono­stante tutto, la delega è ancora “in bianco” per­ché la defi­ni­zione della fat­ti­spe­cie è rimessa al totale arbi­trio del legi­sla­tore delegato.

Quel che si sente anti­ci­pare in pro­po­sito fa let­te­ral­mente “riz­zare i capelli in testa”: si sente dire che la rein­te­gra si avrebbe solo quando il lavo­ra­tore sia stato fal­sa­mente accu­sato di aver com­messo un reato e ciò signi­fica che, ove fosse accu­sato ad esem­pio di essersi insu­bor­di­nato o di essersi assen­tato per più di quat­tro giorni o di aver col­po­sa­mente dan­neg­giato gli stru­menti di lavoro, ossia i com­por­ta­menti ille­git­timi ma non costi­tuenti reato, il licen­zia­mento reste­rebbe ope­ra­tivo nono­stante la fal­sità dell’accusa, e que­sto cre­diamo non sia dav­vero mai acca­duto, che al reo venga ero­gata la pena più grave, ossia la per­dita del posto di lavoro nono­stante la sua rico­no­sciuta innocenza.

Addi­rit­tura secondo alcuni dovrebbe trat­tarsi solo dei reati per­se­gui­bili d’ufficio ed allora, dav­vero il giu­dice del lavoro non avrebbe più nulla da fare per­ché tutto pas­se­rebbe di fatto alla com­pe­tenza del giu­dice penale.

Con chi è capace di con­ce­pire tali infa­mie e, peg­gio ancora, con chi osa farle pas­sare per valida media­zione non c’è pos­si­bi­lità di dia­logo. Occorre lo scio­pero gene­rale, occorre che il pro­getto di Job Acts sia revo­cato e che le tutele dei lavo­ra­tori anzi­ché essere ridotte e annul­late siano invece gene­ra­liz­zate per­ché tutti pos­sano fruirne. Natu­ral­mente sono pos­si­bili anche valide resi­stenze in sede giu­ri­dica visto che nel norme del Job Acts sono quanto mai rozze e quindi, attac­ca­bili in sede di appli­ca­zione e inter­pre­ta­zione siste­ma­tica che valo­riz­zino supe­riori prin­cipi giu­ri­dici, come quello che “l’etichettatura di una fat­ti­spe­cie”, per esem­pio, licen­zia­mento eco­no­mico per motivo ogget­tivo, non può mutarne l’intrinseca natura.

Ma non è que­sto il momento dell’interpretazione e della resi­stenza in sede giu­ri­dica; è il momento della rea­zione di massa con­tro il ten­ta­tivo del governo di ridurre i lavo­ra­tori ad uno stato semi ser­vile di sog­ge­zione ed insieme di povertà.

PIERGIOVANNI ALLEVA
capolista de L’Altra Emilia Romagna

da il manifesto

Rifondazione Comunista riparte dal conflitto e dal lavoro

Rifondazione Comunista riparte dal conflitto e dal lavoro

documenti :: Direzione nazionale PRC

Oggi si è tenuta la Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista. Questo è il Documento proposto dalla segreteria e approvato dalla Direzione. Presenti 28 (su 42), votanti 24, favorevoli 20. Gli altri documenti presentati hanno ricevuto Bellotti 1 voto, Targetti 3 voti. 

Il paese si è rimesso in movimento: i compiti di Rifondazione Comunista

La situazione sociale del paese si è rimessa in movimento. Dopo anni di “lotta di classe dall’alto”, nelle ultime settimane i lavoratori e le lavoratrici, le precarie e i precari,le/i pensionate/i sono nuovamente scesi in piazza. Le iniziative della Cgil, della Fiom, del sindacalismo di base e dell’autorganizzazione sociale hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone in opposizione alle politiche neoliberiste dell’Unione Europea e del governo Renzi. Questa ripresa di parola sociale e del mondo del lavoro ha notevolmente modificato il quadro politico: la dialettica tra le principali forze politiche tutta giocata all’interno delle diverse ricette neoliberiste ha visto l’emergere di un soggetto collettivo che ha posto la necessità e l’urgenza di abbandonare le politiche di austerità e di mettere al primo posto il tema del diritto al lavoro e al reddito. E’ così riemersa con forza la proposta dell’intervento pubblico nell’economia, la necessità di piegare il funzionamento dell’economia al soddisfacimento dei bisogni sociali. La ripresa del conflitto sociale è la più grande novità politica di questa fase e il lavoro per il suo allargamento, la sua qualificazione ed in definitiva la sua vittoria costituisce il principale terreno di intervento politico del Partito della Rifondazione Comunista.

