Archivio for giugno, 2017

Scioperi FCA, Prc: “Contro Marchionne, lavorare meno lavorare tutti”

Scioperi FCA, Prc: “Contro Marchionne, lavorare meno lavorare tutti”

Scioperi FCA, Prc: “Contro Marchionne, lavorare meno lavorare tutti”

Oggi, 30 giugno, ci saranno scioperi su tutti i turni presso gli stabilimenti FCA di Termoli, Cassino, Pomigliano, Melfi e della Sevel di Atessa.
Non solo. L’1 e il 2 luglio gli Operai Autorganizzati Molise e la Rsa Usb di Termoli, dando seguito agli scioperi del 2016 contro il sabato lavorativo, bloccheranno la produzione nello stabilimento di Termoli.
Le lavoratrici e i lavoratori lottano contro i pesantissimi ritmi di lavoro, contro l’aumento dei turni portati a venti, contro l’uso dei trasfertisti, per la stabilizzazione dei precari.

Insomma contro il modello Marchionne. In effetti la gestione della produzione FCA, che impone il lavoro straordinario di sabato e domenica per parte dei lavoratori mentre mantiene altri a casa in Cassa integrazione, è l’esempio lampante di come la proposta della riduzione dell’orario di lavoro “lavorare meno, lavorare tutti” e dell’aumento generalizzato dei salari sia non un semplice slogan, ma una necessità reale, praticabile da subito e non più rinviabile.

Si tratta di una lotta che può unire i lavoratori della logistica a quelli delle fabbriche, comprendendo i lavoratori all’estero quali, ad esempio, quelli dello stabilimento FCA in Serbia.
L’unità dei lavoratori può costruirsi a partire dalle comuni gravi condizioni di lavoro e dai bassi salari dei lavoratori FCA, in Italia e all’estero.
E soprattutto nella consapevolezza della necessità di contrastare le politiche di governi che hanno regalato alle imprese provvedimenti come la riforma Fornero ed il Jobs act.
Rifondazione Comunista appoggia convintamente tutte le mobilitazioni per riconquistare diritti, migliori condizioni di lavoro e salario.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se
Enrico Flamini, segreteria nazionale Prc, responsabile lavoro
 

Trenord: storytelling della vergogna

Trenord: storytelling della vergogna
Trenord: storytelling della vergogna
Adriano Arlenghi
Lo diceva Terzani parlando ovviamente di geopolitica e di avvenimenti internazionali. Diceva : ci sono momenti nella storia in cui accadono cose per cui capisci che da quel momento in poi nulla sarà come prima, che la storia quella con la esse maiuscola avrà una accelerazione e modificherà i comportamenti individuali e collettivi.
Così a mio parere sta accadendo oggi sulla capacità di Trenord e di regione Lombardia di gestire le linee che fanno capo alla lomellina. D’accordo dicono alcuni abbiamo il treno diretto a Shangai dove le merci viaggiano veloci e sicure, ci piacerebbe che anche per chi lavora e studia ci fosse un trattamento meno disumano.La goccia che a mio avviso farà traboccare il vaso della rassegnazione è avvenuto ieri pomeriggio. Pioggia, un temporale, uno schianto di alberi sulla linea . Cinque ore di blocco alla circolazione, migliaia di pendolari abbandonati con un’ informazione posticcia e vergognosa, burocratica e inutile. Pensate: parlava persino di “relazione” per indicare una tratta ferroviaria bloccata. I video che ormai nel tempo del digitale in tempo reale corrono per il web raccontano della vergogna dello sfascio di Trenord, della sua incapacità di gestire la minima emergenza. Pendolari rassegnati ma anche decisamente arrabbiati. Non è possibile dicevano alcuni che davanti ad una emergenza come quella di ieri, davanti a migliaia di persone allo sbando non abbiano una “risorsa umana” da inviare sul luogo a gestire la marea crescente del casino.In mille come al tempo di Garibaldi ho scritto nell’attesa sui tanti social che ormai parlano di questa linea con ironia, frecce della risaia appunto, di un treno fantasma.

“Ormai la linea è ridotta ad un colabrodo. La politica sta a guardare e i pendolari assistono impotenti al tempo di attesa che si allungano nei tabelloni al neon. Cinque ore per i più sfigati. Informazioni criptiche, gente rassegnata. La linea è ormai al collasso totale nell’ indifferenza di tutti. Alcuni scherzano facendosi un selfie, viaggiano in rete le immagini di una donna che non riesce a scendere da un treno abbandonato fuori dalla stazione di Corsico, una signora minuta e triste è seriamente preoccupata perché non ha nessuno che vada a ritirare i bambini piccoli all’asilo. Molti dicono con determinazione ora basta. Succederà qualcosa nelle prossime settimane? Che so una promessa, una proposta.. oppure come sempre il popolo lomellino ingoierà e metterà nel dimenticatoio anche queste settimane d’inferno? I treni delle 16 intanto riescono ad Mortara con alcune carrozze al buio, però in compenso fa freddo e dunque una volta tanto l’aria condizionata non serve, alle 22,20. Adriana che abita ad Albonese dice: sembra quasi di essere in discoteca.

Alla stazione di Mortara si sgattoia via veloci, facce arrabbiate, facce che si vergognano di avere una dirigenza, quella di Trenord, dall’aspetto impresentabile. Sarà anche la sfiga , sarà che i temporali si accaniscono contro di noi , che guidatori impazziti si schiantino sui passaggi a livello , che vandali improvvisati azionino le porte di sicurezza, sarà anche questo ma rimane il fatto che la linea , le linee afferenti a Mortara hanno raggiunto ormai un livello di decenza e di efficienza molto più basso degli anni ottanta. Quando i comitati pendolari erano forti e alzavano la voce. E ottenevano risposte.

“Tutti a protestare a Palazzo di Lombardia” dice qualcuno. Io propongo invece di chiedere nel frattempo un consiglio comunale aperto urgente a Mortara da cui nasca la delega affinchè un impegno istituzionale coerente e continuativo del Comune, del Sindaco permetta di garantire diritti e sicurezza ai suoi cittadini che viaggiano. La richiesta di andare a battere i pugni, in senso simbolico ma con determinazione, sui tavoli appropriati di Regione Lombardia e di Trenord.

Ci sono momenti in cui la storia diceva Tiziano Terzani ha una accelerazione. Questo è uno di quei momenti. Non è tempo di cronaca, di pazienza, di attesa di mondi migliori. La politica svolga il suo compito. Si attivi. Prima che sia tardi, prima che la gente perda definitivamente la pazienza e si sostituisca ai decisori politici per chiedere ciò che le spetta. Che poi non è tanto: semplicemente la possibilità di avere certezza di un orario, condizioni di viaggio almeno simili a quelle del ‘900, capacità di gestione delle emergenze, la possibilità di viaggiare sulle carrozze senza dovere tenere aperto l’ombrello.

Amministrative 2017 – sul risultato di Padova

Amministrative 2017 – sul risultato di Padova

Smaltita, abbastanza velocemente, la moderata euforia per quella che è pur sempre una vittoria, forse si può cominciare a fare qualche considerazione senza troppe pretese sul voto amministrativo a Padova.

A chi non vive qui immagino possa sembrare strano che, con tutte le sue contraddizioni, la pura e semplice sconfitta delle destre sia comunque da considerare in sé un successo.

Bisogna però tenere conto che questa non è una qualunque città dove la saldatura tra lega e destra ha governato il comune, per fortuna solo per meno di 3 anni, facendo danni paragonabili a tante altre amministrazioni di colore diverso. Questo è stato un autentico laboratorio avanzato per sperimentare le politiche di divisione, emarginazione, taglio dei servizi, chiusura degli spazi di democrazia, istigazione alla guerra tra poveri che sono alla base della strategia politica di Salvini&C.

L’amministrazione Bitonci non si è limitata a prendere i provvedimenti razzistico-folkloristici, come la limitazione degli orari di apertura dei kebab, che hanno avuto risonanza nazionale.

Ha tagliato dal bilancio dieci milioni destinati alla spesa sociale.

Ha cambiato il regolamento per l’assegnazione delle case popolari, escludendo nei fatti non solo i migranti “stranieri”, come sbandierava, ma anche quelli interni, proprio nel momento in cui la crisi portava sempre più persone a non poter più pagare l’affitto, ma anche i mutui, e praticamente azzerato le assegnazioni.

Ha chiuso ogni servizio di assistenza e accoglienza.

Ha ridotto il problema delle periferie ad una questione esclusivamente di ordine pubblico.

Ha sistematicamente soffiato sul fuoco del razzismo, della paura del diverso, delle divisioni tra “noi” e “loro”.

E come se non bastasse ha tentato in tutti i modi di eliminare ogni espressione di dissenso, vietando, per quanto le competeva, qualunque manifestazione di piazza, politica, culturale e persino ambientalista; ha cambiato il regolamento del consiglio comunale azzerando di fatto ogni dibattito; ha ignorato il crescente inquinamento (Padova è una delle città in cui limiti delle polveri sottili vengono sforati maggiore sistematicità), non prendendo alcun provvedimento ed al contrario incentivando il traffico privato e svilendo quello pubblico; ha tagliato alberi e spinto la cementificazione, affidato parchi pubblici a privati che ci fanno profitti e costruito rotonde, progettato stadi inutili e nuovi ospedali faraonici (in questo, bisogna dirlo, fortemente spronato dalla amministrazione regionale)… L’elenco di nefandezze più o meno eclatanti potrebbe continuare a lungo, ma per brevità si può riassumere il tutto dicendo che non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte, non ha migliorato nulla, ha peggiorato tutto.

