Archivio for ottobre, 2015

A settembre cala la disoccupazione e il tasso di disoccupazione: ma è proprio vero?

A settembre cala la disoccupazione e il tasso di disoccupazione: ma è proprio vero?

di Andrea Fumagalli

Da quando è stato approvato il Jobs Act, non manca mese in cui la pubblicazione dei dati statistici sul mercato del lavoro in Italia non abbia provocato le reazioni entusiastiche del governo sul buon andamento della situazione. Così come non manca occasione per ribadire la trionfale uscita dell’Italia dalla recessione e l’inizio di una fase espansiva senza precedenti. L’arte della manipolazione nell’interpretazione dei dati statistici è uno strumento nevralgico nella creazione di consenso. Non è una novità. Ma se ai tempi del maestro  Berlusconi, i suoi aversari del partito de La Repubblica ogni tanto controllavano la veridicità dei dati, oggi non c’è più argine alla propaganda di regime.

* * * * *

Alla pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione relativi al mese di settembre, il governo Renzi ci ha già inondato e ancora ci inonderà di tweet sulla straordinaria efficacia della sua politica economica e sui mirabolanti risultati del Jobs Act. E la stampa “di regime”, dall’Unità al Corriere della Sera, passando per La Repubblica e le televisioni di Stato, non farà fatica ad accodarsi.

Che la statistica debba essere presa con le molle ce lo diceva già Trilussa qualche tempo fa (ricordate la media del pollo?), prima ancora che ci fossero censimenti e rilevazioni campionarie. E soprattutto prima ancora che le variabili economiche da quantificare e da stimare fossero definite ad hoc.

Per rimanere al tema della nota, prendiamo la definizione di disoccupato: lo è colui o colei che dichiara di aver effettuato almeno una azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti alla data della rilevazioni statistica.

E’ invece occupato colui o colei che ha più di 15 e meno di 64 anni e che ha svolto almeno “un’ora” in un’attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare. Si noti il suggestivo riferimento al “corrispettivo in natura” in tempi di crescente lavoro gratuito…

Chi, invece, non risulta nella fascia di età 15-64 anni, né disoccupato/a né occupato/a, automaticamente viene definito inattivo.

Gli inattivi sono dunque coloro che non hanno bisogno di lavorare. Ma è proprio così, come appare ad un’analisi volutamente molto superficiale?

Il tasso di disoccupazione viene calcolato come rapporto tra i disoccupati (così definiti), al numeratore, e la somma degli occupati e dei disoccupati (definita forza lavoro), al denominatore.

Alla luce di queste definizioni, analizziamo ora i dati di settembre sul mercato del lavoro pubblicati recentemente dall’Istat.

disoccupati sono calati di 35.000 unità. In termini assoluti, si tratta di un calo simile a quello degli gli occupati (- 36.000). In termini percentuali, il calo dei disoccupati (- 11,2%) risulta più significativo di quello degli occupati (-0,2%), essendo il numero dei disoccupati inferiore a quello degli occupati. L’effetto sul tasso di disoccupazione è stato quindi di una lievissima riduzione (dello 0,1: dall’11,9% di agosto all’11,8% di oggi), dal momento che il numeratore è calato in misura più che proporzionale rispetto al denominatore.

Tale analisi spiega l’apparente paradosso che vede una riduzione dell’occupazione accompagnata ad una riduzione della disoccupazione e spiega anche che la riduzione nel numero dei disoccupati non è dovuto al fatto che abbiano trovato un nuovo posto di lavoro. Ciò conferma come il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act (spacciato come contratto a tempo indeterminato ma in realtà un contratto con un periodo di prova di tre anni), non sia la ragione vera di una riduzione della disoccupazione. Al riguardo, notiamo che Renzi glissa del tutto sul fatto che gli occupati siano calati in egual misura.

Recenti statistiche ci dicono che parallelamente sono diminuiti anche altri contratti atipici, in particolare le collaborazioni, l’apprendistato e il tempo determinato. Il nuovo occupato, in altre parole va a sostituire il futuro nuovo disoccupato. Assistiamo quindi a un processo di sostituzione tra contratti precari che presentano maggiore convenienza economica (quello a tutele crescenti che gode di forte incentivi, seppur in via di riduzione) e i contratti precari “old style”.

C’è poco quindi da stare allegri.

Anche perché i dati settembrini dell’Istat ci dicono che gli inattivi (coloro che “apparentemente” non hanno bisogno di lavorare perché non lo cercano) sono aumentati di 53.000 unità (altro dato che il nostro premier si guarda bene dal sottolineare).

Sarebbe un buon risultato se tutte queste 53.000 persone si trovassero nella situazione di non aver più realmente bisogno di lavorare perché hanno ottenuto un reddito più che sufficiente. Purtroppo la realtà è molto diversa in un paese dove, per di più, non esiste neanche un minimo sostegno al reddito, anche solo per contrastare la povertà.

Se infatti consideriamo la definizione di forze di lavoro potenziali (introdotta dall’Eurostat nel 2011 ma non calcolata dall’Istat per le statistiche mensili), composte dagli inattivi disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente un’occupazione (i cd. scoraggiati), il quadro si modifica decisamente in peggio.

Forse non tutti sanno che, secondo le statistiche Eurostat, in Italia il numero degli scoraggiati è circa tre volte la media europea e supera la soglia dei tre milioni (numero di poco inferiore a quello dei disoccupati sanciti ufficialmente).

Poiché stiamo parlando di persone che hanno un’età tra i 15 e 64 anni, non è possibile sostenere che l’aumento degli inattivi è dovuto ai pensionamenti (in un contesto dove, tra l’altro, l’età pensionabile continua assurdamente ad aumentare). Per i due terzi è dovuto all’incremento proprio degli scoraggiati. Ciò significa che nel mese di settembre si sono creati circa 35.000 nuovi scoraggiati, ovvero persone disoccupate a tutti gli effetti ma non conteggiate come tali: una cifra che (magia dei numeri!), corrisponde proprio alla riduzione dei disoccupati “ufficiali”

Possiamo quindi concludere che il calo dei disoccupati a settembre è spiegato non dall’aumento dell’occupazione né degli effetti espansivi dell’economia né dal Jobs Act ma, più banalmente, dal fatto che si sono trasformati in scoraggiati.

Di fronte alle note trionfalistiche del governo, crediamo che Trilussa se la rida allegramente dalla tomba.

fonte: Effimera

“GARANZIA GIOVANI” PIU’ PRECARIETA’ E SFRUTTAMENTO – Il flop della Regione Lombardia

“GARANZIA GIOVANI” PIU’ PRECARIETA’ E SFRUTTAMENTO – Il flop della Regione Lombardia

di Simone Bertolino – ricercatore sociale.

Garanzia Giovani, il tanto sbandierato programma europeo di occupazione giovanile, compie un anno e mezzo. Proviamo a fare un bilancio italiano e soprattutto lombardo utilizzando qualche numero reso pubblico.

I dati parlano chiaro e se di garanzie di lavoro per i giovani ce ne sono poche, per quanto riguarda sfruttamento e lauti affari per le agenzie interinali e per le imprese, il piatto è ricco.

A voler essere coerenti non si tratta soltanto di Garanzia Giovani (d’ora in poi G.G.): è tutto l’impianto delle politiche attive del lavoro che rappresenta una grande macchina di istituzionalizzazione della precarietà il cui fine reale è “lavorare” la persona per abbatterne le aspettative e i diritti e renderla merce disponibile per l’impresa.

L’obbligo di accettazione di qualsiasi offerta formativa/occupazionale pena la perdita dei sussidi contenuta. Iniziamo dai numeri. Su G.G. l’UE ha stanziato per l’Italia 1,5 miliardi di euro: più di metà di questi soldi se ne era già andata a maggio di quest’anno in gran parte nelle tasche di agenzie interinali, di formazione e imprese. Infatti G.G. è rivolta ai giovani tra i 15 e i 29 anni in condizione di non occupazione e non formazione (i cosiddetti “Neet”) con l’obiettivo di proporre un’offerta di lavoro “qualitativamente valida” entro quattro mesi dalla presa in carico del giovane. Il programma è gestito dalle Regioni ma realizzato a mezzadria tra i Centri per l’Impiego (Cpi), provinciali che accolgono il giovane e ne costruiscono un primo profilo di “occupabilità” e le agenzie interinali e di formazione che gestiscono il grosso del processo. Una volta che il giovane viene preso in carico, inizia un percorso di inserimento personalizzato in cui entrano in gioco i veri protagonisti dell’affare, cioè per l’appunto agenzie formative e interinali private e le imprese. Il giovane firma il cosiddetto “Patto di servizio” con cui inizia il percorso che, attenzione, non è detto comprenda l’avvio ad un lavoro ma in base al suo profilo può consistere semplicemente in una esperienza formativa; e se rifiuta l’offerta la sanzione è la perdita dello status di disoccupato con conseguente perdita dei benefici economici. Sul piano nazionale cosa ha prodotto questa costosa macchina? Ad ottobre di quest’anno i giovani Neet intercettati sono stati 725.513 il 33 %, i presi in carico 504.753 (il 23 %), i posti prodotti fino ad oggi 89.363 oltre a 61.962 posti offerti dalle aziende e inseriti nel programma. In tutto, dunque, sono stati create occasioni di occupazione (tirocini compresi) pari al 6,8 % della platea di riferimento. Se poi si va a vedere quali posti, quelli a tempo indeterminato sono stati solo 10.498 (l’11,7 % del totale), 12.548 tirocini e ben 64.449, cioè il 72 %, posti a tempo determinato, apprendistati, collaborazioni, ecc. Insomma, poca roba e costosa.

