Archivio for gennaio 22nd, 2018

Vigevano: giornata della memoria. MAI PIU’ RETICOLATI NEL MONDO

Vigevano: giornata della memoria. MAI PIU’ RETICOLATI NEL MONDO

[QUEL DEPORTATO DI BELSEN MORTO DA SOLO] “se il crimine nazista non viene allargato su scala mondiale, inteso in maniera collettiva, il deportato di Belsen morto da solo per la sua anima collettiva, per quella coscienza di classe che lo ha spinto a far saltare un bullone della ferrovia una certa notte in un certo punto d’Europa, senza capo, senza uniforme, nè testimoni, resterà tradito per sempre” ( cit. Marguerite Duras Il Dolore)

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Cassolnovo, Teatro Verdi per la giornata della memoria, proiezione del film: L’ONDA

Cassolnovo, Teatro Verdi per la giornata della memoria, proiezione del film: L’ONDA

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Mortara: Biblioteca civico 17 – POESIE DAL LAGER

Mortara: Biblioteca civico 17 – POESIE DAL LAGER

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Milos Hajek: Rosa Luxemburg giacobina senza terrore

Milos Hajek: Rosa Luxemburg giacobina senza terrore

Milos Hajek: Rosa Luxemburg giacobina senza terrore
Pubblicato il 15 gen 2018
Nel ricordare l’anniversario dell’assassinio di Rosa Luxemburg (15 gennaio 1919) riproponiamo un vecchio articolo* dello storico cecoslovacco Milos Hajek, protagonista della Primavera di Praga e ex-rettore della scuola di partito, uno dei cinquecentomila comunisti che con Dubcek furono espulsi dal partito dopo l’invasione sovietica. Fu uno dei principali esponenti del dissenso e tra i fondatori del movimento Charta 77. La sua fondamentale Storia dell’Internazionale comunista (1921-1935) fu pubblicata in Italia dalla casa editrice del PCI Editori Riuniti nel 1969.
GIACOBINA SENZA TERRORE
(…) quando i sicari della controrivoluzione monarchica in Germania assassinarono Rosa Luxemburg, venne messa la parola fine, immaturamente, non soltanto alla vita di una nobile donna. Dalla scena della nascente Terza Internazionale scomparve una personalità teorica che era almeno alla pari con Lenin. Con il bolscevismo, infatti, il luxemburghismo fu alla culla dell’Internazionale comunista. Erano ambedue correnti del marxismo rivoluzionario che consideravano il socialismo un compito da realizzare nel futuro immediato e l’unica strada capace di arrivarci per loro era la rivoluzione proletaria, che doveva necessariamente avere la forma di una impietosa guerra civile. Nel suo progetto di programma per la Lega di Spartaco, Rosa Luxemburg dedico non pochi passaggi alla critica della prefazione engelsiana alle Lotte di classe in Francia, del 1895, nella quale l’autore aveva richiamato l’attenzione sul forte peggioramento, nell’ultimo decennio, dei presupposti per l’attuazione di una lotta armata strada per strada. Quell’ultima opera di Engels, considerata fortemente stimolante dalla socialdemocrazia e molto più tardi dal movimento comunista, era vista dalla Luxemburg come una delle fonti cui addebitare la bancarotta della Spd.
E’ però noto che su alcuni problemi di principio Lenin e Rosa avevano posizioni differenti. E se va rilevato che le opinioni della seconda a proposito della questione nazionale e di quella contadina sono superate, la sua concezione della democrazia resta ancora oggi una possibile fonte di ispirazione, soprattutto per i partiti comunisti al governo. Nella sua cella nella prigione di Breslavia la Luxemburg scrisse il saggio La rivoluzione russa, nel quale confutò l’obiezione secondo cui la Russia fosse matura soltanto per la rivoluzione borghese apprezzando in sommo grado l’orientamento dei bolscevichi a favore della rivoluzione proletaria mondiale, ma nel contempo ritenendo necessario porsi criticamente nei confronti del loro modo di procedere, nel quale pure vedeva “il migliore insegnamento per gli operai sia tedeschi che internazionali in vista dei compiti che la presente situazione prepara”.
L’autrice del saggio criticava i bolscevichi soprattutto in relazione al soffocamento della democrazia. E la sua critica non concerneva soltanto singoli atti, ma si muoveva sul piano dei principi generali. Il capitolo del suo saggio dedicato a questo tema è rimasto, per lunghi decenni, l’unico luogo del pensiero comunista che mette in luce gli scogli della violenza rivoluzionaria ed esalta la necessità di una normale e corretta evoluzione di una società socialista.
