Archivio for agosto, 2015

RIPARTIAMO! Il programma della Festa nazionale a Firenze

RIPARTIAMO! Il programma della Festa nazionale a Firenze

RIPARTIAMO! Il programma della Festa nazionale di Rifondazione Comunista

Firenze – ObiHall  – 11/13 settembre 2015

Venerdi 11:

ore 10/17: seminario di formazione su Bilanci e autofinanziamento, Associazioni e Fondi europei

Conduce Marco Gelmini, Segreteria PRC- SE

Ore 21: Il debito è illegittimo. Rovesciamo questa Europa!

Introduce:

Roberta Fantozzi, segreteria PRC-SE

Intervengono:

Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo

Heinz Bierbaum, responsabile internazionale Linke

Eleonora Forenza, L’altra Europa con Tsipras, europarlamentare

Haris Golemis, direttore  Nicos Poulantzas Institute, Comitato Centrale Syriza

Giulio Marcon, deputato Sel

Moni Ovadia, L’Altra Europa con Tispras

 Sabato 12:

Ore 14/18: Seminari su

– Comunicazione e Liberazione. Conduce Maurizio Acerbo

– Enti Locali. Conduce Raffaele Tecce

– Immigrazione. Conduce Stefano Galieni

– Partito sociale – solidarity for all. Conduce Monica Sgherri

– Piano del lavoro, reddito minimo. Conduce Roberta Fantozzi

– Sanità. Conduce Nando Mainardi

– Scuola, Università e Ricerca. Conduce Giovanna Capelli

– TTIP. Conducono Eleonora Forenza e Rosa Rinaldi

Ore 21: Quale soggetto unitario della sinistra

Introduce: Rosa Rinaldi, segreteria PRC-SE

Intervengono:

Rafaella Bolini

Pippo Civati

Paolo Ferrero

Stefano Fassina

Nicola Fratoianni

 Domenica 13:

Ore 11/16: Assemblea Nazionale dei segretari e delle segretarie di circolo, federazione e regionali.

Introduce Ezio Locatelli, Segreteria PRC- SE

Ore 17: Comizio finale

Dmitri Palagi, segretario Federazione Firenze.

Erdal Karabey, Comunità Kurda

Maite Mola, Partito della Sinistra Europea.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

NOTARELLE D’AGOSTO

NOTARELLE D’AGOSTO

NOTARELLE D’AGOSTO
Bravi! E’ così che si combatte il razzismo
Acquaformosa (Cosenza), Festival delle migrazioni con il gruppo musicale 99 Posse, affollatissima manifestazione dedicata all’accoglienza dei migranti. Due messaggi: “Un saluto con pernacchia a Salvini. Venisse qui e capirebbe come si può vivere bene con quelli che lui odia”. “Salvini se ne faccia una ragione: nessun uomo è illegale. Siamo tutti clandestini o nessuno è clandestino. Scelga lui e la finisca di rompere”.

Tsipras, una scelta democratica
Dopo la sconfitta subìta ad opera degli eurocriminali di Bruxelles, Tsipras poteva dare le dimisioni e lasciare che si costituisse un nuovo governo di centro destra, cioè fuggire. Oppure poteva rimanere attaccato alla poltrona ad ogni costo, come tanti in politica hanno fatto e fanno. Ha deciso invece di chiedere un nuovo mandato all’elettorato greco. Una scelta coraggiosa e democratica.

Il ragionier Fantozzi e gli immigrati
Sembra che Paolo Villaggio abbia detto “Salvini ha ragione. Aiutarli a casa loro”. Ma, si sa, Villaggio è un comico.

Quando la solidarietà non va in ferie
Rinaldo Aramini, titolare del “Lido verde” di Cirella a Diamante (Cosenza), ha organizzato una piccola area di sosta in spiaggia (ombrellone, sedia e acqua) per permettere ai venditori ambulanti di riposarsi un po’ all’ombra e dissetarsi. Non solo, ma i bagnanti hanno condiviso l’iniziativa e hanno chiesto di ripeterla l’anno prossimo. La notizia è talmente clamorosa, talmente controcorrente rispetto all’attuale andazzo mediatico che dà voce solo agli episodi di odio sociale, che Salvini ne è rimasto rintronato, senza parole. Qualcuno dice di averlo visto piangere.

Immigrati. Mai dimenticare!
L’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo dice: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.

Che vinca il migliore
Lo straricco Donald Trump, dato come favorito nella corsa delle primarie dei repubblicani, ha detto che se verrà scelto dalle varie lobby repubblicane come candidato presidente alle prossime politiche Usa del 2016 spenderà 1 miliardo di dollari nella campagna elettorale. “Guadagno 400 milioni di dollari all’anno e quindi posso farlo” ha aggiunto. Altissimo livello del dibattito politico. Criteri rigorosamente etici nella selezione dei gruppi dirigenti. Nessun condizionamento del voto degli elettori. Questa America è proprio un grande paese democratico, come ebbe a dire un tempo Valter Veltroni, il più ‘americano’ dei dirigenti del Pd.

Grecia. Come trasformare un debito privato in debito pubblico
Fino a qualche anno fa le maggiori banche europee avevano concesso ai governi di centro destra greci decine di miliardi di prestiti ad alti tassi di interesse, incassando così una montagna di denaro. Quando fu chiaro che si trattava di crediti ormai inesigibili i governi europei decisero, per salvare le povere banche dal fallimento, di caricarsi quei debiti e cioè di caricarli sulle spalle dei propri cittadini. Così oggi larga parte dell’opinione pubblica invece di prendersela con le banche e i governi se la prende con i greci fannulloni e insolventi.

Greci assassini?
Tempo fa è circolata la notizia, terribile e purtroppo probabilmente vera, di un gommone stracarico di emigranti intercettato da una nave della Guardia costiera greca. Al termine del controllo il tessuto del gommone è stato lacerato e la nave greca se ne è andata senza prestare alcun soccorso.
Tutti sanno che in Grecia la polizia e ampi settori dell’esercito sono infestati da appartenenti alla nazista Alba Dorata, una delle tante pesanti eredità dei precedenti governi di destra. E’ quindi legittimo il dubbio che il sabotaggio del gommone sia stato il risultato dell’iniziativa autonoma di qualcuno dell’equipaggio della nave greca o dello stesso comandante. Dubbio che però non ha sfiorato i media nostrani che si sono limitati a ripetere che il gommone era stato affondato dai “greci”. E, si sa, l’accostamento Grecia-greci-Tsipras è molto facile.

Salvini pesca dal vecchio repertorio
“Mons. Galantino, un vescovo comunista” … “Sono cattolico, anche se un gran peccatore” … Eccole qua due frasi standard delle destre di sempre. <Il prete, il vescovo comunista>, ovvero quando la chiesa sta dalla parte dei poveri (manca solo il papa comunista, per ora). <Cattolico e gran peccatore>, ovvero vado a messa alla domenica ma durante la settimana faccio ogni genere di porcate. Salvini non si è inventato proprio niente.

L’Inail ha trionfalmente annunciato che ...
… il numero degli incidenti mortali sul lavoro nell’ultimo periodo è diminuito. Che ciò sia dovuto al crollo dell’occupazione soprattutto nel settore edile e che nel conto non figurino gli incidenti degli occupati in nero, ovviamente non denunciati, l’Inail non lo dice. I media rilanciano la fandonia. Tutto fa brodo per drogare la pubblica opinione con la melassa dell’ottimismo ad ogni costo.

La Lega difende il cristianesimo, anzi le nostre “radici cristiane” (non giudaico-cristiane come diceva Fini, concetto troppo complesso). E poi però vuole buttare a mare gli immigrati, tutti, senza distinzione fra profughi e cosiddetti clandestini. Distinzione troppo sottile per il livello medio dei suoi elettori?

Se c’è una cosa che fa imbestialire Salvini è l’accoglienza spontanea che molte persone del Nord Italia offrono agli immigrati in difficoltà. Se ne deduce che – leghisti a parte – i cittadini di Veneto, Lombardia, ecc. sono persone civili.
E se c’è una cosa che rallegra Salvini è che di questa accoglienza spontanea i media non parlano quasi mai. Sembra che non faccia notizia.

Attenti a quei due
“Meno permessi di soggiorno per motivi umanitari, sorveglianza stretta dei profughi, più efficienza per i rimpatri forzati”. Radio Padania o blog di Grillo? Vale la seconda.

Tratto da: Tutti i colori del rosso

BEPPE GRILLO IN SALSA LEGHISTA (e non è la prima volta)

BEPPE GRILLO IN SALSA LEGHISTA (e non è la prima volta)

BEPPE GRILLO IN SALSA LEGHISTA (e non è la prima volta)
di Ezio Locatelli

E’ di un consigliere comunale del M5S di Torino, tale Vittorio Bertola, la proposta avanzata contro una presunta permissività nel sistema di accoglienza dei profughi in Italia. Le misure invocate sono: “un giro di vite sui permessi di soggiorno”, “sorveglianza più stretta dei profughi”, “rimpatrio forzato”. Nessun riferimento alla necessità di istituire corridoi umanitari in risposta alle centinaia, migliaia di essere umani che dopo essere fuggiti da guerre, persecuzioni e povertà muoiono a centinaia, a migliaia nel Mediterraneo. Invece che occuparsi della lotta alla disoccupazione, agli sfratti, alle privatizzazioni di servizi pubblici grandemente presenti a Torino il consigliere 5 Stelle, al pari di un qualsiasi esponente fascioleghista, non trova di meglio che prendersela con le persone più deboli, i senza voce, gli ultimi nei confronti dei quali viene invocata la politica del respingimento.

Un incidente di percorso? Neanche per sogno. La proposta, pubblicata e rilanciata sul blog di Beppe Grillo il 9 agosto, è di fatto assunta come linea politica del M5S. Adesso sappiamo, una volta in più, cosa significa essere un movimento né di destra né di sinistra. Quando c’è da scegliere da che parte stare, al dunque, il pendolo va a destra dove prevalgono gli interessi di chi non vuole essere smosso e disturbato dalla sua condizione di (relativa) supremazia o privilegio.

Non solo per un problema di umanità nei confronti dei profughi ma per un cambiamento sociale e politico vero va ripresa una lotta del basso contro l’alto – non dall’alto contro il basso – contro ogni forma di discriminazione, in favore dell’accoglienza, dei diritti, della dignità, dell’uguaglianza di tutte e tutti.

Lettera di Syriza

Lettera di Syriza

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NOTA SUI RECENTI SVILUPPI POLITICI IN GRECIA

A tutti i partiti della Sinistra Europea
A tutti i partiti di sinistra e progressisti, amici e fraterni

Atene, 26 agosto 2015

Cari compagni e amici,

il 20 agosto il primo ministro greco, il compagno Alexis Tsipras, in un discorso alla nazione ha annunciato le sue dimissioni e ha chiesto al Presidente della Repubblica di avviare il processo costituzionale per le elezioni anticipate (da tenersi possibilmente il 20 settembre). Lo stesso giorno il compagno Tsipras si è recato dal Presidente della Repubblica greca Pavlopoulos e ha ufficialmente rassegnato le sue dimissioni.

Il giorno dopo, 25 membri del gruppo parlamentare di Syriza (la maggior parte dei quali appartenenti alla “Piattaforma di Sinistra di Syriza”) hanno ufficialmente dichiarato di formare un nuovo gruppo parlamentare e un nuovo partito con il nome di “Unità Popolare”, guidato da Panagiotis Lafazanis, ex ministro della Ricostruzione produttiva. Nello stesso giorno, altri quattro parlamentari di Syriza hanno dichiarato di voler essere indipendenti.

Questa scissione era stata premeditata ben prima dell’annuncio delle elezioni anticipate dai suoi fautori. La loro decisione emerse chiaramente dopo la chiusura del gravoso accordo a Bruxelles, quando formarono comitati contro la politica del governo in collaborazione con i membri di gruppi e organizzazioni della sinistra extra-parlamentare. Inoltre, a livello istituzionale, fu chiara attraverso la decisione di votare contro l’accordo in Parlamento e di lasciare la coalizione governativa (che aveva162 seggi dopo il verdetto popolare del 25 gennaio) con meno di 120 seggi, quelli necessari, secondo la Costituzione greca, per presentare un governo di minoranza.

