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Poesie di Adriano Arlenghi

ArlenghiAdriano Arlenghi

Sono fatto cosi: appena vedo un block notes o un foglio A4 corro subito a cercare  qualsiasi cosa abbia una punta e che tracci un segno.

Quando il giorno, il lavoro, la vita mi diventano improvvisamente  troppo pesanti, allora mi fermo e scrivo due righe e sto meglio.

Nessuna pretesa, però ho la netta impressione che  le cose diventino più leggere, che l’ansia e la fatica dell’esistenza lascino per un attimo la presa.

Mentre ricami parole e il foglio si ricopre di parole e verbi e ghirigori ti accorgi che fuori c’e’ un mondo inesplorato di  storie da conoscere, di mari da navigare, di uomini e donne con un casino di storie belle, dentro.

E tavolozze di  luci e di colori da assaporare.

Chi del resto non e’ in cerca di emozioni, di suggestioni, di senso?

E allora corri un po’ indietro negli anni  e un po’ avanti cercando di ricucire quei pezzi di storia che la vita o il destino non ti ha  fatto apprezzare.

Non ti scoraggiano certo  la punteggiatura o le frasi  politicamente scorrette.

Cosi’ nascono le mie poesie, poi viene la sera e la luna mette tutte le cose al loro posto nell’universo. Questo  scritto e’ dedicato a Daniela, con l’augurio di fuggire  tutte le volte che le sarà possibile  il grigiume del quotidiano per cercare  ,come  si diceva negli anni ’70,  al di la del pane soprattutto le rose.

:oops:

Per Cristina

Sei diventata tutta rossa

come un peperone

al complimento che sfiorava

i tuoi vent’anni,

come alba dopo notte insonne,

ska dopo tanto silenzio,

colore sparso sulla tavolozza

del tempo,

profumo di infinito,

catenella di barbie

ed un sogno grande,

troppo grande per questa sala.

Sei diventata rossa

ingenuità di bimba cresciuta

troppo in fretta .

quasi una vergogna

per non riuscire a fingere,

per non sapere inseguire

il “realismo” dei grandi.

Sei diventata un peperone,

ed i tuoi occhi brillavano trasparenti

e la tua pelle chiedeva voci in sottovoce

e forse anche un mare di tenerezza.

che diritto ho io di inseguirti

sui sentieri che non mi appartengono?

Ed eri li’, sasso su sasso, ombra su ombra,

nel tempo  perso di un pomeriggio d’estate.

;-)

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A Fiorella

Spargete in giro la voce

Fiorella e’ tornata stasera

tra le gighe e i sapori delle note

che il vento scompiglia,

lungo  crinali di monti

che la notte cancella,

lungo le strade del tempo,

le terre di mezzo,

i giochi di bimbi

impazienti di essere grandi,

lungo le strade e le piazze

della memoria,

le radici di alberi grandi

che graffiano il tempo,

lungo le lacrime di un sentiero

che scavalca il presente,

azzurro fumo di comignoli

fragranza di pane fresco.

Fiorella come una torta gelato a Natale:

ti ho incontrata un giorno

sotto il municipio di Mortara mentre

il sole  inondava la piazza

i sole,e non ricordo altro che sole

sulla piazza , nel mio cuore,

tappeti di sole, solo sole

in quella piazza

inondata di sole.

Municipio di Mortara,

spargete in giro la voce,

Fiorella e’ tornata stasera

a  ballare nel vento della sera

una nuova

eterna primavera.

Lei e lui. (”Raccontino porno vietato ai minori”)

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Lei e lui

:lol: :roll:

Lui. Allora mi fai entrare sì o no, è un quarto d’ora che busso.

Lei. Non sono ancora pronta, divertiti un po’ con il campanello

Lui. Su che qui fuori fa freddo e sto… perdendo le forze

Lei. Prego, entra, furioso di un furioso. Non hai mai pazienza

Lui. Io sono qui adesso, ti avevo avvisata, sembravi d’accordo di ricevermi.

Lei. Sì, ma se mi dessi il tempo. Adesso entra, ma fa piano non essere focoso come il tuo solito.

Lui. Oh che bello, caldo e accogliente.

Lui. Ti ho detto di essere delicato e dolce, non frenetico, calma.

Lui. Posso togliermi l’impermeabile?

Lei. Adesso no, non ricordi quanti bambini girano in famiglia?

Lui. E già, hai ragione, sotto sono nudo.

Lei. Poi magari mi porti in casa delle schifezze.

Lui. Ah no, questo non lo puoi dire, io non frequento posti di malaffare, vengo solo a casa tua.

Lei. Sai che sono gelosa, non voglio che giri per altre case e casine.

Lui. Abbi fede nella mia fedeltà.

Lei. E non mi dai neppure un bacetto?

Lui. Sì, scusa, mi ero scordato. Ma non sembri troppo contenta che sono venuto a trovarti.

Lei. No, questo no, ma sei sempre qui.

Lui. Se è dall’altro ieri che non vengo.

Lei. Appunto, potresti anche diradare un po’ le visite.

Lui. Non posso resistere, non riesco a trattenermi.

Lei. La prossima settimana dovrai farlo, ho un ciclo di lavori al piano superiore.

Lui. Non è stato una settimana fa?

Lei. Tu coi tempi proprio non ci sei!

Lui. Che ne so delle tue cose. Io so che ti amo, mi piaci da morire. Allora non ti fa piacere la mia visita?

Lei. Sì un pochino, ma non è poi così eccitante.

Lui. Per me sì, anzi sto toccando il massimo del piacere. Ammooreee….

Lei. Amore? Mi pare più una voglia. Te ne esci già?

Lui. Sì devo andare, mi sono stancato.

Lei. E mi lasci così?

Lui. Perché non ti basta di avermi incontrato, per oggi?

Lei. Proprio una toccata e fuga…

Lui. Io sono fatto così, lo sai: o mi prendi come sono… Comunque la prossima volta cercherò di fermarmi di più. Ma anche tu se fossi un po’ più accogliente, se dimostrassi un po’ più di calore…

Lei. Però aspetta quando voglio io, non venire di testa tua, ti chiamo io.

Lui. Magari tu ci metti un mese…

Lei. Sempre meglio metterci un mese a venire, che un minuto…

Marco Visita

Apologo digitale

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Apologo digitale

Indice. Sorelle…

Medio. Guarda che siamo tutti maschi

Indice. Però tutti assieme ci declinano al femminile

Anulare. Eh sì, possiamo appartenere a tutti e due i sessi, senza differenze

Medio. Vuoi mettere la cura che ci dedicano le donne, rispetto alla mancanza di rispetto, scusate il gioco di parole, che ci riservano gli uomini.

Indice. Ma mi lasciate parlare?! Voi divagate sempre, con la vostra voglia di muovervi e di comunicare, non siete precisi come me. State un attimo calme… calmi che vi devo dire una cosa. (Sottovoce) Parlo piano perché lui, il tappo, non senta.

Mignolo. Ce l’hai con noi piccoli? Guarda che senza di noi…

Medio. Taci microbo, lascia parlare l’Indice

Indice. Oh finalmente! Lo vedete che è tutto fasciato (indicando il pollice). Voi non ve ne siete accorti ma io l’ho visto bene: è diventato tutto nero.

Anulare. Si è pitturato, si è intinto nella cioccolata?

Indice. Magari, ma quello, se permettete, lo so fare meglio io. No, si è lasciato prendere in mezzo da una porta e si è fatto schiacciare.

Medio. Certo non è agile come noi, con la sua mole…

Indice. Guarda che è stato per poco, se no eravamo presi anche noi. Tra l’altro, poverino, io ho fatto in tempo a vederlo, è nero anche nell’unghia.

Anulare. E adesso come facciamo che dobbiamo scrivere al computer un sacco di roba?

Medio. Ma lui mica digita, al massimo schiaccia la barra spaziatrice, ma non è indispensabile.

Anulare. Hai ragione, siamo diventati una squadra: non lasciamo più tutto il lavoro agli indici, ma di lui proprio possiamo fare a meno per digitare.

Medio. Solo per digitare e per il resto? Se c’è da insultare basto io: mi alzo mentre voi state giù ed è fatta!

Mignolo. Oppure ci solleviamo solo io e l’Indice, e quello è un bel cornuto!

Anulare. Per infilare gli anelli e, scusate, per dare un po’ di charme alla mano basto io, anche se adesso vorrebbe metterseli anche lui, che tempi!

Indice. E io? Mi dimenticate? Oltre a sobbarcarmi ancora la maggior parte del lavoro alla tastiera, assieme a mio cugino, là dall’altra parte, diciamocelo, chi vi indica la strada?

