Archivio for aprile, 2016

Venezuela, le destre cavalcano la crisi energetica

Venezuela, le destre cavalcano la crisi energetica

di Geraldina Colotti

Il Venezuela è al lumicino e a ridurlo così è stato il presidente Nicolas Maduro? L’ex autista del metro è responsabile anche dei cambiamenti climatici ? Il suggerimento dei grandi media privati, in loco e all’estero, è palese.

La grave crisi energetica che ha colpito il paese, sarebbe la conseguenza di scelte scellerate del governo bolivariano. E l’azione di El Niño – che la Nasa ha definito il più devastante fenomeno naturale mai registrato – avrebbe un’incidenza trascurabile: anche se la siccità ha quasi prosciugato il bacino della centrale idroelettrica di Guri, che produce il 70% dell’elettricità nazionale ed è il secondo più grande dell’America latina. Anche se, ancora in questi giorni e in diverse occasioni nei mesi scorsi, diverse persone sono morte o sono rimaste ferite nel tentativo di sabotare i tralicci: in un punto di fragilità com’è quello della rete elettrica, gli “apagones” provocati (i black out) sono, e non da oggi, un’arma di pressione per provocare scontento e danni.

El Niño, il cui effetto è esacerbato dall’accelerazione dei cambiamenti climatici, produce alternanza di alluvioni e siccità, e ha già portato grossi disastri in molti paesi dell’America latina. Per lo straripamento dei fiumi, dagli ultimi mesi del 2015 a oggi, oltre 200.000 persone sono rimaste senza riparo. Il Perù ha dichiarato l’emergenza nazionale. In Costa Rica, negli ultimi due anni si è avuta la siccità più forte mai registrata dal 1930, con conseguenze pesanti in tutta l’attività economica del paese.

Già a ottobre del 2015, la Fao ha lanciato l’allarme per gli effetti di El Niño sulla semina che, da allora, ha provocato emergenze alimentari in 34 nazioni: dall’Africa all’America latina e ai Caraibi, dalle Filippine all’Indonesia. Per le devastanti siccità, molti governi latinoamericani hanno cercato di proteggersi dalla crisi energetica riducendo la giornata lavorativa o le ore di consumo. Nel 2014, lo ha fatto il Nicaragua. Nel 2015, il Panama ha chiuso in anticipo gli uffici. Nel 2016, la Colombia ha deciso un risparmio energetico tra il 5 e il 10%. E l’Argentina del neoliberista Macri, a dicembre del 2015 ha dichiarato l’emergenza energetica fino al 2017 perché la rete elettrica è al collasso.

In Venezuela, il governo Maduro, dopo aver accorciato la settimana lavorativa degli impiegati pubblici, decretando il venerdì giorno feriale, in questi giorni ha chiesto ai lavoratori del settore pubblico di stare a casa anche per altri due giorni. Oltre ai salari – quelli degli impiegati pubblici hanno visto nei mesi scorsi un aumento del 20% – verranno mantenuti i servizi essenziali. La misura dovrebbe durare 15 giorni. Un piano di razionamento, previsto per 40 giorni, interessa invece soprattutto le zone residenziali, che consumano il 63% dell’energia. Ogni giorno, il servizio elettrico verrà sospeso per 4 ore. Intanto, nelle scuole, nei locali pubblici e in televisione, vengono diffusi opuscoli che invitano a un uso razionale dell’acqua e della luce, intitolati “El Niño non è un gioco, prendilo sul serio”.

Già nel 2010, quando governava Hugo Chavez, era stata dichiarata l’emergenza nel settore. Durante il secolo scorso, El Niño ha provocato gravi danni al Venezuela. Nella novella Caracas sin agua, Gabriel García Márquez ha raccontato gli effetti di una delle peggiori siccità sulla vita della capitale, nel ’58. La serie nera prosegue ora nel settimo periodo più secco degli ultimi 60 anni.

Per l’opposizione, però, questa è l’ultima bomba a tempo che può scoppiare nelle mani di Maduro. Sono riprese le violenze e le devastazioni delle strutture pubbliche. Nello stato Zulia, uno dei più ricchi, il governatore Arias Cardenas, chavista, ha reso pubblico un primo bilancio dei danni provocati a oltre 70 locali commerciali e si è impegnato a risarcire i commercianti in una pubblica riunione. E 103 persone sono state arrestate. L’auto di un altro governatore è stata presa a raffiche di mitra. Il governo ha invitato i lavoratori del settore elettrico (controllato dallo stato dal 2007) a vigilare contro i tentativi della destra di rovesciare il governo creando una situazione simile a quella degli scontri violenti del 2014.

In questi giorni, il Consejo Nacional Electoral ha consegnato all’opposizione i moduli per avviare la procedura di revoca al presidente Maduro, possibile a metà mandato per tutte le cariche elette. Per chiedere un referendum occorre raccogliere le firme dell’1% degli aventi diritto, ossia circa 195.721 su 19.572.100. Per convocare un referendum, occorre raccoglierne non meno del 25% (4.893.025), ma per arrivare alla revoca il totale dev’essere superiore al numero di voti ottenuti da Maduro nel 2013, ovvero 7.505.338. Il tutto certificato da impronte e documenti, che poi il Cne dovrà verificare. Se però nel frattempo, a Maduro rimangono due anni di governo, il timone passa al vicepresidente Aristobulo Isturiz, che terminerà il mandato senza indire nuove elezioni. Per questo, l’opposizione vuole fare in fretta e, avendo la maggioranza in Parlamento, ha approvato una legge con effetto retroattivo per ridurre di metà il mandato del presidente. E ora accusa il governo di voler fare melina, approfittando della crisi energetica e della chiusura degli uffici.

Che il Venezuela non funzioni come un orologio svizzero, è un fatto, trattandosi di un paese in via di sviluppo. Né si può pensare che l’esperimento chavista – che ha scommesso di rinnovare lo stato basandosi sul consenso e non sulla messa fuori legge delle classi dominanti – abbia scelto un cammino facile, esente da errori e da approssimazioni. Lo sviluppo intensivo delle infrastrutture, comunque vincolato a un punto cardine del programma di governo – l’ecosocialismo – e al rispetto delle ferree norme del lavoro per le grandi imprese internazionali, è stato rimandato per risolvere prima problemi drammatici e urgenti (cibo, casa, terra, educazione, sanità..): per saldare, cioè, l’enorme “debito sociale” contratto con i settori meno favoriti durante gli anni del neoliberismo, imperante nella IV Repubblica.

Quando, nel 1998, Chavez ha vinto le elezioni (con un ampio margine di consensi e a capo di un’alleanza di sinistra e nazionalista mossa da scontento e proposte), il 70% viveva in povertà, oltre il 20% in povertà estrema, la maggioranza delle popolazioni indigene non votava e non era censita, il tasso dell’analfabetismo, dell’inflazione e della violenza, raggiungevano livelli stellari. Basta ripercorrere gli indicatori statistici di allora: a parte una ristrettissima cerchia di persone, che controllava affari e risorse, la stragrande maggioranza della popolazione non stava certo meglio di adesso.

Il Venezuela socialista ha consentito l’accesso al consumo a vasti strati che prima ne erano esclusi, favorendo anzi la corsa al consumismo e all’accaparramento e diventando uno di primi consumatori di cellulari e nuove tecnologie del continente. Un boom che ha pesato anche sulla rete elettrica, rendendo inadeguati i tentativi di ammodernamento. Nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio, il Venezuela continua a destinare oltre il 70% delle entrate ai programmi sociali.

L’intensificarsi dei sabotaggi e della crisi economica con la morte di Chavez e la vittoria – di stretta misura – di Maduro sull’avversario di destra, Henrique Capriles Radonski, hanno però rallentato alcuni investimenti cardine nel settore. La centrale di Tocoma, sempre nel sud, che avrebbe generato la metà dell’energia che oggi produce l’idroelettrica Simon Bolivar, nell’omonimo stato, colpita ora dalla siccità, è rimasta incompiuta. E ha pesato anche la corruzione che ha prodotto un’emorragia di fondi pubblici verso fini privati.

Intanto, mentre le destre intensificano la campagna internazionale, le sinistre e i movimenti denunciano il golpe istituzionale che, dal Brasile al Venezuela, riprende un format utilizzato in precedenza contro Manuel Zelaya in Honduras e contro Fernando Lugo in Paraguay. Ieri, il capo dell’Osa, Luis Almagro, ha incontrato i vertici dell’opposizione e ha già fatto sapere che, contro il governo è pronto ad approvare la Carta democratica per sospendere il Venezuela dall’Osa.

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Tajeldine: «Allarme eccessivo per attaccarci, il Venezuela ce la farà»

di Geraldina Colotti

Basem Tajeldine è un analista politico venezuelano specialista in questioni mediorientali e proveniente dal Partito comunista venezuelano, formazione che ha scelto di non sciogliersi nel Partito socialista unito del Venezuela, ma di appoggiare il chavismo nella coalizione Gran Polo Patriottico.

Una voce ascoltata e radicale, che nei suoi interventi evidenzia senza infingimenti le principali criticità del socialismo bolivariano.