Purtroppo, dai primi momenti di esistenza di Unità Popolare, SYRIZA sembra essere il loro unico rivale. Questa feroce e immorale rivalità contro compagni con i quali avevano condiviso lotte e aspirazioni comuni fino a pochi giorni fa, viene fortemente propagandata con la loro presenza sproporzionata sui mezzi di comunicazione privati, che mirano alla sconfitta elettorale di Syriza.

Il nostro governo è ora accusato, da parte di chi ha scelto di dividere il nostro partito, per aver ceduto alla dottrina TINA (“There Is No Alternative” – Non c’è alternativa).

La realtà dei fatti è che Alexis Tsipras e il governo non hanno mai affermato che le misure che sono stati costretti a firmare fossero compatibili con il nostro programma e con i nostri valori o che fossero positive per il paese; piuttosto, Tsipras le ha pubblicamente considerate recessive e dannose.
Siamo stati costretti a firmare l’accordo sotto la pressione di un vero e proprio ricatto: l’immediato e incontrollato default della Grecia e la liquidazione delle banche greche, che porterebbe alla perdita dei depositi del popolo greco (la maggior parte dei depositi che rimangono nelle banche greche appartiene a piccoli e medi investitori, dato che i ricchi hanno già trasferito i loro soldi all’estero).

A questo punto, dobbiamo essere chiari e dire la verità al popolo:
– un’ “uscita concordata” dalla zona euro (una proposta fatta sia da Schauble sia dall’ex “Piattaforma di sinistra” di SYRIZA-ora “Unità Popolare”) e il ritorno alla moneta nazionale di un paese che non ha né una grande base produttiva (come l’Argentina quando dichiarò il default) né considerevoli riserve di valuta estera nella sua Banca nazionale, porterebbe automaticamente a:

– la necessità di una svalutazione immediata della nuova moneta nazionale (molti analisti internazionali la stimano intorno al 40% -50%), il che significherebbe una perdita immediata e brutale dei redditi di salariati e pensionati.

– la necessità immediata di un nuovo prestito, che dovrebbe provenire sia dalla UE-BCE o dal Fondo monetario internazionale o da entrambi, dal momento che tutti i possibili alternativi partner di finanziamento – nei nostri colloqui paralleli durante i negoziati – hanno sottolineato la necessità di un accordo all’interno della zona euro come una precondizione per iniziare una discussione sulla futura assistenza finanziaria. Questo nuovo prestito concesso dagli stessi creditori sarebbe ancora accompagnato da un nuovo memorandum.

Purtroppo, per motivi di sopravvivenza politica, i nostri ex compagni non riconoscono l’esistenza del ricatto di cui sopra, pur non riuscendo a presentare un piano concreto alternativo e coerente per una cosiddetta “uscita popolare” dall’Euro. Dopo aver per sei mesi preso parte alle posizioni governative e ad alto livello ministeriale, hanno improvvisamente scoperto che i loro compagni sono diventati in una notte “traditori” o “sostenitori del memorandum”. La loro decisione di dividere la maggioranza di governo ci ha indotto a scegliere la strada delle elezioni straordinarie, dal momento che per noi sarebbe politicamente devastante dipendere in Parlamento dai voti dei partiti del vecchio establishment neoliberale (Nuova Democrazia, Potami, PASOK).

Cosa succede ora?

C’è in effetti un’alternativa, quella sostenuta dal governo. La Sinistra è un potere sociale e politico che si batte costantemente per cambiare la realtà, senza “fuggire” da essa, e la sua dinamica è direttamente collegata alle esigenze, alle aspirazioni e ai valori degli strati popolari della società. Senza tentare di nascondere i nostri errori e problemi, abbiamo un compito difficile ma significativo dinnanzi a noi.

La nostra massima priorità è quella di evitare una catastrofe sociale e attenuare le conseguenze del gravoso accordo sui settori più deboli della popolazione. Al fine di raggiungere questo obiettivo, stiamo elaborando un programma governativo che prevede contromisure sociali, coerente con la legislazione pro-sociale degli ultimi sette mesi, e allo stesso tempo intensifica la nostra lotta contro l’evasione fiscale, la corruzione, il commercio illegale, etc. Nello stesso tempo, come previsto nell’accordo, spingiamo verso la trattativa finale sulla questione strategica del debito.
La precondizione fondamentale per raggiungere tali obiettivi e lavorare a un piano per superare l’attuale difficile situazione, è la vittoria di Syriza alle prossime elezioni, in modo da continuare la lotta per lo smantellamento del vecchio establishment e la sopravvivenza della maggioranza sociale, anche nell’attuale vincolante quadro di controllo. Noi di sinistra non abbiamo il diritto di abbandonare il nostro paese nelle mani dei criminali politici che hanno distrutto e saccheggiato il nostro popolo negli ultimi decenni.

Per vincere questa battaglia, stiamo invitando tutti i membri e gli amici di SYRIZA dentro e fuori il nostro Paese a fare di tutto per aumentare la nostra solidarietà e unità, per vivere all’altezza delle aspettative e dei doveri storici che abbiamo intrapreso verso il popolo greco e i popoli d’Europa.
Noi entreremo nella battaglia elettorale con tutta la nostra forza e determinazione, convinti che la finestra della speranza non sia chiusa e che – attraverso la nostra lotta comune per l’ampliamento socio-politico del fronte europeo contro l’austerity- possiamo approfondire le crepe che si sono aperte nella costruzione neoliberista. I nostri rivali, i rappresentanti dell’establishment autoritario neoliberista, potrebbero aver vinto una battaglia, ma la guerra continua.

Con il nostro più caloroso, fraterno saluto,

Yiannis Bournous – Membro della segreteria politica di SYRIZA
Responsabile della politica europea, relazioni internazionali, politica estera e di difesa, diaspora greca.

Traduzione italiana a cura di Daniela Passeri

BENVENUTO? di Cecilia Strada

BENVENUTO? di Cecilia Strada

C’è un uomo, sul molo, in pantaloni scuri, panciotto e cravattino. Un uomo di tre anni, forse quattro, che ci corre incontro sorridendo, orgoglioso del suo completo elegante. Spiegazzato, un po’ salato, ma elegante. Il piccolo uomo è sbarcato con altre 372 persone ad Augusta, nella provincia di Siracusa. Il giorno dopo ne arriveranno 110, e poi altri ancora: quasi 70 mila persone sono sbarcate in questa provincia negli ultimi due anni. Sotto le tende, sul cemento del porto, ci sono donne col pancione, uomini con lo sguardo fisso o con il sorriso largo, qualcuno chiede in prestito una penna e «te la riporto, promesso!», molti chiedono: «Sei un medico? Il mio amico non si sente bene», qualcuno ha un po’ di vestiti in un sacchetto di plastica, qualcun altro niente.
Da due anni Emergency lavora per assistere le persone che sbarcano in questa provincia, curando chiunque ne abbia bisogno con un ambulatorio mobile presso il Centro di accoglienza Umberto I, e ora li guardiamo in faccia anche qui: al molo di Augusta. È la fine di un viaggio e l’inizio di un viaggio nuovo: quello per chiedere asilo, per raggiungere parenti e amici che già vivono in Europa, o il viaggio per costruirsi un futuro lontano da fame, guerra, persecuzioni. Alla fine della giornata torniamo a casa e apriamo i giornali, accendiamo la televisione o i social network. E lì troviamo un altro mondo, molto distante dal bambino con il panciotto: troviamo chi li chiama clandestini, chi parla di «emergenza», di «invasione», di «allarme».
Ci chiediamo come si possa sempre chiamare «emergenza» un fenomeno che è costante, strutturale, un fenomeno che – a ben guardare – esiste da che esiste il mondo, perché la storia dell’uomo è la storia delle sue migrazioni.
Ci chiediamo come si possa parlare di «invasione» per i numeri delle persone che raggiungono l’Europa, quando sappiamo che la maggior parte dei rifugiati nel mondo – ben altri numeri – sta nei Paesi circostanti a quelli da cui scappano, non certo in Europa.
Ci chiediamo come si possa lanciare l’allarme malaria o l’allarme scabbia, perché sappiamo bene che la malaria non è contagiosa e che il parassita della scabbia vive già qui, a ogni latitudine, e certo non ha bisogno di essere portato in Italia dal bambino con il panciotto.
Ci chiediamo come si possa far credere ai cittadini italiani che se loro soffrono, se si impoveriscono, se fanno fatica ad immaginarsi un futuro, sia colpa di queste persone che attraversano il mare.
Ci chiediamo se chi soffia sul fuoco della paura, della disinformazione e del razzismo abbia mai guardato in faccia chi sbarca.
Non lo sappiamo: però sappiamo che noi sì, noi li guardiamo negli occhi. Sappiamo i loro nomi e ascoltiamo le loro storie.
Li guardiamo in faccia quando sono al di là del mare, li aiutiamo nei campi profughi e nei nostri ospedali per le vittime della guerra e della povertà.
Li guardiamo in faccia quando sono al di qua del mare e si rivolgono ai nostri ambulatori.
Li guardiamo quando scendono da una barca e mettono piede in Italia, un passo che può essere la fine di un incubo ma che non è mai l’inizio di un sogno.
Li guardiamo, li ascoltiamo, li curiamo. E a volte diciamo, con la lingua dei gesti che supera ogni muro e ti fa capire dai bambini di tutto il mondo: «Hai ragione di esserne fiero. È proprio bello, il tuo panciotto»
(Cecilia Strada – Presidente di Emergency – “Emergency” n. 75 – Giugno 2015)

A Milano l’Authority dell’acqua. Commento di Emilio Molinari

A Milano l’Authority dell’acqua. Commento di Emilio Molinari

Il Corriere della Sera.
Lunedì, 3 agosto 2015 – 08:38:00
Expo, Sala e MM a braccetto: “A Milano l’Authority dell’acqua”
Expo, Giuseppe Sala lancia la proposta: “Fare assegnare a Milano l’authority dell’acqua”. Auspicio raccolto da MM: “Campagna di sensibilizzazione per costituire un hub di cooperazione”
“A me sta molto a cuore anche il tema dell’acqua: mi auguro che il governo, le aziende e tutti i soggetti, istituzionali e non, trovino la strada per ottenere l’assegnazione dell’Authority dell’acqua a Milano. Darle sede dove si era fatta l’Expo avrebbe un grande valore simbolico”. Così Giuseppe Sala in un’intervista al Corriere della Sera. Il commissario unico di Expo ribadisce l’auspicio che “governo, aziende” e Istituzioni “trovino la strada per ottenere l’assegnazione dell’Authority dell’acqua a Milano”.
E da MM arriva una pronta risposta: “Salutiamo con favore l’auspicio del Commissario Unico Giuseppe Sala perché uno dei lasciti di Expo sia l’assegnazione a Milano dell’Authority dell’Acqua”, dichiarano Davide Corritore e Stefano Cetti rispettivamente presidente e direttore generale di MM commentando le recenti dichiarazioni del commissario di Expo 2015. “Non a caso lo scorso 22 luglio abbiamo presentato – insieme a Ato Città di Milano e Utilitalia – il Contributo alla Carta di Milano sul tema Acqua. Sentiamo la sfida di portare acqua pulita e sicura in tutte le parti del mondo come un nostro impegno morale. Dobbiamo vivere come un nostro dovere la risoluzione del tema legato alla scarsità della risorsa idrica presente in diverse parti del pianeta. L’Italia è il paese che deve ospitare questa nuova Autorità. Milano è la città ideale nel mondo perché l’Authority perché presenta un’altissima concentrazione di saperi legati ai problemi idrici. Il nostro Paese ospita già la FAO a Roma e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare a Parma senza dimenticare che a Perugia l’Unesco è presente con un suo ufficio impegnato proprio sui temi dell’acqua. Ci associamo all’invito del Commissario Sala perché in primis il Governo si impegni in prima persona in questa battaglia – non solo ideale, ma concreta – perché porterebbe vantaggio all’immagine di Milano, dell’Italia rendendo questo territorio strategico e attore principale della ricerca della soluzione al problema numero uno che il mondo dovrà affrontare con sempre più coscienza nel prossimo futuro: l’emergenza idrica. Per preparare il terreno occorre però che sia avviata sin da subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini perché prendano sempre più coscienza dell’importanza di arrivare a costituire un hub di cooperazione a Milano che metta a patrimonio di tutte le soluzioni tecnologiche più utili per risolvere i problemi legati all’acqua. Risolvere questo problema nel mondo vuol dire garantire il nostro futuro domani”, concludono Corritore e Cetti.