Mignolo. E per grattarsi? Specie in certe parti. E pulire le orecchie? Se non mi infilassi io… A volte piccolo è bello, e utile.

Medio. Te lo concedo, ma lui, il Pollicione, a cosa serve?

Mignolo. Per l’autostop!

Medio. Sì, bella roba. Ma a parte questo uso rarissimo e non insostituibile, diciamocelo vale di più una bella gamba, cosa sa fare? Mi sembra imbranato come i nostri cugini.

Mignolo. Quali, quelli dall’altra parte? Guarda che se Lui era mancino, ci bagnavano il naso.

Medio. No, dico quelli di giù, i lontani cugini, quelli meridionali.

Indice. Però fratelli, ci pensate se veniva pestata la sua controfigura giù nel piede? Non andavamo più da nessuna parte.

Mignolo. Per quello anche se fosse diventato nero uno dei ditini.

Medio. Non fatela lunga, io non sono razzista, però diciamocelo, la nostra famiglia è superiore. E anche tra di noi c’è qualcuno che non è… all’altezza.

Pollice. Brutti fedifraghi irriconoscenti! È così che mi considerate? E siete anche un bel po’ ignoranti. Io rappresento uno dei più grossi progressi della mano e quindi dell’uomo!

Medio. Proprio tu? Che sei così… ottuso. Noi siamo molto più acuti di te!

Pollice. Senti mediano da strapazzo vai a ficcarti dove dico io e te ti metto all’indice, in quanto a te ti raccordo io sai, e tu in fondo… no ho sentito che fanno il mobbing pure a te, si credono superiori.

Medio. Guarda che noi abbiamo tre falangi e tu solo due.

Pollice. Allora sei proprio un mediocre: ti dai importanza perché sei il più alto, ma i più alti non sono i migliori, quasi mai, e poi ognuno ha il suo ruolo, vorresti che fossimo tutti uguali a te? Staremmo freschi.

Medio. Fossi almeno come loro… piccoli ma snelli… non tozzo come sei!

Pollice. Non hai capito che io sono così perché sono opponibile?

Medio. Sì, adesso hai detto bene, sei proprio l’opposto di noi.

Pollice. Perché sei contro l’opposizione? Sei per il partito unico?

Medio. No, cosa vai a dire, ma ognuno resti al suo posto.

Pollice. E il mio posto è all’opposizione. Guai se non ci fosse…

Medio. Lo so: la democrazia, una testa un voto, bla bla…

Mignolo. Però sono razzisti anche ‘sti democratici: dovevano dire una mano un voto…

Indice. Così votavamo due volte! Cresci prima di parlare.

Pollice. Il pluralismo voi proprio non lo capite, o tutti uguali o quasi: uno un po’ più alto, gli altri un po’ più piccoli, ma tutti omologati. Se uno è un po’ troppo diverso, lo disprezzate. E non capite che senza di me non riuscireste ad afferrare niente? Sareste come i piedi, con tutto il rispetto, specie per il mio corrispondente… assonante, che tra l’altro è il più importante della sua famiglia.

Medio. Io continuo a non afferrare, a non capire.

Pollice. Provate voi, esseri superiori, a girare una chiave, a pigiare un telecomando, a digitare un messaggino sul cellulare, se siete capaci da soli.

Indice. Figurati se abbiamo bisogno di te!

Pollice. Allora voglio mettere subito alla prova proprio te. Prendi una penna e scrivi qualcosa.

Indice. Cosa ci vuole? È il mio mestiere…

Pollice. Da solo?

Indice. (provando) Beh, forse non proprio.

Pollice. E voi fratelli superiori perché non brindate alla vostra grandez… altezza, prendete un bicchiere senza di me.

Medio. (provando) Beh, in effetti… Però adesso tu sei handicappato, sei tutto nero!

Pollice. Nero o rosa, sono fatto della tua stessa carne. Senza di me anche tu sei un handicappato! Tutti uguali serviremmo a poco, è la varietà che ci arricchisce, imbecilli!

Mignolo. Sante parole! Ma non prendertela che ti sale la pressione!

Pollice. Scusate, sono un po’ irritato!

Anulare. Scusaci tu. E adesso vieni qui sotto di noi che ti coccoliamo un po’, che così conciato non puoi neppure infilarti nella bocca per farti consolare!

Marco Visita

Dialogo fra una mano e un piede, apologo in forma di monologo

Sul divano con  il piede ingessato e la mano fasciata

Lui. Bella roba avete fatto, adesso siete lì inutili e fermi, solo un peso siete…

Mano. Bel ringraziamento dopo tutto quello che abbiamo sempre fatto per te, mi rifiuto di risponderti, di parlarti ancora.

Piede. Hai ragione, è un ingrato e un irresponsabile, non puoi chiudergli la bocca? Ci dà comandi assurdi e poi subiamo noi le conseguenze, guarda come siamo ridotti. Io qui in una prigione di gesso, almeno tu…

Mano. Non credere, appena mi muovo un millimetro sono dolori, forse sei a posto meglio tu.

Piede. Comunque ci riposiamo un po’, non fosse per quel certo prurito… non potresti darmi una grattatina lì alla caviglia?

Mano. Dillo a mia sorella, io sono… in malattia.

Piede. Certo che senza di noi, lui da solo…

Mano. Ma sì, facciamogli vedere cosa valiamo, cosa è capace di fare senza di noi.

Piede. Beh, io non sono mai stato un gran ché: nello sport dico, a correre mi battevano anche i più grassi, al pallone non parliamone non mi volevano in squadra neppure all’oratorio, ed ero il piede migliore (parliamo sottovoce se no il mio gemello si offende)

Mano. E io allora? In disegno ero negata, e nella scrittura? Quanti votacci alle elementari per la calligrafia, anche se avevo… se aveva lui, fatto il compito tutto giusto.

Piede. Su non prendiamocela lo sport e la scuola non sono tutto, al massimo appartengono a una stagione della vita e noi… la primavera l’abbiamo passata da un po’.

Mano. Diciamo che è iniziato l’autunno, ma io non mi lamento, sono sempre stata efficiente, prima dell’incidente, naturalmente.

Piede. Ma sai fare anche le rime?

Mano. Coi piedi… oh, scusa non volevo.

Piedi. Ecco come ci trattate, sempre dall’alto in basso, come esseri inferiori

Mano. Beh, in effetti…

Piedi. Ah allora ti ci metti proprio anche tu, ma non sai che se non ci fossimo noi, voi tutti non andreste da nessuna parte?

Mano. Senti, non alzare troppo la cresta. Non ricordi quante volte ti ho risparmiato il cammino facendo l’autostop o guidando la macchina?

Piede. E se non c’eravamo noi sul freno e l’acceleratore voi dove andavate? E poi, se proprio lo vuoi sapere, senza di noi con la nostra conformazione lui non potrebbe camminare eretto e tu e la tua gemella lì di fianco dovreste abbassarvi alla nostra altezza per camminare sul duro terreno.

Mano. Guarda che ci abbassiamo anche noi, magari per lavarvi. E se vuoi proprio saperlo ho sentito una volta che la bocca, comandata certo da quell’essere superiore del cervello, diceva che gli occhi avevano letto che la libertà della mano e la sua capacità di manipolazione hanno permesso alla mente di svilupparsi. Comandare noi due mani ha creato neuroni, sinapsi, intelligenza insomma.

Piede. Certo io, noi piedi, non sappiamo muoverci come voi due, avremo meno nervi che ci comandano, ma ricordati che tutto inizia dal basso: una casa senza fondamenta…

Mano. Non voglio certo essere superiore a te, ma anche nel linguaggio siamo considerati diversamente: dimmi il corrispondente di “Baciamo le mani”?

Piede. C’è, eccome: “Baciami i piedi”!

Mano. Ma è in senso dispregiativo…

Piede. Perché quando baci le mani, anche per metafora, non è umiliante?

Mano. Per quello anche quando si dice: “Sono ai tuoi piedi”…

Piede. Non fare la maneggiona come il tuo solito.

Mano. Senti piede di porco, non ricordi quante volte ho dovuto turare il naso per la vostra puzza.

Piede. Non lavartene le mani, ipocrita.

Mano. Questa non l’accetto, io al massimo ho lavato l’altra di mano, ma non me ne sono mai fregata, ho saputo applaudire e maledire, stringere altre mani e graffiare, scrivere e carezzare, dare pacche sulle spalle e fare a pugni, firmare assegni e fare la carità…

Piede. E io, allora, che ho sempre calpestato l’ipocrisia e calciato all’inferno potenti e mafiosi?