A partire da queste lotte è avvenuta una rottura tra le forze del movimento operaio organizzato e il PD. E’ la prima volta dallo scioglimento del PCI che la CGIL dichiara uno sciopero generale contro un governo presieduto da un esponente di una forza di “centrosinistra” e che il conflitto sociale non può avere uno sbocco politico all’interno del quadro bipolare in termini di alternanza. Si tratta di un fatto assai rilevante che apre una grande opportunità e pone in modo diretto la necessità di costruire una sinistra unitaria esterna al centro sinistra, che risponda positivamente alla domanda di giustizia sociale e di alternativa che le lotte esprimono.

In questo quadro auspichiamo e ci impegniamo affinché dall’esperienza dell’Altra Europa con Tsipras nasca un percorso di costruzione di una soggettività politica che sappia dare una risposta al “bisogno di sinistra” che proprio le lotte hanno messo così platealmente in evidenza. Il nostro obiettivo è, dunque, la costruzione di un soggetto unitario e plurale, saldamente collocato nel GUE e alternativo alle forze delle larghe intese in Europa, in relazione con il progetto della Sinistra Europea; e in Italia radicalmente alternativo al Pd e al governo Renzi, capace di radicarsi nel conflitto sociale che si è riaperto nel paese e di connettere le lotte contro il Jobs Act, lo sblocca Italia, la controriforma della Costituzione, lo smantellamento della scuola pubblica e del pubblico impiego. Riteniamo finita la storia del centrosinistra. Il quadro sociale ci conferma che invece è possibile e necessario costruire la sinistra della alternativa in Italia e in Europa, proseguendo il percorso iniziato alle europee con la lista Altraeuropa, come già delineato dallo scorso congresso e ribadito nel Cpn del 31 maggio- 1 giugno e dalla DN del 19 settembre scorsi.

La ripresa delle lotte avviene a sei anni dall’inizio della crisi che è contemporaneamente una crisi strutturale del capitalismo globalizzato e una crisi sistemica dell’Europa di Maastricht. Da questa crisi non si uscirà rilanciando le politiche neoliberiste come tentano di fare le elites politiche ed economiche mondiali. Da questa crisi non si uscirà nemmeno con qualche aggiustamento o cercando di riprodurre un impossibile compromesso socialdemocratico. Questa crisi pone il problema dell’esaurirsi della spinta propulsiva del capitalismo e pone quindi la necessità di una risposta socialista, di un superamento della logica del profitto come motore della dinamica sociale.

Proprio la crisi pone quindi l’alternativa tra socialismo o barbarie e pone il tema dell’attualità del comunismo e della necessità di un partito della rifondazione comunista. Per questo riteniamo che il rilancio del Partito della Rifondazione Comunista rappresenti una necessità storica, un punto fondamentale per individuare la strada di uscita dalla crisi, di uscita dal capitalismo in crisi.
Il lavoro di costruzione di una sinistra unita antiliberista e di rafforzamento del Partito della Rifondazione Comunista sono quindi due facce della stessa medaglia, due processi tra loro intrecciati che rispondono alle esigenze di dare al movimento un punto di riferimento a sinistra e nel contempo di costruire nel movimento uno sbocco in senso socialista al fallimento del capitale.
Riteniamo necessario rilanciare il lavoro del partito anche attraverso la convocazione di una conferenza di organizzazione che abbia come principale obiettivo una riforma del Prc come partito capace di radicarsi nelle lotte, di esprimere direzione politica nel conflitto, di riattivare la lotta per l’egemonia e la trasformazione del senso comune.

In questo quadro la DN ritiene necessario che il partito tutto lavori per:

La piena riuscita della manifestazione del 29 novembre prossimo, contro il governo e le politiche neoliberiste dell’unione Europea, promossa dalla lista l’altra Europa con Tsipras.
La costruzione in ogni città di iniziative di dibattito e di confronto tra i soggetti protagonisti del conflitto in vista dello sciopero generale del 12 dicembre.
La piena riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre .
La necessità di rilanciare con forza la nostra proposta di Piano per il lavoro da far vivere dentro le lotte come piattaforma di alternativa alle politiche neoliberiste.
La necessità di sviluppare una campagna di controinformazione e solidarietà con la lotta del popolo Palestinese, per la fine della occupazione e il riconoscimento dello Stato di Palestina.
La necessità di sviluppare una campagna di sostegno al popolo Kurdo, il quale vede nella resistenza di Kobane il suo simbolo.