L’autority mondiale dell’acqua.
Lunedì, 3 agosto il Corriere della Sera in pagina milanese titolava:
Expo, Sala e MM a braccetto: “A Milano l’Authority mondiale dell’acqua”
Bene. Sono dichiarazioni che prendiamo sul serio. Impegnative per chi si assume l’impegno di realizzarle. Necessitano di volontà politica, di governi, di municipalità del mondo e delle NU. Una sfida per tutti.
Non so cosa intendano per Autorità mondiale dell’acqua Giuseppe Sala e Davide Corritore. Sicuramente su Expo la pensano molto diversamente dal sottoscritto e dalle associazioni che hanno realizzato i due Convegni internazionali tenutesi a Milano il 7 febbraio e il 26/27 Giugno: “Nutrire il pianeta o le multinazionali?”. Convegni nei quali abbiamo criticato con forza Expo, l’assenza del tema dell’acqua, il ruolo di Nestlè, delle multinazionali e abbiamo con la stessa forza posto la proposta di Milano sede mondiale del diritto universale all’acqua. Non so se nei movimenti e nelle associazioni italiani e internazionali, la pensano tutti allo stesso modo su questo argomento. E’ un dibattito aperto. Il Contratto Mondiale dell’acqua l’ha posto, il Forum Italiano dell’Acqua, le reti internazionali, Via Campesina, Red Vida ecc…ne stanno discutendo.
So che c’è chi pensa che sarebbe l’ennesima operazione di cosmesi da parte di istituzioni, nazionali ed internazionali, ormai screditate.
Ma so con certezza che la necessità di un organismo mondiale dell’acqua, pubblico e legittimo, e di un Protocollo mondiale che ne concretizzi il diritto universale, è una proposta che parte dalle reti dell’acqua e dall’associazionismo che opera nella solidarietà internazionale e sui Beni Comuni. Che sta scritto nelle dichiarazioni dei movimenti ai Forum Sociali Mondiali di Caracas, Manaus, Tunisi e nei Forum Mondiali Alternativi dell’acqua di città del Messico, Istanbul, Marsiglia.
So che lo impone la consapevolezza del disastro idrico prodotto dal modello di sviluppo e dall’assalto a questo bene da parte dei privati e delle multinazionali.
So che da 15 anni la “governance privata” del Forum Mondiale dell’acqua, presieduta da Suez e Veolia, rappresenta la resa dei governi e delle istituzioni internazionali agli interessi delle multinazionali e alla monetizzazione di un bene dal quale dipende la vita.
So che oggi è un Papa con una Enciclica a dichiarare: “…avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani…..”
So che a diversità di altre questioni come l’alimentazione, l’infanzia, la sanità ecc…per l’acqua, da cui dipende tutto, non esiste nessuna agenzia o organismo dell’ONU e nessun Protocollo mondiale.
Infine sono convinto che le battaglie dell’acqua siano state e sono, il principale elemento di resistenza mondiale al pensiero unico liberista.
Perciò, credo di poter dire che le affermazioni di Sala e Corritore, sono anche il frutto di quanto hanno sedimentato nelle coscienze, la narrazione dell’acqua, il suo movimento e il referendum del 2011.
Ebbene l’Autorità mondiale dell’acqua, dove stabilirvi la sede dopo Expo, il rapporto tra questa scelta e la ventilata idea di un nuovo polo universitario milanese nell’area Expo, oggi sono solo dichiarazioni di intenti, ma anche un punto ormai un fatto, ineludibile nel dibattito politico, che deve dar seguito ad atti istituzionali concreti e dalla prospettiva di un vero e proprio Protocollo tra gli Stati sul diritto all’acqua.
Tutte cose sulle quali ci dovremmo confrontare in un percorso che spero sia accompagnato dalla volontà di coinvolgere politica e movimenti, pur sapendo che non mancheranno visioni diverse e scontri politici.
Per concludere, penso che nel percorso inevitabilmente si confronteranno due culture:
– quella che mette al centro delle risposte ai grandi problemi del nostro tempo: la globalizzazione del paradigma tecnocratico (per dirla con il Papa). Ovvero la convinzione che solo la tecnologia può dare risposta alla fame, alla sete e al benessere dell’umanità. Che quindi bisogna affidarci a coloro che la possiedono e ai capitali per svilupparla, ovvero alle multinazionali.
– Oppure quella che mette al centro: la globalizzazione del paradigma del DIRITTO UNIVERSALE. Che consegna quindi alla sovranità dei popoli, alla partecipazione e alla politica, la missione di dare risposte alle ingiustizie mondiali.
Non sarà un facile confronto, ma ora c’è una dichiarazione con cui misurarci.
Emilio Molinari 27 Agosto 2015

I caporali

I caporali
Il governo Renzi tra il 2014 e il 2015 ha dimezzato i controlli nelle aziende italiane: da 221.476 a 106.849, nonostante le aziende in condizioni irregolari siano all’incirca un terzo delle controllate.Questa precisa scelta politica di non portare alla luce le irregolarità e le violazioni di legge che si verificano nelle aziende ha un preciso significato: il governo Renzi ha stabilito che vi è la licenza di caporalato, che le leggi possono essere tranquillamente trasgredite a scapito della sicurezza e delle condizioni di vita dei lavoratori.Dopo la sequela di lavoratrici e lavoratori morti che abbiamo avuto nelle campagne italiane, il governo ha pianto lacrime di coccodrillo ma la situazione è rovesciata: questo governo è complice degli assassini sul lavoro!
Sono dei criminali che nascondono i loro atti dietro le loro parole vuote. E questi sarebbero di sinistra?

Paolo Ferrero

Rinnovato appello per una delegazione in Sud Kurdistan (Erbil, Makhmur, Senjar) e nel Rojava.

Rinnovato appello per una delegazione in Sud Kurdistan (Erbil, Makhmur, Senjar) e nel Rojava.

Rinnovato appello per una delegazione in Sud Kurdistan (Erbil, Makhmur,
Senjar) e nel Rojava. In allegato, un vecchio articolo di Dino Frisullo.
Questo è il programma del viaggio, lo sapete, ma a noi piace martellarvi!
APPELLO PER UNA DELEGAZIONE IN SUD KURDISTAN E IN ROJAVA
Si parte il:
26 settembre 2015
Si torna il:
6 ottobre 2015

Info per il bonifico bancario: Associazione MEDIAZIONE Onlus
Cariparma – 00352 Sede di Alessandria

IBAN: IT35NO623010430000046539887

Causale: partecipazione alla delegazione in Sud Kurdistan e in Rojava

Chi intende partecipare alla delegazione, è pregato d’inviare, al più presto, la cifra di euro 800,00, necessaria per l’acquisto dei voli aerei.

Saremo nelle antiche terre di Mesopotamia dal 26 settembre al 6 ottobre 2015…

Una delegazione italiana promossa dall’Associazione “Verso il Kurdistan”, in collaborazione con Rete Kurdistan Italia, partirà sabato 26 settembre per il Sud Kurdistan e il Rojava e rientrerà in Italia martedì 6 ottobre 2015.

Lo scopo della delegazione è quello d’incontrare movimenti, partiti, Parlamento del Sud Kurdistan e portare gli aiuti per sostenere il progetto “Hevi U Jiyan – la speranza e la vita” per completare la realizzazione di un ospedale nel Campo profughi di Makhmur.

Vogliamo inoltre conoscere in modo approfondito, l’esperienza delle comunità indipendenti del Rojava, l’autogestione, le cooperative sociali, la pratica realizzazione della democrazia di genere e dal basso che lì si sta sperimentando, pur in una situazione di estrema difficoltà dovuta alla guerra in corso.

Avremo con noi un’interprete di lingua kurda.

A questo appello ne seguiranno altri con maggiori dettagli logistici.

Ipotizziamo un costo complessivo tra voli, pernottamenti, pranzi, spostamenti ed interprete che potrà variare tra i 1.200 e i 1.400 euro (per risparmiare sul costo dei voli aerei, occorre però accelerare con la prenotazione dei voli). Il viaggio verrà realizzato con il costo più contenuto possibile, ma sarà importante anche il numero dei partecipanti che contribuirà ad abbassare l’importo delle spese comuni.

Per informazioni e prenotazioni (da effettuarsi entro il mese di luglio 2015):
– Lucia (333/5627137)
– Antonio (335/7564743)


 

Allegato:

Alla Presidenza
del Consiglio della Provincia autonoma di Trento
Trento
c. a. del dott. Bruno Dorigatti

Come anticipato telefonicamente, Vi sottoponiamo il Progetto “Hevi U Jiyan – La speranza e la vita” per la costruzione di un ospedale nel Campo profughi di Makhmura
Contesto storico

Dal 1984, è in corso un conflitto tra la guerriglia del Pkk e lo Stato turco.
Nel corso di questo conflitto che ha prodotto oltre 40 mila morti, esercito e paramilitari – cosidetti “guardiani di villaggio” – sono stati evacuati, con la forza, i villaggi di confine dove vivevano ed esercitavano la loro attività contadini e pastori. Questo avveniva ovviamente contro la volontà degli abitanti.

In quegli anni, la violenza dei militari e dei “guardiani di villaggio” era molto forte.
Il governo accusava gli abitanti di quei villaggi di sostenere e aiutare i guerriglieri,
di rifocillarli e di proteggerli.
C’erano molte operazioni militari nei villaggi.
Chi veniva arrestato, subiva la tortura. Molti venivano uccisi o riportavano danni permanenti. I militari massacravano senza pietà gente innocente.
Spesso i villaggi venivano bombardati o dati alle fiamme dall’esercito.
Vigeva il divieto di parlare la lingua kurda e d’insegnare la cultura kurda.

Agli abitanti dei villaggi, i militari hanno prospettato due sole strade: abbandonare le loro case, le loro terre, i loro pascoli, oppure bruciare insieme alle loro case!

In quegli anni, la politica del governo turco era stata sostanzialmente quella di “togliere l’acqua ai pesci”, ovvero di distruggere i villaggi di montagna e costringere la popolazione a migrare, in modo d’isolare la guerriglia, privarla dei ripari e dei supporti logistici che potevano fornirgli gli abitanti dei villaggi di montagna.
Nel corso degli anni ’90, ben 4.500 villaggi kurdi sono stati bombardati e distrutti dall’esercito turco e dai “guardiani di villaggio”; sono stati creati così 5 milioni di profughi costretti ad abbandonare tutto e vivere nelle bidonville delle grandi metropoli turche, come ad Istanbul, Ankara, Smirne..

Così nel marzo del 1994, dai villaggi di confine delle province di Sirnak ed Hakkari, sono fuggiti verso il Sud Kurdistan in circa 20 mila, attraversando le alte montagne innevate che separano la Turchia dall’Iraq, uomini, donne, bambini e vecchi. In quella traversata, morirono oltre 300 persone e 600 furono ferite dalle bombe, dal gelo e dalle mine.
Makhmura, un campo in mezzo al deserto

Arrivati in Sud Kurdistan, cambiarono ben 8 accampamenti: prima si sono installati a Seranis, poi a Biher, dopo a Bersiv, Etrus, Gelye, Kiyamete, Ninova, Nehdara e, infine, nel 1998, i profughi sono arrivati a Makhmura, nella provincia di Mussul, in pieno deserto, a 400 chilometri da Baghdad.
All’inizio del 1997, circa 5 mila persone avevano lasciato il campo per andare ad installarsi nei campi di Semel, Misirik e Kasrok.