D’altra parte non si può certo far finta di ignorare quanto il PD ha contribuito, a tutti i livelli, a creare le condizioni sulle quali la destra ha costruito il suo, per ora momentaneo successo. È stata la precedente amministrazione di “centro-sinistra” a cedere ai privati l’acqua, a mettere le basi per la privatizzazione del trasporto pubblico che poi la destra ha completato, a mettere in vendita parte degli appartamenti di proprietà del comune, ad aumentare il costo dei buoni pasto per gli alunni delle scuole,  e via così elencando. Bitonci e compagnia brutta, sicuramente più beceri negli atteggiamenti, nel razzismo, nella mancanza di rispetto per la democrazia formale e sostanziale, non hanno però fatto scelte poi tanto diverse dal centrosinistra per quanto riguarda le politiche sociali ed economiche.

E neppure si può trascurare quanto decisioni e indirizzi della politica nazionale, dal patto di stabilità ai tagli ai finanziamenti (per restare strettamente su esempi che hanno diretta attinenza con l’attività degli enti locali), abbiano contribuito a fornire alibi e coperture a cattivi amministratori ed agli interessi economici, più o meno leciti, più o meno occulti, che rappresentano, ma anche a fare perdere la fiducia nel concetto stesso di “sinistra”, spingendo molti elettori nelle braccia dei Bitonci e dei suoi simili. E l’insuccesso della lista del PD, che all’interno del suo cartello prende un misero 13%, dimostra come tutto ciò sia stato effettivamente percepito dagli elettori.

Però al di là delle enfatizzazioni giornalistiche, e delle strumentalizzazioni politiche, è nella volontà di reagire a questa situazione che l’esperienza di Coalizione Civica ha trovato le ragioni e la forza per mettere insieme, e far cooperare alla ricerca di una sintesi possibile, persone che non avevano mai fatto politica, persone che sono tornate a farla dopo molto tempo, associazioni, rappresentanze del lavoro, forze politiche e sociali organizzate. Componenti che pure hanno tra loro differenze anche rilevanti, dai cattolici ai centri sociali, da alcuni sindacati di base a parti significative dei sindacati confederali.

È stata unificante l’idea che non si potesse accettare per la città il futuro pianificato da Bitonci, ma che neppure si potesse avere come unica alternativa il PD, il suo progetto liberista e gli interessi che lo appoggiano.

Certo limiti, difficoltà, differenze esistono. E, certo, non si tratta, almeno per il momento, della concretizzazione dell’idea che molti di noi hanno di ciò che dovrebbe essere l’aggregazione della sinistra antiliberista ed alternativa al PD.

Ma altrettanto certamente si è trattato di un percorso, in larga misura autentico, di partecipazione, discussione e costruzione aperto e dal basso, che ha stimolato il coinvolgimento delle persone ed il confronto delle idee. Per questo anche Rifondazione non poteva non partecipare e dare il suo contributo.

Inevitabilmente il meccanismo a doppio turno delle elezioni comunali, ed anche l’eccezionale e forse inatteso risultato numerico ottenuto da Coalizione al primo turno hanno costretto a prendere una posizione netta per il ballottaggio. Una parte, maggioritaria, di Coalizione non ha avuto nessun dubbio o esitazione sull’apparentamento con il centrosinistra, una parte minoritaria avrebbe voluto marcare una differenza più netta tra le due diverse componenti dell’opposizione a Bitonci.

Ha prevalso alla fine, per quanto riguarda Rifondazione ma non solo, la volontà di non introdurre divisioni, non per considerazioni tattiche, ma perché ad insistere sulla priorità assoluta della necessità di cacciare Bitonci  c’era la maggior parte di coloro che pure nella idea di sinistra alternativa e nel rifiuto delle politiche del PD si riconoscono, quelli che le lotte e l’opposizione sociale praticano quotidianamente, ampie fette di elettorato popolare, a cominciare dai migranti, che hanno sperimentato sulla propria pelle gli effetti peggiori della weltanschauung leghista.

I risultati del ballottaggio, vinto per poco più di tremila voti, hanno confermato che, in una città pesantemente spaccata, qualunque divisione avrebbe potuto aprire le porte al ritorno delle destre. Il contributo di tutti, ciascuno per la parte che voleva e poteva rappresentare, ciascuno per le garanzie di credibilità che poteva offrire, è stato determinate.

E la folla festante che dopo la vittoria ha pacificamente rioccupato il municipio, cantando Bella Ciao e, molti, alzando il pugno, conferma che la sinistra dentro Coalizione c’è.

A questo punto si guarda al futuro. Fin dall’inizio Rifondazione, in accordo con una parte numerosa degli aderenti a Coalizione Civica, ha detto chiaramente di non essere disponibile ad accordi di governo, ed ha sostenuto la assoluta necessità di presentarsi con liste e programmi autonomi, come poi in effetti è avvenuto al primo turno.

Coerentemente con questo non chiederemo né accetteremo incarichi di governo di alcun tipo, perché riteniamo che sia il modo migliore per lavorare affinché il programma di CCP, elaborato da commissioni e approvato da assemblee cui hanno partecipato centinaia di persone, e contenente sostanziali elementi di rottura rispetto alle pratiche consolidate delle amministrazioni precedenti, abbia la più ampia applicazione possibile.

Però perché il progetto abbia un senso ed una possibilità di futuro, l’assemblea è, deve essere, sovrana: se deciderà per l’entrata nella giunta noi resteremo nel percorso e continueremo coerentemente a partecipare a tutte le sue articolazioni interne, in particolare a quelle che lavoreranno allo sviluppo ed all’approfondimento del programma, nel rispetto dello spirito con cui Coalizione è nata.

 

Giuseppe Palomba, segretario provinciale PRC Padova

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Amministrative 2017 – sul risultato di Belluno

Amministrative 2017 – sul risultato di Belluno

Una breve riflessione sul voto nel Comune di Belluno –

di Moira Fiorot, segretaria della federazione PRC SE di Belluno e Gino Sperandio

Il Comune di Belluno crediamo sia l’unico capoluogo dove, in queste elezioni, il sindaco uscente, Jacopo Massaro, presentatosi con una coalizione di liste civiche di centro sinistra in contrapposizione con il PD, che correva con la propria lista e un proprio candidato, ha vinto.

E’ stato uno dei pochi candidati sindaci del centro sinistra che sono stati confermati al ballottaggio, tra l’altro in una realtà come il Veneto assai difficile per il fronte progressista.

Ci pare che si possa affermare che da Belluno possano giungere indicazioni che possono essere ritenute coerenti con le tendenze nazionali.

Il dato generale è di un aumento della disaffezione al voto, con un astensionismo di quasi il 50% degli elettori che non si sono recati al voto al primo turno, somma che è aumentata al secondo turno per raggiungere quasi il 60%.

Un candidato autonomo e alternativo al PD della sinistra vince sia al primo turno (dove ottiene più del 46% dei voti) che al ballottaggio dove prende quasi il 65 % dei voti anche grazie al suo smarcamento dal partito di Renzi.

Questa affermazione è collegata al disastro del PD, che a fatica raggiunge il 10% e con un candidato che sta sotto tale soglia, a fronte di un risultato precedente che vedeva il PD e le liste a se collegate superare il 25%.

Ciò si accompagna ad una debacle del Movimento 5 Stelle che non riesce ad entrare in consiglio comunale, prendendo meno del 4%, perdendo i due terzi dei voti rispetto alle comunali precedenti e i 4/5 dei voti ottenuti alle politiche.

I voti persi dai 5 Stelle sono quasi interamente assorbiti dalla Lega, mentre il salasso subito dal PD viene incassato dalle liste sostenitrici dal Sindaco uscente e riconfermato.

In questo quadro una lista civica di sinistra nata dall’esperienza del NO al Referendum Costituzionale “Insieme per Belluno”  raggiunge quasi il 14% dei voti diventando la seconda forza in Consiglio Comunale con 6 consiglieri eletti.

Insomma, a fronte di un forte recupero della destra che in gran parte assorbe il voto grillino in uscita, una coalizione di sinistra autonoma dal PD riesce a frenare il consenso crescente della destra xenofoba proprio grazie alla sua palese e sventolata autonomia dal PD.

Infatti  insieme per Belluno era una lista civica ma dichiaratamente di sinistra nata, come già ricotdato, dalla battaglia per il NO ai referenum del 4 dicembre; in essa come Rifondazione erano presenti alcuni compagn* e vogliamo sottolineare l’ottimo risultato in termini di preferenze della compagna Cristina Muratore e l’entrata in consiglio del nostro simpatizzante Massimo De Pellegrin, da noi sostenuto.

Con un po’ di cura si è riusciti a costruire le condizioni per una lista civica di sinistra che ha come suo fatto costitutivo l’alternatività alle politiche renziane dimostrando sia attrattività che credibilità ove vengano superati personalismi e settarismi, difficilmente comprensibili dagli elettori.

Noi crediamo che questo possa essere un primo passo sulla strada giusta.