In questo quadro ed al fine di rafforzare il partito la DN decide di dar mandato alla segreteria di:

Organizzare attivi regionali in tutto il partito per discutere della fase politica, delle nostre proposte, del rilancio del partito.
Organizzare attivi regionali dei lavoratori e delle lavoratrici del partito.
Curare con attenzione la campagna del tesseramento appena partita.
Organizzare entro gennaio un seminario sui temi dell’euro come deciso dal Congresso nazionale.
Organizzare entro febbraio un convegno sul mutualismo e sulle pratiche sociali solidali.
Convocare la Conferenza di organizzazione per il 5 aprile 2015.

La Direzione nazionale decide, in previsione del Prossimo CPN che verrà convocato all’inizio di gennaio dell’anno prossimo e che dovrà – tra l’altro – varare il regolamento ed il gruppo di lavoro di gestione della Conferenza di organizzazione – di dar vita ad una commissione per la redazione del regolamento della Conferenza di organizzazione.

La Direzione nazionale ringrazia le centinaia di compagni e di compagne che hanno dato il loro contributo alla campagna di sottoscrizione per sostenere Dino Greco a fronte della multa che ha dovuto pagare per la sua attività svolta in qualità di Direttore di Liberazione. L’impegno e la solidarietà mostrata ci parlano della qualità del nostro tessuto umano e politico e della necessità della sua piena valorizzazione politica.

La direzione nazionale saluta positivamente la convocazione del Coordinamento nazionale allargato dei Giovan@ Comunist@ per il 7/12/2014 al fine di costruire il percorso di convocazione della conferenza nazionale e di reinserire positivamente i Giovan@ Comunist@ all’interno della ripresa del conflitto sociale.

Infine la direzione nazionale esprime un forte ringraziamento alle compagne e ai compagni che in queste settimane si sono spese/i per la costruzione delle liste Altra Emilia Romagna e altra Calabria, augurando a queste due esperienze una buona affermazione nella tornata elettorale in corso.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
DIREZIONE NAZIONALE

23 novembre 2014

La bellissima e stupefacente esperienza elettorale dell’Altra Emilia Romagna

La bellissima e stupefacente esperienza elettorale dell’Altra Emilia Romagna

Per l’altra Emilia Romagna è stata una campagna elettorale “epica” fin dall’inizio. A luglio, quando si è cominciato a discutere tra i diversi comitati territoriali Tsipras del se e come partecipare alle elezioni, reduci dalla campagna elettorale delle europee, è apparso subito chiaro che si trattava di una vera e propria “impresa”. Innanzitutto perché occorreva comporre un percorso unitario tra non poche diversità. In primo luogo, il difficile rapporto con SEL – propensa a confermare l’alleanza col PD come poi puntualmente è avvenuto – aveva generato dubbi in una parte del movimento. Dubbi risolti per la grande partecipazione e determinazione politica della stragrande maggioranza dei comitati, arricchiti da tante compagne e tanti compagni che, individualmente, hanno aderito alla proposta e si sono “gettati nella mischia”.

In secondo luogo occorreva  stendere il programma della lista, costruito attraverso una lunga serie di incontri, con la partecipazione di decine e decine di persone di tutto il territorio, in possesso di svariate competenze, che hanno dato vita a una ricchissima discussione e, infine, alla realizzazione di un documento che ha costituito l’ossatura politico-culturale della lista e la base per le decisioni successive. Un programma ampio, ricco, completo e nettamente alternativo al PD, alla sua concezione di governo del passato e del futuro.

Il terzo elemento che ha caratterizzato il nostro lavoro, è stata la coerenza d’impostazione delle liste elettorali, composte sulla base di criteri politici omogenei che hanno escluso, in continuità con le liste Tsipras, personale politico che avesse ricoperto incarichi esecutivi e di rilievo nelle precedenti legislature e per lungo tempo in diversi ambiti. Ciò ha dato una fortissima spinta all’apertura delle liste a candidature soprattutto giovani, ma anche meno giovani, provenienti dall’impegno sociale, dalle professioni e dalla cittadinanza attiva, caratterizzando le nostre liste come le più ricche articolate e innovative, basta guardare i curricula e le esperienze di tutte e tutti i candidati.