Per molti mesi, i profughi e le loro famiglie hanno subito una specie di isolamento: il governo turco e il governo iracheno hanno steso un cordone sanitario intorno al campo di Makhmura e, più volte, hanno minacciato di distruggerlo

Malgrado tutto questo, oggi a Makhmura vivono circa 12 mila profughi, di cui 1.000 bambini sotto i 4 anni e 4.000 tra i 5 e i 17 anni

All’inizio, Makhmura era senz’acqua. Profughi abbandonati alla loro sorte. C’erano solo serpenti e scorpioni. Molta gente è morta di sete e di dissenteria. Molti bambini sono morti in seguito ai morsi degli scorpioni.

Ma la gente di Makhmura ha avuto la capacità di resistere e di affrontare numerose difficoltà.
Oggi, dopo anni di sacrifici, il Campo è diventato un luogo vivibile.
Hanno piantato alberi e dissodato terreni per la coltivazione e avviato l’allevamento del bestiame.

Politicamente, gli abitanti del Campo di Makhmura sono profughi e, pertanto, sono sotto la protezione delle Nazioni Unite. Con Saddam, sono stati sotto il controllo del regime di Baghdad, poi sono passati sotto quello del governo regionale del Kurdistan del Sud.

Makhmura è oggi una comunità autogestita.
A Makhmura, si insegna il kurdo kurmangi, il kurdo sorani e l’inglese.
La sicurezza interna del campo è garantita dalle forze di autodifesa.
Il sistema educativo è a carico degli insegnanti del Campo che si sono laureati nelle università irachene e che hanno accettato di prestare lavoro volontario a Makhmura; stesso discorso vale per i medici del Campo.
Tutte le attività – pulizia strade, biblioteca, attività edilizie pubbliche – sono autogestite dagli abitanti del Campo.

Oggi, per gli abitanti di Makhmura, non ci sono le condizioni per far ritorno in Turchia, nonostante pressioni di vario genere: i loro villaggi sono distrutti; la guerra in Turchia non è finita; il sistema dei guardiani di villaggio non è stato eliminato; la discriminazione etnica non è finita; non sono finite le esecuzioni extragiudiziali; non c’è la libertà di esprimere le proprie idee; la lingua kurda non viene insegnata nelle scuole..

Malgrado tutte le difficoltà, gli abitanti di Makhmura vogliono continuare la loro vita nel Campo. La loro municipalità è riconosciuta ufficialmente dal governo centrale dell’ Iraq e dal governo regionale di Kurdistan.

Oggi, la municipalità di Makhmura è formata da 21 consiglieri e da un sindaco. Il sindaco e i consiglieri lavorano con grande spirito di sacrificio. La municipalità di Makhmura dipende direttamente dall’Assemblea popolare democratica di Makmura: la municipalità e i diversi servizi si avvalgono della partecipazione del popolo e si autogestiscono.

Sono stati realizzati dei campi di calcio, per il basket ball e il voleyball.
E’ stato costruito un acquadotto e dei canali per purificare l’acqua salmastra del campo, ma con scarsi risultati.
Vogliono costruire un grande parco per gli abitanti, ma non l’hanno ancora realizzato per mancanza dei fondi.

Per il futuro, hanno bisogno di un centro moderno per le attività culturali, artistiche e teatrali.
C’è bisogno di costruire anche nuove strade .

A causa delle condizioni ambientali (come la polvere, il caldo, la polluzione dell’acqua ecc.), a Makhmura ci sono molto malattie. Queste malattie riguardano soprattutto le donne e i bambini. I casi del cancro sono aumentati e hanno causato molte morti. Quasi tutti gli abitanti hanno problemi ai reni a causa dell’acqua sporca. Le morti per crisi cardiache, dovute alle condizioni di vita qui in mezzo al deserto, sono aumentate. Malgrado tutte queste malattie non hanno un ospedale che possa coprire i fabbisogni della popolazione del Campo.
Nel piccolo ambulatorio, aperto per sole quattro ore giornaliere, c’è soltanto una macchina per fare le analisi del sangue e null’altro. Il medico inviato dallogoverno, arriva saltuariamente al Campo e non parla il kurdo. Eccetto qualche medicinale di base, non ci sono medicinali sufficenti nel Campo. Per i parti o in caso di gravi malattie, la gente del Campo va da medici privati e paga di tasca propria.
Questo è il progetto economico per la costruzione dell’ ospedale che avverrà su un’area di 400 mq.
1- Mattoni: (8,000,000 ID) 6500$
2- Cemento: (5,000,000 ID) 4065$
3- Sabbia e sassi (ciottoli) : (5,000,000 ID) 4065$
4- Ingessatura : (1,500,000 ID) 1220$
5- Piastrelle di maiolica: (3,000,000 ID) 2440$
6- Soffitto: (3,000,000 ID) 2440$
7- Finestre : (4,000,000 ID)3250$
8- Porte: (3,000,000 ID) 2440$
9- Impianto elettrico : (3,000,000 ID) 2440$
10- Tubazioni per l’acqua: (4,000,000 ID) 3250$
11- Impianto di areazione : (8,000,000 ID) 6500 S
12- Ferri e forme: (12,000,000 ID) 9750$
13- Costo Operai: (20,000,000 ID) 16,250$
TOTALE: (79,500,000 ID) 64,610$ = Euro 55 mila

NOTA: Questo progetto riguarda soltanto la costruzione dell’ ospedale. Per le attrezzature, rimane aperto il problema: occorrono macchine come Ultrasound(U/S), ECG ve X-ray, ecc.
La realizzazione di questo progetto è iniziato a Makhmura nel 2013, con un nostro primo contributo di 10 mila euro; ad ottobre del 2014, la nostra delegazione ha consegnato al Sindaco del Campo di Makhmura, ulteriori 15 mila euro ed ha inviato un tir di attrezzature sanitarie donate dagli ospedali di Carpi e di Mirandola per un totale di 60 mila euro.
I lavori dell’ospedale hanno subito dei rallentamenti perché il Campo era stato attaccato e conquistato dall’ISIS, ma i guerriglieri del Pkk l’hanno ripreso.
All’appello, mancano ancora, ai fini del completamento della struttura, 30 mila euro.
Speriamo in un Vs. aiuto per consegnare entro quest’anno o per il prossimo, l’ospedale agli abitanti di Makhmura.

2 maggio 2015
In fede, Antonio Olivieri, Presidente dell’Associazione Verso il Kurdistan Onlus

Vi chiediamo visitare il nostro campo con i vostri medici e ascoltare i problemi dei malati. Se potete aiutarci anché per avere le macchine del ospedale saremo molto felici. Vi ringraziamo molto per tutte la vostre aiuta.

NB DI LERZAN : Sopra c’è l’elenco delle macchine per l’ospedale in inglese.

Sotto del elenco delle macchine, il sindaco ha scritto che vi ringrazia dalla parte del popolo e vi dice tanti auguri per i vostri lavori.

Se 25 anni vi sembran pochi…

Se 25 anni vi sembran pochi…

Agli inizi di Agosto si è riunito a Città del Messico il Foro di Sao Paulo, il consesso della sinistra latino-americana nelle sue ampie sfumature. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando nel 1990 in Brasile uno sparuto gruppo di partiti e movimenti diede vita a questo importante consesso. In tutto il continente c’era solo un partito di sinistra al governo (e al potere), il Partito Comunista di Cuba. Oggi, 25 anni dopo, in più di 10 paesi sono al governo i partiti che ne fanno parte. E la sinistra continentale con regolarità, si incontra, discute ed elabora un piano di azione comune che ha permesso di fare passi da giganti e trasformazioni sociali e politiche significative. Ma lungi dall’essere tutta rose e fiori, non c’ è alcun dubbio che la congiuntura politica latino-americana è caratterizzata dalla contro-offensiva della destra continentale e degli Stati Uniti che si mantiene e si approfondisce.
Senza dimenticare le molte conquiste positive ottenute fino ad oggi, conquiste che hanno modificato sensibilmente le condizioni materiali di vita di milioni di persone, sembra utile identificare alcune aree problematiche dell’immediato futuro.

Golpe a bassa intensità

La contro-offensiva assume toni e caratteri diversi nei diversi Paesi del continente, ma c’è un filo comune che la evidenzia se si guarda nella sua interezza l’esperienza del continente. La differenza con il passato è che oggi appare molto più raffinata ed intelligente.
Se sembrano lontani i tempi dei golpe sanguinari, fatti dai militari con i carri armati per instaurare dittature civico – militari, oggi a farla da padrone nei “think tanks” di Washington è la strategia dei “golpes blandos”, dei “golpe a bassa intensità” . Almeno fino a nuovo ordine. Negli scorsi anni lo si è visto nel caso dell’Honduras e del Paraguay (dove i golpe istituzionali sono riusciti), così come in Venezuela ed Ecuador (dove sono falliti). Ma, come si è visto in questi ultimi mesi, non sono certo passati di moda.
Oggi, parafrasando un’espressione cara alla sinistra di altri tempi, la destra usa una “combinazione delle forme di lotta” in misura crescente rispetto al passato. E’ così che capitale finanziario (fondi avvoltoi contro l’Argentina, manipolazioni cambiarie e speculazione sulla moneta in Venezuela, etc.), pressione diplomatica, rafforzamento della presenza militare col pretesto della “guerra alla droga” ed al “narco-terrorismo” (Messico e Colombia), operazioni di “guerra psicologica”, si articolano con omicidi selettivi di dirigenti politici e sociali (Venezuela, El Salvador), con l’uso della delinquenza comune (El Salvador) e delle bande paramilitari (Honduras, Venezuela ) per incutere terrore, con le mobilitazione di piazza (Brasile, Ecuador), con il sabotaggio economico e l’accaparramento dei beni di prima necessità per provocare malcontento nella popolazione (Venezuela), rivendicazioni autonomiste (Bolivia), e tentativi di fratture istituzionali.

Le toghe contro

I “golpe a bassa intensità” hanno oggi una nuova freccia al proprio arco: il potere giudiziario, nella sua quasi totalità ancora dominato dai soliti “poteri forti”, che agisce per azione o omissione a seconda degli scenari (El Salvador, Brasile). In El Salvador, ad esempio, i solerti giudici della Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia cercano di strangolare finanziariamente il governo, dichiarando incostituzionale l’emissione di Buoni del Tesoro per trovare risorse da destinare alle politiche sociali. E nel frattempo difendono la “libertà d’espressione” di una dozzina di militari arrestati perché volevano marciare fortemente armati verso il parlamento per esigere un aumento di stipendio.
E la “lotta alla corruzione” si trasforma in cavallo di battaglia dei tribunali al servizio della destra politica ed economica, con Washington che dispensa patenti di “trasparenza e moralità”. Il caso del Brasile è il più evidente, ma non il solo. Si accusano di corruzione i governi progressisti, spesso senza uno straccio di prova, grazie ai media che si ergono a veri e propri tribunali paralleli, fuori dalle aule di giustizia competenti, condannando anzitempo e preparando l’ambiente per gli attacchi del potere giudiziario. Non si tratta di negare casi di corruzione anche a sinistra (che devono essere perseguiti e condannati senza mezzi termini), ma di non essere ingenui sull’uso strumentale che viene fatto di un tema così sensibile.
Si sa, la memoria è corta, e si trasforma in un problema dell’oggi, un tema fisiologico del sistema capitalista. Si passa una spugna sul passato di corruzione, occultando gli intrecci perversi tra potere economico, potere politico e potere giudiziario che hanno contraddistinto, tra gli altri, gli anni dell’orgia neo-liberale e dell’assalto alla diligenza, con le privatizzazioni delle imprese pubbliche. Il Cile di Pinochet ne è il caso più sfacciato, con una dozzina di famiglie dell’oligarchia arricchitesi all’ombra della dittatura, e tuttora impuni grazie al “patto di transizione” alla democrazia.