Crisi alimentare, crisi politica, crisi energetica. Secondo le destre e i grandi media l’esperimento bolivariano ha fallito e il governo è al lumicino. E’ così?
No, le cose non stanno così. Intanto, non è vero che la diminuzione della settimana lavorativa per gli impiegati pubblici abbia significato un abbassamento del salario. La politica del governo va in tutt’altro senso, i lavoratori e i settori popolari sono al centro delle preoccupazioni politiche, il piano d’emergenza economica deciso dal presidente prevede il rilancio della produzione nazionale e quello della sovranità produttiva: perché il nostro problema principale resta la dipendenza dal petrolio, il fatto di essere un’economia ancora troppo basata sulla rendita. Ora il prezzo del barile si sta leggermente riprendendo e questo ridà un po’ di fiato all’economia, ma il problema principale resta l’alta inflazione che fa lievitare anche i prezzi degli alimenti: un problema che viene da lontano e che è amplificato dall’azione destabilizzante del mercato parallelo del dollaro. Nel sito principale che ne dà conto, Dolar Today, un dollaro è uguale a 1.000 bolivar… Intanto, assistiamo a una fortissima pressione delle grandi istituzioni internazionali per rimettere le mani sulle nostre ricchezze. Le agenzie di rating aumentano la qualificazione del rischio, in modo da imporre pagamenti anticipati e in contanti e altissimi tassi di credito quando dobbiamo acquistare tecnologia o prodotti. E’ un’aggressione generale all’America latina e alle alleanze solidali costruite in questi anni, che hanno avuto ed hanno al centro il Venezuela: un “pericoloso” esempio da stroncare. Dal Medioriente al nostro continente, il problema per l’imperialismo resta quello di appropriarsi delle risorse e le strategie adoperate per riuscirci si assomigliano, fatte le debite differenze di contesto. Una delle tattiche principali, attuata con il supporto dei grandi media, è quella di creare allarmi e discredito per giustificare sanzioni e ingerenze e indurre la popolazione ad allontanarsi dal socialismo.

Lei dice spesso, però, che cercare le colpe unicamente nel campo avverso non è un buon esercizio: il chavismo, che ha puntato tutto sul consenso, ha perso le elezioni del 6 dicembre e ora, secondo alcune inchieste, le destre potrebbero vincere anche il referendum revocatorio.
L’opposizione, di certo, ha fatto campagna utilizzando l’esasperazione della popolazione, da lei stessa provocata con la guerra economica. Detto questo, il chavismo ha lasciato anche spazio alla destra endogena, alla corruzione, alla spettacolarizzazione della politica da parte di certi dirigenti che hanno perso il polso della situazione reale. La macchina del partito dev’essere separata da quella dello stato, altrimenti si creano burocratismi e corti circuiti e anche il partito si disintegra. Questo, ora, è diventato molto chiaro e il rinnovamento è stato assunto in pieno a tutti i livelli della militanza e del partito. Ci sono stati molti arresti di corrotti e non si è guardato in faccia a nessuno. Il problema è che, in tutti questi anni di attacchi a Maduro, non c’è stato modo di spingere a fondo su quel rinnovamento che Chavez ha definito Golpe de Timon, ma la capacità di reazione dei settori popolari è sempre molto forte, il nostro è un popolo cosciente e maturo che non vuole cedere.

fonte: il manifesto

 

Il Governo vuole privatizzare l’acqua

Il Governo vuole privatizzare l’acqua

Tratto dall’Informatore di Vigevano di giovedì 28 aprile 2016

l’allarme

Il Governo vuole privatizzare l’acqua

Gentile Redazione, nei giorni scorsi alla Camera è avvenuto un insulto alla democrazia e contro quello che 26 milioni di persone avevano deciso con il referendum per l’acqua pubblica. I deputati hanno infatti deciso che il servizio idrico deve rientrare nel mercato, dato che è un bene di “interesse economico”, da cui ricavarne profitto.
Il 3 giugno del 2011 l’allora Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, pubblicava sul suo profilo Facebook il seguente post: “Referendum. Vado a votare sì all’acqua pubblica…”. Il Partito Democratico, anche se solo alla fine della campagna referendaria, aveva dato indicazione di votare 4 sì il 12 e 13 giugno 2011.
Ora Matteo Renzi è Segretario del Pd, Presidente del Consiglio e il Pd è il principale partito di maggioranza.
Quali migliori condizioni per attuare l’esito referendario e rispettare la volontà popolare?
Ma quale era la volontà popolare? Così la riassumeva la Corte costituzionale: “rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”. E allora il Governo ha escogitato una strategia. Non per concretizzare quanto indicato da 27 milioni di votanti, bensì per chiudere definitivamente la partita referendaria e mettere a tacere la volontà popolare.
E il Ministro Madia ne diventa l’esecutrice.
Ecco le mosse per provare a mettere in scacco il popolo sovrano.
1) si stravolge, cancellando l’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione dei gestori dell’acqua, la legge d’iniziativa popolare presentata nel 2007 dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, con oltre 400 mila firme, e depositata nuovamente nel 2014 dall’integruppo parlamentare per l’acqua bene comune.
2) si redige il “Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale”, decreto attuativo della Legge Madia numero 124 del 2015, che ha tra gli obiettivi “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità” e il “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”, oltre a promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”. Inoltre, questo provvedimento reintroduce nella tariffa idrica l’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal referendum.
3) si redige il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” che il Consiglio di Stato descrive così: si “rende evidente che il complessivo disegno riformatore si prefigge lo scopo assicurare nuove forme di privatizzazione sostanziale con impulso positivo ai processi di liberalizzazione delle attività economiche”.
Questi sono i fatti che smentiscono da soli il Ministro Madia la quale, ancora il 21 aprile scorso, insisteva a dire impunemente che “finché c’è questo governo nessuno sentirà parlare di privatizzazione dell’acqua” e che il decreto sui servizi pubblici “rispetta l’esito del referendum”.
Con buona pace del Ministro è evidente che questa è la strategia con cui il Partito Democratico e il Governo Renzi-Madia vogliono chiudere definitivamente i conti con l’“anomalia” referendaria e consegnare acqua e beni comuni ai grandi interessi finanziari.
Alessandra Cardinali

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO INSIEME PER FERMARE IL TTIP DISPONIBILI PULLMAN DA MILANO

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO  INSIEME PER FERMARE IL TTIP  DISPONIBILI PULLMAN DA MILANO

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO

INSIEME PER FERMARE IL TTIP

DISPONIBILI PULLMAN DA MILANO

 

 

Chiediamo a tutte le donne e gli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese e a tutti quanti hanno a cuore la democrazia, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale a Roma il 7 maggio 2016.

Per fermare il TTIP. Per tutelare i diritti e i beni comuni.

Per costruire un altro modello sociale ed economico, per difendere la democrazia.

Tutte e tutti insieme è possibile

 

 

Per prenotare i pullman contattare Maurizio De Mitri all’indirizzo email stopttipmilano@gmail.com o 348 3814055.

Costo 20€ (10€ per studenti, precari e disoccupati). Partenza da Milano nella mattina del 7 maggio (i dettagli verranno comunicati ai partecipanti e attraverso il sito http://stop-ttip-milano.net/)

 

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APPELLO NAZIONALE

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO

INSIEME PER FERMARE IL TTIP

Unione Europea e USA stanno negoziando da quasi tre anni il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), il cui obiettivo, al di là della riduzione dei già esigui dazi doganali, è soprattutto quello di ridefinire le regole del gioco del commercio e dell’economia mondiale, anche attraverso l’armonizzazione di regolamenti, norme e procedure su beni e servizi prodotti e scambiati nelle due aree.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano questo accordo come una questione tecnica, invece si tratta di argomenti che toccano da vicino la quotidianità di tutti: l’alimentazione e la sicurezza alimentare, le prospettive di sviluppo economico e occupazionale, soprattutto delle piccole e medie imprese, il lavoro e i suoi diritti, la salute e i beni comuni, i servizi pubblici, i diritti fondamentali, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la democrazia.

Da ora al prossimo giugno, i negoziati entrano in una fase decisiva. Infatti, nonostante gli incontri negoziali siano ben lungi dall’aver trovato un accordo su molti dei punti in agenda, esiste una forte pressione per produrre una sintesi prima che le elezioni statunitensi entrino nel vivo con il rischio di regalare ai cittadini un esito molto pericoloso: un accordo quadro generico, che permetta ad USA e UE di sbandierare il risultato raggiunto, per poi procedere alla sua applicazione dettagliata attraverso tavoli “tecnici”, che opereranno con ancor più segretezza e opacità di quelle che da tempo denunciamo.

In questo modo inoltre il governo degli Stati Uniti, la Commissione Europea e le multinazionali che spingono il TTIP vorrebbero ottenere il risultato di depotenziare la protesta, che in questi tre anni si è estesa a macchia d’olio su entrambe le sponde dell’Atlantico, mettendo assieme comitati, associazioni di movimento, organizzazioni contadine e sindacali, consumatori, cittadine e cittadini, che hanno rivendicato trasparenza e sfidato la segretezza che ha circondato lo sviluppo del negoziato sul TTIP.

Una campagna che denuncia il delinearsi di un nuovo quadro giuridico pericoloso per i diritti e la democrazia, nel quale i profitti delle lobby finanziarie e delle grandi imprese multinazionali prevarrebbero sui diritti individuali e sociali, sulla tutela dei consumatori, sui beni comuni e sui servizi pubblici, negando nei fatti un modello di sviluppo e di economia attento ai lavoratori, alla qualità e all’ambiente.

Il TTIP minaccia i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare, mette sul mercato sanità, istruzione e servizi pubblici, pone a rischio la qualità del cibo e dell’agricoltura e l’attività di gran parte delle piccole e medie imprese.

Il TTIP è anche un attacco alla democrazia, permettendo alle imprese multinazionali di chiamare in giudizio tramite strumenti di arbitrato estranei alla magistratura ordinaria e ad esse riservati in esclusiva, qualsiasi governo che con le proprie normative pregiudichi i loro profitti, limitando e disincentivando di fatto l’esercizio del diritto a legiferare di parlamenti, governi e amministrazioni locali democraticamente eletti.

In questi tre anni anche in Italia è nata e si è diffusa la campagna Stop TTIP, costruendo – territorio per territorio – informazione, sensibilizzazione e mobilitazione sociale.