Mano. Sembriamo fatti della stessa pasta… Scusami per prima, sai il razzismo verso chi sta più in basso è difficile reprimerlo.

Piede. Sarò inferiore, ma non sempre, ricordi all’ospedale con quella carrucola infernale?

Mano. Quanto a rime anche tu… ma non farmelo ricordare, (sottovoce, ridendo) e quell’imbranata di mia sorella che non riusciva neppure a dar da mangiare alla bocca… che ridere.

Piede. E lui che appena alzato non si reggeva in piedi con mio fratello da solo?

Mano. Adesso avrà capito quanto valgo… valiamo.

Piede. Fai bene a usare il plurale. Collaboriamo…

Mano. Siamo anche dalla stessa parte…

Piede. Quello non conta, destro o mancino, purché sei un uomo tutto d’un pezzo

Mano. E non ti fai manipolare…

Piede. E neppure mettere sotto i piedi…

Mano. Bravo, diamoci una mano…

Piede. E prendiamo a calci la mediocrità!

Marco Visita

Cappuccetto verde fiaba per “diversamente” settentrionali

Cappuccetto verde

fiaba per “diversamente” settentrionali

Ci sarà una volta una ragazza che dovrà andare in città a cercare lavoro.

La mamma le prepara la valigia e la rassicura: -Non ti preoccupare, vai dalla nonna, e vedrai che lei ti sistemerà per il meglio, non solo a casa sua, ma ti troverà pure un bel lavoro. Lei è sempre vissuta in città, conosce un sacco di gente e senz’altro ti manderà da qualcuno influente che saprà metterti a posto. Stai solo attenta in treno e poi in metropolitana. Arriverai tardi, e di sera ci sono in giro dei tipi loschi, non fermarti a parlare a nessuno, né uomo né donna, vai subito alla casa della nonna, piuttosto prendi un taxi. Anzi prendilo alla stazione, non scendere in metropolitana, è troppo pericolosa –

- Va bene mamma farò quello che dici tu, non darmi troppi soldi, se no poi ho paura davvero che mi derubino, tanto poi con l’aiuto della nonna, vedrai quanti ne guadagnerò e ne manderò pure a casa. Stai tranquilla, non sono più una bambina -.

Il viaggio in treno fu lungo, ma abbastanza tranquillo, la ragazzina non diede confidenza a nessuno e nessuno la infastidì, anche se o forse proprio perché il treno era stracolmo e non c’era posto a sedere. Lei infatti fu costretta a stare tutto il viaggio su un piccolo sedile sul corridoio e dovette alzarsi ogni momento per lasciar passare i viaggiatori. – Così mi abituo al traffico e alla confusione della città – pensava, stanca ma anche incuriosita da quel viavai di gente di tutti i tipi e dall’idea di andare a vivere in una grande metropoli.

Era così eccitata che arrivata alla stazione, dopo un attimo di smarrimento in quegli spazi enormi (non aveva mai visto un edificio così grande, più alto e lungo della stessa chiesa parrocchiale del paese) vide l’insegna della metropolitana, non avrebbe chiesto l’indicazione per non dover parlare con qualcuno, in questo seguendo il consiglio della mamma, ma dall’altra parte volle provare l’esperienza (era sempre stata incuriosita dall’idea dei treni che viaggiavano sottoterra).

Con qualche difficoltà, ma senza mai chiedere a nessuno, riuscì a prendere il biglietto, passare il tornello, scegliere le linea e salire sulla vettura giusta. Anche sul vagone fu costretta a rimanere in piedi. Il tratto da percorrere per raggiungere la via della nonna era lungo e, appena si liberava un posto a sedere, subito veniva occupato oppure c’era un anziano e lei, volendo mostrarsi civile, lo lasciava accomodare. A un certo punto fu avvicinata, o almeno così credette, da un uomo di colore, che aveva appeso la mano proprio vicino al suo viso. Lei imbarazzata cercò di allontanarsi un poco, finché si liberò un posto e quella volta si sedette senza guardare se ci fossero anziani o donne incinte. Appunto una donna che sembrava incinta era seduta accanto a lei, ma era tutta coperta, come non aveva mai visto neppure le suore del paese: non aveva solo un velo in testa ma anche una specie di fazzoletto davanti al volto, in modo che si vedevano solo degli occhi nerissimi. Anche quella donna la metteva in soggezione, cercava di farsi piccola e di discostarsi il più possibile, mentre l’altra sembrava a suo agio, come se fosse lei l’italiana e la ragazza la straniera. Per fortuna, almeno credette, si sedette vicino un uomo distinto con la barba e una vistosa cravatta verde che le rivolse la parola. Disubbidendo la seconda volta alla mamma, ma per togliersi dall’imbarazzo, la sfortunata rispose. Il signore era molto gentile, capì subito che lei veniva dalla campagna, e in poche frasi le fece un quadro della città: -Ormai sono loro i padroni- indicando la donna incinta- tra un po’ ci obbligheranno a salire su vagoni solo per noi. E poi gli uomini sono tutti sfaticati e sai come fanno a mantenersi? Con la droga e la prostituzione! Stai attenta ragazzina non fermarti a parlare con loro e non dargli mai l’elemosina, sono peggio degli zingari, si mostrano magari gentili e bisognosi, poi spacciano e rubano-.

Proprio il quel momento salì sul vagone un ragazzino con un violino e suonò in un modo incredibile un motivo che non aveva mai sentito e che sicuramente proveniva da un lontano paese; poi passò con un bicchierino di carta a raccogliere qualche monetina. Quasi nessuno diede qualcosa; lei mise la mano in tasca, ma lo sguardo severo del signore con la barba la fece desistere e per la prima volta non diede niente a chi chiedeva l’elemosina. -Se cominci con uno non finisci più: sai qui in città quanti sono, in ogni vagone della metro e poi ai semafori, agli incroci, davanti ai supermercati e alle chiese, e magari sono pieni di soldi perché spacciano e rubano. Sta’ attenta ragazzina! Ma non mi hai ancora detto cosa sei venuta a fare in città. La domestica o la badante no di sicuro, ci sono loro e hanno il monopolio – disse, indicando ancora la donna velata – Ah vai dalla nonna, che ti deve cercare un lavoro. E dove abita la nonnina? Ah proprio la mia zona e come si chiama? Ah Donata Fede, è mica una donna alta e magra con gli occhiali? La conosco. Il mondo è piccolo! Allora magari ci rivediamo, scusa adesso devo scendere, tu invece alla prossima. Allora a presto e mi raccomando, niente confidenza e niente soldi agli stranieri, li riconosci subito, difendiamoci tra di noi finché siamo in tempo. A presto, ciao-.

E scese alla prima fermata, dove credeva di dover scendere pure lei, ma l’indicazione del signore era di aspettare ancora e così fece, anche se poi dovette fare ancora un bel po’ di strada e fu costretta a chiedere informazioni a un giovane forse straniero, disubbidendo ancora una volta alle raccomandazioni della mamma e pure a quel signore della metropolitana.

Appena arrivata dalla nonna dopo baci e abbracci fu fatta cenare. La nonna sembrava molto contenta, quasi euforica e non voleva sentire lamentele: -Sono tanti mesi che sono disoccupata. Ho spedito centinaia di curriculum. Ho fatto diversi stage gratuiti e non mi hanno neppure ringraziata –

-Vedrai che adesso la tua vita cambierà. Qui al Nord il lavoro si trova, basta sapersi muovere e io ho una bella sorpresa per te, ma adesso mangia e poi subito a letto che sarai stanca e domani devi alzarti presto per correre a cercare una bella occupazione, qui nella grande metropoli non si perde tempo, siamo attivi noi, non ci piangiamo addosso come fate voi giù-.

La casa della nonna non era cambiata dall’ultima volta, ma qualcosa di nuovo l’aveva notato e lo chiese: -Come mai hai appeso alla parete un piatto con il fiore della mariuana, nonna? –

- Sciocchina, è il sole delle Alpi –

- Quanti soprammobili verdi che hai –

- Per raccomandarti meglio, piccina –

- Come raccomandarmi, nonna cosa dici? –

- Non vuoi cercare un lavoro? E qui al Nord, non so da voi, se non hai una spintarella, se non ungi un po’… Volevo dirtelo domani, ma visto che siamo in argomento, devi sapere che appena prima che arrivassi tu è venuto a casa mia un consigliere del nostro quartiere, un signore molto distinto, e mi ha segnalato la sua agenzia di lavoro interinale, che ha un sacco di offerte di lavoro, per gli amici naturalmente, e io lo sono, l’ho votato, me li ha regalati lui quegli oggettini e i piatti con il sole delle Alpi –

- C’è del verde in tutti i suoi regali, sarà un ecologista il tuo consigliere –

- Come sei giovane e ingenua, nipotina, ma presto capirai, in città qui al Nord si capiscono prima certe cose-

Con queste parole tra il rassicurante e il preoccupante la nonna l’accompagnò a dormire.