Colombia: un conflitto senza fine

Forte la preoccupazione della sinistra latino-americana sulla situazione del conflitto in Colombia, che va avanti da più di mezzo secolo. Nonostante le speranze aperte dal dialogo tra il governo e la guerriglia delle FARC-Ep (e la possibilità di allargarlo all’altro gruppo guerrigliero dell’ELN), le cifre del conflitto sociale ed armato sono drammatiche. Nel Paese ci sono circa sei milioni e mezzo di rifugiati interni a causa del furto delle terre, a suon di omicidi, minacce e pressioni di diverso tipo. I dati della Fiscalía (Procuratorìa), ovvero di una istituzione statale, parlano di almeno cinquantamila detenuti desaparecidos, quasi il doppio di quelli che conosciamo nel caso della dittatura argentina.

Risultati immagini per conflitto colombiano

Gli esiliati all’estero sono quasi mezzo milione ed i prigionieri politici più di 9000. Rispetto alle esecuzioni extra-giudiziarie realizzate dalle Forze Armate dal 2002 ad oggi, (in poco più di 10 anni), si parla di più di 5.500 casi: si tratta di civili innocenti uccisi e poi spacciati per guerriglieri per dimostrare l’efficacia dell’azionare militare. Li si conosce come falsos positivos, ed è una delle tipologie di desaparición forzata.

La guerra mediatica

L’elemento sovra-ordinatore è l’uso spregiudicato dell’artiglieria mediatica, che non fa prigionieri.
Sul ruolo del “partito dei media” come forza d’opposizione ai governi “progressisti” della regione sono stati versati fiumi di inchiostro. Il “senso comune” è oggetto di manipolazione costante. La concentrazione e i “latifondi mediatici”, il ruolo delle “corporations” nella strategia di destabilizzazione sovranazionale, il moderno uso delle “reti sociali” sono elementi strutturali del potere e della sua contro-offensiva continentale. Torna d’attualità la frase di Malcom X, pronunciata negli anni ’60. “Se non stai attento ai media, finiranno per farti odiare gli oppressi ed amare gli oppressori “.

Anche grazie ai media, sul piano politico la destra continentale è riuscita a rompere gli argini ed a guadagnare all’opposizione al governo venezuelano (e non solo) alcuni settori della ex-socialdemocrazia mondiale (dal brasiliano Fernando Enrique Cardoso, al cileno Ricardo Lagos, dall’argentino Hermes Binner, fino allo spagnolo Felipe Gonzales). Clamoroso il caso di Isabel Allende, (figlia di Salvador Allende e Presidente del PS cileno) che è arrivata a definire come “dittatura militare” il processo venezuelano e a chiedere la liberazione dei cospiratori golpisti in quanto “prigionieri politici”.

Errori, sviluppismo e tecnocrazia

Ma non è tutta farina del sacco dell’avversario.
A questa contro-offensiva, nel bilancio complessivo si sommano gli errori ed le “criticità” di alcuni dei governi “progressisti” che, inoltre, hanno meno risorse economiche a disposizione a causa della crisi economica mondiale.

Il primo elemento critico è una certa inerzia, fatale per i processi di cambiamento. Inerzia che colpisce diverse sfere della vita politica, economica, sociale e culturale. Quasi un adagiarsi e dormire sugli allori delle molteplici ed innegabili conquiste sociali.
Una inerzia che smobilita e indebolisce la partecipazione politica. E’ pur vero che da quando è iniziato il ciclo delle vittorie elettorali, la sinistra non ha mai perso in nessuno dei Paesi. Ma oggi le condizioni sono profondamente diverse dal passato e le prossime sfide elettorali sono tutt’altro che in discesa.
Un solo dato per tutti: l’impatto della crisi mondiale e la contrazione della domanda cinese (ed europea) con cui fare conti, in una regione in cui il gigante asiatico è sbarcato da tempo con un peso specifico estremamente significativo .
Ed il crollo dei prezzi delle “commodities”, a partire dal petrolio il cui valore di mercato si è dimezzato in pochi anni, hanno ridotto drasticamente le risorse per le politiche sociali.

Il secondo elemento è il processo di integrazione continentale, ancora troppo lento. Basti pensare alla “Banca del Sud”, lanciata nel lontano 2008, quando era ancora in vita sia Hugo Chávez, che Nestor Kirchner e che ancora stenta a decollare. Nel dibattito c’è coscienza della necessità vitale dell’integrazione come scudo e strumento di autodifesa rispetto alla crisi internazionale. Ma allo stesso tempo, manca un programma di integrazione e complementarietà dal basso, non solo economica, ma anche sindacale, sociale e culturale. Se la complementarietà muove i primi passi nella discussione tra i governi, è ancora troppo incipiente nelle organizzazioni della sinistra e nei movimenti sociali.

Non manca una certa visione tecnocratica presente in alcune esperienze di governo, dall’alto verso il basso, che non aiuta il dialogo con settori che rischiano di finire nelle braccia dell’avversario. Questo permette alla destra di cercare di cooptare alcuni movimenti sociali senza risposte adeguate da parte dei governi. Una destra moderna , spregiudicata, che adotta una posizione strumentale e camaleontica. Adotta il linguaggio della sinistra moderata e, se serve, si allea con settori della “ultra sinistra” che fa di tutto per radicalizzare. Parla di ambientalismo e si allea con le “popolazioni indigene”, si riempie la bocca di diritti umani e di libertà d’espressione.

A Città del Messico era evidente la preoccupazione per la crisi nell’Unione Europea, per il suo impatto sulle popolazioni dell’Europa e sulle economie dell’America Latina e dei Caraibi. Così come un rinnovato interesse per le sorti della sinistra nel vecchio continente con una attenzione verso la situazione della Grecia e delle prossime scadenze elettorali in Spagna, Portogallo ed Irlanda.

Quale sviluppo nel “socialismo del XXI° secolo” ?

Ma tornando in America Latina, il punto centrale rimane quello del “modello di sviluppo”, ancora basato sull’estrattivismo delle risorse naturali, (con la conseguente “ri-primarizzazione” dell’economia senza capacità significativa di valore aggiunto) e su un certa concezione “sviluppista”. Certo l’impatto della crisi sui bilanci dei governi progressisti impone la necessità di “far cassa”, e non si va troppo per il sottile per trovare risorse e poter sviluppare politiche pubbliche per soddisfare gli enormi bisogni sociali.
Di certo è facile criticare i governi della destra o moderati per le depredazioni ambientali selvagge. Meno facile e molto più scomodo il “diritto di critica” verso governi post-neoliberali, “progressisti” o governi “amici”. Viceversa, è più facile stare all’opposizione che stare al governo (in molti casi non al potere) e dover agire concretamente in condizioni avverse, organizzando la partecipazione dal basso.
Ma la sostenibilità ambientale ed una relazione armonica tra la presenza umana e la natura non ha nulla a che vedere con un certo “integralismo ecologista” d’accatto. E’ troppo facile liquidare le istanze dei movimenti sociali e di sinistra che mantengono la loro autonomia, come strumentali o al soldo delle destre reazionarie. E nonostante gli anni passati, non sempre la base sociale dei processi di cambiamento conta su di una organizzazione stabile, solida e di massa.

Appare ancora insufficiente il dibattito (e soprattutto le pratiche concrete) sulla contraddizione capitale-natura, sull’utilizzo “sostenibile”delle risorse del sottosuolo (e non solo), sulla diversificazione produttiva. In altre parole sui contenuti del “socialismo del XXI° secolo” come alternativa a questo modello di sviluppo.
Un dibattito urgente, senza possibili scorciatoie.

http://www.forodesaopaulo.com/

– See more at: http://marcoconsolo.altervista.org/se-25-anni-vi-sembran-pochi/#sthash.MFpJWaYK.dpuf

“Quando i Casamonica devastavano il territorio insieme a palazzinari e politici allora erano dei santi”. Intervento di Maurizio Pagliassotti

“Quando i Casamonica devastavano il territorio insieme a palazzinari e politici allora erano dei santi”. Intervento di Maurizio Pagliassotti

Mi piace questa storia romana, è gustosa, saporita, tetragona del nostro essere.
C’è tutto: la mafia, i soldi, i preti, i politici, nino rota, i cavalli neri, la pacchianeria manifesta, le ferrari, i borgatari bifolchi.
La patente sospesa all’elicotterista è un elemento stupendo, fantastico, oltre ogni arte, a metà tra il surreale e il comico, adamantina genialità, cielo inarrivabile. Pure gli eterni zingari ci sono.
Pacchetto completo. Ma sopratutto c’è l’indignazione.
Ah, che vergogna, ah che figura, il mondo ride di noi. E le prime pagine del NYT, del Guardian, della BBC, che figura!
Il mondo ride sempre di noi. Quando un turista, un imprenditore, un chiunque, passa dal nostro paese non può che ridere e piangere.
Il territorio devastato, disseminato di cadaveri di cemento, speculazione di grana grossa. La pianura padana, come la periferia romana sono demolite giorno dopo giorno da personaggi come i casamonica. Con il pieno avallo di politici, preti, questori e magistrati. Che, se non plaudono, tacciono. Devastazione e saccheggio, da sempre.
Ah, che vergogna, ah che figura, il mondo ride di noi per il funerale, i petali, i cavalli, il prete e le ferrari.
L’unica domanda che deve far vergognare tutti è come è possibile che i Casamonica siano diventati ciò che sono.
Ma alla Procura di Roma perché nessuno pone questa domanda populista/qualunquista: come è possibile che questi signori siano, escluso il minimo sindacale che gli avete contestato in 40 anni, ciò che sono?
Come è possibile che siano stati lasciati semi indisturbati a distruggere tutto?
E adesso siamo qua, che pensiamo ai cavalli e ai petali, mentre leggo di usura, traffico, prostituzione, tutto.
Ma il Questore non ha nulla da dire sul fatto che possano esistere questi personaggi?
Nell’epoca del controllo totale, delle intercettazioni sistematiche e onnicomprensive, i Casamonica, e infinite altre famiglie, prosperano ancora.
Penso che la famiglia dei Casamonica sia genuinamente sorpresa e disgustata del trattamento a lei riservato da parte di chi li ha sempre protetti e favoriti.

Anche a Torino basta col PD

Anche a Torino basta col PD

Con largo anticipo, fin troppo tenuto conto dell’esistenza di problemi ben più urgenti e immediati, ha preso avvio a Torino il dibattito sulle prossime elezioni comunali del 2016. Forse questa volta per la sinistra qualcosa può cambiare. Vedo che si levano voci sulla necessità di presentazione di liste unitarie della sinistra in alternativa allo schieramento del Pd anche da parte di chi fino a ieri – Giorgio Airaudo, Michele Curto – pensava che ci fossero margini di confronto. Questo è un fatto positivo, è la presa d’atto della fine di un ciclo politico, dell’esaurimento di politiche e alleanze che non hanno prodotto nulla di nulla se non privatizzazioni, taglio della spesa sociale, svendita del patrimonio pubblico, speculazioni immobiliari,  grandi opere, ecc. Facciamo in modo che queste voci diventino da subito parole chiare e impegno di confronto per tutta la sinistra mettendo fine ad una politica d’accatto di qualche posticino istituzionale fatta di ambiguità, opportunismi vari.

