Archivio for dicembre, 2015

Possibile/Prc: “Il regalo di Renzi all’Umbria? Un inceneritore nuovo di zecca”

Possibile/Prc: “Il regalo di Renzi all’Umbria? Un inceneritore nuovo di zecca”

Non c’è stato niente da fare, ammesso che i tentativi ci siano stati: lo “Sblocca Italia” conferma anche per l’Umbria la costruzione di un inceneritore nuovo di zecca, probabilmente in provincia di Perugia. Ecco il regalo di Renzi all’Umbria dopo i disastri ambientali che si stanno consumando a Terni. Altro che raccolta differenziata, per Renzi e il Pd rimane strategico bruciare i rifiuti, in questo caso in barba alle direttive europee e alla già compromessa situazione di inquinamento da polveri sottili che si è abbattuta sul paese. A niente sono serviti i dati della Regione sulla differenziata, a niente sono servite le rassicurazioni dell’assessore Cecchini. Prendersela con i comuni è del tutto fuorviante, visti gli sforzi economici ed organizzativi di alcune amministrazioni che in questi anni hanno messo in campo interventi per una gestione virtuosa dei rifiuti e per cui i cittadini hanno contributo con importanti sacrifici per rendere centrali le politiche ed indifferibili gli obiettivi per la raccolta differenziata spinta, la riduzione, il recupero e il riutilizzo dei rifiuti, anche al fine di promuovere iniziative industriali per il recupero e il riutilizzo dei materali, creando nuova occupazione. La Giunta regionale non è stata in grado nemmeno su questo tema di programmare dimostrandosi subalterna e affidabile proconsole dei voleri di Renzi sulla pelle degli umbri. Per parte nostra dichiariamo che promuoveremo e appoggeremo tutte le mobilitazioni contro questa ennesima sciagura e contro quelle già in essere per la nostra regione, per la salute dei cittadini, per l’ambiente e per la possibilità di favorire un nuovo modello di sviluppo.

Comitati “Possibile” Umbria

Rifondazione comunista dell’Umbria

Se divisi siam canaglia (una fiaba d’altri tempi)

Se divisi siam canaglia (una fiaba d’altri tempi)

Se divisi siam canaglia
(una fiaba d’altri tempi)

C’era una volta un povero contadino che non riusciva mai a trovare un lavoro. Tutte le mattine molto presto andava in piazza dove l’agente del grande fittabile reclutava i braccianti per la giornata. Ma Carlo non era quasi mai chiamato, un po’ per la sua giovane età, per la sua magrezza e la piccola statura che lo facevano sembrare ancora più giovane dei suoi 15 anni, ma un po’ perché era figlio del primo socialista del paese. Suo padre Antonio dall’America aveva portato le idee di emancipazione e di eguaglianza che aveva sentito e imparato nei lunghi anni passati in giro per il mondo. Antonio, tornato entusiasta con la voglia di cambiare, era stato ancor prima di Carlo rifiutato dai caporali del padrone, finché un giorno era ripartito oltreoceano deluso e amareggiato. Prima di partire aveva lasciato pochi soldi alla moglie e ai giovani figli con la promessa che ne avrebbe al più presto mandati altri. Ma mesi e mesi erano passati e nulla era arrivato alla povera casa. Così Carlo si era proposto sulla piazza. Suo padre gli aveva insegnato a usare la falce fienaia e la falce messoria, il badile e la zappa, a seminare e a trebbiare e Carlo aveva imparato con volontà anche se spesso gli sembrava che le forze gli mancassero. Non gli mancava la capacità di lavorare ma la prestanza fisica, e l’apparenza contava più dell’impegno per chi reclutava gli uomini e poi su Carlo pendeva l’ombra del padre che il padrone aveva visto come una minaccia per il suo potere incontrastato. E anche adesso che Antonio era partito, ogni protesta, sciopero o semplice rivendicazione veniva imputata alle idee diffuse dall’emigrante sovversivo e l’ostracismo verso la sua famiglia si faceva più severa.
Neppure il panettiere faceva più credito alla mamma di Carlo, il quale dopo l’ennesimo rifiuto della piazza e l’ennesima polenta che doveva bastare per tutta una giornata per lui, la mamma e i cinque fratellini, si era convinto di partire da casa per andare in cerca di fortuna. La mamma l’aveva scongiurato di non lasciarla come il marito, ma Carlo era troppo deciso e amareggiato per restare senza far nulla. La mamma rassegnata gli aveva preparato un fagottino con l’ultimo pane che i vicini le avevano regalato, tre noci e una forma di formaggio. Niente di più se non mille raccomandazioni e un consiglio: “Qualunque cosa ti succeda ricordati di restare te stesso:
“Chi si lascia cambiare raccoglierà messi amare”.
E così era partito. E cammina, cammina, cammina verso sera, arrivato in un bosco, gli era venuta fame e prima di mettersi a dormire sotto un grande noce si era messo a mangiare il pane e il formaggio che gli aveva preparato la mamma. Ma il pane era piccolo e il formaggio era poco e in attimo la sua cena era finita. Carlo avrebbe avuto ancora un po’ di appetito e gli restavano ancora le tre noci, ma aveva pensato di conservarle per la colazione del mattino dopo e si era addormentato con le noci strette in una mano.
Il suo sonno era stato agitato: dalla rabbia per i datori di lavoro, alla disperazione della madre, alla speranza in un futuro di ricchezza che avrebbe cambiato la loro vita, alla paura di brutti incontri nel suo viaggio e quella stessa notte, che era la prima che passava fuori di casa.
Nel mezzo della notte fu svegliato da una canzone che non aveva mai sentita: era cantata da un coro con voci sguaiate, come qualche volta aveva sentito solo dagli ubriachi.
Pensando a uomini sbronzi provenienti da un osteria, si era quasi rassicurato dopo un primo spavento: “La sbronza della sera, svanisce la mattina” gli ricordava sempre suo padre quando tornava a casa un po’ brillo dall’osteria dove gli era stato offerto del vino perché parlasse dell’America e delle idee nuove che aveva ascoltato, idee che parlavano di contadini che alzavano la testa e si univano in cooperative per avere assicurato il lavoro e il pane per tutti.
Carlo allora si era alzato e si era messo a guardare: dietro il noce si intravedevano i bagliori di un fuoco. Attorno al fuoco c’erano venti uomini vestiti di nero che bruciavano libri e cantavano a squarciagola. Incerto se fossero degli ubriachi o degli invasati, Carlo si era nascosto dietro una siepe, ma incuriosito aveva sollevato la testa e aveva cominciato a capire qualche parola della canzone che cantavano quegli omaccioni e che non aveva mai sentito:
“Siamo i cani da guardia della città / nessuno si salverà / fiero l’occhio svelto il passo / al nemico in fronte un sasso / di sicuro lui ne muor…”
Mentre si sporgeva per sentire meglio quelle parole inquietanti, sentì una voce arrogante che gli disse “Cane, sei venuto a spiarci”. Lui cercò di giustificarsi, ma un’altra voce tuonò: “Che cosa nascondi nella mano?” Prima che potesse rispondere gli fu aperta la mano e gli uomini che possedevano le due voci di prima, dissero con una voce sola:
“Hai rubato le noci della nostra pianta, sarai punito”
Gli fecero cadere due noci – una era riuscito a nasconderla- e lo portarono davanti al rogo dei libri. Qui quello che sembrava il capo aprì un libro che non aveva ancora bruciato e dopo averlo sfogliato lesse questa formula magica:
“Questa notte fa un freddo cane
il fuoco dei libri non ci basta
una spia è venuta a rubarci il pane
che sia bruciato assieme alla catasta”.
Disperato Carlo, vistosi alla fine, ruppe coi denti e con la disperazione l’ultima noce. All’improvviso uscì una voce gentile che disse:
“Il ragazzo non si può bruciare
la luna in cielo lo vuole salvare”.
Tutti volsero lo sguardo in cielo e proprio in quel momento le nuvole si scoprirono e uscì la luna piena, luminosa come un faro, e illuminò lo spiazzo dove il fuoco si andava ormai spegnendo con gli ultimi deboli bagliori della brace.
Gli uomini si fermarono e pregarono il loro capo di liberare il ragazzo, ma lui disse:
“Se il sacrificio non vuole la luna
un’altra punizione sarà opportuna
se non bruciato sul falò
diventi un cane da qui e un po’
ma un cane piccolino
con mozzo il suo codino”.
Dopo un attimo la luna fu ancora coperta dalle nubi e Carlo si sentì strano: vide la pelle coprirsi di peli, le mani diventare zampe, ridursi alla statura di un bambino, e come un bambino si mise a gattonare finché sentì crescersi la coda, ma solo un po’. Era diventato un piccolo cane con la coda mozza: un cagnolino mozzichino, mozzichino.
Ripresosi dallo spavento e dal disgusto pensò subito a scappare. Sullo spiazzo non c’era più… un cane, al di fuori di lui, rimaneva solo della brace che si stava esaurendo. Guardò i fogli bruciati dei libri e volle vedere se ancora riusciva a leggere, ma nessun frammento di foglio era ancora intatto. Stava per rassegnarsi quando si ricordò dell’unico libro sfuggito alla furia di quegli uomini neri: il libro di magia. Col suo fiuto non tardò a trovarlo, ma le sue zampe faticarono ad aprirlo. Quando finalmente ci riuscì abbaiò di sollievo: il contenuto del libro rimaneva oscuro, ma riusciva ancora a capire le lettere, le parole, le frasi. Era certamente un libro esoterico: di magia, nera non bianca, sicuramente. Anche se forse erano formule solo per creare malefici e incantesimi malvagi, pensò di conservarlo anche perché lo aveva fatto risentire umano. Non riusciva a portarlo con sé se non in bocca, allora lo nascose in un buco nel tronco di una pianta, e si avviò verso l’abitato dopo il bosco.
Arrivò che ormai era pieno giorno. Tutto il paese era in festa: le campane scampanavano, i cani abbaiavano, i cantanti cantavano, le oche starnazzavano, i suonatori suonavano, gli asini ragliavano, le donne spettegolavano, i cavalli nitrivano, gli uomini sbraitavano, le rane gracidavano, i ragazzi schiamazzavano. Uno di loro vide il cagnolino e lo prese a sassate, imitato presto dai suoi compagni. Mozzichino, ancora inesperto della vita da cani, in un primo tempo cercò di parlare per farli ragionare, ma non riuscì a proferir parola e avvicinatosi ai ragazzi cominciò a prendere sempre di più i loro colpi. Finché, imparata presto la prima legge degli piccoli animali, si diede alla fuga. Fuggi, fuggi, fuggi si gettò in un corteo nuziale che tornava dalla messa e si infilò sotto l’abito lungo della sposa, camminando assieme a lei. Uscì dal provvidenziale riparo solo quando furono a tavola, e poté nascondersi sotto l’ampia tovaglia. Finalmente tirò il fiato e poté anche mangiare qualcosa perché ogni tanto qualcuno buttava lì sotto un boccone. Chi poteva essere? Si erano accorti di lui? No i bocconi erano per una piccola cagnolina tutta infiocchettata che subito gli abbaiò, forse per via dei buoni bocconcini che lui le aveva sottratto, ma poi gli si avvicinò e incominciò a strusciarsi addosso. Emanava una puzza bestiale, quella pidocchiosa, e come se non bastasse gli voleva passare con la bocca la sua palla bavosa. A Mozzichino venne spontaneamente da dire: “Ma vattene a cuccia!” Con sua grande sorpresa vide che era stato capito… e ubbidito, non senza un guaito sommesso. “Allora capisco il linguaggio degli animali” si lasciò sfuggire, “Solo il nostro, cane monco” si sentì rimbrottare dalla pidocchiosa furiosa. Allora Mozzichino, facendo buon… muso a cattiva sorte, si avvicinò a lei e cercò di spiegarle la sua storia sperando in un aiuto, ma… non le venivano le… parole. Decise allora di lasciare il banchetto e di tentare la via del ritorno a casa, non senza prima essersi rimpinzato come un maialino e aver concesso una leccatina alla pulcettina che in cambio gli aveva indicato la strada per evitare nelle grinfie del lupo nero che insidiava i cani randagi che lasciavano il villaggio.
Ma appena imboccato il sentiero nel bosco che lei gli aveva consigliato si trovò davanti un grande lupo nero con una grossa coda pelosa. Parlava una specie di dialetto antico ma con un certo sforzo si riusciva a capire il senso delle frasi. Delle frasi? Dell’unica frase: “Ti voglio mangiare bel cagnolino, a partire dal tuo piccolo codino”.
Mozzichino, a cui avevano annodato alla gola un fiocco nuziale durante il pranzo, vedendosi alle strette, dopo aver urinato e defecato dalla paura, ma senza sporcarsi, inventò la storia che era invitato proprio quel giorno a un pranzo di nozze nel paese al di là del bosco e se il lupo fosse stato così comprensivo e paziente ne avrebbe ricevuto una giusta ricompensa, perché Mozzichino al ritorno sarebbe stato ben più grasso di quanto lo era in quel momento dopo giorni e giorni di fame e la sua coda sarebbe diventata saporita come un salsicciotto dolce e liquoroso. Mentre diceva così cercava di tirar dentro la pancia e di mostrarsi stanco e debilitato da un lungo digiuno, senza dimenticarsi però di scodinzolare maliziosamente.
Il lupo, si sa come sono certe bestie, famelico ma disposto ad aspettare, prepotente ma credulone, lo lasciò andare non senza aver fatto giurare Mozzichino che sarebbe tornato dalla stessa strada, pena la strage di tutti i cani della città, tra i quali ci dovevano essere certamente amici, familiari, mogli, concubine, amanti, figli e… i suoi animali da compagnia.
Mozzichino giurò portando prima una zampa poi l’altra al muso e in men che non si dica sgaiattoiolò via.
Quasi per caso ripassò dallo spiazzo dove aveva incontrato quegli uomini neri ed erano incominciate le sue sventure.
Roba da cani mise la zampa su una noce! Non sapeva se fosse la sua, quella datagli dalla quella persona così umana di sua mamma, quando lui era ancora umano, o se fosse un frutto appena caduto dal noce attorno al quale si erano messi a cantare quegli esseri disumani.
Prese la noce tra i canini e facilmente la ruppe, sul momento non successe nulla e Mozzichino quasi si compatì per essersi illuso in una nuova magia, quand’ecco che lo spiazzo dove era avvenuto il rogo dei libri si affollò di una muta di cani, che non restarono muti, ma chiesero a gran voce, o meglio latrarono a Mozzichino di aiutarli a diventare umani, visto che li aveva chiamati a raccolta.
“Io non vi ho chiamati” si schermì Mozzichino.
Un vecchio cane moro e peloso che sembrava quasi avesse la barba gli disse nella loro lingua canina: “Tu non ci hai chiamati ma noi siamo venuti, quando ciascuno prende coscienza del suo essere degradato e capisce che non può uscirne da solo si unisce a quelli della sua condizione”.
“Ma come possiamo fare per tornare noi stessi, noi stessi di prima?” guaì Mozzichino.
“Dobbiamo liberarci dalle nostre catene e dai nostri padroni!”
“E i lupi? – ringhiò un cane bastardino di una razza indefinita – Loro non ci lasceranno andar via e non ci permetteranno una vita pacifica per conto nostro, anche se ci libereremo dei padroni”. “Uccidiamoli” disse un bulldog.
“No è meglio usare l’astuzia” replicò un foxterrier.
“E come?” riprese a dire Mozzichino.
“Leggiamo sul libro una formula che ci possa liberare dalle catene, dai padroni, dai loro lupi e rompa l’incantesimo”.
“Quale libro?” si lasciò sfuggire ancora Mozzichino che era ancora sorpreso di capire e parlare quella lingua canina.
“Quello che hai salvato dal fuoco e che ci salverà dalla nostra condizione da cani”
“Ma se non capiamo più la lingua degli umani come possiamo leggere la scrittura umana?” disse ancora una volta il cagnolino che era diventato un vero… bastard contrario. Infatti un cane tutto distinto, doveva essere uno di razza, aveva trovato il libro di magia, con una certa fatica erano riusciti ad aprirlo e sfogliarlo ma nessuno era capace di leggere una pagina, una frase, una riga o anche una sola lettera, neppure Mozzichino, quando si cimentò, fu più in grado di capire quei segni neri sulla carta bianca.
“Ci vorrebbe una magia” disse un cane superstizioso.
“Dobbiamo cercare una noce, loro sono miracolose” replicò con entusiasmo Mozzichino, per una volta propositivo. Tutti si misero a cercare con grande impegno e gran cagnara e vennero raccolte coi denti molte noci. Ognuna con un certo sforzo venne rotta, ma le magie non si facevano vedere, finché Mozzichino addentò una noce più grossa delle altre, che gli parve di riconoscere, la mise sotto i denti per romperla e con lei l’incantesimo, ne era sicuro. Ma non si ruppe per niente. Allora provò prima il primo cane, poi per secondo il secondo cane, per terzo il terzo finché per ultimo anche l’ultimo ma nessuno riuscì neppure a scalfirla.
“Rinunciamo e torniamo dalle nostre padrone” disse una bella barboncina ben pettinata.
“No, mai! Io piuttosto faccio il barbone, povero ma libero” disse un randagio pieno di zecche.
Il cane peloso, sì quello con la barba, disse con autorità: “Dobbiamo imparare dai padroni, dobbiamo usare i loro stessi strumenti, non basta il cuore, ci vuole il cervello, non basta la passione, ci vuole la tecnica!”
“Sì, ma come?” ridisse quel dubbioso rompiscatole di Mozzichino.
“Dobbiamo studiare la situazione e cercare di risolvere il duro problema!” sentenziò il barba-cane.
Passarono la notte nel bosco, dopo aver istituito, ben inteso, i turni da cane da guardia. Era nei loro pensieri il pericolo di lupi neri e di accalappiacani pronti a rinchiuderli in un canile e gettare la chiave. Venne l’aurora che arrossò tutto il cielo, ridando colore alle cose, spente dalla lunga e buia notte. I cani si risvegliarono a poco a poco e si industriarono a trovare qualche strumento umano che permettesse di aprire la noce della speranza nell’avvenire. Chi trovò un altro libro, sfuggito al rogo, chi una penna per scrivere, chi una falce, chi un martello, chi un remo, chi un piffero, chi una rete, chi… (andate avanti voi, erano vicini a una discarica potete immaginare quanto si poteva trovare) roba abbandonata dagli umani, ma ancora utile, ricca di sapere e di valore… I cani si misero a studiare tutti gli oggetti raccolti, chi sapeva come si usava la falce, chi aveva visto il padrone usare la penna, chi il pescatore lanciare la rete, chi la padrona cucire con l’ago. Non fu breve il tempo dello studio e delle prove, con momenti di scoraggiamento e di divisioni, litigi e rappacificazioni, volontà di primeggiare e necessità di collaborare, alla fine fu costruita una macchina che non so dire come fu e come poté ma la noce spezzò.
Pian piano quei cani rognosi si sentirono come spogliare dai peli, crescere in altezza e riprendere le sembianze umane quasi dimenticate.
Prese la parola, come è naturale, il vecchio moro barbuto, ma non barboso, e disse solennemente: “Il momento è solenne: abbiamo finalmente drizzato la schiena e rotte le nostre catene, non cadiamo più sotto l’incantesimo che ci vuole servi e contenti, docili e impotenti, restiamo uniti, cooperiamo nei nostri paesi e non tramutiamo anche noi in padroni o caporali, fosse anche solo a casa nostra, o gli anziani con i giovani, oppure gli uomini con le donne. Ricordiamo sempre chi siamo stati e cosa abbiamo rischiato, non speriamo più nella magia, ma lavoriamo sempre per l’utopia. Su marciam santa canaglia e inneggiamo all’avvenir”.
Dopo un lungo applauso gli ex-animali si baciarono e abbracciarono e ognuno partì per il proprio paese, la propria casa, la propria famiglia, giurando di portare con sé il messaggio di riscatto e di fede e con la promessa di tenersi in contatto come le maglie di una rete.
E ognuno quando arrivò fece un gran banchetto,
con la pasta e il sughetto,
la polenta e gli antipasti,
con il pesce e con gli arrosti,
con il dolce e lo stracchino,
il caffé e il limoncino,
con gli avanzi per i cani
e gli applausi per i buffoni,
veramente ogni ben di Dio;
a quelle feste sono andato anch’io,
vino e birra ho ingoiato,
ma per quanto abbia bevuto,
solo i baffi mi sono bagnato!

