Archivio for dicembre, 2014

A PROPOSITO DI CASTELLO DI VIGEVANO BIBLIOTECA E/O MUSEO

A PROPOSITO DI CASTELLO DI VIGEVANO BIBLIOTECA E/O MUSEO
Pubblichiamo volentieri queste riflessioni sul Castello di Vigevano
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La strada della speranza è aperta: la Sinistra Europea con il popolo greco e Syriza

La strada della speranza è aperta: la Sinistra Europea con il popolo greco e Syriza
La strada della speranza è aperta: la Sinistra Europea con il popolo greco e Syriza
Le elezioni anticipate in Grecia: la strada della speranza è aperta!

La sconfitta del governo di coalizione greco nella votazione finale di oggi per l’elezione del Presidente della Repubblica porta il paese a elezioni anticipate il 25 gennaio.
Si tratta di una sconfitta delle politiche di austerità estrema imposte al popolo greco da parte della troika, in accordo con la governance autoritario del governo di Samaras.
La strada della speranza è ora aperta, non solo per la Grecia, ma per l’Europa nel suo complesso. Con un mandato determinante dato a SYRIZA attraverso il verdetto popolare, un governo di sinistra in Grecia può porre uno stop al regime del memorandum e innescare progressivi sviluppi in tutta Europa.
La Sinistra europea ei suoi alleati impegnano tutte le loro forze in una campagna europea dinamica di solidarietà e sostegno politico al popolo greco e a SYRIZA..
Gli occhi e le speranze di tutti i popoli d’Europa sono ora in Grecia.

Partito della sinistra europea
lunedi, december 29, 2014

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Grecia: una nuova era è a portata di mano

di Pierre Laurent

Nonostante la pressione, il Parlamento greco per la 3 ° volta conferma il suo rifiuto di eleggere Dimas, il candidato della coalizione di governo nelle elezioni presidenziali. Questa è una vittoria contro l’austerità e una meritata punizione per Nuova Democrazia e Pasok. Le elezioni parlamentari sono convocate per il 25 gennaio.

Una nuova era per il popolo greco e l’Europa è a portata di mano. Syriza, il cui programma risponde alle emergenze sociali e fa proposte per affrontare il Paese, è in testa in tutti i sondaggi. La sua vittoria, che desidero ardentemente, non sarebbe solo una speranza, ma anche la prima pietra di una soluzione comune e di progresso per tutti gli europei che soffrono. Nella sinistra europea risiede la risposta positiva alla crisi in Europa.

Auguro ogni successo al mio amico Alexis Tsipras e a Syriza. Fino alle elezioni, il PCF informerà i francesi e combatterà le pressioni sul popolo greco da qualunque parte esse provengono. Il popolo greco è adulto e indipendente, deve decidere liberamente del proprio futuro.

Pierre Laurent

Segretario nazionale del Partito Comunista Francese

Presidente della Partito della Sinistra Europea

Piergiovanni Alleva: Jobs act, un referendum

Piergiovanni Alleva: Jobs act, un referendum
L’emanazione del decreto attua­tivo del Jobs act, che eli­mina, in sostanza, la tutela dell’articolo 18 dello Sta­tuto per i futuri con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato non chiude affatto la par­tita, ma è solo la pre­messa del con­fronto vero che avrà per pro­ta­go­ni­sti i lavo­ra­tori, nelle piazze e, se neces­sa­rio, alle urne in un refe­ren­dum abrogativo.Non è inu­tile, comun­que, ma anzi assai istrut­tivo, riper­corre alcuni momenti salienti della vicenda e le con­sa­pe­vo­lezze che ha con­sen­tito di acqui­sire. In primo luogo, infatti, nes­suno si azzarda più a defi­nire «di sini­stra» il governo Renzi-Poletti che si è dimo­strato tanto vio­lento e pre­va­ri­ca­tore nella sua azione con­tro i diritti fon­da­men­tali dei lavo­ra­tori, quanto falso e misti­fi­cante nell’uso del suo stra­po­tere media­tico.
In cosa con­si­ste, infatti, la «rivo­lu­zione coper­ni­cana» di cui stra­parla Mat­teo Renzi a pro­po­sito dei con­te­nuti del decreto attua­tivo? Pura­mente e sem­pli­ce­mente nel con­sen­tire al datore di lavoro che voglia per qual­siasi motivo (anche il più igno­bile) sba­raz­zarsi di un lavo­ra­tore di «inven­tarsi» una ine­si­stente ragione eco­no­mico pro­dut­tiva per pro­ce­dere al licen­zia­mento, e di farlo senza timore che il suo carat­tere pre­te­stuoso venga sma­sche­rato in giu­di­zio per­ché anche in tal caso gli baste­rebbe pagare la clas­sica «mul­ta­rella» (per ogni anno di ser­vi­zio due men­si­lità con il mas­simo di 24) per lasciare comun­que il lavo­ra­tore sulla strada nella con­di­zione dispe­rata discen­dente dalla disoc­cu­pa­zione di massa.Tutto il resto del decreto attua­tivo, com­presa la dibat­tuta que­stione della par­ziale della rein­te­gra nel caso di licen­zia­menti disci­pli­nari ille­git­timi, è sol­tanto fumo negli occhi, per­ché tutti i datori imboc­che­ranno, invece, la como­dis­sima strada del «falso» motivo eco­no­mico pro­dut­tivo. Il «pro­gres­si­sta» Renzi e il «comu­ni­sta» Poletti e tutti i loro acco­liti dovranno spie­gare un giorno che cosa vi sia di moderno, di social­mente utile, di pro­gres­sivo, di «coper­ni­cano» in que­sta sfac­ciata e disgu­stosa ingiu­sti­zia che ripu­gna prima ancora che al diritto al comune senso etico.Il secondo inse­gna­mento della vicenda ha riguar­dato il pre­sen­tarsi, ancora una volta del clas­sico «tra­di­mento dei chie­rici» per tale inten­dendo i tec­nici, i tec­nici poli­tici e i poli­tici puri che avreb­bero dovuto garan­tire i diritti fon­da­men­tali dei lavo­ra­tori assi­cu­rati dall’articolo 18 con la sua potente valenza anti ricat­ta­to­ria. Da una parte, dun­que, vi sono stati i tec­nici poli­tici che hanno lavo­rato inten­sa­mente alla for­mu­la­zione della legge delega e dei decreti attua­tivi ma di essi non mette conto dire più di tanto: si tratta di un grup­petto di anti­chi tran­sfu­ghi del movi­mento sin­da­cale che con l’accanimento tipico di chi «è pas­sato dall’altra parte» opera ormai da decenni — certo non gra­tui­ta­mente — per la siste­ma­tica demo­li­zione di ogni tutela dei lavo­ra­tori. Ma dall’altra parte pur­troppo vi sono stati poli­tici ossia i par­la­men­tari della cosid­detta «sini­stra del Pd», a parole del tutto con­trari al Jobs act, ma che nel con­creto hanno col­la­bo­rato in modo asso­lu­ta­mente deci­sivo alla sua ema­na­zione, e lo hanno fatto con piena con­sa­pe­vo­lezza. Prima vi è stato il «sal­va­gente» offerto al governo dal pre­si­dente della Com­mis­sione lavoro della Camera e con­si­stito nell’apparente miglio­ra­mento, con alcune pre­ci­sa­zioni, del pro­getto di delega che era «in bianco»: il vero scopo è stato quindi quello di sal­vare il pro­getto di delega cer­cando di ren­derlo com­pa­ti­bile con l’articolo 76 Cost. e di que­sto abbiamo detto sulle colonne del mani­fe­sto. Poi vi è stato, in data 3 dicem­bre 2014, l’episodio depri­mente e squal­lido che mai potrà essere dimen­ti­cato. Sem­brava che il destino avesse voluto pre­pa­rare un momento della verità: il testo del Jobs Act modi­fi­cato alla Camera per sal­varlo dall’incostituzionalità era con­se­guen­te­mente tor­nato al Senato, dove però la mag­gio­ranza del governo era assai più sot­tile. E al Senato vi erano 27 sena­tori del Pd che si erano dichia­rati con­trari all’eliminazione dell’articolo 18 ma che poi, al momento di deci­dere, hanno invece appro­vato il testo legi­sla­tivo giu­sti­fi­can­dosi con il clas­sico docu­mento «salva-anima» sulla neces­sità di non pro­vo­care crisi di governo. Ebbene, il risul­tato della vota­zione li inchioda per sem­pre alla loro respon­sa­bi­lità: vi sono stati 166 voti favo­re­voli, 112 con­trati e un aste­nuto. Se i 27 «amici» dei lavo­ra­tori e dei loro diritti aves­sero coe­ren­te­mente votato con­tro il pro­getto il risul­tato sarebbe stato di 139 favo­re­voli, 139 con­trari e un aste­nuto e poi­ché l’astensione al Senato conta voto nega­tivo il Jobs Act sarebbe andato in sof­fitta una volta per tutte! Il colmo dell’ipocrisia i 27 sena­tori lo hanno poi rag­giunto nella chiu­sura di quel docu­mento di giu­sti­fi­ca­zione pro­met­tendo mas­sima vigi­lanza in sede di for­mu­la­zione dei decreti attua­tivi: enun­cia­zione ridi­cola, visto che come tutti sanno, i decreti attua­tivi il legi­sla­tore dele­gato «se li fa da solo» senza il con­corso del Parlamento.

Accanto a que­ste brut­ture, che è tri­ste ma giu­sto ricor­dare, vi sono stati, però, impor­tanti fatti posi­tivi: l’ottima riu­scita della mani­fe­sta­zioni del 25 otto­bre e del 12 dicem­bre e l’affiancamento quanto mai impor­tante, in occa­sione di quest’ultimo evento, della Uil alla Cgil. Ci sono, allora, tutte le pre­messe per un lieto fine: infatti per i con­tratti di lavoro già in essere non cam­bia ancora nulla e l’articolo 18 intanto rimane, rein­te­gra com­presa, e occor­rerà un bel po’ di tempo per­ché i nuovi con­tratti, detti «a tutele cre­scenti» ma in realtà privi di tutela pren­dano piede. Nel frat­tempo sarà allora pos­si­bile sot­to­porre tem­pe­sti­va­mente il decreto attua­tivo ad un refe­ren­dum abro­ga­tivo, e cioè al giu­di­zio popo­lare e di quei lavo­ra­tori che di con­ti­nuo Mat­teo Renzi cerca di ledere e insieme di ingan­nare. La via del refe­ren­dum abro­ga­tivo appare quanto mai sem­plice e frut­tuosa per­ché in sostanza il decreto attua­tivo intro­duce per i nuovi con­tratti un tipo di san­zione dei licen­zia­menti ingiu­sti­fi­cati diverso e se stante rispetto a quello degli altri rap­porti: per­tanto una volta abro­gato per refe­ren­dum il decreto la san­zione dell’articolo 18 torna ad essere gene­rale per rap­porti vec­chi e nuovi secondo il prin­ci­pio di «autoim­ple­men­ta­zione» dell’ordinamento. Chi scrive si per­mette di riven­di­care l’onore di poter per­so­nal­mente redi­gere i que­siti referendari.

