Afrin: un vergognoso silenzio

Afrin: un vergognoso silenzio

Afrin: un vergognoso silenzio

Fonte Anpi Provinciale Pavia:https://anpiprovincialepavia.blogspot.it/2018/03/un-vergognoso-silenzio.html?spref=fb

Nel tombale silenzio dell’Occidente, le forze armate turche stanno sviluppando una guerra di annientamento contro il popolo kurdo.

Il paradigma dell’annientamento è quello condotto contro la città di Afrin, oggetto di bombardamenti che comprendono l’impiego di armi chimiche proibite sulla città dove non arriva più acqua, è interrotta l’energia elettrica e vengono distrutte le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza.

La città è stata letteralmente offerta come trofeo di guerra alle milizie di tagliagola, che trovano sostegno nella politica di assimilazione condotta da Ankara, che, attraverso l’offerta di soldi, armi e protezione, si candida a punto di coagulo delle milizie della diaspora jihadista. Esse declinano la propria strategia di morte fianco a fianco con l’esercito siriano libero, sottoprodotto della ribellione di massa al regime di Assad, ed oggi pervaso dalla penetrazione jihadista, e sotto pieno controllo turco.

Ponendo in essere una radicale pulizia etnica contro il popolo kurdo, che da anni lotta per la pace, per la coesistenza tra etnie e culture diverse, per la liberazione della donna, per l’ecologismo sociale, in uno dei luoghi più martoriati dalle guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, Erdogan punta a rimpiazzare questo popolo libero con “arabi riconoscenti”, oggetto della propria dominanza, così da allargare la propria egemonia sul Nord della Siria e candidandosi al ruolo di primo attore nella spartizione annunciata della Siria.

Tutto accade sotto la stella dell’indifferenza: usato come fanteria da guerra dagli Stati Uniti, oggetto di vaghe promesse di attenzione da parte russa, con una buona dose di ipocrisia salutato dalla stampa come liberatore dall’Isis a Kobane, il popolo kurdo, portatore di una esperienza libertaria, che ha radice nel 612 avanti Cristo e trova la sua figura emblematica e leggendaria in Kawa, il fabbro che, nel castello dalle cupe mura sui monti Zagros, uccise il tiranno assiro Dehak, per liberare il suo popolo, è l’espressione viva di una nuova resistenza.

Larga parte dell’Occidente, dalla Francia alla Germania all’Italia stessa, da anni recita una vacua litania contro il regime di Erdogan, richiamato a professione di fede democratica. Di fatto l’Occidente ne avvalla la copertura, continuando il business di morte attraverso la vendita alla Turchia di nuove e sofisticate armi.

Riteniamo che la nostra città, le associazioni, i cittadini, i giovani e i democratici debbano associarsi alle proteste che, già in qualche parte del Paese si sono levate, chiedendo il blocco della vendita delle armi, la definizione di politiche di solidarietà verso il popolo kurdo, il blocco di 3 miliardi di euro dal Fondo Europeo, deliberato una settimana fa, destinati ad Ankara per proseguire l’accordo sulla gestione del flusso migratorio sancito nel marzo 2016.

Annalisa Alessio e Franco Bolis

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