Rifondazione Comunista con la rivoluzione bolivariana del Venezuela

Rifondazione Comunista con la rivoluzione bolivariana del Venezuela

Pochi giorni fa si è svolto un incontro tra una delegazione del PRC e l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela. La delegazione del PRC era composta dal Segretario nazionale Paolo Ferrero, da Fabio Nobile della Direzione Nazionale e da Maurizio Messina della Federazione di Roma. Nell’incontro l’ambasciatore Julian Isaias Rodriguez Diaz, ha illustrato in maniera molto dettagliata il contesto di strangolamento e boicottaggio economico che sta vivendo il paese. C’è stata una forte spinta inflattiva e pesa la drastica riduzione delle entrate derivanti dal petrolio, che avevano garantito finora, grazie, grazie alle scelte portate avanti dal governo bolivariano, in questi anni, un surplus commerciale in grado di tradursi in un miglioramento complessivo delle condizioni sociali e di vita di milioni di Venezuelani.

Il voto ha visto non un aumento, se non fisiologico, dei voti della destra quanto un altissima astensione, circa 2 milioni e mezzo di voti in meno per il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), e un milione di voti nulli molti dei quali “comprati” dalle opposizioni. C’è stata una evidente aggressione portata dall’imperialismo nordamericano e dalla reazione interna ma le forze popolari, la loro base sociale e militante che sostengono il processo bolivariano, stanno costruendo un percorso partecipato di discussione per comprendere tutte le ragioni che hanno portato alla perdita di quei 2 milioni e mezzo di voti.

Non si può non tenere conto che all’aggressione economica la scarsa diversificazione produttiva ha continuato a rendere il Paese dipendente dai prezzi dei prodotti petroliferi. Oggi, a causa della crisi e per scelta dei maggiori produttori (in testa l’Arabia Saudita) proprio contro la Russia e il Venezuela, il prezzo del petrolio è giunto ai 35 dollari al barile, molto al di sotto dei 50 dollari che per il Venezuela rappresenta il limite sotto cui l’estrazione non è vantaggiosa.

L’ambasciatore ha manifestato grande sicurezza nella capacità di recupero della rivoluzione bolivariana.

Ha descritto in maniera dettagliata la reale situazione del dopo voto. Sul piano istituzionale il complesso sistema venezuelano fa sì che non sia chiusa la partita con la vittoria della destra alle Parlamentari del 6 dicembre.

È vero che il Parlamento, con la maggioranza dei due terzi, che può abrogare anche le leggi più importanti prodotte dalla rivoluzione bolivariana ed approvare l’amnistia dei detenuti che si sono macchiati di crimini importanti come quelli delle Guarimbas del marzo 2014, quando l’estrema destra venezuelana, bloccando con il filo spinato ed altro le strade, per protestare contro la vittoria di Maduro, provocò oltre 20 morti.

Ma molte di queste leggi, come quelle sul lavoro o la stessa amnistia potrebbero essere bocciate dalla corte costituzionale. Come il referendum revocatorio contro il presidente prevede la raccolta di firme di un numero molto elevato di elettori e non è il Parlamento che può da solo convocarlo. E’ evidente che l’informazione ha pesantemente calcato la mano sulla fine del chavismo. La situazione è pesante, c’è un’offensiva durissima dell’imperialismo nordamericano e della reazione interna che riguarda tutta l’America Latina, basti pensare all’Argentina, ma la partita è e resta aperta.

Dopo l’insediamento del 5 gennaio prossimo è facilmente prevedibile che la tensione tornerà a salire, come non è da escludere che il conflitto tra poteri possa portare ad uno scontro frontale dagli esiti ad oggi non scontati. Il caos urbano, la stretta economica insieme allo scontro di potere possono diventare una miscela esplosiva.

E’ chiaro che la partita in gioco, per stessa ammissione dell’Ambasciatore, è la combinazione tra la tenuta del processo rivoluzionario in tutta l’America Latina (Il 20% del PIl di Cuba conta sullo scambio commerciale con Caracas) e i complessivi assetti geostrategici. L’influenza della Cina e della Russia è enormemente aumentato in questi anni nell’area ed un attacco alle attuali leadership rivoluzionarie deve fare i conti anche con i due Paesi più importanti del BRICS che contestualmente oggi si fronteggiano sempre meno diplomaticamente nel teatro mediorientale e complessivamente nella ridefinizione delle gerarchie a livello mondiale.

Ferrero nel ringraziare l’Ambasciatore per l’incontro ha ribadito la solidarietà politica del Prc, alle forze popolari che sostengono la rivoluzione bolivariana e al Presidente Maduro. Ha posto come punto fondamentale la necessità di una declinazione aperta e più ampia possibile con cui sostenere il processo complessivo in America Latina oggi attaccato così pesantemente. La difesa della Repubblica bolivariana, in questa parte del mondo, non può essere relegata solo a generosi ed importanti gruppi già convinti ma allargando in primo luogo con una costante controinformazione quanto i processi democratici e indipendenti dalla morsa dell’imperialismo siano continuamente contrastati con ogni mezzo dalle forze dominanti. Così è stato nei periodi delle feroci dittature che hanno insanguinato l’America latina, così è oggi la reazione che tenta di riprendere le redini di una situazione sfuggita al loro ferreo controllo. Un informazione dove la messa in discussione delle chiavi di comando di quello che era considerato il cortile di casa degli Usa determina un continua distorsione della realtà, nascondendo il progresso sociale che la Revolucion ha determinato in questi anni. «La democrazia che vince contro il dominio dà fastidio, l’unica democrazia che viene accettata è quella che lo mantiene – Come ha ribadito Ferrero – non si tratta di dare semplice solidarietà, ma di una battaglia da fare insieme al di qua e al di là dell’oceano».