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Sul risultato delle elezioni Comunali di Mortara

Sul risultato delle elezioni Comunali di Mortara

Mortara – 27 giugno 2017

SUL RISULTATO DELLE ELEZIONI COMUNALI DI MORTARA (Pv)

Mortara è un centro, nel cuore della Lomellina, in provincia di Pavia che, per la prima volta, ha votato con il sistema in uso per i Comuni con più di 15.000 abitanti, quindi con il doppio turno.

Mortara è al centro di una vasta zona agricola, soprattutto riso e mais, ma l’agricoltura attuale occupa pochissime persone, mentre una volta era numeroso il proletariato agricolo. Questo centro aveva anche numerose fabbriche tessili, alimentari, della lavorazione del legno, calzaturiere, metalmeccaniche con una classe operaia numerosa e combattiva.

Un grande processo di deindustrializzazione, simile a quello di molte altre parti d’Italia, ha sostanzialmente distrutto gran parte di questo tessuto produttivo.

Negli anni ’70 il Partito Comunista superava di solito il 40% dando vita ad amministrazioni di sinistra, ma, dal 1992 in poi, anche in coincidenza con lo scioglimento del Partito Comunista, si insediarono amministrazioni di destra variamente declinate: la Lega, Forza Italia, Forza Italia e Lega, poi solo la Lega.

Nonostante la prevalenza della destra la presenza dei comunisti è rimasta significativa esercitando una ferma opposizione alle politiche di privatizzazione, di taglio dei servizi, urbanistiche e ambientali che hanno favorito i potentati economici.

Attualmente il nostro circolo ha 44 iscritti ed è attivo sia sulle tematiche locali che su quelle nazionali ed internazionali.

Nelle elezioni dell’11 giugno abbiamo presentato una lista con il simbolo del Partito formata da compagni in parte protagonisti delle lotte operaie precedenti, in parte collegati ai nuovi movimenti sull’ambiente, per i migranti, ecc.

La nostra lista si è collegata con la lista “Mortara bene comune” essenzialmente formata da compagni usciti dal Partito Democratico che non hanno accettato la deriva renziana e che, nel caso di Mortara, erano fermamente contrari all’accordo della maggioranza del Pd locale con Forza Italia (un accordo poi saltato non per iniziativa del Pd, ma per intervento della Gelmini, era troppo persino per Forza Italia regionale, ma poi mandato avanti nel ballottaggio facendo confluire voti sul candidato del Pd).

Candidato sindaco sia del Partito della Rifondazione Comunista che di “Mortara bene comune” è stato il compagno Giuseppe Abbà, già sindaco comunista negli anni ’70 e ’80 e per molti anni segretario della federazione del nostro partito.

La campagna elettorale è stata condotta sviluppando i temi sui quali abbiamo svolto l’opposizione in città, al di fuori del consiglio comunale, in quanto dal 2012 non eravamo più rappresentati nel consiglio cittadino, pur avendo preso allora quasi il 10% dei voti, a causa delle leggi elettorali antidemocratiche vigenti.

Abbiamo sollevato i problemi della casa di riposo, collegandoci con parte dei dipendenti e dei parenti dei ricoverati, delle case popolari sfitte, ambientali (contro i fanghi in agricoltura), dei tagli ai servizi sanitari, contro le privatizzazioni e la vendita del depuratore con presidi itineranti e volantinaggi.

Il risultato elettorale è stato buono: complessivamente il candidato sindaco Giuseppe Abbà ha attenuto 749 voti pari all’11,71% di cui 518 voti, pari al’8,47% per la lista del nostro partito.

Alla lista di sinistra “Mortara bene comune” sono andati 179 voti pari al 2,93% e 52 voti sono stati dati direttamente al candidato sindaco.

Al ballottaggio, al quale non abbiamo partecipato dichiarando che non avremmo appoggiato né il sindaco uscente leghista, né il candidato del Pd in quanto sostenuto da parte della destra di Forza Italia, ha vinto la Lega Nord.

L’astensionismo è stato molto forte. Comunque il nostro candidato sindaco Giuseppe Abbà è entrato in consiglio comunale.

Dopo 5 anni abbiamo di nuovo una rappresentanza che, partendo dalla ferma opposizione alla giunta leghista, può contribuire a rafforzare le nostre iniziative in città.

Secondo noi si dimostra che, dove si è radicati sul territorio, dove si affrontano i problemi concreti, dove si è chiaramente alternativi non solo alle destre, ma al Partito democratico e alle sue politiche, si può ottenere un buon risultato che può servire a ridare forza all’attività del nostro Partito.

E’ chiaro che ci opponiamo “in direzione ostinata e contraria” in un ambiente difficile, ma pensiamo di continuare a gettare semi per il futuro.

Gianni De Paoli

Segretario del circolo di Mortara del Partito della Rifondazione Comunista

Giuseppe Abbà

Candidato sindaco 

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PD e MDP (di nuovo assente) votano si al CETA con Forza Italia… e contro l’Italia

PD e MDP (di nuovo assente) votano si al CETA con Forza Italia… e contro l’Italia

Dopo l’accelerazione in commissione, basta con il silenzio sul Ceta

Ceta e Ttip. Questo silenzio urla quando, come in questi giorni, come campagna Stop Ttip Italia, insieme a un’ampia coalizione che va da Coldiretti a Cgil, dall’Arci a Acli terra, da Greenpeace a Legambiente alle principali associazioni dei consumatori, ci stiamo battendo con un Libro bianco comune e a colpi di dossier con cifre e fatti, contro la ratifica affrettata da parte del Parlamento italiano del trattato Ceta di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada

Se la sinistra nel nostro paese è pronta a battersi, scomunicarsi e frazionarsi fino all’ultimo dei suoi atomi su tutte le condizioni, interne e esterne, che la portano a istituirsi, da molti anni è considerata indiscutibile da molti opinion leader l’arena in cui ci si gioca l’assetto produttivo e industriale del paese.
È come se la direzione in cui ci sta portando l’Europa – schiacciamento sull’export senza alcuna attenzione per la densità produttiva, manifatturiera e industriale, del paese, figuriamoci per l’occupazione o per l’ambiente – sia non negoziabile o trascurabile.
Questo silenzio urla quando, come in questi giorni, come campagna Stop Ttip Italia, insieme a un’ampia coalizione che va da Coldiretti a Cgil, dall’Arci a Acli terra, da Greenpeace a Legambiente alle principali associazioni dei consumatori, ci stiamo battendo con un Libro bianco comune e a colpi di dossier con cifre e fatti, contro la ratifica affrettata da parte del Parlamento italiano del trattato Ceta di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada.
E ieri la commissione Affari esteri del Senato, mentre noi eravamo in piazza del Pantheon a chiedere ai senatori di fermare la ratifica del trattato e riaprire in Europa una discussione più intelligente sulla struttura e la funzione del commercio al servizio delle comunità, dei diritti e dell’ambiente, una maggioranza Pd-Forza Italia-Ap-Autonomie batte Si, M5s e Lega, con Mdp assente e ufficialmente silente, stava consegnando il trattato all’Aula. Poco importa se il 5 luglio un ancor più ampio cartello di realtà associative, produttive e sindacali manifesterà di nuovo e con più forza a Montecitorio, perché ritiene questo gesto irresponsabile.
Se a Bari c’è ferma una nave cargo con tonnellate di grano canadese con problemi sanitari gravi, ultimo caso su decine di altri. Se questo grano cattivo deprime il prezzo nazionale e mette in ginocchio centinaia di aziende a Sud. Se in Canada siano perfettamente legali 99 principi attivi, tra i quali glifosate e paraquat, che l’Italia ha messo fuorilegge vent’anni fa dopo morti bianche di braccianti. Poco importa che la Tuft University statunitense abbia valutato che oltre 30mila posti di lavoro siano a rischio con l’entrata in vigore del Ceta, e ci sia un evidente problema di dumping salariale in molti settori manifatturieri e industriali.
Non si discute che i presunti benefici per pochi settori produttivi – grandi gruppi agroalimentari, la moda che di italiano ci mette solo il marchio, l’energia – li pagheremo con un indebolimento dei nostri principi costituzionali. Anzi: c’è chi rivendica di essere liberista nell’economia e «socialista» nel sociale, come se questo fosse in concreto possibile, e se le disuguaglianze irreparabili nel nostro paese non dipendano anche dall’allegria con cui si sono aperti a una competizione irrealistica interi settori, aumentando il numero di aziende che chiudono, il deficit commerciale, oltre che la conflittualità sociale e la disoccupazione. 106 parlamentari francesi socialisti, di sinistra e verdi, hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale denunciando che il Ceta colpisce i pilastri della loro democrazia primo tra i quali le «Condizioni di base di esercizio della sovranità nazionale», visto che i governi dei Paesi membri non sono solo impegnati a limitare la portata della propria libertà legislativa così da facilitare l’accesso al proprio mercato a «investitori canadesi», ma anche di associare strettamente il Canada e le sue imprese nel processo di sviluppo delle norme nazionali. Denunciano anche che il «Principio di indipendenza e l’imparzialità dei giudici», a fronte dell’istituzione di una Corte internazionale per gli investimenti (ICS) venga danneggiata visto che si mette in piedi un sistema di regolazione delle controversie aperto agli «investitori dell’altra Parte», in un tribunale arbitrale composto da 15 membri nominati dal Comitato misto che gestisce l’applicazione Ceta, è nominato da Commissione Ue e governo canadese e quindi di necessità a rischio di cooptazione e influenze esterne.
Anche il partito socialista spagnolo ha annunciato che ritirerà il suo appoggio alla ratifica del trattato. Ma il Pd e chi lo vuole compiacere non ascolta, non ragiona, e quando non fa comodo dell’Europa fa anche a meno.
La cosa più suggestiva è che si indica nel premier canadese un paladino dell’Accordo di Parigi sul clima, in chiave anti-Trump: peccato che il Canada, mancherà sia il proprio impegno di riduzione delle emissioni per il 2020 sia l’obiettivo al 2030; spende 3,3 miliardi di dollari l’anno in sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose.
Per di più le Nazioni unite hanno svolto un’ispezione nelle aree di estrazione e minerarie canadesi nelle scorse settimane e hanno richiamato lo Stato «che esorta le autorità canadesi e il settore delle imprese a rafforzare i loro sforzi per prevenire e affrontare gli impatti negativi sui diritti umani delle attività produttive in patria e all’estero».
La delegazione ha inoltre sottolineato «l’importanza di proteggere i difensori dei diritti umani e gli ambientalisti dalle aggressioni e dalla violenza e la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto» visto che ben 30 persone sono morte in questi contesti denunciando pratiche delle imprese canadesi in patria e fuori.
Sinistra italiana, qualche voce sparsa di Articolo 1, ammutolita dall’assenza al voto in commissione, fuori dall’emiciclo Rifondazione e Altraeuropa, sono i pezzi della sinistra istituita, insieme a M5s e alle destre , che hanno preso la parte del buon senso. Il Ceta, il Ttip, ma più in generale l’impatto e il cambiamento di queste agende distruttive sono, per tante e tanti invece, il cuore e il senso delle relazioni con la politica nelle istituzioni. Si può non essere d’accordo nel merito, e discutere fino allo sfinimento. Ma il silenzio no, non se lo possono più permettere.