Data la fase in cui sta entrando il negoziato TTIP, è arrivato il momento di costruire, tutte e tutti assieme, un grande appuntamento nazionale sabato 7 maggio 2016 a Roma.

Chiediamo a tutte le donne e gli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese e a tutti quanti hanno a cuore la democrazia, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale e promuovere iniziative di informazione dei cittadini e di approfondimento sulle conseguenze del TTIP con la partecipazione dei diversi soggetti coinvolti.

Per fermare il TTIP. Per tutelare i diritti e i beni comuni. Per costruire un altro modello sociale ed economico, per difendere la democrazia.

Tutte e tutti insieme è possibile.

 

CAMPAGNA STOP TTIP ITALIA

web: http://stop-ttip.italia.net _ facebook: https://www.facebook.com/StopTTIPItalia/
twitter: @StopTTIP_Italia – email: stopttipitalia@gmail.com

Promuovono la manifestazione
AAM Terra Nuova, Abruzzo Social Forum, Adista, ADL Varese, Agices, Aiab, l’Altracittà – giornale di periferia, Altragricoltura, AltragricolturaBio, Altramente, Amici della Terra Versilia, ANS XXI, Arci, Arcs, Associazione Agri.Bio Emilia-Romagna, Associazione Botteghe Del Mondo, Associazione Culturale Punto Rosso, Associazione InFormazione InMovimento Legnano, Associazione Italia Nicaragua, Associazione La Fierucola APS, Associazione La Goccia, Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale (A.M.I.C.A.), Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia, Associazione Monastero del Bene Comune, Associazione per la Decrescita, Associazione Politico Culturale LA ROSSA – Lari, Associazione Rurale Italiana, Associazione “SI alle energie rinnovabili NO al nucleare”, Associazione Sonia per un mondo nuovo e giusto, Associazione Utoya- Luoghi di Espressione Politica, A Sud, Attac Grosseto, Attac Italia, Ca’ Mariuccia – Agricoltura Etica, Banca Etica, Cambiamo Messina dal basso, Centro di documentazione e di progetto “don Lorenzo Milani” di Pistoia, Centro Internazionale Crocevia, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CETRI-Tires, CGIL, CGIL Camera del Lavoro di Brescia, CGIL FLAI, CGIL FLAI Alessandria, CGIL FLC Emilia Romagna, CGIL FP, Cipax, Cipsi, Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Circolo Giordano Bruno – Milano, Circolo Legambiente “Gaia” di Foggia, Civiltà Contadina, Comisión Europea Derechos Humanos Y Pueblos Ancestrales, Comitato acqua pubblica Salerno, Comitato Beni Comuni Monza e Brianza, Comitato Bolognese del Forum Salviamo il Paesaggio, Comitato Lavoratori Cileni Esiliati, Comitato per la Pace Rachel Corrie (Valpolcevera Genova Bolzaneto), Comitato Roma 12 per i Beni Comuni, Commissione Audit Parma, Comune-Info, Comunità Cristiane di Base – Torino, Comunità delle Piagge – Firenze, Confederazione Cobas, Consorzio CAES, Consorzio della Quarantina, Cooperativa agricola Valli Unite, Cooperativa Fair, Coordinamento Nord Sud Del Mondo, Coordinamento SCI Italia, Cospe, Coordinamento Zero OGM, Costituzione Benicomuni, Difendiamo i Territori Monopoli, Distretto di Economia Solidale Alt(r)oTirreno – Pisa, Ecomapuche – Amicizia Con Il Popolo Mapuche,  Econo)mia:)Felicità – Associazione di Promozione Sociale, EPIC (Economia Per I Cittadini), eQual, Ennenne, Fabbrikando l’Avvenire, Fairwatch, Federazione nazionale Pro Natura, Fiom, Flai CGIL, Fondazione Capta onlus, Fondazione Cercare Ancora, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Forum cittadini del mondo R. Amarugi, Forum Italiano Dei Movimenti Per L’acqua, Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, Fratelli dell’uomo, GAS BioRekk, GAS Filo di Paglia, Global Project, Greenpeace Italia, Ibfan Italia, Il Bolscevico, Il Fatto Alimentare, Incontro fra i Popoli Ong, Indipendenti per Cardano, Laboratorio Urbano Reset, LAV, Legambiente, Legambiente circolo Terre di Parchi, Libera, Libera Federazione Donne- Casa delle Donne di Lecce, Libera Tv Lazio, LIDU – Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, Link – Coordinamento Universitario, Mag 4 Piemonte, Mais, Mani Tese, Maurice GLBTQ, Medici Senza Camice, Medicina Democratica Onlus, Mercato Biologico Mezza Campagna, M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Civico Noi ci Siamo – Francavilla Fontana, Movimento Consumatori, Mst-Italia, Movimento Decrescita Felice, Municipio Dei Beni Comuni – Pisa, NATs per… Onlus, NaturalMENTE Monopoli, No Austerity – Coordinamento delle lotte, No Scorie Trisaia, Osservatorio Italiano Sulla Salute Globale, Pax Christi Taranto, People Health Movement, Progetto Rebeldia – Pisa, Progressi, Re:Common, REES Marche, Reorient, Retepopolare – Istituto Generale del Buon Governo, Rete Della Conoscenza, Rete per l’Economia Solidale della Valdera, Rete Semi Rurali, Ri-Costituzione, #Salvaiciclisti Monopoli, Salviamo il paesaggio Monopoli, Sbilanciamoci, Scup, Sindacato Italiano Lavoratori, Sinistra contro l’euro, Slow Food, Sos Geotermia – Coordinamento Dei Comitati In Difesa Dell’Amiata, Sos Rosarno, Spazi Popolari – Agricoltura-Organica-Rigenerativa, Teleagenzia 1, Terra d’Egnazia, Terra Nuova, TerraViva, Transform! Italia, Un Ponte Per, Unione Degli Studenti, Unione Sindacale di Base, Unione Sindacale Italiana, Viviconsapevole, Yaku, WWF Monopoli, WWOOF Italia

Sostengono la manifestazione
ALBA – Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente, Comitati trentini per l’altra Europa con Tsipras, Comitato Tsipras Etruria, Convergenza Socialista, Isabella Adinolfi (Eurodeputata Movimento 5 Stelle), Roberto Cotti (Senatore Movimento 5 Stelle / Sardegna), Federica Daga (Deputata Movimento 5 Stelle / Lazio 1), Dario Tamburrano (Eurodeputato Movimento 5 Stelle), Ecologisti Democratici (Circolo di Firenze), Lista Civica Indipendente Pianezz@ttiva, Lista L’Altra Europa con Tsipras, MeetUp Cosenza “Amici di Beppe Grillo”, Meetup Udine Sud – Cussignacco, Movimento 5 Stelle Cecina, Partito EcoAnimalista, Partito Marxista Leninista Italiano, Partito Pirata Italiano, Partito Umanista, perUnaltracittà – laboratorio politico Firenze, Rifondazione Comunista, Rifondazione Comunista Biella, SEL, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Italiana, Speranza per Caserta, Verdi

Gramsci: le contraddizioni del M5S e del Pd

Gramsci: le contraddizioni del M5S e del Pd

SALVATORE TALIA

Lo scorso 21 aprile la Camera dei Deputati ha approvato la proposta dell’on. Caterina Pes di far diventare monumento nazionale la casa di Gramsci a Ghilarza. Il voto a favore è stato quasi unanime. Solo 32 deputati del Movimento Cinque Stelle hanno votato contro, mentre la Lega Nord si è astenuta. Secondo i deputati di Sinistra Italiana Michele Piras e Carlo Galli, promuovere a monumento nazionale la casa di Gramsci sarebbe “un atto dall’importante significato simbolico che riconosce la grande valenza storica del pensiero e dell’azione politica” di Antonio Gramsci (“il manifesto”, 22 aprile).

Ma è veramente così?

La memoria di Gramsci non appartiene, e non può appartenere, a tutte indistintamente le forze politiche.

Gramsci era comunista. Dedicò la sua vita al programma di emancipare le classi subalterne.

Gramsci fu per l’internazionalismo proletario. Lottò per la liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo e si oppose a tutti gli imperialismi, compreso quello italiano “nazionalistico e militare”.

Gramsci fu antifascista irriducibile. Il regime fascista lo incarcerò e lo torturò fisicamente e psicologicamente per anni, fino a farlo morire, ma non riuscì a piegarlo.

La memoria di Gramsci appartiene innanzitutto ai comunisti e a chi si riconosce nei valori del movimento operaio.

Può appartenere anche a chi, pur non essendo comunista né marxista, condivide determinati princìpi di solidarietà, di uguaglianza, di pace, di giustizia sociale, che sono sanciti dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.

Perciò è logico che un partito filopadronale e di estrema destra xenofoba come la Lega Nord non abbia ritenuto di aderire alla proposta di onorare la memoria di Gramsci.

Perciò è comprensibile che anche i parlamentari del M5S, un partito dalla leadership ambiguamente interclassista, abbiano votato contro (forse in contrasto con una parte del proprio elettorato).

Dobbiamo però chiedere ai deputati del PD, che hanno votato a favore della proposta dell’on. Pes, se non si sentano alquanto in contraddizione con loro stessi.