Un appello “anonimo” con nomi e cognomi

Un appello “anonimo” con nomi e cognomi

12/24/2015

di Maurizio Acerbo

Da ieri circola sui social un appello “anonimo” – oggi è sul Manifesto – di esponenti di Sel, Sinistra Italiana e aree limitrofe per la “sinistra di tutte e tutti”. E’ partito dal giro di Act ma in pochi minuti è stato “casualmente”, con fulmineo “copia e incolla”, fatto proprio da Nicola Fratoianni, Betta Piccolotti, Simone Oggionni, Marco Furfaro, Massimiliano Smeriglio, Luca Casarini, Beatrice Giavazzi, Andrea Ranieri, Stefano Fassina, e tanti altri noti e meno noti assessori, parlamentari, segretari regionali, provinciali nonché qualche associazione ben nota per la vicinanza a Sel. Il sedicente “gruppo di persone” è piuttosto noto, che il testo come scritto nella presentazione sia “proprietà di nessuno” alquanto dubbio. Infatti con un’intervista sempre sul Manifesto Claudio Riccio di Act ce lo spiega e Fassina sulla stessa pagina conferma che si tratta di un testo concordato con Sinistra Italiana. Forse questi “soliti ignoti” sono i “ragazzi”, alcuni a ben vedere piuttosto attempati, a cui in una recente intervista al Manifesto Sergio Cofferati intendeva passare la mano. Chiunque abbia fatto nella vita un po’ di movimento conosce bene queste trovate e non si sorprende.

Di sicuro l’ispirazione dell’appello non è unitaria. Infatti ribadisce l’impostazione con cui si è condotto improvvisamente alla rottura il “tavolo” che, dopo la sottoscrizione del documento NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA, avrebbe dovuto promuovere l’assemblea nazionale a gennaio.

L’iniziativa maldestra dà l’idea che, dopo aver cercato di mettere il proprio marchio sui processi unitari dall’alto della rappresentanza parlamentare e della visibilità mediatica con la kermesse al Quirino di Sinistra Italiana, ora si voglia mimare un processo costituente dal basso.

Noi ci siamo relazionati sempre con pazienza unitaria perché ormai non val neanche la pena di far polemiche nei confronti delle tempeste che si scatenano nel bicchiere sempre più vuoto della sinistra italiana, coscienti come siamo da lungo tempo che se non si dismettono nefasti vizi non si va da nessuna parte. Non basta un hashtag per mascherare una modalità molto vecchia di concepire la manovra politica.

Siamo ovviamente contenti che quella che è stata da anni la nostra proposta – il principio “una testa/un voto” – per un unità non verticistica della sinistra antiliberista e alternativa al PD sia la parola d’ordine e il cuore dell’appello.

Ne siamo talmente convinti che lo proponemmo il giorno dopo il risultato positivo dell’Altra Europa con Tsipras ma allora – e per lungo tempo – faceva venire l’orticaria in chi doveva gestire nelle regioni e in tanti comuni accordi col PD renziano e non voleva avere tra i piedi una partecipazione dal basso che avrebbe condotto inevitabilmente alla rottura col centrosinistro. Il nostro invito a costruire al più presto una “Syriza italiana” veniva giudicato prematuro e tale da creare divisioni nonostante l’Altra Europa avesse raccolto 40.000 adesioni in pochissimi giorni, centinaia di migliaia di firme per la presentazione delle liste e oltre il 4% dei voti. E’ forte la sensazione che fosse indispensabile far perdere passione e interesse per quel luogo unitario per poter lanciare con velleità egemoniche il proprio restyling, il nuovo format per le politiche.

Non ce la prendiamo quindi, ma avremmo preferito la convocazione di un’assemblea che fosse davvero di tutte e tutti, o almeno che coinvolgesse tutte le soggettività che avevano sottoscritto il documento NOI CI SIAMO che – ricordiamocelo sempre – comunque non esauriscono tutti i mondi della sinistra, delle lotte, dei movimenti, del conflitto sociale, del pensiero critico presenti nel nostro paese.

Proprio perché nell’unità ci crediamo abbiamo promosso in queste settimane la consultazione delle nostre iscritte e dei nostri iscritti che ha visto migliaia di iscritti di Rifondazione Comunista discutere e votare sul proseguimento del processo come delineato in quel documento che avevamo condiviso con Sel, Altra Europa, Possibile, Act, Futuro a sinistra e interlocutori come Cofferati.

Ci sono tante iniziative in corso e danno l’idea del fermento che c’è a sinistra anche se sentiamo l’urgenza che tutte queste energie si dirigano verso obiettivi e luoghi unificanti. C’è stata proprio nei giorni scorsi un’importante assemblea della Rete antiliberista e anticapitalista, ci sarà a gennaio un’assemblea promossa da Primalepersone. In precedenza Possibile ha tenuto la sua (ci scusiamo con tutti quelli che abbiamo dimenticato). Non è compito nostro impedire a Fratoianni di lanciare quella Sel 2.0 prefigurata l’anno scorso durante Human Factor o qualcosa del genere. Ci mancherebbe! Non si tratta però della “sinistra di tutte e di tutti” e non risolve il problema di costruire un’alternativa credibile al PD e alle politiche neoliberiste, una “casa comune” che anzi si allontana se qualcuno pensa di poter sussumere tutto lasciando fuori quasi tutti.

Noi ci siamo. E continuiamo a pensare che un processo unitario autentico sia fondamentale e che in tal senso l’Altra Europa rappresenti ancora l’esperienza più avanzata costruita in questi anni. Continueremo a insistere con determinazione.

P.S.: avevo appena finito di scrivere questa noticina che mi sono imbattuto nella rivendicazione di un “ragazzo” che ben conosciamo, Simone Oggionni, che conferma tutto quello che ho scritto.

www.rifondazione.it

RIFONDAZIONE E L’UNITA’ A SINISTRA: CIO’ CHE HA DETTO LA CONSULTAZIONE

RIFONDAZIONE E L’UNITA’ A SINISTRA: CIO’ CHE HA DETTO LA CONSULTAZIONE

di Ezio Locatelli*
I dati che emergono dalla consultazione delle iscritte e degli iscritti di Rifondazione Comunista, con i verbali fin qui arrivati, sono inequivocabili. La stragrande maggioranza delle compagne e dei compagni, il 71,4% di quanti hanno partecipato alle 462 riunioni, di Circolo o di più Circoli accorpati, che si sono tenute in tutta Italia, ha approvato la proposta avanzata a maggioranza dal Comitato Politico Nazionale imperniata sul rilancio di Rifondazione Comunista e sulla costruzione di un soggetto unitario della sinistra. Due facce di una stessa medaglia che parlano chiaro: nessuno scioglimento e nessuna chiusura autoreferenziale. La sinistra deve unirsi, costruire spazi politici e battaglie comuni, in alternativa al Pd, nel pieno riconoscimento delle culture plurali che la compongono.
Il testo sottoposto alla discussione parlava per l’appunto dell’impegno al rafforzamento e al rilancio di Rifondazione Comunista e di costruzione del soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista. Il testo in questione, con tutti gli aggiornamenti del caso, è stato  sottoposto ad una discussione allargata cui ha scelto di partecipare una parte significativa del partito, in specie quella costituita dal quadro più attivo e militante. Una partecipazione che non è per niente venuta meno con la rottura del tavolo di confronto nazionale operata dalle forze che hanno dato vita a Sinistra Italiana. Anzi è avvenuto il contrario, segno non solo del riconoscimento di fondo di una proposta politica ma della linearità di atteggiamento tenuto da Rifondazione Comunista. La nostra proposta di unità della sinistra non svanisce certo con l’interruzione del confronto al tavolo nazionale. In sintonia con quanto fatto in questi anni con l’Altra Europa vi è oggi più che mai la necessità di perseguire un disegno unitario e alternativo al Pd, sia a livello di progetto generale che a partire dalle elezioni amministrative, a Roma come a Milano, a Torino come a Napoli, così come nel resto del Paese.
Diciamolo pure con una punta di orgoglio. Quella che abbiamo messo in pratica con la consultazione è una forma di democrazia partecipata – il contrario delle forzature politiciste spacciate come innovazione politica – nella formazione degli orientamenti e delle decisioni che non ha raffronti in nessun’altra formazione politica. Sono ben oltre 5 mila le iscritte e gli iscritti che hanno preso parte attivamente al voto, oltre che alla discussione. Una partecipazione notevolmente superiore, più del doppio, rispetto a quella che c’è stata in occasione della consultazione per la lista l’Altra Europa con Tsipras. Allora i partecipanti furono 2441. Ovviamente la discussione andrà avanti tenuto conto anche che buona parte degli iscritti e iscritte al Prc-Se, in tutta una serie di realtà, deve ancora ritrovarsi. Andrà avanti chiedendo a tutte e tutti di stare al passo con avvenimenti e proposte varie, di starci con linearità e coerenza di pensiero, ma intanto va preso positivamente atto della buona partecipazione.
Una consultazione, sia detto, che è stata anche l’occasione per coinvolgere compagne e compagni che non fanno parte di Rifondazione i quali, in alcuni casi, si sono iscritti al partito. Segno che il partito come corpo collettivo c’è, partecipa, discute, aggrega con elementi in controtendenza rispetto ai processi di delega e di liquefazione che allo stato attuale caratterizzano le forme della politica. E lo fa, contrariamente a tante stupide distorsioni e caricature, con manifestazioni di apertura, di volontà unitaria, di generosità che sono risorse preziose, non un fardello di cui disfarsi, imprescindibili per qualsiasi progetto politico unitario di cambiamento. Davvero grazie alle compagne e ai compagni che hanno lavorato per questa espressione di democrazia.
*segreteria nazionale – responsabile organizzativo Prc-Se

. Circoli Verbali ISCRITTI 2015 COINVOLTI VOTANTI TOTALI % VOTANTI SU ISCRITTI (partecipazione) FAVOR. % FAV. CONTRARI % CONTR.
TOTALE NAZIONALE 462 12.216 5.185 42,4% 3.700 71,4% 1.175 22,7%

 

ASTENUTI % AST. NON PARTECIPANTI AL VOTO % NON PARTECIPANTI AL VOTO
TOTALE NAZIONALE 250 4,8% 60 1,2%

 

 

VERBALE CONSULTAZIONE SU RAFFORZAMENTO E RILANCIO PRC E COSTRUZIONE DEL SOGGETTO UNITARIO E PLURALE DELLA SINISTRA ANTILIBERISTA

VERBALE CONSULTAZIONE SU RAFFORZAMENTO E RILANCIO PRC E COSTRUZIONE DEL SOGGETTO UNITARIO E PLURALE DELLA SINISTRA ANTILIBERISTA

La consultazione delle iscritte e degli iscritti di Rifondazione Comunista che si è svolta dal 1 dicembre al 19 dicembre 2015 come da indicazione del Comitato Politico Nazionale in merito al testo:

“Il nostro obiettivo è mettere al centro, in continuità e in attuazione della linea politica stabilita al congresso di Perugia, la strada del rafforzamento e del rilancio del Partito della Rifondazione Comunista e della costruzione attraverso un processo unitario, partecipato e democratico, del nuovo soggetto della sinistra in Italia. Questo processo che vedrà una prima tappa positiva nella convocazione dell’assemblea del 15/17 gennaio 2016 convocata sulla base del documento “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” deve essere finalizzato a costruire un soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista, chiaramente alternativo al Pd e collocato in Europa nell’ambito del GUE e della Sinistra Europea”

Sulla base dei verbali pervenuti prende atto dei seguenti risultati:

RISULTATI PER REGIONE CONSULTAZIONE DELLE ISCRITTE/I del 1-19 dic. 2015

 

FEDERAZIONI –REG. Circoli Verbali ISCRITTI 2015 COINVOLTI VOTANTI TOTALI % VOTANTI SU ISCRITTI (partecipazione) FAVOR. % FAV. CONTRARI % CONTR.
TOTALE NAZIONALE 462 12.216 5.185 42,4% 3.700 71,4% 1.175 22,7%
VALLE D’AOSTA 1 19 11 58% 10 91% 0 0%
PIEMONTE 32 751 290 39% 240 83% 35 12%
LIGURIA 9 465 160 34% 92 58% 57 36%
LOMBARDIA 77 1.787 693 39% 524 76% 112 16%
VENETO 25 544 260 48% 208 80% 28 11%
FRIULI V. GIULIA 7 401 104 26% 73 70% 22 21%
TRENTINO A.A. 2 144 29 20% 26 90% 1 3%
EMILIA ROMAGNA 64 1.495 615 41% 326 53% 264 43%
TOSCANA 83 1.965 705 36% 423 60% 247 35%
MARCHE 8 232 113 49% 85 75% 24 21%
UMBRIA 22 622 376 60% 335 89% 22 6%
LAZIO 52 1.514 689 46% 447 65% 206 30%
ABRUZZO 6 292 86 29% 73 85% 9 10%
MOLISE 1 49 10 20% 8 80% 2 20%
CAMPANIA 22 476 191 40% 117 61% 43 23%
PUGLIA 14 554 355 64% 304 86% 40 11%
BASILICATA 1 18 10 56% 10 100% 0 0%
CALABRIA 9 231 110 48% 73 66% 32 29%
SICILIA 19 450 252 56% 213 85% 21 8%
SARDEGNA 7 166 110 66% 107 97% 1 1%
ESTERO 1 41 16 39% 6 38% 9 56%

 

FEDERAZIONI –REG. ASTENUTI % AST. NON PARTECIPANTI AL VOTO % NON PARTECIPANTI AL VOTO
TOTALE NAZIONALE 250 4,8% 60 1,2%
VALLE D’AOSTA 1 9%
PIEMONTE 15 5%
LIGURIA 11 7%
LOMBARDIA 46 7% 13 2%
VENETO 8 3% 16 6%
FRIULI V. GIULIA 9 9%
TRENTINO A.A. 2 7%
EMILIA ROMAGNA 24 4%
TOSCANA 35 5%
MARCHE 4 4%
UMBRIA 16 4%
LAZIO 36 5%
ABRUZZO 4 5%
MOLISE 0 0%
CAMPANIA 8 4% 23 12%
PUGLIA 11 3% 2 1%
BASILICATA 0 0%
CALABRIA 5 5%
SICILIA 12 5% 6 2%
SARDEGNA 2 2%
ESTERO 1 6%

 

A questi risultati potranno essere aggiunti i dati relativi a verbali ad oggi non ancora pervenuti relativamente a consultazioni già effettuate e i dati delle consultazioni previste e programmate entro e non oltre alla data di oggi.