Venezuela, Prc: «Governo italiano e UE condannino terrorismo, smettetela di sostenere opposizione golpista»

Venezuela, Prc: «Governo italiano e UE condannino terrorismo, smettetela di sostenere opposizione golpista»

Venezuela, Prc: «Governo italiano e UE condannino terrorismo, smettetela di sostenere opposizione golpista»

«Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea condanna energicamente i fatti accaduti ieri nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, con un attacco armato alle sedi del Tribunale Supremo di Giustizia e del Ministero per il potere popolare degli Interni, Giustizia e Pace, che si trovano entrambi a Caracas.
Esigiamo dal governo italiano un’esplicita condanna del terrorismo, il rispetto dei poteri istituzionali legittimi, la non ingerenza negli affari interni del Venezuela e l’appoggio al dialogo tra le parti che ha avuto il sostegno del Papa e di ex-Presidenti.
Quanto sta accadendo dimostra il carattere golpista di una parte dell’opposizione che è stata con troppa superficialità e in maniera irresponsabile appoggiata da diversi governi europei ed anche dal PD, nonostante gli appelli e gli avvertimenti dello stesso Papa Francesco.
Perfino il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani si è avventurato in dichiarazioni contro il legittimo governo venezuelano che di fatto hanno legittimato i golpisti.
In troppi stanno sostenendo le medesime posizioni di Trump invece di lavorare per il dialogo.
Il PD e le altre forze politiche devono spiegare al Paese se stanno dalla parte dei golpisti o da quella della pace. Non c’è spazio per ambiguità, né per l’uso strumentale della comunità italo-venezuelana.
Il PRC-SE riafferma la propria solidarietà al legittimo governo del Presidente #Maduro e fa appello ai propri militanti e ai sinceri democratici a dar vita a manifestazioni, dibattiti, iniziative pubbliche contro il golpe in atto».

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc
Marco Consolo, responsabile Esteri Prc

Al ‘popolo del Brancaccio’ e a tutti quelli che si uniranno

Al ‘popolo del Brancaccio’ e a tutti quelli che si uniranno

Al ‘popolo del Brancaccio’ e a tutti quelli che si uniranno

di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Vogliamo per prima cosa ringraziare tutte e tutti per l’entusiasmo, l’intelligenza e la passione civile con la quale avete partecipato all’assemblea di domenica, e poi al dibattito sulla rete e nelle tante occasioni di incontro che hanno punteggiato questa settimana.

Crediamo che il più importante risultato di questo nostro impegno comune sia stato aver riunito, dopo tanto tempo, quella ‘maggioranza invisibile’ che con la crisi è scivolata nella precarietà e nel disagio, che non è più ascoltata dalle istituzioni, e che, però, continua a mandare avanti, con immensi sacrifici, questo Paese. La stessa maggioranza a cui è stato fatto credere che non ci fosse alternativa ai tagli alle politiche sociali, alla scuola, alla mercificazione del lavoro e all’azzeramento dei diritti.

E invece l’alternativa c’è, e lo hanno dimostrato a gran voce le tante donne e uomini che il 18, sul palco del Brancaccio hanno dato voce ai problemi più urgenti e alle possibili soluzioni alternative, al dramma della diseguaglianza e alla speranza della rinascita.

A partire dalla rivendicazione dei diritti costituzionali. Che non è da estremisti, ma è il traguardo minimo a cui ambire per costruire un’idea di società e un futuro, per l’Italia e per l’Europa, alternativo al ‘turboliberismo’ e al pensiero unico dominante.

Abbiamo detto a gran voce, e tutti insieme, che il re è nudo. Il re di una politica fatta dall’alto, sulle sigle e sulla spartizione del potere: quel re è nudo. Perché fuori della porta del potere c’è un popolo che vuole davvero ripartire dalle esperienze civiche per costruire l’unità non della vecchia Sinistra, ma della Sinistra che non c’è ancora. E la vuole costruire in modo che non si rompa: e cioè dal basso, sulle cose e sulle persone. Convergendo su un progetto che convinca per concretezza e respiro.

Il 18 giugno, per la prima volta dopo tanto tempo, le forze civiche e di Sinistra che vogliono lavorare costruttivamente a questo progetto hanno iniziato a tratteggiare una piattaforma comune, mettendosi dietro le spalle una stagione di identitarismi, divisioni e personalismi. Fine delle passerelle, delle sigle e della vecchia politica: tutti i partecipanti hanno indicato priorità e idee innovative su cui lavorare per ricostruire la nostra idea di Paese, la nostra idea di progresso e di sviluppo. Un progresso e uno sviluppo umani.

Con un obiettivo finale: la realizzazione di una democrazia compiuta, in cui la libertà, l’idea di giustizia, l’uguaglianza e l’equità sociale, la possibilità di costruire il proprio percorso di vita e felicità sia condizione di tutti, non privilegi per pochi. E uno intermedio, e ad esso funzionale: la ricostruzione della partecipazione politica, della fiducia nelle istituzioni, di una libera e autorevole rappresentanza parlamentare, e l’organizzazione di una azione comune e condivisa nella società, sui territori.

Ora è il momento della proposta. Più che discutere di cosa stiamo costruendo, ci serve concentrarci sul progetto necessario per cambiare la vita delle persone.

Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che si riconoscono negli obiettivi emersi dall’assemblea al Teatro Brancaccio a farsi promotori nel proprio territorio di assemblee sul programma aperte alla più ampia partecipazione dei cittadini, convocate e condotte secondo i principi di massima trasparenza, apertura, pluralità e democraticità interna.

Non chiedete il permesso a nessuno, non aspettate segnali dal centro, non perdiamoci nelle nebbie dei giochi politicisti: usiamo l’estate per avviare un grande percorso di ascolto e confronto sui temi!

Vi proponiamo di organizzare dal basso, coinvolgendo tutte le realtà potenzialmente interessate e già attive (singoli cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti), tutti coloro che possono contribuire alla discussione e alla costruzione di proposte serie ed efficaci. Appuntamenti tematici, possibilmente all’aperto, nelle piazze e nei luoghi di incontro, in tempi e orari in cui donne e uomini, giovani e meno giovani, possano partecipare per fornire idee, mettere a disposizione competenze ed elaborazioni, raccogliere adesioni e discutere tutti insieme di proposte credibili, chiare e innovative.

In questi anni comitati, forze politiche, esperienze civiche e sociali, movimenti, non si sono limitati a protestare contro le politiche di austerità e precarizzazione che hanno impoverito milioni di persone, ma si sono organizzati, hanno analizzato, discusso, elaborato idee e soprattutto soluzioni: ora dobbiamo mettere a sistema, coordinare e affinare questo straordinario patrimonio di idee e proposte.

Da ciascun appuntamento potranno uscire richieste, problemi, nodi, proposte, soluzioni che verranno messi a disposizione del percorso nazionale.

Noi due non potremo essere ovunque: e non vogliamo neanche farlo, perché questo processo parte senza leaders e senza protagonismi. Per continuare a lavorare insieme cercheremo di rendere il sito più efficiente in attesa di darci, in un’assemblea autunnale, una organizzazione condivisa.

Ispiriamoci alla grande figura di Stefano Rodotà, che già ci manca così dolorosamente. Ispiriamoci alla sua capacità di mostrare che il mondo è irriducibile al mercato, alla forza con cui ha messo la conoscenza al servizio della costruzione di una società diversa, al suo stile dolce e fermo.