E in Lombardia? In Lombardia ad ottobre 2015 dopo un anno di attivazione del progetto, hanno aderito complessivamente 73.920 giovani (di questi oltre 20.000 da regioni diverse dalla nostra) e 39.423 erano stati presi in carico: il 17,6 % della platea dei 224.000 giovani Neet censiti in regione da Istat. Se consideriamo quest’ultimo dato come una prima, per quanto rozza, misura dell’efficacia di G.G. nell’intercettare la domanda di occupazione, il dato è impietoso: sulle 20 regioni italiane, la Lombardia è quart’ultima. Fanno peggio da questo punto di vista soltanto Campania (10,0 %), Trentino al (13,2 %) e la Puglia con il 14,4 % di giovani intercettati e presi in carico, mentre le quote di regioni come Umbria, Emilia Romagna o Marche stanno tra il 35 e il 45 %. Di questi 39.000 giovani 31.668 sono stati effettivamente inseriti nel mercato del lavoro nell’arco di un anno e mezzo di funzionamento del programma, ovvero il 13,7 % della platea e il 42,8 % dei giovani che hanno aderito al programma. Bene: un successo? Per capire la fregatura basta andare a vedere cosa si intende per “inserimento nel mercato del lavoro”. E qui arriva il bello: si scopre che solo 15.492 giovani sono stati effettivamente assunti, poco meno della metà, mentre ben 16.176 invece di un posto di lavoro hanno avuto solo un tirocinio, altrimenti conosciuto come stage. E i 15.000 assunti che lavoro si sono trovati a svolgere? 2.479 sono stati inseriti in apprendistato, 9.944, cioè il 62,3 %, hanno avuto un contratto a tempo determinato di cui il 55,4 % di durata fino a quattro mesi e 3.531 di meno di due mesi. Solo 3.096 hanno trovato lavoro a tempo indeterminato: il 19 % degli assunti, cioè l’1,3 % della platea dei Neet lombardi. Regione Lombardia ha ricevuto e sta spendendo 178 milioni di euro per questi risultati. Se poi si guarda al fatto che quasi la metà delle assunzioni è stata trainata dal bonus occupazionale, andato in oltre 3.600 casi a finanziare assunzioni precarie a tempo determinato o apprendistato, il quadro è chiaro. Un bonus che va da 1.500 euro per un posto a tempo determinato di un giovane a facile occupabilità fino ai 6.000 euro per lo stesso contratto ad un giovane con curriculum difficile. Va detto poi che G.G. è venuta a sovrapporsi ad una misura, Dote Unica lavoro, che la regione Lombardia aveva già avviato, con caratteristiche simili ma estesa anche agli adulti: già nel caso di Dote Unica Lavoro la “mangiatoia” era ricca. Su oltre cento operatori attivati tra Agenzie Interinali, Cpi, enti di formazione, il 50 % delle Doti era controllato da 10 operatori tra i quali i primi 5 erano tutti agenzie interinali. Sarebbe interessante capire quali sono, quanto hanno ricevuto e per quali casi e per quali lavori hanno ricevuto i fondi. Un “mistero” interessante da chiarire riguarda poi il gap tra quei giovani convocati dall’operatore, cioè che ricevono la telefonata di convocazione, e coloro che sono effettivamente presi in carico: questi ultimi sono 8.484 in meno. Perché? E’ probabile che siccome le agenzie private ricevono oltre alla quota fissa un contributo solo se riescono ad ottenere il risultato, lascino indietro i curriculum più difficili per alzare la loro remunerazione. Tra i giovani presi in carico i più difficili, quelli che vengono “profilati” in fascia alta o molto alta di difficoltà sono oltre 2.000 in meno rispetto ai casi di più facile collocazione. Naturalmente manca qualsiasi informazione su che fine hanno fatto i contratti precari scaduti, come sono finiti i tirocini, ecc.  e soprattutto su quali siano gli enti privati accreditati, quale il tasso di successo nel produrre occupazione e di che tipo, ecc.

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COMUNICATO/ Una buona notizia. Italicum: depositati i primi due quesiti per i referendum abrogativi

COMUNICATO/ Una buona notizia. Italicum: depositati i primi due quesiti per i referendum abrogativi

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I primi due quesiti per la realizzazione dei referendum abrogativi della legge elettorale recentemente approvata dalla maggioranza, il cosiddetto Italicum, sono stati depositati alla Corte di Cassazione dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, di cui fa parte L’Altra Europa con Tsipras.

I due quesiti chiedono rispettivamente

–  la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capi-lista nei vari collegi e della facoltà loro concessa di candidature plurime (fino a 10), che consente alle segreterie di partito il potere di nominare gran parte dei deputati, per restituire ai/lle cittadini/e il potere di scegliere davvero i/le propri/e rappresentanti;

la cancellazione del meccanismo del ‘premio’, che assegna di fatto la maggioranza assoluta alla lista (cioè al partito) che ottiene il 40% dei voti, e del ‘ballottaggio’, che amplifica gli effetti negativi del ‘premio’, assegnandolo alla lista che, pur non avendo ottenuto nemmeno il 40%, vince il secondo turno indipendentemente dal numero dei votanti, meccanismo che potrebbe assegnare un potere sproporzionato a una forza politica che abbia raccolto anche solo il 25% dei consensi

Non era bastata la sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già dichiarato incostituzionale per le medesime ragioni il cosiddetto “Porcellum”, di fatto delegittimando la stessa maggioranza che ha poi approvato l’Italicum.

Con questa nuova legge elettorale il governo Renzi e la maggioranza che lo sostiene puntano a creare un’intollerabile concentrazione di potere nelle mani del leader del partito vincente, privo di controlli e garanzie per le minoranze parlamentari, che rappresenterebbero però la maggioranza degli elettori.

Un ennesimo sfregio alla democrazia, i cui effetti perversi saranno ulteriormente amplificati dalla riforma del Senato attualmente in discussione.

L’Altra Europa con Tsipras sostiene la mobilitazione ed è pronta ad attivarsi per la campagna referendaria.

Su di tono

Su di tono

La grande rock band dei fiorentini Diaframma sarà il gruppo di punta insieme a musicisti e gruppi di qualità alla prima edizione di SU DI TONO !! di scena tutti i sabati di novembre al Teatro Comunale Verdi di Cassolnovo

Il paese lomellino che già in passato aveva ospitato importanti rock band del panorama nazionale come Aria di Golpe, Statuto, Underground life, Nuova Era, in un festival che negli 90’m MUSIC UNDERGROUND aveva dato spazio alle migliori realtà musicali presenti sul nostro territorio, torna a proporre “cultura rock” .

Ben 4 appuntamenti quindi nei sabati di novembre dal 7 al 28 al Teatro Verdi di Cassolnovo infatti parte la 1^ edizione della rassegna SU DI TONO !! organizzata dalla Biblioteca Comunale e dall’Ass.to alla Cultura con la preziosa collaborazione dell’Associazione culturale ALAMBRADO . Gli appuntamenti saranno diversificati per generi e avranno come protagonisti importanti musicisti nell’ambito del Blues, de e del jazz ,della canzone d’Autore e naturalmente del Rock genere che comunque permea anche gli altri brecedenti . Una dimensione teatrale insolita per il paese che in passato aveva avuto proprio grazie anche all’Ass Alambrado la presenza di dieci anni di MUSIC UNDERGROUND festival di cultura rock nel giardini ex skiatos . La rassegna prevede oltre ai concerti anche momenti di presentazione di libri e dischi ad essi collegati e con Il° tempo anche un momento di incontro per fans e critici del settore che potranno direttamente il sala dialogare con i musicisti prima o dopo il concerto.

Tra le band spiccano i DIAFRAMMA di scena il 21 ,per la prima volta un concerto in provincia di Pavia una delle più importanti band degli anni 80,esponenti del migliore rock italiano con testi in italiano i fiorentini guidati da lFederico Fiumani istrionico front man poeta cantante di culto , presenteranno oltre ai loro successi che hanno caratterizzato la stagione del rock italiano negli anni 80 anche nuovi brani tra i quli spicca la collaborazione con il l rivale amico Piero Pelù. Spazio anche e non è abituale

Altro appuntamento di alto livello il 14 con il quartetto Round Trip Time del pianista Leonardo DI VIRGILIO tra i migliori interpreti del nuovo jazz italiano, e la band delle NAVI IN BOTTIGLIA esponenti del nuovo rock cantautorale, originale per testi ed atmosfere che dopo la partecipazione alle selezioni del CLUB TENCO chiuderà la rassegna sabato 28 affiancata dalle 2 giovani promettenti band locali degli ABUSER e SENSO ZERO .

Primo appuntamento con i pavesi PIG , energica e al contempo eclettica band che rilegge il blues dalle origini alla svolta più elettrica.

Per prenotazioni 3335740348 biglietti a 5 euro

Campagna 2015 delle “clementine” a sostegno del progetto di costruzione di un ospedale nel campo profughi di Makhmur in Sud Kurdistan

Campagna 2015 delle “clementine” a sostegno del progetto di costruzione di un ospedale nel campo profughi di Makhmur in Sud Kurdistan

Carissim* tutt* di Vigevano e dintorni,

chi volesse sostenere la causa “Campagna clementine 2015” faccia riferimento
al sottoscritto. La scadenza però è entro venerdì 6 novembre.

Per Vigevano il punto unico di raccolta è presso la “Cooperativa Portalupi”.
Penseremo noi ad inoltrare l’ordine ad Antonio Olivieri.

Vladimiro

Campagna 2015 delle “clementine” a sostegno del progetto di costruzione di un ospedale nel campo profughi di Makhmur in Sud Kurdistan
Clementine biologiche da “S.o.s. Rosarno”
Da qui al 10 novembre, sono aperte le prenotazioni per le dolci “clementine” calabre.
Si tratta di prodotti biologici ed italiani che ci vengono fornite dalla Coop. “Sos Rosarno” da sempre impegnata nel rispetto dei diritti e della dignità del lavoro migrante nelle campagne (vedi l’allegato alla presente mail).
Offerta minima per una cassetta di 4 chili di “clementine”: euro 10. Occorre effettuare la prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni: Lucia (333/5627137) – Antonio (335/7564743)
P.S.
A fronte di quantitativi significativi, ci rendiamo disponibili a fare il trasporto in loco, purchè le distanze siano ragionevoli.
Vogliamo portare un messaggio di pace e di solidarietà in una regione insanguinata dalla guerra dell’esercito nero dell’ISIS.
Associazione onlus
Verso il Kurdistan

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L’Italia delle paure

L’Italia delle paure

 di Carlo Smuraglia*

In questi giorni, a seguito di alcuni drammatici avvenimenti di cronaca, si sta facendo ogni sforzo per far emergere, a tutti i costi, l’Italia della paura.