Non ci si può, a nostro parere, proclamare eredi di Gramsci e nel contempo sostenere un esecutivo come quello di Matteo Renzi che, fra le altre cose, ha umiliato il lavoro dipendente con il cosiddetto “Jobs Act”; ha proseguito le politiche di tagli alla spesa sociale dei precedenti governi; ha rivendicato con arroganza il proprio vincolo col grande capitale dei Marchionne e delle multinazionali petrolifere; ha manifestato (nei fatti, se non a parole) la propria subalternità alla burocrazia liberista dell’UE, collaborando allo strangolamento della Grecia; ha firmato la propria disponibilità a partecipare alle prossime rovinose avventure militari della NATO in Libia e in Siria;  si è dimostrato incerto e titubante nei confronti del regime egiziano quando si è trattato di chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni; ed ha infine coronato questa sua politica formalmente e sostanzialmente di destra promuovendo quella controriforma costituzionale che, se non verrà fermata dai cittadini nelle urne, sancirà la definitiva involuzione autoritaria di quel che resta della democrazia italiana.

Onorevoli deputati del PD: sappiate che il pensiero di Gramsci non è buono per tutte le stagioni. Riverire la sua memoria non può essere una sorta di sacramento religioso, con cui ripulirsi la coscienza per poi continuare ad agire male.

“Bisogna farla finita” – scriveva Gramsci nell’agosto 1916 – “con i piagnistei inconcludenti degli eterni innocenti. Bisogna domandar conto a ognuno del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”.

Anpi Mortara: per il 71° anniversario della Liberazione. Concerto antifascista in piazza con le “Voci Resistenti”

Anpi Mortara: per il 71° anniversario della Liberazione. Concerto antifascista in piazza con le “Voci Resistenti”

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Verso il 25 aprile, per una nuova Liberazione dell’Italia

Verso il 25 aprile, per una nuova Liberazione dell’Italia

Buon 25 Aprile !

Verso il 25 aprile, per una nuova Liberazione dell’Italia

20 aprile 2016

A 71 anni dalla Liberazione del 25 aprile 1945, come Giovani Comunisti/e
ribadiamo la necessità di una triplice lotta che caratterizzò i partigiani
delle Brigate Garibaldi:

1) Lottiamo per il recupero della sovranità nazionale democratica e
repubblicana, contro ogni oppressione di origine straniera. Così come i
partigiani combatterono gli invasori tedeschi, noi lottiamo per distruggere
l’Unione Europea e la NATO, gli strumenti della grande finanza e del grande
padronato internazionale per dominare l’Italia e gli altri popoli d’Europa.

2) Lottiamo per l’eliminazione di ogni tipo di presenza fascista nella
società e nelle istituzioni. A tal riguardo ricordiamo tutti i compagni
vittime di aggressioni neofasciste e rivendichiamo la richiesta di
sciogliere tutti i gruppi eversivi dell’estrema destra, condannando i loro
capi. Combattiamo contro ogni revisionismo storico e tentativo di
“normalizzare” il fascismo, attraverso una rilettura borghese che viene
fatta sia per criminalizzare la Resistenza partigiana, sia per definire
inattuale e superata la distinzione “destra/sinistra”. La borghesia realizza
questa operazione in spregio alla Costituzione Repubblicana per
auto-assolversi dalle proprie colpe storiche e per legittimare al governo
una serie di partiti di origine fascista o con tratti esplicitamente
neofascisti che oggi occupano il Parlamento (Fratelli d’Italia, Forza
Italia, Lega Nord, Nuovo Centro-Destra).

3) Lottiamo contro la violenza e lo sfruttamento del sistema capitalistico.
Lottiamo per il SOCIALISMO! Lottiamo per la RIVOLUZIONE! Non dimentichiamo
che il fascismo nasce storicamente come reazione alle conquiste del
movimento operaio e del “pericolo rosso” costituito dall’avanzata del
comunismo e del socialismo. Il fascismo è stato la dittatura terroristica
aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del
capitale finanziario; è sorto e si è consolidato come custode di un ordine e
di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul
profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto
a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e
calcolata. Tutte queste caratteristiche le ritroviamo oggi nel governo Renzi
e nell’attuale PD, responsabili dello smantellamento dello Statuto dei
Lavoratori e dell’accentuazione della precarizzazione di massa. Denunciamo i
caratteri comuni tra fascismo e PD, partito che non ha nessuna legittimità
di ricondursi alla categoria politica della “sinistra”, né tantomeno di
partecipare ipocritamente ai festeggiamenti del 25 aprile.

L’antifascismo è il primo passo da avanzare verso la lotta di classe ed il
mutamento dell’ordine sociale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
ma per ottenere risultati concreti riaffermiamo la necessità imprescindibile
dell’organizzazione della lotta al livello più elevato possibile: soltanto
un serio ed organizzato partito comunista può ottenere questi obiettivi.
Siamo consapevoli che oggi questa opzione non ci sia e di non essere nemmeno
noi autosufficienti, per questo invitiamo compagni e compagne che
condividano queste analisi a contattarci per trovare modalità di
collaborazione nel costruire iniziative di conflitto. L’unità non si fa
nelle alleanze politiciste ma a partire dalle lotte, fianco a fianco nelle
strade, nei luoghi di lavoro e di studio.

“Invitiamo tutti i cittadini e le cittadine fieramente antifascisti/e a
partecipare al nostro spezzone nel corteo per ricordare la Liberazione di
Milano. L’appuntamento è il 25 aprile per le ore 14 a Palestro (MI).

GIOVANI COMUNISTI/E MILANO

www.rifondazione.it

Presentazione della lista: “Milano in Comune”

Presentazione della lista: “Milano in Comune”

Milano, 21 aprile 2016
Oggi a Milano, di fronte a Palazzo Marino, Basilio Rizzo, candidato Sindaco per la lista “Milano in Comune” ha presentato le candidate e i candidati che compongono la lista per il Consiglio Comunale

L’opera prima di Nino

L’opera prima di Nino

Pubblicato il 22 apr 2016

di Guido Liguori

La Camera dei deputati ha ieri approvato – col solo voto contrario del Movimento 5 stelle e la astensione della Lega – un disegno di legge che dichiara «monumento nazionale» la Casa museo Gramsci di Ghilarza. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.

Per chiunque si sia occupato o si occupi di Antonio Gramsci, il nome di Ghilarza – piccolo paese in provincia di Oristano – è ben noto: si tratta del luogo in cui Gramsci ha passato la maggior parte degli anni, non sempre felici, della sua giovinezza. Nato ad Ales nel 1891 da una famiglia della piccola borghesia trasferitasi due anni dopo a Sorgono, dove il padre di «Nino», Francesco, dirige il locale ufficio delle imposte, il piccolo Gramsci torna a Ghilarza nel 1898 insieme alla madre, alle sorelle e ai fratelli dopo l’arresto del genitore, accusato di alcuni ammanchi scoperti nel suo ufficio. A Ghilarza trascorre poi anni di privazioni, di miseria anche, di lavoro precoce, faticoso e mal pagato, subito dopo la fine delle scuole elementari. Sempre a Ghilarza la famiglia Gramsci continua a risiedere, dopo la scarcerazione di Francesco. Il giovane Nino riprende gli studi, con molti sacrifici frequenta dal 1905 il ginnasio nella vicina Santu Lussurgiu. Nel 1908 è a Cagliari, presso il liceo Dettori, grazie all’aiuto del fratello maggiore Gennaro, che lavora anche nell’ambito della locale Camera del lavoro.

Nel 1911 vince una borsa di studio e parte per frequentare l’Università di Torino, incontra il «mondo grande e terribile, e complicato». Nonché la classe operaia torinese e la grande vicenda del socialismo del Novecento.
Da sempre Ghilarza è dunque il luogo della Sardegna che per molte e molti nel mondo significa Gramsci, si identifica con Gramsci. E Casa Gramsci a Ghilarza da anni è anche un piccolo ma prezioso museo, un luogo della memoria che attira visitatrici e visitatori da tutto il mondo, ma che versa spesso in condizioni economiche precarie, senza mezzi o con scarsi mezzi, da alcuni anni senza più i finanziamenti, pochi ma preziosi, a lungo ricevuti da parte della Regione Sardegna.

Cosa significa oggi fare di Casa Gramsci un «monumento nazionale»? Quasi nulla. È un riconoscimento, certo, un tributo alla grandezza del saggista italiano più letto nel mondo dai tempi di Machiavelli, come ormai si ripete da tempo. Una «medaglietta». Perché – come nel dibattito parlamentare ha rilevato non del tutto a torto il Movimento 5 stelle, che per questa ragione ha votato contro, pur esprimendo apprezzamento per la grandezza di Gramsci (la Lega si è astenuta, senza esprimere niente) – nel nostro ordinamento la definizione di «monumento nazionale» non ha effetti giuridici o finanziari, ed è addirittura incerta.

Eppure, anche le medaglie servono, anche questa medaglia può essere utile, se rappresenterà il passaggio per un assetto diverso e più consono all’obiettivo di preservare i luoghi che furono cari a Gramsci e che ne ricordano la vita e l’opera. E che hanno bisogno del sostegno pubblico per vivere non a stento, per essere il mezzo efficace di formazione culturale e civile. Per creare ad esempio una Fondazione che sia funzionale alla loro tutela e al loro utilizzo.

La recente, brutta vicenda dell’antico caseggiato di piazza Carlina a Torino, dove Gramsci a lungo aveva soggiornato e che ora è stato vergognosamente trasformato in un albergo di lusso, per responsabilità della amministrazione comunale al tempo guidata da Sergio Chiamparino, serva da monito. A Ghilarza il pericolo non è quello della speculazione economica, ma dell’abbandono, della decadenza per mancanza di mezzi. L’esito è lo stesso: la cancellazione della memoria. La speranza è allora che si trovi per Casa Gramsci e per gli altri luoghi gramsciani (ad Ales, a Sorgono, a Santo Lussurgiu, a Cagliari, o anche a Torino e a Roma, a Turi e a Plataci, in Calabria, dove la famiglia Gramsci, proveniente dall’Albania, ha soggiornato a lungo) una via per assicurare la conservazione, la memoria, l’utilizzo museale, dunque educativo, pedagogico, degli edifici ancora conservatisi, con la formazione di una rete di siti che ricordi questo grande «eroe dei due mondi», del Sud contadino come della moderna realtà industriale e operaia del suo tempo.