Non vogliamo in alcun modo limitare il dibattito a temi prestabiliti – anzi, il nostro questionario, già distribuito in sala il 18, rimarrà on line per continuare a raccogliere le vostre idee e i vostri suggerimenti – ma vi segnaliamo una serie di nodi sui quali crediamo che dovremo comunque riflettere insieme.

1) Attuazione della Costituzione

(Sovranità popolare; uguaglianza sostanziale; parità di genere; la democrazia nei partiti e nei movimenti – la separazione fra cariche politiche e cariche istituzionali; cancellazione del pareggio di bilancio nell’articolo 81)

2) Lavoro

(Ripristino dell’articolo 18 ed estensione delle tutele a tutte le forme di lavoro; reddito di dignità – partendo dalla proposta di Libera; lotta alla precarizzazione del lavoro e delle professioni intellettuali; riforma delle 6 ore lavorative e diritto al tempo)

3) Redistribuzione della ricchezza e giustizia sociale

(Riaffermazione del ruolo dello Stato in economia, nelle strategie di sviluppo, nella tutela dei diritti e nella erogazione dei servizi pubblici; diritto a un’equa retribuzione e parità di retribuzione fra uomini e donne: equità e progressività fiscale; strategie di contrasto all’evasione fiscale: tassa patrimoniale; tassa di successione sui grandi patrimoni)

4) Economia, Fiscalità e diritti sociali

(Diritto alla salute e potenziamento della prevenzione; accesso alla diagnostica genetica e alle cure più all’avanguardia; diritto all’assistenza sociale; sostituzione della politica dei “bonus” con servizi socio-assistenziali garantiti; diritto all’abitare e recupero del patrimonio immobiliare esistente)

5) Istruzione pubblica e libertà di manifestazione del pensiero

(Abrogazione della Buona Scuola; gratuità dell’università, da finanziare con la tassa di successione sui grandi patrimoni; potenziamento della ricerca pubblica; accesso alla conoscenza e alle reti informatiche; pluralismo e libertà dell’informazione)

6) Ambiente e patrimonio culturale

(Riconversione energetica ed energie verdi; consumo di suolo zero; un’unica grande opera pubblica: il risanamento ambientale, e la messa in sicurezza del territorio; abrogazione della riforma della conferenza dei servizi contenuta nella Legge Madia; abrogazione della riforma Franceschini e ricostruzione della tutela pubblica)

7) I migranti

(Una politica attiva di accoglienza; cittadinanza; integrazione; attuazione dell’articolo 10 della Costituzione; corridoi umanitari)

8) Giustizia

(La giustizia come “diritto sociale”: politiche di prevenzione, accorciamento dei tempi, certezza della pena, ampliamento dell’assistenza legale ai soggetti deboli e ai non abbienti; avvocati pubblici; contrasto attivo alla violenza di genere; condizioni di vita, sicurezza e diritti dei carcerati; ampliamento delle pene alternative)

9) Politica internazionale

(Il ruolo nell’Italia nel contesto internazionale; l’Italia ripudia la guerra – attuazione dell’articolo 11 della Costituzione; l’Europa: revisione dei trattati, l’euro, la costruzione della cittadinanza europea; no al CETA)

10) Lotta alle mafie e alla corruzione

(Prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata; interdizione definitiva dai pubblici uffici e dalle cariche pubbliche per i condannati per reati contro la P.A.; impiego sociale dei patrimoni confiscati; reinserimento sociale).

Buon lavoro, e a presto

Anna Falcone , Tomaso Montanari

www.perlademocraziaeluguaglianza.it

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L’intervento del nostro segretario nazionale Maurizio Acerbo e gli altri interventi all’assemblea del Brancaccio li trovate qui

Festa al museo contadino

Festa al museo contadino
Adriano Arlenghi
Una festa per una associazione culturale è un momento per guardarsi attorno e cercare di capire la complessità del mondo e il piacere della relazione. Una festa per una piccola associazione che tuttavia a Mortara ha inventato nuovi percorsi che sono poi stati realizzati come i gruppi di cammino , anche notturni, oppure il piedibus per i bambini che vanno a scuola. Ancora che ha raccontato la poesia in mille sedi pubbliche e private e cercato di stupire o far pensare con la musica e con i temi scottanti di questo nostro tempo. Una festa perchè Esteban crede di avere ancora molte cose da raccontare. Da qui parte l’invito a tutti di venire a festeggiare con noi, a parlare di cultura in una sede prestigiosa come il Museo di Olevano, ad assaporare la voglia d’estate e giocare con i sogni e con le espressioni più intriganti della letteratura. Altro…
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Ballottaggi / Patta (Prc/SE Lombarda):«La lezione del voto in Lombardia. Alle regionali liste alternative e contrapposte al Pd e al Centro Sinistra».

Ballottaggi / Patta (Prc/SE Lombarda):«La lezione del voto in Lombardia. Alle regionali liste alternative e contrapposte al Pd e al Centro Sinistra».

 

Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea Lombardia

Ballottaggi / Patta (Prc/SE Lombarda):«La lezione del voto in Lombardia. Alle regionali liste alternative e contrapposte al Pd e al Centro Sinistra».

Il secondo turno delle elezioni in Lombardia segna il crollo del PD che trascina con sè anche i propri alleati in coalizioni di centro sinistra variamente articolate.

Nei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti il Partito Democratico perde il controllo di 14 governi locali scendendo dai 22 amministrati a 8, mentre il centro destra conquista 13 Comuni,passando da 3 a 16 .

Si tratta di un risultato che è conseguenza in primo luogo delle politiche neoliberiste dei governi Pd degli ultimi anni, con i continui tagli agli enti locali che hanno profondamente minato il ruolo sociale dei comuni resi inutili rispetto alla crescita di disagi, marginalità sociale e perdita di diritti.

E’ anche l’effetto di politiche amministrative, di una gestione del territorio e dei rapporti con i potentati economici locali nei quali il PD è apparso spesso indistinguibile dal centro destra.

La Sinistra antiliberista, pur non vincendo nessun ballottaggio, ha avuto i successi più significativi, andando ben oltre il suo insediamento tradizionale, nei comuni dove ha saputo costruire proposte unitarie radicate nelle società locali nettamente alternative al PD ed ai centri sinistra variamente declinati.

Quanto avvenuto rappresenta una lezione importante per le imminenti elezioni regionali per le quali Rifondazione Comunista è impegnata nella costruzione di liste unitarie alternative al Pd della Sinistra antiliberista, dei soggetti sociali e dei movimenti che in questi anni si sono distinti nell’opposizione alle politiche antipopolari portate avanti sia dai governi nazionali a guida pd che dalla giunta regionale guidata dalla Lega e dalle destre.

Milano, 26 giugno 2017

Ballottaggi amministrative, Acerbo e Tecce: «Non ha perso la sinistra, ha perso chi ha distrutto la sinistra»

Ballottaggi amministrative, Acerbo e Tecce: «Non ha perso la sinistra, ha perso chi ha distrutto la sinistra»

Ballottaggi amministrative, Acerbo e Tecce: «Non ha perso la sinistra, ha perso chi ha distrutto la sinistra»

COMUNICATO STAMPABALLOTTAGGI – PRC: “NON HA PERSO LA SINISTRA, HA PERSO CHI HA DISTRUTTO LA SINISTRA”

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Raffaele Tecce, responsabile nazionale Enti locali di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:

“I risultati dei ballottaggi di ieri evidenziano la rabbia e la delusione di milioni di cittadine e di cittadini che astenendosi dal voto esprimono un giudizio negativo su gran parte delle amministrazioni uscenti e più in generale su una politica che non offre alternative credibili.
La sconfitta del PD e’ stata più che meritata avendo questo partito per anni condotto politiche antipopolari. Non ha perso la sinistra visto che il PD da anni conduce politiche indistinguibili da quelle della destra. Ha perso chi ha distrutto la sinistra.
I cittadini di sinistra sono stanchi di essere presi in giro e ormai hanno smesso di considerare il PD come il “meno peggio”.
L’unica novità di queste amministrative, evidenziatasi soprattutto al primo turno, è la significativa affermazione di liste civiche e di sinistra alternative al Pd, frutto di iniziative sociali  e programmi costruiti dal basso, capaci di aggregare settori popolari e protagonismo giovanile.
Da questa affermazione è necessario partire per costruire alle prossime elezioni politiche una lista civica e della sinistra alternativa al PD ed un programma politico alternativo a tutti i poli esistenti, capace di dare risposte al bisogno di lavoro, di reddito, di qualità ambientale dei territori e di diritti costituzionali dei cittadini e delle cittadine in attuazione della Costituzione, raccogliendo anche l’iniziativa partita il 18 giugno al Brancaccio sulla base dell’ appello di Tomaso Montanari e di Anna Falcone.
Il compito di una sinistra radicale e popolare è  quello di costruire un progetto politico che sappia raccogliere il malcontento di milioni di cittadine e cittadine”.