Lo voglio dire a Monica Cerutti, assessora regionale di Sel: non si può sempre riproporre la vecchia solfa del confronto programmatico col Pd a prescindere da quasiasi bilancio (negativo) di quanto fatto o si sta facendo. Con Fassino e con Chiamparino, che non perdono occasione di esaltare il modello Marchionne come modello di riferimento per il futuro di Torino e del Piemonte, non c’è alcuna possibilità di fare una politica progressista. Così come non c’è col Pd renziano. Bisogna molto semplicemente farla finita con operazioni elettorali che chiedono il supporto dei voti di sinistra per fare, al dunque, politiche centriste o di destra. Rifondazione Comunista è disponibile al confronto per costruire uno schieramento largo di forze di sinistra e di società civile che si muovono in alternativa alle politiche neoliberiste del Pd. A Torino c’è molta domanda di cambiamento. Ascoltiamola e agiamo in conseguenza.Torino, 23 agosto 2015
Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Alexis Tsipras: Al popolo sovrano la prima e l’ultima parola

Alexis Tsipras: Al popolo sovrano la prima e l’ultima parola

Alexis Tsipras: Al popolo sovrano la prima e l’ultima parola

Pubblicato il 21 ago 2015

Il discorso di Alexis Tsipras alla tv greca, 20 agosto 2015

Greche e greci,
Negli ultimi mesi abbiamo passato tutti noi momenti difficili e drammatici.
La dura trattativa con i creditori è stata una grande prova per il governo e per il paese.
Le pressioni, i ricatti, gli ultimatum, l’asfissia del credito ci hanno portato ad una situazione senza precedenti.
Tutti noi ne siamo stati testimoni.
Ma tutti siamo stati testimoni della pazienza, della calma, della resistenza del nostro popolo, della determinazione popolare che ha registrato il referendum, della decisione di cambiare le cose, di cambiare il paese, di cambiare tutto ciò che ci ha portato alla crisi e alla frammentazione sociale.
Cerchiamo di essere chiari:
Senza questa determinazione popolare i creditori avrebbero o assolutamente imposto la loro volontà o ci avrebbero portato al disastro.
Questa determinazione è stata presente in ogni fase dei negoziati.
Questa determinazione offriva la forza alla nostra resistenza, alla nostra battaglia, giorno per giorno, che a volte ci metteva di fronte le assurde richieste e le minacce dei creditori.
Oggi questa difficile fase si conclude in modo permanente con la ratifica dell’accordo e l’erogazione della prima tranche di 23 miliardi di euro e il pagamento delle obbligazioni del paese sia all’estero che all’interno.
L’economia respira. Il mercato sarà normalizzato. Le banche potranno lentamente trovare il loro ritmo normale.
Non si tratta, naturalmente, della fine della difficile situazione che stiamo vivendo ormai da cinque anni.
Ma ho la convinzione, che può essere dimostrata dal lavoro e dalla coerenza di tutti noi, che questo sia l’inizio della fine di questa situazione difficile.
Il passo decisivo verso la normalizzazione del finanziamento della nostra economia.
Un inizio che non è facile, ma che ci offre prospettive e opportunità.
Basta che la società resta in piedi e ben presente, calma ed esigente come tutto il periodo precedente.

Greche e greci,
Voglio essere assolutamente sincero con voi. Non abbiamo raggiunto l’accordo che abbiamo presentato prima delle elezioni di gennaio. Non abbiamo affrontato però neanche la reazione che ci saremmo aspettati. In questa battaglia abbiamo fatto concessioni, ma siamo arrivati ad un accordo che, date le circostanze prevalentemente negative in Europa, e dal fatto che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluta sottomissione del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva avere.
Questo accordo siamo obbligati a rispettarlo, ma contemporaneamente daremo battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative.
Nell’interesse dei molti.
Al fine di riconquistare al più presto la nostra sovranità di fronte ai creditori, senza accettare come verità infallibili le loro interpretazioni, senza accettare tagli orizzontali, le atrocità sui diritti del lavoro, o dissanguare sempre le forze sociali più deboli .

Abbiamo già dimostrato che sappiamo e possiamo lottare per raggiungere molte cose.
Ricordate solo quale era la posizione dei partner prima di questo accordo:
Una proroga di cinque mesi del programma precedente, piena applicazione degli impegni del governo precedente e dopo nuovi prerequisiti per il finanziamento del paese.
In questo momento e dopo il referendum abbiamo approvato un accordo triennale, con un finanziamento assicurato.
Ricordate anche che ci avevano chiesto: l’abolizione immediata delle pensioni EKAS, la privatizzazione della rete di energia elettrica e della “piccola DEH – Enel”.
Queste cose non le abbiamo accettate e abbiamo vinto.
Avevano chiesto anche l’applicazione immediata della clausola per il deficit pari a zero per i fondi integrativi dei pensionati. Nell’accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a fare questa battaglia.
Anche il ritorno a giusti rapporti di lavoro e l’impedimento dei licenziamenti collettivi nel settore privato, sono punti del nostro obiettivo irremovibile e penso che raggiungeremo anche questi.
I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e sono tornati i custodi delle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università.
Negli ospedali non c’è più il ticket dei 5 euro, mentre è iniziata la procedura per assumere 4.500 tra medici ed infermieri, che sono assolutamente necessari, attraverso un concorso pubblico ASEP.
Non dimentichiamo che abbiamo concordato surplus primari infinitamente inferiori di quelli accettati dal governo precedente, con il risultato del risanamento dei conti pubblici, cioè le misure necessarie sono ora inferiori di 20 miliardi di euro.
Inoltre, il nuovo accordo di finanziamento non è sottoposto al Diritto Inglese con caratteristiche coloniali che avevano stipulato ii governi greci negli accordi precedenti, ma si riferisce al Diritto Europeo ed Internazionale, cosicchè il nostro paese mantiene tutti i privilegi e le immunità che proteggono la proprietà pubblica.
Ed infine, per la prima volta con modo cosi esplicito ed inequivocabile, si determina la procedura per la riduzione del valore del debito greco, che è forse il nodo più importante per risolvere il problema greco.
Abbiamo guadagnato, quindi, terreno significativo, senza con ciò pensare di aver ottenuto quello che noi e la gente ci aspettavamo.

Greche e greci,
Ora questo ciclo difficile si conclude e, a differenza del solito atteggiamento di molti che purtroppo considerano di essere autorizzati a mantenere i posti, gli uffici, gli incarichi, indipendentemente dalle condizioni e dalle circostanze, sento il profondo obbligo morale e politico di rimettere al vostro giudizio tutto quello che ho fatto. Le cose giuste e gli errori. I successi e le omissioni.
Per questo ho deciso di recarmi presto dal Presidente della Repubblica a presentare le mie dimissioni e le dimissioni del governo.
Il mandato popolare che ho assunto il 25 gennaio ha esaurito i suoi limiti e ora deve prendere di nuovo la parola il popolo sovrano.
Voi, con il vostro voto deciderete se abbiamo rappresentato il paese con la determinazione e il coraggio che richiedevano i difficili negoziati con i creditori.
Voi, con il vostro voto, deciderete se l’accordo ottenuto offre le condizioni per superare l’attuale impasse, di recuperare l’economia, per entrare infine sulla via che abbandona i memorandum e la crudeltà che questi comportano.
Voi, con il vostro voto, deciderete chi e come, potrà portare la Grecia nella difficile, ma alla fine promettente strada, che si apre davanti a noi, chi e come, potrà negoziare meglio la diminuzione del debito, chi e come, potrà procedere con passo sicuro e costante alle necessarie, profonde e progressiste riforme che abbiamo bisogno.
Infine, è con il vostro voto, che voi giudicherete tutti.
Tutti coloro che hanno dato battaglia, dentro e fuori il paese, per non mettere la Grecia davanti al plotone di esecuzione e quelli che invocando la coerenza ideologica e propongono pertanto l’idea che la Grecia abbia bisogno dei crediti, cioè del memorandum, ma con la dracma, commettendo l’estrema incoerenza di convertire in minoranza parlamentare la maggioranza, che il nostro popolo ha dato per prima volta nella storia del paese, ad un governo di Sinistra.
Ma anche quelli del vecchio sistema politico e i centri d’intreccio politico affaristico, che, per tutto questo tempo, ci chiamavano e ci facevano pressioni, coordinati con i più duri centri dei creditori, per farci firmare qualsiasi cosa ci fosse stata messa davanti. Calunniando anche la nostra resistenza come fosse ostruzionismo.

Greche e greci,
Mi affido al vostro giudizio con la coscienza tranquilla. Orgoglioso per la battaglia che io e il mio governo abbiamo dato. Mi sono sforzato tutto questo tempo per attenerci a ciò che avevamo promesso.
Abbiamo negoziato duramente e con persistenza per lungo tempo, abbiamo resistito alle pressioni e ai ricatti, siamo arrivati è vero in situazioni limite per il popolo e per l’economia.
Abbiamo fatto, tuttavia, del caso della Grecia una questione globale.
Abbiamo fatto della resistenza del nostro popolo, bandiera e incentivo di lotta per gli altri popoli europei e l’Europa non è la stessa dopo questi difficili sei mesi.
L’idea che si possa finalmente mettere fine all’austerità guadagna terreno, le diversità tra le forze democratiche e progressiste europee si fanno sempre più sentire.
E noi, la Grecia, con prestigio e un raggio di azione molte volte più grande della nostra dimensione abbiamo giocato e giochiamo un ruolo di primo piano nei cambiamenti a venire, nel dibattito per il futuro dell’Europa la Grecia sarà in prima linea.
Ieri con una mia lettera ho chiesto al presidente del Parlamento europeo che il Parlamento europeo acquisisca come istituzione una legittimazione democratica diretta, un ruolo attivo nel programma di finanziamento greco.
La trasparenza, l’aperto dibattito democratico, il fatto democratico di rendere conto delle azioni di tutti, la valutazione dell’impatto che hanno, dovrà essere, d’ora in avanti, parte integrante dell’applicazione del nostro accordo con i partner.

Greche e greci,
Per tutto questo il tempo, nonostante le condizioni dure e difficili del negoziato, abbiamo provato a lasciare dietro di noi anche un esempio diverso di governo.
Abbiamo legiferato il pagamento dei debiti arretrati allo stato in cento rate, abbiamo preso misure per la crisi umanitaria, abbiamo riaperto la televisione pubblica ERT, abbiamo presentato il disegno di legge per le frequenze radiotelevisive, abbiamo votato la legge per gli immigrati, abbiamo fatto un intervento decisivo per fermare miniere d’oro a Skouries e fermare un crimine ambientale e altre decine di misure e iniziative, che dimostrano questo nuovo modo di governare e dimostrano, inoltre, la nostra decisione di cambiare con coraggio e fiducia il paese, utilizzando il sostegno sociale per obiettivi di riforme.
Davanti a noi abbiamo ancora molte battaglie difficili da fare, questa volta all’interno del paese.
La battaglia contro gli interessi sporchi ed intrecciati, contro la corruzione, è appena iniziata.
La battaglia per far pagare finalmente agli eterni vincitori, che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio di toccare.
La battaglia per portare davanti alla giustizia coloro che fino ad ora sono stati al di sopra della legge.
La lotta contro l’evasione fiscale, per un sistema fiscale giusto e stabile.
La battaglia delle battaglie per cambiare lo Stato e farlo diventare ogni giorno più efficiente, più amichevole per il cittadino, più ostile ai favori politici e clientelari, il favoritismo del partito che governa e la corruzione.
Tutte queste cose richiedono un mandato chiaro, un governo forte, stabile e senza un vacillante percorso e soprattutto richiedono di tenere lo stesso passo con la società.
Con tutti coloro che vogliono cambiamenti con la democrazia, riforme di segno progressista, trasparenza e giustizia.

Greche e greci,
Nonostante le difficoltà, rimango ottimista.
Credo che i giorni più belli non li abbiamo ancora vissuti, intrappolati dentro la tanaglia del negoziato.
Chiederò il voto del popolo greco, per governare e per esporre apertamente tutti gli aspetti del nostro programma di governo.
Più esperti, più preparati, più pratici, ma sempre impegnati per l’obiettivo finale di una Grecia libera, democratica e socialmente giusta, resteremo diritti in piedi e coerenti davanti alle nuove condizioni e sfide.
Vi assicuro, che non consegnerò e non consegneremo lo scudo delle nostre idee e dei nostri valori.
In nessun caso e di fronte a nessuna difficoltà. Vi invito, tutti insieme, con la calma e con la decisione necessaria, a combattere la difficile battaglia per rimettere la nostra patria sulle sue gambe.
Per tenere, in questi tempi difficili, la Grecia e la democrazia nelle nostre mani.
E di alzarla in alto.
Vi ringrazio….