 

Il gruppo di garanzia

Ezio Locatelli, Gianluca Schiavon, Sandro Targetti

Coadiuvato dal gruppo operativo

Stefano Galieni, Silvia Di Giacomo, Vittore Luccio

Sacrosanto sciopero alla Sevel di Atessa (Ch) contro il modello Marchionne

Sacrosanto sciopero alla Sevel di Atessa (Ch) contro il modello Marchionne

di Maurizio Acerbo e Marco Fars

La Sevel che antepone la saturazione dei propri impianti a costo anche di pericolosi ed eccessivi carichi per i lavoratori nonci stupisce ma ci indigna. Sono anni che insieme alla Fiom ed ai sindacati di base denunciamo la questione e cerchiamo di dare un contributo contro questa logica, con il sostegno alle lotte dei lavoratori, con mozioni a suo tempo approvate in consiglio regionale, con opuscoli che denunciano i rischi legati all’organizzazione del lavoro in Sevel disponibili sul nostro sito.

Viene da chiedersi: quando la Sevel sarà finalmente soddisfatta nello spremere i lavoratori? La risposta è facile: mai, perché questo è il suo modo di fare maggiori profitti e poco importa se questo comporta per i lavoratori rischi di stress, per la salute e riduzione dei tempi di vita da dedicare a sé stessi ed al riposo.
La riduzione di dieci minuti di pause per coloro che lavorano a turni, si aggiunge all’aumento dei carichi di lavoro con l’introduzione dell’organizzazione della produzione basata sull’Ergo-Uas e all’aumento degli straordinari.
Basti considerare che è stato calcolato come gli stabilimenti Fca che, come Sevel, hanno introdotto l’Ergo-Uas, hanno aumentato i ritmi di produzione dal 4 al 7%, che equivale ad un maggior lavoro per ogni operaio che va dai 18 ai 31 minuti nell’arco delle 8 ore. Ma tutto questo non sembra sufficiente all’azienda che decide, ora ed in maniera unilaterale, di tagliare la pausa. Pensate quanto ci guadagna Sevel da questa operazione e che gli operai, nonostante produzioni da record, potrebbero di nuovo ricevere dall’azienda un panino con la porchetta e compromissione della loro salute, mentre a dirigenti e capi vengono elargiti lauti compenti, fa molta rabbia.
Questa situazione, tra l’altro, restituisce il significato di flessibilità del lavoro tanto reclamizzato da Marchionne e dal suo compare, Matteo Renzi. Il Jobs act, infatti, va proprio nella direzione di generalizzare la possibilità, per il padronato, di spremere fino all’osso i lavoratori, senza alcuna redistribuzione dei profitti, ma socializzando i costi sociali. E’ oramai internazionalmente riconosciuto che i carichi di lavoro come quelli imposti in Sevel, sono cause di infortuni, malattie professionali e stress correlato al lavoro, con enormi costi sociali e umani.
Per questo facciamo appello ai lavoratori perchè si uniscano alla protesta ed alla lotta di Fiom e dei sindacati di base. Ne vale della loro salute e sta agli stessi lavoratori tutelarla, perchè nel caso un giorno dovessero ritrovarsi classificati come lavoratori con “ridotte capacità lavorative”, Sevel non si farebbe troppi scrupoli a lasciarli a casa perchè non adatti ai carichi di lavoro ed alla fame di profitto aziendale.

Maurizio Acerbo, segreteria nazionale PRC

Marco Fars, segretario regionale PRC

Pavia: musica per il Kurdistan

Pavia: musica per il Kurdistan

Musiche per il Kurdistan
martedì 22 dicembre 2015 – ore 21.00
Santa Maria in Gualtieri – Pavia
Cari Amici,
Sono felice di invitarvi al concerto che terrò con il mio gruppo Punti Critici martedì 22 Dicembre a Santa Maria Gualtieri, alle ore 21.00 in Pavia.
Dedicheremo un’ora di musica contemporanea a sostegno degli esuli curdi.
La Onlus Verso il Kurdistan di Alessandria si occupa di raccogliere i fondi e destinarli ad Asem, un’associazione di volontari francesi che opera nel quartiere di Kunkapi ad Istanbul.
Sono stato contattato direttamente dalla responsabile di Asem che mi ha confermato la loro attività e la collaborazione con Verso il Kurdistan. Vi allego la mail per conoscenza.
Ritengo personalmente che sotto Natale il regalo più bello che possiamo fare è contribuire al sostegno di un popolo che fin dall’inizio si è opposto con tutte le forze all’avanzata dell’ISIS.
Il concerto sarà ad offerta libera, ma invito anche chi non possa venire al concerto di contribuire versando quanto ritiene giusto alla ONLUS Verso il Kurdistan. Le spese del concerto
saranno sostenute da loro con una percentuale sul ricavato.
Con il vostro sostegno sarà inoltre possibile per il mio gruppo organizzare altri concerti di questo genere in futuro e accrescere la nostra attività musicale e di attivismo politico.
Colgo l’occasione per farvi i miei più sinceri auguri di Natale.
Martino Panizza

Musica per il Kurdistan
Martedì 22 Dicembre 2015 h. 21.00
Santa Maria in Gualtieri, Pavia
Punti Critici
Martino Panizza, arpa
Paolo D’Aloisio, sassofono
Alessandro Emmi, chitarra
Massimo Palmirotta, batteria
https://www.facebook.com/events/1529012744081439/
Dei fondi raccolti, una percentuale sarà devoluta
ai musicisti per l’organizzazione del concerto
http://versoilkurdistan.blogspot.it/
Asem
Asemistanbul.org
IBAN: IT61 U033 5901 6001 0000 0111 185
intestato a: Associazione verso il Kurdistan-Onlus.
Causale “Punti Critici – contributo volontario ”
per avere detrazioni scali
Verso il Kurdistan Onlus, Alessandria
contatti
martino.panizza@gmail.com

GENDER: TANTO RUMORE PERCHE’? LA MOZIONE DELLA LEGA NORD DI MORTARA

GENDER: TANTO RUMORE PERCHE’? LA MOZIONE DELLA LEGA NORD DI MORTARA

Gender? Tanto rumore, perché? E’ surreale l’iniziativa della lega nord che, come abbiamo appreso, ha presentato una mozione al consiglio comunale di Mortara dal titolo “educazione sessuale e contrasto alla diffusione della teoria gender nelle scuole di Mortara”, purtroppo votata all’unanimità.
Facciamo rilevare subito che la cosiddetta “teoria gender” è una patacca che non trova riscontro tra coloro che lavorano nella scuola. La competenza del piano offerta formativa (pof) è di esclusiva competenza del collegio docenti che lo sottopone al consiglio d’istituto nei modi e nei tempi previsti. Ciò detto, riteniamo la mozione del consiglio comunale che impegna il sindaco e la giunta comunale a mettersi di traverso in materie non di loro competenza, un intervento a “gamba tesa”, una indebita ed inopportuna ingerenza dal sapore retrogrado, negazionista ed oscurantista. Appare evidente la strumentalizzazione della Lega Nord anche su questo tema, come sulla religione. D’altra parte sappiamo che di divisioni si nutre il suo elettorato, i fini elettoralistici sono prioritari, anche dell’istruzione dell’università e della ricerca (Miur), dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, con circolare del 15/09/2015” protocollo AOODPIT n.1972 con oggetto: “chiarimenti… all’art.1 comma 16 legge 107/2015” (che invitiamo tutti i votanti la mozione a leggere attentamente) così recita: “la finalità… quella di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti… entro la quale rientrano la promozione dell’autodeterminazione consapevole e del rispetto della persona… l’educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione”.
Sono parole di normale buon senso, non rivoluzionarie, certo che i leghisti e gli altri consiglieri fanno fatica a capire. Contestare parole e concetti che impegnano la scuola di ogni ordine e grado ad insegnare ed a educare il NO alle discriminazioni significa oggettivamente fornire sponda al bullismo e all’intolleranza. Dal consiglio comunale, in primis, ci si aspetta e sarebbe indubbiamente auspicabile, voti e incitamenti contro ogni forma di violenza anche psicologica, contro l’omofobia, contro le differenziazioni, tutte cose che spesso hanno conseguenze drammatiche. Respingiamo decisamente e con sdegno la “caccia alle streghe” promossa dalla Lega Nord e fa specie che si siano accodati a questo atteggiamento anche i consiglieri dell’opposizione compresi quelli del Pd. Il consiglio comunale di Mortara, invece di agitare questioni inesistenti, si preoccupi dei problemi veri della scuola. In consiglio siedono anche qualificanti esponenti di questo mondo, c’è spazio per un’opposizione che non sia di “sua maestà”.

Facciamo qualche esempio:
1. La mensa delle scuole di piazza Italia, costruita male a suo tempo, nonostante spese aggiuntive, non è idonea per   essere usata come momento educativo dato il livello di rumore persistente.
2. Le tariffe per usufruire della mensa stessa sono ritenute alte e la qualità del cibo non eccellente.
3. Gli scuolabus sono pochi e malandati, si guastano e causano immancabilmente disagi e ritardi.
4. Le scuole medie hanno locali soggetti ad infiltrazioni d’acqua, hanno problemi di sicurezza, ma la giunta, pur informata, non dà nessuna risposta. L’assessore competente è in tutt’altre faccende affaccendato.
Potremmo continuare, ma costatiamo che sindaco, giunta, consiglieri di maggioranza e , purtroppo, anche d’opposizione preferiscono, perché è molto più comodo, agitare bersagli fittizi, sui quali non hanno potere, piuttosto che affrontare i veri problemi scolastici.

GIANNI DE PAOLI, segretario del circolo “A. Mascherpa”
del Partito della Rifondazione Comunista di Mortara.

12/17/2015

Per Cossutta

Per Cossutta

di Maria Rosa Calderoni

Addio, Armando. In silenzio, appartato, fuori dal gorgo, se ne è andato a 89 anni, circondato da quella sua famiglia che aveva amato moltissimo. Se ne è andato con la discrezione che ha caratterizzato la sua vita personale. Armando Cossutta, una figura storica del comunismo italiano.

Partigiano, dirigente nazionale del Pci, tra i fondatori di Rifondazione comunista e del Pdci. Comunista per sempre. E infatti volle dirlo alle ultime elezioni, quando votò Pd: <L’ho fatto da comunista>. Iscritto dal 1943, nel Pci percorse tutto intero il cursus honorum. Da subito collaboratore dell’organo del Partito, l’Unità; ininterrottamente parlamentare dal 1972 al 2008, molti furono gli incarichi da lui ricoperti nel Pci: consigliere comunale a Milano; segretario regionale della Lombardia,  membro della Direzione e della Segreteria nazionale.

Aveva un peso, Armando Cossutta. Allora, a “quel” tempo, c’erano gli amendoliani, i berlingueriani ed ebbene sì, i cossuttiani. Cioè i comunisti “duri e puri”, quelli che si ostinavano a voler vedere nell’Urss “lo Stato guida”. I bolscevichi italiani, gli antirevisionisti senza dubbi. E perciò fu lui, l’Armando, a dire no, con ribellione aperta e appassionata, al Berlinguer che, nell’81, l’anno drammatico della rivolta polacca, arrivò alla fatidica scomunica, quella che proclamava: <La spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre si é esaurita>. Fu un suo articolo, rimasto celebre, ad aprire il dibattito, forse il più aspro, dentro il Pci, il dibattito dello “strappo”.