Queste decisioni sono state prese senza nessuna contrattazione sottobanco, alla luce del sole e col voto vincolante delle assemblee territoriali. Fino al punto di aver rinunciato alle non poche offerte di altri gruppi e soggetti che avrebbero voluto stringere accordi vincolanti. Vedremo se è stata una scelta vincente, pensiamo di si. Anche la scelta di Maria Cristina Quintavalla, candidata Presidente, è stata assunta attraverso la più ampia partecipazione dei comitati e ciò ha garantito una larga convergenza unitaria intorno al suo nome.

La raccolta di firme per accedere alle elezioni è stata un successo: in meno di due settimane avevamo raggiunto e superato il limite massimo di firme richiesto. E’stata la prima conferma che la nostra proposta incontrava il consenso degli elettori e che, se avessimo continuato il nostro cammino, avremmo raggiunto quanto meno il risultato delle europee.

Lo svolgimento della campagna elettorale è stato a dir poco rocambolesco e allo stesso tempo sbalorditivo: abbiamo sviluppato con i pochi mezzi economici a disposizione, derivanti dalle sottoscrizioni dei sostenitori agli incontri e ai banchetti, una mole di iniziative enorme in tutta la Regione.

Non saprei dire chi ha lavorato di più tra candidati e attivisti, è stata una corsa bellissima, indipendentemente dal “salto” finale che faremo stasera! Senza risparmio di energie, sfruttando la creatività, come nel bellissimo manifesto mobile di Ferrara, immortalato da un video simpaticissimo, con le scenografie delle conferenze montate e smontate in giro per Bologna, attraverso decine e decine di incontri tematici su lavoro, ambiente e beni comuni, cultura e arte, economia e diritti. Una svariata e poliedrica umanità di competenze ha accompagnato gli incontri, a riprova della nostra capacità di mirare alto.

Barbara Spinelli ci ha dato lo start in una manifestazione densa di gente e di emozione. Eleonora Forenza e Marco Revelli, insieme alla nostra appassionata Cristina Quintavalla, ci hanno aiutati a chiudere la campagna, venerdì sera, nel migliore dei modi, stringendoci insieme cantando “Bella Ciao”, un canto che porta in sè una storia e dei valori che ci apparterranno sempre.

Tutta la campagna è stata realizzata con circa trentamila euro, la somma indicativa spesa in totale dal coordinamento regionale, dai comitati territoriali e dai candidati (qualcuno sa, invece, quanto ha speso Bonaccini nella sua mastodontica campagna, senza considerare giornali, radio e televisioni al suo servizio?).

Il resto, ed è tanto, ce l’hanno messo la testa, il cuore e legambe di tutte le nostre compagne e i nostri compagni, tra i quali ne cito solo due perché li rappresentano veramente tutti. La splendida Elisa Corridoni e Il grande Andrea Avantaggiato. Grazie a loro e a tutti noi: di questa bella Altra Emilia Romagna ne faremo davvero una Regione!

UOMINI E DONNE DI MAIS

UOMINI E DONNE DI MAIS

Uomini e donne di mais

Dal 27 novembre, alle ore 21,30 presso Radio Aut, Via Porta Salara, 18 – Pavia –

Dall’inizio della Rebeldia zapatista (primo gennaio 1994) alla Escuelita, passando per la Otra Campaña, repressioni varie, sconfitte, ma soprattutto vittorie ed insegnamenti.
Excursus sulle tappe significative della lotta zapatista, del suo linguaggio che ha trasformato l’agire politico della maggior parte dei movimenti politici di lotta del mondo occidentale.

* In collaborazione con ass. YA BASTA! onlus (http://www.yabasta.it/).

** Durante la serata sarà possibile sostenere la lotta zapatista acquistando il Caffè Rebelde Zapatista (http://www.caffezapatista.it/index.php).

