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I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau
Giorno della memoria a scuola
(libera interpretazione dagli scritti di Giovanni Melodia nella foto)

(in una scuola superiore)
Prof.ssa. Ragazzi, vi prego silenzio, per favore, oggi  abbiamo un’occasione unica per la giornata della memoria. Al posto del solito film abbiamo un deportato in carne d’ossa, uno degli ultimi viventi, per cui non sprechiamo questo vero e proprio evento. Tra l’altro il signor Giovanni, che è venuto fin da noi, è un dirigente dell’ANED, l’associazione degli ex-deportati politici nei lager nazisti. Dico giusto?
Ex-deportato. No, siamo un’associazione unitaria, non solo dei deportati politici, come me, ma anche dei deportati razziali, come gli ebrei e… gli zingari, non li dimenticate.
Prof.ssa. Il signor Giovanni mi ha detto che preferisce le domande, anche perché immagina che molti di voi sanno già molto dei campi, soprattutto di Auschwitz; lui invece è stato a Dachau. Quindi se volete sapere di quel campo, che era di concentramento non di sterminio, dico giusto? chiedete pure. Su, coraggio? (dopo diversi secondi) Allora rompo io il ghiaccio?
Studente. No, prof, faccio io una domanda. Piuttosto di chiedere di Dachau, che abbiamo già letto in classe: c’erano i preti, i politici tedeschi… vorrei sapere come si è sentito il giorno della liberazione del campo.
Ex-deportato. Sono contento se avete già letto in classe, ma solo Primo Levi? D’altra parte sono già più di dieci anni che si celebra il Giorno della Memoria. Voi ne avrete già parlato almeno dalle medie, per cui c’è il rischio che vi annoiate, perché sapete già tutto o lo credete. Per esempio sapete tutto di noi deportati politici, o del fatto che a Dachau c’era un comitato internazionale clandestino che ha contribuito a liberare il campo, e poi ha avuto un ruolo essenziale nei difficili giorni dopo la liberazione? Non tutto era finito con la fuga delle SS. Sapete quanti morti ci sono stati ancora? C’era da compilare il loro elenco per le famiglie, c’era il problema della cura dei malati, del rimpatrio, della necessità di aggiornare gli internati su cosa avrebbero trovato al loro paese. Abbiamo anche scritto dei bollettini a Dachau, bollettini ciclostilati, abbiamo fatto una quarantina di numeri. E poi l’urgenza di raccogliere le testimonianze, anche per chi non poteva più tornare. E non vi dico di prima, degli ultimi giorni prima della liberazione. Come comitato clandestino avevamo saputo che era arrivato un dispaccio di Himmler che ordinava un programma di annientamento articolato e preciso. I primi a lasciare il lager per essere sterminati dovevano essere i russi e gli ex-combattenti repubblicani in Spagna. Poi i circa 2000 italiani e via via tutti gli altri. Ultimi i polacchi, i più numerosi. Dovevamo essere condotti fuori dal lager e lì, all’aperto, uccisi con le armi automatiche e i lanciafiamme. Un programma che potevamo solo a noi stravolgere. Noi con i nostri corpi piagati ed esausti, con i nostri riflessi corrosi, con la nostra mente annebbiata, noi che da tempo infinito eravamo simili a larve, noi i cenciosi, i piagati, i morenti, noi i subumani, affamati, inesperti, dovemmo affrontare le SS, i professionisti delle stragi. Ci buttammo allo sbaraglio con l’unica forza che ci rimaneva: la disperazione. E ci liberammo.
Ma non divagherò, vengo subito alla domanda.
Come fare e dire, per davvero, ciò che era il Lager anche solo un giorno dopo la liberazione.
Già quel giorno il nostro racconto era già snaturato, se così posso dire, perché la liberazione era avvenuta e ti cantava dentro e non eravamo morti, e tu, cioè io, se potevi narrare era proprio perché tutto quello che era successo non ce l’aveva fatto ad ammazzarti, perché eri sfuggito al massacro, perché ciò che ti aveva gravato dentro, minuto per minuto, s’era dissolto, non era, non poteva essere, che un ricordo, anche se ne portavi, ne avresti portato il segno, in te, per tutto il resto della tua vita; se insomma, nonostante tutto, non gli era riuscito di annientarti interamente, ci avevano tentato ma poi non tutto era andato per il verso loro.
(si interrompe un attimo per bere)
Perché non era la fame, non era il freddo, non era il puzzo del crematorio – parole che io devo esprimere così in fila e per voi non è che un susseguirsi di espressioni che suonano come parole staccate – no quella realtà, già dal primo giorno, era diversa, era tutta un’altra cosa: lì la fame e il freddo, il puzzo, degli altri, morti, vivi, il puzzo tuo, le bastonate, erano cose che ti venivano addosso tutte assieme, da tutte le parti, e si sommavano con la paura, lo sfinimento, lo scoramento, la volontà di sopravvivere, o di lasciarsi andare, di ribellarsi o di morire e che fosse finita – e poi non è neanche vero che si sommavano, si fondevano invece, facevano poltiglia con quello che avevi dentro, l’intontimento, lo smarrimento. E invece ora, a raccontarli, ma anche a ripensarli, dovevi metterli in fila, rifabbricare i fatti con le parole – ed era già un abisso tra le parole e i fatti –. Dunque come facevi a raccontare – come faccio oggi a raccontare – ma anche a pensare, a ripensare, a rivivere, perché dopo fame non ne avevi più, e neppure freddo e puzzo. E poi chi ti avrebbe ascoltato? Appunto appena tornati a casa anche chi ci avrebbe ascoltato aveva pure lui la sua storia dentro: “Ma anche noi sa, i bombardamenti, le paure, il freddo, non creda, sa? anche noi”. E magari anche voi avete le vostre impressioni, le vostre obiezioni dentro: “Ma i gulag, e le foibe, e l’11 settembre, il terrorismo?”
(si interrompe un attimo per bere)
Loro, voi, tutti, non potete capire. Loro, voi, credono già di sapere e invece non sanno niente, o quasi, perché non possono, nessuno può. Sapete qual era il sentimento più grande, nei primi tempi: il rimorso? Lo sentivi come una colpa, quasi, di esserti salvato, tu sì, e loro in tantissimi no. Eppure nonostante il rimorso che ancora affiora ho continuato a raccontare. Ma come si fa a parlare di quella fame? metti in fila la parola fame, mille volte, un milione di volte?
E del freddo? Oggi sta nevicando ma sono al coperto, ho indosso una bella maglia di lana, la stanza è riscaldata. Il freddo! Non sono sicuro di comunicarvelo, di ricordarmelo quel freddo!
Così, scusate, il mio discorso viene fuori scombinato, non è un racconto di fantasia che crei dentro il tuo cervello e dove infili ciò che vuoi, scarti ciò che non ti garba, e fai vivere e fai morire e fai restare e fai partire e fai piovere e fai diluviare o splendere il sole. Qui no, non puoi, devi essere fedele, onesto, preciso, nei limiti della tua recalcitrante memoria e allora parli, racconti. Ti torna in mente, lo ficchi dentro, a forza, quello che non puoi tacere, che non devi. Cerchi di far rivivere le ossessioni di allora e qualcosa dello stato d’animo di allora, che poi era una specie di nebbia fatta di sfinimento, di paure, di istupidimento, e ti rimbomba nella testa un “no, no, no” scomposto, frenetico, come le bastonate che ci arrivavano addosso a folate, dopo ore e ore che eravamo rimasti all’aperto, a congelare, ad avvilirci, a morire.
(si interrompe un attimo per bere)
Scusate mi manca il fiato. Una vecchia bronchite nei miei vecchi polmoni.
Certo che se parlo così scombinato qualcuno di voi storcerà il naso. Forse solo chi c’è stato può capire. Ma già allora ce lo dicevamo: “Se ce la facciamo a tornare, a raccontare, non capiranno, non potranno mai!”. Allora perché parlo, faccio conferenze, scrivo, incontro gli studenti, come voi oggi? Lo faccio per chi non è tornato. E aspetto le reazioni, come quando sentivi il Kapo avvicinarsi col bastone levato e non potevi fare nulla, assolutamente nulla, per stornare il colpo, per liberarti dall’assedio della paura.
(si interrompe un attimo per bere)
Non so, non credo di aver risposto alla tua domanda…
(dopo alcuni secondi scroscia un fragoroso applauso)
Prof. ssa. Sono commossa, come credo anche tutti voi; direi che può bastare, lasciamolo andare il nostro caro Giovanni, ringraziandolo sentitamente per questa sua lezione di storia ma anche di vita e, se mi permettete, di letteratura. Ma permettetemi di chiudere con una citazione, che mi sono preparata. È di Zygmunt Baumann. Il sociologo polacco fa notare una cosa che forse prima di oggi pensavamo anche tutti noi: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento”. Ma credo che siate d’accordo: i quadri che abbiamo appeso nelle nostre case, dopo un po’ non li notiamo più, non prestiamo loro più attenzione, come la storia della deportazione che invece, riprendo la citazione, deve essere “una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.
La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se non vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo guardare come in una finestra per esplorarne la complessità.