Filosovietico per antonomasia. Ma non succube, anzi; lo fu da “comunista italiano”, attento, informato, disciplinato ma aperto. E anche capace, proprio di fronte ai sovietici ed ai loro alleati, di difendere le scelte di politica interna ed estera del PCI; e anche capace di condannare l’invasione di Praga: <I confini degli ideali socialisti non collimano con quelli degli stati socialisti”>.

Ebbene sì, il bolscevico Cossutta considerava l’Unione Sovietica un progetto incompiuto, non replicabile, ritenendo, con Luigi Longo, che <ogni testo deve essere calato in un contesto>.

Ebbene sì. Il boscevico Cossutta era sì custode geloso della “diversità” e degli ideali del Pci, ma altresì ben consapevole delle ragioni del compromesso storico e persino dell’unità nazionale. Ciò che non potè mai accettare fu quella deriva politica ed ideologica che lui definì (profeticamente…) “mutazione genetica”. E fu lui, allora, a fare “lo strappo”.

Filosovietico disciplinato, tuttavia spezzò la liturgia ribellandosi alla indicazione del partito favorevole all’adesione del’Italia alla prima guerra del Golfo. E ribellandosi alla Bolognina, la scena del misfatto: il luogo del cambio del nome, ma soprattutto il simbolo della perdita dell’anima e della storia comunista.

E fu Rifondazione Comunista. Orgoglio, entusiasmo, una immensa bandiera rossa portata per le strade di Roma; sì, Rifondazione nacque sotto una buona stella e con begli auspici. Lui scelse di non ricoprire il ruolo di Segretario, non voleva che il suo nome e la sua storia potessero fare veto a quella sinistra dispersa che lui voleva riunire. Tenere insieme.

E infatti ci riuscì. Tenne insieme decine di migliaia di militanti che, dopo la fine del PCI, avevano perso il punto di riferimento di tutta la vita. Si ribellò al ferale “rompete le righe”, parola d’ordine del tempo. Rifiutò l’abiura proposta dal Pensiero unico trionfante.

Fu Rifondazione Comunista. Non é questo il momento di ripercorrere le tappe dell’ormai venticinquennale storia del Prc. Molta acqua e diversi segretari, anche varie scissioni, sono passati sotto i nostri ponti.

Quando Cossutta decise, quasi a sorpresa, di offrirgli il ruolo di segretario, Fausto Bertinotti era iscritto al Prc da nemmeno un anno; e fu in quel momento che proprio lui, che l’aveva fondata, deluse Rifondazione. Perché non furono pochi i circoli che proposero – e votarono- una mozione cosiffatta: “Non può essere eletto segretario chi non e iscritto al partito da almeno due anni”…

Ci furono delle conseguenze, come si sa. Compresa la scissione, forse la più dolorosa della sua vita. E dopo venne il Pdci; dopo la rottura con Diliberto; e dopo ci fu lo straordinario fatto che Armando Cossutta, eterno uomo di partito, rimase senza partito. Mai più tessera, non volle più averne una. Tranne quella dell’Anpi, di cui fu vicepresidente nazionale.

Visse felice con la sua Emy, settant’anni insieme, fino a quando, nell’agosto scorso, la morte non gliela strappò. Visse felice coi tre figli e i quattro nipoti intorno.

Addio, Armando. Un comunista.

Quale unità per la sinistra

Quale unità per la sinistra

di Ezio Locatelli*

Tutto ciò che politicamente si sposta a sinistra, in controtendenza col pensiero unico dei centri di potere dominante, in una certa qual misura rappresenta un fatto positivo. I parlamentari di Sel e quelli fuoriusciti dal Pd, dopo aver dato vita ad un unico gruppo parlamentare, sono per fare un loro partito? Bene, a cominciare dal fatto che i parlamentari in questione riconoscono che “il centrosinistra con il Pd di Matteo Renzi non è (non è più) un terreno praticabile”, che quelle di Renzi sono controriforme “incompatibili con le ragioni della sinistra”.. Invece non va bene, anzi è sbagliato, che il nuovo partito nasca disattendendo l’impegno assunto riguardo alla costruzione di uno spazio comune. Non va per niente bene che il nuovo partito della sinistra italiana nasca con un’idea esclusivista, totalizzante, di “delegittimazione” – è proprio detto così in un documento – delle culture plurali che compongono ora il quadro composito delle forze di sinistra.

C’è, in tutta evidenza, un problema di riconoscimento del campo variegato della sinistra. A nessuno – associazione, sindacato o forza politica che sia – può essere preordinato di rinunciare alla propria impostazione o prospettiva politica. Ciò che vale per Sel o i fuoriusciti dal Pd o per altri ancora perché mai non dovrebbe valere per noi? Nel nostro dirci comunisti , associati come tali, non ci sentiamo per niente passatisti, conservatori. Si fa troppo ricorso anche a sinistra a caricature che derivano da falsificazioni e distorsioni proprie del pensiero unico. Ci sentiamo pienamente contemporanei, portatori di un pensiero critico e di una pratica della trasformazione che ha molto da dire sul mondo di oggi, sul disastro del capitalismo, sulla necessità di un cambiamento sociale. Ebbene sì, siamo comunisti e al tempo stesso unitari. Per questo non c’è da parte nostra accettazione o rassegnazione alcuna al fatto che il nostro Paese sia pressoché l’unico in Europa che non abbia in campo, in opposizione alle politiche di guerra e di austerità, una grande forza di sinistra antiliberista.

Per capire come muoversi, bisognerebbe tenere maggiormente in considerazione le esperienze europee e latinoamericane basate su percorsi di condivisione di impegni e obiettivi comuni, sulla valorizzazione degli apporti plurali. Bisognerebbe avere maggiore conoscenza di queste esperienze che invece che avere in capo l’immediatezza deformante e irrealistica di partiti unici. Sottolineo: irrealistica. E’ un po’ come volere mettere il carro davanti ai buoi. Non c’è nessuna aggregazione, casa comune a sinistra, che possa dirsi tale sulla base di scorciatoie burocratiche, politiciste volte a imporre una “reductio ad unum”. E ancora. Non c’è nessuna aggregazione o partito della sinistra che possa cambiare alcunché stando nel cielo della politica. La sinistra vive di conflitto, della costruzione di unità popolare. Senza la riscoperta di questo piano basilare d’impegno non c’è rinascita della sinistra, soprattutto non c’è possibilità alcuna di modificare, nella sostanza, i rapporti sociali.

Ma forse il problema non è di mancato riconoscimento delle forze in campo o d’insufficiente conoscenza di esperienze organizzative, quanto di nodi politici ancora irrisolti. L’idea, per il nascente partito della Sinistra Italiana, di stare più in un rapporto di competizione che di alternativa al Pd, l’idea di poter riesumare l’Ulivo o un centrosinistra rinnovato – idea questa sì passatista – “battendo il renzismo” come se il problema fosse “il centrosinistra con il Pd di Renzi” e non l’omologazione di un partito e di un’intera classe politica di governo. Una classe politica, sia detto con chiarezza, che porta appieno la responsabilità del sovvertimento, in senso regressivo, della condizione materiale e delle regole democratiche del nostro Paese.

La situazione, certamente, è complessa. Tuttavia in questa fase di profondissima transizione nulla va dato per scontato e definitivo. Per quanto ci riguarda più direttamente dobbiamo rifuggire dal rischio di rispondere alle difficoltà che ci sono rinchiudendoci in casa o scegliendo la dimensione di piccola nicchia. I comunisti e le comuniste, come tali, a fronte di un’offensiva neoliberista contro diritti sociali e contrattuali dei cittadini e dei lavoratori, a fronte di una degenerazione plebiscitaria e autoritaria della democrazia, stanno innanzitutto sul terreno della ricostruzione democratica. Una ricostruzione sociale e politica che, al di là degli elementi di difficoltà, va attivamente perseguita, incalzata a partire dai territori. La crisi e la ripresa di scontro sociale, nei tempi prossimi, contribuiranno a far uscire la sinistra, che vuole tornare a fare la sinistra, da operazioni di piccolo cabotaggio.

*responsabile organizzativo-segreteria nazionale Prc-Se

PRC/SE – Lombardia: Sostegno convinto allo sciopero dei medici contro la distruzione della sanità pubblica

PRC/SE – Lombardia: Sostegno convinto allo sciopero dei medici contro la distruzione della sanità pubblica

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA / SINISTRA EUROPEA
LOMBARDIA

MILANO 15 – dicembre – 2015

COMUNICATO STAMPA

PRC/SE – Lombardia: Sostegno convinto allo sciopero dei medici contro la distruzione della sanità pubblica.

Il PRC/SE della Lombardia condivide pienamente le ragioni della lotta dei medici ospedalieri e sostiene lo sciopero del 16 dicembre indetto da tutte le sigle sindacali della categoria.
Il governo neoliberista di Renzi persegue anche nella sanità lo smantellamento progressivo del pubblico e la fine dell’universalità dei diritti prevista dalla Costituzione.
Il taglio continuo delle risorse, il blocco del contratto, il mancato rinnovo del turno over e l’aumento del precariato, la restrizione burocratica delle prescrizioni per analisi ed esami tendono a impoverire sempre più la sanità pubblica e a ridurre progressivamente lo spazio dei servizi pubblici a vantaggio dei privati.
Non siamo di fronte solo all’ennesimo attacco ai diritti e alla dignità dei lavoratori, oramai in gioco è il diritto alla salute, la vita stessa delle persone, sempre più discriminate nell’accesso alle cure in base alla classe di appartenenza.
E’ impressionante anche nell’eccellente Lombardia il numero di malati che non si curano per problemi economici, di pazienti che vengono dimessi dagli ospedali ancora bisognosi di cure, mentre i ticket e tempi d’attesa lunghissimi colpiscono in modo inaccettabile le fasce più deboli, i lavoratori e i pensionati.
Il PRC sostiene questo sciopero ed è impegnato ad unificare le lotte di tutti i lavoratori pubblici e privati contro le privatizzazioni e lo smantellamento del ruolo pubblico nella tutela dei diritti costituzionali.

Venezuela, noi E LA DEMOCRAZIA

Venezuela, noi E LA DEMOCRAZIA

Venezuela, noi E LA DEMOCRAZIA

Por: Fidel Díaz Castro

7 diciembre 2015

Venezuela ha dimostrato ieri –al contrario di quanto si è canonizzato- che non esiste democrazia con l’economia ed i mezzi di comunicazione in mani private. È deplorevole, ma una rivoluzione sociale non può avanzare con il potere reale in mano all’oligarchia.

Con i mezzi di comunicazione ed i poteri economici contro, è impossibile fare avanzare un governo che favorisca il popolo. Sono finiti i tempi in cui prendevamo di sorpresa la destra e specialmente l’impero yanqui, che aveva il suo cortile di casa quasi alla deriva; ora ovviamente stanno rafforzando il loro accerchiamento al Sud.

La cosa peggiore della sconfitta di ieri della Rivoluzione bolivariana, non è neanche la sconfitta nelle urne, così schiacciante, il che era abbastanza prevedibile. Ma è il discorso della sinistra che fa il gioco dei concetti che ci impongono i grandi circuiti globali, ripetuti come pappagalli, come ad esempio il concetto di democrazia così come la intende l’impero.

Ripetiamo schiamazzando che ha vinto la democrazia, quando in realtà quello che si è dimostrato è che è impossibile esercitare la democrazia; la democrazia elettoralista serve solo alla destra, la sinistra in questo modo non può governare, in mezzo a un mare di poteri forti economici e mediatici in mano ad una minoranza anti-democratica.

Nel nostro telegiornale della mattina, il nostro inviato a Caracas ha detto che il popolo aveva usato il voto castigo contro la gestione economica di Maduro. E lo stesso Maduro si trova sotto la pressione di quelle idee che gli impongono di riconoscere di non essere stato efficace, mentre la realtà è che non si può essere efficaci quando i poteri economici lanciano una guerra aperta e la colpa la pagano le vittime dell’attacco. Come governare contro l’oligarchia nazionale ed internazionale (unita, come sognò Marx per i proletari del mondo) ?

Il voto non è stato di castigo contro una gestione deficiente, ma è stato un voto di salvezza teorica, di sollievo di fronte ad un’angustia prolungata nella vita quotidiana del venezuelano; Maduro non ha avuto una gestione deficiente, bensì una impossibile.

La macchina mediatica internazionale dà la colpa a Maduro, al suo governo, incluso lo contrappone a quello di Chávez, cercando di farci credere che questo governo è un’altra cosa, e che Maduro o è un villano o un incapace, quando in realtà lo scontro è stato titanico.