Non occorre soffermarsi sulla “paura” nei confronti dei migranti, su cui ci siamo intrattenuti più volte (paura che ci “rubino” posti di lavoro, paura che rappresentino un’insidia per la sicurezza nostra e delle nostre case, paura più o meno consapevole, di subire un’“invasione”). Ho già scritto più volte che si tratta di un fenomeno inarrestabile, che va disciplinato con umanità e solidarietà.  Ho invitato a distinguere tra quelli che cercano scampo, rifugio e lavoro e quelli che malviventi erano in patria e tali restano e dunque vanno respinti, ma non aprioristicamente (ogni volta che c’è uno stupro o una macchina che perde il controllo e uccide persone, si pensa subito, da parte di molti, allo “straniero” e poi i fatti, spesso, li smentiscono).

Si possono non capire i comportamenti di persone che provengono da altre abitudini e da altri costumi, ma perché averne paura, soprattutto quando sono, palesemente, inoffensivi? Ma ora c’è stato qualcosa di più, uno sparo nella notte, un signore che – visto un ladro o presunto tale, nei pressi della sua casa – ha sparato e ucciso. Prescindo dal merito del fatto specifico, sul quale sta indagando la Magistratura, che – almeno per ora – sembra più orientata per un omicidio volontario che non per una legittima difesa; ma osservo che la cosa più impressionante è che, guardando qualunque trasmissione televisiva, sembra che l’Italia sia avvolta da una nuvola di paura, sia preoccupata perfino di stare in casa, abbia solo voglia di comprare una pistola o tenerla sotto il cuscino, se già la possiede.

Ma è davvero così? Io ne dubito. Che ci siano località o zone in cui si commettono frequenti furti nelle abitazioni, è possibile; ed è altrettanto possibile che gli abitanti di quelle zona non siano tranquilli, anzi siano esasperati e preoccupati. Tuttavia, nell’insieme del Paese non mi pare che sia così. Gran parte delle persone esce la sera, o sta in casa, guarda la televisione, conversa con gli amici e non pensa affatto a correre dall’armaiolo. Semmai, si ricorda (cosa che in tutte le trasmissioni sembra dimenticata) che esiste il 113 e, in caso di allarme o di ombra sospetta, si può sempre chiamare la forza pubblica.

C’è qualche caso in cui, chiamata, la polizia non sia arrivata o sia arrivata il giorno dopo, a fatti avvenuti? Non ne ho notizia e devo pensare che il 113 a qualcosa serva, visto che nessuno fornisce la prova contraria. Certo, se appena si vede un ombra si spara, non c’è tempo di chiamare il 113, ma non mi sembra che sia quella la via consigliabile. Comunque, alcune delle persone intervistate esprimono paura e preoccupazione e si schierano subito dalla parte di chi spara o di chi (come il parlamentare e Sindaco di Borgosesia), invita a dotarsi di un’arma, anzi, addirittura progetta di far stanziare dal suo Comune, una somma (su quale capitolo di bilancio?) per contribuire alla spesa dell’acquisto.  Queste paure si possono combattere, se sono infondate, con la persuasione; se sono fondate, con la prevenzione e con l’accentuazione delle presenza delle Forze dell’ordine nei luoghi in cui, a quanto pare, c’è una frequenza inaccettabile di furti ed altri reati.

Purtroppo, però, c’è chi soffia sul fuoco e pensa di far fortuna (politica) proprio alimentando le paure. È un’operazione vergognosa, che tutte le persone sensate dovrebbero respingere, se non altro perché nei Paesi in cui molta gente si è armata, accadono fatti terrificanti e si prospetta, ora, la tendenza a porre dei limiti proprio a quella quantità di armi che l’Onorevole succitato vorrebbe aumentare. Sono stati fatti cortei, l’uomo che ha sparato, l’altra sera, è stato quasi portato in trionfo. Conforta almeno il fatto che, in un servizio televisivo, intervistandosi la vittima di un furto che, tempo fa, aveva reagito uccidendo, questi abbia confessato che “stava male, pensando di aver tolto la vita ad una persona”.
A che serve alimentare queste paure? E’ giusto, per una manciata di voti, cercare di creare le premesse per un ritorno al Far West?

Io dico con chiarezza e fermezza che la sicurezza delle persone e delle case va garantita, e che lo Stato deve fare tutto il possibile perché ogni cittadino possa, in ogni momento ed in ogni luogo, avere scarsissima probabilità di essere aggredito o derubato. Insistiamo su questo; dunque, verifichiamo se e dove c’è maggior rischio per la sicurezza e facciamo in modo di tranquillizzare i cittadini, in special modo là dove sono (magari giustamente) preoccupati. Questo, però, è compito delle istituzioni e noi possiamo, dobbiamo, pretendere che lo svolgano fino in fondo. Ma respingiamo gli sforzi di suscitare, per bassi interessi di partito, reazioni istintive e scomposte e, come tali, pericolose. Ricordiamoci che sono sempre gli stessi ad alimentare tutte le paure, fomentando il razzismo e la xenofobia, propagandando l’uso delle armi e della giustizia fatta da sé. Non è questa l’Italia che ci serve e che vogliamo. Semmai più sicurezza e meno armi in giro e soprattutto meno violenza.

Tanto più che ci sono altre paure, vere, in giro; e non bisogna fare confusione. C’è la paura di un futuro incerto, di perdere il posto di lavoro o di non trovarlo, di restare precario tutta la vita; c’è la paura di scendere al di sotto della soglia limite della povertà.
Queste paure, queste preoccupazioni, non sono di pancia, ma di cervello e di ragione e parlano di famiglie, di figli da sfamare e da far studiare, parlano di anziani da assistere, parlano di diseguaglianze sociali ed economiche, parlano di giovani senza futuro, parlano di dignità.
Queste paure non si combattono con le armi e con le suggestioni. La Costituzione impone di combatterle e di eliminarle con altri strumenti, attuando il diritto al lavoro, il diritto ad una retribuzione minima sufficiente, (non solo per sopravvivere), il diritto ad un trattamento previdenziale, il diritto a poter concorrere, in condizioni di parità, alla “organizzazione politica, economica e sociale, del Paese”.

Ma di questo, gli agitatori di professione non si occupano, perché sono temi che non sono nelle loro corde, né del cuore, né della mente.
In questi casi, infatti, i rimedi, le contromisure per tranquillizzare i cittadini sono ben altri; soprattutto e, prima di tutto, l’attuazione della Costituzione (che gli “agitatori” non amano); in secondo luogo, l’impiego dell’arma più potente e meno pericolosa di cui dispongono i cittadini, che è quella della partecipazione (anche questa poco considerata da parte di chi preferisce parlare alla pancia anziché al raziocinio dei cittadini); quella partecipazione che è lo strumento fondamentale, col quale si esercita la sovranità popolare, ma anche gli altri diritti costituzionalmente sanciti, in nome della giustizia, dell’equità e dell’uguaglianza.

* presidente nazionale dell’Anpi

fonte: sito A.N.P.I.

PATTA – (PRC – SINISTRA EUROPEA LOMBARDIA): << SOLIDARIETA’ ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI DELLE PROVINCE OGGI IN MOBILITAZIONE >>

PATTA – (PRC – SINISTRA EUROPEA LOMBARDIA): << SOLIDARIETA’ ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI DELLE PROVINCE OGGI IN MOBILITAZIONE >>

Milano 27 OTTOBRE 2015

Comunicato Stampa

Antonello Patta, Segretario regionale di Rifondazione Comunista Lombardia – Sinistra Europea dichiara:

<< Esprimiamo la nostra massima solidarietà a tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori delle province che oggi sono in mobilitazione contro una riforma che oltre a ridurre i salari violando le garanzie stabilite dalla legge, disperdere le conoscenze e le professionalità dei lavoratori e non garantire l’efficacia alle procedure abbatterà servizi fondamentali.

Di fatto le principali funzioni tolte alle province riguardano: sociale, cultura, vigilanza ittico venatoria ed ambientale, agricoltura e turismo e nessuno ad oggi si è preoccupato di definire a chi andranno queste competenze ed il relativo personale. Ogni regione si è comportata in modo diverso e Regione Lombardia, a guida leghista, ha acquisito solamente caccia pesca ed agricoltura.

A breve i disabili non potranno più usufruire dei servizi relativi ad assistenza educativa scolastica e trasporto, cesseranno le attività connesse con gli osservatori sull’immigrazione, e le azioni coordinate contro la violenza sulle donne rimarranno un ricordo, verranno abbandonate anche la manutenzione ed il controllo sulle strade provinciali ad oggi carenti di mezzi, personale e risorse.

Un altro punto fondamentale è lo smantellamento del corpo della Polizia Provinciale, corpo specializzato nella sorveglianza ittico venatoria ed ambientale. Non dimentichiamo anche le centinaia di lavoratrici e lavoratori precari che dopo anni di lavoro al servizio della collettività rischiano, dal 31 dicembre, di perdere il proprio posto di lavoro.

Ecco perché ci sentiamo di definire un pasticcio demagogico questa cosiddetta riforma da ennesimo tweet ed aderiamo, dando la nostra massima solidarietà alla mobilitazione nazionale, che auspichiamo non termini ma si estenda e si rafforzi diventando sempre più decisa>>

I tagli, i ticket e le liste d’attesa: gli italiani non si curano più

I tagli, i ticket e le liste d’attesa: gli italiani non si curano più
Fonte: Il manifesto
Autore: Riccardo Chiari
I tagli, i ticket e le liste d’attesa: gli italiani non si curano più

Signori, si taglia. E gli effetti sulla cura e sulla salute si vedono: nel 41,7% dei nuclei fami­liari, almeno una per­sona in un anno ha dovuto fare a meno di una pre­sta­zione medica.