L’indomani mattina, dopo un’abbondante colazione la nonna le disse: – Prendi quella biro con il cappuccetto verde e scriviti l’indirizzo dell’agenzia, vai subito per le nove che il signore ti aspetta e vedrai come ti troverai contenta -

L’Agenzia Lavoro Nostro era abbastanza vicina: anche la vetrina era tutta bordata di verde e lo zerbino aveva disegnato… il sole delle Alpi, ormai l’aveva capito, anche se le Alpi da lì non si vedeva dove fossero. Appena entrata riconobbe il signore della metropolitana che la fece accomodare e incominciò col tono paterno della sera prima a interrogarla: – Ah sei del Sud? Non fa niente, tua nonna ormai è dentro… dentro al partito. Ah è tuo padre che è sceso giù? Per lavoro? E perché non è tornato? Beh le radici lombarde ci sono. Allora hai voglia di lavorare? No il diploma non serve. Il curriculum neppure. Sarai mica incinta? Sta attenta che poi ti licenziano, non fare come quelle là. Come chi?! Quella sulla metro non la ricordi, la donna tutta fasciata anche in faccia? Sei automunita? Almeno patentata? E allora ho solo un posto per te, ma bello vedrai, è un call-center qui in periferia. Puoi iniziare già domani e fare pure gli straordinari, però devi renderti disponibile la domenica e la sera. Sì, ci arriva la metro e funziona fino a tardi, avrai mica paura? Per i soldi non preoccuparti: tu ti affidi a noi per il lavoro, noi te lo troviamo e ti paghiamo pure, sempre noi. Firma qua, è una semplice formalità, prendi quella biro lì col cappuccetto verde, te la regalo, sta’ tranquilla scrive nero, l’unico nero che ci piace è quello dell’inchiostro, ah, ah, ah… – e rise da solo.

In quel mentre entrò un signore in borghese seguito da due agenti vestiti di grigio.

- Sono il commissario Cacciatori la dichiaro in arresto per evasione fiscale, concussione, truffa aggravata. Lei signorina esca per favore, spero non abbia firmato qualche carta, non sa cosa ha rischiato con questo bel ceffo! -

La ragazzina raccontò tutto piangendo alla nonna, che chissà perché corse a stracciare una tesserina e a staccare dei piatti dalla parete, poi salutò così: – Nonna domani torno al paese, niente mi lega a questi luoghi, il Nord non fa per me, c’è troppo… verde marcio – e già il giorno dopo partì.

E vivrà felice e con decoro,

speriamo… con un lavoro.

L’outlet spiegato a mia nonna

Outlet Serravalle Scrivia

Outlet Serravalle Scrivia

L’outlet spiegato a mia nonna

(nonna e nipote in macchina)

Nipote. Vedi nonna, questa è l’area dove sorgerà il nostro Outlet

Nonna. Il nostro che?

Nipote. Outlet!

Nonna. È una nuova medicina, una casa farmaceutica?

Nipote. Ma dove vivi nonna? Non hai mai sentito parlare di outlet?

Nonna. No, che cosa vuol dire?

Nipote. In elettrotecnica può significare tante cose, cavo conduttore, trasformatore di energia, alternatore di correnti…

Nonna. Con su scritto: “Chi tocca i fili muore”.

Nipote. Dai, vuoi sempre scherzare, ma adesso e in italiano outlet ha preso il significato di spaccio.

Nonna. E non potevano chiamarlo così, invece di spacciare nomi stranieri?

Nipote. Ma questo è molto più grande di uno spaccio.

Nonna. Un supermercato?

Nipote. Di più, di più…

Nonna. Un centro commerciale?

Nipote. Di più, di più…. è una vera e propria cittadella della moda, dove uno può farsi un guardaroba griffato senza farsi svenare.

Nonna. Non mi interessa, ne abbiamo già di negozi sgraffignoni, spero che non lo costruiscano.

Nipote. Mi spiace deluderti, ma nonostante il ricorso di Italia Nostra e l’opposizione dei tuoi amici di Vigevano Sostenibile pare proprio che l’autorizzino.

Nonna. E la vecchia cascina?

Nipote. I tuoi ambientalisti si erano giusto aggrappati anche a quella: “È un bene storico, un valore del territorio” e bla, bla, bla… se la tengano la cascinazza cadente, l’Outlet si farà dall’altra parte della strada.

Nonna. Ma è sempre terreno agricolo…

Nipote. Basta una variante del piano regolatore, già approvata in consiglio comunale, nonna. Per cui tranquillizzati, anzi rassegnati. Magari piacerà poi anche a te. Qualche volta che passiamo di qui per andare a trovare tua sorella ci fermiamo… Si potrà trovare qualcosa di veramente esclusivo, scegliendo fra i migliori marchi, con prezzi ridotti dal 30% al 70% tutto l’anno: un paio di scarpe d’alta moda, un intimo mozzafiato, una pelliccia per tutti…

Nonna. Correte gente! Venghino, venghino: l’esclusivo che non esclude, il superfluo che diventa indispensabile! Scontati tutti gli anni! E allora compriamo una pelliccia lì… com’è che si dice, di grifone, delle belle zeppe di 20 cm per me, che almeno a 80 anni voglio apparire alta, un bel bikini che costa più del mio cappotto.

Nipote. E tu non venirci, se ti schifa tanto, ma lascia a noi giovani la possibilità di divertirci.

Nonna. Perché, voi giovani, vi divertite a spendere?

Nipote. We love shopping, noi amiamo fare shopping, e poi te l’ho appena detto: l’outlet è la terra promessa del glamour. È pieno di attrazioni, di occasioni… e di relazioni. Dove si può trovare di tutto, dal bottone all’abito da sposa, dai rapporti umani alla cultura. Sì perché si potrà passare il tempo godendosi lo spettacolo dei prestigiatori e dei ciarlatani…

Nonna. Ma ti hanno assunto come pubblicitario? Parli come una reclame! Comunque ciarlatani toglilo dallo slogan, la gente avrà già il sospetto di essere fregata senza che glielo ricordi tu.

Nipote. Guarda che alla gente piace, e anche a te, se non ricordo male. Non eri tu che mi portavi alla fiera quando ero piccolo e ti fermavi a sentire gli imbonitori e i cantastorie?

Nonna. C’è mercato e Mercato: vuoi mettere l’arte di vendere di questi poveri ambulanti e quella dei tuoi manager pieni di risorse e di soldi, magari anche quelli per corrompere qualche amministratore.

Nipote. Siamo alle solite: voi volete sempre mettere in mezzo la magistratura, quando non riuscite a vincere politicamente. Ma la gente vi ha abbandonato, vuole vestirsi bene, comprare, divertirsi, non vuole l’austerità che predicate voi.

Nonna. La gente vuole il lusso democratico o i venditori? Non quelli ambulanti, quelli rampanti.

Nipote. La gente, la gente, rassegnati il mondo è cambiato. E poi te l’ho già detto, si potrà andare per una gita domenicale, per accompagnare i bambini… per passare una giornata diversa, per incontrarsi con gli amici, per riempire il tempo libero…

Nonna. Cioè riempire il vuoto del tempo libero?

Nipote. Vuoi sempre dire l’ultima tu, nonna? Comunque non ti ho ancora detto tutto: dietro l’outlet sorgerà il “villaggio terra promessa”, un centinaio di villette fornite di tutto, pannelli solari, piscine, pompe di calore, giardini privati, pista ciclabile, come piace a voi conservatori verdi.

Nonna. Cementiamo il terreno agricolo con impianti ecologici, così abbiamo la coscienza a posto… E chi le comprerebbe queste villette con tutte le case invendute che ci sono in città?

Nipote. Ma i dipendenti dell’outlet, e quando dicevo attrazioni intendevo anche di capitali, di investimenti, di abitanti, sarà un polo di sviluppo, nonna, un’occasione di crescita.

Nonna. Crescita del traffico, sicuramente, e dell’inquinamento, naturalmente. E poi, non potevano attrarli ‘sti soldi su qualche area industriale dismessa, senza com-promettere altra terra?

Nipote. Costa meno costruire ex-novo, che recuperare dei fabbricati.