ADDIO AD UN PARTIGIANO GIORNALISTA

ADDIO AD UN PARTIGIANO GIORNALISTA

f9892be81f4ec61b00e8797fad4c78abec1e4ed40ffcb09c1405fefdGiorgio Bocca se ne è andato, a 91 anni dopo averne viste e fatte tante. Ci mancherà anche se non era comunista, anche se per qualcuno, forse troppo miope, era anti comunista e sbagliava. Basta leggere con cura le invettive scritte negli ultimi anni sul Venerdì di Repubblica, basta leggere la sua indignazione verso una forbice che si allargava fra chi più aveva e chi più era escluso. Bocca era stato partigiano, comandante partigiano, e conservava ancora quel lucido schierarsi quel decidere da che parte stare. Coglieva il fascismo della seconda repubblica, non il ciarpame berlusconiano ma i dettagli di una logica neoautoritaria in cui il lavoro non conta più in cui la speculazione e la finanza muovono e decidono su tutto, in cui la politica rinuncia al suo ruolo. Avesse avuto 30 anni di meno lo avremmo forse visto in piazza e non certo dalla parte di Marchionne, con gli studenti e non con la Gelmini, con i precari e non con i retaggi del programma di Sacconi. Bocca restava soprattutto antifascista, nel sangue e nell’occhio con cui guardava il mondo, il Paese e le sue miserie, disprezzava tanto i governanti quanto la finta opposizione, parlava, lui ultranovantenne, dell’importanza di salvare la terra come bene comune. Scriveva su Repubblica solo grazie al fatto che  di quel giornale aveva fatto la fortuna, avesse avuto meno prestigio, lo avrebbero già sbattuto fuori, troppo fuori dal coro, così poco adatto ai miasmi veltroniani. Il suo giornalismo era partigiano, antifascista e laico e poco si sposa con la palude quotidiana. Non piaceva a tanti Bocca, gli stessi che oggi lo rimpiangono con lacrime false e fastidiosi omaggi, di quelli che avrebbe scacciato con un calcio, da montanaro rude e diretto, privo di doroteismo. Alcune sue idee erano frutto di pregiudizi assurdi, sul Sud, sui giovani, ma nel piatto della bilancia pesa anche il fatto di aver voluto, forse per primo, considerare la lotta armata non con le solite frasi sbrigative ( problema di ordine pubblico) ma come segno di una profonda inquietudine sociale che nasceva in fabbrica e entrava nelle mutazioni delle città, delle metropoli, forse perché invece di limitarsi a osservare, lui con i militanti delle BR ci parlava. Un giornalista che ci mancherà, un partigiano in meno in un Paese che ha bisogno ancora e molto di partigiani!

Stefano Galieni

Nucleare? Sì grazie?

alunniNucleare? Sì grazie?

Prof. Insegnante di scienze.

Piero. Furbo che non vuole fare la lezione

Giacomo. Nuclearista

Ragazzocinese. (o altro) studente straniero in classe

Michela. Astenuta, o meglio, non votante

Raffaella. Antinucleare

Mario. Indeciso, ma interessato

(entra in una classe di 26 studenti l’insegnante di scienze)

Prof. Ragazzi oggi dobbiamo finire la lezione sull’evoluzione, poi devo interrogare.

Piero. (sottovoce) No… ancora quella menata…

Mario. Ma prof cosa pensa del nucleare? Le andrà a votare per il referendum?

Giacomo. E’ favorevole o contrario?

Prof. Una volta gli italiani erano contrari: al referendum dell’87 più dell’80% aveva votato contro le leggi che permettevano la costruzione di centrali nucleari.

Mario. Noi non eravamo ancora nati, ci racconta com’è andata?

Piero. (sottovoce) Bravo! Così non fa lezione e non interroga. Facciamolo chiacchierare…

Prof. Ma la lezione sull’evoluzione? Beh, veniamo all’attualità, in fondo si evolve anche l’opinione pubblica. Chissà, davvero, quanti italiani sono a favore del nucleare adesso?

Piero. E lei prof è contro o a favore?

Prof. Volete proprio saperlo? Ve lo dico ma non voglio influenzarvi. Voi dovete avere sempre un atteggiamento critico anche verso gli insegnanti.

Piero. Ah! Contro di loro l’abbiamo sempre!

Prof. Beh, io, ai tempi, facevo parte di un comitato antinucleare, quindi…

Giacomo. E non ha cambiato idea negli anni? Non ha avuto anche lei un’evoluzione?

Prof. No, nessuna evoluzione. Sono rimasto fedele alle mie idee. Non ho cambiato il mio quadro di riferimento anche se è cambiata la cornice esterna.

Piero. Ma non dicono che si è rivoluzionari da giovani e conservatori da vecchi?

Prof. E io sarei vecchio? Comunque quello che hai detto mi sembra una cavolata, scusate il termine. Quello che ti segna da giovane ti rimane, anche se, ovviamente, viene metabolizzato e riaggiornato.

Piero. Ma a me non mi interessa niente, non mi segna niente!

Prof. Beh, le cose bisogna… parteciparle. Se le fai ti segnano, se ne senti solo parlare ti scivolano addosso. Forse è per questo, lo dico anche a me stesso, che quello che vi insegniamo non vi tocca.

Piero. Prof perché non facciamo un referendum tra di noi?

Altri ragazzi. Sì, dai, proviamo.

Prof. Sì, vediamo. Alzino la mano quanti sono a favore del nucleare: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6- 7 – 8 – 9 – 10. Perbacco radioattivo! Vediamo quanti sono contro: 1, uno solo! Grazie Raffaella. Ti sono grato, mi hai salvato dalla depressione.

Piero. Ma Raffaella non conta, ha un debole per lei, prof.

Prof. Non scherziamo, per favore. Per cui la maggioranza, ahimé o per fortuna, si astiene. Facciamo la controprova. Alzi la mano chi si astiene: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 … manca uno. Chi non ha votato?

Giacomo. É stata Michela.

Michela. No io non voto, non mi interessa.

Prof. E al referendum non vai a votare?

Michela. No io mi faccio i fatti miei!

Raffaella. Ma allora sono gli altri che decidono per te.

Michela. A me non mi tocca nessuno.

Prof. Ti tocca, ti tocca, vivi in una società mica isolata. Comunque ti consideriamo astenuta, va bene?

Michela. No, io sono una non votante, non mi riconosco in nessuna delle posizioni del referendum: non si può semplificare tutto in un sì o in un no!

Prof. Bene, sono contento se hai una posizione chiara…

Raffaella. Sì, chiara?

Prof. Beh, consapevole, meditata, come volete. E forse è vero non si può semplificare un tema così complesso.

Piero. Ma se hanno anche istituito un ministero della semplificazione…

Prof. Sì, ma per la semplificazione delle leggi, non per gli altri problemi, mi pare, o no? Comunque torniamo al tema. Visto che mi avete messo in minoranza…

Piero. Estrema minoranza!

Mario. Se fossero state elezioni politiche non sarebbe neppure entrato in parlamento!

Prof. E sì, sarei un extraparlamentare:

Ragazzocinese. Sempre meglio che extracomunitario.

Prof. E tu Ping cosa hai votato?

Ragazzocinese. Ma non ha visto prof? Ho votato a favore, ma non come gli altri per provocazione… noi in Cina abbiamo bisogno di energia.

Prof. Bene, allora se mi permettete vorrei esprimervi le mie convinzioni, ma con uno sguardo anche al di là dei confini dell’Italia.

Raffaella. E dei fini di questo governo. Tra l’altro ci avete pensato, le radiazioni non hanno confini, non hanno bisogno di passaporto.

Giacomo. Ecco che comincia con la paura. Guarda che gli incidenti vanno calcolati con le statistiche, niente è a rischio zero, hai mille volte più probabilità di morire in un incidente stradale che di radiazioni.

Raffaella. Tiè (fa le corna)

Giacomo. Sì fa le corna, che sono una bella prevenzione scientifica.

Raffaella. Ma facevo così per scaramanzia… guarda che so ragionare scientificamente meglio di te. Anche per gli incidenti bisogna completare il discorso: non basta calcolare la probabilità che accadano, e qui ti do ragione: è molto più frequente un incidente stradale che uno nucleare.

Piero. Meno male…

Raffaella. Ma anche il suo impatto: se ho…. se hai un incidente stradale puoi morire tu e al massimo pochi altri, invece sai Cernobyl quanti morti ha fatto… cinquecentomila!

Mario. Così tanti, possibile?

Raffaella. Sì, questa è una stima, e non tutti sono morti subito, ma si sono succeduti negli anni.

Giacomo. Io non ci credo.

Raffaello. Visto che tu hai una mentalità scientifica, leggiti i dati. Naturalmente si calcolano anche i tumori e le malformazioni genetiche.

Giacomo. Guarda che io le leggo le riviste scientifiche e parlare di incidenti e sicurezza non permette di discutere razionalmente.

Raffaella. Dillo agli elettori italiani.

Prof. Sì lasciamo questo argomento, magari lo tratteremo un’altra volta. Sono contento di vedervi discutere così animatamente, ma se posso, vorrei comunicarvi quello che ho imparato sulla questione energetica.

Mario. All’università?

Prof. No, noi all’università… purtroppo, ai miei tempi, non se ne parlava. Come ho cercato di dirvi mi sono formato nella battaglia politica, seguendo dibattiti, esperti.

Ragazzocinese. Ecco gli esperti… io quando li sento in TV… non ci capisco niente. Poi mi sembra che si contraddicano uno con l’altro, non so se è perché sono straniero.

Mario. No anch’io che sono italiano non li capisco. Come si fa prof a sapere chi ha ragione?

Prof. Devi riconoscerlo tu in base al tuo sistema di valori: se sei per la crescita, per nessuna limitazione del benessere o modifica dell’attuale modello di produzione darai ragione ai nuclearisti. Se invece sei per una riduzione dei consumi e sei attento all’ambiente darai ragione ai contrari al nucleare.

Giacomo. Ma è sbagliato affermare che il nucleare è contro l’ambiente, sono le solite semplificazioni ecologiste, le centrali riducono l’effetto serra.

Raffaella. Ma ha sentito prof? Adesso il nucleare non solo è sicuro ma anche pulito! Gli dica qualcosa.

Prof. No, su questo ha ragione: la combustione, tra virgolette, nucleare non produce anidride carbonica. A parte tutta l’energia per produrre le centrali e cercare di smaltire le scorie radioattive.

Raffaella. Sì, bravo, e le scorie dove le mettete?