Per giunta gli ita­liani pagano di tasca pro­pria il 18% della loro spesa sani­ta­ria totale , vale a dire oltre 500 euro pro-capite l’anno , men­tre la per­cen­tuale della spesa indi­vi­duale dei sin­goli cit­ta­dini si atte­sta in Fran­cia al 7%, e in Inghil­terra al 9%.

I dati che arri­vano dall’indagine “Bilan­cio di soste­ni­bi­lità del wel­fare ita­liano” del Cen­sis , e dalle ricer­che delle asso­cia­zioni dei con­su­ma­tori, con­fer­mano peral­tro quanto era già stato segna­lato dall’Istat. Quando ancora non si sapeva che il governo, nel ddl di sta­bi­lità, avrebbe deciso di lasciare a quota 111 miliardi il fondo per il sistema sani­ta­rio nazio­nale (Ssn). Non solo nel 2016. Almeno fino al 2019.

Brutte noti­zie in serie per chi ha neces­sità di cure, e per le fami­glie di anziani o con anziani in casa. Brutte noti­zie anche per un governo che si con­ferma quan­to­meno disin­volto nelle affer­ma­zioni (“abbiamo aumen­tato di un miliardo i fondi per il 2016”), a dispetto di quanto lo stesso ese­cu­tivo scrive nel suo ddl di stabilità.

“Dopo tante dichia­ra­zioni e discor­danti ras­si­cu­ra­zioni da parte del governo – tira le somme Feder­con­su­ma­tori — alla fine il finan­zia­mento del Fondo sani­ta­rio nazio­nale risulta ulte­rior­mente tagliato o, come si pre­fe­ri­sce dire, defi­nan­ziato. Un prov­ve­di­mento grave e peri­co­loso, dal momento che è evi­dente come le esi­genze di bilan­cio con­ti­nuino a pre­va­lere sulla salute dei cit­ta­dini, e sull’esistenza stessa del Ssn”.

A but­tare il sasso nello sta­gno, pur con garbo isti­tu­zio­nale, sono state le Regioni. Senza dichia­ra­zioni roboanti – il gover­na­tore Chiam­pa­rino, coor­di­na­tore dei col­le­ghi, non rila­scia inter­vi­ste in mate­ria – ma con alcuni numeri.

Quelli, recu­pe­rati anche dal Sole 24 Ore , di un arti­colo del ddl di sta­bi­lità che, rispetto ai pre­vi­sti incre­menti al Ssn, riduce i fondi ai bracci ope­ra­tivi regio­nali per 1,8 miliardi nel 2016, per 3,98 miliardi nel 2017, e per 5,48 miliardi nel 2018 e nel 2019.

Come ormai d’abitudine, l’esecutivo replica accu­sando i gan­gli peri­fe­rici dello Stato di spre­care risorse. “E’ stato un errore fatale dele­gare la sanità alle Regioni, per­ché alla fine il risul­tato lo vediamo – ha detto papale papale la mini­stra Loren­zin — ma ora cam­bia l’orizzonte”. Nel merito sem­bra rispon­derle il solo Ste­fano Fas­sina: “In sanità via gli spre­chi, ma i risparmi devono andare a ridurre liste di attesa e tic­ket, non a chi vive in case milio­na­rie. I pre­si­denti di Regione, in par­ti­co­lare quelli del Pd, non hanno nulla da dire?”.

Pro­prio le chi­lo­me­tri­che liste di attesa e i tic­ket sem­pre più salati sono, secondo l’indagine del Cen­sis e le ricer­che delle asso­cia­zioni dei con­su­ma­tori, i prin­ci­pali motivi per cui in quasi una fami­glia su due accade di rinun­ciare alle cure per que­sto o quel congiunto.

“Nel com­plesso – si rileva nel rap­porto con dati rife­riti al 2014 — circa la metà delle fami­glie ita­liane ha dovuto rinun­ciare in un anno ad almeno una pre­sta­zione di wel­fare, dalla sanità all’istruzione, al socio assi­sten­ziale e al benes­sere. Le quote più ele­vate sono nei comuni con al mas­simo 10mila abi­tanti, dove oltre il 59% delle fami­glie ha razio­nato le spese nel wel­fare, nelle regioni del sud e isole,(57%), tra le fami­glie mono­ge­ni­to­riali e i ‘ mil­len­nials ’ (i più gio­vani, ndr )”.

Giu­seppe De Rita, pre­si­dente del Cen­sis, rias­sume così la situa­zione: “Il wel­fare ita­liano sta cam­biando, e le fami­glie rispon­dono con pro­cessi di adat­ta­mento che inclu­dono una forte espo­si­zione finan­zia­ria, e anche con feno­meni di rinun­cia alle pre­sta­zioni. Que­sto cam­bio del wel­fare è pro­ble­ma­tico e non ci saranno grandi riforme. Ciò di cui c’è biso­gno è che la fami­glia ritrovi quella per­ce­zione di fidu­cia essen­ziale per fare sviluppo”.

Fidu­cia o non fidu­cia, per i più abbienti natu­ral­mente non ci sono grossi pro­blemi: la sanità del pri­vato sociale o del pri­vato tout court acco­glie a brac­cia aperte. Basta pagare. In genere parec­chio. Per tutti gli altri, cioè la stra­grande mag­gio­ranza, vale il Rap­porto annuale dell’Istat della scorsa pri­ma­vera: in quat­tro pro­vince su nove più di 13 per­sone su 100 rinun­ciano a curarsi, men­tre la media ita­liana, dato su cui già si dovrebbe riflet­tere, è del 9%. Una situa­zione, ricorda l’Istituto di sta­ti­stica, in gran parte dovuta all’introduzione dei tic­ket, e delle quote di com­par­te­ci­pa­zione alla spesa a carico del paziente di turno.

La nostra battaglia per la democrazia e la Costituzione

La nostra battaglia per la democrazia e la Costituzione

di Giovanni Russo Spena*

Stanno avvenendo, come proiezione dello “stato di eccezione” autoritario dell’UE, profonde e gravi modifiche dell’assetto politico/istituzionale. La controriforma della Costituzione e la nuova legge elettorale non costituiscono solo una lesione grave dello “stato di diritto” ma incideranno sulla qualità della democrazia, sui diritti delle cittadine e dei cittadini, sul diritto al lavoro e al reddito.

Si realizza una anomala concentrazione di poteri nelle mani dell’esecutivo, espresso da un unico partito, con il ruolo dominante del presidente del consiglio.

Con una maggioranza di “ascari” venduti, raccogliticcia, la Costituzione nata dalla Resistenza viene riscritta da Squinzi, Renzi, Boschi,Verdini.Sono nostri compiti primari controinformazione, opposizione radicale, progettualità alternativa.

Anche di fronte ad un preoccupante sfibramento della coscienza democratica, confusa, bloccata, estraniata dai poteri industriali, finanziari,mediatici. I quali sono i burattinai di Renzi, veri artefici della transizione dalla democrazia costituzionale all’assolutismo liberista. Un aspetto della “rivoluzione passiva”gramsciana.

Per questo, come comuniste e comunisti, lavoriamo dentro il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (composto da personalità ed associazioni democratiche, da esponenti politici e sindacali al quale il PRC ha aderito come partito). Il Coordinamento ha già presentato, il 16 ottobre in Cassazione i due quesiti referendari per l’abrogazione della nuova legge elettorale.

La grande sfida, probabilmente nell’ottobre del 2016, sarà quella sul referendum”confermativo” della riforma costituzionale della Boschi. E’ un referendum che non prevede il quorum della maggioranza degli elettori per la validità (il che rende decisivo il ruolo anche di una minoranza motivata e coesa).

Renzi imporrà il plebiscito su se stesso, per avere il mandato di completare l’opera assolutista ed autoritaria.E’ vitale sbarrargli il passo.

Se lo sconfiggeremo si apriranno squarci politicamente e socialmente significativi. Costruiamo, allora, da subito comitati territoriali per il “no”, il più possibile unitari e plurali, su una ispirazione forte: lotte per la difesa della Costituzione e lotte sociali sono più che mai connesse. Le controriforme di Renzi sono, infatti, una corazza contro le lotte, i conflitti, l’alternativa.

La posta in gioco è troppo alta per arroccarsi su sterili tatticismi (sono quelli che hanno condotto la “sinistra dem” alla bancarotta al Senato). Seguiamo un’altra strada. Recuperiamo noi lo “spirito costituente” contro il renziano presidenzialismo autarchico che si accompagna ad un forte centralismo che abbatte la decisionalità delle stesse istituzioni locali. Non possiamo essere sulla difensiva. Siamo noi i veri “innovatori”.

Rilanciamo la “questione democratica” paradigma fondativo del PRC:

a) Mettendo al centro, in una campagna di massa che sarà lunga, diffusa ed aspra, il fallimento del maggioritario che ha ridotto gravemente spazi di democrazia e diritti di libertà. I veri “conservatori” sono quelli del governo che cambiano la Costituzione per alimentare i processi di valorizzazione del capitale e l’accumulazione mafiosa e dell’economia “nera”.

b) Collegando questione istituzionale e sociale. Lavoriamo, già in questi giorni, a legare lo scontro sulla Costituzione alla raccolta di firme per referendum abrogativi (che movimenti e sindacati dovranno decidere nella loro autonomia) delle pessime leggi sul lavoro, sulla scuola, sulle trivellazioni, sulle opere pubbliche (cosiddetta legge “sblocca Italia”). Non tantissimi quesiti (faticosi e dispersivi). 4 grandi temi, non di più. Pensiamo, insomma,ad una strategia referendaria “selezionata”. Per rafforzare la strategia referendaria con discriminanti politiche credo dovremo discutere  di accompagnare i referendum (che sono solo abrogativi , come sappiamo) con leggi di iniziativa popolare come “reddito di dignità” e contro il “pareggio di bilancio “in Costituzione.

c) Credo, infine, che, insieme ai temi sociali, dovremo rilanciare la centralità del Parlamento, rilanciare la rappresentanza; il che comporta, ovviamente, una profonda rivoluzione democratica degli stessi partiti. Riapriamo, insomma, insieme all’impegno politico immediato, una grande discussione contro il maggioritario per il sistema proporzionale.