Non sono neanche sicuro del fatto che con Chávez i risultati sarebbero stati diversi. Al non essere molto più radicali nelle misure, il che è difficile con le regole del gioco imposte, come impedire a mezzi di comunicazione feroci di tergiversare, disinformare, calunniare, senza pietà né etica? Come controllare una economia il cui potere è dell’oligarchia? Come poter affrontare quella situazione economica se tra l’altro gli organismi economici internazionali sono parte del gioco?

Ci saremmo voluti rallegrare del fatto che le elezioni si svolgessero in piena calma, senza violenza, ma per me – purtroppo – era solo un cattivo sintomo. Le elezioni si svolgevano in pace perché l’opposizione sapeva di avere grandi possibilità di vincere. La campagna per non riconoscere i risultati, ed organizzare la violenza nelle strade, l’ha fatta da padrone per raggiungere il suo obiettivo, la paura.

Salvo chi ha maggiore coscienza, qualsiasi cittadino che da mesi fa code infinite, che vede i prezzi andare alle stelle, e vede sparire alcuni alimenti e a cui in più promettono giorni di forte violenza in caso di vittoria del chavismo, è chiaro che vota contro, per vedere se arriva un po’ di pace nella sua vita.

E’ questa la democrazia? Dover votare non per un progetto, ma per la paura di quello che sta succedendo in base alla guerra dell’opposizione ?

Alla TV Telesur in piena incertezza in attesa dei risultati, una sociologa ecuadoregna, ha iniziato a mettere in discussione le rivoluzioni che stiamo facendo nel continente, in quanto logorate e obbligate a rimettersi in discussione, il che mi sembra giusto come principio. Ma quando ascoltavo le sue argomentazioni, non appariva da nessuna parte la ingovernabilità a cui stanno sottoponendo le sinistre, con una campagna molto ben orchestrata a livello continentale. E sappiamo bene chi dirige questa sinfonia, i padroni del Nord.

Tutto ci viene presentato come se i governi di sinistra siano anchilosati, che in teoria debbano prefiggersi nuove mete, e una viabilità economica. Non scarto gli errori, né i ritardi nei piani, o la necessità di cercare nuove vie. Però l’essenza del problema non sta nei difetti della sinistra, ma nell’accettare le regole del gioco delle destre –nazionali e globali- che hanno rafforzato l’accerchiamento. Il che non permette di avanzare nei progetti e ci obbliga a dedicare la maggior parte del tempo a spegnere gli incendi che impongono grazie alla loro alleanza con gli Stati Uniti.

“Russia today” denunciava gli stanziamenti di 18 milioni di dollari di finanziamento degli Stati Uniti per la guerra contro il Venezuela, 3 dei quali specificamente per le elezioni, insieme al sabotaggio economico, alla guerra mediatica. E noi chiamiamo l’effetto di tutto ciò, democrazia.

(Fonte La Pupila Insomne)https://lapupilainsomne.wordpress.com/2015/12/07/venezuela-nosotros-y-la-democracia-por-fidel-diaz-castro/

PRESEPI, GENDER E L’ASSESSORE TARANTOLA DI MORTARA

PRESEPI, GENDER E L’ASSESSORE TARANTOLA DI MORTARA

PRESEPI, GENDER E L’ASSESSORE TARANTOLA DI MORTARA

GIUSEPPE ABBA’ *
Avendo saputo dell’iniziativa dell’assessore Tarantola sui presepi a scuola, mi esprimo su “presepi, gender” e qualche altra divagazione.
“O presepe…, o presepe” continuava a ripetere il personaggio di “Natale in casa Cupiello” /Edoardo De Filippo). Tarantola non è paragonabile a questo grande uomo di teatro, ma prova a scrivere alle scuole richiedendo di allestire presepi e, addirittura, di “inserire nelle recite i simboli della cristianità”.
Penso che non ci sia nulla di male a parlare delle varie tradizioni religiose, non solo cristiane, ma anche di altre religioni. Aggiungo che non sarebbe male neanche parlare del fenomeno religioso inserito nei vari contesti storici e delle concezioni filosofiche non religiose.
Ad esempio domandiamoci: come mai Gesù bambino è stato soppiantato da Babbo Natale la cui figura attuale è stata realizzata negli anni ’30 per la pubblicità della Coca-Cola?
Evidentemente perché, più forte delle credenze religiose e alla base della concezione del mondo delle varie società, c’è sempre il modo di produzione. All’attuale società capitalistica è più funzionale il consumismo di babbo Natale che la capanna di Gesù bambino. Ma queste sono divagazioni di un vecchio marxista e non credente che comunque non ha avuto difficoltà ad aiutare, a suo tempo, i propri figli a costruire il presepio.
Il problema, però, non sono i presepi in quanto tali. La questione sta nel fatto che, secondo una concezione francamente totalitaria, un assessore si arroga la facoltà di “dettare legge alle scuole”.
Questo interesse a diffondere i valori cristiani da parte dei leghisti non ha nulla a che fare con la religione, ma, banalmente, con la politica. I leghisti, come è noto, non nascondono affatto di perseguire alcuni obiettivi politici, prima di tutto quello di alimentare lo scontro tra etnie e le religioni contemporaneamente propagandare la chiusura ai profughi (che, tra l’altro, fuggono perché perseguitati dall’Isis o perché vittime delle varie guerre e dalla fame).
Per questo l’interesse degli esponenti leghisti verso simboli cristiani serve solo a cercare di utilizzare la religione per il raggiungimento dei lori scopi, come fu nel passato la polemica sui crocifissi. E’ vero che l’ideologia cristiana, come tutte le ideologie, è stata usata per scopi molto diversi e contradditori, ma penso che oggi, soprattutto per le posizioni di papa Francesco, la chiusura leghista verso i profughi e i migranti non ha nulla a che fare con i valori cristiani e umani.
Secondo il Vangelo, Giuseppe, Maria e Gesù furono dei profughi. “Essi erano partiti (i Re Magi), quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta lì finche non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” (Vangelo secondo Matteo 2:13).
Mettiamo al posto di Erode gli attuali esponenti dell’Isis o dei regimi feudali del Medio oriente e al posto dei Romani gli attuali imperialisti occidentali e comprendiamo che in duemila anni, purtroppo, poco è cambiato nel mondo a causa del prevalere di regimi oppressivi e di feroci classi dominanti dai quali fuggono i profughi. Per questo parlare di presepi e, nel contempo, cercare di chiudere la porta in faccia a chi ci chiede aiuto è una grave contraddizione.
Per quanto riguarda la teoria del “gender” contro la quale si scaglia, strumentalmente la propaganda leghista: mi sembra assurdo e anche pericoloso, visti i recenti fatti di cronaca, l’omofobia, ecc, contestare concetti che dovrebbero diffondere il no alle discriminazioni di carattere sessuale.
*GIUSEPPE ABBA’, Segretario Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Pavia

13 dicembre 2015

Banche, Ferrero: «La speculazione è come l’Isis, solo che è legale!»

Banche, Ferrero: «La speculazione è come l’Isis, solo che è legale!»

di Paolo Ferrero –

Voglio innanzitutto esprimere alla moglie di Luigino D’Angelo il cordoglio mio e del Partito della Rifondazione Comunista. Il suicidio del signor D’Angelo è il frutto drammatico di un sistema criminale che opera legalmente nel nostro paese e in tutto il mondo e si chiama speculazione finanziaria: la speculazione è come l’ISIS, opera semplicemente con altri mezzi che sono stati legalizzati. Così i ricchi continuando ad aumentare le loro ricchezze e la gente normale viene truffata legalmente e ridotta sul lastrico come nella vicenda delle banche in questione. A Renzi diciamo che non basta il “ristoro”, lo stato deve indennizzare completamente i piccoli risparmiatori rovinati da questa “truffa legalizzata”. Inoltre occorre tornare immediatamente alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari, quella separazione abolita nel 1993 sotto la guida di Mario Draghi.

RICORDARE LE STRAGI DI IERI, FERMARE LE GUERRE DI OGGI

RICORDARE LE STRAGI DI IERI, FERMARE LE GUERRE DI OGGI

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Il 12 dicembre 1969, una bomba scoppiava in Piazza Fontana. Una bomba, che facendo 17 morti e decine di feriti unita alla morte di Giuseppe Pinelli assassinato tre giorni dopo nella Questura di Milano, inaugurava la “Strategia della Tensione”, ovvero la costruzione sistematica di paura volta a criminalizzare i movimenti sociali e le richieste di diritti e libertà che in quegli anni riempivano le strade.

Oggi, 46 anni dopo, vediamo come, in Italia e in altre parti del mondo, la strategia della paura, della criminalizzazione verso chi pretende diritti per un futuro e una vita migliore, non sia cambiata: dalle piazze xenofobe di Salvini & co, ai muri di Orban, alle sparizioni forzate in Messico, alle stragi ad Ankara, Suruç e Dyarbarkir.
Come 46 anni fa, i poteri politici, economici e militari hanno tutto l’interesse a bloccare ogni spinta e autorganizzazione dal basso che metta ulteriormente in crisi un modello economico globale basato sulle speculazioni, l’espropriazione di terre e diritti, lo sfruttamento di miliardi di persone e territori in tutto il mondo. Oggi come ieri, ciò che vediamo attuarsi non è altro che uno status quo che cerca di rimanere inalterato: alle destabilizzazione di intere aree del pianeta fatta dalla speculazione economica e dai bombardamenti della guerra di turno, si risponde con nuove guerre e vendite di armamenti; alle lotte dei contadini e delle popolazioni locali per l’autodeterminazione dei territori si risponde con il landgrabbing, l’espropriazione di terre, le coltivazioni terminator, lo sfruttamento; a quante e quanti si spostano dalle loro terre alla ricerca di un futuro più degno, rivendicando un diritto alla mobilità che sia di tutte/i a prescindere dal passaporto, si risponde con muri, eserciti alle frontiere e respingimenti… quando non direttamente con il bombardamento dei barconi.

Oggi la tensione e la paura sono esportate a livello globale per coprire la crisi economica che il neoliberismo stesso ha creato e per cui adesso cerca nuovi capri espiatori: diventano così il nemico da additare i kurdi in Turchia che combattono contro una discriminazione decennale e la repressione del governo Erdogan, i Palestinesi adesso colpevoli addirittura (in una totale riscrittura della storia) di aver istigato la Soluzione Finale di Hitler e l’Olocausto, mentre nelle strade della “democratica” Europa continua la caccia al migrante, all’uomo nero accusato di “rubare la casa e il lavoro”, alimentando così la guerra tra poveri.

Ancora, a 46 anni di distanza, vediamo come anche gli attori non siano poi molto cambiati: nel 1969 i fascisti armati da CIA e servizi segreti con la complicità della Democrazia Cristiana, oggi sempre i fascisti che siano di Casapound o della Lega di Salvini in Italia, del Front National della Le Pen in Francia, di Alba Dorata in Grecia, quando non sono direttamente coinvolti nel governo come in Ungheria, Polonia, Austria…

Lo stesso vale anche per il Medio Oriente e il Nord Africa, dove i servizi segreti di mezza NATO e le petromonarchie del golfo loro alleate hanno finanziato organizzazioni come Daesh e Al-Nusra per anni, armandoli, addestrandoli e utilizzandoli per i propri fini, salvo poi dover fare i conti con le mostruosità prodotte, come ha ricordato la strage di Parigi.

L’Europa bombarda in Africa e Medio Oriente da decenni e oggi si arma per difendere le proprie frontiere dai migranti che essa stessa ha contribuito a creare. Pur di fermare con ogni mezzo chi scappa da guerra e miseria, l’Europa cerca l’accordo con governi come quello di Erdogan, che Daesh non l’ha mai combattuto, ma in cambio bombarda i curdi che lottano contro Daesh.

Ricordare la Strage di Piazza Fontana, oggi come ieri, non è un semplice esercizio di memoria. È una scelta partigiana, di rifiuto della paura e della guerra tra poveri che ci vengono proposte, e di lotta per i diritti, per un futuro degno, libero e sostenibile per tutte e tutti.

Rifiutiamo la retorica del mostro sbattuto in prima pagina: ricordiamo bene Valpreda e Giuseppe Pinelli, il primo rimasto in galera innocente per anni, il secondo assassinato nei locali della Questura di Milano la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969.
Ricordiamo anche Saverio Saltarelli ucciso un anno dopo mentre manifestava per affermare che Piazza Fontana fu una strage di Stato e che Pinelli era stato assassinato.

Scegliamo di essere ancora oggi nelle strade e nei quartieri della nostra città, tessendo reti solidali, antirazziste ed antifasciste; scegliamo di essere complici con quante e quanti in ogni angolo del globo resistono alla paura, alle speculazioni, alle dittature, alle guerre, proponendo pratiche di organizzazione dal basso, pratiche che rifiutano ogni confine, sia esso fisico o mentale.