Chi dovrà gestire questo auspicabile polo museale? Il disegno di legge che vuol fare della casa di Gramsci un «museo nazionale» è stato presentato da una esponente del Pd, un partito che certo non sembra oggi seguire la strada politica indicata da Gramsci. Ma non è importante qui aprire una polemica in merito. Mi pare invece giusto affermare che, mentre l’intervento pubblico è necessario e più che giustificato, non tocchi a questa forza politica disporre o continuare a disporre, direttamente o indirettamente, della proprietà o della gestione di simili luoghi. Sarebbe invece ragionevole che la Casa museo di Ghilarza o di altri siti gramsciani siano affidati a una gestione plurale, espressa dalle istituzioni, dalle associazioni, dagli studiosi, e anche dai famigliari, che alla memoria e allo studio di Gramsci si dedicano da tempo.

Anche la Igs, la International Gramsci Society, l’associazione che in Italia e nel mondo mette in rete molti esperti e appassionati di Gramsci, è disponibile per contribuire con altri a questo processo di valorizzazione dei siti gramsciani. Intanto, anche con questo auspicio, diamo a tutte e tutti un appuntamento, a Roma, il prossimo 27 aprile, giorno in cui ricorre la morte dell’autore dei Quaderni del carcere: vediamoci alle 13.30 a via Caio Cestio, dietro la Piramide, a Testaccio, all’entrata del Cimitero acattolico, e portiamo un fiore rosso sulla tomba di Gramsci. Iniziamo così a riscoprire e rilanciare il ricordo del grande comunista e marxista letto e studiato in tutto il mondo, che anche il suo paese deve riscoprire e onorare adeguatamente.

gramsci-occhiali

 

fonte: il Manifesto

Acqua: il re è nudo

Acqua: il re è nudo

Acqua: il re è nudo

di Marco Bersani

 Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.

Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.

Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l’anima.

A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

 

Marco Bersani (Forum italiano dei movimenti per l’acqua)

Il Pd, la maggioranza e il Governo affossano i referendum per l’acqua pubblica

Il Pd, la maggioranza e il Governo affossano i referendum per l’acqua pubblica

Il Pd, la maggioranza e il Governo affossano i referendum per l’acqua pubblica

Dopo il voto gli attivisti dei movimenti per l’acqua presenti in aula sventolano bandiere in segno di protesta

Oggi la legge sulla gestione pubblica del servizio idrico è stata finalmente discussa e approvata aula alla Camera, a distanza di circa 9 anni dal suo deposito corredato da oltre 400.000 firme.

Peccato che il testo approvato sia radicalmente diverso, nella forma e nei principi, di quello proposto dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

PD e la maggioranza hanno stravolto il testo a partire dall’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione. Oggi è caduta anche l’ultima foglia di fico dietro la quale il PD aveva provato a nascondersi. Infatti, la Commissione Bilancio ha cancellato la via prioritaria assegnata all’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche.

Un disconoscimento palese e spudorato che ribaltato il senso di quella legge sottoscritta da 400mila cittadini e aggiornata alla luce dei risultati del referendum popolare del 2011.

Il risultato di oggi è solo la cronaca di una morte annunciata, già nei giorni scorsi infatti molti dei deputati dell’intergruppo parlamentare per l’Acqua Bene Comune avevano ritirato la firma da un provvedimento che stravolgeva il senso.

La cancellazione della volontà popolare di 27 milioni di italiani che si espressero in favore dell’acqua pubblica ai referendum arriva a pochi giorni dalla tornata referendaria del 17 aprile, sulla quale la maggioranza di Governo ha fatto campagna per l’astensionismo, il disconoscimento di un percorso di partecipazione come quello sulla gestione pubblica del servizio idrico rappresenta un preoccupante segnale per la democrazia nel nostro paese.

Il movimento per l’acqua continuerà la loro battaglia contro questa legge anche nel passaggio al Senato e lancia contro i provvedimenti del Governo Renzi, a partire dal ddl Madia, una petizione nazionale insieme ai referendum sociali.

Roma, 20 Aprile 2016.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Adesione alla manifestazione nazionale StopTTIP del 7 maggio a Roma.

Adesione alla manifestazione nazionale StopTTIP del 7 maggio a Roma.
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L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS aderisce alla manifestazione nazionale StopTTIP del 7 maggio a Roma.

Il rischio di un’accelerazione tra i negoziatori dell’Unione Europea e Stati Uniti che porti alla stipula  del TTIP   dovuto alle elezioni per il presidente degli Stati Uniti lo avvertiamo come una vera e propria minaccia, giacché l’accelerazione potrebbe produrre un accordo “cornice” il cui merito sfuggirebbe ulteriormente a qualunque verifica aumentando a dismisura la cappa di segretezza intorno al trattato, mentre diventa sempre più urgente rompere quel muro di segretezza che caratterizza i negoziati intorno al Trattato.

Il TTIP inciderà profondamente sui processi democratici dei singoli paesi e dell’Unione Europea, in particolare, attraverso l’istituzione degli ISDS, tribunali speciali privati che interverranno, con potere di sanzione, sulle controversie legate agli scambi commerciali, ovvero a rimuovere ogni ostacolo che lo limiti, gli ostacoli sono  le norme di salvaguardia della tutela dei cittadini e dell’ambiente.

Si insedierà una sorta di “lex mercatoria” che sostituirà il diritto pubblico fino a depotenziare le prerogative dei parlamenti in materia di: giustizia, ambiente,

servizi pubblici, agricoltura e la qualità del cibo, insomma deciderà sulle nostre vite.

Tutto ciò va combattuto e respinto!

L’Altra Europa  si mobilita, a fianco dei comitati locali e della Campagna Stop TTIP nazionale, per impedirne l’approvazione e aderisce allamanifestazione nazionale di carattere europeo, indetta dalla Campagna italiana STOP TTIP del 7 maggio a Roma, e si impegnaper la sua riuscita.

L’altra Europa con Tsipras

 

Lettera aperta a Giuliano Pisapia.

Lettera aperta a Giuliano Pisapia.

Lettera aperta a Giuliano Pisapia.

Emilio Molinari, Franco Calamida, Piero Basso, Silvano Piccardi, Vittorio Agnoletto.

Caro Giuliano, i tuoi ripetuti attacchi a Basilio Rizzo e a tutti quelli che sorreggono la sua candidatura, ci chiamano in causa e ci sconcertano.

Dire che Basilio è fermo a 30 anni fa e a un “estremismo di sinistra duro e puro”, vuol dire non conoscere non solo Basilio, ma la storia della politica milanese e 30 anni di consiglio comunale. Significa non cogliere e sorvolare sulla questione della legalità, fondamentale e più che mai attuale a Milano e in Italia.

Ma se Basilio si difende da solo con la sua storia di trasparenza e coerenza, noi invece vogliamo chiederti: “ ma il merito dei problemi di Milano su cui confrontarsi dov’è? ”

Ti sembra un argomento di merito affermare che i sostenitori di Basilio favoriscono la vittoria della destra….che non vedono che Parisi è peggio di Sala…che Renzi non è eguale a Berlusconi ecc…?

Questi argomenti sono un vecchio spauracchio da sempre usato da alcuni settori della sinistra (e del centrosinistra)  che non hanno mai tollerato critiche al proprio operato, al loro consociativismo affaristico, ai loro rapporti con le lobby dei costruttori, con la Compagnia delle Opere, con le Coop ecc…

Ma ti rendi conto che seguendo il filo dei tuoi argomenti bisognerebbe sempre votare PD altrimenti vince la destra? E che al prossimo referendum costituzionale diventerebbe una colpa  votare contro la manomissione della Costituzione altrimenti Renzi se ne va?

E che al referendum sulle trivelle, secondo la logica da te sostenuta, sarebbe stato giusto non andare a votare? A proposito, perché non hai invitato i cittadini milanesi a recarsi al voto sulle trivelle?

Caro Giuliano, conosci da tanto tempo gran parte di coloro che hanno firmato l’appello in sostegno alla candidatura di Basilio Rizzo. Molti di loro sono anche tuoi amici,  sono persone per bene, tutt’altro che ideologizzati, ai quali  Sala non va bene. Sono cittadini ai quali un sistema elettorale democratico e un  DOPPIO TURNO (non dimenticarlo mai) danno prima la possibilità di votare per il candidato più vicino alle proprie  idee  e di poter poi  decidere cosa fare al ballottaggio.

Conosci Nando Dalla Chiesa e Gianni Barbacetto, sai come si sono espressi per Basilio, ti sembrano dei “duri e puri”? Sai che Luigi Ferraioli un maestro del diritto, Giovanni Impastato ed Eugenio Melandri hanno applaudito la scesa in campo di Basilio …. come li giudichi ? Anche loro sono fermi a trent’anni fa ?

Sai anche che fra coloro, compresi i firmatari di questa lettera, che hanno voluto la candidatura di Basilio Rizzo ci sono tantissimi cittadini milanesi che ti votarono con entusiasmo nel 2011 e che oggi sono convinti che la candidatura di Sala sia un ritornare a prima della “stagione Pisapia”. Questo sentimento è diffuso anche tra molti di coloro che alle primarie hanno votato candidati diversi da Sala; e a questo sentimento è necessario dare uno sbocco politico forte e autonomo, è nell’interesse di tutti coloro che si battono contro la cultura, i programmi e l’ideologie della destra.