Traduzione: A. Panagopoulos

Shock al Bundestag: Il potere in Europa è in mano al governo federale tedesco

Shock al Bundestag: Il potere in Europa è in mano al governo federale tedesco

I dibattiti della xxv festa del Prc di Voghera

I dibattiti della xxv festa del Prc di Voghera

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IL CAPORALATO E’ COME LA MAFIA E IL GOVERNO LO VUOLE ESTENDERE ABOLENDO IL DIRITTO DI SCIOPERO. IL GOVERNO RENZI FAVORISCE LA MAFIA E LO SFRUTTAMENTO INUMANO!

IL CAPORALATO E’ COME LA MAFIA E IL GOVERNO LO VUOLE ESTENDERE ABOLENDO IL DIRITTO DI SCIOPERO. IL GOVERNO RENZI FAVORISCE LA MAFIA E LO SFRUTTAMENTO INUMANO!

IL CAPORALATO E’ COME LA MAFIA E IL GOVERNO LO VUOLE ESTENDERE ABOLENDO IL DIRITTO DI SCIOPERO. IL GOVERNO RENZI FAVORISCE LA MAFIA E LO SFRUTTAMENTO INUMANO!

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

“Gli omicidi – impropriamente chiamati morti sul lavoro – avvenuti quest’estate nelle campagne italiane, ci dicono di come la realtà di sfruttamento del lavoro superi largamente le peggiori previsioni e le più dure denunce. Le lacrime di coccodrillo che i ministri del governo versano sugli omicidi bianchi avvenuti quest’estate nelle campagne italiane servono solo a nascondere il fatto che il governo opera con determinazione degna di miglior causa per generalizzare questa situazione. Infatti se il caporalato è come la mafia, è del tutto evidente che il governo lo vuole estendere abolendo il diritto di sciopero. Dopo aver abolito l’articolo 18, il governo, abolendo nei fatti il diritto di sciopero, vuole impedire ai lavoratori e alle lavoratrici di potersi difendere. Il governo Renzi favorisce quindi la mafia in agricoltura e la vuole estendere a tutti gli altri settori, generalizzando uno sfruttamento inumano e lo schiavismo! Il governo Renzi ha dichiarato guerra alla classe lavoratrice!”

20 agosto 2015

LA DISTRUZIONE ATOMICA DI VICENZA

LA DISTRUZIONE ATOMICA DI VICENZA

Scritto da ADRIANO ARLENGHI

LA DISTRUZIONE ATOMICA DI VICENZA

Durante Bicipace abbiamo letto un documento che parla di come l’arma nucleare per quanto oggi tutti pensino ad essa come ad un problema superato rimarrà una nostra fedele compagna di viaggio nella storia. Che l’opzione nucleare in una nuova guerra moderna non è stata mai scartata lo sanno tutti anche i bambini, tant’è vero che anche noi italiani partecipiamo a questo gioco mettendo sotto i nostri nuovi F35 appena comperati e dunque nuovi di zecca , dei ramponi per potere trasportare atomiche in zone di attacco bellico. Il mondo è in subbuglio e i tanti focolai che si accendono ogni anno in qualche parte del mondo ci fanno riflettere su come il peggio è nostro malgrado dietro l’angolo. Come Legambiente Lomellina ci siamo chiesti: a cosa serve fare la differenziata, preservare la biodiversità e tante belle azioni ecologiste quando minacce di distruzione così forti e terribili rimangono opzioni possibili e la distruzione di questo nostro, unico, pianeta ed ella vita che sulla superficie vi si svolge è alla mercè ogni giorno di un pugno di persone che si arroga il diritto di gestire il destino di tutti?
Della paura atomica, ci siamo detti lungo la strada che ci ha portato ad Aviano e delle atomiche che anche noi in Italia conserviamo gelosamente non gliene frega niente a nessuno, eppure ogni tanto quando emergono dal passato documenti come questo che pubblichiamo più sotto e che molti a torto considerano storia vecchia e impossibile da replicare, noi ci preoccupiamo, e nel nostro piccolo riteniamo che si debba fare qualcosa.
Ci vorrebbe uno scatto d’orgoglio della maggior parte dell’umanità, delle persone che ogni giorno lavorano, tira su i figli con fatica, cercano di vestire stili di vita meno distruttivi dell’ambiente, intessono relazioni che parlano di bellezza e di colori per dire a questi signori che ne abbiamo abbastanza dei loro giochi e che non riconosciamo loro il diritto di decidere al nostro posto.

Così Legambiente della lomellina nelle prossime settimane invierà un caldo appello ai sindaci di tutte le città lomelline chiedendo loro di entrare in rete che si chiama Majors for Peace , rete che desidera ardentemente creare una nuova narrazione della vita e del futuro. Noi speriamo vivamente che i sindaci non scrollino la testa dicendo che tutto questo non li riguarda , che devono pensare alle buche nelle strade e a far quadrare bilanci. Le città invece, secondo noi, hanno un ruolo importante e qusto lo raccontava in passato molto bene il sindaco di allora di Firenze, La Pira.
Cio che si narra in questo testo succedeva quando moolti si noi nascevano e dunque di quel clima non hanno quai più memoria: eppure…

“ Della presenza di armi atomiche sul nostro territorio italiano abbiamo letto tanto. Del famoso “Site Pluto”, misterica base di Longare con questo nome che sta tra il cane Disney e il dio dell’Ade, è stata detto di tutto, ed anche il suo contrario. Ci sono dati sulla quantità di plutonio presente, sulla potenza delle testate, sulla effettività delle mine atomiche che vi sarebbero (state?) stoccate, ci sono rapporti sull’incidenza del cancro dopo il collasso degli 8 depositi del 2000. Libri come “L’atomica europea” di Paolo Cacace danno per certa la presenza di missili nucleari a breve raggio (un modello che porta un nome divertente: Honest John) sin dal 1954.
Del resto, è difficile per noi rammentare come si stava in quel tempo, perché si stava – a tutti gli effetti – in guerra. La guerra fredda, per quanto fosse combattuta a un livello invisibile, era la realtà di tutta la politica del pianeta. E se Vicenza era minacciata dall’orrore del fuoco atomico, ecco, non si poteva trattare solo di ordigni americani, che potevano nuocere al territorio solo nel malaugurato – e fortunatamente mai capitato – caso di malfunzionamento. No, l’apocalisse atomica su Vicenza era a tutti gli effetti un preciso progetto sovietico. Le testate che avrebbero dato la morte nucleare alla città del Palladio avrebbero avuto scritte in cirillico sulla scocca dei loro missili. Il primo ministro sovietico Nikita Khrushev, in quell’aprile 1959 in cui l’Italia firmò per ospitare i missili Jupiter americani, fu chiarissimo: promise che “in caso di guerra, l’Italia sarebbe stato uno dei primi obiettivi di distruzione atomica” (Paolo Cacace, L’atomica europea, Fazi, p. 81).
La Russia, anche quella post-sovietica, non è l’America, ed davvero difficile vedere i documenti declassified. Eppure qualcosa riesce a trapelare, specie dai servizi di altri paesi europei ora finiti nelle maglie della UE. Viene così a galla il programma che Mosca aveva per la nostra città: l’annientamento. Puro e semplice.
In uno studio sulla strategia degli eserciti del Patto di Varsavia in caso di scontro frontale col mondo libero, lo storico ceco-americano Vojtech Mastny ha raccolto materiale per affermare che “sul fianco meridionale, il compito dell’esercito ungherese era quello di far parte di un’operazione in cui Monaco, Verona e Vicenza sarebbero state incenerite da un bombardamento atomico, così come lo sarebbe stata Vienna, capitale della neutrale Austria” (Vojtech Mastny, A cardboard castle? An inside history of the Warsaw Pact 1955-1991, Central European University Press, p. 23). I dettagli dell’operazione, come spiegano con dovizia di particolari gli studiosi Suppan e Mueller, sono contenuti in una grande manovra di esercitazione militare che Mosca e Budapest lanciarono nel 1965.

“Ad un possibile attacco dell’Occidente con 30 ordigni atomici il Patto di Varsavia avrebbe risposto con un immediato contrattacco nucleare da 7405 kilotoni su Baviera Austria e Alta Italia (…) la lista è davvero paurosa: armi nucleari occidentali avrebbero colpito Budapest, Debrecen, Miskole, Szekesfehervar e altre città alle ore 07.00. Nello stesso preciso istante Vienna avrebbe dovuto essere distrutta da due bombe atomiche da 500 kilotoni l’una, seguita alle 07.02 da Monaco, Oberammergau, Verona e Vicenza” (Arnold Suppan – Wolfgang Mueller, Peaceful Coexistence or Iron Curtain? Austria, Neutrality, and Eastern Europe in the Cold War and Détente, LIT Verlag Muensterm, p. 209).
Spazzati via due minuti dopo la Sachertorte e il walzer, da una bomba che è dalle venti alle trenta volte più potente di quella di Hiroshima. (…)”.

da: citylights – informacittà,
Rivista mensile del Comune di Vicenza,
giugno 2011, editoriale

Maternità negata. Nel mondo del lavoro è una consuetudine e nessuno si scandalizza! E con le insegnanti precarie come la vogliamo mettere?

Maternità negata. Nel mondo del lavoro è una consuetudine e nessuno si scandalizza! E con le insegnanti precarie come la vogliamo mettere?
Si è parlato molto in questi giorni di come nell’apparato giuridico-repressivo la condizione di maternità negata venga inquadrata come “accessorio della pena”. E’ un criterio questo non così lontano da quello utilizzato nel mondo del lavoro. Solo che l’opinione pubblica non sembra curarsene più di tanto. Eppure i casi sonon tanti. Moltiplicati dalla precarietà, e dalla “circostanza” che il progressivo azzeramento dei diritti praticamente ha già segnato una cambiamento epocale. Fatto sta è dal 2005 che l’Italia è in forte arretramento sul piano della natalità. Oggi si trova negli ultimi posti a livello mondiale.Quando non è il “settore privato” ad occuparsi di maternità negata, ecco che il “pubblico”, o meglio la pubblica amministrazione che assume le vesti del “padrone” corre a coprire i buchi. Come non ragionare, per esempio, sul fatto che ciò che si sta consumando ai danni delle insegnanti precarie madri o in procinto di diventarlo è innanzitutto un attacco senza precedenti alla possibilità di costruire una faimglia? Come è possibile anche soltanto pensare di poter procreare lontano dai propri affetti e dalla propria rete di assistenza, visto che un “aiuto pubblico” non c’è? Il ricatto del lavoro, insomma, sta “asfaltando” non solo i diritti ma la condizione minima di sopravvivenza delle persone.Riportiamo qui due casi, scelti tra quelli più recenti.
Pamela, 30enne, mamma di una bambina di un anno e mezzo, single e dipendente del negozio Dolce & Gabbana dell’Aeroporto di Fiumicino, è stata comandata in trasferta a 50 km dal suo luogo di lavoro, fuori del suo comune di residenza e le è stato assegnato arbitrariamente un orario non contrattuale che stravolge la sua vita familiare.
Pamela, due giorni prima del suo rientro in servizio, dopo quasi un mese di infortunio causato dal rogo di Fiumicino, si è vista recapitare una fredda raccomandata che le ha annunciato la beffa dopo il danno subito. Senza considerare che Dolce & Gabbana ha un altro punto vendita all’interno dell’aeroporto, lontano dalle aree interessate dall’incendio.
“E’ incredibile – dice a commento Francesco Iacovone dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato – Dolce &Gabbana si dimostra ancora una volta poco sensibile al problema femminile”. “Dopo aver esposto alcune delle sue dipendenti a gravissimi rischi per la salute – prosegue il sindacalista Usb – facendole operare, nei mesi successivi all’incendio, nelle zone compromesse dell’Aeroporto di Fiumicino, per togliersi le castagne dal fuoco le comanda in trasferta senza il giusto preavviso e violando le norme contrattuali”.L’altro caso è quello di una lavoratrice di Melfi, che dopo un lungo calvario legato alla sua maternità, si è vista recapitare un trasferimento a mille chilometri di distanza, a Chivasso, in provincia di Torino.
Lavorare in Fiat per le donne e soprattutto per quelle che hanno figli è sempre stato difficile; nell’era Marchionne diventa quasi impossibile. Giorgia Calamita, operaia assunta alla Sata di Melfi nel 1992 e in seguito “terziarizzata” alla Fenice (che alla Fca di Melfi fornisce servizi eco-energetici). Da quando è rientrata dalla maternità ha dovuto fare i conti con lo stalking quotidiano e con il demansionamento. Fino al provvedimento di trasferimento presso la sede di Chivasso (Torino), a 1.000 chilometri di distanza da casa. Contro questa situazione Giorgia Calamita è ricorsa alla magistratura ordinaria. Sulla vicenda è stata presentata un’interrogazione parlamentare da parte del senatore Giovanni Barozzino, capogruppo di Sel in commissione lavoro, firmata da numerosi senatrici e senatori di altri gruppi parlamentari. A sostegno delle ragioni dell’operaia di Melfi è anche intervenuta con una nota Livia Turco, Presidente della Fondazione Nilde Iotti

Tratto da:http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2015/8/18/45487-maternita-negata-nel-mondo-del-lavoro-e-una-consuetudine-e/

Rai, quello che non si dice più

Rai, quello che non si dice più

di Stefania Brai*

In questi giorni sulla Rai e sulle nomine del Consiglio di amministrazione è stato detto di tutto e “ragionato” su tutto. Si è detto della ferrea lottizzazione tra i partiti di governo e Berlusconi; del fatto che le nomine alla velocità della luce servivano a stringere un patto di ferro con Berlusconi in vista della riforma del Senato e delle riforme costituzionali; della scarsissima professionalità di tutti i nominati, e così via.