* responsabile nazionale democrazia PRC-SE

COMUNICATO STAMPA DEL CONSIGLIERE REGIONALE DELL’ALTRA EMILIA ROMAGNA PIERGIOVANNI ALLEVA SUGLI SGOMBERI A BOLOGNA

COMUNICATO STAMPA DEL CONSIGLIERE REGIONALE DELL’ALTRA EMILIA ROMAGNA PIERGIOVANNI ALLEVA SUGLI SGOMBERI A BOLOGNA

COMUNICATO STAMPA DEL CONSIGLIERE REGIONALE DELL’ALTRA EMILIA ROMAGNA PIERGIOVANNI ALLEVA SUGLI SGOMBERI A BOLOGNA

Dopo pochi giorni dallo sgombero di via Solferino che ha suscitato tanto clamore, questa mattina altre 300 persone che occupavano un edificio vuoto da 20 anni sono state buttate in mezzo ad una strada senza nulla e senza alternative concrete ed immediate. E’ evidente che a Bologna è in atto un commissariamento della politica ad opera di Procura e Prefettura che stanno attuando un disegno inaccettabile che mette in grave pericolo la pace e la coesione sociale per far prevalere una linea d’ordine su una situazione che il Comune non riesce a gestire per la sua colpevole insipienza. Come si possa sbandierare la legalità e il rispetto delle regole nei confronti di persone fragili e povere in un Paese soffocato dalla criminalità organizzata dentro e fuori le istituzioni ce lo dovrebbe spiegare il partito di maggioranza, quel Partito Democratico che nella peggiore tradizione reazionaria riesce a essere debole con i forti e inutilmente repressivo con gli ultimi della società. L’Altra Emilia – Romagna ed io personalmente condanniamo questi metodi e questa malintesa concezione della legalità e del rispetto delle regole e non ci stancheremo mai di ribadire che non esiste legalità laddove non vengono garantiti i diritti minimi di sopravvivenza quali un tetto sulla testa e un lavoro per potersi mantenere dignitosamente.

” L’eccezione della sentenza per Erri confermi la regola di una Legge che non è uguale per tutti.”

” L’eccezione della sentenza per Erri confermi la regola di una Legge che non è uguale per tutti.”

Nicoletta Dosio

Avvertita di una mia presunta dichiarazione comparsa su La Stampa di ieri, , in un articolo dal titolo “Noi siamo tenaci. Ma De Luca attira solo gli irriducibili”, sono andata a leggermi l’articolo.
Si riferisce all’assemblea tenutasi a Bussoleno dopo la sentenza e, a proposito del mio intervento, si riportano parole di elogio alla “magistratura” che non ho mai detto, e non le ho mai dette perché non le penso.
Una sentenza giusta può essere caso mai ascritta a merito della persona che l’ha pronunciata, ma non basta certo ad assolvere una magistratura che non solo rispetto ai processi contro i NO TAV, ma in infiniti altri casi (e si potrebbe dire da sempre), salvo pochissime eccezioni, dimostra esattamente il contrario, con imputazioni, procedure e sentenze prone ai poteri forti e punitive per le vittime.
Considero la giusta sentenza nei confronti di Erri De Luca non la regola, ma l’eccezione, rispetto a cui si potrebbe dire che “una rondine non fa primavera”.
L’inverno della repressione lo respiriamo ogni giorno nella nostra Valle militarizzata, nelle prigioni diventate più che mai strumento di controllo sociale, nei tribunali dove tanti nostri compagni, soprattutto giovani, si vedono infliggere anni di carcere per una resistenza condivisa e praticata collettivamente e, quella sì, giusta perché rivolta alla difesa di diritti inalienabili.
Vivo sulla mia pelle l’offesa quotidiana da parte di una grande mala opera che distrugge salute, risorse naturali, sociali ed economiche, sovranità popolare, bellezza, futuro. Vedo leso ogni giorno, e ben oltre i luoghi della mia esistenza, il diritto all’abitare, ad un lavoro che non schiavizzi e non uccida, alla scuola e alla sanità pubblica, alla libertà di movimento delle persone e delle idee.
Vedo i luoghi del potere popolare totalmente in balia di una lobby violenta e spudorata, che fa legge del proprio arbitrio e del proprio profitto . Ricordo le stragi di stato impunite , le infinite morti per lavoro, le vittime di polizia che mai hanno trovato nei tribunali non solo giustizia, ma neppure attenzione. Penso all’ingiustizia che si fa guerra all’uomo e alla natura.
No, non credo all’indipendenza di questa magistratura e sono convinta che l’eccezione della sentenza per Erri confermi la regola di una Legge che non è uguale per tutti.
Per questo respingo in quanto non mia l’affermazione che mi viene attribuita:” ” Oggi la magistratura ha dimostrato di essere davvero indipendente e di saper rispettare prima di tutto la Costituzione”.
Rabbia e tristezza…..
Ma poi mi guardo intorno, respiro i dolci colori autunnali di questa mia Valle che si è rimessa in cammino e non si rimetterà in ginocchio. Sento profondamente la forza di un popolo che ha saputo distinguere tra legalità e giustizia, una collettività che la Costituzione, quella vera, voluta e difesa dai suoi figli partigiani, la conosce e la pratica, da sempre.
La lotta continua , senza facili illusioni ma senza disperazione, continua il sabotaggio collettivo contro questo sistema violento e troppo ingiusto per durare.
Se una rondine non fa primavera, uno stormo di rondini può abbattere un bombardiere.

Voghera: Rifondazione Comunista scende in piazza contro il Governo Renzi

Voghera: Rifondazione Comunista scende in piazza contro il Governo Renzi

Rita Campioni ed Antonietta Bottini, Segretario del circolo vogherese, spiegano i motivi che hanno spinto il Partito della Rifondazione Comunista a scendere in piazza.

VOGHERA – Scuola, salute ed abolizione dell’IMU. Sono questi i tre temi principali che hanno spinto il Partito della Rifondazione Comunista a scendere in piazza per confrontarsi con i cittadini e dire la sua sull’operato del governo Renzi. Ne parliamo con Rita Campioni ed Antonietta Bottini, Segretario del circolo vogherese.

Per vedere il video clicca sul link sotto

http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.jabtv.it%2Felements%2F62%2Fnews%2F126%2Fpolitica%2F773%2FVIDEO_Voghera_Rifondazione_scende_in_piazza_contro_il_governo_Renzi%2F&h=1AQH2QXDrAQHjRKwzEqcvzL7vUpxRBGhiYjfSWEYls8_MQA&enc=AZOwLjRyfCPeIcUfHp0GcovTVEe5rtf7D1LcFa84-8FaAVzA4Mb0VAi5vnGT9FlGLe8y85eocdtqvRfekEHws6Y9IQvrLBZ6HoN3WF-N5s-1SW7f6VdfyM7Pl0Vl3ZHR8PUlVq80e-aNibdYvhk5-xshsN14Wf9CeKO90JXtr0mUOvyMc1ubQFyRQ4YQDLSmzXwORHjq_WJMvuwgY7EpUNFg&s=1

Quale futuro per il nostro territorio

Quale futuro per il nostro territorio

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PIOVE, GOVERNO LADRO!’

PIOVE, GOVERNO LADRO!’

di Paolo Ferrero

Ogni anno in Italia decine di persone muoiono a causa di eventi alluvionali.

Oltre ai morti e ai feriti, distruzioni di case, ponti, scuole, del patrimonio archeologico.

Decine di migliaia di persone vedono la loro vita sconvolta: quando va bene le case inzuppate e le auto distrutte, quando va male con la perdita di persone care.

Questa aggressione sistematica alla vita della gente viene assorbita nella normalità con parole quali incidente, fatalità, disastro. Di tanto in tanto si cercano le responsabilità specifiche ma poi tutto passa nel dimenticatoio.

Nella sostanza l’alluvione, la frana, l’inondazione viene catalogata come “fenomeno naturale” contro cui “non c’è niente da fare”.

Penso che questo modo di ragionare sia sbagliato: le alluvioni sono causate dalla mancata manutenzione del territorio in una situazione in cui l’innalzamento della temperatura causata dall’inquinamento atmosferico produce fenomeni temporaleschi sempre più concentrati e devastanti.

La responsabilità delle alluvioni e dei morti è quindi politica in senso pieno e attraverso decisioni politiche è possibile modificare radicalmente questa situazione.

Due sono le cose che il governo potrebbe fare subito se avesse a cuore il bene del Paese.

La prima consiste nel blocco della cementificazione del territorio e nel ripristino della possibilità dei suoli di assorbire l’acqua piovana.

L’impermeabilizzazione dei suoli, il restringimento e l’interramento dei canali di scolo, la loro cementificazione è all’origine di molte alluvioni.

L’acqua non riesce a penetrare nel suolo e si sposta sempre più rapidamente costretta in canali o corsi d’acqua angusti e privi di manutenzione.

Questo produce sistematicamente allagamenti e alluvioni.

La seconda consiste in un piano di riassetto idrogeologico del territorio che parta dalle aree montagnose e collinari per arrivare fino alla pianura.

Si tratta di un lavoro di manutenzione del territorio che va dal rimboschimento ai piani di taglio selettivi alla costruzione di briglie, argini etc.

Un grande lavoro di manutenzione che si dovrebbe saldare con la ripresa dell’agricoltura in montagna e nelle zone collinari, in quanto la principale manutenzione del territorio avviene con l’attività agricola.

Queste due proposte di buon senso, perché non vengono realizzate?

Il motivo, a volte, come si evince da alcuni casi di cronaca, è che si tende a difendere gli interessi degli speculatori, ed in secondo luogo perché preferiscono dare lavoro per ricostruire invece che dare lavoro con la manutenzione.

Infatti il lavoro di manutenzione del territorio – in particolare in montagna e in collina – è poco concentrato – piccoli appalti – e il suo costo è dato quasi integralmente dal costo della manodopera impiegata.