Giacomo. Primo o poi una soluzione la troveranno, come l’hanno trovata per altre cose. Io ho fiducia nella scienza, non sono mica oscurantista come voi che cercate di convincerci con la paura della radioattività.

Prof. Bene. Tralasciamo i problemi di sicurezza che pure ci sono e non riguardano solo gli incidenti ma anche il normale ciclo di funzionamento di una centrale.

Giacomo. Ma anche quando facciamo le lastre prendiamo radiazioni, allora se uno si rompe una gamba non deve più fare i raggi?

Prof. Avevo deciso di non parlare più dei pericoli per la salute e tu invece mi costringi a ritornarci.

Giacomo. Su risponda alla mia domanda.

Prof. Non mi sottraggo. Anzitutto non bisogna abusare dei raggi X, specie voi giovani, che siete in età riproduttiva, e poi bisogna distinguere tra radiazione esterna e contaminazione esterna.

Mario. Che differenza c’è?

Prof. A parità di dose, la radiazione esterna è pericolosa solo per un attimo, mentre se inserisci un elemento radioattivo nel tuo corpo, come lo iodio radioattivo nella scintigrafia, le tue cellule sono continuamente bombardate finché l’elemento rimane dentro di te.

Giacomo. Ma cosa c’entra con le centrali?

Prof. Beh in caso d’incidente è chiaro, non rischia solo chi ci lavora vicino, ma anche chi è colpito dagli effetti della nube radioattiva.

Mario. Cioè?

Prof. Cioè gli atomi radioattivi che trasportati dal vento, cadono anche a migliaia di chilometri possono entrare nella catena alimentare e prima o poi arrivare all’uomo: non so in una certa regione un isotopo cade sull’erba, questa viene mangiata dalle mucche e poi la gente beve il latte e si contamina. Ecco perché dopo l’incidente di Cernobyl ci proibirono di bere il latte fresco per qualche settimana.

Mario. E la gente aveva capito il motivo?

Prof. No, molti no, ma secondo me è stato un provvedimento giusto, anche se evidentemente insufficiente. E vi voglio anche raccontare che nelle zone più vicine alla centrale, oltre all’evacuazione, diedero ai bambini dose massicce di iodio, sapete perché?

Mario. No, questo non lo so, non lo usano nelle scintigrafie per la tiroide?

Prof. Sì, ma quello è un isotopo radioattivo dello iodio, che serve appunto valutare il funzionamento della tiroide, ma quest’ultima fa il pieno di iodio, solo quando ne ha bisogno, quindi somministrandole una dose massiccia di iodio “buono” non ne assorbe più per un pezzo. Capito?

Mario. Io sì, prima invece questo argomento mi era oscuro. Uno a zero per il prof!

Giacomo. Ma avevamo detto che non parlavamo di salute. É un argomento troppo emotivo.

Prof. Per fortuna abbiamo anche un’intelligenza emotiva, forse dovremmo darle retta un po’ più spesso.

Raffaella. Io l’ascolto sempre.

Piero. Voi donne, avete solo quella…

Prof. Per favore, sono tollerante, mi conoscete, ma queste battute non le sopporto. Se volete che continui risparmiatemi certe battute.

Piero. Non si può neanche scherzare?

Raffaella. A volte si dice per scherzo quello che si pensa in verità. Dietro l’ironia si nasconde l’antipatia.

Piero. L’hai inventato tu adesso o è un proverbio che hai sentito?

Prof. Allora che facciamo: continuiamo o riprendiamo la lezione normale?

Ragazzi (in coro) Continuiamo!!

Giacomo. No per me, possiamo pure smettere, tanto ognuno rimane della sua idea.

Prof. Come vuoi, ma mi pare che adesso sei tu in minoranza. Comunque ogni discussione ha due pregi: quello di metterti in gioco cercando di trovare argomenti a favore della tua opinione e quello di accettare che qualcun’altro la possa pensare diversamente da te. Anzi c’è un altro punto positivo: quello eventualmente di poterti far convincere.

Mario. E un quarto: dimostrare a te stesso e agli altri che sai cambiare idea.

Prof. Bravo, ora mi sento legittimato a continuare. Senz’altro sapete e che le centrali nucleari producono solo elettricità.

Giacomo. Sì, ma noi adesso la dobbiamo importare e ci costa.

Prof. Spesso meno di quello che ci costerebbe per produrla noi stessi, visto che altri paesi come la Francia ne hanno in eccesso e hanno la necessità di venderla specie di notte quando c’è meno fabbisogno. Mica si può spegnere una centrale nucleare la sera e riaccenderla al mattino, come si apre o si chiude una condotta forzata di una diga idroelettrica…

Giacomo. Ma a me sembra ipocrita non volere le centrali e poi comperare quella prodotta all’estero.

Prof. Fino a un certo punto. Come vi avrà detto l’insegnante di fisica…

Piero. No lei non ci dice mai niente, non possiamo divagare come con lei prof.

Prof. Ma io divago volentieri se può servire. Stavo dicendo che l’elettricità non è una fonte primaria ma una sua trasformazione.

Mario. Che cosa vuol dire?

Prof. Vuol dire che tu l’elettricità la puoi produrre col carbone, il petrolio, il nucleare oppure con l’acqua, il vento, il sole…

Piero. Cosa c’entra con comperarla all’estero?

Prof. C’entra sì, perché? Provate a ragionare con me. Immaginiamo che l’elettricità che consumiamo adesso in quest’aula sia prodotta da una centrale a carbone molto inquinante. Beh, qui vediamo del fumo o respiriamo gas tossico?

Ragazzi. No.

Prof. Allora vedete che l’elettricità inquina, eventualmente, dove si produce e non dove si consuma.

Mario. Ecco perché le auto elettriche possono sempre circolare in città.

Prof. Bravo ti stai convincendo anche tu. Quindi egoisticamente finché si produce elettricità con fonti inquinanti è meglio che la facciamo fare all’estero. Anche se ci costasse 5 centesimi di euro in più al kwh risparmieremmo tutti i costi ambientali, salute inclusa, che non vengono mai calcolati, ma pesano sulla società.

Mario. A proposito ho sentito in TV che l’elettricità prodotta col nucleare costa proprio 5 centesimi in meno…

Prof. Ma sai che adesso stiamo pagando, dopo anni dalla chiusura delle centrali italiane, ancora 5 centesimi in più al kwh per lo stoccaggio e il trattamento delle loro scorie?

Giacomo. E l’energia per le fabbriche, le macchine, i motori, dove la prendiamo? Il petrolio prima o poi finirà, senza parlare del continuo aumento del prezzo del barile.

Raffaella. Guarda che anche l’uranio finirà: ha tempi di esaurimento simili a quelli del petrolio, quindi anche il suo prezzo è destinato a salire. Giusto prof?

Prof. Sì, brava Raffaella, sei veramente d’aiuto. Aggiungo solo che per le fabbriche, le auto, il riscaldamento non si potrà usare solo elettricità, che, come via avrà detto la prof. di fisica (sbuffi da parte dei ragazzi), ha un basso rendimento, potete verificarlo voi stessi…

Michela. Sì io in cucina ho una piastra elettrica e ci mette il triplo a scaldare l’acqua per la pasta asciutta rispetto al gas.

Giacomo. Ma adesso ti fai convincere, anche tu?

Michela. Guarda che io non ho votato perché onestamente non ero informata, ma adesso comincio a capire qualcosa, tu no?

Giacomo. No, io resto della mia idea, qualsiasi cosa diciate, tanto lo so voi siete ideologici e siete nemici della scienza, volete il ritorno alla candela.

Prof. No, qui ti sbagli! Va bene che anche un insegnante di scienze… un medico, un ingegnere può non avere una mentalità scientifica, ma per accettare la sfida delle fonti rinnovabili e pulite ci vuole più scienza non meno. Pensate al solare…

Giacomo. Sì il solare?! Sa che fornire di energia elettrica l’Italia bisognerebbe coprire di pannelli solari una superficie pari a tutta la nostra provincia…

Prof. Meritereste un brutto voto. Ma l’energia solare è diffusa dappertutto, che senso ha concentrarla in un’enorme centrale e poi portare l’elettricità a centinaia di chilometri? Dovremmo produrre l’energia che ci serve ognuno a casa propria.

Giacomo. Ma io l’ho letto in un libro, non mi ricordo il titolo.

Prof. Adesso sei convinto che è un’idea assurda e che bisogna essere critici anche verso i cosiddetti esperti?

Piero. Prof posso uscire, non resisto più!

Prof. Alla discussione? Ormai manca poco all’intervallo, faccio giusto tempo a interrogare uno di voi.

Piero. No, prof resisto, ma continui, sono molto interessato alla discussione.

Prof. Interessato? E hai cambiato opinione, mi pare che tu avevi votato a favore, se non sbaglio.

Piero. Sì, ma non se la prenda con me, io ho votato così… per sport.

Prof. Ma qui non è mica come per il calcio. Io tifo Inter, tu Milan, tu Juve e ci divertiamo sostenere la nostra squadra anche se all’improvviso cambiasse tutti i giocatori, li prendesse tutti in blocco dalla squadra rivale.

Piero. Io tiferei ancora Milan, anche se avesse tutti i giocatori che adesso ha l’Inter.

Ragazzocinese. Forse potresti sperare di vincere qualcosa finalmente.

Piero. No, non m’importa, il Milan è un’idea!

Prof. Ecco, vieni nel mio ragionamento. Ma sul tema energetico non si può fare il tifo per una parte o per l’altra emotivamente, se no ha ragione Giacomo, diventiamo ideologici. E poi non è in gioco… solo un campionato o una coppa.

Giacomo. Ma torniamo ai problemi concreti: abbiamo di fronte un’impennata dei prezzi del petrolio: quindi dobbiamo differenziare le fonti per evitare una crisi energetica; c’è la minaccia dell’effetto serra, che fa già sentire i suoi effetti anche se molti pensano siano cambiamenti climatici naturali, quindi bisogna passare al nucleare!