Caro Giuliano oggi è lecito pensare che Sala è prima di tutto una tua sconfitta. Riflettici. E’ una sconfitta che non eludi dicendo: ma Parisi è peggio di Sala!

Non si batte la destra invitando gli elettori :

– a chiudere la bocca e a dimenticare Expo, il suo modello di lavoro precario e nero, gli  di stage gratuiti, i milioni di Euro spesi a discapito di case popolari e servizi sociali, per farne una vetrina delle multinazionali;

– a coprirsi gli occhi per non guardare il riaffiorare degli intrecci consociativi e trasversali con la Compagnia delle Opere;

– a tapparsi le orecchie per non stare a sentire Sala che rassicura la lobby dei costruttori!

– a turarsi il naso e a …. votare Sala.

Rifletti piuttosto che se Parisi guadagna consensi non è colpa di Basilio Rizzo e di “Milano in Comune”, ma è perché Sala non convince.

L’aver sottovalutato per decenni la questione morale e il continuo corrompersi del cosiddetto centrosinistra riformista, in nome di un voto “utile” non ha favorito la sinistra ma la destra populista.

L’aver demonizzato e marginalizzato chi denunciava nelle istituzioni affari e collusioni e l’aver sacrificato sistematicamente diritti e bisogni sociali, ha consegnato a Salvini e a Grillo il monopolio della protesta e ha consentito loro di spacciarsi come paladini dei ceti popolari, mentre  migliaia di cittadini si rifugiavano nel non voto.

Caro Giuliano non hai di fronte dei “duri e puri” o dei “sinistra più a sinistra”…ma solo cittadini di buona memoria storica  che quando votano qualcuno a sindaco sono animati, quanto meno, da una….sana inquietudine per la legalità e la giustizia

Emilio Molinari, Franco Calamida, Piero Basso, Silvano Piccardi, Vittorio Agnoletto.

 

SAPREM MORIRE E RISPETTAR LA VITA

SAPREM MORIRE E RISPETTAR LA VITA
A.N.P.I. sezione di Cassolnovo
e Amm.ne Comunale di Cassolnovo
Sabato 23 Aprile 2016 Invitano
TEATRO VERDI ore21.15 Entrata LiberaDocufilm:SAPREM MORIRE E RISPETTAR LA VITA
Luoghi della RESISTENZA Rhodense e Lombarda .Proiezione e presentazione con i registi :
Gregory Fusaro,Massimiliano Vergani
e lo storico Alfonso Airaghi (Anpi Rho)
Brani della colonna sonora eseguiti dal vivo
da Gianni Rota, Davide Buratti,Piero Carcano

L‘ANPI di Cassolnovo e l’Amministrazione comunale di Cassolnovo in occasione delle manifestazioni intorno al 25 Aprile presenteranno una proiezione pubblica al Cine Teatro Verdi sabato 23 dalle ore 21.15 del docufilm“Saprem Morire e Rispettar la Vita”. Si tratta di un documentario sulla Resistenza partigiana che ricostruisce in particolare le lotte per la liberazione a Rho attraverso l’intervista a Tonino Guerra, combattente e partigiano, e attraverso materiale filmico di repertorio. Nella ricostruzione storica spiccano le figure di Giovanni Pesce e Agostino Casati, carismatici e fondamentali per la Liberazione del territorio Lombardo milanese in particolare .Saranno presenti in sala oltre allo storico e promotore e curatore del progetto Alfonso Airaghi ,presidente dell’ANPI di RHO(sezione “ Angelo Gornati”) tra i più attivi per produzioni culturali che supportano la memoria (libri, video ecc..). anche i giovani registi che lo hanno realizzato per la casa cinematografica indipendente “ Officina Indie Milano” : Massimiliano Vergani e Gregori Fusaro . La loro collaborazione ha già dato in passato buoni frutti con l’ importante documentario e pluripremiato “ In via Savona al n 57 “ sulla storia del mitico Cinema d’essai “Mexico” di Milano .Importante il punto di vista di questi registi dell’ultima generazione che hanna dato un taglio meno convenzionale al al documentario amalgamando al meglio fotografie didascalie e interviste oltre alle immagini di repertorio di grande importanza storica. Ne esce un racconto moderno capace di parlare anche alle ultime generazioni dei sacrifici e del prezzo pagato per il raggiungimento della Libertà ben più alto di quello che si possa immaginare. Alfonso Airaghi, autore di importanti libri di ricerca sulle lotte partigiane del territorio , in particolare “ Libertà è l’idea che ci avvicina “sarà supportato nel racconto dalle musiche e dalle canzoni eseguite dal vivo dal trio Gianni Rota , Davide Buratti e Piero Carcano componenti storici del gruppo CANTOSOCIALE . Il gruppo musicale vanta un repertorio unico di riproposta di canti restistenziali sia originali che riadattati, molti dei quali recuperati grazie alla ricerca di testi di canti partigiani delle valli lombarde e piemontesi poco o per nulla eseguiti. Alcune di queste “chicche” fanno proprio parte della colonna sonora di “Saprem morire e rispettar la vita “.
info piero carcano anpi Cassolnovo cell 3335740348

ADDIO DEMOCRAZIA, BENVENUTO CETA?

ADDIO DEMOCRAZIA, BENVENUTO CETA?

di Felix Heilmann

In una vera democrazia il Parlamento ha l’ultima parola su qualunque tipo di decisione. Eccetto che negli accordi commerciali, o almeno così sembra. Una clausola del CETA (Accordo Economico e Commerciale Globale) permetterebbe che gran parte dello stesso possa entrare in vigore senza aver bisogno dell’accordo del parlamento, inclusa la controversa protezione degli investimenti garantita dall’ISDS (Risoluzione delle Controversie tra Investitore e Stato)!

Proprio in questo momento, dirigenti e funzionari di tutt’Europa stanno segretamente preparando l’entrata in vigore del CETA usando questo espediente, che consentirebbe all’accordo di decorrere dal momento in cui il Consiglio dell’Unione europea avrà dato il suo consenso, senza il bisogno di interpellare i parlamenti europei. Un espediente, il loro, che il Ministro tedesco dell’Economia ha dichiarato essere “perfettamente democratico”.

Credete sia tutto? Reggetevi forte: grazie ad una sentenza ben nascosta a pagina 228 dell’accordo, gli Stati membri dell’Unione Europea sarebbero soggetti alle eventuali cause legali da parte delle aziende persino nel caso in cui i primi abbiano votato contro il CETA – per tre lunghi anni! L’articolo 30.8 del CETA afferma che i ricorsi avviati in virtù dell’ISDS possono essere presentati entro tre anni dalla data di sospensione o dalla terminazione dell’accordo”.

Ricapitoliamo: i dirigenti esecutivi stanno facendo pressione per una “attuazione provvisoria” del CETA. Secondo il canadese Steve Verheul, responsabile delle negoziazioni, ciò significa che il 95 per centodell’accordo potrebbe decorrere se 15 sui 28 governi degli Stati membri dell’UE dovessero dare il loro consenso. Di questo 95 per cento dell’accordo farebbero parte le corti per i contenziosi con le aziende, secondo quanto ammesso da Bernd Lange, il Presidente della commissione del Parlamento Europeo per il commercio internazionale.
In altre parole, il CETA potrebbe entrare in vigore senza il consenso del Parlamento Europeo, né di alcun parlamento nazionale!

L’accordo messo in atto in maniera provvisoria rimarrebbe definitivamente in vigore pur non essendo mai stato discusso in un parlamento, in quanto non esisterebbe alcuna scadenza entro la quale votare per redendere l’accordo pienamente vigente.

E non finisce qua! Per l’Unione Europea non vige alcun obbligo giuridico ad uscire dal trattato, comeriferito dal comitato scientifico del Parlamento tedesco. Anche se il parlamento di uno Stato membro volesse respingere il CETA, per poter abbandonare il trattato sarebbe necessario il voto del Consiglio, il quale non viene direttamente influenzato dalle decisioni parlamentari: la decisione presa democraticaticamente dal tuo Parlamento non avrà alcun peso.

Pur supponendo che i dirigenti europei tengano in considerazione la decisione presa da rappresentanti eletti (cosa che ci si aspetterebbe in una democrazia) e scelgano di sospendere il trattato, i paesi europei sarebbero ancora soggetti ad azioni legali da parte delle aziende per i tre anni a seguire, come stabilito dalla breve clausola a pagina 228! Il caso della Russia fornisce un esempio emblembatico dei rischi di tale cavillo legale: nel 2014 fu costretta a pagare $50 miliardi per via di una causa secondo ISDS resa possibile da un trattato che il paese implementò solo in via provvisoria e che decise di abbandonare nel 2009. Tuttavia, a causa di una clausola simile a quella nel CETA, la Russia dovette pagare comunque.

Riepilogando: un accordo con gravi conseguenze per la nostra democrazia entrerà in vigore tramite attuazione provvisioria, il che comporta che non sarà discusso da alcun organismo democraticamente eletto; inoltre, anche se l’accordo venisse eventualmente sospeso, le sue clausole più rischiose non cesserebbero di esistere.


Fonte dell’immagine originale: Wikipedia

Alcune riflessioni sul referendum del 17 aprile

Alcune riflessioni sul referendum del 17 aprile

Pubblicato il 19 apr 2016

di Marco Bersani – ATTAC ITALIA

Un’analisi del voto referendario del 17 aprile richiede una valutazione complessa per le numerose variabili da considerare.

Tredici milioni di persone che votano SI in un referendum che si è fatto di tutto per boicottare, non sono poche, soprattutto in un paese dove la disaffezione al voto –frutto della caduta verticale di fiducia verso la politica istituzionale- è diventata di ampia portata e quasi endemica.
Il boicottaggio del voto è stato tanto manifesto, quanto evidenti sono i poteri forti che sono scesi in campo per il mantenimento dello statu quo.