Nonna. A chi costa meno? E poi senz’altro ci vorranno più strade, più parcheggi, più rotonde…

Nipote. Cavolo d’una rotonda, appunto! Nonna mi fai girare la testa con le tue chiacchiere, all’ultima rotonda ho sbagliato e sto andando verso la campagna non verso il paese di tua sorella, sta zitta un momento che devo orientarmi, anzi no, accendo il navigatore satellitare, l’avevo lasciato spento perché credevo non fosse necessario per pochi chilometri, invece…

Nonna. Scusa, è colpa mia. Lasciami dire solo un’ultima cosa, poi sto zitta: se non vi orientate più voi giovani e aspettate l’aiuto dal cielo già adesso, chissà dopo questo… come l’hai chiamato? trasformatore di menti… pardon di correnti…

COSÌ POSSO DIRVELO

COSÌ POSSO DIRVELO

COSÌ POSSO DIRVELO

Abbiamo ricevuto questa bella e densa poesia da Marco.

La pubblichiamo molto volentieri.

Chi lavora ad alleviare le sofferenze dei malati nella psiche deve essere ascoltato.

Buon giorno sono un ragazzo di 29 anni laureato in servizio sociale. Al momento lavoro come educatore

in una comunità psichiatrica. Mi interessava inviarvi una mia poesia frutto dell’ascolto di una

cara persona. Nella speranza di una vostra lettura e, perchè no, pubblicazione provo ad inviarvela.

Cordiali saluti

Montoncello Marco da Biella

COSÌ POSSO DIRVELO

Si divertivano a farmi ammaestrare, a farmi quietare.

Nelle prime ore mattutine, così posso dirvelo.

A mia volta trovavo nomignoli

alla vista dei sorrisi dorati,

dei barboni di tutto il mondo.

Nelle ultime ore del meriggio,

così posso dirvelo.

Al sol conteggio di tutti i buchi trovati ragionavo pensando che in qualche modo dovessi tenere

vigile la mia mente immortale. Nelle mie ore,

così posso dirvelo.

In un solo istante,

si scomponeva una dolce melodia.

Trovava motivi amorali.

Nelle ore,

così posso dirvelo.

Esiste, seppur nell’incantata ragione,

quella che non consideriamo realtà.

Amore,

anarchia,

nelle ore della mente,

così posso dirvelo

Lidiia, la “cattiva” ragazza che metteva paura ai piloti della Luftwaffe

giIATT0izi1220100822

Maria R. Calderoni

Era “La Rosa bianca di Stalingrado”. Così l’avevano soprannominata, ma tutti conoscevano il suo vero nome, ripetuto nei titoli a caratteri cubitali che la stampa di quei giorni le dedicava. Era Lidiia Vladimorovna Litviak, ragazza nata a Mosca il 18 agosto 1921. Perfetta sconosciuta in Italia e in tutto il mondo occidentale, ma molto nota nell’ex Urss. E anche adesso che l’Unione sovietica è sparita da un pezzo, un monumento, decorato da dodici stelle dorate – una per ognuna delle sue dodici vittorie aeree – resta lì a ricordarla a Krasy Luch, regione del Donec. Lidiia Litviak ha il titolo di “Eroe dell’Unione sovietica”, onorificenza alla memoria che le fu conferita da Gorbaciov il 5 maggio 1990, praticamente a tempo scaduto: quella di Lidiia fu infatti una delle ultime medaglie targate Urss elargite. Toccò a lei, meritatamente.

“La Rosa bianca di Stalingrado”, una vita tragica e poetica che sembra un film, un crudele film di guerra. Il periodo è infatti quello tra il 1941 al 1943, l’offensiva Barbarossa è iniziata da tempo e le armate hitleriane, con l’operazione “Tifone”, puntano su Mosca; le perdite dell’Armata Rossa sono pesantissime ed è in pieno svolgimento il piano di evacuazione verso gli Urali. Un tempo di ferro e fuoco, di orrore e durissima resistenza sovietica. Lidiia Litviak non è altrove, è lì. All’epoca ha poco più di vent’anni, e non è una qualsiasi. Finito il corso pre-universitario, a 19 anni ha già in mano un brevetto di pilota, nell’ottobre 1941 è di stanza a Engels, sul Volga, nel centro di addestramento (14 massacranti ore al giorno), che la consegna al primo dei tre reparti completamente femminili operativi al fronte. Il reparto di Lidiia è il 586° IAP (la sigla sta a significare “Squadriglia di caccia”) ed ha sede a Saratov. Reparto di guerra, dove le distinzioni di sesso non sono contemplate, e fornito di caccia Yakovlev, Yak 1 e Yak B2. Gli altri due reparti tutti al femminile sono il 587° stormo, destinato al bombardamento diurno (con bombardieri Pe-2); e il 588° adibito al bombardamento notturno (con biplani Polikarpov PO-2).

Lidiia è bionda, minuta, bella; lì al centro di Saratov è una delle più brave, dedite e coraggiose; e per questo nel settembre del 1942, insieme ad altre due compagne di corso, è trasferita sul fronte di Stalingrado, dove i nazisti sono riusciti a stabilire una testa di ponte lunga 8 chilometri alla periferia della città. La biondina è lì per combattere e combatte. Prima missione: duello ad alta quota tra otto aerei tedeschi e cinque russi. Battaglia micidiale, lo Yak di Lidiia butta giù un Messerschmitt e uno Junker; battaglia vinta. La biondina che sa “tirare” bene: alla fine di quell’anno ha sostenuto una ventina di combattimenti e abbattuti altri tre aerei nemici. La biondina famosa, l’asso dell’Aviazione sovietica, la cui foto buca le pagine dei giornali. Pilota di guerra-ragazzina, soldato di prima linea in tuta da combattimento, lei però riesce a incantare anche per la sua bellezza e femminilità; Lidiia che sa restare elegante, fragile e aggraziata tra i motori rombanti e le raffiche dei duelli aerei.

Morivano dal ridere quelle donne-piloti di guerra, quando nell’ottobre del 1941 ricevettero la loro prima divisa militare. Racconta una di loro a Marina Rossi (che sulla vicenda delle soldatesse dell’aria sovietiche ha scritto un libro, “Le streghe della notte”, Unicopli): «Stivali enormi, cappotti fino alla quinta misura, pantaloni che arrivavano fino al mento. Dalle grandi aperture delle giacche spuntavano colli sottili, dalle maniche arrotolate più volte delle mani minuscole». Lì sul fronte dalle parti di Stalingrado, Lidiia però non si dimentica di essere una biondina carina; ago e filo, aggiusta su misura quella divisa sproporzionata, non senza qua e là un tocco di femminile civetteria: con un ritaglio della imbottitura degli stivali riesce a confezionarsi un collo di pelliccia per l’uniforme e dai brandelli di seta di un paracadute ritaglia foulard. Combatte, è in guerra, fa la guerra, ma vorrebbe non doverlo fare. Nel suo abitacolo, prima di ogni missione, lei non manca mai di collocare un mazzetto di fiori; e accanto al pannello degli strumenti c’è sempre la sua cartolina preferita, la cartolina delle rose gialle. Infuria la guerra spaventosa che anche lei, come tutto il suo popolo, deve combattere, pietà è morta e anche la gentilezza deve morire (insieme a 25 milioni di sovietici).

Lidiia lo sa, ma non rinuncia ad essere gentile: sulla fusoliera del suo temibile bombardiere ha fatto dipingere, accanto alla stella rossa, una rosa bianca. E’ il suo segno, il segno della biondina carina che affronta gli invasori tedeschi lassù in cielo. “La Rosa bianca di Stalingrado”.

I caccia nazisti impararono presto a temere quell’aereo dal fiore bianco; e stentarono parecchio a credere che lassù, nel micidiale duello, fosse al comando una ragazza. Dovettero però impararlo presto. Gli squadroni tutti femminili furono per loro una sgradita sorpresa. Quelle “cattive” ragazze reclutate nell’Armata Rossa avevano pessime abitudini. Per esempio, quella di levarsi in volo nottetempo, attaccare, scomparire. Furiosi, insieme alle bombe, i piloti della Luftwaffe lanciano volantini pieni di ingiurie e maschie oscenità, coniando per loro l’epiteto che le avrebbe consegnate alla storia: brutte “streghe della notte”.

Le uniche guerriere volanti di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Niente di simile infatti è riscontrato in nessun altro paese belligerante, non nell’aviazione americana né in quella inglese; nemmeno – ad eccezione del caso notissimo di Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker – in quella tedesca. «Soprattutto – scrive Silvio Bertoldi nel recensire il libro di Marina Rossi – colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, doveri e perdite delle aviatrici russe: i sacrifici “maschili” che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per la patria invasa».

Bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata: i tre reparti completamente femminili erano stati autorizzati, dopo molte perplessità, da Stalin in persona; convinto dall’entusiasmo e dalla bravura «di una giovane donna molto bella, molto intelligente – scrive sempre Silvio Bertoldi – che studiava musica e canto», e che a 19 anni aveva conseguito il brevetto di navigatrice riuscendo ad essere ammessa all’Accademia aeronautica, «prima donna nella storia del suo Paese»: la leggendaria Marina Raskova, classe 1912, la trasvolatrice emula di De Pinedo. Allo scoppio della guerra, Marina Raskova ha il grado di maggiore; ed è lei ad addestrare il primo reparto femminile in una base segreta sul Volga (morirà a 31 anni, il 4 gennaio 1943, sul fronte di Stalingrado, nel corso di una battaglia aerea).

La “strega della notte”, ormai tenente Lidiia, quello stesso anno annovera ormai plurimi battesimi del fuoco, ha all’attivo 168 missioni e dodici aerei tedeschi abbattuti. E’ decorata dell’Ordine della Bandiera Rossa. E’ ferita più di una volta; ma il colpo più duro lo riceve il 21 maggio di quello stesso 1943: durante una battaglia è abbattuto e ucciso Alexsei Salomotin, il giovane pilota col quale è fidanzata.

Ebbe solo poco più di due mesi, Lidiia, per piangerlo. Il 1 agosto, il bombardiere dal fiore bianco che partecipa alla battaglia di Kursk, è attaccato, si schianta e si incendia al suolo presso Orel. Lei avrebbe compiuto 22 anni qualche giorno dopo. I suoi resti mortali furono rinvenuti solo nel 1979 insieme alle lamiere arruginite del suo caccia.

Lidiia Litviack. Biondina carina, Rosa bianca di Stalingrado. Noi non ti dimentichiamo.

22/08/2010 Liberazione

Stiamo diventando tutti lunatici?

lupo con lunaRiscrittura un po’ più politica del racconto di Ennio Flaiano “Per una Luna migliore”

Ennio. Buonasera professore, come va? Da quante Lune non ci vediamo? Come se la passa?

Prof. Ciao Ennio, insomma per la mia età, se non fosse per certi capogiri. Sai che a volte, così all’improvviso, mi gira tutto attorno e mi sembra di veder le stelle.

Ennio. Tutto il mondo, l’universo gira. Secondo me la sua è nostalgia della Luna. Lei, se non ricordo male, era stato tra i primi ad andarci.

Prof. Bravo, come fai a ricordarti? E’ stato nel ’12. Ero un ragazzo, avevo vinto una borsa di studio.

Ennio. Quindi della Luna ha un ricordo… un po’ da pioniere, un po’ superato dagli avvenimenti.

Prof. Do questa impressione?

Ennio. Prof, lei, scusi se sono franco, sembra uno di quei sentimentali che rimpiangono il passato. Non pensa che sia meglio oggi di quanto non fosse ai suoi tempi?

Prof. C’era del buono anche allora.

Ennio. Che cosa aveva di migliore?

Prof. Non ho detto migliore. Ho detto che c’era del buono anche allora. La Luna era più selvaggia. Ma per anni ci ho passato le vacanze. La ricordo volentieri anche se era … come dire… disorganizzata, con poche baracche e una grande speranza in un mondo migliore. Era piena di una strana pace e di silenzio. Chissà com’è diventata adesso? Saranno trent’anni che non salgo più lassù.

Ennio. Adesso il silenzio se lo scorda. Ma lei non sa che progressi…

Prof. E tu che cosa fai lassù? Lavori là? Sei appena tornato se non sbaglio.

Ennio. E chi lavora ancora qui? Solo i terrestri che hanno paura di volare. Noi extra-terrestri scendiamo giù da voi solo per i nostri vecchi, ma presto ci sarà una generazione senza più vincoli con la Terra, una razza purificata da legami, ricordi e sentimentalismi.

Prof. Ennio, mi sorprendi, non ti riconosco, mi sembravi così sensibile a scuola.

Ennio. (sottovoce) Abbassi la voce prof, quell’uomo laggiù, è un ingegnere, ho fatto il volo con lui. Ma è uno dei nuovi, non sa come sono intransigenti. Potrebbe registrare la nostra conversazione…

(Si avvicina l’ingegnere e Ennio riprende a voce normale) Dunque cosa le piace di quella preistoria? Forse l’esistenza assurda degli uomini prima dell’Evo lunare? L’eterna incertezza sul clima con cui erano costretti a vivere. E le lotte politiche? Lei è per un ritorno alla democrazia, prof? (fa cenno di dire di no)

Prof. No, io sono per la Centralizzazione!

Ennio. Bravo! E rimpiange le tremende istituzioni di un tempo? Le elezioni con tutti quei partiti? E la famiglia, il matrimonio con tutti i suoi problemi, gli amanti da allevare… (fa cenno di dire di no)

Prof. I figli vuoi dire?

Ennio. Già i figli. E rimpiange quella tortura psicologica che veniva dall’istinto di riproduzione. Com’è che si chiamava quella cosa che riempiva i libri dell’Evo inferiore, oggi illeggibili?

Prof. Scusa non ti seguo, sai alla mia età non sono più molto aperto ed elastico, ci sono stati così tanti cambiamenti, mi sento come se mi mancasse la terra sotto i piedi.

Ennio. E sì a furia di stare coi piedi per Terra e non volare più sulla Luna lei è un po’ regredito, scusi la franchezza, prof. Ma non sta più ai tempi: è ancora al tempo di quella cosa che stavo dicendo prima, non mi ricordo più come si chiama.

Prof. Amicizia?

Ennio. No di più, su prof mi aiuti.

Prof. Solidarietà?

Ennio. (sottovoce) Ma è matto prof a dire ancora queste parole proibite, speriamo non l’abbia sentito l’ingegnere.

Prof. Parlerò sottovoce allora. Non so cosa mi chiedi, anche qui sulla Terra non si usano quasi più queste parole, chissà da voi lunatici. Ma forse ci sono: è fratellanza?

Ennio. Ma prof, mi delude… (sottovoce) e mi fa andare nelle grane. Non sa che sono vent’anni che non ci sono più fratelli e sorelle. I giovani sono tutti cloni unici.

Prof. Figli unici, vorrai dire

Ennio. Cloni non figli! Ma non lo sa che adesso la generazione è controllata? Si clonano solo gli esseri superiori, selezionati.

Prof. Scusa è l’abitudine, mi escono le parole di una volta, anche quelle che non si usano più.

Ennio. Ecco stia attento come parla. Ma si rende conto che in un minuto avrà detto 3 o 4 parole vietate dal Codice Centrale. La smetta se no sono costretto a salutarla e ringrazi che non la denuncio.

Prof. Non saresti capace Ennio, se ti conosco ancora un pochino. Eri così solare e amorevole da bambino…

Ennio. Ecco la parola che non mi veniva più in mente, che avevo cancellato…

Prof. O ti hanno fatto cancellare: amore non è vero?

Ennio. Sottovoce, vuol proprio rischiare la vita? E lo rimpiange?

Prof. No, me ne guardo bene, poi alla mia età ancora scapolo, anzi ormai scapolo definitivo!

(si avvicina ancora di più l’ingegnere, Ennio comincia a parlare ad alta voce)

Ennio. Ma ormai lo siamo tutti. Non le piace la Riproduzione Controllata? E la Sistemazione Definitiva? Chiara, facile che anche un giovane trova la sua strada? Non le piace il Pieno Impiego del tempo libero? Parli sono tutt’orecchi. E’ contro anche l’Informazione Totale?

Prof. Il cielo me ne liberi.

Ingegnere. Cos’è questa libertà? Non sa che non si dice più? (a Ennio) E tu dimmi chi è questo troglodita?

Ennio. Lo scusi è un vecchio professore di lingue, è tanti anni che non viene sulla Luna, è rimasto … terra terra.

Prof. Perché cosa ho detto? Non si può più dire “liberi” per dar forza al discorso?

Ennio. Come può un concetto tramontato dare forza a un discorso?

Prof. (turbato) Giusto non può. Scusate ma adesso vi prego di scusarmi, sono un po’ stanco.

Ingegnere. Stanco un corno. Cos’è che non le va? Sia Chiaro!

Prof. Niente. Tutto bene: sulla Luna e per quanto possibile sulla Terra. Colpa mia che sono nato ancora imperfetto, da due genitori, sa com’era una volta. La felicità piena mi turba, la pace piena, la Luna piena…

Ingegnere. Ma non si ricorda che anche la Terra può essere piena o a fette? Dove vive?