Violenza, le donne si ribellano

Violenza, le donne si ribellano

Violenza, le donne si ribellano
Tratto da: L’INFORMATORE del 24 dicembre 2014
Vigevano, sono sempre più quelle che si rivolgono alla cooperativa Kore onlus.
Dalla scorsa primavera superata quota 90. E anche gli uomini cercano aiuto.
Vigevano – Aumentano sempre di più. Solo le donne che si rivolgono alla cooperativa Kore per avere supporto nei casi di violenze e maltrattamenti psicologici. La Kore ha avviato dallo scorso 10 marzo il progetto “Donna tutto per te”, con un numero dedicato (349-2827999) e degli sportelli all’ospedale, alla clinica “Beato Matteo” e al Centro consulenza familiare di Corso Torino e da allora sono state oltre 90 le donne che hanno deciso di dire basta all’inferno quotidiano che erano costrette a vivere e di intraprendere il percorso per ricominciare.
“Quando telefonano la loro voce è spesso rotta dal pianto – raccontano Nicla Spezzati ed Isabella Giardini, rispettivamente presidente della cooperativa Kore e coordinatrice del progetto “Donna tutto per te”, avviato grazie al supporto della “Fondazione Banca del Monte di Lombardia e della Fondazione di Piacenza e Vigevano – intervallata da sospiri carichi di tensione. Poi momenti di silenzio.
E ancora il racconto della situazione di violenza che vanno avanti da tempo, anni, spesso addirittura da decenni. Un inferno di sopraffazioni che hanno minato la loro autostima.
E quando arrivano al primo colloquio – aggiungono ancora – non hanno il fiato per raccontare, vinte dallo sfinimento di quella situazione, deboli, depresse, addirittura con sensi di colpa”.
Un vortice che travolge loro così come gli uomini che attraversano quelle violenze mettono a nudo tutte le loro debolezze e la loro inadeguatezza. “Molte si sentono dire che si fossero comportate diversamente non sarebbero state vittime di violenze – spiegano ancora Spezzati e Giardini – innescando un pericolosissimo e insensato senso di colpa che dà il via a un meccanismo masochistico mentale e comportamentale che le incatena ancora di più”.
Ma in questo universo distorto anche gli uomini hanno bisogno di aiuto. “Iniziamo a vedere i primi segnali anche della loro presenza – proseguono la presidente del Kore e la coordinatrice del suo progetto di punta – Alcuni si sono già rivolti ai nostri sportelli con le loro donne: sono disarmati, incapaci di vivere le proprie emozioni tanto da non riuscire quasi a parlare.
Qualcuno sta iniziando a farsi aiutare: è un piccolo segnale in termine numerico ma un enorme passo avanti nell’affrontare questo grave problematica”.
Il fatto che da marzo siano state oltre 90 le donne che hanno scelto di farsi aiutare da Kore è indicativo di un disagio che è diffusissimo. Ed è proprio per fronteggiarlo al meglio che la cooperativa sta compiendo ulteriori sforzi sotto il profilo dell’organizzazione.
“Il nostro progetto si sta facendo conoscere sempre di più – aggiungono con soddisfazione Spezzati e Giardini – Abbiamo iniziato a collaborare con l’Osservatorio permanente per la tutela della famiglia, delle donne, dei minori e delle disabilità di cui è responsabile la dottoressa Francesca Melissano; da qualche settimana il poster che elenca i centri come il nostro che si occupano di aiutare le donne che hanno subito violenza, tra i quali “Liberamente” di Pavia e l’associazione “Chiara” di Voghera, si può trovare negli studi di tutti i medici di base di Pavia e presto verrà proposto anche ai pediatri.
Inoltre – concludono Nicla Spezzati ed Isabella Giardini – stiamo lavorando con la criminologa Roberta Manfredini, che utilizzerà i dati che abbiamo raccolti in questi primi dieci mesi della nostra attività per mettere a punto un progetto di prevenzione: gli elementi che abbiamo fornito grazie alla nostra attività verranno elaborati e costituiranno la base di uno studio che verrà pubblicato a cura della Società Italiana di criminologia”.

“Frattura Molisana”, considerazioni sull’ultima puntata di Report

“Frattura Molisana”, considerazioni sull’ultima puntata di Report

Pubblicato il 23 dic 2014

di Maurizio Acerbo

Il servizio di Report sulla degenerazione clientelar-affaristica e il trasformismo che caratterizzano la politica in Molise, e in particolare le vicende dell’attuale Presidente della Regione Frattura passato disinvoltamente dalle file del centrodestra a quelle del PD, si presta a qualche riflessione e anche a un meritato esercizio di orgoglio rifondarolo.

Consiglio a tutti di vedere il servizio di Report intitolato Frattura Molisana. E’ davvero divertente e i personaggi degni di un film della migliore commedia all’italiana.

Credo che Rifondazione Comunista possa rivendicare con orgoglio di essere stato l’unico partito della sinistra in Molise a non appoggiare il candidato presidente Frattura pagandone le conseguenze con l’esclusione dal Consiglio Regionale.

Infatti nelle elezioni regionali del 2013 a sostegno dell’esponente di centrodestra e sodale del governatore Michele Iorio si schierarono anche l’IdV di Di Pietro, SEL e il PdCI.

I nostri compagni di Rifondazione Comunista costruirono insieme a settori di movimento e dell’associazionismo una lista denominata Rivoluzione Democratica che non poté neanche utilizzare il logo di Rivoluzione Civile di Ingroia visto che gli altri partiti alleati in quel cartello elettorale in Molise erano accorsi in soccorso del vincitore.

E’ emblematico il fatto che mentre “la sinistra politica” entrava per gran parte nel caravanserraglio guidato da Frattura, persone attive nella cittadinanza attiva, nell’associazionismo cattolico, nei movimenti si ritrovavano con Rifondazione Comunista nella costruzione di una lista alternativa.

Per la candidatura a presidente di Rivoluzione Democratica la scelta cadde sul responsabile regionale di Pax Christi Antonio De Lellis, una personalità del mondo cattolico da sempre attiva nei movimenti per l’acqua e i beni comuni, nel pacifismo, nella solidarietà internazionale che non esitò a esporsi in prima persona.

Nonostante l’impegno dei nostri compagni e le qualità del candidato presidente il risultato non fu certo esaltante: l’1,29%, anche perché si trattava di una lista costruita in fretta e con un simbolo difficilmente riconoscibile.

I “professionisti della sinistra” direbbero che si è trattato solo di testimonianza, come si usa fare da tempo ogni qual volta qualcuno in questo paese fa una battaglia controcorrente o in condizioni avverse. Si omette sempre in questi casi di ragionare sul fatto che se gli altri partiti di sinistra fossero stati dal lato giusto della barricata il risultato poteva essere diverso o comunque la battaglia meno difficile.

Alcune considerazioni possono essere facilmente dedotte da questa vicenda.

Se la scelta dei nostri compagni era solo “testimonianza” come qualificare quella di chi sostenne un personaggio come Frattura?

Risulta una retorica francamente indigeribile quella di quanti si riempiono la bocca con la questione morale di Berlinguer e poi in ogni occasione in cui bisogna fare una battaglia la sacrificano agli interessi di bottega, cioè la più facile elezione con le leggi elettorali vigenti e la partecipazione all’amministrazione (e troppo spesso al sottogoverno). Come qualificare la scelta di sostenere un candidato presidente proveniente da Forza Italia, imprenditore organico al sistema di potere affaristico-clientelare dell’assai discusso Iorio?

Nel caso del Molise, come più recentemente nel confinante Abruzzo, la questione morale era evidente a occhio nudo e quindi la necessità per la sinistra di presentarsi autonomamente dal PD doveva e poteva essere condivisa persino dai più tenaci e affezionati sostenitori delle coalizioni di centrosinistra. Invece dall’IdV di Di Pietro (che tra l’altro giocava in casa) a Sel e al PdCI in entrambi i casi si son chiusi entrambi gli occhi. La “frattura molisana” è stata anche quella tra gran parte dei partiti della sinistra e la questione morale. Frattura che non è purtroppo limitata a quella piccola regione.

Se tra i cittadini è così diffusa la cosiddetta antipolitica e tanta parte dello stesso “popolo di sinistra” si è diretto negli ultimi anni verso Grillo o l’astensione questo genere di comportamenti e la logica che li ha giustificati non ne porta pesanti responsabilità?

Dovrebbe far riflettere il fatto che persone attive nei movimenti e nell’associazionismo si ritrovino con noi di Rifondazione Comunista nella costruzione di esperienze di netta alternativa come in Molise mentre quelli che dovrebbero rappresentare “la sinistra politica” ci hanno quasi sempre lasciato soli.

La sinistra in generale dovrebbe interrogarsi sul perché un dirigente di Pax Christi come Antonio De Lellis dimostri maggiore combattività sulla questione morale di un personale politico che si dichiara erede di Berlinguer e in alcuni casi persino di Lenin. Ci sono certo elementi di complicità e contiguità con certi sistemi di potere (qualche briciola di sottogoverno e clientelismo fa sempre comodo), convenienze personali (in alleanza è molto più facile essere eletti), ma non basta questo.

Ci sono tanti dirigenti e militanti disinteressati che hanno condiviso questo genere di scelte o non le hanno combattute per una malintesa visione del realismo politico che si è trasformata in un cinismo che li rende capaci di digerire qualsiasi porcheria. Tra l’altro scelte di questo genere non sono state prese soltanto a livelo locale. Tutti i partiti seguono centralmente la costruzione della alleanze nelle regioni e intervengono almeno per cercare di indirizzare in una certa direzione. Questa linea di allearsi a tutti i costi col PD è stata davvero realistica o non ha nuociuto alla credibilità complessiva della sinistra e dello stesso ormai defunto centrosinistra?

Fortunatamente c’è nella società italiana un grande numero di compagne e compagni senza tessera di partito, e spesso non provenienti nemmeno da una militanza in organizzazioni della sinistra, che condividono con noi valori e principi e soprattutto la necessità di una politica alternativa rispetto alla prevalente degenerazione della vita pubblica. Che non solo sentono il bisogno di programmi radicalmente alternativi al neoliberismo bipartisan di cui il PD è diventato il più forsennato propugnatore ma che ritengono la necessità di rompere con sistemi di potere clientelari e affaristici un imperativo categorico.

Non si offenda nessuno ma questi cittadini, spesso provenienti dal mondo cattolico o dall’ambientalismo, mi sembra che sentano l’urgenza di una coerente battaglia sulla questione morale assai più dei professionisti del comunismo o della sinistra sempre pronti a subordinarla a ragionamenti politicisti e alla convenienza immediata. Ovviamente vanno evitate generalizzazioni perché nel terzo settore come tra le associazioni ambientaliste e persino in aree di movimento ci è capitato di registrare un cinico rapporto con certi sistemi di potere e un’ampia propensione politicista volta a garantirsi la sopravvivenza economica (il caso Roma suggerisce più di una riflessione ma non è questa la sede).

Per costruire una soggettività unitaria in primo luogo dobbiamo avere come nostri interlocutori quelli che, come accaduto in Molise, condividono con noi la concretezza delle battaglie e dei comportamenti assai più di super-comunisti o poetici innovatori sempre pronti all’alleanza col PD persino nelle situazioni più indifendibili sul piano della questione morale (tra l’altro solo se poggia sulla partecipazione dal basso un soggetto unitario può evitare di rompersi a ogni elezione amministrativa in cui il PD strizzi l’occhio a sinistra).

Indignarsi non basta, come giustamente segnalava Ingrao in un libro intervista, ma se non si è più capaci neanche di indignarsi non ci si lamenti se gli indignati volgono le spalle alla sinistra (e purtroppo per la maggioranza quella lì è la sinistra!). Indignarsi non basta certo. Bisogna affrontare la questione morale sul piano politico, bisogna trasformare l’indignazione in progetto politico di trasformazione. Per farlo l’esercizio dell’indispensabile pazienza unitaria tra i partiti di quel che rimane della sinistra non può tradursi in pratiche che risultino escludenti proprio di chi esprime con maggior intensità il desiderio e il bisogno di rottura e cambiamento.

Proprio l’esperienza molisana, in cui “Rivoluzione Democratica” è proseguita naturalmente nel progetto dell’Altra Europa con Tsipras, dimostra che l’unità della sinistra non può essere un cartello elettorale tra partiti esistenti ma deve essere un processo al quale tutte e tutti possano aderire e dentro il quale si possa essere a pieno titolo partecipi delle discussioni e delle decisioni.

Intanto onore al merito alle compagne e ai compagni del Molise.

Di Rivoluzione Democratica c’è ancora bisogno – e non solo in Molise! – come dimostra il servizio di Report.

fonte: Sandwiches di realtà

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-efa53d73-8415-43a8-9753-5d3c25d5937a.html

BRINDISI COMUNISTA

BRINDISI COMUNISTA

Care compagne e cari compagni,
noi non demordiamo,
la lotta per un altro mondo possibile continua!
per battere le politiche neoliberiste del Pd e del governo Renzi che devastano il lavoro, la società, la democrazia,
in una parola, la vita e il futuro della maggioranza delle persone.
Lottiamo per la dignità e i diritti del lavoro, l’uguaglianza, l’ambiente, la libertà dei saperi, la democrazia e la partecipazione.