Il Presidente del Consiglio, dapprima con la definizione della data –nessun accorpamento con le amministrative e indicazione della primissima data utile per abbreviare il più possibile la campagna referendaria- poi con la discesa in campo aperto per l’astensione, si è dimostrato un pasdaran della nuova idea di democrazia autoritaria e plebiscitaria che propone al paese.
I grandi mass media, dapprima con il totale silenzio sul quesito, poi con la denigrazione dello stesso, hanno fatto ampiamente la loro parte.
A tutto questo va aggiunto l’evidente obsolescenza della norma che disciplina i referendum, che mantiene un quorum (50% più 1 degli aventi diritto al voto) da missione quasi impossibile e che facilita la strumentalizzazione della disaffezione elettorale per far fallire ogni esperimento di democrazia diretta.

Questo quadro oggettivo non esime, tuttavia, dal valutare il voto del 17 aprile come una sconfitta.
Perché, se sono realtà tutti gli impedimenti sopra descritti, è altrettanto vero che, se si decide di sfidare le politiche governative utilizzando lo strumento referendario, si è consapevoli dell’entità della sfida e occorre di conseguenza prendere atto dell’esito.

Ecco perché vale forse la pena provare a fare una riflessione più ampia in merito a quali condizioni rendano praticabile la sfida e a quali invece ne pregiudichino in partenza l’esito.

La prima non può che riguardare la frammentazione sociale che oltre venti anni di liberismo e la crisi sistemica in atto hanno prodotto nel paese: oggi le persone che hanno una visione d’insieme dei problemi sono una minoranza, mentre per la gran parte della popolazione l’isolamento e l’atomizzazione hanno agito in profondità, al punto da renderle disponibili alla mobilitazione solo di fronte ad un attacco diretto ed esplicito alle proprie condizioni di vita.
Se Eugenio Scalfari può scrivere senza vergogna sulla Repubblica che chi non vive nelle regioni direttamente interessate dalle trivellazioni è bene che se ne disinteressi, è perché ha chiara –e la utilizza pro-Renzi- esattamente questa dimensione di frammentazione sociale.

E’ questa realtà a dimostrare come oggi una prima condizione sine qua non la sfida referendaria diviene impossibile è che l’argomento da sottoporre al voto degli italiani debba o riguardare un tema che incide direttamente sulla vita di tutte e tutti o, in alternativa, diversi temi dirimenti che, nella loro pluralità, mobilitino ciascuno una fetta di popolazione direttamente interessata.
Il primo caso lo si è visto con la straordinaria esperienza del movimento per l’acqua, non a caso l’unico referendum degli ultimi venti anni ad aver raggiunto il quorum; il secondo caso, ancora da verificare nella sua efficacia, è attualmente in corso con la campagna di raccolta firme, avviata da due settimane, sui referendum “sociali”.

A mio avviso, c’è una seconda condizione irrinunciabile per poter mettere in campo la sfida referendaria: la raccolta delle firme fra i cittadini. È l’unico antidoto possibile alla disinformazione dei mass media e consente, nell’anno precedente al voto, una sorta di alfabetizzazione di massa e un processo di motivazione sociale che divengono dirimenti nella successiva mobilitazione per la partecipazione al voto.

Sono entrambe condizioni assenti nel referendum del 17 aprile e, che, a mio avviso, ne hanno determinato l’impossibilità “strutturale” di un esito positivo.

Tredici milioni di persone hanno comunque deciso di scendere in campo e di disobbedire all’indifferenza richiesta dal governo e dai poteri forti di questo paese.
A mio avviso si parte da lì

www.rifondazione.it

“Villa Triste”

“Villa Triste”

l’A.N.P.I., l ’Associazione La Barriera, il Comitato soci Coop e l’A.U.S.E.R. di Vigevano in occasione del 25 aprile 2016 propongono la visione di un Film, in prima nazionale, del regista Fabrizio Favilli intitolato “Villa Triste” e dedicato ad un episodio della lotta di Liberazione dal Nazifascismo, Villa Triste era un luogo dove venivano imprigionati e torturati tutti i ribelli del fascismo nella zona di Firenze.

Pensiamo che questo film sia particolarmente significativo da sottoporre agli studenti degli Istituti Superiori, si per svolgere con gli studenti un percorso storico sul tema del Fascismo e della Resistenza, ma anche in ragione della giovane età dei protagonisti della vicenda, ragazzi e patrioti che sacrificarono la loro vita ed i loro anni migliori per un’Italia libera e democratica.

Le proiezioni si terranno presso il Cinema Teatro Odeon, via Monsignor Berruti 2 Vigevano, e sono già programmate due proiezioni una alle 16,00 e una alle 21,00 per Venerdi 22 aprile.

Tuttavia vi è offerta la possibilità di richiedere una proiezione in orario scolastico per la mattina del 21, 22, 23 aprile. Il costo del biglietto riservato alle scuole è di € 3,00.

Alla proiezione del 23 sarà presente Adelmo Cervi, nipote di Alcide e figlio di Aldo, uno dei 7 fratelli uccisi dai nazifascisti presso Reggio Emilia. Adelmo è tuttora impegnato a portare avanti sia la memoria della sua famiglia che i temi salienti della nostra Costituzione Repubblicana., attraverso un libro “ Io che conosco il tuo cuore”.

Per informazioni o prenotazioni telefonare a 335 6753130 scrivere mail odeon@labarriera.it.

Pavia: 21 aprile, concerto in memoria di Ferruccio Chinaglia

Pavia: 21 aprile, concerto in memoria di Ferruccio Chinaglia

Giovedì 21 aprile, la Rete Antifascista di Pavia – ANPI – ARCI Pavia organizzano un concerto in memoria di Ferruccio Ghinaglia con la Banda POPolare dell’Emilia Rossa !

E invita alla mobilitazione di tutti gli antifascisti:
1. Per la messa fuorilegge a livello nazionale delle organizzazioni neofasciste, neonaziste, razziste e omofobe. Per l’applicazione della mozione che nega spazi comunali a questi gruppi a Pavia. Per la chiusura della sede di Casa Pound in via della Rocchetta.

2. Contro il razzismo dei governi e delle istituzioni d’Europa che colpisce i profughi che scappano dalle guerre, dalle catastrofi e dalla miseria. Contro ogni guerra tra poveri e chi la fomenta. Per garantire condizioni di vita e di lavoro degne a tutti i poveri e i lavoratori, senza distinzioni.

3. Per la parificazione completa dei diritti, senza distinzione di genere e orientamento sessuale. Contro la violenza misogina e omofoba. Contro la discriminazione delle donne, degli omosessuali e di tutte le minoranze sessuali.

Giovedì 21 aprile
h. 20, 30
@ Piazzale Ghinaglia

L’evento è organizzato da Rete Antifascista PaviaANPI Pavia Circolo Onorina Pesce BrambillaArci Pavia
con la collaborazione del Comune di Pavia

IL 17 APRILE SI VOTA SÌ. APPELLO AL VOTO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

IL 17 APRILE SI VOTA SÌ. APPELLO AL VOTO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Pubblicato il 15 aprile 2016

Il 17 Aprile siamo chiamati ad esprimerci con il voto nel referendum che
chiede di abrogare la norma che consente la prosecuzione dello sfruttamento
dei giacimenti di idrocarburi fino all’esaurimento degli stessi anziché alla
scadenza delle concessioni. Si tratta di un referendum per fermare le
trivellazioni in mare entro le 12 miglia alla scadenza della concessione
statale. Il mare e il sottosuolo sono beni comuni che vanno salvaguardati e
non svenduti o regalati a società private.

Il quesito referendario cancella una norma introdotta dal governo Renzi che
consentirebbe a chi è già titolare di un permesso di poter realizzare nuovi
impianti vicino alla costa e soprattutto di venir meno ai propri obblighi di
ripristino ambientale.

Il 17 aprile, come è accaduto con il primo referendum contro il nucleare, il
voto assume un significato, simbolicamente rilevante, che va molto al di là
della lettera del quesito stesso.

Un successo del referendum renderà più forte la spinta a modificare la
politica energetica del governo, imporrà un più forte impegno nella
transizione verso le energie rinnovabili, verso un futuro ecologicamente
sostenibile che salvaguardi la salute delle persone e la salvaguardia
dell’ambiente, per un modello sociale ed economico alternativo a quello del
Governo Renzi.

Non facciamoci scippare il diritto alla partecipazione diretta attraverso il
referendum. Si tratta di scelte che riguardano il nostro mare, il nostro
territorio e la qualità della vita, delle nostre vite e quelle delle future
generazioni.

Una vittoria del SÌ rappresenta un’occasione per cambiare rotta rispetto
alle politiche liberiste e di austerità che considerano l’ambiente e il
lavoro come variabili dipendenti dal profitto.

E’ tempo di innovazione e di energia pulita, di giustizia sociale e
ambientale. Ce lo possiamo permettere.

Il nostro è il Paese del sole, “il fossile è scaduto”, è il tempo del
cambiamento!

Difendiamo il territorio, il mare, il paesaggio, il clima…..dagli interessi
speculativi delle grandi multinazionali e da una politica obsoleta e
subalterna.

Rifondazione Comunista fa appello a tutte le cittadine e i cittadini, alle
proprie iscritte ed iscritti, ad andare a votare il 17 aprile, votare SÌ e
andarci già nelle prime ore del mattino.

Invitiamo tutte e tutti a massimizzare gli sforzi in queste ore per
contattare quante più persone possibile e invitarle a esercitare il proprio
diritto al voto respingendo l’invito all’astensione che arriva da un governo
e da un partito che hanno appena manomesso la Costituzione nata dalla
Resistenza.