Licia Pinelli
Pia Valpreda
Claudia Pinelli
Silvia Pinelli
Memoria Antifascista
Ponte della Ghisolfa
Comunità Curda Milanese
Rete Kurdistan
Partigiani in Ogni Quartiere
ZAM Zona Autonoma Milano
Csoa Lambretta
CS Cantiere
Soy Mendel
Sinistra Anticapitalista – Milano
Partito della Rifondazione Comunista – Fed. Di Milano
Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre
Amici e Compagni di Luca Rossi
Associazione Amici e Familiari di Fausto e Iaio
Associazione Per Non Dimenticare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi
Associazione di Amicizia Italia – Cuba
Teatro della Cooperativa
Zona 3 per la Costituzione
CASC Lambrate
Rete Studenti Milano
Collettivo Bicocca
Collettivo Universitario the Take – CUT
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi – CCS
LUME
Dillinger Project
Rojava Calling Milano
Spazio di Mutuo Soccorso – SMS
Comitato Abitanti San Siro
Adesso Basta
Fronte Palestina di Milano
PRC sez.Casaletti di Paderno Dugnano
Redazione di Lotta Continua
SI Cobas
Rete della Conoscenza
Unione degli Studenti
Link – Sindacato Universitario
ACT Milano
Fronte Popolare
Centro Culturale Concetto Marchesi
ANPI Crescenzago
ANPI Assago
Comitato NO Muos milano
Parallelo Palestina
Associazione antirazzista Le Radici e Le Ali
Sondrio Antifascista
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito
Sestodemocratica
Collettivo Berchet
Rete Milano senza frontiere
L’Altra Europa con Tsipras
Partito Comunista dei Lavoratori
Casa Rossa Milano
Comitato Contro la Guerra Milano
Circolo ARCI 26×1 – Offensive democratiche
ARCI area Carugate
Associazione ARCI Ponti di Memoria
Martesana libera e antifascista
Partito Comunista d’Italia – Milano
Azione Civile Nazionale
Azione Civile Lombardia
Azione Civile Milano
Ross@ Milano
COSP – Collettivo Scuola Pasolini
Chiesa Pastafariana Italiana
Coalizione Sociale Milano
Associazione Culturale Punto Rosso
Libero Spazio Micene

Contributo della sezione di Rifondazione Comunista di Casorate Primo in occasione della consultazione nazionale

Contributo della sezione di Rifondazione Comunista di Casorate Primo in occasione della consultazione nazionale

Contributo della sezione di Casorate Primo in occasione della consultazione nazionale

La fase attuale è dominata da un forte senso di impotenza creata dal pensiero unico, il sistema reprime qualsiasi esercizio del pensiero critico, i media sono a pieno servizio del potere economico dominante, la legge elettorale è fatta per escludere.
In questo scenario abbiamo bisogno sempre più di un movimento organizzato e strutturato, capace di ricomporre le vertenze sociali e ambientali in un progetto condiviso di cambiamento e capace di coinvolgere larghe fasce sociali che vada nella direzione di costruire una sinistra alternativa e autonoma dal centrosinistra, unito su un chiaro programma di lotta all’austerità, di rottura con il modello neoliberista di questa unione europea, per una uscita da sinistra dalla crisi.
Il progetto che si sta avviando deve vedere un forte protagonismo dei compagni di Rifondazione Comunista per ridare centralità al conflitto sociale e di classe, alla luce dei passati tentativi di aggregazione politica, vorremmo sottolineare alcuni punti fermi come la costruzione dal basso che secondo noi intendiamo come il riconoscimento di ogni identità politica che si riconosce nel percorso e che si declini in tutte le sue forme con la pratica di “una testa un voto”.per superare i pericoli di liderismo che sono presenti in questa prima fase.
Parimenti riteniamo necessario un rafforzamento del partito soprattutto su versante sociale e nel campo della formazione, per attrezzarci nella lettura dei profondi cambiamenti in atto.
Il segretario del circolo Prc di Casorate Primo (PV)

Gianni Radici (nella foto)

Venezuela: l’arte di vincere si impara dalle sconfitte

Venezuela: l’arte di vincere si impara dalle sconfitte

di Marco Consolo

È una dura sconfitta quella subita dal processo bolivariano in Venezuela nelle elezioni parlamentari di domenica 6 dicembre. Con circa il 18% di differenza, l’opposizione conquista la maggioranza del parlamento che ha rinnovato i suoi 167 deputati. Un parlamento che, grazie alla recente legge elettorale, sarà composto al 40% da donne. Con circa il 25% di astensione, al momento in cui scriviamo i risultati (ancora parziali) assegnano ben 99 seggi all’opposizione e solo 46 alle forze socialiste, nella quarta legislatura dall’avvento dello scomparso Hugo Chávez. Mancano ancora 22 seggi da assegnare e sono quelli che faranno la differenza, dato che con la maggioranza dei 2/3 l’opposizione avrebbe poteri molto più incisivi.

È l’elezione numero 20 nei 17 anni del processo bolivariano, iniziato proprio un 6 dicembre del 1998, con la prima vittoria di Hugo Chávez, che mise in moto il processo della Rivoluzione bolivariana. Fino a ieri, l’unica sconfitta delle forze socialiste era stata quella sulla riforma costituzionale del 2007, quando l’opposizione alla riforma ottenne una “vittoria pirrica” con il 50,7%.

Ancora una volta, la “dittatura chavista” ha dato esempio di trasparenza ed onestà. Un esempio per molti Paesi del mondo, a partire dagli stessi Stati Uniti.
Nonostante gli strepiti della destra, le elezioni si sono svolte in maniera esemplare, come tutte le precedenti. Ed anche chi scrive ha avuto modo di verificarlo con i propri occhi in 6 occasioni in cui ha partecipato come “accompagnante internazionale” alle scadenze elettorali, invitato dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Non ci sono stati incidenti, a parte l’episodio increscioso di tre ex-presidenti latino-americani della destra oltranzista, che due ore prima della chiusura dei seggi, annunciavano la vittoria dell’opposizione.

“Siamo qui con la nostra morale e con la nostra etica, per riconoscere i risultati avversi, per accettarli e dire che ha vinto la democrazia”, ha detto a caldo il Presidente Nicolás Maduro che ha da subito ammesso la sconfitta. “Abbiamo sempre saputo di nuotare contro-corrente, di dover superare le difficoltà e non ci siamo mai nascosti”.
Di certo, da oggi si apre una inedita e conflittiva coabitazione tra un governo che vuole approfondire il cambiamento e un’opposizione che punta alla restaurazione conservatrice.

C’è da sottolineare che il cambio della maggioranza parlamentare, non implica automaticamente la caduta del governo bolivariano. Infatti, per scalzare il Presidente Maduro (in carica fino al 2019), grazie alla Costituzione voluta da Chávez, l’opposizione può cercare di raccogliere le firme necessarie per indire un referendum revocatorio, a partire dalla metà del mandato presidenziale. Ma deve vincerlo. Il che non è affatto detto, considerando che, nonostante tutto, più del 40% degli elettori ha confermato il suo appoggio al “socialismo bolivariano”.

L’opposizione celebra nelle strade di Caracas – Foto Carlos Becerra (Bloomberg)

L’offensiva imperiale

Nelle parole di Maduro, “ha vinto la contro-rivoluzione e la guerra economica”, che ha messo in ginocchio il Paese. “Ha vinto una strategia per minare la fiducia collettiva in un progetto di Paese, ha vinto temporaneamente lo stato di necessità creato da una politica di capitalismo selvaggio, di nascondere i prodotti, di aumentarne i prezzi”. Nel suo discorso dal palazzo presidenziale di Miraflores, Maduro ha ricordato le vicende passate del Brasile di João Goulart, del Guatemala di Jacobo Arbenz e del Cile di Salvador Allende, che più si assomigliano alla realtà del Venezuela di oggi. Maduro ha parlato di una sconfitta “por ahora”, riecheggiando le parole del Comandante Chávez quando, fallita l’insurrezione civico-militare, si preparava al carcere.

In questi 17 anni siamo stati testimoni della brutale contro-offensiva imperialista nei confronti del processo bolivariano che non si è mai fermata, ma che al contrario è aumentata di intensità. L’enorme spiegamento di forze della reazione, interna ed internazionale, impegnata in un’offensiva a tutto campo, non ha risparmiato nessun mezzo per sconfiggere il processo e seminare la sfiducia della popolazione nella capacità del governo di risolvere i problemi: un tentativo di golpe fallito grazie alla mobilitazione popolare, attentati e sabotaggi, violenze di strada e criminalità, omicidi selettivi di dirigenti popolari, infiltrazione dei paramilitari colombiani sia nelle zone di frontiera che nelle città, contrabbando e mercato nero, accaparramento dei beni di prima necessità con la conseguente penuria provocata, assedio mediatico internazionale, caduta del prezzo internazionale del petrolio su cui si basa il bilancio venezuelano, attacchi del sistema finanziario internazionale, pressioni diplomatiche, ingerenza sfacciata.

Dulcis in fundo la dichiarazione del marzo scorso del governo statunitense del “democratico” Obama sul Venezuela come una “inusuale e straordinaria minaccia per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA”. Una vera e propria dichiarazione di guerra che si aggiungeva ai finanziamenti milionari “made in USA”, profusi generosamente all’opposizione.

A questo c’è da aggiungere gli errori nella gestione economica del governo, nella designazione di alcuni dirigenti, l’insicurezza per la scarsa efficacia della lotta alla criminalità organizzata, ed il problema della corruzione anche tra le proprie fila, mai affrontato fino in fondo. Un fattore importante nella perdita di consenso e nel “voto castigo”.

C’è poi un altro fattore, poco considerato. La popolazione era “stanca della guerra” e delle condizioni di vita conseguenti. A chi scrive, le elezioni di ieri ricordano il voto del 1990 contro i sandinisti, dopo anni di attacchi della “contras”, di aggressioni e di embargo statunitense al Nicaragua. Nel voto c’è anche la speranza mal riposta che questo “logorio” abbia fine.

Gli alleati dell’Impero

Il bue dice cornuto all’asino. Ed è così che in questi anni le mummie fasciste, e i sepolcri imbiancati di tutto il continente si sono stracciati le vesti contro la “dittatura chavista” e a “difesa della democrazia ferita”. Sono gli stessi protagonisti o complici dei sanguinosi colpi di Stato degli anni passati. Tra gli altri, i deputati cileni del partito di Pinochet, la UDI, che hanno chiesto a gran voce il rispetto della volontà popolare. In buona compagnia dell’ex-presidente narco-trafficante colombiano Álvaro Uribe (secondo la DEA statunitense), il boliviano Jorge Quiroga, ex-vicepresidente del dittatore Hugo Banzer, protagonista del “Plan Condor”, l’operazione che ha assassinato e torturato i militanti della sinistra di tutto il continente, sotto la direzione della CIA.

La novità è che alle file reazionarie (e in alcuni casi direttamente golpiste), si sono aggiunti settori della “social-democrazia”, in una campagna internazionale degna di miglior causa. La lista è lunga: socialisti cileni, argentini e spagnoli, il brasiliano Cardoso, ampli settori dei socialisti europei tra cui il PD italiano, da sempre alleato di Acciòn Democratica, membro dell’Internazionale Socialista. L’ultima in ordine di tempo è stata la vergognosa presa di posizione dell’attuale Segretario dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA), l’uruguayano Luis Almagro, ex-ministro degli esteri del governo del Frente Amplio. Stizzito dal mancato invito alla OEA come osservatore elettorale, il cosiddetto frente-amplista Almagro, è passato armi e bagagli con la destra venezuelana, ed aveva addirittura chiesto di sospendere le elezioni per “mancanza di garanzie” per l’opposizione.

La posta in gioco in Venezuela

L’interesse per ciò che succede in Venezuela è dimostrato dai circa 12.000 giornalisti presenti per la scadenza elettorale, con ben 420 testate straniere. Un interesse internazionale che non c’è stato per le elezioni in Francia, dove per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, ha vinto l’estrema destra ipotecando il futuro della stessa Europa.
Il futuro del Venezuela ha a che vedere con l’America Latina, ma non solo. In questi anni il popolo venezuelano ha saputo resistere ed avanzare nella costruzione di una patria sovrana, una società più giusta ed egualitaria, basata su una vera democrazia “partecipativa e protagonica”, verso il socialismo del XXI° secolo. Guidato dallo scomparso Hugo Chàvez, il Venezuela bolivariano è stato un esempio internazionale, inaugurando proprio il 6 dicembre di 17 anni fa, un’inedita epoca di trasformazioni in America Latina e nei Caraibi.

Qual’è la posta in gioco in Venezuela ? Innanzitutto un progetto nazionale che si richiama apertamente al socialismo, una bestemmia per i sacerdoti del “libero mercato” capitalista.
In secondo luogo, un processo di integrazione regionale autonoma dagli Stati Uniti nel loro “cortile di casa”, iniziato con Chávez nel continente più ricco, ma ancora più diseguale del pianeta.
In terzo luogo, i rapporti della regione con il mondo. Oggi il continente ha un peso internazionale proprio grazie al fatto che, per la prima volta, ha dato vita a nuove instanze regionali come UNASUR, la CELAC, l’ALBA. Sin dall’inizio è stato chiaro per entrambi gli schieramenti in campo che, più che di un’elezione parlamentare, si trattava quindi di modificare l’architettura politica dell’intera regione e dei rapporti internazionali, sull’onda dei risultati in Argentina con la vittoria della destra di Macri.
Sarà vero che, come sostiene la destra (ed anche settori della sinistra), nel continente siamo alla fine di un ciclo del “modello progressista” ?