Ci attendono giorni di dura lotta e strenuo impegno e noi ci saremo!

Per affrontare collettivamente il nuovo anno con uno scambio fraterno di saluti e auguri,
per essere pronti, rinfrancati e tonificati nel fisico e nello spirito (alcolico),
abbiamo organizzato
un brindisi Comunista,
lunedì 29 dicembre alleore 21.00,
presso la sede del nostro Circolo, in via Boldrini 1.
Aspettandovi fiduciosi,
i compagni organizzatori vi salutano a pugno chiuso.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo Hugo Chavez Frias
VIGEVANO

Collettivo Culturale Rosa Luxemburg

Collage per brindisi

 

I compiti di Rifondazione Comunista nella ripresa delle lotte sociali

I compiti di Rifondazione Comunista nella ripresa delle lotte sociali

PAOLO FERRERO

Ieri e oggi si è svolto il comitato Politico Nazionale di RIfondazione Comunista. Abbiamo approvato con 61 voti favorevoli, 29 contrari e un astenuto il seguente documento. Vi proporrei di farlo generosamente circolare.
I compiti di Rifondazione Comunista nella ripresa delle lotte sociali.
Lo sciopero generale del 12 dicembre scorso segna un decisivo punto di passaggio per la vicenda politica e sociale del paese. Dopo anni in cui l’attitudine concertativa dei vertici sindacali aveva consegnato alla passività e alla rassegnazione milioni di lavoratrici e lavoratori, il successo dello sciopero generale e il suo essere inserito in un contesto di mobilitazioni articolato e generalizzato ci parla di una diffusa disponibilità al conflitto.
Lo sciopero generale ha una valenza sociale e sindacale, e al tempo stesso direttamente politica.
In primo luogo rimette il conflitto di classe al centro del dibattito del paese il conflitto di classe, presupposto indispensabile per la costruzione dell’alternativa.
In secondo luogo il fatto che lo sciopero generale sia avvenuto contro un governo presieduto dal segretario del principale partito del centro sinistra, è un evento del tutto inedito, che va nella direzione della ridefinizione dei soggetti sociali, politici e di classe. Negli ultimi decenni le lotte generali fatte contro governi di centro destra avevano sempre il sottinteso di una possibile soluzione dei problemi attraverso il cambio del governo nelle elezioni successive. Questa dinamica ha oggettivamente rafforzato il bipolarismo e messo in difficoltà chi come noi, sostiene da tempo che l’alternanza non è l’anticamera dell’alternativa. Questa volta, al contrario, sia il gruppo dirigente della Cgil che milioni di lavoratori e lavoratrici non possono affidare al meccanismo dell’alternanza la soluzione dei problemi. Diventa evidente a livello di massa che il PD fa parte del problema e non della soluzione e che è un alfiere delle politiche neoliberiste.
Lo sciopero e la sua riuscita domandano sia la continuità e lo sviluppo del conflitto sociale, sia la capacità di dare risposta al problema politico che si è aperto, quello della rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro in un contesto in cui il PD non risponde – nemmeno parzialmente – a questa esigenza. Per la prima volta si apre il tema della rappresentanza del mondo del lavoro al di fuori del sistema bipolare proprio della seconda repubblica.
Proprio questa valenza generale dello scontro di classe in atto nel paese ci chiama ad una risposta su più livelli.
Il nostro partito nel conflitto sociale
Rifondazione Comunista ha partecipato attivamente a tutti i momenti di mobilitazione, promossi dalla Cgil, dalla Fiom, dalle reti precarie con lo sciopero sociale, dal sindacalismo conflittuale, con la presenza nelle piazze e con le nostre compagne e i nostri compagni attivamente impegnati ad organizzare la lotta sui luoghi di lavoro e sui territori. L’importanza del nostro impegno affinché il conflitto si estenda, si organizzi e si radicalizzi appare molto evidente. Così come l’esigenza da parte nostra di promuovere momenti di dialogo e riflessione comuni fra le diverse realtà promotrici delle mobilitazioni. Parimenti dobbiamo consapevolmente operare affinché diventi patrimonio di massa la consapevolezza che il nemico da sconfiggere sono le politiche neoliberiste in quanto tali. La costruzione di un vasto ed unitario movimento di massa antiliberista è l’obiettivo di fase a cui dobbiamo tendere ed è la condizione per unificare le diverse figure sociali colpite dalla crisi che partecipano oggi alle lotte in modi assai differenziati. La costruzione di una unità di tutto il mondo del lavoro, dai disoccupati ai precari ai lavoratori privati e pubblici, la costruzione dell’unità di classe può realizzarsi nella misura in cui nel conflitto matura una coscienza antiliberista e individua quindi chiaramente l’avversario. Come abbiamo detto più volte, dobbiamo unire cioè che il neoliberismo divide.
Dobbiamo insomma, oltre alla partecipazione, immergere completamente il partito nell’elaborazione, nella qualificazione, nell’organizzazione e nelle pratiche del conflitto. Il nostro messaggio deve essere di grande radicalità nei confronti del governo e delle sue politiche e di grande unità fra le vertenze in atto e le differenti realtà politiche e sociali che si mobilitano. Anche a questo servono le nostre proposte, a partire dal Piano per il Lavoro e dall’attivazione della campagna di raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per l’eliminazione del pareggio di bilancio in Costituzione. Dobbiamo operare per dare continuità al conflitto sociale con l’obiettivo di determinare risultati concreti sul terreno della mobilitazione, a partire dal contrasto al JOBS ACT.
Il nostro partito nella costruzione dell’unità della sinistra.
Le caratteristiche stesse dello scontro sociale ci pongono in forme ancora più evidenti la necessità di costruire un campo della Sinistra autonomo e alternativo alle politiche di austerità e allo schieramento del centrosinistra – che ormai esiste soltanto nominalmente – che sappia strutturarsi nei territori ed essere agente attivo e riferimento delle mobilitazioni sociali.
In questo contesto si è aperto un vasto ed articolato dibattito sulle forme i percorsi e i contenuti attraverso cui realizzare il processo di unità a sinistra, un dibattito a cui Rifondazione Comunista partecipa in maniera attiva, portando costruttivamente il proprio contributo di elaborazione e orientamento.
Noi pensiamo che questo percorso possa e debba avviarsi a partire dall’esperienza dell’Altra Europa per Tsipras che ha dato positiva prova di sé in occasione delle elezioni europee ed è oggi luogo di convergenza unitario tra le diverse forze della sinistra. L’Altra Europa è quindi il punto di partenza per il lancio di un processo di aggregazione che con ogni evidenza deve rivolgersi al complesso delle forze – organizzate o meno – che si collocano sul terreno dell’alternativa e della lotta al neoliberismo al fine di far nascere una soggettività politica che risponda al “bisogno di sinistra” diffuso nel Paese. Un punto di partenza che si sviluppi e faccia un salto di qualità nel senso dell’internità ai conflitti e nel radicamento sociale, nella definizione di obiettivi comprensibili a livello popolare, nella connessione delle lotte contro il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la controriforma della Costituzione, lo smantellamento della scuola pubblica.
Il nostro obiettivo non è la costruzione di un nuovo partito, ma di un’ampia coalizione sociale e politica, di un soggetto unitario e plurale che si dia regole democratiche di funzionamento, meccanismi di certificazione degli aderenti, per essere capace di realizzare il massimo coinvolgimento e la massima partecipazione del complesso di forze organizzate o meno che si pongono in alternativa alle larghe intese in Europa, saldamente collocati nel Gue ed in relazione con il progetto della Sinistra Europea, ed in Italia radicalmente alternativi al PD e al governo Renzi, capace di di radicarsi nel conflitto sociale che si è riaperto nel paese.
Le stesse elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna hanno registrato a livelli mai visti la crisi della politica derivante dalla distorsione maggioritaria e bipolare: un’enorme astensione come forma di reazione alla sostanziale omologazione delle politiche dei due poli che mettono in scena una contrapposizione che non riguarda l’essenza delle politiche neoliberiste e di austerità. In questo quadro la sinistra continua a riscontrare difficoltà: da questo punto di vista urge un’accelerazione del processo unitario nella chiarezza dell’autonomia politica e programmatica. Il risultato della lista L’Altra Emilia-Romagna indica, una volta di più, l’esistenza di uno spazio elettorale presente a sinistra e una domanda di alternativa al Partito Democratico su cui il processo unitario deve investire politicamente.
E’ questa la proposta che porteremo alla stessa assemblea del 17/18 gennaio della Lista Tsipras al cui successo lavoriamo, come invitiamo tutte le compagne ed i compagni ad aderire e partecipare ai comitati dell’Altra Europa.
Il nostro partito nella costruzione dell’alternativa al capitalismo in crisi
La ripresa delle lotte avviene a sei anni dall’inizio della crisi che è contemporaneamente una crisi strutturale del capitalismo globalizzato e una crisi sistemica dell’Europa di Maastricht. Da questa crisi non si uscirà rilanciando le politiche neoliberiste come tentano di fare le elites politiche ed economiche mondiali. Da questa crisi non si uscirà nemmeno con qualche aggiustamento o cercando di riprodurre un impossibile compromesso socialdemocratico. Questa crisi pone il problema dell’esaurirsi della spinta propulsiva del capitalismo e pone quindi la necessità di una risposta socialista, di un superamento della logica del profitto come motore della dinamica sociale.
Proprio la crisi pone quindi l’alternativa tra socialismo o barbarie e pone il tema dell’attualità del comunismo. Per questo riteniamo che il rilancio del Partito della Rifondazione Comunista rappresenti una necessità storica, un punto fondamentale per individuare la strada di uscita dalla crisi, di uscita dal capitalismo in crisi. Come riteniamo che un rinnovato progetto della rifondazione comunista possa essere il terreno di ricomposizione di tutte le comuniste e i comunisti che vogliono costruire la sinistra di alternativa e superare i rapporti di produzione capitalistici: una proposta che continueremo ad avanzare a tutti i compagni e le compagne interessate, un obiettivo che ci impegniamo a perseguire.
Il lavoro di costruzione di una sinistra unita antiliberista e di rafforzamento del Partito della Rifondazione Comunista sono quindi due facce della stessa medaglia, due processi tra loro intrecciati: è necessario dare al movimento un punto di riferimento a sinistra, è necessario costruire con la nostra iniziativa nel movimento uno sbocco in senso socialista al fallimento del capitale.
Rifondazione Comunista
Abbiamo quindi oggi la possibilità di vedere attuata la linea politica che il partito persegue da tempo: la costruzione di una sinistra unita antiliberista e il rafforzamento del Partito della Rifondazione Comunista sono quindi le due gambe su cui far marciare il nostro progetto politico. A tal fine è assolutamente necessario operare per rafforzare il partito e la sua capacità di intervento. Occorre rilanciare il lavoro di ricerca teorico, migliorare la definizione della nostra proposta politica, la formazione dei compagni e delle compagne, il nostro radicamento sociale, la capacità di dialogo e di internità nei movimenti. Non sono in discussione l’esistenza del partito, la sua autonomia organizzativa e di iniziativa politica, sociale e culturale. Anzi le ragioni che hanno portato alla nascita del Partito della Rifondazione Comunista 23 anni fa sono più valide che mai: occorre quindi lavorare nella direzione tracciata per operare il rilancio del partito e la partenza del processo unitario a sinistra.
Riteniamo quindi necessario rilanciare il lavoro del partito anche attraverso la convocazione di una conferenza di organizzazione che abbia come principale obiettivo una riforma del PRC come partito capace di radicarsi nelle lotte, di esprimere direzione politica nel conflitto, di riattivare la lotta per l’egemonia e la trasformazione del senso comune.
In questo quadro il CPN ritiene necessario che il partito tutto lavori per:
-aprire un confronto con tutte le forze sociali, politiche e sindacali impegnate in queste settimane contro il governo Renzi per dare continuità e far crescere l’opposizione (sciopero generale del 12 dicembre, sindacalismo di base, movimenti sociali )
-rilanciare con forza la nostra proposta di Piano per il lavoro da far vivere dentro le lotte come piattaforma di alternativa alle politiche neoliberiste;
– lavorare, in relazione alle prossime elezioni regionali, alla costruzione di liste unitarie di alternativa a candidati, schieramenti e programmi – comunque collocati- di orientamento neoliberista e che si pongano in continuità con le politiche del governo Renzi.
-sviluppare una campagna di controinformazione e solidarietà con la lotta del popolo Palestinese, per la fine della occupazione e il riconoscimento dello Stato di Palestina.
-sviluppare una campagna di sostegno al popolo Kurdo, il quale vede nella resistenza di Kobane il suo simbolo;
-sviluppare una campagna di denuncia e informazione sull’operato degli USA teso a ricostruire la cortina di ferro ai confini dell’Ucraina;
In questo quadro ed al fine di rafforzare il partito il CPN decide di dar mandato alla Segreteria Nazionale di:
-completare lo svolgimento degli attivi regionali in tutto il partito per discutere della fase politica, delle nostre proposte, del rilancio del partito;
-organizzare attivi regionali delle lavoratrici e dei lavoratori;
-proseguire nella campagna del tesseramento 2015;
-organizzare il 31 gennaio un seminario sui temi dell’euro dando applicazione a quanto deciso dal Congresso nazionale;
-organizzare entro febbraio un convegno sul mutualismo e sulle pratiche sociali solidali
-convocare la Conferenza Nazionale di organizzazione il 28 e 29 marzo 2015.
Il Comitato Politico Nazionale ringrazia le centinaia di compagni e di compagne che hanno dato il loro contributo alla campagna di sottoscrizione per sostenere Dino Greco,gli altri giornalisti coinvolti e la Mrc, a fronte della sentenza negativa per l’attività giornalistica svolta a Liberazione; l’impegno e la solidarietà concretamente dimostrate testimoniano e confermano la qualità del nostro tessuto umano e politico e della necessità della sua piena valorizzazione politica.
La direzione nazionale saluta positivamente la scelta attuata dal Coordinamento nazionale allargato dei Giovan@ Comunist@ riunito il 7/12/2014 di avviare il percorso di convocazione della Conferenza nazionale nei primi mesi del 2015 reinserendo positivamente i Giovan@ Comunist@ all’interno della ripresa del conflitto sociale.