Vorrei provare allora a iniziare un ragionamento su alcune cose dette, ma anche su quelle “che non si dicono più”. Come inizio, come contributo per una discussione che tenti di non dare nulla per scontato ed irreversibile.

Iniziando dall’affermazione unanime del mondo politico e della stampa: “fuori i partiti dalla Rai”. Bellissima affermazione. Ma come si dovrebbe fare? Le proposte governative sono contenute nella “controriforma” renziana approvata già dal Senato che riporta la Rai – come e peggio di prima del 1975 – sotto il diretto controllo del governo, guidata da un amministratore unico che accentra su di sé tutti i poteri. Un uomo solo al comando, come soluzione di tutti i problemi che la democrazia comporta: al governo, come nella scuola, come nel servizio pubblico radiotelevisivo. Parentesi: ma perché il nuovo direttore generale e futuro amministratore unico è stato votato all’unanimità dal nuovo consiglio di amministrazione? Nessuno ha ritenuto di doversi opporre alla nomina dell’ “uomo del presidente del consiglio” che domani con la nuova legge avrà in mano il potere di vita e di morte sulla più grande e importante “fabbrica” culturale del nostro paese? Non sembra certo un felice e promettente inizio del nuovo consiglio di amministrazione.

La proposta alternativa alla riforma renziana di alcune forze politiche e di alcune associazioni culturali e professionali è una fondazione di diritto privato che non si capisce perché dovrebbe rappresentare un’isola felicemente impermeabile a qualunque ingerenza, politica ed economica.

Sarebbe fin troppo facile obiettare che i partiti che parlano di ingerenza e di lottizzazione sono esattamente quelli che hanno fino ad oggi occupato la Rai, a prescindere dalle leggi in vigore. E che la stanno oggi occupando “militarmente”. Potrebbero non “ingerire”, non lottizzare e non occupare, e il problema sarebbe risolto. Così come sarebbe fin troppo facile obiettare che nessun direttore di rete o di testata ha mai denunciato pubblicamente ingerenze o pubblicamente rifiutato pressioni. Che nessuno di quei giornalisti che si battono per la libertà di espressione si è mai battuto per la libertà e il diritto di milioni di cittadini ad essere informati anche sulle posizioni di forze politiche oggi non presenti nel Parlamento italiano ma certamente nella società e nelle istituzioni.

Ma il discorso è ovviamente più complesso e sarebbe un grave errore addossare responsabilità a singoli o chiedere a singoli di “pagare” per tutti.

La lottizzazione si combatte ovviamente in tanti modi ed occorre trovare le formule legislative più efficaci che ridefiniscano il ruolo del servizio pubblico investendo la struttura aziendale e produttiva, il modello editoriale ed organizzativo ed un nuovo assetto istituzionale. Ma credo che condizione necessaria – anche se ovviamente non sufficiente – sia una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo che abbia alla base regole che rendano trasparenti, pubblici e partecipati i criteri di nomina: dai dirigenti ai dipendenti. Per esempio stabilendo che siano i lavoratori della Rai, quelli dell’informazione, le forze sociali, culturali e professionali di tutta la produzione culturale (dall’editoria al cinema, dall’audiovisivo al teatro e alla musica, e così via) a proporre delle rose di nomi sulle quali il Parlamento deve decidere. È ovviamente una ipotesi, ma indicativa di una strada da percorrere.

Ma la lottizzazione e più in generale il controllo di tutta la comunicazione e della produzione culturale crescono incontrollati e incontrollabili man mano che si restringono e si accentrano i poteri in poche mani, che si eliminano tutte le “regole” in grado di garantire autonomia culturale e libertà creativa, le professionalità e non le “fedeltà”, man mano che si uccide qualsiasi possibilità di partecipazione alla gestione e di verifica democratica da parte delle forze sociali, culturali e professionali. Ma anche man mano che cresce il silenzio su questi temi.

Colpisce – in questi anni, ma in particolare in quest’ultimo periodo – il silenzio di molte forze culturali e professionali su quanto sta accadendo al servizio pubblico radiotelevisivo e alla produzione culturale nel nostro paese.

Penso che anche – e forse soprattutto – sulle cause di questo “silenzio” si debba iniziare a ragionare. Così come sul fatto che molte delle proposte fatte – “quando” sono fatte – riguardano aspetti settoriali, parziali e limitati. Sul fatto che si chieda “ascolto” al governo, come non si volesse disturbare, rinunciando alle battaglie. Sul fatto che non si parli quasi mai del ruolo fondamentale che non solo l’informazione, ma – e io penso soprattutto – tutta la programmazione radiotelevisiva hanno sulla formazione del senso comune, sulla conoscenza e consapevolezza delle cose, sulla possibilità o meno di conservare la memoria storica per capire quello che siamo oggi e decidere cosa vogliamo essere domani. Per la formazione di un pensiero unico oppure di una coscienza critica.

Non è vero che “l’Italia non ama la cultura”, come ha detto qualche “intellettuale” e che la Rai sia lo specchio di tutto questo. È esattamente il contrario. È il risultato di quello che la Rai, l’informazione, la produzione culturale di questo paese hanno prodotto in tutti questi anni di assassinio delle intelligenze.

Io credo che un servizio “pubblico” sia realmente tale se – tra le altre cose – è messo nelle condizioni di diventare quello che un tempo chiamavamo “volano dell’industria culturale del paese”. Che vuol dire non solo essere espressione delle tante realtà e soggettività, non solo garantire il massimo di libertà espressiva e creativa, ma promuovere, sollecitare e sostenere, dare voce e volto alle tante potenzialità e alle tante realtà culturali del nostro paese. Vuol dire ridare vita a tutta la produzione indipendente diffusa su tutto il nostro territorio nazionale.
E credo che un servizio “pubblico” sia realmente tale se è messo nelle condizioni di garantire una informazione “completa” come si diceva un tempo, o meglio ancora democratica, cioè un’informazione che rispecchi e rappresenti la società insieme ai “soggetti” presenti e protagonisti nella società e che pluralismo dell’informazione voglia dire dare conto dei diversi punti di vista che quei soggetti esprimono.
Infine penso che un servizio “pubblico” radiotelevisivo sia realmente tale e abbia legittimità democratica se la Rai può diventare finalmente un’azienda realmente autonoma e trasparente, decentrata e partecipata, radicata su tutto il territorio, pluralistica nella sua offerta culturale complessiva, nel rispetto dei tanti “pubblici” e sganciata dalle logiche di ascolto e di mercato, ma invece strettamente finalizzata all’utile culturale e dunque sociale. Sempre come si diceva un tempo, e come penso dobbiamo tornare a dire con forza, la Rai deve diventare un “polmone” che prende dal paese per restituire al paese.

* Responsabile nazionale cultura del Prc

fonte: Bookciak magazine

Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

IV RIUNIONE STRAORDINARIA DEL CONSIGLIO POLITICO DELL’ALBA-TCP 

I ministri degli Esteri del Consiglio Politico dell’ALBA-TCP di fronte alla terribile situazione umanitaria che si verifica nel Mediterraneo dichiarano:

  1. La causa principale delle tragedie umanitarie che hanno trasformato il Mediterraneo in una immensa e profonda tomba è il modello capitalista coloniale e neocoloniale, che ha precipitato i popoli di Africa e Asia nel sottosviluppo e distrutto i loro modelli produttivi, ponendoli al servizio delle metropoli occidentali. Nel 2015 oltre 2000 persone hanno perso la vita per sfuggire alle severe condizioni di vita e all’instabilità in Africa e Asia.

  1. Le economie africane sono state schiacciate sotto il pesante fardello della tassazione imposta dalle metropoli imperialiste europee, che ha generato crisi umanitarie in molti dei suoi paesi, e reso vani tutti i tentativi di rilanciare le loro economie a beneficio dei popoli africani.

  1. L’Occidente utilizza la violenza terroristica per rovesciare quei legittimi governi che si rifiutano di applicare il modello capitalistico di sfruttamento e non soddisfano i suoi voraci interessi.

  1. Con il patrocinio e la complicità dell’Occidente, la violenza si è diffusa nei paesi africani, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e il Medio Oriente perpetrati da gruppi terroristici impuniti che hanno causato profonda sofferenza ai popoli di queste vaste regioni.

  1. I processi di destabilizzazione della regione sono andati a sommarsi alle già nefaste conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo. Le modalità con cui la Libia è stata smembrata nel 2011 rappresentano il massimo esempio di questo. Il rovesciamento illegittimo del suo governo, in contrasto con il diritto internazionale, ha costretto al trasferimento di migliaia di cittadini, che, nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, rischiano la vita per sfuggire alla violenza terroristica e alle carestie provocate dall’Occidente.

  1. Allo stesso modo, l’Occidente intende rovesciare il legittimo e costituzionale governo della Siria, promuovendo ulteriore violenza terroristica e destabilizzazione in tutta la regione.

  1. Riteniamo che questa nuova avventura imperialista incrementerà l’attuale tragedia umanitaria, e renderà l’Europa l’obiettivo principale delle terribili conseguenze umane derivanti da questa azione che è in contrasto con i principi fondamentali del Diritto Internazionale.

  1. Facciamo appello all’Europa affinché si svegli e reagisca immediatamente, con sensibilità e giustizia, e accetti la sua responsabilità storica che supera i limiti della tragedia umana.

  1. I paesi dell’ALBA-TCP chiedono ai governi e ai popoli del mondo di costruire un Piano di Solidarietà per i popoli che subiscono oggi le conseguenze del terrorismo internazionale, e di investire il 20% della spesa militare mondiale per sostenere il diritto alla salute, istruzione, cibo, abitazioni e diritti umani fondamentali di milioni di cittadini colpiti dal terrorismo promosso e supportato dall’Occidente.

  1. Inoltre, esprimiamo la nostra costante e seria preoccupazione per le deportazioni e i trasferimenti forzati in corso di cittadini dominicani di origine haitiana, e riaffermiamo i diritti umani fondamentali di tutti coloro che sono sfollati, e chiediamo una soluzione giusta e pacifica di questa crisi in conformità con i principi del diritto internazionale.

Caracas, Repubblica Bolivariana del Venezuela, 10 agosto 2015.

fonte: albainformazione.com

Immagini 2^ festa provinciale di Rifondazione Comunista Fed. di Pavia

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