«Sicuramente ogni istituzione democratica ha i suoi limiti e i suoi difetti, come tutte le umane istituzioni umane. Ma il rimedio trovato da Lenin e da Trockij, la soppressione cioè della democrazia in generale, è ancora peggiore del male; esso ostruisce infatti proprio la fonte viva dalla quale soltanto possono venire le correzioni a ogni insufficienza congenita delle istituzioni sociali: la vita politica attiva, libera ed energica delle più vaste masse popolari». Appunto per questo Luxemburg sottolineava la necessità della libertà di stampa, di associazione, di riunione e rilevava che il soffocamento della democrazia suscita il pericolo della burocratizzazione. «La vita pubblica cade lentamente in letargo, qualche dozzina di capi di partito dotati di energia instancabile e di illuminato idealismo dirigono e governano. Tra loro comanda in realtà una dozzina di menti superiori e una élite della massa operaia viene, di quando in quando, convocata a riunioni per applaudire discorsi dei capi e per votare all’unanimità le risoluzioni che le vengono proposte. In fondo, si tratta quindi del governo di una cricca, è una dittatura, ma non del proletariato, bensì di un pugno di uomini politici cioè una dittatura con un chiaro senso borghese giacobino».
Tra i comunisti era forte all’epoca la coscienza di essere gli alfieri della tradizione giacobina. Rosa Luxemburg, per contro poneva l’accento su quei momenti del giacobinismo che i rivoluzionari avrebbero dovuto evitare. Innanzitutto il terrore, la cui necessità invece, era sottolineata dai bolscevichi. «Il terrore dei giacobini in Francia – scrisse – non fu altro che un tentativo disperato di radicalismo da piccoli borghesi, per conquistare e conservare il proprio dominio sulla Francia in un momento nel quale in tutta Europa si affermava per la prima volta il dominio della grande borghesia». E altrove: «La rivoluzione proletaria non ha bisogno del terrore per raggiungere i propri obiettivi, odia e ha ribrezzo delle uccisioni di persone». Rosa Luxemburg si differenziava inoltre da Lenin per il ruolo diverso che nella gerarchia dei valori attribuiva alla democrazia e a ciò si doveva il loro diverso atteggiamento nei confronti dell’insurrezione armata. Ambedue la consideravano una strada inevitabile per giungere alla conquista del potere da parte della classe operaia. Mentre però i bolscevichi ritenevano sufficiente, per l’avvio della rivoluzione, poter disporre della maggioranza del proletariato nel momento determinato e nei centri decisivi, Luxemburg considerava insufficiente tale presupposto. « La Lega Spartaco – scrisse – non prenderà mai il potere altrimenti che sulla base della volontà chiara e univoca della grande maggioranza della massa proletaria della Germania, e non agirà che sulla base del cosciente consenso di questa con le idee, gli obiettivi e i metodi della Lega Spartaco».
A questa diversità di approcci si doveva inoltre il differente atteggiamento dei due teorici rispetto al problema dell’insurrezione armata. Lenin poneva l’accento su questo momento della conquista del potere, Luxemburg ne parlava il meno possibile. I bolscevichi ritenevano fosse loro compito fissare l’inizio dell’insurrezione ed eventualmente il momento del ritiro dalle strade degli operai in armi. L’incomprensione di questo passaggio portò così gli spartachisti a subire tutta una serie di sconfitte negli scontri armati spontanei.
La differenziazione tra leninismo e luxemburghlsmo si manifestò, inoltre, a proposito della costituzione del Partito comunista di Germania e della fondazione della Terza Internazionale. Dal canto loro i bolscevichi auspicavano che si giungesse quanto più rapidamente possibile alla scissione del partiti socialdemocratici, per contro Rosa Luxemburg non intendeva arrivare alla formazione di un partito comunista prima di aver esteso la sua influenza alla maggioranza degli operai rivoluzionari. Non era d’accordo, poi, che l’Internazionale comunista nascesse prima che nella maggioranza dei paesi decisivi si fossero costituiti partiti comunisti di massa. Come i bolscevichi, anche gli spartachisti ritenevano che nella nuova organizzazione internazionale i singoli partiti dovessero sottostare a una disciplina internazionale. Ma Luxemburg non intendeva quella disciplina come diritto dell’esecutivo dell’Internazionale comunista a intervenire anche nelle questioni organizzative dei diversi partiti.
Con la morte di Rosa Luxemburg scomparve l’ideatrice di una dottrina che pure si è già detto fu alla culla della nascente Internazionale comunista, come alleata e insieme come antagonista del bolscevismo. L’esperienza degli anni successivi alla prima guerra mondiale e la riflessione sulla stessa permisero di superare i tratti utopistici del luxemburghismo: la concezione fatalistica della rivoluzione, il culto delle masse e la connessa fiducia nell’istinto di classe di queste che aveva quasi un carattere mistico. Nello stesso tempo, comunque nel movimento comunista finirono per essere respinte o dimenticate quelle idee della rivoluzionaria tedesca di origine polacca che avrebbero potuto rappresentare un correttivo alle ambizioni rivoluzionarie del bolscevismo, innanzitutto la convinzione che il socialismo deve dar vita a un tipo superiore di democrazia.
Questo articolo fu pubblicato sull’Unità il 15 ottobre 1989.
[segnaliamo che nella nostra biblioteca on line trovate molti testi di e su Rosa Luxemburg]
www.rifondazione.it