Prof. O meglio alle fonti rinnovabili.

Giacomo. Sì ai mulini a vento!? Mi sembra un don Chisciotte prof!

Mario. Oltretutto sono antiestetici, rovinano il paesaggio.

Raffaella. Perché i tralicci e i ponti autostradali lo abbelliscono?

Prof. Tu scherzi sull’energia eolica, Giacomo, ma guarda che è già ora la più economica e l’Italia, con tutte le coste e le montagne che ha, si presterebbe ottimamente.

Giacomo. Allora vuole passare ai biocarburanti, che non solo inquinano ma possono affamare il Terzo Mondo?

Raffaella. Addirittura?

Prof. No in quello ha ragione Giacomo. Sono sì una fonte rinnovabile, derivando da vegetali, quindi l’anidride carbonica prodotta dalla combustione verrebbe poi recuperata dalla crescita di nuove piante, ma è vero che sono inquinanti e che poi hanno, già ora, fatto aumentare i prezzi dei cereali in tutto il mondo e abbassato i livelli alimentari dei paesi poveri.

Giacomo. Quindi mi dà ragione!?

Prof. Sì, sui biocarburanti sì. Ma ci sono anche le biomasse.

Ragazzocinese. E non sono la stessa cosa?

Prof. No, sono sempre derivati da esseri viventi, quindi rinnovabili, ma non è necessario sostituire coltivazioni alimentari. Li produciamo continuamente: pensate ai rifiuti: se riuscissimo finalmente a separare quelli organici… e poi le deiezioni…

Ragazzocinese. Che cosa?

Piero. La merda!

Prof. Un po’ di finezza, non hai una parola un po’ meno… Va beh, non siamo più ai tempi in cui andavo a scuola io. Stavo parlando delle deiezioni, dello sterco prodotto negli allevamenti. Oltre a essere un ottimo concime, che ci farebbe risparmiare fertilizzanti chimici, si può produrre biogas.

Ragazzocinese. Scusi, ma anche questo non so che cos’è.

Piero. È quello che fai anche tu, quando hai dei disturbi intestinali.

Prof. Piero insisti, o non parli o… Comunque la fermentazione anaerobica…, scusate, senza contatto con l’aria, dello sterco produce questo biogas che ha un alto contenuto di metano.

Giacomo. Ma non le sembra un po’ poco rispetto al fabbisogno di energia della nostra società?

Prof. Sì, se le cose stanno così, ma come sai la principale fonte energetica, la più immediata, è il risparmio, come dice uno slogan: il kwh più ecologico è quello che non consumi. Poi c’è l’autoproduzione: se ogni casa, ogni fabbrica, ogni azienda agricola si rendesse autosufficiente o addirittura riuscisse vendere energia…

Giacomo. Sì chi mi compra l’energia che produco a casa mia?

Prof. Ma mi meraviglio: un amante della scienza come te, Giacomo. Si fa già adesso: con i pannelli fotovoltaici: tu accumuli energia di giorno e la vendi all’Enel e di notte la ricompri, alla fine del mese fai il conguaglio e sicuramente ci guadagni. È il concetto di rete: va bene per Internet, perché non dovrebbe funzionare per l’energia? Certo che, sempre parlando di energia elettrica, se restiamo legati al modello di grandi centrali e lunghe condotte ad alta tensione, non solo abbiamo degli sprechi, ma siamo anche a rischio di black-out.

Raffaella. Come è già successo.

Giacomo. Il dibattito sull’energia è aperto ma le scelte devono guardare avanti.

Raffaella. E allora abbandoniamo quelle senza futuro.

Prof. In effetti la domanda è questa: in Italia abbiamo le risorse sufficienti da investire nella tecnologia nucleare, considerato che la prima centrale non potrebbe funzionare prima di 12 o 15 anni, proprio quando le fonti rinnovabili saranno competitive perché avranno rendimenti migliori e i loro costi, diversamente da quelli del petrolio… e dell’uranio, saranno drasticamente ridotti.

Giacomo. Ma resteranno sempre fonti di nicchia. Insufficienti. Al massimo posso ammettere un mix nucleare-solare.

Piero. Il diavolo e l’acqua santa…

Raffaella. Ma ti rendi conto che il solare e il nucleare sono incompatibili, a meno di lasciare il solare in una nicchia, come dici tu.

Giacomo. Ma io parlo di ricerca. A quella voi non ci pensate mai, volete che restiamo indietro rispetto agli altri paesi. E poi vuoi mettere con il nucleare quanta occupazione ci sarebbe, quanti capitali, investimenti…

Prof. Il nucleare non è certo un settore che garantisce alti livelli di profitto: ha costi enormi, sia di progettazione che di costruzione, oltre che di mantenimento… e di smantellamento, ha bisogno di misure di sicurezza straordinarie. Certo, se si procederà alla costruzione di nuove centrali, i soldi, tanti soldi, circoleranno. Gli investitori, che tu dici, tenderanno ad attingere a piene mani dalle casse dello Stato, ovvero dalle tasche dei cittadini. Senza parlare delle possibili collusioni mafiose o speculative.

Giacomo. Questo è da provare. E poi basterebbero controlli severi. Comunque mettetela come volete… cosa farete quando resteremo senza energia?
Prof. Tu fai un ragionamento solo di tipo “contabile”: cioè quanta energia ci serve. Ma bisogna riflettere anche sul modello di sviluppo che si vuole seguire: che cosa produrre, quanto e come produrlo, quanto e come consumare.

Giacomo. Sì ma la nostra società è questa e non quella che piacerebbe a voi. E consuma energia in un certo modo e funziona in un certo modo. Allo stesso tempo non può dipendere sempre dall’estero.

Raffaella. Guarda che il sole ce l’abbiamo anche noi, e non poco.

Giacomo. Sì bisogna investire anche su quello.

Prof. In questo ti do ragione. Oggi in Italia non pochi imprenditori hanno il coraggio di investire sul serio nel campo delle energie alternative, cioè rinnovabili. Hanno capito la portata del problema, come in Germania.

Raffaella. Ma prof dà ancora ragione a lui?.

Prof. No la mia è solo una constatazione. Ma sono d’accordo con te che il nucleare succhierebbe risorse colossali, bloccando indirettamente ricerca e investimenti sulle energie rinnovabili.
Giacomo. Io invece su questo non sono d’accordo. Se vogliamo la crescita, che vuol dire benessere e occupazione, non bisogna precludersi nessuna opzione.

Prof. E pensare che fino a pochi mesi fa c’era il dibattito sulla decrescita…

Ragazzocinese. Di che cosa si tratta, prof?

Prof. Vedi tu sei già alto e forse crescerai ancora però a un certo punto ti fermerai. Così l’economia mondiale non può avere una crescita infinita in un pianeta con le risorse limitate. Per te sarà un po’ difficile da accettare, ma per noi paesi occidentali vuol dire rallentare i consumi e la produzione che significa risparmiare energia, risorse…

Raffaella. E rifiuti!

Prof. Vuol dire non essere schiavi dell’aumento del PIL, la produzione interna lorda, cioè la quantità di scambi monetari, solo quelli, che avvengono in un paese. I beni e non il benessere si misurano con il PIL!

Ragazzocinese. Ma il progresso… e il lavoro per tutti?

Prof. Beh l’aumento del PIL non te lo garantisce, perché la ricchezza mica è ripartita in modo uguale, anzi negli ultimi anni in Italia…

Giacomo. Comunque, nell’Italia attuale, le previsioni danno un aumento del consumo di energia del 3% all’anno.

Raffaella. Esagerato! Ma non hai visto che gli italiani hanno imparato a viaggiare meno in auto o addirittura a lasciarla a casa, da quando è cresciuto il prezzo della benzina?

Prof. E pare che, con il caro-petrolio, si stia riducendo il commercio mondiale su lunghi percorsi. Sapete quelle cose assurde che vediamo anche nei supermercati: il vino dell’Australia, le ciliege del Cile, le noci della California. Ma avete mai pensato quanti km deve fare un cibo prima di arrivare sulla nostra tavola. Senza parlare di tutto il resto…

Ragazzocinese. Allora tra un po’ non vedremo più tutti quei prodotti con scritto “Made in China”, ma che so… “Made in Albania”.

Prof. Sarebbe già un risparmio. Ma meglio ancora sarebbe produrre il massimo possibile a casa nostra.

Giacomo. Sì torniamo all’autarchia! Prof mi meraviglio di lei.

Prof. Non dico l’autarchia, ma consumare i prodotti locali, specie alimentari… quelli a “km zero”

Ragazzocinese. Che cosa sono: le auto aziendali?

Raffaella. Ma no, svegliati un po’, sono quelli che richiedono zero o pochissimi chilometri per passare dal produttore al consumatore. Vero prof?

Prof. Sei bravissima, ma devi essere più tollerante con chi non ha ancora capito… ma vuole capire.

Michela. Oh ma è diventato un dibattito solo fra di voi, e noi ci escludete?

Prof. Michela, ma tu non sei quasi mai intervenuta, eppure mi sembravi attenta. Ti sei fatta un’opinione anche tu?

Michela. Sì, ora sì, e penso che adesso andrei a votare, ma non le dico per cosa.

Prof. Sì è un tuo diritto: il voto è segreto.

Mario. Ma i sondaggi no! Proviamo a rifare il referendum tra di noi, prof, magari la discussione ha fatto cambiare idea a qualcuno, grazie ai suoi argomenti.

Prof. E ai tuoi (rivolto a Raffaella)… o a quelli di Giacomo…

Michela. Ma noi il referendum l’abbiamo già fatto….

Prof. Ha paura del risultato? Possiamo riprovare. Certo ci sarebbe ancora molto da dire e da approfondire, noi abbiamo appena toccato l’argomento. Ma sentiamo voi. Tu Giacomo, come riassumeresti la tua posizione con una battuta, con uno slogan? Sai che ai miei tempi si diceva: Nucleare? No grazie!