26 giugno 2017

Lettera dal Venezuela alle Italiane e agli Italiani

Lettera dal Venezuela alle Italiane e agli Italiani

 

Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano. (Segue testo integrale)

 

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una “consistente comunità italiana o di origine italiana” in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando “libertà!” dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche ?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti ? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una verità da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a “Clase media en positivo”, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati, veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc. che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche “fonti di informazione” privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è “la comunità italiana” in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”

 

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

 

 

 

“Abbiamo perso il nostro Presidente della Repubblica”

“Abbiamo perso il nostro Presidente della Repubblica”
MAURIZIO ACERBO
Abbiamo perso il nostro Presidente della Repubblica, quello dell’altra Italia che con i suoi scritti e discorsi non ha mai smesso di rappresentare.
Nel corso degli anni Stefano #Rodota‘ e’ stato un punto di riferimento insostituibile per cultura, intelligenza, onestà intellettuale e dirittura morale.
La sua gentilezza e sobrietà sono state il contrario dei vizi che caratterizzano le nostre classi dirigenti.
Lo ricorderemo come il compagno che ha messo il suo sapere e la sua saggezza a disposizione di tutte le lotte per la difesa e l’estensione dei diritti di tutte e tutti.
Il popolo della #Costituzione perde uno dei suoi uomini migliori.
E’ un giorno tristissimo per la sinistra e per la nostra democrazia.
Purtroppo questo paese ha preferito essere governato da furbi e politicanti e non da uomini di valore assoluto come Stefano Rodota’.
rodota

 

Un saluto a Rodotà, militante autentico per i diritti e i beni comuni

Un saluto a Rodotà, militante autentico per i diritti e i beni comuni
Un saluto a Rodotà, militante autentico per i diritti e i beni comuni
 
 
Siamo vicini alla moglie Carla e ai figli in questo triste momento. Ricordiamo Stefano Rodotà come uomo giusto e generoso e come militante appassionato nelle battaglie politiche e sociali più importanti negli ultimi decenni per far avanzare i diritti universali delle persone.
Lo abbiamo incontrato nella stagione della costruzione del movimento per l’acqua nel nostro Paese e nella battaglia referendaria di 6 anni fa, non solo al nostro fianco per affermare il diritto all’acqua e ai beni comuni, ma come protagonista anche di un’elaborazione teorica innovativa sui beni comuni, senza la quale quella battaglia non avrebbe avuto la qualità e la diffusione che ha realizzato.
Andremo avanti nel nostro impegno e nel nostro lavoro contro le logiche di mercificazione dei beni comuni, con la consapevolezza che il contributo che ad esso ha dato Stefano Rodotà continuerà a vivere.
Roma, 23 Giugno 2017.
                              
 
FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
rodota

 

LA SALUTE E’ UN NOSTRO DIRITTO, NON IL VOSTRO BUSINNES

LA SALUTE E’ UN NOSTRO DIRITTO, NON IL VOSTRO BUSINNES

IL GRUPPO CONSILIARE MILANO IN COMUNE INVITA AL CONVEGNO

LA SALUTE E’ UN NOSTRO DIRITTO, NON IL VOSTRO BUSINNES

24 GIUGNO 2017 DALLE ORE 9.00 AL CAM GARIBALDI – CORSO GARIBALDI ,27 MILANO

NE DISCUTERANNO,  TRA GLI ALTRI, BASILIO RIZZO, VITTORIO AGNOLETTO, FULVIO AURORA, ALBAROSA RAIMONDI, ANTONIO CLAVENNA.

DI SEGUITO ED IN ALLEGATO IL PROGRAMMA

Lunghe liste di attesa, rette salatissime per le RSA, gestori al posto dei medici di base: ecco come si distrugge la sanità pubblica. L’obbligo di 12 vaccinazioni: scelta politica o evidenza scientifica ?

 La salute è una dimensione fondamentale della vita di ogni essere umano . Il diritto alla salute è sancito in modo preciso dall’art. 32 della nostra Costituzione : “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Tale diritto è fortemente messo in discussione dai tagli al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), dal sostegno all’avanzata di interessi privati in campo sanitario, dal costo esorbitante dei farmaci, dalle non casuali e infinite liste di attesa.

La regione Lombardia rappresenta la punta avanzata della distruzione del SSN; ultimo atto di questa privatizzazione selvaggia è la delibera che istituisce i “gestori” per i malati cronici.

Il governo mentre finge di non accorgersi che milioni di cittadini rinunciano alle cure a causa della loro precaria condizione economica, lancia l’allarme epidemie e vara un piano sui vaccini sul quale pesa il sospetto di rispondere più a ragioni di contingenza politica che a una precisa valutazione scientifica.

 Il percorso di Milano in Comune e della Rete delle Città in comune

Basilio Rizzo, Consigliere Comunale Milano in Comune

Come si distrugge la sanità pubblica

Vittorio Agnoletto, medico, docente all’Università Statale, Milano

 Ricoveri in RSA, assistenza domiciliare: chi deve pagare le rette?Fulvio Aurora, associazione Medicina Democratica

La delibera regionale sui malati cronici: dal medico di base al manager

Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

Le politiche sui vaccini: scelte politiche o evidenze scientifiche?

Antonio Clavenna, medico, Istituto Mario Negri, Milano

Gruppi di lavoro sui temi proposti

 Conclusioni: Vittorio Agnoletto e un portavoce di Milano in Comune

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G8 Genova, Acerbo: «L’Europa conferma la mattanza cilena e che fu tortura. Ora il reato, senza se e senza ma»

G8 Genova, Acerbo: «L’Europa conferma la mattanza cilena e che fu tortura. Ora il reato, senza se e senza ma»

COMUNICATO STAMPA

G8 GENOVA – ACERBO (PRC): «L’EUROPA CONFERMA LA MATTANZA CILENA E CHE FU TORTURA. ORA IL REATO, SENZA SE E SENZA MA»

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Una nuova condanna da parte della Corte di Strasburgo per quella mattanza cilena dei giorni del luglio 2001 a Genova. Questa sentenza dimostra quello che andiamo dicendo ormai da troppi anni e cioè che quella delle forze dell’ordine fu tortura: il Parlamento continua a tergiversare sull’istituzione del reato, mentre l’Europa con ogni evidenza ha preso posizione e condannato quella macelleria messicana. A noi che c’eravamo resta la profonda consapevolezza che avevamo ragione, in quei giorni contro il G8, e che quelle violenze sono una pagina nera di questo Paese, una ferita che mai si rimarginerà. Chiediamo al Parlamento, in nome di Carlo Giuliani e di tutte le persone che vennero massacrate di botte ed umiliate alla Diaz e a Bolzaneto, di ascoltare se non noi almeno i moniti dell’Europa».

22 giugno 2017

Torino – Locatelli (Prc-Se): «L’assedio militare e gli scontri a Piazza Giulia inammissibili. Chi li ha ordinati se ne vada a casa!»

Torino – Locatelli (Prc-Se): «L’assedio militare e gli scontri a Piazza Giulia inammissibili. Chi li ha ordinati se ne vada a casa!»

Ancora una volta Torino è stata teatro di scontri e violenze assurde, inammissibili.

Scontri e violenze scatenate ieri sera a seguito dello stato d’assedio in cui è stata posta Piazza Giulia e quartieri limitrofi dalle forze di polizia intervenute in tenuta antisommossa.

La motivazione: far rispettare l’inutile ordinanza proibizionista della Sindaco Appendino che fa divieto di consumo di alcolici da asporto dalle ore 20. Ma a qualcuno sembra normale che i controlli vengano effettuati da pattuglie di poliziotti in tenuta antisommossa con tanto di scudi? Che vengano fatti oggetto degli scontri in maniera del tutto indiscriminata giovani, cittadini, avventori? No che non è normale!

Un intervento di questo genere non può che suonare provocatorio e suscettibile di ingenerare tensioni e proteste del tutto prevedibili e anche legittime. Siamo al limite di una stato paranoico.

Dopo aver svicolato sulle proprie responsabilità circa i gravi accadimenti di piazza San Carlo del 3 giugno, ci sono istituzioni che reagiscono con un inasprimento repressivo delle condotte sociali e dei conflitti che attraversano una città interessata oltre che da crescenti disuguaglianze, disagio sociale, da domande di socialità e cambiamento.

La strategia del controllo sociale fondato sulla militarizzazione della città e l’escalation dell’uso della forza oltre che ingiusta, antidemocratica, è una strategia fallimentare.

Chiediamo di fermarsi in tempo prima di fare ulteriori danni.

Chi ha suggerito e ordinato l’assedio militare di Piazza Giulia e scatenato cariche violente deve andarsene a casa!

Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc-Se Torino

Torino, 21 giugno 2017

La testimonianza di Maurizio Messina (Sinistra X Roma Municipio 9) di ritorno dal Venezuela

La testimonianza di Maurizio Messina (Sinistra X Roma Municipio 9) di ritorno dal Venezuela

La testimonianza di Maurizio Messina (Sinistra X Roma Municipio 9) di ritorno dal Venezuela

Nei giorni 11 – 12 – 13 maggio si è tenuto a Caracas un evento internazionale organizzato dalle istituzioni del Governo Bolivariano sul tema dell’Assemblea Nazionale Costituente.  Erano presenti 74 delegati in rappresentanza di 36 paesi, di cui 7 europei (Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Russia). La gran parte erano paesi latinoamericani e del Caribe, ma era presente anche l’India. Per l’Italia l’invito è stato rivolto a Rifondazione Comunista, che ho rappresentato in quel contesto.