*** Ingresso al circolo riservato ai soci ARCI 2014

Serata Kurda

Serata Kurda

Serata KurdaIl partito deIla Rifondazione Comunista Circolo di Tortona
in collaborazione con l’Associazione onlus “Verso il Kurdistan”

organizza un incontro con la delegazione di ritorno dal Sud Kurdistan (Nord Iraq) titolato:
Contro i massacri e le nuove schiavitù in Kurdistan e in Medio Oriente

VENERDI’ 28 NOVEMBRE 2014 ORE 21,00
SALA DELLA CROCE ROSSA ITALIANA
CORSO REPUBBLICA,31 TORTONA (AL)

– A partire dalle ore 21.00 proiezione di un video sul campo Profughi di Makhmur
– Testimonianze e interventi sulla questione Kurda
Partecipano:
– Azel Alcu,rappresentante del centro culturale Med di Torino
– Antonio Olivieri, presidente dell’Associazione “Verso il Kurdistan”
– Stefanella Ravazzi, segretaria del Circolo PRC di TORTONA

Durante la serata verra’ offerto un buffet di dolci kurdi con il tradizionale cay (the’ kurdo)

per il Circolo di Rifondazione Comunista
Stefanella Ravazzi

Napoli invasa dalla Fiom e dalla protesta contro Renzi. Landini: “Altro che fiducie. Noi andiamo avanti”

Napoli invasa dalla Fiom e dalla protesta contro Renzi. Landini: “Altro che fiducie. Noi andiamo avanti”
 Tratto da: Contro la crisi.org

“Renzi non sta creando lavoro ma sta trasformando le condizioni di chi lavora in schiavitù”. Chissà per quale strano motivo, ma queste parole pronunciate dal leader Fiom, Maurizio Landini, dal palco della manifestazione organizzata in occasione dello sciopero dei metalmeccanici a Napoli, sono state del tutto ignorate oggi dal mainstream mediatico, a beneficio di un’altra frase,meno fortunata, sul fatto che il premier ormai “non ha il consenso delle persone oneste”. Misteri di una cosiddetta opinione pubblica a cui non fa schifo la condizione di schiavitù e invece si pecca quando l’ex sindaco di Firenze viene indicato come persona lontana dalle preferenze dei cittadini abituati a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte.

Subito si solleva il can can mediatico. “Dire che governo non ha il consenso delle persone oneste offende milioni di lavoratori che nel Pd credono. Spiace che a farlo sia un sindacalista” ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini, mentre Ernesto Carbone, della segreteria del partito ha chiesto a Landini di “chiedere scusa a 12 milioni di italiani”.Landini ha cercato di correggere il tiro, ma la “frittata” ormai era fatta.

E tuttavia, Napoli ha rappresentato, ancora una volta, una splendida giornata di lotta. La sostanza, al di là delle parole più o meno fraintese, è che la Fiom punta ancora dritta a testa bassa contro l’esecutivo. – “Al Governo diciamo con fermezza e con calma che può mettere tutte le fiducie che vuole e può fare tutti i decreti che gli pare, ma noi questa volta facciamo sul serio e non ci fermeremo finché non saranno cambiati i provvedimenti”.
Il corteo, con più di ventimila presenze, e accompagnato dalla musica dei 99 Posse e’ partito da piazza Mancini e aprodato a piazza Matteotti, dove Landini è salito sul palco insieme al segretario confederale Cgil Franco Martini e ai rappresentanti dei precari precari. Da Pomigliano d’Arco e’ arrivata una delegazione di cassaintegrati Fiat a bordo di una limousine bianca con le fiancate decorate di scritte contro la riforma del lavoro; il tutto completato dallo striscione “Renzi e Marchionne alle catene, operai in paradiso”.
“Stiamo assistendo – ha aggiunto il leader Fiom – ad un tentativo pericolosissimo di far passare l’idea che pur di lavorare uno deve essere pronto ad accettare qualunque condizione”. Dopo Milano il 14, Napoli, oggi, e Cagliari martedì prossimo, il prossimo 27 novembre anche a Palermo i metalmeccanici della Fiom Cgil scenderanno in piazza. Lo sciopero durerà 8 ore. Nel capoluogo siciliano è in programma un corteo che partirà alle 9.30 da piazza Croci. In piazza Verdi poi il comizio di Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom Sicilia, Michele Pagliaro, segretario della Cgil regionale e del segretario nazionale Fiom Maurizio Landini.
Per dare il senso della crisi del settore metalmeccanico in Sicilia basta guardare l’indotto dei petrolchimici. A Siracusa fino a qualche anno fa i metalmeccanici erano quasi 7.000 ora sono 2.500 e almeno altrettanti in cassa integrazione. A Gela dei 650 metalmeccanici dell’indotto della raffineria sono oggi in attività 200, 140 sono in cassa integrazione in deroga ma per 90 di questi è iniziata da pochi giorni la procedura di mobilità , altri 120 sono in cassa integrazione ordinaria.