Giacomo. Io invece direi: “Nucleare, yes we can!

Prof. E tu Raffaella?

Raffaella. E io direi: “Nucleare: week end (scandito bene)… della ragione”.

Prof. Bene adesso tocca a voi (lettori). Procediamo al sondaggio. Chi è a favore delle centrali nucleari…

Chi è contro…

Astenuti…

La “Notte Tricolore” spiegata a mia nonna

Lo stivalone ricucito_r

(Lo stivalone ricucito)

Nipote. Nonna, nonna, sono venuto ad annunciarti che il Comune celebra la notte tricolore…

Nonna. Ma non è verde?

Nipote. Non solo verde…

Nonna. Anche bianco e… rosso?

Nipote. Non scherzare nonna. So che non te l’aspettavi che il nostro Comune festeggiasse l’Unità d’Italia.

Nonna. Sì, hai ragione, mi ero convinta che volessero festeggiare solo l’unità lombarda.

Nipote. Quella dopo, anche se è venuta prima.

Nonna. Se ricordo bene il Mantovano è stato austriaco ancora dopo il 1861.

Nipote. Ecco la solita pignola. Ma sta a sentire il programma: mercoledì 16 marzo, alle ore 21 presso la sala multifunzionale conversazione del prof… è inutile che ti dica il nome, sappi che è uno storico dell’arte, e farà un lezione magistrale sul dipinto che riguarda il passaggio nel nostro comune delle truppe piemontesi con Carlo Alberto. E il re ha dormito qui, ci pensi!

Nonna. Questo non lo sapevo.

Nipote. Come, una cultrice della memoria come te? In quel momento siamo stati capitale d’Italia.

Nonna. Non dire fesserie.

Nipote. Non lo dico io, lo dice la locandina: “Quando fummo capitale del Regno”, guarda qua. E poi, a seguire, ci sarà il coro “L’Alpina” che canterà opere del Risorgimento.

Nonna. E che opere: il Trovatore, l’Aida…?

Nipote. Non opere nel senso che dici tu, canti risorgimentali, come “Fratelli d’Italia”, e simili

Nonna. Interessante e… originale. Ma vedrai che per compiacere il sindaco canteranno piuttosto “Va’ pensiero”, anche se…

Nipote. Perché cosa c’è in “Va’ pensiero”?

Nonna. C’è un verso che mi è sempre piaciuto, ma adesso… morire se mi viene in mente. Va’ avanti tu a leggere che è meglio.

Nipote. Poi ci sarà un happy hour tricolore.

Nonna. Che cosa tricolore?

Nipote. Un happy… non sai cosa vuol dire? Un rinfresco con tutte specialità dei tre diversi colori.

Nonna. Un’insalata di riso con piselli e pomodori?

Nipote. Ma nonna, è una cerimonia ufficiale, ci sarà la gente bene…

Nonna. Vestita bene… della festa… poi se si imbroda?

Nipote. E non sono finiti i festeggiamenti con la notte: il giorno dopo alle 7 ci sarà l’alzabandiera a cura dei reduci di tutte le  guerre.

Nonna. Ma dove se non ci sono più caserme, su un lampione?

Nipote. Non so, porteranno un pennone per l’occasione. Ma lasciami proseguire: ore 8 celebrazione della santa messa officiata direttamente da sua eccellenza monsignor vescovo.

Nonna. Sì loro hanno dato un importante contributo all’Unità…

Nipote. Cosa vuoi insinuare? Proprio ieri c’è stato un importante convegno sul ruolo della Chiesa nel Risorgimento con l’intervento di sua eccellenza monsignor vescovo.

Nonna. Poi alle 10 consegna alla città dello Stivalone della Taurus Gomma, dopo il restauro a cura…

Nonna. Di sua eccellenza monsignor vescovo?

Nipote. No, nonna per favore! Delle Lioness locali, per l’occasione tutte unite.

Nonna. Almeno loro.

Nipote. Io, però non so bene che cos’è.

Nonna. Te lo dico io era uno stivalone di ferro che c’era sul portone della fabbrica, quando ancora si lavorava. Ma non so io, adesso, cosa vuol dire consegnarlo alla città, sarà alto due metri, lo porta in ufficio il sindaco, e che cosa c’entra col Risorgimento?

Nipote. Si festeggiano tutti il 150 anni non solo il 1861.

Nonna. E non c’era qualcos’altro nel periodo?

Nipote. Ma lo stivale è un simbolo…

Nonna. Adesso capisco, un simbolo dell’Italia, ci vorrebbe però un ciabattino di quelli bravi, si è un po’ scucito.

Nipote. Cosa vai a pensare, nonna, è il simbolo dell’azienda leader della città, quando siamo stati la capitale mondiale…

Nonna. Ma non era solo del Regno?

Nipote. Non mi lasci finire: capitale mondiale della produzione di calzature in gomma. E lasciami finire di leggerti il programma. Poi alle ore 11 deposizione di una corona d’alloro davanti alla casa dove ha dormito Carlo Alberto.

Nonna. Deponiamo pure…

Nipote. E ancora alle12 concerto in piazza con la banda municipale e passaggio aereo con strisce tricolori.

Nonna. Ecco lì ci voleva l’insalata di riso, anche a offrirla a tutti i residenti costava meno degli aerei.

Nipote. Che ne sai, magari volano gratis. Comunque poi alle 18 ammainabandiera.

Nonna. Che sarà stanca di far sventolare ben tre colori.

Nipote. E non è finita.

Nonna. Che cosa: l’unità italiana?

Nipote. Ma nonna, la festa! Alle ore 21 nella chiesa del Beato Pio IX concerto d’organo in re minore.

Nonna. Che i nostri re siano stati minori, nessuno credo lo metta più in dubbio, comunque quest’ultima è la cosa migliore. Ci voglio andare…

Nipote. Solo a questa? Con tutti gli sforzi organizzativi e le proposte culturali. È proprio vero, la gente non merita, è come dare le perle ai porci…

Nonna. Porca miseria, m’è venuto in mente quel verso di “Va’ pensiero”, te lo canto: “O mia patria, sì bella e perduta”…

Dialogo tra uno gnomo e un folletto

Dialogo tra uno gnomo e un folletto

(ecologicamente tratto dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi)Leopardi

 

Gnomo. Oh sei qua, arioso figlio del Cielo? Dove si va?

Folletto. Mio padre mi ha mandato a vedere che diamine stiano facendo quei furfanti degli uomini, perché è sorpreso: è un pezzo che non lo solcano coi loro aerei striscianti e lo affumicano con i loro tubi di scappamento puzzolenti. Dubita che gli stiano preparando qualche gran cosa contro, a meno che si siano rinsaviti all’improvviso e si siano accordati per frenare i loro fumi di crescita e si siano dati una calmata nei loro appetiti bulimici, che gli pare però poco credibile.

Gn. Voi li aspetterete inutilmente: sono tutti morti.

Fol. Cosa vuoi dire?

Gn. Quello che ho detto. Gli uomini sono tutti perduti e, la vil razza, dannata.

Fol. Ma questa è una notizia da prima pagina dei giornali.

Gn. Sei un po’ folle? Pensi che, morti tutti gli uomini, si stampino ancora giornali?

Fol. È vero! E come faremo a sapere le notizie del mondo?

Gn. Quali notizie? Che il sole è sorto o tramontato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancando gli uomini, la Storia si è trovata disoccupata e se ne sta con le braccia conserte, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trovano più repubbliche né dittature; non si fanno più guerre, tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro, come uovo a uovo, tranne che per il mare e la terra che lentamente stanno digerendo la massa dei rifiuti accumulati nell’ultimo secolo, ma così lentamente che quasi non ce se ne accorge, ci vorranno milioni di anni.

Fol. Non si potrà più sapere a quale giorno del mese siamo, perché non si stampano più lunari.

Gn. Poco male, la luna non per questo sbaglierà la strada.

Fol. E i giorni della settimana non avranno più un nome.

Gn. Perché hai paura che se non li chiami per nome non vengano? O forse pensi che, se sono passati, può farli tornare indietro se tu li chiami?

Fol. Così potremo spacciarci per giovani, come facevano gli uomini, anche se per loro passava il tempo, e quando erano vecchissimi volevano sembrare senza età, come se non li aspettasse la morte?

Gn. Ma la morte è arrivata inesorabile, e li ha presi non uno alla volta, ma tutti assieme.

Fol. E come se ne sono andati quegli incoscienti?

Gn. Parte guerreggiando fra di loro, parte mangiandosi le risorse un popolo con l’altro, parte avvelenandosi l’aria che respiravano, il cibo che mangiavano, l’acqua che bevevano, sommergendosi coi propri rifiuti, serrando sotto cappe torride le loro città, insomma studiando tutte le vie per sentirsi al di sopra della natura.

Fol. Non credo che tutta la specie sia impazzita, non ci sarà stato qualche saggio che si sia salvato, come ai tempi del Diluvio Universale?

Gn. Certe Cassandre verdi ci sono state, ma sono state accusate di allarmismo e sono rimaste minoritarie, anche a causa del potere del denaro, di cui i loro avversari disponevano abbondantemente, per comprarne alcune, zittirne altre e soprattutto irretire e narcotizzare i cittadini inconsapevoli o distratti.

Fol. Ma tu, caro terricolo, sai che ogni bolla prima o poi scoppia.

Gn. Quella è più competenza gassosa, perciò più tua che mia, comunque la tua affermazione sembrerebbe ovvia per ogni essere razionale, tranne che per gli uomini, come si è visto.

Fol. Sarà come dici tu, ma in fondo mi spiace. Anche se sono stati suicidi, e si sono voluti condannare da soli, vorrei che qualcuno della ciurma dell’astronave Terra, risuscitasse, per sapere cosa penserebbe vedendo la loro fine e anche che tutto continua come prima, forse anche meglio, mentre credevano che il mondo si mantenesse solo grazie a loro.