L’iniziativa aveva lo scopo di far conoscere a soggetti internazionali la situazione del paese da vicino, smontando le bugie diffuse dai media mondiali legati a multinazionali o a potenti famiglie, e in seconda istanza illustrare il processo di Assemblea Costituente appena iniziato.

La prima cosa che salta all’occhio è che Caracas è una città normale, non in stato d’assedio, come si può pensare leggendo giornali e guardando TV occidentali. Per le strade la gente vive la vita normalmente: va al lavoro, aspetta il bus, passeggia, fa acquisti, i centri commerciali il sabato pomeriggio sono affollati come nelle nostre città. Si notano in centro folti presìdi di poliziotti disarmati e non in stato di allerta, dislocati nei punti strategici dove generalmente si presenta l’opposizione di piazza.

Le violenze e le manifestazioni dell’opposizione. Di seguito alcune riflessioni. I focolai di violenza sono limitati a 4 – 5 quartieri nella città, mentre nel 2014 i focolai contemporanei erano una quindicina, quindi l’estensione della protesta stavolta pare più limitata. Anche l’intensità della violenza è minore del 2014, nonostante le tragiche morti. La partecipazione alle violenze è limitata a piccoli gruppi di giovani e giovanissimi, di orientamento fascista, che hanno la gestione della piazza, come abbiamo potuto verificare di persona. La partecipazione di gente più moderata sta diminuendo, anche per una certa stanchezza. Tuttavia gli scontri sono destinati a continuare perché la cabina di regia internazionale ha bisogno di tenere alto il livello del conflitto con lo Stato per poter proseguire con la campagna mediatica di bugie. Gli scontri generano comunque un indubbio disagio, specie quando riescono a bloccare le arterie centrali della città ed impediscono alla gente di andare a lavorare, oltre a provocare danni materiali (in quasi ogni manifestazione viene bruciato un bus) ed alle strutture pubbliche (ospedali, ambulatori, scuole, asili, ecc….) e private oggetto di devastazione Ma si teme una crescita del livello di scontro, di cui già si sono viste le avvisaglie con l’assalto ad una caserma dell’esercito, rimasto per ora a livello dimostrativo, e con l’utilizzo di armi non proprio leggere, come esplosivo, bazooka e così via. Per non parlare dei cecchini appostati sui tetti.

E’ probabile che nella prossima fase l’opposizione violenta faccia un salto di qualità, con l’utilizzo di armi più sofisticate e/o la scelta di obiettivi di livello: in rete circolano già istigazioni agli assassini mirati di personalità politiche nel paese o fuori e suggeriscono di ricorrere al sicariato internazionale. L’esperienza dei sicari nella vicina Colombia per eliminare fisicamente i comunisti e i militanti di sinistra in genere è conosciuta.

Questo potrebbe portare ad una la reazione dura da parte dell’esercito e della polizia (che fronteggiano la piazza disarmati e finora hanno tenuto un basso profilo) che porterebbe ad una degenerazione dello scontro fra Stato ed opposizione preludio alla tanto desiderata (dall’opposizione) guerra civile che spalancherebbe la porta ad un intervento straniero (USA? Coalizione stati latinoamericani fedeli agli USA? Le due cose insieme?). Di certo sarebbe una tragedia dagli esiti imprevedibili, ma un bagno di sangue garantito. Di certo, anche se questa strategia ha preso avvio sotto la presidenza Obama, con l’arrivo di Trump non ci sarà da aspettarsi di meglio, anzi.  Molti morti sono stati casuali, avvenuti lontano dagli scontri: qualcuno è stato colpito da cecchini per caso, 9 sono rimasti uccisi folgorati durante un saccheggio di un negozio di elettrodomestici a causa della caduta di un cavo dell’alta tensione, qualcuno ucciso dai Vigili Urbani (che sono stati incriminati).

A livello politico la destra internazionale sta lavorando molto bene nell’isolamento del Venezuela, prova ne sia la vergognosa sessione dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) del 3 aprile che con una presidenza usurpata (toccava alla Bolivia ed è stata occupata dal Messico), con una votazione invalida per non aver raggiunto la maggioranza richiesta dalla regola, ha condannato il Paese, dando origine cronometricamente alla fase più acuta degli scontri di piazza. Un altro golpe bianco favorito da una non più nutrita presenza di paesi progressisti, a cui il Venezuela ha reagito uscendo dalla OEA stessa. Per non parlare delle condanne fotocopia dei paesi UE che recitando a copione accusano senza uno straccio di prova il Venezuela di repressione violenta delle dimostrazioni pacifiche, di governo dittatoriale, di stato illiberale e così via. Di fatto i paesi amici del processo bolivariano si sono assottigliati: Brasile, Argentina, Messico, Colombia, Canada sono vassalli degli USA.

La crisi economica è reale ed è ammessa dal governo, ma è indotta. I generi di prima necessità scarseggiano nei quartieri popolari (ma sono ben presenti nei centri commerciali a prezzi occidentali e quindi inaccessibili a una parte della popolazione) ed anche i medicinali scarseggiano. Al mercato nero però si trova tutto, a prezzi carissimi. Eppure il PIL, che negli ultimi 2 anni si è leggermente ridotto e nel 2015 si è attestato ai livelli del 2011, è comunque di molto superiore a quello degli ultimi decenni. Il tasso di disoccupazione è del 6%, il consumo di alimenti è rimasto costante negli ultimi 4 anni, superiore a quello degli anni passati, come ci ha illustrato l’economista Pascualina Cursio, ed il tasso di mortalità per denutrizione è in discesa da anni.

I meccanismi di guerra economica sono iniziati nel 2004 ed hanno avuto un picco nel 2013. Venezuela è oggetto di un processo di riduzione di beni programmato e selettivo. Selettivo perché i beni di prima necessità da far sparire dal mercato sono stati scelti con cura, in modo da provocare la reazione popolare, programmato perché c’è una cabina di regia dietro a questo processo. Frutta e verdura sono presenti nel mercato perché prodotti da piccoli contadini. Mais, latte e caffè sono prodotti da grandi imprese nazionali e multinazionali e per questo scarseggiano.  Infine c’è il Bloqueo financiero internacional, che strangola il paese. Le istituzioni internazionali che erogano crediti, come il FMI, impongono tassi molto sfavorevoli e di molto superiori a quelli praticati agli altri paesi.

Da destra, il conflitto è pilotato verso una soluzione simile a quella del Cile 1973, con il golpe strisciante in atto. E’ vero che durante le presidenze di Chavez e Maduro sono state consegnati 1.600.000 appartamenti a famiglie bisognose e sono stati incrementati i salari minimi, che la sanità e l’istruzione (fino all’Università) sono gratuite, etc. ma con la pancia vuota si fa presto a cambiare opinione: l’esempio del Cile di Allende è ancora fresco e da manuale, mi pare che la destra fascista voglia percorrere la stessa strategia, anche se i militari sono fedeli alle istituzioni.

Se il Venezuela tiene ed arriva alle elezioni del 2018 in piedi ci sono probabilità che le elezioni in altri Paesi vadano bene (Brasile, Paraguay, Honduras il prossimo novembre) e quindi si rimetta in moto la lunga marcia di liberazione dal neoliberismo. Se invece l’esperienza chavista si arresta, si mette a rischio il modello progressista in America Latina per come lo abbiamo conosciuto dall’inizio secolo ad oggi ed anche gli altri paesi che resistono sono destinati all’isolamento ed alla caduta sotto l’offensiva della destra mondiale.

A livello mediatico infine si gioca buona parte della partita. I media internazionali senza eccezioni sono tutti schierati nella condanna senza appello del Venezuela che viene dipinto come ormai avviato alla dittatura, mentre la popolazione, guidata da un manipolo di eroi sprezzanti dei rischi che corrono sfidando la polizia “pacificamente”, starebbe per insorgere e viene repressa. E’ la cosa più ignobile che si sia mai vista e sentita. Perché anche i media considerati progressisti hanno fatto il salto della barricata e sono passati dalla parte della destra mondiale, riprendendo e diramando informazioni false o ampiamente manipolate in maniera acritica o addirittura compiacente. In rete circolano filmati e foto clamorosamente falsi, ma diffusi ampiamente.

In Italia tutti i giornali, da quelli berlusconiani a Repubblica, fino al Fatto Quotidiano, e le TV con la RAI in testa e senza eccezioni sono schierate con la destra. Quando si parla di Venezuela (non molto frequentemente per la verità) si diffondono solo menzogne. Anche al Manifesto qualcuno comincia a vacillare sotto i colpi dei mainstream.

L’Assemblea Nazionale Costituente. Per fronteggiare la situazione e ridare voce al popolo il governo ed il Presidente Maduro hanno deciso di convocare l’Assemblea Nazionale Costituente, aperta a tutto il popolo, per rimettere mano alla Costituzione e adeguarla alle mutate esigenze che il Paese sta vivendo. L’Assemblea sarà composta di membri eletti da tutta la popolazione e fra i settori popolari che costituiscono il paese: operai, contadini, giovani e studenti, Indigeni, pescatori, …… . Verranno consultati i consigli comunali, sindacati, organizzazioni delle donne, ambientalisti, mondo della cultura, Clap, ecc…. I membri della ANC saranno eletti da tutto il popolo per votazione diretta, universale e segreta. L’ANC sarà sovrana e delibererà in merito alla costituzione venezuelana. Come si vede è cosa ben diversa dalle primarie di partito, come erroneamente sono state bollate.