Sentenza Eternit: omicidi che non si prescrivono

Sentenza Eternit: omicidi che non si prescrivono
La scandalosa sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato per prescrizione la condanna per disastro ambientale e omicidio colposo al miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, padrone dell’Eternit, che ha causato morte e sofferenze infinite,
tutt’ora in corso, di migliaia di cittadini di Casale e di lavoratori delle sue fabbriche, nella piena consapevolezza dei rischi a cui li ha sottoposti per anni, e che gli ha anche risparmiato l’onere di rifondere i danni che ha provocato alle loro famiglie e a chi è loro sopravvissuto, dimostra che nel corso degli anni è stato costruito in Italia un sistema giuridico e un meccanismo giudiziario che hanno come effetto, forse nel pieno rispetto della legge, la salvaguardia degli interessi dei ricchi e dei potenti, anche quando il loro comportamento è provatamente criminale, e l’abbandono dei lavoratori, dei poveri e degli indifesi all’arbitrio più sconcio.

L’inaccettabilità morale e politica di questa sentenza è tanto più evidente in quanto si inserisce in un quadro che nelle ultime settimane ha visto l’assoluzione di altri potenti e mafiosi provatamente responsabili di crimini efferati e di enormi abusi, e la richiesta di una condanna mostruosa a nove anni di detenzione per alcuni ragazzi accusati di aver manomesso delle attrezzature in un cantiere adibito a portate avanti un’opera devastante come il Tav Torino-Lione, a cui la popolazione della Valle di Susa si oppone da ben 25 anni.

Tutto ciò dimostra che la ricostruzione di una vera democrazia nel nostro paese non può prescindere da una radicale riforma delle leggi, in particolare di quelle sulle responsabilità per disastri ambientali e sanitari, e dei meccanismi giudiziari come la prescrizione che favoriscono i ricchi e i potenti, legittimando la persecuzione di chi non lo è.

Queste norme vanno cambiate quindi, e va giudicato per omicidio volontario, come comunicato oggi dal pm Guariniello,  il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny.

Oggi a Casale Monferrato è stato lutto cittadino. Siamo tutti in lutto.

L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

CONSUMO DI SUOLO, PATTA (PRC LOMBARDIA): “MARONI LANCIA LA CORSA ALLA SPECULAZIONE SELVAGGIA! SPECULATORI E MAFIE RINGRAZIANO”

CONSUMO DI SUOLO, PATTA (PRC LOMBARDIA): “MARONI LANCIA LA CORSA ALLA SPECULAZIONE SELVAGGIA! SPECULATORI E MAFIE RINGRAZIANO”

Comunicato stampa

CONSUMO DI SUOLO, PATTA (PRC LOMBARDIA): “MARONI LANCIA LA CORSA ALLA SPECULAZIONE SELVAGGIA! SPECULATORI E MAFIE RINGRAZIANO”

Milano, 20 novembre 2014. In merito all’approvazione della legge regionale lombarda sul consumo di suolo, il Segretario regionale PRC Lombardia, Antonello Patta, ha dichiarato:

“Con l’approvazione della legge 140, votata nella notte dal Consiglio Regionale, Maroni, Lega e alleati lanciano la corsa alla speculazione selvaggia, a un ulteriore cementificazione del territorio e a un enorme consumo di suolo. Infatti viene dato il via libera al convenzionamento degli interventi attuativi su tutte le superfici previste dagli strumenti urbanistici vigenti.
Per la Lombardia ciò significa 55.000 ettari di nuove urbanizzazioni di territori agricoli: una superficie superiore al territorio urbanizzato negli ultimi 15 anni! Non basta! Per assicurarsi che la speculazione approfitti fino in fondo di questa manna, vengono snellite le procedure di approvazione dei piani d’intervento.
Tutto questo comporta dei rischi molto chiari: ricorso delle imprese ad eccessi di indebitamento e fallimento successivo; interruzione dei cantieri e abbandono di opere incompiute; ulteriore penetrazione nel settore immobiliare della criminalità organizzata che dispone di denaro di provenienza illecita; aumento dei disastri provocati dalle piogge in conseguenza dell’ulteriore impermeabilizzazione dei suoli. La lega e le destre nuocciono alla Lombardia! Mandiamoli a Casa!”.

Bsa di Pavia spalano fango a Casei Gerola

Bsa di Pavia spalano fango a Casei Gerola

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