Gn. E sì, si erano persuasi che le cose del mondo non avessero altro scopo che essere al loro servizio. Tutto quello che non sembrava utile al genere umano, la ritenevano una bagatella. Le loro vicende le chiamavano storia del mondo, nonostante gli animali, per esempio, fossero molto più numerosi degli stessi uomini.

Fol. Anche le zanzare e i vermi erano al servizio dell’uomo?

Gn. Sì per loro lo erano, prima per esercitare la loro pazienza, ma poi per vendere prodotti per evitare di spazientirsi.

Fol. E i maiali, per esempio, come li consideravano? Come degli esseri luridi e lascivi, buoni solo per la tavola, insaccati o arrostiti.

Gn. E che dire dei polli.

Fol. Ah quelli pure: li mettevano nei capannoni di concentramento, e li allevavano in serie come una catena di montaggio.

Gn. Tutto era diventato merce, per loro…

Fol. Anche la natura…

Gn. Anche i loro corpi…

Fol. E dire che i più potenti di loro dicevano di essere liberi, di aver fondato un mondo libero…

Gn. Libero da vincoli, da limiti…

Fol. Come se il pianeta non avesse limiti.

Gn. Ma se hanno esaurito un sacco di mie miniere e giacimenti. Ormai erano arrivati a perforare anche in mare aperto.

Fol. Sporcando e macchiando dappertutto.

Gn. E tirando fuori anche quei veleni che finché erano nascosti avevano permesso la vita, ma poi disseppelliti…

Fol. E le cose artificiali che hanno inventato? Che poi scaricavano come gas a casa mia.

Gn. O seppellivano da me. Vuote le miniere, piene le discariche.

Fol. Mentre nei milioni di anni precedenti non si erano mai esaurite risorse e accumulati rifiuti!

Gn. Eppure dovevano allarmarsi di questi problemi, molti terrestri.

Fol. E non si preoccupavano che noi del cielo rispondessimo con piogge acide, o piogge alluvionali o, al contrario, con siccità prolungate.

Gn. Era cambiato il clima, ma loro andavano avanti imperterriti, con la loro presunzione.

Fol. Ma dove veniva questa superbia?

Gn. Dai loro pseudo-scienziati…

Fol. Perché pseudo?

Gn. Perché lavoravano per l’industria non per la ricerca.

Fol. Ma la crescita industriale era stata un grosso progresso.

Gn. Ogni cosa, in natura, a un certo punto smette di crescere a meno che diventi un tumore.

Fol. Ma c’è stata più ricchezza per tutti…

Gn. Per gli uomini, e neppure tutti, ma senz’altro un peggioramento della vita di animali, l’abbiamo appena detto, e delle piante, sai quante ne hanno fatto estinguere.

Fol. Anche questo l’abbiamo già ricordato: quelle non immediatamente utili per l’uomo, si è cercato di distruggerle. Oltre gli insetticidi hanno inventanto anche gli erbicidi.

Gn. Ma così sono diventati pure… omicidi.

Fol. In che senso?

Gn. Che si sono estinti da soli.

Fol. Tu, che sei esperto di geologia, dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualità di piante e animali che oggi non ci sono più, ora solo fossili impietriti. Eppure quelle povere creature non mettevano in atto nessuno di quelle azioni, che hanno usato gli uomini per andare in perdizione.

Gn. Vuoi dire che era nelle cose del mondo la loro estinzione? Ma loro l’hanno anticipata e di parecchio.

Fol. Non è un ciclo, come per le glaciazioni?

Gn. Ma intanto sono andati in…. esaurimento. Meno male che l’evoluzione continua e…

Fol. Speriamo che compaia un uomo nuovo…

Gn. Figlio prodigo…. che ritorni nella famiglia della Natura, con Madre Terra…

Fol. E Padre Cielo.

Marco Visita

Una fiaba di Natale raccontata da mia nonna

Nonna. Ho scritto per te una bella fiaba di natale… bella?! Non so se ti piacerà, io ho cercato di interpretare la tua situazione… e il nostro tempo.

Nipote (ventenne). Io ti ringrazio per il pensiero, nonna, ma non so se ti sei accorta che sono un po’ cresciuto, non sono più un bambino da tener buono con le fiabe. Comunque racconta.

Nonna. C’era una volta un bel addormentato, che soffriva di insonnia. Non riusciva mai ad addormentarsi la notte. E sai perché? Perché era assillato da quello che l’aspettava nella vita. Quando finirò di studiare? Quando troverò lavoro? Quando incontrerò la ragazza giusta per me? Questi erano i pensieri che lo tormentavano ogni notte. Si sentiva un precario della vita, privato di ogni certezza del futuro, e non riusciva a dormire.

Naturalmente non riuscendo a prender sonno di notte, era addormentato di giorno. Era sempre un po’ stordito, basito, credeva a tutto quello che vedeva e che gli raccontavano. Credeva per esempio che bisognasse comperare e comprare per uscire dalla crisi, che fosse giusto seguire i consigli di chi aveva fatto i soldi e si era convinto (o, secondo un’altra scuola di pensiero, si era fatto mettere in testa) che fosse indispensabile comparire in TV per aver successo.

Si era quindi iscritto a uno dei concorsi televisivi per scoprire giovani talenti a cui veniva offerto un contratto con una casa di produzione. Non avendo abilità canore e neppure musicali, ma possedendo un discreto aspetto fisico e un volto “da fotoromanzo”, come gli dicevano i compagni di scuola (non si sa se per scherzo o seriamente), si era presentato a una selezione per aspiranti attori.

Nipote. Nonna, non è che ti stai riferendo a me, per caso?

Nonna. Ma no, cosa vai a pensare? Tu non sei né bello né prestante quindi… scherzo naturalmente. Ma lasciami continuare. Abbi un po’ di pazienza, tanto la fiaba è quasi finita.

Un bel giorno, tutto emozionato, si presentò allo studio televisivo dove avveniva l’audizione. Si era messo tutto elegante, si era persino profumato, forse in modo eccessivo, tant’è che uno degli addetti gli aveva subito fatto notare che nei video sono stimolati la vista e l’udito ma non gli altri tre sensi: “Non il gusto, per fortuna, neppure il tatto, e questo è un bene, e tanto meno l’olfatto, dio ce ne scampi”.

Il nostro eroe, si era vergognato silenziosamente, ma profondamente, di essersi spruzzato troppo profumo e forse di essersi presentato con i suoi abiti migliori, quando vide arrivare una giovane ragazza vestita con degli stracci (a suo parere) così vistosi che gli sembravano persino cangianti e con un’aura di fragranze orientali che la precedeva e la circondava in un modo così penetrante che non si poteva rimanere indifferenti. La ragazza si era seduta proprio vicino a lui, e stranamente, nonostante l’aspetto superbo, persino altezzoso, gli aveva confessato di essere emozionata e molto incerta sull’esito della selezione. Tra l’altro quel giorno si era presentati solo loro due e, visto il collegamento televisivo a una nota trasmissione, si aveva la quasi sicura certezza che uno dei due sarebbe stato scelto.

Nipote. Ha vinto lei, ne sono sicuro. A meno che tu nonna abbia voluto metterci un lieto fine per incoraggiarmi.

Nonna. Ma non sei mica tu il protagonista. Perché tu ti presenteresti a un concorso simile?

Nipote. Beh, se fossi disperato, disoccupato, senza prospettive, chissà, chi può dirlo?

Nonna. Lasciami finire. Non è così semplice, non è così prevedibile: la storia è più complicata.

Ho detto che la ragazza si era seduta vicino al nostro eroe-protagonista. Lui si era quasi intimidito per via del suo apparire bella, vistosa, irraggiungibile. Non avrebbe mai osato parlarle, ma, come ho detto, fu lei per prima a rivolgergli la parola e non con chiacchiere di circostanza, ma con una confessione: “Sono emozionantissima, non so se reggerò, mi hanno spinto fin qui le mie amiche, ma io non so se voglio concorrere veramente”. Al che lui, rassicurato, volle fare il rassicurante: “Non ti devi preoccupare, è solo un gioco, cos’è che abbiamo da perdere? E poi, se te ne importa così poco, perché sei emozionata?”

Lei.: Scusa sono Speranza, Speranza Verde.

Lui. Speranza come?

Lei. Verde… Verde Speranza e tu come ti chiami?

Lui. Io mi chiamo Libero, Libero Dagli Acquisti. Ma non mi hai dato una risposta, ci tengo perché sono anch’io un po’ nella tua situazione. Cos’è che ti preoccupa?

Lei. Che ci preoccupa, se ho ben capito: per me di non essere all’altezza delle aspettative, di fare delle figure, di essere umiliata da questa gente che ritengo meno valida di me. Eppure mi mettono in soggezione: a casa davanti alla TV li disprezzo, qui li temo e già lo sapevo. Pensa che mi sono messa addosso tanto di quel profumo perché… ma questo non te lo posso dire, in fondo sei un estraneo, non ti conosco, non so se posso fidarmi di te…

Lui. No ti prego dimmelo, per questo anch’io sono profumato ben bene, non come te certo, ma sono già stato preso in giro da uno della troupe. Siamo estranei, non ci conosciamo, ma il caso ci ha resi vicini, ci ha fatto condividere le stesse emozioni.

Lei. Va bene te lo dirò, anche se mi vergogno un po’, ma che importa! Giurami solo che non lo dirai in giro.

Lui. Lo giuro e supergiuro!

Lei. Io, quando sono sotto stress, sotto esame, non riesco a controllare il mio corpo… mi scappano un sacco di… puzzette, e si crea attorno a me un’aura che allontana la gente e mi stressa ancora di più, perché mi sento criticata. Ecco perché mi sono attorniata di quest’altra aura di profumo. Ho esagerato secondo te?