Il processo è già partito, come ci hanno illustrato Elias Jaua, Presidente della Commissione Presidenziale, Adan Chavez, Segretario della Commissione ed il Presidente Maduro. La convocazione della Costituente è perfettamente legale, infatti, l’art. 348 della Costituzione recita testualmente: “L’iniziativa di convocazione dell’Assemblea Nazionale Costituente può essere presa dal Presidente della Repubblica in Consiglio dei Ministri; dall’Assemblea Nazionale, mediante accordo dei due terzi dei suoi membri; dai Consigli Municipali in consiglio comunale, mediante il voto dei due terzi degli stessi; o dal quindici percento degli elettori iscritti ed elettrici iscritte nel Registro Civile ed Elettorale.”  

La convocazione dell’ANC è avvenuta mediante il Decreto Presidenziale n° 2380, approvato nel Consiglio dei Ministri il giorno 1 maggio 2017.   Il Presidente, con il Decreto n° 2381 ha anche designato la Commissione Presidenziale che ha iniziato un ampio processo di consultazioni nei settori sociali, economici, politici, culturali e religiosi del paese per definire le basi di lavoro e l’agenda delle attività del processo costituente.

Con la Costituente il governo si propone comunque di:

  • Varare un nuovo modello di economia produttiva, mista e diversificata,
  • Ampliare le competenze della Giustizia per sradicare l’impunità dei delitti, combattere il crimine organizzato, la corruzione, il contrabbando, il narcotraffico, il terrorismo,
  • Riconoscere dei nuovi soggetti del potere popolare, come le Comuni e i Consigli Comunali,
  • Rafforzare la difesa della sovranità della nazione e la protezione contro l’interventismo straniero,
  • Rafforzare l’identità nazionale e il carattere pluri-culturale del paese,
  • Garantire il diritto al futuro dei giovani, e all’uso libero e cosciente delle tecnologie, al lavoro degno, la protezione delle madri giovani, l’accesso alla prima casa,
  • Sviluppare la protezione della biodiversità e la cultura ecologica nella società.

La destra, almeno quella fascista, che controlla la maggioranza del Parlamento, dopo una prima fase di dubbi ha deciso di non partecipare al processo costituente e chiede le elezioni presidenziali. Non si capisce bene a che titolo, visto che il Venezuela, come tutti i paesi latino-americani e non solo, è una repubblica presidenziale e quindi il Presidente può esercitare il suo mandato a prescindere dalla composizione del Parlamento, come avviene per esempio, a parti invertite fra destra e sinistra, anche in Argentina, com’è avvenuto in passato anche negli USA di Clinton, senza che nessuno si scandalizzasse o mettesse in discussione la presidenza.

Per ottenere la pace nel Paese serve ripensare quindi il modello istituzionale, in modo da poter garantire l’esercizio legittimo delle funzioni dei poteri pubblici, mentre l’attuale costituzione non contiene meccanismi sufficienti per difendersi dalla situazione di guerra economica attuale. Ma non sarà elaborata una “nuova Costituzione” ma rivisitata quella attuale e resa più funzionale alle mutate necessità del Paese.

Ci sono rischi che la destra, che ha deciso il boicottaggio attivo, possa inficiare il processo costituente, sicuramente in parlamento, con l’ostruzionismo e in piazza, impedendo fisicamente che si tengano le riunioni consultive.

Dal successo della Costituente dipenderà molto la tenuta dell’esperienza bolivariana. E’ la maniera pacifica e partecipativa, secondo il modello chavista, contrapposta alla violenza della destra fascista.

 

Maurizio Messina
Maggio 2017

Montanari risponde a Mieli: la nostra sinistra parte dal basso

Montanari risponde a Mieli: la nostra sinistra parte dal basso

Montanari risponde a Mieli: la nostra sinistra parte dal basso

Caro direttore,

provo a rispondere ad alcune delle questioni sollevate dall’impegnato editoriale di Paolo Mieli pubblicato ieri.

L’assemblea del Teatro Brancaccio non c’entrava nulla con Libertà e Giustizia, ma era stata convocata da due semplici cittadini (Anna Falcone ed io), e ha dato la parola (per quattro quinti del suo svolgimento) ad altri cittadini. Hanno parlato ricercatori, membri di associazioni (da Libera all’Arci: ma a titolo personale), volontari, giornalisti, professionisti. Accomunati da un’idea: l’urgenza di rappresentare in Parlamento quella metà degli italiani che non vota più, e che è anche la parte più debole di questo paese.

È un’idea nata dall’esperienza referendaria: perché il 4 dicembre hanno votato anche alcuni milioni di italiani che di solito non lo facevano. E che ora non trovano niente che li rappresenti, a sinistra.

Abbiamo invitato anche i politici di professione: anche i protagonisti della lunga stagione dei governi di centrosinistra, e anche coloro che hanno votato sì al referendum. Senza alcuna proscrizione. Ma mettendo bene in chiaro, per il futuro, che il minimo comune denominatore di questa area di cittadinanza è l’attuazione (e non la rottamazione) della Costituzione, e la ricostruzione del ruolo sociale ed economico dello Stato, disfatto nel corso di lunghi anni in cui il centrosinistra italiano si è esplicitamente ispirato alle politiche di Tony Blair. La Costituzione e lo Stato: può darsi che siano obiettivi settari, estremisti o minoritari. A noi non sembra.

Non è questa l’unica singolarità di questa proposta. Che non punta alle primarie, ma ad un processo di partecipazione dal basso: perché non vuole federare le forze politiche esistenti. Vuole invece provare a fare su scala nazionale ciò che si è fatto per esempio a Padova: dove una coalizione civica di sinistra che riuniva anche alcuni partiti ha preso il 22,7 % dei voti. L’assemblea di ieri ha lanciato una proposta: non una o due leadership. Personalmente ho chiarito che non mi candiderò a nulla: ci sono già troppi leaders in cerca di popolo, a sinistra. Mentre qua c’è un popolo che prova a capire come organizzarsi.

Per molti di noi è l’ultimo tentativo prima dell’astensione: perché non riusciamo a votare partiti che praticano o annunciano politiche di destra (il Pd del decreto Minniti, dello Sblocca Italia, della Buona Scuola, del Jobs’act, della ipocrita legge sulla tortura; un M 5 Stelle sempre più imprenditore della paura).

In modi diversi la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la Francia e ora anche il Regno Unito contano forze che mettono in discussione i paradigmi portanti del neoliberismo, quelli per cui «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio» (Luciano Gallino). A chi, ieri, era al Teatro Brancaccio non interessano le geometrie variabili delle mille formazioni che sorgono e tramontano a sinistra del Pd, ma interessa comprendere se anche in Italia una forza del genere può provare ad affermarsi.

Tomaso Montanari

I nuovi treni promessi dall’assessore Sorte… sono già in ritardo

I nuovi treni promessi dall’assessore Sorte… sono già in ritardo

Editoriale tratto dall’Informatore di Vigevano di giovedì 15 giugno 2017, a firma del direttore Mario Pacali

I nuovi treni promessi dall’assessore Sorte… sono già in ritardo
L’annuncio il 31 maggio scorso a Mortara: entro dieci giorni saranno in servizio

VIGEVANO –

Evidentemente si tratta di un problema di linea. Ferroviaria, ovviamente. Decisamente sfortunata per non dire peggio. Al punto che anche i 4 nuovi treni promessi dall’assessore regionale Alessandro Sorte il 31 maggio scorso a Mortara e che avrebbero dovuto prendere servizio “entro dieci giorni”, sono già in ritardo.

Una teoria che sta avanzando in queste ore parla di una possibile “contaminazione meccanica”: i nuovi mezzi si sarebbero allineati come tempi agli altri convogli più anziani di servizio che percorrono – quando ci riescono e ci sono – la tratta Milano-Mortara.

Perché nessuno può mettere in dubbio le affermazioni dell’assessore regionale, decisamente risoluto nell’affermare che si tratta «di un provvedimento concreto, non solo slogan». «Fra dieci giorni – aveva detto sempre la sera del 31 maggio scorso a Mortara, Sorte – arriveranno 4 treni del valore di 40 milioni di euro per rinnovare quasi totalmente le linee provinciali e di questo territorio. Si tratta di un investimento epocale per questo territorio. Non finisce qua. Compreremo entro fine anno altri 150 milioni di euro di treni e ci sarà un ricambio che cambierà la qualità del servizio».

Vogliamo mettere in dubbio queste parole pronunciate in piena campagna elettorale? Giammai…

Ok, ora basta scherzare. Di promesse ne abbiamo piene le tasche. È dagli anni Novanta che i vari governatori di Regione Lombardia ci assicurano il doppio-binario (in campagna elettorale).

Non contiamo più gli annunci di nuovi treni (sempre in campagna elettorale, sia per politiche che per regionali, e mai visti).

È da decenni che aspettiamo quella stramaledetta strada che ci porta a Milano.

Sono recenti gli impegni per sostenerci nella battaglia per salvare il Tribunale (persa) e per portarci in Città Metropolitana (messi alla porta da chi ci aveva detto “andate avanti”, vero Maroni?).

A breve ci saranno le elezioni per il Pirellone.

Vi aspettiamo, tutti, con le vostre fantastiche promesse.

Le ascolteremo muniti di pitali.