Inoltre, la manutenzione montana e collinare si presterebbe ad una vera opera di reinsediamento di contadini con l’applicazione di un semplice schema: ogni comune montano e collinare garantisce 100 giornate di lavoro ad ogni persona disponibile a risiedere in zona integrando il reddito con attività agricole, agrituristiche, etc.

Si potrebbe cioè garantire oltre all’assetto idrogeologico del territorio, anche quello demografico, con lo Stato che garantisce una quota di reddito sicura a chi fa lavori agricoli proprio attraverso i lavori di assestamento forestale.

Non sfugge a nessuno che un piano di assestamento del territorio di questo tipo potrebbe anche costituire il naturale sbocco lavorativo per migliaia di piccole ditte edili che oggi non hanno più lavoro e che – se non trovano altre soluzioni – continuano a far pressioni su ogni sindaco per cementificare ulteriormente il territorio.

Chi dice che non si fanno questi lavoro perché mancano i soldi mente sapendo di mentire.

Senza aprire la polemica sul fatto che il governo trova i soldi per togliere le tasse sui castelli, va detto con forza che i costi complessivi dei disastri superano i costi della manutenzione.

I soldi ci sono!

La scelta della manutenzione è una scelta politica che garantirebbe il lavoro a centinaia di migliaia di persone e lo farebbe in larga parte in aree oggi a rischio di abbandono.

Questo è il “piano del lavoro verde” che proponiamo e che il governo non attua perché non arricchisce banche e grandi imprenditori.

In secondo luogo è evidente che negli ultimi anni i fenomeni temporaleschi sono diventati sempre più estremi e devastanti.

Anche questo non è frutto del destino cinico e baro ma dell’innalzamento della temperatura del globo terrestre a causa dell’inquinamento atmosferico.

Da noi le bombe d’acqua, in altre parti del mondo la desertificazione e in altre ancora lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari e degli oceani.

Il capitalismo privo di regole sta distruggendo le condizioni di vita sul pianeta innescando fenomeni che rischiano di essere irreversibili.

Anche su questo l’azione del governo è totalmente sdraiata sugli interessi di Confindustria, così come l’Unione Europea a trazione tedesca è teleguidata dai chip truffaldini della Wolkswagent (Volkswagen).

Governo italiano e Unione Europea fanno finta che il problema non esista e vi sono tutte le premesse affinché la stessa conferenza sul clima che si terrà a Parigi a dicembre finisca in un nulla di fatto.

Per questo è giusto dire “piove: governo ladro” e sottolineare come il tema della gestione del territorio sia questione politica di primo piano: perché il neoliberismo che punta al massimo di profitto è basato sullo sfruttamento delle persone ma anche sulla distruzione dell’ambiente.


Il racconto di un viaggio nel sud Kurdistan e Rojava

Il racconto di un viaggio nel sud Kurdistan e Rojava

LUNEDI’ 26 ottobre 2015, alle ore 21.00, presso la sede dell’Associazione Verso il Kurdistan, in via Mazzini, 118, in Alessandria, la delegazione di ritorno dal Sud Kurdistan e dal Rojava presenterà il viaggio che si è concluso il 6 ottobre.
Verrà presentato il video della delegazione.

Vi aspettiamo, Associazione Verso il Kurdistan onlus

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La grande guerra: l’ANPI RICORDA, NON COMMEMORA