Lui. No, non farti problemi, tanto nei video non si sente.

Lei. Ma nella realtà sì e le persone che ci devono giudicare lo percepiscono.

Lui. Se è per quello percepiscono anche la nostra insicurezza, che per la gente dello spettacolo penso sia proprio la cosa più negativa.

Lei. Ma, scusa se ti chiedo questa cosa, se vuoi puoi non rispondermi: la senti la puzza?

Lui. Quale puzza? Il profumo nell’aria vorrai dire?

Lei. No la puzza… mia… interna… delle mie interiora?

Lui. No cosa ti salta in mente? Non si sente, e poi sono sicuro che neppure l’hai fatta.

Lei. Sì sì, te l’assicuro, e più di una. Devo uscire, non riesco a trattenerle. Mi accompagneresti?

Lui. Sì volentieri.

Addetto allo studio. Dove andate voi due? Sta per iniziare la selezione. Se uscite da quella porta non vi faccio più rientrare e avete perso tutti e due!

Lei. No, io devo andare il mio corpo si ribella. Tu fermati, così sei favorito, ti prego non sacrificarti per me.

Lui. No, non ti lascio sola. Mi rendo conto adesso che anche a me non importa niente del concorso, esco con te e al diavolo quelli dello studio!

Nipote. E vissero felici e contenti…

Nonna. Non lo so. Toccherà a loro, comunque sono già a buon punto, perché hanno rotto l’incantesimo.

Nipote. Quale incantesimo? Non capisco.

Nonna. Quello della TV, del mondo dello spettacolo, e anche di quello della gente che ha… la puzza al naso!

L’oca di Natale

oca e cuocoNella grande cucina nera di fumo un’oca grassa e bianca sonnecchiava nel gabbiotto di legno intrecciato. A fatica il suo corpo rotondo stava rannicchiato tra le sbarre, il collo piegato e quasi nascosto dall’ala, mentre le zampe come schiacciate dal peso affioravano appena tra le sue piume arruffate.

Venne il gatto di casa a domandare:

-         Che fai oca? Oca che fai?-

E l’oca a fatica si riscosse da quel suo sonno che pareva un sogno, liberò il capo dall’ala e molto lentamente disse:

-         Non faccio nulla, aspetto-

-         Che stupida – ribatté il gatto, limandosi le unghie nel graticcio del gabbiotto – non sai che oggi è la vigilia di Natale?-

L’oca si lisciò un poco la piuma dell’ala col becco aguzzo.

-         E non sai che questo è l’ultimo giorno per te? Tra poco verrà la padrona e ti tirerà il collo, ti spennerà, ti tufferà nell’acqua bollente, ti farà a pezzi e ti cuocerà in fricassea per il pranzo di Natale-

-         E immagino che tu – disse l’oca – mangerai i miei avanzi e magari berrai un po’ del mio sangue mentre la padrona mi uccide -

-         Immagini bene, oca, e sei davvero stupida poiché nessuno, sapendo di morire, si metterebbe a dormire come fai tu -

-         Hai ragione, nessuno – disse ancora l’oca e infilandosi di nuovo il capino sotto l’ala si rimise a dormire.

Il gatto se n’andò, scuotendo la testa, e s’acciambellò vicino al focolare. Di solito, la vigilia di Natale era proprio contento per tutto quello che avrebbe potuto mangiare e per tutte le carezze che avrebbe ricevuto e per le luci del presepe e i canti dei bambini e le favole raccontate accanto al camino al calore del grande ceppo. Di solito… ma quell’oca lo innervosiva proprio, ecco… perché se ne stava così calma e tranquilla invece di tremare come le altre oche dei Natali passati… era stupida, mille volte stupida… non sapeva neanche valutare la sua sfortuna, forse non se ne rendeva neppure conto. La chiamò:

-         Oca… oca…-

Non avrebbe dovuto farlo ma la chiamò e quella stupida rispose:

-         Che vuoi, gatto?-

Non poteva starsene zitta?

-         Voglio sapere perché non hai paura…-

-         Ho vissuto bene, perché dovrei averne?-

-         Ma tutti hanno paura della morte…-

-         Bè, certo – disse l’oca – sollevando un poco il capo – ne ho anch’io ma posso accettare il mio destino perché, vedi, mi sembra d’aver ben vissuto, ho amato e sono stata amata, ho ricevuto e ho dato, e anche nella morte sono stata fortunata perché non sarò un qualsiasi arrosto ma un arrosto di Natale, che te ne pare?-

-         Sei proprio stupida, ecco quel che mi pare…-

-         E comunque mio caro gatto io non morirò perché le mie piume entreranno nel letto della padrona per renderlo più morbido e lì si incontreranno con le piume di mia madre e di mia nonna e di mia bisnonna. Generazioni di oche dormono in quel letto e rendono da anni un buon servizio agli uomini ma tu stesso puoi dire altrettanto? A che servirai tu e chi hai amato?-

-         Sciocchezze – borbottò il gatto e se n’andò a ciondolare sul cuscino di una sedia.

Un rumore improvviso di passi gli fece rizzare le orecchie. La padrona era entrata con la sua bambina.

-         Mamma – diceva la bambina – guarda com’è bella? Non vedi… -

-         E’ solo un’oca però… e di solito a Natale si mangia…-

-         Ma è la mia oca, la mia oca Gelsomina… io le voglio tanto bene, giochiamo insieme da tanto tempo… mamma… non essere cattiva a Natale…-

-         Ma non è cattiveria, tesoro, le oche sono fatte per essere mangiate…-

La bambina si era messa a piangere:

- Non è vero le oche non sono fatte per essere mangiate, non la mia oca Gelsomina… no… no… che brutto Natale, che direbbe Gesù Bambino… oh mamma, ti prego…-

- Ma che pranzo di Natale sarebbe? Senza l’oca, non è mai successo, che dirà piuttosto la nonna… e papà?-

-         Oh, papà sarà contento perché anche a lui Gelsomina piace, ti prego mamma… per una volta al posto dell’oca non puoi cucinare qualcos’altro? Le lenticchie che portano fortuna… o i cavolini al burro… o qualche torta di verdura come sai fare tu… ti prego…

E così dicendo la bambina liberò dal gabbiotto Gelsomina e se la portò via.

-         Torna subito qui con l’oca – gridò la mamma.

-         No invece, porto Gelsomina nella mia stanza, qualche volta devono comandare anche i bambini, almeno a Natale mamma… lasciateci comandare almeno a Natale, se comandassimo noi il mondo sarebbe più bello e anche se comandasse Gelsomina…-

-         Il mondo comandato da un’oca – pensò il gatto – che sconquasso sarebbe! E il Natale senza l’oca coma sarà? Che schifo! Lenticchie e cavoli al burro, come siamo caduti in basso…-

Tuttavia, in fondo in fondo, non gli dispiaceva; diavolo di un’oca era riuscita a rammollire anche lui…

Antonietta

Poesie di Adriano Arlenghi

ArlenghiAdriano Arlenghi

Sono fatto cosi: appena vedo un block notes o un foglio A4 corro subito a cercare  qualsiasi cosa abbia una punta e che tracci un segno.

Quando il giorno, il lavoro, la vita mi diventano improvvisamente  troppo pesanti, allora mi fermo e scrivo due righe e sto meglio.

Nessuna pretesa, però ho la netta impressione che  le cose diventino più leggere, che l’ansia e la fatica dell’esistenza lascino per un attimo la presa.

Mentre ricami parole e il foglio si ricopre di parole e verbi e ghirigori ti accorgi che fuori c’e’ un mondo inesplorato di  storie da conoscere, di mari da navigare, di uomini e donne con un casino di storie belle, dentro.

E tavolozze di  luci e di colori da assaporare.

Chi del resto non e’ in cerca di emozioni, di suggestioni, di senso?

E allora corri un po’ indietro negli anni  e un po’ avanti cercando di ricucire quei pezzi di storia che la vita o il destino non ti ha  fatto apprezzare.

Non ti scoraggiano certo  la punteggiatura o le frasi  politicamente scorrette.

Cosi’ nascono le mie poesie, poi viene la sera e la luna mette tutte le cose al loro posto nell’universo. Questo  scritto e’ dedicato a Daniela, con l’augurio di fuggire  tutte le volte che le sarà possibile  il grigiume del quotidiano per cercare  ,come  si diceva negli anni ’70,  al di la del pane soprattutto le rose.

:oops:

Per Cristina

Sei diventata tutta rossa

come un peperone

al complimento che sfiorava

i tuoi vent’anni,

come alba dopo notte insonne,

ska dopo tanto silenzio,

colore sparso sulla tavolozza

del tempo,

profumo di infinito,

catenella di barbie

ed un sogno grande,

troppo grande per questa sala.

Sei diventata rossa

ingenuità di bimba cresciuta

troppo in fretta .

quasi una vergogna

per non riuscire a fingere,

per non sapere inseguire

il “realismo” dei grandi.

Sei diventata un peperone,

ed i tuoi occhi brillavano trasparenti

e la tua pelle chiedeva voci in sottovoce

e forse anche un mare di tenerezza.

che diritto ho io di inseguirti

sui sentieri che non mi appartengono?

Ed eri li’, sasso su sasso, ombra su ombra,

nel tempo  perso di un pomeriggio d’estate.

;-)

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A Fiorella

Spargete in giro la voce

Fiorella e’ tornata stasera

tra le gighe e i sapori delle note

che il vento scompiglia,

lungo  crinali di monti

che la notte cancella,

lungo le strade del tempo,

le terre di mezzo,

i giochi di bimbi

impazienti di essere grandi,

lungo le strade e le piazze

della memoria,

le radici di alberi grandi

che graffiano il tempo,

lungo le lacrime di un sentiero

che scavalca il presente,

azzurro fumo di comignoli

fragranza di pane fresco.