Prof. Sulla Terra appunto; mettetevi dal mio punto di vista, dato che oggi, anche se per poco, siete qui anche voi. Quaggiù le cose vanno diversamente; la Terra per voi è… un paese straniero.

Ingegnere. Storie! Pardon, sto usando anch’io una parola scartata…

Prof. Pure storia…. anche quella non si può più dire?

Ingegnere. Ma non sa che si deve usare solo il presente? E’ abolito il passato. Lei ha bisogno di una bella rieducazione.

Ennio (cerimonioso) Lo lasci perdere ingegnere, questi vecchi intellettuali sono irrecuperabili. Mi dica piuttosto come ha trovato la Terra dopo anni che non ci veniva?

Ingegnere. Una delusione. Mi sembra tutto vecchio qui e polveroso. Appena arrivato non riuscivo neppure a respirate senza l’aria depurata delle nostre cupole spaziali. Siete sporchi e pieni di microbi. Ho dovuto fare 15 vaccinazioni per atterrare. E poi troppe lingue, troppe idee, troppi residui di filosofia. E guardatevi! Un guazzabuglio di razze, di popoli, una confusione, bianchi, gialli, neri e… siete troppi, troppi. E continuate in quel vizio assurdo del sesso tra uomo e donna? Come siete antiquati! Lassù siamo tutti uguali, sani, evoluti e condizionati, e i giovani, clonati. Io sono stato uno dei primi, sono senza quel peso dei vecchi genitori. Sapete che sollievo senza quei vecchi anacronistici, che ti viziano, ti consigliano, si preoccupano, ti fanno continuamente le raccomandazioni. Io non lo so direttamente, me lo raccontano. Pensate che non ho rapporti neppure con la persona da cui mi hanno clonato. Così siamo più liberi.

Prof. Liberi? Ma lo dice anche lei?

Ennio. Liberi nel Sistema Condizionato, prof, certo che lo sa.

Prof. Sì, era quello che volevo dire. E cosa vi insegnano a scuola? Ci sono ancora le scuole, vero? Non sono più aggiornato.

Ingegnere. Solo un anno. Noi nasciamo già grandi, abbiamo già le capacità innate, quelle acquisite dal nostro clone.

Prof. Per cui se uno è laureato potreste anche non mandarlo affatto a scuola?

Ingegnere. No un anno è obbligatorio, per disintossicarci dalle idee malsane dei vecchi nati da due genitori, come lei, poverino.

Prof. Io vi invidio, penso che lassù avete raggiunto la Piena Felicità

Ingegnere. Abbiamo abolito anche questo concetto. Noi “siamo” e basta. Certe volte a guardare dalle nostre capsule la Terra illuminata…

Prof. Uno spettacolo fantastico, non è vero? Un’arancia blu, mi ricordo benissimo.

Ingegnere. No adesso non è più blu, è grigia, non vedete quanta polvere! Io quando guardo la Terra mi viene quasi da… svenire. Poi se penso che voi volete ancora scegliere, giudicare, amare…

Prof. Oh no, ingegnere, lei esagera.

Ingegnere. Non esagero. Voi amate! I vostri centri sensori vi spingono continuamente a una scelta. E scegliere è un atto di amore. Voi avete ancora la vostra maledetta libertà.

Prof. Adesso lei ci offende, ingegnere.

Ingegnere. Mi lasci finire. Voi avete ancora la vostra liberta: libertà di muovervi, di oziare, di ridere, di piangere, di amare. Quel che vi manca è un minimo di ordine. Ma state attenti, ho paura che lassù, dove sta venendo fuori una generazione dura e pura, ho paura che qualcuno pensi già di espandersi…

Ennio. Come? A colonizzare la Terra, ingegnere? Ma se è la nostra patria d’origine, non dimentichiamolo.

Prof. E poi, ingegnere, la Terra come potrebbe essere degna di interesse? Così povera, inquinata, imperfetta…

Ingegnere. (sottovoce) Ma viva!

Prof. Come? Non ho capito. E perché allora è ritornato, siete ritornati?

Ennio. Io per curarmi da un grosso esaurimento. Mi hanno licenziato, scartato dal Programma Lunare.

Prof. Anche lei ingegnere? È venuto anche lei a ricaricarsi?

Ingegnere. No io… sono ancora incerto… ma io forse… sono venuto per restare!

(si sentono cani che abbaiano alla Luna)

Un nano sulle spalle di un gigante

Se una sera per caso entrando in sezione, trovassi ..

Giuseppe Abbà e Roberto Guarchi

Giuseppe Abbà e Roberto Guarchi

Intervista culturale e politica a Giuseppe, un testimone di questi nostri
tempi cosi complessi.
Ogni firma raccolta è uno schiaffo al neoliberismo. Così dice Giuseppe. Poi
ride della battuta, lui profondamente pacifista – certo la lotta partigiana
era tutta un’altra cosa, che altro potevi fare in quel frangente per dare
uno scrollone alla storia e creare una nuova società di eguali? – Ride della
battuta e gli occhi si accendono di entusiasmo per le elezioni  ormai
imminenti.
Prendi dieci giovani a caso, dalla società tecnonichilista di oggi e non ci
trovi  nemmeno sommandoli tutti insieme il suo entusiasmo. Che è voglia di
costruire e pensare altri mondi, utopia che per il solo fatto di pensarla
diventa  regno del possibile. Freschezza di pensiero e  profonda conoscenza
della storia del genere umano, dei contesti, delle variabili che ogni epoca
o vicenda umana porta con se.
Certo gli anni sono passati, hanno lasciato il segno, si sa che la vita non
è mai un cammino facile dove  si respira solo vento e sole. Ci sono anche i
giorni di pioggia. .
Mi guarda, poi guarda attorno, ecco le pareti della sezione di Rifondazione
dove troneggia la faccia rassicurante  di Gramsci che risale a parecchi
lustri indietro, probabilmente  al momento in cui il grande partito
comunista  regalava  la freschezza del sole dell’avvenire. Altri tempi,
altre imprese, probabilmente un’altra lomellina dalla faccia più solidale,
non impestate del culto delle piccole patrie, di piccoli sogni mediocri, di
intrallazzi e affaristi. Sullo sfondo milleduecento libri del compagno
Ernesto, che dopo la  sua morte ha regalato al circolo, letteratura,
psichiatria, filosofia.
La storia e la cultura popolare  sono la sua grande passione.  Prova a
chiedergli degli ultimi cento  anni di storia palestinese, un analisi dello
scacchiere medio-orientale, dal tempo dei tempi sino ai giorni nostri. Ti
racconterà anche le sfumature, la piccola storia, quella dei popoli che  non
trovi mai sui libri di scuola.
Non finiresti mai di ascoltare nonostante  gli occhi che si chiudono magari
dopo una giornata fittissima di lavoro.
Noi dell’associazione culturale Il villaggio di Esteban , ne approfittiamo,
per il fatto che non si nega mai, che qualunque domanda,  banale o complessa
che sia, è sempre una sollecitazione intellettuale, è un piacere rispondere
che crea relazione, approfondimento, ricchezza di spunti.
Per questo, per il nostro giornale locale, gli abbiamo  rivolto domande
possibili e impossibili, certezze e dubbi che avevamo dentro.
Cosa è per te il comunismo oggi nel momento in cui in molti lo
ritengono una ideologia che ha fatto il suo tempo, incapace di dare una
risposta alla complessità della postmodernità.

Sulla tessera di Rifondazione abbiamo scritto una celebre frase di Marx che
dice: “il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato delle cose
presenti”. Sembrano paroloni, ma dà l’idea di che cosa è per noi il
comunismo. Cioè un processo, un movimento, una serie di lotte che cercano di
cambiare l’attuale situazione di ingiustizia, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
e di miseria. Se noi pensiamo che nel mondo abbiamo 6 miliardi e mezzo di
esseri umani, di cui chi vive come noi che pure abbiamo grossissimi
problemi, ci sono tante contraddizioni, ingiustizie anche nel mondo
sviluppato, non dimentichiamo che esistono e riguardano appena un miliardo
di esseri umani, mentre gli altri 5 miliardi e mezzo soffrono la fame perché
vengono rapinati delle risorse. Tutto ciò non cade dal cielo, l’umanità ha
la possibilità tecnica e anche intellettuale per poter assicurare una vita
degna a tutte le persone che vivono su questa terra, e anche alle
generazioni future. Solo che una piccola parte del genere umano si appropria
dei beni della maggior parte del mondo, questo avviene sia nelle società
sviluppate come la nostra, lo vediamo nelle ingiustizie che ci sono anche in
un paese come l’Italia, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e molta
gente deve arrabattarsi per tirare la fine del mese, ed è ancora più
evidente nel mondo. Il comunismo è qualcosa che vuole porre fine a tutto
ciò. Sappiamo che non è un processo facile. Nel secolo scorso si è provato:
ci sono stati errori, limiti, certamente come in tutti i processi storici
degli esseri umani. Sono cose che gli uomini devono guidare. Per me il
comunismo è questo: guida cosciente da parte del lavoratori,da parte di
tutta l’umanità, di un processo storico che assicuri a tutti un mondo degno
di stare al mondo, senza lo sfruttamento, senza le guerre, senza la
devastazione ambientale.
Molti non credono più alla forma partito e invece riversano tutte le loro
energie nei vari movimenti, ecologisti, solidali, culturali. È ancora
importante il partito?