La Mesa de Unidad Democratica

Nonostante l’appoggio dell’impero, la  Mesa de Unidad Democrática (MUD) non avrà vita facile. E’ una forza eterogenea, composta da più di 18 organizzazioni molto diverse tra loro, il cui collante fino ad ora è stato la battaglia contro Chávez prima e il “chavismo” di Maduro poi.
Oggi la responsabilità di una forte maggioranza parlamentare (e quindi legislativa) la obbliga a proposte concrete per risolvere problemi che affliggono la popolazione, non facili per una forza che fino ad oggi si è limitata alla denuncia sguaiata e ad invocare l’intervento di forze straniere.

Travestito da agnello, nelle prime dichiarazioni il portavoce della MUD ha fatto appello “al dialogo e alla pace”. Ha detto di non voler eliminare le conquiste sociali, ma il programma elettorale rappresenta una marcia indietro sostanziale nei diritti conquistati in questi anni.
Al di là dei travestimenti ad hoc, l’agenda della restaurazione neo-liberale è chiara. Innanzitutto è esplicita la volontà di eliminare il controllo statale nella prestazione dei servizi pubblici, attualmente sussidiati, che dovrebbero essere sostituiti con l’associazione strategica pubblico-privato sotto forma di concessioni. In altre parole la privatizzazione dei servizi pubblici.

Sulla casa (punto chiave del processo bolivariano che ha costruito e consegnato quasi un milione di nuove abitazioni) la MUD propone un piano abitativo incompleto che apre spazio all’indebitamento con le banche per terminare la costruzione delle case.
Sul versante delle pensioni riprende in maniera opportunista una proposta governativa già realizzata di collegarle al salario minimo e di includere i settori che non sono riusciti a versare i contributi minimi sufficienti (autisti, contadini, casalinghe, pescatori)

Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, l’intenzione è quella di eliminare la riduzione dell’orario di lavoro, e ridurre le ferie oggi contemplate per legge. Si parla di rivedere gli investimenti sociali dell’attuale governo “che favoriscono l’inflazione”. C’è da sottolineare che, nonostante la caduta del prezzo del petrolio nei mercati internazionali, il governo bolivariano ha destinato il 60 % del PIL alle politiche pubbliche nel settore della salute, dell’educazione, dell’alimentazione, della stabilità dell’occupazione.

Per finire, la MUD propone la promulgazione di una “Legge di amnistia e riconciliazione” per liberare i delinquenti condannati per il loro coinvolgimento in diversi crimini gravi. Un caso per tutti quello di Leopoldo López, dirigente dell’opposizione, condannato a 13 anni per le sue responsabilità nelle recenti violente proteste con fini golpisti che hanno provocato la morte di 43 persone.

Le forze socialiste

Nelle file del Gran Polo Patriotico, l’alleanza politico-elettorale delle forze socialiste, si è appena aperta la riflessione sulla dura sconfitta. Non c’è dubbio che il “chavismo” dovrà riflettere a fondo in maniera auto-critica, e soprattutto correggere gli errori fin qui commessi. Una riflessione che non riguarda solo il Venezuela, e che la sinistra nel mondo dovrà seguire con attenzione ed il massimo rispetto.
Nelle file bolivariane, oltre alla rabbia e alla tristezza, è chiara la volontà di continuare la battaglia per la costruzione di una società del “socialismo del XXI° secolo”.
Concretamente dal 1998 si tratta di una società in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha avuto accesso a una dieta riconosciuta dalla stessa FAO come uno sforzo concreto del governo bolivariano nel campo della sicurezza alimentare. Se prima del 1998 gli alfabetizzati erano 5000, oggi la media annuale è di 137 mila persone. Dal 1998 la quantità di docenti è aumentata del 468%. Dagli asili all’università, l’educazione è gratuita ed oggi studiano 10 milioni di Venezuelani. La Unesco ha riconosciuto che il Paese è al terzo posto nella regione in quanto a lettori. Ma anche in questo caso non è bastato a vincere.
Non rimarranno con le braccia incrociate, nè staranno a guardare impotenti, le circa 3000 “comunas socialistas”, embrioni di contro-potere territoriale costruiti in questi anni su impulso del Comandante Chávez. Non staranno a guardare le donne, i lavoratori, nè gli “invisibili” della “quarta repubblica” che hanno ritrovato la loro dignità grazie al processo di profonda trasformazione in senso socialista. Il braccio di ferro della lotta di classe da oggi vive una nuova fase storica.

Come sosteneva il libertador Simón Bolívar, “l’arte di vincere si impara dalle sconfitte”.

Fonte: il blog di Marco Consolo, responsabile America Latina PRC-SE

 

Francia: Pierre Laurent su vittoria Le Pen nel primo turno delle elezioni regionali

Francia: Pierre Laurent su vittoria Le Pen nel primo turno delle elezioni regionali

Pubblichiamo il comunicato con cui Pierre Laurent, segretario nazionale del Partito Comunista Francese, ha commentato il voto che ha segnato la netta affermazione del Fronte Nazionale.

Le prime stime fin ora note dei risultati del primo turno delle elezioni regionali confermano il grave stato di allerta sociale e democratica del paese.
Nel nostro paese, la Francia, dove milioni e milioni di persone sono gravemente colpite dalla disoccupazione, dalla precarietà, dal potere della finanza sulle nostre vite e sul nostro lavoro, dove la paura del futuro corrode la vita di molti dei nostri concittadini, dove gli attentati del 13 novembre hanno aggiunto la paura a tutta questa insicurezza sociale, esiste la minaccia reale di vedere la destra e l’estrema destra guidare domenica prossima la stragrande maggioranza, e forse la totalità, delle 13 nuove regioni. Sarebbe un disastro che la stragrande maggioranza del nostro popolo pagherebbe a caro prezzo.
Si tratta di una situazione estremamente pericolosa per il nostro Paese perché il Fronte Nazionale, dopo le elezioni europee, rafforza la sua posizione di primo partito politico. Il razzismo conclamato del suo programma liberista-populista è una chiara messa in discussione dei valori di uguaglianza, libertà e fraternità della nostra Repubblica.
In questo contesto, oltre il 50% degli elettori e degli elettori hanno scelto ancora una volta di astenersi, marcando una loro massiccia e ormai strutturale sfiducia di fronte al funzionamento ogni giorno più deficitario della nostra democrazia. La rabbia contro tutti i tradimenti della parola data, degli impegni presi e subito abbandonati, continua a crescere.
I risultati portano chiaramente il segno della situazione eccezionale in cui queste elezioni si sono svolte. Le questioni proprie delle elezioni regionali sono state volutamente accantonate. Dopo gli attentati del 13 novembre, la paura che hanno suscitato e l’ansia causata dallo stato di emergenza sono stati ampiamente strumentalizzati e hanno ulteriormente complicato la votazione.
Perché siamo giunti a questo punto? Perché per anni gli attacchi dei poteri del denaro nei confronti del lavoro, la deregolamentazione della globalizzazione capitalistica, le politiche ultraliberiste europee hanno smantellato le forme di solidarietà. Perché il pensiero unico dominante ha massacrato tutti i tentativi di aprire un nuovo percorso di trasformazione sociale.
La responsabilità dei vari governi che hanno proseguito per dieci anni, contro la volontà della maggioranza del paese, in politiche di austerità sempre più dure, applicate con metodi sempre più autoritari, è immensa. L’impasse politico, economico, sociale, in cui si sono intestarditi a spingere il paese ha alimentato un rifiuto che niente può fermare.
L’ascesa del Fronte Nazionale è stato inoltre alimentato da questo rifiuto che la destra dei Repubblicani e l’UDI e i dirigenti socialisti hanno profuso incoscientemente per promuovere il Fronte Nazionale e, per farne il loro “concorrente” principale, un parafulmine per conservare la loro egemonia. Hanno banalizzato le loro idee, sperando in questo modo di soffocare ogni speranza di trasformazione sociale e promuovere i loro progetti di ricomposizione politica. Il risultato è il disastro politico a cui stiamo assistendo.
I comunisti non si rassegneranno mai. E con loro sono molti i democratici, gli elettori di tutte le famiglie della sinistra a non accettare questo scenario mortifero. La loro riunificazione nell’azione sarà necessaria più che mai.
Le liste in cui i comunisti erano impegnati con il Front de Gauche e le forze cittadine e ambientaliste hanno lavorato per aprire un altro percorso, contro l’austerità, per la solidarietà e il progresso umano condiviso. Questa sera, il risultato ottenuto dalle liste è un punto di partenza per le battaglie a venire e per battere la destra e il Fronte Nazionale al secondo turno. Questi risultati sono certamente ancora molto insufficiente. Le nostre ambizioni rimangono per il futuro. Ma stasera, senza il rispetto di queste liste e dei loro componenti, nulla è possibile a sinistra.
Stasera, una cosa è certa. La grande sfida del nuovo periodo politico che si apre sarà quello di costruire un nuovo progetto di sinistra solidale e fraterna per il nostro Paese e per la nostra Repubblica. Questo progetto deve essere un progetto di solidarietà, di prosperità condivisa e di pace e non un progetto di guerra, di concorrenza e di reciproco egoismo. Nelle settimane e nei mesi a venire, i comunisti prenderanno a sinistra, con tutte le forze civili, sociali e politiche disponibili, tutte le iniziative necessarie per la costruzione politica di questo nuovo patto per il futuro per la Francia, per la cui direzione gli attuali dirigenti del paese sono totalmente mancanti.
Per il secondo turno, il PCF vuole rispettare la volontà degli elettori che hanno riposto la loro fiducia nelle liste cittadine e del Front de Gauche al primo turno. Perché questi elettori siano rappresentati dagli eletti a cui hanno dato fiducia, perché le regioni con competenze estese e utili per la vita quotidiana, possano contare su eletti a sinistra determinati a continuare a combattere contro l’austerità e per la promozione di politiche pubbliche di solidarietà, per battere la destra e respingere il pericolo della estrema destra del Fronte Nazionale, il PCF invita a costruire per il secondo turno delle liste che riuniscano le diverse liste di sinistra del primo turno. In queste liste, nessuno aderisce a nessuno. La somma di queste liste è l’unico modo per evitare la vittoria completa della destra e dell’estrema destra. Nelle assemblee regionali, gli eletti comunisti agiranno liberamente sulla base dei loro impegni verso gli elettori presi al primo turno, per promuovere tutto ciò che può aiutare la nostra gente a vivere meglio.
La Francia non può fermarsi qui … Il nostro popolo chiede cambiamento, dei raggruppamenti e delle direzioni per uscire dall’attuale impasse. È urgente porre l’essere umano al centro di tutte le questioni sociali e non la finanza.

Intervento di Pierre Laurent, segretario nazionale del Partito Comunista Francese.

http://www.pcf.fr/79508

traduzione di Stefano Acerbo GC

8 dicembre manifestazione nazionale NO TAV, l’adesione del PRC

8 dicembre manifestazione nazionale NO TAV, l’adesione del PRC

Pubblicato il 7 dicembre 2015

di Ezio Locatelli*

VALSUSA–LOCATELLI (PRC-SE): CONTRO IL TAV E IL REGIME DI ANGHERIE. RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE

“Resistere, resistere, resistere! Più che mai oggi c’è la necessità di proseguire e rilanciare la resistenza e la mobilitazione contro la megatruffa del Tav in Val di Susa. Per questo Rifondazione Comunista aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale dell’8 dicembre che si svolgerà da Susa a Venaus. Pur di realizzare una opera speculativa, del tutto inutile e distruttiva, in Val di Susa “si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali”. Questo è quanto dichiarato nella recente sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli. Una violazione perpetrata  in molti modi, falsificando e manipolando i dati relativi alla effettiva necessità, utilità e impatto dell’opera, perseguendo e criminalizzando il dissenso, occupando militarmente il territorio, calpestando la libertà di parola ed espressione. In Val di Susa vige un inaccettabile regime speciale volto a favorire e foraggiare interessi affaristici e poteri forti. Questo regime di angherie va combattuto e contrastato con la mobilitazione, la disobbedienza e la resistenza popolare. C’è un’unica possibilità per ripristinare in Val di Susa un clima di “normalità democratica”, quella indicata dal Tribunale Permanente dei Popoli: sospendere i lavori, cessare l’occupazione militare, riaprire il dialogo. Fin tanto che questo non avverrà la mobilitazione e la lotta devono continuare più che mai”.

Torino, 7 dicembre 2015

* segretario provinciale PRC-SE di Torino, responsabile organizzazione segreteria nazionale PRC -SE