Poesia Sioux

Poesia Sioux

Poesia Sioux
Non ti auguro un dono qualsiasi,
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perchè te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.
foto web
poesia di -Elli Michler-

Palestina: l’acqua è un bene comune

Palestina: l’acqua è un bene comune

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Il viaggio della delegazione, di attivisti del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua Bene Comune e BDS Italia, promotore della campagna contro l’accordo Acea-Mekorot, in Palestina e Israele ha avuto come tema centrale il valore e la difesa dell’acqua come bene comune. La delegazione rientrava nell’ambito del progetto “Beyond Walls” del Servizio Civile Internazionale, in partenariato con i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta e l’associazione israeliana ActiveVision.

Nel corso dei 12 giorni di permanenza in Cisgiordania e Israele, la delegazione ha incontrato – allo scopo di rafforzare i rapporti con i movimenti di resistenza – esponenti della società civile palestinese e israeliana che si battono contro l’occupazione e per documentare quanto e come l’acqua giochi un ruolo determinante nel conflitto israelo-palestinese e nel tentativo di analizzare gli scenari futuri che potrebbero delinearsi in altre parti del mondo.

I villaggi palestinesi, molti dei quali non sono connessi ad alcuna rete idrica, ricevono acqua in maniera discriminatoria; ogni palestinese dispone di 1/4 dell’acqua di un israeliano. Mekorot, il “braccio operativo del governo israeliano”, sottrae illegalmente acqua dalle sorgenti e falde in West Bank rivendendola ai palestinesi a prezzi più alti rispetto agli israeliani. L’acqua è scarsa solo per la popolazione palestinese, cui è negato l’accesso alle fonti, mentre i coloni ne godono in abbondanza. Inoltre Israele impedisce la costruzione delle infrastrutture idriche nell’Area C (che costituisce il 60% della Cisgiordania) e distrugge o confisca i pozzi e le cisterne per i quali mancano i permessi – soventemente negati – mentre tutti gli insediamenti, anche quelli illegali, sono connessi alla rete idrica.

Alla distruzione delle cisterne vanno ad aggiungersi le violenze dei coloni, coadiuvati dall’esercito. Come ci raccontano gli abitanti di At-Tuwani, Nabi Saleh, Jeb Eltheeb, gli agricoltori e i pastori della Jordan Valley e i beduini del deserto del Negev, impegnati da anni nella lotta non violenta per l’accesso all’acqua e per la riaffermazione del diritto dei palestinesi ad accedere ai propri terreni nonostante alcune restrizioni imposte dal governo israeliano senza alcuna base legale.

Il furto dell’acqua rientra nella più ampia strategia israeliana di sottrarre territorio e risorse alla popolazione palestinese per impedirne la permanenza rendendo impossibile lo sviluppo dell’economia ed una qualità della vita minimamente accettabile. Sotto occupazione l’acqua è ben lontana dall’essere un diritto umano, figuriamoci un bene comune!

Ad At-Tuwani – zona sotto controllo israeliano dal 1967 – abbiamo incontrato Hafez, leader del Comitato popolare delle South Hebron Hills, che ci ha spiegato l’efficacia della lotta nonviolenta per l’affermazione del diritto ad “esistere e resistere” che si esplica nel legame con la propria terra e la caparbietà nel continuare a coltivare e pascolare nonostante le restrizioni israeliane, nonostante le violenze dei coloni e delle azioni militari.
L’arma migliore per difendersi dagli attacchi è la videocamera. Lo hanno capito anni fa e lo sanno bene anche i volontari di Operazione Colomba (corpo civile e nonviolento di pace che fa parte dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e che interviene nei conflitti armati e sociali acuti), che operano e vivono a stretto contatto con la popolazione, il cui “compito” è monitorare, riprendere, fotografare e proteggere gli abitanti del villaggio dalle violenze dei coloni.
La videocamera è “l’arma” usata anche dagli abitanti di Nabi Saleh, villaggio a cui è stata confiscata – nel 2009 – l’unica sorgente d’acqua da parte di un insediamento illegale.
Quando nel 2009 anche il villaggio di Nabi Saleh ha creato il proprio Comitato di Resistenza Popolare, tutto è partito dalle donne. Supportate dai propri mariti e fratelli, sono state le principali artefici dell’inizio della resistenza non violenza in quel piccolo paese della Cisgiordania. E’ un caso peculiare, ma che fa comprendere bene l’importanza e la presenza femminile nella resistenza palestinese.

Ogni venerdì gli abitanti organizzano una manifestazione per arrivare alla fonte d’acqua e per protestate contro l’espansione dell’insediamento israeliano. Qui il movimento popolare di resistenza è un vero e proprio “laboratorio politico” che lotta con creatività contro l’occupazione. Grazie al giornalista/attivista Mohammed al-Tamimi, coadiuvato dagli attivisti israeliani contro l’occupazione, sono stati tenuti dei corsi ai bambini tra i 10 ai 17 per l’uso della videocamera per documentare tutte le violazioni che subiscono. Notizie, report, aggiornamenti sulla lotta diffuse sui social network (blog, facebook, twitter), una fonte di informazione alternativa allo scopo di superare i confini internazionali e “socializzare” le proprie rivendicazioni.

Al-Mufaqarah

Abbarbicato su una collina a 45 chilometri a Sud d Hebron, Al-Mufaqarah è uno dei dodici villaggi nella cosiddetta Firing Zone 918, minacciati di trasferimento forzato dall’Amministrazione Civile israeliana. Nel luglio 2012, il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha ordinato l’espulsione e la demolizione di otto villaggi nelle colline a Sud di Hebron, affermando che l’area è indispensabile per l’addestramento delle forze militari.

Presente su queste terre dalla fine del mandato britannico seguendo uno stile di vita semplice e a contatto con la natura,la comunità palestinese di Al-Mufaqarah ha subito enormi vessazioni negli ultimi trent’anni, da quando i primi insediamenti illegali israeliani sono stati creati nell’area. Restrizioni al movimento, avvelenamenti dei greggi, attacchi di coloni, divieto di costruire case e strutture, demolizioni di abitazioni, detenzioni arbitrarie Nel 2007, la comunità ha deciso d costruire una nuova moschea e una casa di 60 metri quadrati.
Una mattina, due bulldozer scortati da una jeep della polizia di frontiera, da quattro funzionari del DCO (District Coordination Office) e da cinque veicoli dell’esercito israeliano sono arrivati nel villaggio di Al Mufaqarah per demolire la moschea. Ovvero, l’unico vero edificio dove la comunità può riunirsi, utilizzato anche come scuola per i bambini più piccoli che non riescono a camminare per quattro chilometri ogni giorno per recarsi a scuola nel vicino villaggio di At-Tuwani.

QARAWET-BANI-ZEID (villaggio a Nord Ovest di Ramallàh DiSTRETTO di Nablus)

E’ un villaggio di circa 3500 abitanti a nord di Ramallah, il problema principale è l’acqua. C’è un consiglio del villaggio per affrontare le problematiche perché il governo ANP è assente. In questa zona non ci sono colonie ma soffrono l’occupazione e l’appropriazione delle terre e dell’acqua.
Il furto di acqua in Palestina e lo strapotere della Mekorot:
La rete idrica è vecchia e nei posti più alti non arriva, si sono rivolti alla Autorità Palestinese di aiutarli a risolvere il problema (pagano 40 shekel a metro cubo) ma non hanno mai ottenuto risposta. Il consiglio del villaggio non può fare nulla e non ha la possibilità di costruire un pozzo perché i soldati lo distruggerebbero; invece l’ANP dice che l’acqua per i villaggi è sufficiente.

La donne del villaggio fanno parte a pieno titolo del consiglio del villaggio, inoltre hanno un loro circolo in cui decidono le strategie necessarie alla lotta dei Comitati popolari resistenza non violenti palestinesi.

Aida Refugee Camp (Betlemme)

All’ingresso del campo di Aida un grande arco a forma di uscio con al di sopra una chiave enorme lancia immediatamente un forte messaggio: qui c’è gente che conserva ancora le chiavi delle proprie case, dalle quali sono stati espulsi nel 1948.
Poco importa se dopo 62 anni al loro posto sorgono dei centri commerciali, un parco naturale o un’università.
La chiave, simbolo dal doppio significato. Da un lato proietta verso il futuro: la speranza di poter aprire un giorno una casa propria, non più le baracche – diventate col tempo palazzi affollati in pietre e cemento – fornite dall’Onu.
Dall’altro invece parla di una quotidiana chiusura verso l’esterno. Si può lavorare e vivere al di fuori, ma la Refugee ID Card è come una prigione. Formalmente è uno stato temporaneo: ma nel caso dei palestinesi questa precarietà dura da 62 anni.
Una precarietà che si esprime in un solo dato: all’interno del campo, grande meno di un chilometro quadrato, risiedono 5.500 persone.
Persone che provengono da 17 villaggi intorno all’area di Gerusalemme e Hebron.
Luoghi in cui oggi non resta traccia delle loro origini.
Per gli abitanti di Aida vi è un’unica cisterna d’acqua che viene riempita una sola volta al mese. Quantità che ovviamente non basta e di conseguenza comporta un ulteriore costo per la popolazione, costretta a rifornirsi di acqua dall’esterno, a spese proprie.
L’elettricità del campo funziona solo 8 ore al giorno. Vedette militari controllano il campo quotidianamente, e se ritengono opportuno di aprire il fuoco lo fanno senza scrupoli. I buchi nei muri degli edifici parlano da soli.
Al-Araqib (Negev)
Lungo la strada verso sud per il Naqab (Negev), vediamo segnali in ebraico, inglese e arabo. Si scopre che i nomi arabi sono in realtà traslitterati dall’ebraico, dearabizzando i nomi dei luoghi storici. Nel villaggio di Al-Araqib, sussultando su una strada sterrata di rocce, di sabbia e di buche profonde, ci fermiamo in una grande tenda fatta di ampi fogli di plastica e di tavole di supporto in legno. Ci accoglie lo sceicco che ci spiega in vividi dettagli i numerosi “crimini contro l’umanità” che sono stati commessi contro il suo paese, demolito e ricostruito 52 volte. Nel 1999, gli israeliani hanno iniziato a spargere sul raccolto dei campi sostanze chimiche velenose e ripetuto il processo per cinque volte. I prodotti chimici hanno colpito i campi, gli animali sono morti e c’è stato un aumento di aborti spontanei, ma il sistema medico israeliano ha ostacolato qualsiasi ricerca su questa catastrofe.
Nel 2010 le forze israeliane sono arrivate con elicotteri, cani e cavalli, hanno spianato il villaggio. Lo Sceicco e suo figlio ci raccontano della demolizione delle case, la distruzione del cibo, del latte, delle medicine. Oltre 4000 alberi da frutta, ulivi e vigneti sono stati sradicati. “Siamo persone. Abbiamo zero disoccupazione. Viviamo grazie all’agricoltura e all’allevamento” Lui dice che è sorprendente che gli israeliani vogliono trasformare loro da agricoltori indipendenti che vivono nel deserto a poveri operai delle fabbriche controllate dai capi ebrei nella città degli insediamenti. Sei mesi dopo il villaggio è stato demolito, 40 camion sono arrivati e hanno rimosso tutte le macerie e la corte ha ordinato ai beduini di spostarsi verso il cimitero. Gli israeliani hanno ucciso 100 pecore e 16 cavalli arabi. Attualmente l’unico posto sicuro per le famiglie è il cimitero senza acqua né elettricità. “I morti proteggono i vivi.” Gli israeliani hanno poi piantato nella terra beduina filari di alberi di eucalipto creando la Foresta dell’Ambasciatore e gli ambasciatori stranieri sono incoraggiati a piantare alberi qui in nome dei loro paesi. Lo sceicco è stato visitato dall’ambasciatore sudafricano che ha condannato queste politiche e si è rifiutato di piantare un albero. Che amara ironia: una grande cisterna d’acqua arriva e inizia ad annaffiare queste piante , ma non c’è acqua per il popolo beduino.