Fermiamo le trivelle e la prepotenza di questo governo antipopolare.

Battiamo il quorum, è possibile!

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ferrero denuncia Renzi per induzione all’astensione. Renzi a casa, gli italiani a votare!

Ferrero denuncia Renzi per induzione all’astensione. Renzi a casa, gli italiani a votare!

pubblicato il 15 apr 2016

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Ho appena denunciato alla Procura della Repubblica di Roma Matteo Renzi per il reato di induzione all’astensione ai sensi dell’art. 51 della legge 352 del 25 maggio 1970 che recita “…chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie funzioni all’interno di esse, si adopera (…) ad indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni (…)”.
Le sue recenti dichiarazioni pubbliche a favore dell’astensionismo al referendum di domenica contro le trivelle costituiscono una palese violazione della legge e noi chiediamo alla Magistratura che il Presidente del Consiglio venga sanzionato. Dopo quest’ennesima offesa alla democrazia, questa ulteriore dimostrazione di arroganza di un premier che non rispetta le leggi della Repubblica, Renzi se ne deve andare a casa. Gli italiani invece vadano a votare «Sì» domenica 17 aprile, contro le trivelle e contro questo governo che calpesta democrazia e Costituzione».

15 aprile 2016

Referendum 17 aprile: appello scienziati per il Sì

Referendum 17 aprile: appello scienziati per il Sì

Pubblicato il 13 aprile 2016

Perché andiamo a votare e votiamo Sì

Insistere oggi con l’estrazione di petrolio e gas rappresenta un danno per il Paese

 

Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato dell’ultima Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea e rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto) alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove. Tutta la comunità scientifica internazionale è consapevole che non si può continuare sulla strada della dipendenza dalle fonti fossili e che l’inazione costituisce il rischio peggiore che non fa che aggravare la situazione attuale.

Tutto il mondo deve investire in un nuovo modello energetico e tutti, istituzioni, settore privato e società civile, devono essere attori del cambiamento.

In questo quadro non ha alcun senso per un paese come l’Italia insistere con investimenti per continuare con l’estrazione di petrolio e gas, anzi riteniamo che questa azione rappresenti ormai un danno.

Innanzitutto perché l’utilizzo delle fonti fossili provoca inevitabilmente l’aggravarsi dei cambiamenti climatici con effetti nefasti sui territori, sulla salute, sulla sicurezza delle popolazioni, e una crescita costante dei costi per riparare ai danni conseguenti.

Ma ci sono anche precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili.

 

Le ragioni energetiche.

Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali.

Una quantità irrisoria, anche perché il consumo dei combustibili fossili è in continuo calo (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni), grazie al boom delle fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) che hanno già contribuito a cambiare il sistema energetico italiano ed oggi coprono il 40% della domanda elettrica. Questa è la vera risorsa del paese sulla quale investire concretamente e che ci permetterà di ridurre sempre più la dipendenza energetica dall’estero e di fornire un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici.

La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie.  Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.

 

Le ragioni economiche.

Il successo delle rinnovabili in Italia ha ridotto drasticamente il prezzo dell’energia elettrica, ben prima che i prezzi del petrolio crollassero, portando concorrenza nel mercato, riduzione delle bollette (dove, per sfatare un altro mito, ovvero che le rinnovabili sarebbero pagate  care in bolletta, va detto che gli incentivi alle rinnovabili pesano solo per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana), miglioramento della bilancia energetica e aprendo una nuova importantissima filiera industriale. Oggi tutto sta cambiando: le rinnovabili costituiscono il presente ed il futuro dello sviluppo e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo, mentre le fonti fossili rappresentano il passato e gli investimenti in questo settore sono crollati e il 35% delle compagnie petrolifere, secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, è ad alto rischio di fallimento già a partire dal 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari.

Inoltre, al contrario di quanto si dice, le estrazioni petrolifere non rappresentano una risorsa significativa per le casse dello Stato, anche perché le società godono di royalties tra le più basse al mondo e franchigie molto vantaggiose.

 

Le ragioni occupazionali.

Il tema occupazionale è un tema delicato e importante, ma va affrontato senza intenti propagandistici, sapendo che la transizione energetica porterà inevitabilmente a una grande ristrutturazione industriale. Al di là del balletto delle cifre, a cui abbiamo assistito in queste settimane, le stime ufficiali (fonte Isfol) riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Parliamo di un settore già in crisi da tempo, indipendentemente dal referendum, per la riduzione dei consumi nazionali di gas e petrolio e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione.  Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.

 

Le ragioni ambientali.

Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Va poi considerato che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente sarebbe fonte di danni incalcolabili.

Inoltre la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’air gun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superficie topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.

 

Le ragioni etiche e culturali

Invitare all’astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l’astensione dilagante. Inoltre questo referendum, al di là del significato letterale del quesito, e del rapporto con i ricorrenti fenomeni di corruzione, che sono emersi di nuovo in questi giorni, chiede di assumerci una personale responsabilità per il futuro del nostro paese sul fronte dei cambiamenti climatici e del futuro di noi tutti : la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico ormai obsoleto che causa l’alterazione delle dinamiche del sistema climatico . Un problema su cui il nostro governo ha un atteggiamento schizofrenico, perché da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica, dall’altro, però, continua a sostenere, sul fronte interno, le lobby delle società petrolifere boicottando le rinnovabili e favorendo le trivellazioni.

 

Per tutte queste ragioni il voto del 17 aprile ha un significato importantissimo: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passatoo se vogliamo che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.

 

Votiamo Sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.

 

 

Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club

Luca Mercalli, Presidente Società Italiana di Meteorologia

Flavia Marzano, Professore Metodologie e tecniche della ricerca sociale alla Link Campus University

Giorgio Parisi, Professore Ordinario di teorie quantistiche all’Università La Sapienza di Roma

Vincenzo Balzani, Professore emerito dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei

Mario Tozzi, geologo, Primo ricercatore CNR

Enzo Boschi, già Presidente Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia (INGV) e professore Geofisica della Terra Università di Bologna

Marcello Buiatti, già Professore di Genetica all’Università di Firenze

Stefano Caserini, Professore mitigazione del cambiamento climatico, Politecnico di Milano, Coordinatore “Climalteranti.it”

Nicola Armaroli, Chimico, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche

Giuseppe Barbera, Professore Ordinario di Colture Arboree all’Università degli Studi di Palermo

Massimo Bastiani, Coordinatore Tavolo Nazionale Contratti di Fiume

Alberto Bellini, Professore associato presso Università degli studi di Bologna

Giorgio Bignami, già Direttore Laboratorio Fisiopatologia di organo e di sistema, Istituto Superiore Sanità

Ferdinando Boero, Professore Ordinario di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento

Raffaele Boni, DVM PhD Department of Sciences Università della Basilicata

Federico Butera, Professore Ordinario di Fisica presso il Politecnico di Milano

Gemma Calamandrei, Biologa, Primo ricercatore, Istituto Superiore di Sanità

Donatella Caserta, Professore ordinario di Ginecologia e Ostetricia Università di Roma Sapienza

Sergio Castellari, Ricercatore, Risk Assessment and Adaptation Strategies, Centro EuroMediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)

Mauro Ceruti, Professore Ordinario di Filosofia della scienza, IULM

Carmela Cornacchia, Ricercatore CNR

Annalisa Corrado, Ingegnere energetico

Pier Luigi Cristinziano, Ricercatore, Università degli studi della Basilicata

Maria teresa Crosta, INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino

Mario Cucinella, Architetto e designer

Antonio Di Natale, Segretario Fondazione Acquario di Genova

Paolo Fanti, Professore Associato, Dipartimento di Scienze – Università della Basilicata

Marco Frey, Professore Ordinario di economia e gestione delle imprese presso la Scuola Superiore S. Anna di Pisa

Mario Gamberale, Ingegnere energetico

Beppe Gamba, Esperto sviluppo sostenibile

Marino Gatto, Professore Ordinario di Ecologia al Politecnico di Milano

Gianvito Graziano, Geologo

Giuseppe Grazzini, Professore Ordinario di Fisica Tecnica, Dipartimento Ingegneria Industriale, Università di Firenze

Maurizio Lazzari, Ricercatore CNR

Mario Malinconico, Ricercatore CNR, Istituto Polimeri compositi e Biomateriali

Eleonora Barbieri Masini, Professore emerito Facoltà di Scienze Sociali  Università Gregoriana

Andrea Masullo, Direttore Scientifico di Greenaccord

Gianni Mattioli, Fisico

Massimo Moscarini, già Direttore Dipartimento Materno e Infantile Università La Sapienza Roma

Beniamino Murgante, Professore associato Università degli studi Basilicata

Gabriele Nolè, Ricercatore TD, Imaa CNR

Angela Ostuni, Ricercatrice, Università degli Studi della Basilicata

Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Università di Camerino

Valentino Piana, Direttore dell’Economics Web Institute

Sandro Polci, Sociologo

Francesco Ripullone, Scuola di Scienze Agrarie, Forestali Alimentari ed Ambientali, Università degli Studi della Basilicata

Gianluca Ruggieri, Ricercatore Università dell’Insubria

Valerio Sbordoni,  Professore ordinario di Zoologia Università Tor Vergata Roma

Massimo Scalia, Fisico

Angelo Tartaglia, Professore Fisica generale Politecnico di Torino

Valerio Tramutoli, Professore associato di Fisica del Sistema Terra e del Mezzo Circumterrestre presso la Scuola di Ingegneria della Università della Basilicata – Potenza

Sergio Ulgiati, Professore Analisi ciclo di vita Università degli Studi Parthenope di Napoli

Boris Zobel,  Psicopedagogista