Fiorella come una torta gelato a Natale:

ti ho incontrata un giorno

sotto il municipio di Mortara mentre

il sole  inondava la piazza

i sole,e non ricordo altro che sole

sulla piazza , nel mio cuore,

tappeti di sole, solo sole

in quella piazza

inondata di sole.

Municipio di Mortara,

spargete in giro la voce,

Fiorella e’ tornata stasera

a  ballare nel vento della sera

una nuova

eterna primavera.

Lei e lui. (”Raccontino porno vietato ai minori”)

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Lei e lui

:lol: :roll:

Lui. Allora mi fai entrare sì o no, è un quarto d’ora che busso.

Lei. Non sono ancora pronta, divertiti un po’ con il campanello

Lui. Su che qui fuori fa freddo e sto… perdendo le forze

Lei. Prego, entra, furioso di un furioso. Non hai mai pazienza

Lui. Io sono qui adesso, ti avevo avvisata, sembravi d’accordo di ricevermi.

Lei. Sì, ma se mi dessi il tempo. Adesso entra, ma fa piano non essere focoso come il tuo solito.

Lui. Oh che bello, caldo e accogliente.

Lui. Ti ho detto di essere delicato e dolce, non frenetico, calma.

Lui. Posso togliermi l’impermeabile?

Lei. Adesso no, non ricordi quanti bambini girano in famiglia?

Lui. E già, hai ragione, sotto sono nudo.

Lei. Poi magari mi porti in casa delle schifezze.

Lui. Ah no, questo non lo puoi dire, io non frequento posti di malaffare, vengo solo a casa tua.

Lei. Sai che sono gelosa, non voglio che giri per altre case e casine.

Lui. Abbi fede nella mia fedeltà.

Lei. E non mi dai neppure un bacetto?

Lui. Sì, scusa, mi ero scordato. Ma non sembri troppo contenta che sono venuto a trovarti.

Lei. No, questo no, ma sei sempre qui.

Lui. Se è dall’altro ieri che non vengo.

Lei. Appunto, potresti anche diradare un po’ le visite.

Lui. Non posso resistere, non riesco a trattenermi.

Lei. La prossima settimana dovrai farlo, ho un ciclo di lavori al piano superiore.

Lui. Non è stato una settimana fa?

Lei. Tu coi tempi proprio non ci sei!

Lui. Che ne so delle tue cose. Io so che ti amo, mi piaci da morire. Allora non ti fa piacere la mia visita?

Lei. Sì un pochino, ma non è poi così eccitante.

Lui. Per me sì, anzi sto toccando il massimo del piacere. Ammooreee….

Lei. Amore? Mi pare più una voglia. Te ne esci già?

Lui. Sì devo andare, mi sono stancato.

Lei. E mi lasci così?

Lui. Perché non ti basta di avermi incontrato, per oggi?

Lei. Proprio una toccata e fuga…

Lui. Io sono fatto così, lo sai: o mi prendi come sono… Comunque la prossima volta cercherò di fermarmi di più. Ma anche tu se fossi un po’ più accogliente, se dimostrassi un po’ più di calore…

Lei. Però aspetta quando voglio io, non venire di testa tua, ti chiamo io.

Lui. Magari tu ci metti un mese…

Lei. Sempre meglio metterci un mese a venire, che un minuto…

Marco Visita

Apologo digitale

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Apologo digitale

Indice. Sorelle…

Medio. Guarda che siamo tutti maschi

Indice. Però tutti assieme ci declinano al femminile

Anulare. Eh sì, possiamo appartenere a tutti e due i sessi, senza differenze

Medio. Vuoi mettere la cura che ci dedicano le donne, rispetto alla mancanza di rispetto, scusate il gioco di parole, che ci riservano gli uomini.

Indice. Ma mi lasciate parlare?! Voi divagate sempre, con la vostra voglia di muovervi e di comunicare, non siete precisi come me. State un attimo calme… calmi che vi devo dire una cosa. (Sottovoce) Parlo piano perché lui, il tappo, non senta.

Mignolo. Ce l’hai con noi piccoli? Guarda che senza di noi…

Medio. Taci microbo, lascia parlare l’Indice

Indice. Oh finalmente! Lo vedete che è tutto fasciato (indicando il pollice). Voi non ve ne siete accorti ma io l’ho visto bene: è diventato tutto nero.

Anulare. Si è pitturato, si è intinto nella cioccolata?

Indice. Magari, ma quello, se permettete, lo so fare meglio io. No, si è lasciato prendere in mezzo da una porta e si è fatto schiacciare.

Medio. Certo non è agile come noi, con la sua mole…

Indice. Guarda che è stato per poco, se no eravamo presi anche noi. Tra l’altro, poverino, io ho fatto in tempo a vederlo, è nero anche nell’unghia.

Anulare. E adesso come facciamo che dobbiamo scrivere al computer un sacco di roba?

Medio. Ma lui mica digita, al massimo schiaccia la barra spaziatrice, ma non è indispensabile.

Anulare. Hai ragione, siamo diventati una squadra: non lasciamo più tutto il lavoro agli indici, ma di lui proprio possiamo fare a meno per digitare.

Medio. Solo per digitare e per il resto? Se c’è da insultare basto io: mi alzo mentre voi state giù ed è fatta!

Mignolo. Oppure ci solleviamo solo io e l’Indice, e quello è un bel cornuto!

Anulare. Per infilare gli anelli e, scusate, per dare un po’ di charme alla mano basto io, anche se adesso vorrebbe metterseli anche lui, che tempi!

Indice. E io? Mi dimenticate? Oltre a sobbarcarmi ancora la maggior parte del lavoro alla tastiera, assieme a mio cugino, là dall’altra parte, diciamocelo, chi vi indica la strada?

Mignolo. E per grattarsi? Specie in certe parti. E pulire le orecchie? Se non mi infilassi io… A volte piccolo è bello, e utile.

Medio. Te lo concedo, ma lui, il Pollicione, a cosa serve?

Mignolo. Per l’autostop!

Medio. Sì, bella roba. Ma a parte questo uso rarissimo e non insostituibile, diciamocelo vale di più una bella gamba, cosa sa fare? Mi sembra imbranato come i nostri cugini.

Mignolo. Quali, quelli dall’altra parte? Guarda che se Lui era mancino, ci bagnavano il naso.

Medio. No, dico quelli di giù, i lontani cugini, quelli meridionali.

Indice. Però fratelli, ci pensate se veniva pestata la sua controfigura giù nel piede? Non andavamo più da nessuna parte.

Mignolo. Per quello anche se fosse diventato nero uno dei ditini.

Medio. Non fatela lunga, io non sono razzista, però diciamocelo, la nostra famiglia è superiore. E anche tra di noi c’è qualcuno che non è… all’altezza.

Pollice. Brutti fedifraghi irriconoscenti! È così che mi considerate? E siete anche un bel po’ ignoranti. Io rappresento uno dei più grossi progressi della mano e quindi dell’uomo!

Medio. Proprio tu? Che sei così… ottuso. Noi siamo molto più acuti di te!

Pollice. Senti mediano da strapazzo vai a ficcarti dove dico io e te ti metto all’indice, in quanto a te ti raccordo io sai, e tu in fondo… no ho sentito che fanno il mobbing pure a te, si credono superiori.

Medio. Guarda che noi abbiamo tre falangi e tu solo due.

Pollice. Allora sei proprio un mediocre: ti dai importanza perché sei il più alto, ma i più alti non sono i migliori, quasi mai, e poi ognuno ha il suo ruolo, vorresti che fossimo tutti uguali a te? Staremmo freschi.

Medio. Fossi almeno come loro… piccoli ma snelli… non tozzo come sei!

Pollice. Non hai capito che io sono così perché sono opponibile?

Medio. Sì, adesso hai detto bene, sei proprio l’opposto di noi.

Pollice. Perché sei contro l’opposizione? Sei per il partito unico?

Medio. No, cosa vai a dire, ma ognuno resti al suo posto.

Pollice. E il mio posto è all’opposizione. Guai se non ci fosse…

Medio. Lo so: la democrazia, una testa un voto, bla bla…

Mignolo. Però sono razzisti anche ‘sti democratici: dovevano dire una mano un voto…

Indice. Così votavamo due volte! Cresci prima di parlare.

Pollice. Il pluralismo voi proprio non lo capite, o tutti uguali o quasi: uno un po’ più alto, gli altri un po’ più piccoli, ma tutti omologati. Se uno è un po’ troppo diverso, lo disprezzate. E non capite che senza di me non riuscireste ad afferrare niente? Sareste come i piedi, con tutto il rispetto, specie per il mio corrispondente… assonante, che tra l’altro è il più importante della sua famiglia.

Medio. Io continuo a non afferrare, a non capire.

Pollice. Provate voi, esseri superiori, a girare una chiave, a pigiare un telecomando, a digitare un messaggino sul cellulare, se siete capaci da soli.

Indice. Figurati se abbiamo bisogno di te!

Pollice. Allora voglio mettere subito alla prova proprio te. Prendi una penna e scrivi qualcosa.

Indice. Cosa ci vuole? È il mio mestiere…

Pollice. Da solo?

Indice. (provando) Beh, forse non proprio.

Pollice. E voi fratelli superiori perché non brindate alla vostra grandez… altezza, prendete un bicchiere senza di me.

Medio. (provando) Beh, in effetti… Però adesso tu sei handicappato, sei tutto nero!

Pollice. Nero o rosa, sono fatto della tua stessa carne. Senza di me anche tu sei un handicappato! Tutti uguali serviremmo a poco, è la varietà che ci arricchisce, imbecilli!

Mignolo. Sante parole! Ma non prendertela che ti sale la pressione!

Pollice. Scusate, sono un po’ irritato!

Anulare. Scusaci tu. E adesso vieni qui sotto di noi che ti coccoliamo un po’, che così conciato non puoi neppure infilarti nella bocca per farti consolare!

Marco Visita

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