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Noam Chomsky: Afrin non deve diventare una nuova Kobane

Noam Chomsky: Afrin non deve diventare una nuova Kobane

Noam Chomsky: Afrin non deve diventare una nuova Kobane
Pubblicato il 21 gen 2018
Accademici e attivisti per i diritti umani nel mondo hanno lanciato una petizione rivolta alle potenze mondiali affinché agiscano contro l’aggressione turca nei confronti di Afrin.
Noi sottoscritti, accademici e attivisti per i diritti umani, chiediamo che i leader della Russia, dell’Iran e degli Stati uniti garantiscano che la sovranità delle frontiere siriane non sia violata dalla Turchia e che il popolo di Afrin (Siria) possa vivere in pace. Afrin, la cui popolazione è per la maggior parte curda, è una delle zone più stabili e sicure della Siria. Pur disponendo di pochissimi aiuti internazionali, Afrin ha accolto talmente tanti rifugiati siriani che negli ultimi cinque anni la sua popolazione è raddoppiata, raggiungendo i 400.000 abitanti.
Afrin è attualmente circondata di nemici: i gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia, al-Qaeda e la Turchia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di attaccare i partner curdi dell’esercito americano – le Ypg curde, ovvero le Unità di protezione del popolo – con le quali gli Stati uniti si sono alleati contro l’Isis. La Turchia accusa le Ypg di essere “milizie terroriste” nonostante esse abbiano per lungo tempo creato consigli locali di amministrazione democratica in tutte le città che hanno liberato dall’Isis e abbiano ripetutamente dichiarato di non avere interessi in Turchia e di voler operare solo come forze per la difesa dei curdi siriani e di altre etnie che vivono nella Federazione democratica della Siria settentrionale (Dfns), altrimenti nota come “Rojava”, di cui Afrin fa parte.
La Turchia ha dispiegato un’enorme potenzia di fuoco alla frontiera con Afrin e il presidente Erdogan ha promesso di attaccare con tutte le forze il cantone controllato dai curdi, distruggendo una enclave di pace e mettendo migliaia di civili e rifugiati in pericolo, tutto per realizzare la sua vendetta contro i curdi. Un attacco del genere contro i pacifici cittadini di Afrin è uno spudorato atto di aggressione contro una regione democratica e la sua popolazione. La Turchia non può compiere questo attacco senza l’appoggio della Russia, dell’Iran e della Siria e senza l’inerzia degli Stati Uniti. Il popolo curdo ha sopportato la perdita di migliaia di giovani uomini e donne arruolatisi nelle Ypg e nelle unità femminili Ypj per liberare il mondo dall’Isis. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno l’obbligo morale di sostenere il popolo curdo. Chiediamo che gli ufficiali statunitensi e la comunità internazionale garantiscano la sicurezza di Afrin ed evitino ulteriori aggressioni turche, provenienti sia dall’interno della Siria sia dall’esterno dei suoi confini.
Firmato:
Noam Chomsky, MIT Professor Emeritus
Michael Walzer, Institute for Advanced Study, Princeton University , Professor Emeritus
Charlotte Bunch, Distinguished Professor of Women’s and Gender Studies, Rutgers University
Todd Gitlin, sociologist and Chair, PhD Program in Communications, Columbia University
David Graeber, Professor of Anthropology, London School of Economics
Nadje Al-Ali, Professor of Gender Studies, SOAS University of London
David Harvey, Distinguished Professor of Anthropology and Geography, CUNY Graduate Center
Michael Hardt, political philosopher and Professor of Literature, Duke University
Marina Sitrin, Assistant Professor of Sociology, SUNY Binghamton
Ann Snitow, activist and Associate Professor, New School
Bill Fletcher, Jr., former President of TransAfrica Forum
David L. Phillips, Director, Program on Peace-building and Rights, Columbia University
Joey Lawrence, photographer and filmmaker
Meredith Tax, writer and organizer, North America Rojava Alliance (NARA)
Debbie Bookchin, journalist and author, NARA