Kufr Bi’rim (Galilea)

Nell’estremo nord della Galilea, a tre chilometri dal confine con il Libano, gli ex abitanti di Kufr Bi’rim hanno trascorso gli ultimi 66 anni nel tentativo di tornare nelle proprie terre. Una battaglia che non si è mai fermata, legando con un filo invisibile le tante generazioni che si sono susseguite. E che oggi siedono insieme nel cortile della chiesa della Vergine Maria: anziani che hanno vissuto l’espulsione dal villaggio, i loro figli che di Kufr Bi’rim.

Villaggio cristiano maronita, nel 1948 contava una popolazione di 1.050 persone: «Il 29 ottobre 1948 le truppe israeliane entrarono nel villaggio – ci racconta la nostra guida –. Le truppe rimasero per qualche giorno e il 13 novembre convinsero la popolazione ad allontanarsi, dicendo loro che si sarebbe trattato solo di due settimane e che era necessario per garantire la loro sicurezza vista la possibilità di un attacco dal Libano. Gli abitanti si fidarono e lasciarono Kufr Bi’rim senza portarsi dietro nulla. Due settimane dopo, quando provarono a tornare, l’esercito glielo impedì. Da allora siamo diventati profughi: alcuni fuggirono in Libano, altri nel vicino villaggio di Jish, altri ancora ad Haifa e Akko. Oggi i discendenti degli sfollati del 1948 sono circa seimila, di cui tremila vivono all’estero».
Ciò che rende questo villaggio speciale è l’incredibile forza di volontà dei suoi residenti. Da subito misero in piedi una vera e propria campagna per il ritorno, fatta di appelli alla Corte Suprema israeliana, sit-in, manifestazioni di protesta. La prima petizione alla magistratura israeliana risale al 1949. La Corte Suprema rispose nel 1951, stabilendo il diritto dei profughi a tornare a Kufr Bi’rim vista la totale mancanza di ragioni legali per impedirne il ritorno. Una sentenza inaccettabile per il governo israeliano che ordinò il bombardamento del villaggio. “Non avevamo più case dove tornare – ci raccontano due anziani del villaggio -.Nello stesso periodo cominciava l’occupazione delle nostre terre: vennero costruiti tre kibbutz, ancora oggi presenti, e dieci anni dopo, nel 1965, l’area del villaggio venne dichiarata parco nazionale, sotto la gestione del Fondo nazionale ebraico (il Keren Kayemet LeYisrael, Kkl) e dell’Autorità per la terra”.
La distruzione di Kufr Bi’rim e delle sue 250 abitazioni, della clinica, dei quattro quartieri rientra nel più ampio piano israeliano di trasferimento forzato della popolazione palestinese dal Nord di Israele: un programma adottato dall’ufficio del primo ministro già nel giugno 1948 e basato sul cosiddetto Smith Plan che prevedeva «un trasferimento retroattivo» della popolazione palestinese. Ovvero, una volta allontanati i residenti, i villaggi venivano rasi al suolo per impedire il ritorno dei profughi.
Camminiamo tra le rovine delle case di Kufr Bi’rim: tra i cespugli spuntano gli archi in pietra, i pozzi, le colonne, i gradini. Oggi del villaggio originario restano solo la chiesa e la scuola, divenuti il punto di riferimento della campagna Al Awda («Il ritorno»). Una campagna iniziata negli anni Ottanta, quando i rifugiati cominciarono a tornare a Kufr Bi’rim per celebrare insieme feste religiose e, ogni estate, per organizzare campi per bambini e giovani. Fino all’agosto 2013, quando, alla fine del campo estivo, i residenti di Kufr Bi’rim decisero di restare, senza più andarsene.
«Siamo rimasti. Abbiamo iniziato a lavorare con metodo: abbiamo istituito un comitato che gestisce i fondi, raccolti tra le famiglie originarie di Kufr Bi’rim e che organizza i turni per mantenere costante la presenza, soprattutto di notte – ci spiegano –. Abbiamo ristrutturato la scuola e la chiesa, costruito una piccola cucina e una stanza dove dormono i più giovani. Ci siamo divisi in quattro gruppi, ognuno responsabile di ripulire un quartiere di Kufr Bi’rim dalle sterpaglie. Festeggiamo ogni ricorrenza religiosa e ogni domenica diciamo messa nella chiesa della Vergine Maria.

Tutte le generazioni sono tornate oggi a Kufr Bi’rim, intenzionate a sfidare l’ultimo ostacolo posto da Israele.
«Abbiamo ricevuto un ordine di evacuazione, emesso dal governo israeliano – continua la nostra guida –. Dicono che non possiamo restare perché si tratta di un parco nazionale e hanno indicato le strutture nuove sotto ordine di demolizione. Anche il nostro piccolo orticello è nella lista. Abbiamo già fatto appello alla Corte Suprema, ci vorranno almeno due anni prima che venga presa una decisione. Nel frattempo restiamo qua, l’importante è mantenere viva la presenza nel villaggio».
«Sai che c’è? Se la Corte stabilirà che dobbiamo andarcene, noi torneremo comunque». Yousef, 80 anni, racconta «Avevo 13 anni quando ci costrinsero con l’inganno a lasciare le nostre terre. La nostra era una vita così serena: lavoravamo la terra e allevavamo gli animali. Prima, al posto dei pini piantati dal Kkl, c’erano mandorli, ulivi, fichi. Abbiamo sofferto tanto in questi anni: arresti, demolizioni, umiliazioni. Non ce lo meritiamo, siamo un villaggio pacifico che vuole solo una cosa. Tornare».

Questi sono solo alcuni tra i tanti esempi dell’efficacia della joint struggle (lotta unita), oltre al fatto che (cito) “ci permette di guardarci allo specchio e di trovare risposte a molte domande che riguardano l’ingiustizia sociale, la separazione forzata, la repressione anche nei nostri quartieri e nelle nostre città”.

Il GUE/NGL saluta la fine del gelo tra Usa e Cuba

Il GUE/NGL saluta la fine del gelo tra Usa e Cuba

Il GUE/NGL saluta la fine del gelo tra Usa e Cuba

di Gabi Zimmer

Noi fortemente diamo il benvenuto al rilascio degli altri tre membri dei
“Cuban Five”. Questo rappresenta una vittoria per la campagna di solidarietà
che si è espressa in tutto il mondo, incluso il Parlamento Europeo, dove il
GUE/NGL ha giocato un importante ruolo.

Noi salutiamo anche il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra gli
Stati uniti e Cuba. Ma per normalizzare pienamente le relazioni è giunto il
momento che il governo degli Stati Uniti tolga il suo embargo economico,
commerciale e finanziario su Cuba, 25 anni dopo la fine della Guerra Fredda.

Gli sforzi di Raul Castro e Obama mandano anche un chiaro segnale all’Unione
Europea: è tempo di normalizzare le relazioni con Cuba e di revocare
immediatamente la posizione comune del 1996.

La società cubana è nel mezzo di un grande processo di trasformazione
sociale e il popolo cubano ha più che mai bisogno della nostra solidarietà
politica, sociale e economica.

GABI ZIMMER
presidente del GUE/NGL
I Cinque e i primi passi verso la fine del “bloqueo”
Pubblicato il 18 dicembre 2014

di Maite Mola

Il Partito della Sinistra Europea (EL) accoglie con favore la liberazione
dei tre combattenti cubani che facevano parte dei Cinque cubani incarcerati
negli Stati Uniti 16 anni fa con l’accusa di spionaggio. Per anni è stata
condotta una intensa campagna internazionale per la libertà dei ‘cinque’,
nella quale la Sinistra Europea e i suoi partiti membri hanno svolto un
ruolo importante. Abbiamo, infine, raggiunto questo obiettivo, che ha una
grande importanza tanto dal punto di vista politico quanto umano.
La Sinistra Europea dà il benvenuto inoltre all’apertura di relazioni
diplomatiche tra i due paesi, gli Stati Uniti e la Repubblica di Cuba, ma
respinge categoricamente il blocco contro il popolo cubano, così come la
posizione comune dell’Unione europea. È tempo di porre fine a questa
punizione disumana di centinaia di migliaia di persone comuni e di stabilire
relazioni tra Cuba, gli Stati Uniti e l’Unione europea. Il Partito della
Sinistra Europea continuerà a lottare in tutte le sedi al fine di
raggiungere questo obiettivo.

MAITE MOLTA

Responsabile Internazionale Sinistra Europea

http://fr.european-left.org/positions/liberation-cuban-five

Il voto pro-Palestina del Parlamento europeo. Spinelli, Maltese, Forenza: “Atto coraggioso”

Il voto pro-Palestina del Parlamento europeo.  Spinelli, Maltese, Forenza: “Atto coraggioso”

Il Parlamento di Strasburgo ha approvato ad ampia maggioranza una risoluzione sottoscritta da quasi tutti i gruppi che sostiene “in linea di principio” il riconoscimento dello Stato della Palestina sulla base dei confini del 1967, appoggia la soluzione a due Stati con Gerusalemme capitale e esorta la ripresa dei colloqui di pace. La risoluzione è stata approvata con 498 sì, 88 no e 111 astensioni. Un grande applauso di una larga parte dell’Aula di Strasburgo ha accolto oò voto, secondo molti osservatori storico, a sostegno dello stato della Palestina. In particolare, la risoluzione è stata il frutto della convergenza dei testi presentanti da cinque gruppi, quello del Ppe, del S&D, della Sinistra Unita (Gue), dei liberali e dei Verdi, appoggiata anche da alcuni esponenti ‘grillini’ come Massimo Castaldo e Ignazio Corrao.

Sul voto di Strasburgo hanno rilasciato una lunga Eleonora Forenza, Maltese e Spinelli, che parla di “un atto politico coraggioso e di grande importanza”. “L’Unione in quanto tale – aggiunge Ferrero – non parla ancora con un’unica voce in politica estera, e riconoscere gli Stati è legalmente prerogativa degli Stati”.