La grande guerra: l’ANPI RICORDA, NON COMMEMORA

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
Pavia Sezione Centro Onorina Pesce Brambilla
Ente morale D.L. n. 224 del 5 aprile 1945
27100 PAVIA
L’ANPI RICORDA, NON COMMEMORA
E ricorda [modalità ingresso in guerra]
L’Italia non entrò in guerra perché animata da un insopprimibile desiderio di combattere contro il vecchio ordine reazionario europeo. Legata agli imperi centrali da un trentennale trattato – rinnovato nel 1912 – l’Italia (Ministro Esteri Sonnino; presidente del Consiglio Salandra) condusse ad insaputa del Parlamento trattative segrete sia con gli Imperi Centrali, barattando la propria neutralità con alcuni vantaggi territoriali, sia con le Forze dell’Intesa, analogamente barattando anche con esse la propria entrata in guerra con altri vantaggi territoriali ed economici.
Le trattative si protrassero, in clima di segretezza, escludendo il Parlamento, fino a concludersi con il Patto di Londra che, siglato il 26 aprile 1915, prevedeva l’entrata in guerra del nostro Paese a fianco delle forze dell’ Intesa entro un mese, a fronte della promessa di ottenere il Trentino il Tirolo meridionale Trieste e la Dalmazia.
Gli stati maggiori militari non avevano neppure lontanamente pensato alla possibilità di spezzare della Triplice a favore di una alleanza bellica a fianco dell’Intesa. Anzi si arrivò a consigliare, l’”unità operativa delle truppe della Triplice facente capo ad un unico concetto direttivo”. (nota del gen. Cadorna al capo dell’esecutivo luglio 1914)
Ricordiamo quindi il vile opportunismo del gen. Cadorna, che, successivamente posto al Comando Supremo, non aveva ritenuto né folle né incoerente dichiarare a)in data il 25 settembre 1914 l’impreparazione dell’esercito italiano ; b)proporre in data 31 luglio 1914 l’entrata in guerra accanto agli imperi centrali, e c)sostenere in data il 3 agosto la necessità dell’immediato concentramento delle truppe italiane in Veneto [trascurando le pesanti carenze della rete delle infrastrutture ferroviarie] così da realizzare la mobilitazione immediata contro l’Austria. (Fonte: Piero Pieri l’Italia nella prima guerra mondiale ).
Tutto questo la dice lunga, pur in brevissima sintesi, sulla mentalità e sull’assoluta impreparazione della classe dirigente italiana e dei supremi comandi militari.
Ben lungi dal rappresentare un atto inteso alla conquista di maggiori libertà democratiche, in una Europa radicalmente rinnovata, l’entrata in guerra dell’Italia rappresentò piuttosto una sorta di colpo di stato parlamentare ( fonte Giuliano Procacci storia degli italiani ), nella convinzione che una guerra breve e vittoriosa [convinzione, questa, maturata a seguito della brusco arresto della avanzata germanica sulla Marna] avrebbe facilitato “mediante l’instaurazione di una maggiore disciplina nel Paese una involuzione in senso autoritario e novantottesco dello Stato [ Stato che nei giorni dell’attentato di Sarajevo mandava 100.000 uomini delle forze dell’ordine contro i non numerosissimi e non armati braccianti in sciopero della Romagna] avrebbe dato respiro alle forze della conservazione e dell’ordine costituito, allontanando minacce sovversive” e stroncando anche la pur cauta politica giolittiana della “mano tesa” verso il Partito socialista.
L’intervento fu perciò anche un atto di politica interna, una sorta di piccolo colpo di Stato appena rivestito di forme di legalità. I pieni poteri al governo furono infatti votati da un Parlamento che, stretto tra le pressioni dell’Esecutivo e quelle della piazza interventista, [ che facilmente avrebbe potuto essere dispersa dalla polizia così come lo furono operai e contadini che analoghe manifestazioni avevano inscenato contro la guerra] aveva oramai perduto larga parte delle proprie prerogative e delle proprie libertà” ( Fonte Giuliano Procacci storia degli Italiani). In proposito Giolitti nelle sue memorie avrebbe scritto “ i poteri governativi avevano di fatto soppressa l’azione del Parlamento in un modo che non aveva riscontro negli altri Stati …”
E ricorda [ chi festeggia e chi muore]
I deliranti miraggi interventisti delle “radiose giornate di maggio” e i clamori della retorica dannunziana si sarebbero ben presto dileguati con il ritorno dei primi treni ospedali e lo svanimento del mito di una guerra lampo. L’Italia entrava in guerra psicologicamente e militarmente impreparata, già dissanguata dall’esborso finanziario per la guerra di aggressione alla Libia del 1912.
I soldati scaraventati nelle trincee – il fetido e mortifero luogo dove si consumò la prima grande esperienza collettiva e di massa dell’Italia unita da soli 50 anni – combatterono bene e con coraggio,
compresi quei giovani socialisti, il cui Partito, almeno in alcune sue componenti, aveva vanamente condannato la guerra come lotta tra governi capitalisti e imperialisti, tutti ugualmente responsabili del conflitto e che vanamente aveva intuito che il conflitto non avrebbe risolto nessun problema e non avrebbe portato al proletariato che lutti e rovine,
compresi i fanti contadini che su un totale 5 milioni e 750 mila combattenti erano una forza pari a 2 milioni e 500.000, quasi tutti concentrati nei reparti di fanteria, corpo destinato a subire da solo il 95 per cento delle perdite, [tanto che a guerra finita gli orfani di padri caduti al fronte erano al 63% figli di contadini (Fonte Serpieri la guerra e le classi rurali)]. Al di là della vacua retorica sul patriottismo si può dire quindi dire che la classe più lontana dalla “città” e più estranea alla vita politica e civile, le cui bandiere e i cui rappresentanti sicuramente non si mescolarono alle gioiose manifestazioni interventiste di studenti e borghesi, la classe più contraria, dunque, alla guerra pagò il maggiore tributo di sangue. I fanti contadini combatterono e morirono con la stessa rassegnata [essendo “la rassegnazione”, stante le dichiarazioni dell’insospettabile Padre Agostino Gemelli il sentimento prevalentemente diffuso nelle truppe] e coraggiosa abnegazione con cui il mondo rurale affrontava in tempo di pace alluvioni e tempeste.
compresi i credenti di fede cattolica, alle cui orecchie, nel fango e tra i topi delle trincee, forse non giunsero nemmeno alle orecchie le parole del Papa Benedetto XV che il primo agosto 1917 pronunciò queste parole “Siamo animati dalla cara e soave speranza… di giungere quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno di più apparisce inutile strage.”
I soldati del giovane Stato italiano si serrarono nelle trincee, scalarono le montagne, cercarono calore accanto ai muli, combatterono e si scagliarono all’assalto, conoscendo anche gesti di eroico furore
malgrado il vitto del soldato italiano, inizialmente composto da 750 grammi di pane, 200 di pasta, 375 di carne , ulteriormente depauperati e razziati dalle ruberie nelle retrovie, fosse stato ridotto alla fine del 1916 a 600 grammi di pane, a 250 grammi di pasta e ad una diminuzione della carne sostituita due volte la settimana con il baccalà, con il conseguente depauperamento calorico da 4000 a 3000 calorie, contro le 3400 dei soldati francesi e le 4000 delle truppe britanniche. ( Fonte Piero Melograni Storia politica della grande guerra)
malgrado il fatto che il trattamento economico fosse di molto inferiore a quello delle truppe americane
malgrado il fatto che i primi elmetti arrivarono in linea solo tra la fine del 1915 e la primavera del 1916, tanto che i fanti andavano all’assalto con il kepì di panno, i bersaglieri con il cappello privato delle piume e gli alpini con il cappello senza la penna nera per non attirare il fuoco nemico ( Fonte De Bono nell’esercito nostro ).
malgrado il fatto che nel novembre 1915 sul Carso il vestiario invernale non fosse ancora arrivato (cit. Rocca vicende di una guerra)
In un Paese pervaso di retorica risorgimentale e di dannunziani orpelli, i soldati italiani erano i peggio trattati; quelli, con maggiore accanimento, “pensati” nell’immaginario degli Stati Maggiori come “carne da macello”, e vessati dalla follia retorica degli Stati Maggiori stessi, di cui riportiamo solo tre esempi :
a)Cadorna ebbe a sostenere che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva perché “nell’offensiva si ubriacava e si stordiva” (cit. Malagodi conversazioni sulla guerra),
b) la circolare del comando supremo del 24 agosto 1915 consigliava a fronte del rischio di congelamento in quota di allentare la pressione delle bende che fasciano i piedi e di “togliersi spesso le scarpe, ungendosi il viso e le mani con il sego”, pur essendo anche le candele un genere di raro lusso nel buio delle trincee.
c) l’articolo 433 del Regolamento Militare (la famosa “libretta rossa”), mandata a memoria dalle reclute, prescriveva inoltre quanto segue: “soldato deve desiderare ardentemente l’assalto alla baionetta come mezzo supremo per imporre la propria volontà al nemico e raggiungere la vittoria, privilegiando sempre e comunque l’assalto frontale per conquistare il lauro della vittoria”, sadicamente indifferente al fatto che la guerra aveva cambiato i propri stessi connotati, e l’esercito austriaco con maggiore lucidità e sensatezza strategica andasse privilegiando la difesa flessibile e il radicale impiego dell’artiglieria.
Mentre al fronte si combatteva e si moriva, infradiciati nelle mantelline di lana, essendo anche gli impermeabili esclusi dal vestiario della truppa, e lo Stato diventava più autoritario – le ragioni dell’esecutivo progressivamente prevalendo su quelle del potere legislativo – tutti i principali settori dell’industria lavorarono a pieno ritmo, producendo enormi profitti e spettacolari aumenti di capitale, progressivamente concentrati nel comparto siderurgico (es. Fiat).
La guerra contribuì fortemente a definire i tratti tipici del capitalismo italiano: alto grado di concentrazione familistico-territoriale, compenetrazione tra Stato e Banche, dipendenza delle ordinazioni dallo Stato, rafforzamento dei grandi trust (Ilva o Ansaldo) similari ad autentiche baronie con cui il potere pubblico si trova a dover mercanteggiare.
E ricorda [italiani contro italiani-decimazioni e fucilazioni]
Già durante l’offensiva del Trentino nel maggio 1916 e i primi sfondamenti delle linee italiane sull’altopiano di Asiago il Comando supremo per il tramite di Cadorna – 21 maggio 1916 – espressamente sostenne l’utilità e la necessità di dare una lezione di virilità, “fucilando senza processo” “chi non resista e non muoia sul posto”.
La storica e consolidata attitudine antipopolare delle gerarchie militari, costantemente preoccupate del pericolo del contagio sovversivo, si accentua negli anni della grandi guerra. (fonte Irene Guerrini e Marco Pluviano – La giustizia militare nella grande guerra in Annali della Fondazione Ugo La Malfa, 2013).
Così, le esecuzioni ebbero immediatamente inizio a partire dal 28 maggio 1916, con un primo episodio di decimazione che passa per le armi tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento fanteria.
Anche per quanto riguarda la giustizia militare, essa si irrigidisce ulteriormente a seguito dalla circolare del Comando Supremo, la quale precisa che le condanne al carcere per reati commessi al fronte ( per le quali non è comunque previsto l’istituto della grazia regia ) sarebbe dovuta avvenire all’indomani della fine della guerra, per evitare che i combattenti trovassero rifugio dagli orrori del conflitto nelle patrie galere. La sospensione della pena è quindi solo funzionale al pieno recupero della carne da cannone.
La politica della repressione continua per il tramite del gen. Cadorna che ribadisce l’ordine di fucilare sul posto soldati o ufficiali, evitando di riversare la responsabilità dei provvedimenti repressivi sui tribunali, a suo avviso, troppo restii a pronunciare condanne a morte. I comandanti devono essere messi nelle condizioni di reprimere fulmineamente l’indisciplina delle truppe, evitando vincoli procedurali, anche perché i tribunali erano preda “dello stesso morboso sentimentalismo” del Paese e raramente pronunciavano sentenze capitali.
Il Comando Supremo autorizza i comandi inferiori a decretare le decimazioni anche senza il parere del Comando Supremo.
A titolo esemplificativo basti ricordare il caso della Brigata Salerno 89° Reggimento i cui soldati, non soltanto furono decimati, ma vennero bombardati da artiglierie e mitraglie italiane, mentre si trovavano nella terra di nessuno tra le linee. P. 214 e successive (Piero Melograni Storia della grande guerra vol. 1).
Richiamato questo contesto repressivo e feroce, in occasione della ricorrenza del IV novembre non si taccia nemmeno circa il proliferare delle forme di autolesionismo né circa l’episodio noto sotto il nome di tregua di Natale ( anno 1915) che coinvolse in un vano tentativo di fraternizzazione tra fanti di opposti eserciti vari settori del fronte.
Nel 1917, quando tra i reparti stremati si diffuse una forte crisi disciplinare e si moltiplicarono gli episodi di rivolta e di rifiuto collettivo, mentre cresceva la suggestione del crollo dell’impero zarista e della richiesta di una pace “giusta e democratica” immediatamente avanzata nei giorni della rivoluzione dell’ottobre leninista, si assistette ad una accelerazione dell’attività dei Tribunali militari : 82.366 condanne dal maggio 1917 al maggio 1918, contro le 48.296 dei dodici mesi precedenti e le 23.016 dei primi dodici mesi di guerra.
Aumentò anche il numero dei reati di indisciplina, insubordinazione e diserzione, e si moltiplicarono reati collettivi, anche da parte di soldati sui treni in partenza per i fronti che associarono agli spari, al lancio di pietre, a insulti verso borghesi e imboscati anche le urla pacifiste. Un caso emblematico di ammutinamento rispondente ad un piano preordinato, con combattimenti tra ribelli e lealisti e uccisioni di ufficiali e carabinieri, è quello della Brigata Catanzaro a Santa Maria La Longa tra il 15 e il 16 luglio 1917 ( 141 e 142 fanteria). L’ammutinamento, domato con il classico ricorso alle decimazioni, lascia una striscia di livore, di sordo rancore e ostile sottomissione, come ebbe a notare il Duca di Aosta Comandante della Terza Armata.
I tribunali militari pronunciarono durante la guerra 101.665 condanne per diserzione, dichiararono altri 26.826 militari esenti da pena per essere spontaneamente rientrati nelle fila dell’esercito, rappresentando così un totale di 128.527 casi di diserzione.
E, concludiamo, citando la circolare n. 3525 del 28 settembre 1915 nella quale Cardona ebbe a scrivere “il superiore ha il sacro dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Chiunque tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere sarà raggiunto dalla giustizia sommaria del piombo dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe.”
E ricorda infine [ il dopo guerra ]
La guerra vittoriosa non aveva risolto nessun problema di quelli antichi che affliggevano la nostra nazione: un apparato produttivo concentrato e squilibrato, una macchina dello Stato improvvisata, a compartimenti stagni largamente infeudata dagli interessi dei più grandi gruppi economici, un personale dirigente tenuto insieme da una comune vocazione autoritaria, una opinione pubblica formatasi sotto il segno della guerra e della esasperazione.
Nell’aprile del 1919 Il Presidente del Consiglio Ministri Orlando e il ministro degli esteri Sonnino abbandonarono la conferenza di Parigi per protesta contro la scarsa considerazione degli interessi italiani da parte degli alleati dell’intesa.
Nasce così il mito della vittoria mutilata, e con essa il fascismo.
CONCLUSIONE :
ad avviso del Direttivo ANPI delle sezioni Onorina Pesce e Borgo Ticino il centenario della Prima Guerra Mondiale deve essere l’occasione per fare i conti con questo capitolo doloroso e rimosso dalla memoria nazionale, compreso quello relativo ai soldati italiani fucilati e comunque uccisi dal piombo di altri soldati italiani perché ritenuti colpevoli di codardia, diserzione o disobbedienza, evitando ogni orpello di dannunziana memoria.
Va sfatato “l’inconscio accordo” di intere generazioni di italiani che, festeggiando negli anni, la vittoria di Vittorio Veneto, hanno nascosto la cattiva coscienza degli Alti Comandi e di una classe politica dirigente, e coltivato il mito della grande guerra quale punto di unione della nostra Nazione, annullando la memoria di una truppa “trascinata per la gola e troppo spesso portata avanti fino alla morte dagli spettri della polizia militare e dei plotoni di esecuzione”. ( Fonte Forcella Monticone Plotone di esecuzione – i processi nella prima guerra mondiale ed Laterza)
Qualsivoglia iniziativa attorno al IV novembre – quale “festa della vittoria” non può prescindere da una contestualizzazione degli avvenimenti sui fronti della grande guerra, che, alla sua conclusione, contò 600.000 morti.
Evitando ogni retorico appello all’italianità e alla vittoria, e richiamandosi piuttosto all’articolo 11 della Costituzione Repubblicana, sarebbe utile fare di questa luttuosa ricorrenza una buona occasione per approfondire quanto raramente detto sulla grande guerra secondo la linea succintamente abbozzata in questo documento che altro non è se non un tentativo di ricostruire alcune verità.
Apprezziamo il fatto che, riprendendo un appello firmato da storici e intellettuali quali Alberto Monticone, Luciano Canfora, Giulio Giorello, Paolo Rumiz, Lidia Menapace, la Camera dei deputati, a quanto siamo riusciti a capire dalle informazioni presenti in rete, abbia dato il proprio assenso ad una legge che prevede la riabilitazione d’ufficio di fucilati per reati di diserzione e per i reati in servizio, come lo sbandamento, e i fatti di disobbedienza. La legge prevede anche la affissione in un’ala del Vittoriano in Roma una targa nella quale la Repubblica renda evidente la propria volontà di chiedere il perdono di questi caduti.
Al di là dell’apprezzamento per questo provvedimento, diciamo anche che la nostra aspirazione è quella di vivere in un Paese in cui non si commettano colpe e non si producano responsabilità tanto gravi, per le quali cento anni dopo sia necessario chiedere scusa, interrogandoci sul diritto e sulla effettività legittimità che noi, vivi, abbiamo di perdonare in nome e per conto dei morti.