Di positivo, secondo Ferrero, c’è che l’Assemblea dell’Unione “ha forzato abitudini, tempi, pavidità, contro il parere delle destre più gelose delle sovranità assolute degli Stati, e con il suo voto ha affermato di voler esserci e di voler dire la sua parola inequivocabile, su una questione del Medio Oriente che, irrisolta, ha generato lungo i decenni un gran numero di guerre e di morti”. “In quest’ambito – proseguono – il Parlamento non ha esitato a lanciare un messaggio di disapprovazione nei confronti del governo israeliano, che si è adoperato in tutti i modi per evitare che l’Europa uscisse allo scoperto con questa dichiarazione, e si conquistasse un diritto di presenza e di parola politica in materia, seguendo la linea degli Stati dell’Unione che già hanno riconosciuto lo Stato Palestinese. L’Alto Rappresentante Federica Mogherini vedrà fortemente accresciuto il proprio peso e la propria influenza, se vorrà esercitarli, dopo la decisione dei parlamentari riuniti a Strasburgo”.

“Alcuni gruppi politici hanno tentato di dire che la risoluzione approva e legittima lo Stato palestinese a condizione che i negoziati di pace riprendano seriamente e abbiano successo – osservano ancora i tre parlamentari europei -. È un’interpretazione del tutto fallace della mozione approvata. Il riconoscimento «va di pari passo» con i negoziati di pace – questo dice letteralmente il testo – e la condizionalità fortunatamente non c’è”.

Marta assolta

Marta assolta

MARTA ASSOLTA !

di NICOLETTA DOSIO
In questa giornata di dicembre il cui tepore sa di primavera, sono felice con Marta, per Marta e per tutti noi.
Non dimenticherò quella notte di un luglio raggelato in cui Marta fu malmenata e oltraggiata, notte di manganelli, lacrimogeni, arresti, di angoscia per chi non tornava, fermato o disperso in luoghi improvvisamente sconosciuti e ostili.
La serenità coraggiosa di Marta, l’assistenza umana e professionale di Valentina e di tutti i nostri avvocati sono una risorsa preziosa per il movimento NO TAV che nei legami di affetto, di solidarietà, di lucida consapevolezza trova motivo e forza di una lotta irriducibile.
Nulla potranno i caselli, gli esposito, i rinaudo e padalino, le trame lobbistiche, le intimidazioni di tribunali e carceri contro il vento di liberazione che si alza dalle dimore degli oppressi e che crescerà, fino a diventare uragano, capace di spezzare le catene, di risucchiare nel pozzo senza fondo dell’oblio gli oppressori e i loro servi schiocchi.

Si è oggi concluso il processo a carico di Marta per i fatti svoltisi in Val Clarea nella notte tra il 19 ed il 20 luglio 2013.

Quella sera Marta venne fermata, con altri 8 attivisti Notav (di cui uno minorenne) nel corso di una passeggiata notturna nel Comune di Giaglione.

Quella notte circa 500 manifestanti si avvicinarono al cantiere Tav senza mai entrare nella c.d. zona rossa coperta da limite di viabilità in ragione di reiterati provvedimenti prefettizi.

I manifestanti furono accerchiati e caricati dalle FF.OO.: ci furono scontri e tafferugli a cui seguirono i fermi di nove persone.

Marta ed il minorenne furono denunciati a piede libero, mentre gli altri sette fermati furono tratti in arresto, tutti per rispondere dei reati di minaccia e violenza aggravate nei confronti di operatori delle FF.OO., porto e detenzione di armi da guerra e lesioni aggravate.

Tutti i fermati di quella sera in sede di convalida dell’arresto denunciarono di essere stati violentemente percossi dagli agenti operanti.

Il giorno successivo il Movimento Notav denunciò in una conferenza stampa le gravi violenze di quella notte e, in quella stessa occasione, Marta raccontò di essere stata selvaggiamente picchiata, di aver subito violenza sessuale da parte di agenti della Polizia di Stato e di essere stata pesantemente svillaneggiata ed insultata con epiteti di carattere sessista.

La Procura di Torino aprì quindi tre fascicoli in relazione alla specifica posizione di Marta: uno a suo carico (ed a carico degli altri fermati) ed altri due che la vedono persona offesa. Di questi ultimi due fascicoli, aperti a seguito delle formali querele sporte, uno è a carico dell’Onorevole Stefano Esposito per le gravi diffamazioni che esternò a seguito del fermo e della successiva conferenza stampa, l’altro è stato aperto a carico di ignoti per le violenze ed i trattamenti subiti da Marta in occasione del fermo.

Oggi Marta è stata assolta con una sentenza che cristallizza non solo che non ha commesso i reati per cui è stata denunciata ma che consente inoltre di ritenere, ove ve ne fosse ancora bisogno, che quanto ha denunciato pubblicamente ed in Procura, è attendibile e veritiero.

E’ opportuno precisare che la richiesta di assoluzione, sia pure con formula dubitativa, è stata avanzata anche dalla pubblica accusa che ha dovuto prendere atto che gli agenti che avevano fermato Marta, e che ne avevano inizialmente connotato la condotta in termini che ne determinarono la sottoposizione a procedimento penale, avevano successivamente dichiarato di non poterle attribuire alcuna condotta illecita essendosi limitati a soccorrerla, avendola trovata sola, a terra e già ferita.

Tale repentino cambio di rotta da parte di coloro che hanno fermato Marta ha evidentemente inciso sia sulla richiesta dei Pubblici Ministeri che sulla decisione del G.I.P., ma ha anche consentito alla Procura di richiedere l’archiviazione del procedimento penale che vede Marta persona offesa per le violenze subite quella notte. Tale richiesta sarà ovviamente oggetto di opposizione e di successivo vaglio del G.I.P., ma merita già alcune considerazioni.

Duole, ancora una volta, dover constatare che i procedimenti nei quali gli attivisti Notav rivestono il ruolo di indagati giungono velocemente a giudizio, mentre i procedimenti che vedono gli stessi attivisti rivestire il ruolo di persone offese giacciono fermi in indagini (è il caso, tra gli altri, del procedimento penale che vede indagato l’Onorevole Esposito per la diffamazione documentalmente provata ai danni di Marta) o vengono inesorabilmente avviati all’archiviazione.

La Procura della Repubblica di Torino il 15.12.2014 ha chiesto l’archiviazione del procedimento per le violenze subite da Marta. Il fascicolo, nonostante gli inequivocabili elementi forniti dalla persona offesa atti ad identificare gli autori delle violenze, è rimasto iscritto a carico di ignoti sino a pochi giorni fa, e, quindi, per quasi un anno e mezzo. Il 9.12.2014 il procedimento, dopo ripetute ed estenuanti richieste della difesa di Marta, è stato iscritto a carico di tre soggetti, tutti appartenenti alle FF.OO.. Di tre giorni fa la richiesta di archiviazione.

La Procura di Torino ha quindi perseguito Marta con tenacia pur in difetto di riscontri che ne comprovassero le responsabilità, ignorando, per contro, gli elementi in suo favore sin da subito emersi ed ostacolando ogni tentativo di indagine da parte della sua difesa.

Inoltre Marta, il 30.1.2014, ha ricevuto un ordine di allontanamento dai Comuni di Chiomonte e Giaglione a firma del Questore di Torino proprio sul presupposto della sua partecipazione agli scontri del 19.7.2013 in Val Clarea, così come prontamente segnalata dalla Digos di Torino. Ci si deve allora chiedere perchè il Questore di Torino non ha provveduto ad opportuni accertamenti prima di imporre tali gravosi limiti alla libertà di circolazione, e perchè la stessa Questura, quando per bocca dei suoi stessi agenti, esclude ogni responsabilità di Marta non ha almeno la decenza di revocare quello che è ormai palesemente un’ingiustificata limitazione personale.

L’assoluzione di Marta, intervenuta il giorno dopo l’assoluzione per i reati di stampo terroristico attribuiti a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, ha il sapore dell’ennesimo fallimento del teorema persecutorio avviato ormai da anni nei confronti dell’intero Movimento Notav da parte della Procura di Torino, la quale però, per bocca dei soliti Pubblici Ministeri, persevera imperterrita, e con un accanimento degno di migliori ragioni, nel tentativo di proteggere quei rappresentanti dello Stato che invece di garantire i diritti e le ragioni di chi si oppone alla devastazione di una terra ed al malaffare, finisce per accreditare il generalizzato discredito delle FF.OO. e per negare giustizia a chi ne subisce gli abusi ed i sopprusi.

Marta è stata fermata mentre manifestava liberamente il proprio pensiero, è stata picchiata selvaggiamente con calci, pugni e manganelli, sessualmente abusata ed oltraggiata. Qualcuno pagherà per questo?

IL VALORE DEI MONITI DELLA STORIA

IL VALORE DEI MONITI DELLA STORIA

Tratto da : L’INFORMATORE del 19 dicembre 2014

Gentile Direttore dell’INFORMATORE, su un canale satellitare è stato trasmesso recentemente (a tarda notte, poco dopo le 2…) un documentario televisivo di Giovanni Donfrancesco dal titolo “La guerra sporca di Mussolini”. Ho iniziato a guardarlo attratto dalla curiosità del titolo perché mi sono chiesto se allora vi è da qualche parte del mondo, l’esistenza di una “guerra pulita”…
Il fatto narrato è il seguente: nelle vicinanze di Domenikon, un piccolo villaggio della Grecia centrale situato in Tessaglia, il 16 febbraio del 1943 un attacco partigiano contro un convoglio italiano, provocò la morte di nove militi italiani delle camicie nere (a beneficio dei più giovani le camicie nere erano gli squadroni punitivi del regime fascista).
Come reazione il generale Cesare Benelli, della 24^ Divisione Fanteria Pinerolo, ordinò la repressione secondo l’esempio nazista: centinaia di soldati italiani circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e catturarono più di 150 uomini dai 14 agli 80 anni e, nel cuore della notte, procedettero alla loro fucilazione.
Lo stesso generale Benelli, raggiunto qualche tempo dopo in qualità di principale testimone, non fece una piega asserendo che fu una normale azione di guerra come tante altre (dopo Domenikon seguirono altri eccidi in Tessaglia e nel resto della Grecia: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani e successivamente a Domokos, Farsala e Oxinià).
Infatti la lotta ai ribelli secondo una circolare del generale Carlo Geloso comandante delle forze italiane di occupazione, era basato sul principio della responsabilità collettiva e di conseguenza per annientare i movimenti della resistenza andavano represse le comunità locali (e così fece Benelli).
Fortunatamente l’eccidio per molto, troppo, tempo dimenticato, è riemerso dalle ceneri dell’oblio della memoria storica grazie a Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima, principale promotore della ricostruzione di questo orrore, capace di raccogliere documenti e testimonianze dei superstiti.
Pensi Direttore che questo documentario televisivo fu mandato in onda per la prima volta il 14 marzo del 2008 sempre su quello stesso canale satellitare che l’ha ritrasmesso l’altra sera.
Nota curiosa (ma che non stupisce più di tanto) e che qui da noi non è mai stato trasmesso sui canali Rai dichiaratasi “disinteressata al progetto” (e così i nostri soldi del canone possono essere elargiti a produzioni televisive più leggere che fanno tanto bene alle nostre menti per assopirle un po’ e distrarle da tante altre cose…).
Unica nota lieta è che il 16 febbraio del 2009, durante la cerimonia di commemorazione, l’ambasciatore italiano di Atene Gian Paolo Scarante ha chiesto scusa da parte dell’Italia ai familiari delle vittime e alla Grecia (dopo “soli” 66 anni, ma come diceva il maestro Manzi: non è mai troppo tardi!).
Oggi inorridiamo, giustamente, quando vediamo un filmato dell’Isis che preannuncia la decapitazione di un ostaggio occidentale, ma c’è differenza con ciò che nel passato è accaduto? La differenza tra il giustificare un’azione rispetto all’altra è solo data dal fatto che alcune carneficine sono state eseguite in virtù di una formale dichiarazione di guerra?
Ma la storia non dovrebbe servire da monito affinchè non si compiano nuovamente gli stessi errori/orrori?
Però se anche chi dovrebbe costantemente guardare al passato per cercare di creare un futuro migliore chiude il libro dei racconti allora è inevitabile che si ripetano e si ripeteranno ancora (anche in forme più gravi) fatti e misfatti che hanno del “dejà vu” ma che in ultima analisi si aggiungono a quella lista nera dove l’uomo continua a scrivere impunemente pagine di distruzione e di non-curanza nei confronti dell’umanità.
Illudiamoci che sia vero quello che viene detto nel film “Gangs of New York”: “Il passato è la torcia che ci illumina la via”, ma ahimè nello stesso tempo consapevoli che molti dei potenti che governano la terra spesso tolgono le batterie a questa torcia e la nascondono nello stesso cassetto dove è riposto il nostro sogno di vivere in un mondo migliore.

https://www.youtube.com/watch?v=_ttQKhut4vo

No Tav, caduta l’assurda accusa di terrorismo. Resta una condanna enorme e puramente repressiva

No Tav, caduta l’assurda accusa di terrorismo. Resta una condanna enorme e puramente repressiva

Per Paolo Ferrero, in merito all’assoluzione dall’accusa di terrorismo per i quattro attivisti No Tav«resta una condanna enorme e puramente repressiva per danneggiamenti. In Italia chi ruba molto, fa affari e corrompe vive tranquillo e chi lotta rischia la galera. Due pesi e due misure che ci parlano della modernizzazione reazionaria che è in corso in questo paese: un ritorno all’Ottocento in cui il conflitto sociale viene trattato come un problema di ordine pubblico, dove la repressione serve a spaventare e annichilire. Il contrario di quanto avevano sperato e costruito i partigiani, che ritenevano che la giustizia fosse giustizia e non repressione di chi lotta».

Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc di Torino, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «L’abbiamo sempre detto che l’accusa di terrorismo nei confronti dei quattro attivisti No Tav rei di aver bruciato un compressore era un’assurdità, l’espressione di un accanimento giudiziario nei confronti di un movimento di lotta contro la distruzione di una Valle. L’odierna sentenza della Corte di Assise di Torino che assolve gli imputati dal reato di terrorismo sancisce l’infondatezza di una accusa insensata, un’accusa che ha tenuto ingiustamente in carcere per oltre un anno quattro ragazzi. Detto ciò i tre anni e tre mesi inflitti per reati minori, tra cui il reato di danneggiamento e violenza a pubblico ufficiale, ci sembrano comunque sproporzionati rispetto al clima di impunità e prescrizione che circonda uomini di potere e del malaffare per reati ben più gravi, un clima che corrompe e inquina il sistema politico ed economico italiano. E’ ora di finirla di trattare la lotta contro il Tav in Valsusa come una questione di ordine pubblico o peggio ancora di lanciare accuse del tutto insensate e infondate di terrorismo il cui unico risultato è di gettare benzina sul fuoco. Sia ridata subito libertà ai quattro attivisti No Tav».

Per Bianca

Per Bianca

Per Bianca
Lei era Bianca
Pubblicato il 16 dic 2014

di Maria R. Calderoni

Cara Bianca, se ti aspetti da me quello che anche tu, ridendoci sopra,
chiameresti il solito “coccodrillo”, ti sbagli. Sono venuta a salutarti
nella tua bara foderata di raso, lì nella sala grande del partito, coi
fiori, le luci, la bandiera e ti ho visto. Ti ho visto bene. Il tuo volto
era bianco, bianchissimo, quasi luminoso, solo un poco disteso sul cuscino –
solo un poco – e un leggero sorriso lasciato lì, a vagare intorno (non si sa
mai). Ti ho visto, eri proprio tu, come sempre, a parte quel piccolo
incidente di essere morta. Ti ho visto, e mi hai fatto cenno di non farti
“il necrologio ufficiale”.

Quello te lo hanno gia fatto in tanti, il Segretario, i circoli, l’Anpi, i
compagni di ogni parte e città che ti hanno conosciuto. Io voglio solo dirti
che, su quel tuo letto di raso, eri bellissima. Il viso di una come te che
ha vissuto la vita semplice e grande di chi come te ha avuto la fortuna di
avere degli ideali e di portarli con sé fino all’ultimo. Di battersi nel
loro nome fino all’ultimo.

Comunista, che ci volete fare. Nell’odierna epoca brutta in cui a molti,
moltissimi – li conosci bene, vero, Bianca? – questa parola suona strana se
non disdicevole, tu non hai mai pensato di potertene disfare, di questa
parola. Ce l’avevi addosso, te la portavi dentro, era la tua e non c’era
nulla, per te, con cui la potessi cambiare. Andava bene così. Comunista.

Stai tranquilla, ho visto bene che lì nella tua bara mi stavi strizzando
l’occhio, guarda che se dici così diranno le solite cose, che sono
conformista, vetero, becera, ottusa, antidemocratica, pericolosa per i
popoli e per i bambini… Lo vedo, mi stai strizzando l’occhio e te la ridi,
ricordandomi – come facevi sempre – che agli stupidi non si devono risposte,
tanto non capirebbero, sono stupidi. Hai ragione, impenitente comunista
d’antan. Lasciamoli dire, del resto tu non li hai mai degnati di uno
sguardo. Hai preferito lottare senza mai smettere per quegli ideali in cui
credevi. Dei begli ideali.

Tutt’altro che chiusa e monolitica, hai combattuto da quella persona
intelligente, colta, studiosa, critica che eri. Non hai mai risparmiato né
prese di posizione, né riflessioni scomode, né espliciti consensi quanto
altrettanto espliciti dissensi, “libera” ancorché comunista (vedo che fai il
tuo solito sorrisetto ironico dentro la bella foto che ti hanno messo lì
sopra dove giaci). E hai proprio dimostrato, cara Bianca, con la tua
militanza lunga settant’anni, con tutta la tua vita, con la tua imperterrita
battaglia senza cedimenti che sì, gente, c’è una grossa novita: che si può
essere comunisti e contemporaneamente intelligenti e liberi! Persino
arguti, persino creativi, persino felici (per quanto ci è dato di esserlo su
questa terra). Insomma, l’hai fatta proprio grossa, cara Bianca. Dimostrare
– che dico, addirittura testimoniare – che un comunista può essere così!!
Alla faccia loro, anticomunisti vicini e lontani (vedo dalla foto che fai il
tuo solito sorrisetto ironico…).

Il tempo passa. Il tempo é passato (anche per me, che ti credi?) e rivedo.
Quell’anno ci trovammo insieme nello scompartimento di quel treno che ci
portava al congresso horribilis di Rimini, io ci andavo come giornalista
dell’Unità e tu come delegata; e ci trovammo inisieme ad applaudire in
quella saletta dove Lucio Magri entró al grido di “viva Marx viva Lenin
viva Mao Tse Tung”, annunciando che a Occhetto erano mancati i voti per
essere eletto segretario del postPci. E con Cossutta e gli altri sei andata
subito a firmare l’atto che doveva dar vita a Rifondazione comunista.

E qui sei rimasta. Impegnata, forte, lucida, (vedo dalla foto che fai il
solito sorriso ironico, perché non dici irriducibile?) e senza pentimenti.
Bisognava rincominciare. Futura Umanità. Mi ricordo bene. Alle prime,
primissime riunioni sul progetto – era appena un pallido, incerto progetto –
di dar vita a un giornale, tu eri lì. Eri Bianca. Bianca ci sarebbe stata
per sempre. Eri Bianca.

Mica lo nasconderesti tu, figuriamoci. Vogliamo dirlo? Beh, nel nostro
partito ne abbiamo viste di belle e di brutte, siamo passate attraverso
scissioni e rinascite, crisi e ripartenze, entusiasmi e delusioni, vittorie
e sconfitte. Ma tu eri Bianca. Non hai mai smesso di esserlo. Ti ho visto
batterti anche dentro il partito, prenderti le tue posizioni, dissentire o
approvare, fare le tue scelte: e sempre a viso aperto, guardando negli
occhi. Eri Bianca (Bianchina per gli amici). Liberamente comunista, una
così.

Bianca c’era. Da quell’anno di Rimini fino a pochi mesi fa. Essendo nella
stessa “casa”, l’ho vista sempre così, al lavoro, nelle iniziative, nei
seminari, nei corsi sull’antifascismo, nelle feste di Liberazione, nei
cortei, negli organismi dirigenti. L’ho vista fare tante cose, Bianca, tante
cose belle e importanti. L’unica cosa che mai ho visto fare, a
Bianca, è stata quella di preoccuparsi per se stessa, per una ambizione, un
interesse, una promozione, un previlegio, una poltrona. Mai chiesto niente
per sè, quella comunista d’antan.

Però le piaceva Brecht.

Allora, Bianca (Bianchina, per gli amici) non fare il tuo solito sorrisetto
(ironico), se ti saluto “volutamente” nel modo piu “conformista” possibile:
proprio come piacerebbe a te, ex ragazza spiritosa, con una poesia, pensa un
po’, di Brecht.

Una poesia che ti racconta, non lo sapevi?

“L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: com’è, resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce

di chi comanda,

e sui mercati lo sfruttamento dice alto:

solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo non verrà mai.

Chi è ancora vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com’è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato

parleranno i comandati.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve se dura l’oppressione? A noi.

A chi si deve se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuta la sua condizione,

come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani

E il mai diventa: oggi!”

TURBOCAPITALISMO E OPPOSIZIONE POPOLARE IN AMERICA

TURBOCAPITALISMO E OPPOSIZIONE POPOLARE IN AMERICA

TURBOCAPITALISMO E OPPOSIZIONE POPOLARE IN AMERICA
I guerrieri del Black Friday e l’opposizione alla Walmart Economy
di Carlo Formenti
Un’ondata di manifestazioni contro il colosso Usa del commercio discount, Walmart, è stata organizzata da un galassia di soggetti (lavoratori della catena, sindacati, militanti della sinistra radicale e altri movimenti) in occasione dell’orgia consumistica del Black Friday (il “venerdì nero” che negli Stati Uniti viene subito dopo il Giorno del Ringraziamento), allorché folle di consumatori vanno in cerca di prodotti a prezzi ribassati in vista del Natale. Il Black Friday offre lo spettacolo inverecondo di masse che lottano selvaggiamente per contendersi uno smartphone o uno schermo al plasma scontati, lotte nel corso delle quali non di rado ci scappa il morto, tanto che i negozi più grandi devono essere presidiati dalla polizia. Negli ultimi anni, la calca è cresciuta parallelamente al progredire della crisi.
Un paradosso apparente, perché ad ammazzarsi per acquistare un regalo ai figli sono proprio i membri delle classi subordinate massacrate dalla crisi, mentre benestanti, ricchi e super ricchi non hanno bisogno di rischiare la pelle per fare acquisti: i guerrieri del Black Friday, come spiega un articolo dell’Huffington Post sono tutti lavoratori che percepiscono bassi salari. Ma le manifestazioni di quest’anno contro Walmart, secondo un altro articolo dell’Huff Post, potrebbero segnare una storica inversione di tendenza, il momento in cui l’opposizione popolare americana al turbocapitalismo compie un salto di qualità: dal generico populismo di Occupy Wall Street a nuove forme di lotta di classe organizzate, come quelle che squassarono l’America fra le due Guerre Mondiali.
Ma perché concentrare le forze contro Walmart? Perché Walmart è il simbolo del neocapitalismo rampante che, per usare le parole di Luciano Gallino, ha condotto la vittoriosa “guerra di classe dall’alto” dell’ultimo trentennio. Con più di un milione di dipendenti negli Stati Uniti e altrettanti altrove, Walmart è la più grande catena commerciale del mondo. La famiglia Walton, che ne è proprietaria, è nota per le sue posizioni ultraconservatrici: vendono armi e sostengono le lobby che le producono; finanziano le campagne negazioniste sull’esistenza dell’effetto serra; finanziano l’estrema destra repubblicana, discriminano le donne e i lavoratori di colore, si oppongono all’aumento del salario minimo garantito e perseguitano gli iscritti al sindacato; parassitano il bilancio dello Stato costringendo le autorità federali a pagare buoni pasto per alcuni dei loro dipendenti che non guadagnano abbastanza per sfamarsi (di recente si è saputo che, invece di aumentare i salari, hanno invitato i dipendenti che guadagnano di più a fare donazioni per i colleghi meno pagati!).
Il vero punto è però un altro: quella che è stata battezzata non a caso Walmart Economy, si basa sulla commercializzazione di prodotti di scarsa qualità e a buon mercato (perlopiù importati dalla Cina e altri Paesi in via di sviluppo) che consente a lavoratori sempre meno pagati di tirare avanti (e alle imprese di realizzare sovrapprofitti). In pratica si tratta di un circolo vizioso che funziona così: io ti do uno stipendio miserabile, in compenso ti consento di sopravvivere vendendoti schifezze a basso costo. Ma Walmart è solo la punta dell’iceberg: è l’intera economia che oggi funziona così, a partire da quella “nuova economia” delle start up che piace tanto a Renzi e soci (che non perdono occasione di esaltare i giovani “eroi” dell’innovazione digitale).
Un esempio? Uber, la società che ha sviluppato un’app per “rinnovare” il business dei taxi, funziona in questo modo: l’app offre al cliente la possibilità di prenotare online un servizio che verrà eseguito da persone che fanno i taxisti come secondo lavoro perché non guadagnano abbastanza per campare con il primo, i quali operano senza licenza e a costi bassissimi. Risultato: l’autosfruttamento di questi disgraziati sta mandando in rovina i taxisti “ufficiali”, i quali vengono costretti ad abbassare a loro volta i prezzi e così non riescono più ad ammortizzare l’investimento compiuto per acquisire la licenza, il cui valore sta crollando ovunque entra in funzione Uber.
Nel frattempo i liberisti intessono le lodi dell’innovazione che sta smantellando il “privilegio corporativo” di una categoria che imponeva prezzi “di monopolio” al consumatore. Il bello è che il consumatore ci casca, perché non si rende conto che tutti noi, dal punto di vista degli apologeti del libero mercato, siamo membri di categorie privilegiate (per esempio pensionati e lavoratori “garantiti” che dovrebbero rinunciare al privilegio a favore dei giovani non garantiti). Il principio della Walmart Economy è questo: scatenare guerre fra poveri con l’obiettivo di ottenere un livellamento generale verso il basso. Si spera che le lotte di cui riferisce l’Huff Post segnino davvero l’inizio di una nuova fase in cui le persone smettano di ragionare da consumatori e tornino a ragionare da lavoratori sfruttati.

Ciao, compagna Bianca

Ciao, compagna Bianca

di Paolo Ferrero – Ci ha appena lasciati Bianca Bracci Torsi. Ci lascia con la sua gioia di vivere, con la sua passione politica, con la sua prorompente umanità: Bianca è riuscita a rimanere tutta la vita – anche nella militanza più dura – una ragazza irriverente e libera, fino in fondo libera. In quest’ora di dolore piangiamo e abbracciamo i suoi cari, a partire dall’amato figlio Marco, ma vogliamo sorridere per il dono che ci è stato dato nell’averla conosciuta, nell’averla frequentata, nell’averla avuta come compagna di discussioni. Bianca era una rivoluzionaria e a pugno chiuso la salutiamo. Ciao Bianca, grazie di esserci stata e di aver condiviso il tuo tempo e la tua passione con noi, nella buona come nella cattiva sorte. Noi continueremo la lotta, anche per te.


 

SEGRETERIA REGIONALE LOMBARDIA
Appresa la notizia della scomparsa della compagna BIANCA BRACCI TORSI la segreteria regionale della Lombardia esprime anche a nome di tutte le compagne e i compagni lombardi sentimenti più sinceri di profondo cordoglio.
Con lei ci lascia una delle voci più autorevoli di Rifondazione Comunista – è una perdita non solo per noi, ma per tutta la sinistra italiana.
A noi Bianca mancherà tantissimo.

La Segreteria Regionale della Lombardia

Milano 14/12/2015

Tredici miliardi per gli F-35

Tredici miliardi per gli F-35
Tredici miliardi per gli F-35
Autore: Manlio Dinucci
A un giorno di distanza, nes­suna rea­zione vera e forte all’annuncio della mini­stra della difesa Roberta Pinotti. Così, men­tre l’Italia spro­fonda nella crisi e i lavo­ra­tori ancora ieri sono scesi in piazza con­tro il governo, Pinotti ha annun­ciato trion­fante «l’Italia ce l’ha fatta»: è stata scelta dal Pen­ta­gono quale «polo di manu­ten­zione dei veli­voli F-35 schie­rati in Europa, sia di quelli acqui­stati dai paesi euro­pei sia di quelli Usa ope­ranti in Europa». L’annuncio della mini­stra al ter­mine di un incon­tro con l’ambasciatore Usa a Roma, John Phil­lips, che le ha tra­smesso la deci­sione del Pen­ta­gono. Deci­sione in realtà scon­tata in quanto, come ricorda la stessa Pinotti, l’impianto Faco di Cameri (Novara) è stato con­ce­pito fin dall’inizio per ospi­tare sia le atti­vità di assem­blag­gio e col­laudo che quelle di manu­ten­zione, ripa­ra­zione, revi­sione e aggior­na­mento del cac­cia F-35.«È un risul­tato straor­di­na­rio», ha dichia­rato la mini­stra, sot­to­li­neando che «l’Italia, nel pro­getto par­tito nel 1998, sin dall’inizio ha deciso di essere part­ner non acqui­rente». Onore al merito bipar­ti­san. Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di armamenti.13est1piccola pinotti«Un suc­cesso indu­striale for­te­mente voluto dalla Difesa», lo defi­ni­sce Pinotti, assi­cu­rando che la scelta di Cameri pro­durrà «rica­dute enormi per l’Italia». Enormi? Resta da vedere in che senso. «Lo sta­bi­li­mento di Cameri a pieno regime aumen­terà note­vol­mente le per­sone impe­gnate diret­ta­mente», pre­vede Pinotti. Non dice però quanto ven­gono a costare i pochi posti di lavoro creati a Cameri e nella ven­tina di aziende che pro­du­cono com­po­nenti per l’F-35. L’impianto Faco di Cameri, costato all’Italia quasi un miliardo di euro, dà lavoro a meno di mille addetti che, secondo Fin­mec­ca­nica, potreb­bero arri­vare a 2500 a pieno regime. E, nell’annunciare la scelta di Cameri, il gene­rale Usa Chri­sto­pher Bog­dan chia­ri­sce, in pre­vi­sione di ulte­riori spese per lo sta­bi­li­mento, che «i paesi part­ner del pro­gramma F-35 si fanno carico degli inve­sti­menti per tali impianti».
L’ambasciatore Phil­lips ram­menta poi a Pinotti ciò che si è dimen­ti­cata di dire (e che gli altri gior­nali non scri­vono), cioè che «l’Italia man­terrà la parola data sui 90 aerei», ossia sull’acquisto di 90 cac­cia F-35. A un prezzo ancora da quantificare.L’accordo sti­pu­lato in otto­bre dal Pen­ta­gono con la Loc­kheed Mar­tin per l’acquisto di altri 43 F-35, di cui 2 per l’Italia, sta­bi­li­sce che «i det­ta­gli sul costo saranno comu­ni­cati una volta sti­pu­lato il con­tratto». L’Italia si impe­gna quindi ad acqui­stare altri F-35 senza cono­scerne il prezzo. Per una stima di mas­sima, rica­vata dal bilan­cio del Pen­ta­gono, il costo uni­ta­rio attuale è di 177 milioni di dol­lari – oltre 140 milioni di euro – ossia circa 13 miliardi di euro per 90 cac­cia. La Loc­kheed assi­cura che, gra­zie all’economia di scala, il costo uni­ta­rio dimi­nuirà. Non dice però che l’F-35 subirà con­ti­nui ammo­der­na­menti che faranno lie­vi­tare la spesa. L’annuncio di Pinotti che l’F-35 «rimarrà in atti­vità per 30 anni con revi­sioni perio­di­che» signi­fica quindi che per decenni altri miliardi usci­ranno dalle casse pubbliche.Il gene­rale Bog­dan pre­vede per Cameri un futuro ancora più «radioso»: «Dato che l’Italia accre­scerà la capa­cità di pro­du­zione dell’impianto – dice – vi è la pos­si­bi­lità che gli Usa e altri part­ner costrui­scano a Cameri loro aerei», in col­la­bo­ra­zione con la Gran Bre­ta­gna e la scelta di Cameri, come quella di un impianto turco, è dovuta a diversi fat­tori, tra cui «la posi­zione geo­gra­fica, la neces­sità ope­ra­tiva e la pre­vi­sta distri­bu­zione degli aerei». In altre parole, il gene­rale Bod­gan spiega che l’Italia è stata scelta quale «polo di manu­ten­zione» dei cac­cia F-35 per­ché il Pen­ta­gono pre­vede di usarla ancora di più quale por­tae­rei Usa/Nato nel Mediterraneo.

Europa, mercoledì il voto al Parlamento sul riconoscimento dello Stato di Palestina

Europa, mercoledì il voto al Parlamento sul riconoscimento dello Stato di Palestina
Europa, mercoledì il voto al Parlamento sul riconoscimento dello Stato di Palestina

Mercoledì in Europa è la giornata della Palestina. Al Parlamento è previsto il voto di una risoluzione sul riconoscimento o meno dello Stato palestinese, come già avvenuto in diversi parlamenti nazionali. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Portogallo. Pochi giorni fa ha approvato la mozione in cui si raccomanda al governo il riconoscimento dello stato palestinese come stato indipendente e sovrano “in coordinamento con l’Ue”. Prima di quello Portoghese, hanno approvato documenti analoghi, non vincolanti, i parlamenti di Francia, Regno Unito, Spagna e Irlanda, oltre alla Svezia che ha riconosciuto direttamente lo Stato palestinese. ..
C’è da registrare anche un “bis” del parlamento francese. Dopo l’Assemblea nazionale, è stato il Senato pochi giorni fa ad approvare una mozione che chiede al governo di Parigi di riconoscere la Palestina, e di impegnarsi per una ripresa “immediata” dei negoziati di pace. Anche in questo caso il testo non è vincolante per l’esecutivo, ma aggiunge pressione politica su un dossier rispetto al quale la diplomazia transalpina si è già mostrata a più riprese possibilista.”E’ il primo passo di una relazione da pari a pari tra Israele e palestinesi” e “la conditio sine qua non dell’apertura di vere trattative”, ha argomentato prima del voto il relatore del provvedimento, il socialista Gilbert Roger, secondo cui è dovere della Francia “ricordare che il conflitto israelo-palestinese non è una guerra di religione ma un conflitto territoriale”. Il centrodestra, che con l’ultima tornata elettorale ha conquistato la maggioranza al Senato, si è espresso contro la mozione. Intanto, il segretario di Stato agli Affari europei, Harlem Desir, che ha anche stavolta rappresentato il governo durante la votazione, ha ricordato che Parigi si rende disponibile per organizzare una nuova conferenza di pace per il Medio Oriente, e che “se questa

“La mia patria è il mondo intero”

“La mia patria è il mondo intero”

Segnaliamo un evento teatrale molto interessante che si svolgerà sabato 13 dicembre presso l’AUDITORIUM di Gaggiano dove la Compagnia Teatrale Favola Folle metterà in scena “La mia Patria è il mondo intero” ovvero: gli ultimi giorni di Santo Caserio, l’anarchico di Motta Visconti che nel 1894 assassinò con un colpo di pugnale il Presidente della Repubblica Francese Francois Sadi Carnot.

Lo spettacolo è molto bello e per nulla pesante.

http://www.favolafolle.com/#!/page_Auditorium

La mia patria è il mondo intero” è l’ultima produzione della Compagnia FavolaFolle, che questa volta si dedica ad uno spettacolo storico. Ci troviamo nel 1894, all’indomani dell’assassinio del presidente della repubblica francese Marie François Sadi Carnot, nella cella dove è rinchiuso il suo assassino: Santo Ironimo Caserio, un giovane anarchico originario di Motta Visconti, piccolo paesino in provincia di Milano, che ha deliberatamente deciso di assassinare il presidente in quanto simbolo dell’ingiustizia sociale. Lo spettacolo racconta il dramma, degli ultimi giorni di un ragazzo di 21 anni condannato a morte per aver commesso uno degli atti più significativi della storia politica europea.