IL DIRETTIVO SEZIONE ANPI ONORINA PESCE / BORGO TICINO

Assolto Erri De Luca, Ferrero: «Smontato teorema da anni di piombo. Ora e sempre No Tav!»

Assolto Erri De Luca, Ferrero: «Smontato teorema da anni di piombo. Ora e sempre No Tav!»

di Paolo Ferrero –

L’assoluzione di Erri De Luca oggi a Torino è una bellissima notizia. E’ stato giustamente smontato un assurdo teorema da anni di piombo. Continuiamo, come farà certamente anche lo scrittore, a stare dalla parte di chi si oppone a quest’opera inutile e dannosa, dalla parte del popolo della Val di Susa. Una bella lezione, oggi, per chi fa di tutto per criminalizzare e reprimere il movimento No Tav e in generale il dissenso in questo Paese-

Venezuela: nessun premio del Parlamento Europeo all’opposizione golpista!

Venezuela: nessun premio del Parlamento Europeo all’opposizione golpista!

America Latina

Amrica Latina 2

America Latina 3

LA POSTA IN GIOCO

LA POSTA IN GIOCO

LA POSTA IN GIOCO
E’ partita lunedì scorso la privatizzazione di Poste Italiane, che verrà realizzata attraverso la collocazione sul mercato di azioni della società corrispondenti a poco meno del 40% del capitale sociale.

L’obiettivo dichiarato dal governo Renzi è l’incasso di circa 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Già da questa premessa emerge il carattere ideologico dell’operazione: l’incasso di 4 miliardi di euro comporterà, infatti, un drastico calo del nostro debito pubblico dall’attuale vertiginosa cifra di 2.199 miliardi di euro (dati Banca d’Italia, fine luglio 2015) alla cifra di 2.195 miliardi (!). Senza contare il fatto di come l’attuale utile annuale di Poste Italiane, pari a 1 miliardo di euro, andrà calcolato, come entrate per lo Stato, in 600 milioni di euro/anno a partire dal 2016. Si tratta di un evidente rovesciamento ideologico della realtà: non è infatti la privatizzazione di Poste Italiane ad essere necessaria per la riduzione del debito pubblico, quanto è invece la narrazione shock del debito pubblico ad essere la premessa per poter privatizzare Poste Italiane.

Fatta questa premessa, occorre aggiungere come anche il prezzo di vendita del 40% di Poste Italiane sia stato ipotizzato al massimo ribasso, prefigurando, ancora una volta, la svendita di un patrimonio collettivo. Infatti, mentre Banca IMI, filiale di Intesa Sanpaolo, attribuiva, non più tardi di una settimana fa, un valore a Poste Italiane compreso fra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi di euro, e mentre Goldman Sachs parlava di una cifra compresa i 7,9 e i 10,5 miliardi, ai blocchi di partenza della vendita delle azioni la società risulta valorizzata fra i 7,8 e i 9, 79 miliardi.

A questo, vanno aggiunti tutti i fattori di rischio insiti nell’operazione, legati al fatto che mentre si decide di privatizzare un servizio pubblico universale, consegnandolo di fatto alle leggi del mercato, se ne rafforza al contempo, per rendere più appetibile l’offerta, il carattere monopolistico nel campo dei servizi oggi offerti, per i quali non v’è invece alcuna certezza rispetto al domani: parliamo dell’accordo vigente con Cassa Depositi e Prestiti per la gestione del risparmio postale (1,6 miliardi di commissione), così come dei crediti vantati da Poste nei confronti della pubblica amministrazione (2,8 miliardi). Senza contare come la società abbia in pancia strumenti di finanza derivata, il cui fair value, al 30 giugno 2015, risulta negativo per 976 milioni di euro.

Ma aldilà di queste considerazioni economicistiche, è a tutti evidente come, con il collocamento in Borsa del 40% di Poste Italiane. muti definitivamente la natura di un servizio, la cui universalità era sinora garantita dal suo contesto di garanzia pubblica, che permetteva, attraverso i ricavi realizzati dagli uffici postali delle grandi aree densamente urbanizzate, di poter mantenere l’apertura di uffici, spesso con funzioni di presidio sociale territoriale, in tutto il territorio italiano, a partire dai piccoli paesi.

E’ evidente come la privatizzazione in atto inciderà soprattutto su questo dato: per i dividendi in Borsa diverrà assolutamente necessario il taglio dei rami economicamente secchi, ovvero la drastica riduzione degli sportelli nelle aree poco popolate.

E, infatti, il piano industriale già prevede -ma sarà solo l’assaggio- la diversificazione dei modelli di recapito, che da ottobre 2015 rimarrà quotidiano per nove città definite ad “alta densità postale”, mentre diverrà a giorni alterni per 5267 comuni.

Quasi tautologico sottolineare l’impatto sul mondo del lavoro, che vedrà una drastica riduzione -si parla nel tempo di 12-15.000 posti in meno- oltre al sovraccarico di ritmi per quelli che avranno la fortuna di essere sfuggiti alla mannaia.

Di fatto, con la privatizzazione di Poste Italiane si cerca di rendere espliciti processi che già con la precedente trasformazione in SpA erano rimasti sotto traccia: un’attenzione sempre più residuale al servizio di recapito postale (anche per motivi legati all’innovazione tecnologica) e un accento sempre più marcato sul ruolo finanziario di Poste Italiane, che, oggi, grazie alla capillarità dei suoi presidi territoriali (13.000 sportelli), costruiti negli anni con i soldi della collettività, può tranquillamente lanciarsi in Borsa sfruttando la fidelizzazione dei cittadini accumulata in decenni di ruolo pubblico, per metterla a valore in prodotti assicurativi, finanziari e in sempre più spregiudicate speculazioni di mercato.

Stupisce, ma fino a un certo punto, la totale condiscendenza dei principali sindacati ad un percorso che non avrà che ricadute negative sia sul fronte del lavoro che su quello dei servizi per i cittadini.

Non vale la foglia di fico dell’azionariato popolare, che in realtà rende la truffa ancor più compiuta: con le azioni per i dipendenti e gli utenti si fa un ulteriore favore ai grandi investitori, che potranno controllare la società senza neppure fare lo sforzo di mettere soldi per acquistarla.

Marco Bersani (Attac Italia)

Veneto, difende il suo collega cameriere dal razzismo di due clienti e si ritrova il bancone del bar pieno di mazzi di fiori

Veneto, difende il suo collega cameriere dal razzismo di due clienti e si ritrova il bancone del bar pieno di mazzi di fiori
Tratto da: controlacrisi.org

Il gesto di una barista contro il razzismo, a difesa di un collega di colore, viene letteramente ‘ricoperto’ da mazzi di fiori, regalati dall’intera città. Accade a Montagnana, cittadina padovana retta da una giunta a conduzione leghista, in un bar del centro.

La cronaca non ha niente di originale, ma il fatto che in uno dei territori più segnati dal leghismo la solidarietà razziale venga premiata con un gesto spontaneo di un’intera comunità vale un titolo da prima pagina.

Entrano due clienti, una coppia anziana che si siede e chiede di essere servita. Si avvicina un giovane dalla pelle scura, che vive in Italia sin dall’infanzia, ma il suo taccuino resta bianco perché i due lo gelano: “non vogliamo essere serviti da un cameriere di colore”. Il ragazzo rimane in silenzio ma la sua collega, Laura Cioetto, una studentessa di biologia di Padova che lavora tra i tavoli per pagarsi gli studi, non ci pensa un attimo a metterli alla porta. “Potete pure andare via – dice – qui noi non serviamo clienti razzisti”.

Parole che in breve fanno il giro della città, amplificate dalla pagina Facebook ‘Montagnana 2.0, parliamone…’ della quale fa parte Laura e che conta oltre 1.400 iscritti.

Quando la giovane torna al lavoro il giorno dopo il bancone del bar è ricoperto dai mazzi di fiori di concittadini che si complimentano per il gesto.

“Vorrei che passassero solo i bei valori che stanno dietro all’accaduto – spiega la studentessa – al di là di me, del ragazzo e dei due signori protagonisti del fatto. Alla base di tutto ci deve essere il rispetto per ogni persona, aspetto fondamentale per instaurare un rapporto con chiunque ci capiti davanti, sia esso un nostro conoscente, parente o un perfetto sconosciuto”.

Una situazione senz’altro più felice di quella di due anni fa quando l’assessore all’identità veneta, Andrea Draghi, postò in rete una foto del ministro Cecile Kienge accompagnata dalla scritta “Dino, dammi un crodino” in riferimento al gorilla di una pubblicità.

Frase che costò a Draghi la delega, ma non la carica di assessore, e al sindaco Borghesan una lettera di scuse al ministro.