Sì. I movimenti sono importanti, il partito è importante anch’esso. La
differenza qual è? Non è che ci sia una differenza: noi del partito di
Rifondazione siamo presenti in vari movimenti perché il partito senza
movimenti non sarebbe nulla. Però è anche vero il contrario: il partito è
qualcosa che anche nei momenti di maggiore difficoltà assicura la
continuità, un deposito di conoscenza, un elemento di organizzazione per
facilitare le lotte. Il partito, inteso come lo intendiamo noi (il panorama
che vediamo attorno è desolante: i partiti a noi avversi sono una somma di
clientele, di comitati d’affari) è, come diceva Gramsci, un intellettuale
collettivo.  Cioè un insieme di persone che lottano per trasformare la
società e che, attraverso la forma – partito che si modifica anch’essa col
modificarsi delle situazioni – è qualcosa di solido e di organizzato ed è un
elemento di organizzazione e direzione delle lotte. Senza di questo, ho
visto purtroppo nelle esperienze degli ultimi decenni, si fa fatica.
Aggiungerei anche un’altra cosa: molti si domandano una cosa che è sotto gli
occhi di tutti. Come mai di fronte a una crisi, all’immiserimento delle
condizioni dei lavoratori, non ci sia una sufficiente risposta di lotta. Ci
sono tante lotte chiaramente, ma sono disperse e frantumate. Questo deriva
dal fatto che non ci sono più, che sono stati distrutti, alcune volte
colpevolmente, quegli elementi di organizzazione della classe operaia, delle
masse popolari, che poteva avere  un partito di tipo comunista, come
vorremmo creare noi. L’esperienza dimostra, anche in Lomellina, che siamo un
partito aperto, chiunque può entrare, avere la tessera, può non averla, non
abbiamo mai allontanato nessuno. Però il partito è importante come fulcro
anche degli stessi movimenti.
L’oggi è stato considerato da molti intellettuali come il tempo delle
passioni tristi, un tempo di precarietà non solo lavorativa, di nichilismo
soprattutto nel mondo giovanile.
Molti parlano di un sentimento di solitudine che avvolge sempre più l’oggi
rispetto invece alla forza dirompente degli idealismi e delle ideologie
degli anni ‘70. Che cosa sta succedendo?
Succede anche nel campo delle idee, nel senso comune, nel sentire della
gente, quello che dicevo prima riguardo le lotte sociali. Venendo meno quel
clima che unisce le persone, che unisce la classe oppressa, è chiaro che si
fanno strade, sentimenti di individualismo esasperato, e questo non può che
portare alla solitudine, alla perdita di senso, a cercare valori che non
esistono. Ad esempio, è impressionante vedere la perdita di senso da molte
parti, compreso, purtroppo, spesso anche il mondo giovanile. Deriva dal
fatto che l’umanità deve avere sempre di fronte a sé degli obiettivi che
sono di trasformazione, di progresso sociale. Se vengono meno questi, siamo
sempre nell’eterno presente che non esiste in realtà, perché la società in
ogni caso si evolve, malamente se non ci sono quegli elementi di direzione
consapevole. La colpa principale è questa: l’egemonia del pensiero dei
capitalisti, della classe dominante che ha vinto, almeno per ora, anche nel
terreno culturale, e noi pensiamo che prima o poi perderà: lottiamo per
questo! Alla fine si diffonde anche un senso di vuoto, questo credo sia la
causa principale di questo sentimento di solitudine.
Sappiamo che hai un libro nel cassetto: ce lo vuoi raccontare?
Ho fatto una ricerca, per ora scritta ancora tutta a mano, una raccolta di
leggende e novelle lomellina che mi sono state tramandate soprattutto da mio
padre, a sua volta da sua madre. Poi, leggendo anche di antropologia, di
morfologia della fiaba, ho scoperto delle analogie impressionanti con le
fiabe che vengono raccontate in tutto il mondo. Più che fare una semplice
raccolta, vorrei trascrivere quello che gli antichi narratori raccontavano,
loro che erano il fondamento, la base della letteratura. Non ci sarebbe
stato Omero se prima di lui non ci fossero stati degli altri narratori. Non
faccio una distinzione tra la cultura popolare e quella più aulica, per cui
vorrei che tutto ciò non andasse disperso. A questa trascrizione di tutto
ciò che mi è stato tramandato ho aggiunto, ad ogni novella, una sorta di
analisi, di commento, per analizzare i tre filoni principali che ho
individuato nelle novelle lomelline. Uno è il filone antichissimo che risale
alla preistoria, e che sono le tipiche fiabe in cui c’è il combattimento,
con il drago: c’è una bellissima novella “Il mago delle sette teste” che poi
un mago non è, ma è un drago che assomiglia all’Idra di Ercole con le teste
che ricrescono, quindi novelle che hanno un fondo molto antico. Poi c’è un
filone di novelle più recente che tratta della lotta dei contadini, spesso
anticlericale, perché probabilmente risalgono al periodo in cui il clero
locale che era una parte della feudalità locale  opprimeva i contadini, per
questo loro si vendicavano: c’è il prete che va con la moglie del contadino
e viene punito in vari modi. Oppure altre cose più “favolistiche”,
probabilmente non così antiche, in cui ci sono i racconti basati sugli
animali, i quali hanno un rapporto quasi alla pari con l’uomo: ad esempio, l’asino
di Palmidia e il padrone, che poi è un amico più che il padrone. . Ho
individuato dunque questi tre filoni e ho costruito un libro. Poi c’è un
parte in cui non ci sono veri e propri racconti, ma leggende di cose
magiche, in cui ci sono luoghi precisi della Lomellina in cui avvenivano. Ad
esempio la strada tra Olevano e Cergnago, in cui la leggenda narrava
avvenivano apparizioni di processioni, le famose cavalcate dei morti
presenti in molta altra letteratura e favolistica dell’Europa. Oppure cose
che riguardavano le streghe. . Ho cercato di ricostruire questo clima, di
dare un valore non localistico alla storia. Il mio obiettivo è stato quello
di far capire che in tutto il mondo la gente si racconta le stesse cose
perché i problemi sono uguali per tutti, e dunque esiste un’unità profonda
del genere umano.

Cosi ti dicono queste frasi:
1) Zanotelli: “Il sud del mondo ha comunque tanta voglia di danzare la vita”.
Certo, io sono convinto che il futuro sarà proprio questo. Perlomeno ci sono
due futuri possibili: non è scritto da nessuna parte che il futuro sarà
luminoso, così come non è scritto da nessuna parte che andremo alla
catastrofe. Dipende se gli esseri umani sapranno organizzarsi. Io credo che
nel sud del mondo, che poi riguarda l’85% del genere umano, ci siano risorse
immense e che ci sia la possibilità di andare avanti se questi popoli si
risvegliano. Per esempio, assistiamo nell’America Latina di adesso un certo
risveglio, una certa riappropriazione delle proprie risorse, della propria
cultura, un tipo di nuovo socialismo possibile. Zanotelli parla del sud che
vuole danzare, a me viene in mente una frase di un poeta francese, comunista
e fucilato durante la Resistenza, che diceva che il comunismo prepara dei
domani che cantano. Non sono due cose diverse. C’è questa voglia, si
tratta di lottare, il che è faticoso ma è possibile.
2) Margherita Yourcenar: “Fondare biblioteche oggi è come costruire  i
granai di un tempo,  ammassare riserve contro un inverno dell’etica e dello
spirito che da molti indizi mio malgrado sento venire.”

Anche questa è una bellissima frase. Parlavamo del lascito dell’Ernesto.abbiamo
costituito una biblioteca, certo, modesta. A volte scherzando diciamo che
siamo come i monaci benedettini che salvavano dalla distruzione dei barbari
gli antichi testi. Anche qui abbiamo parecchi testi che non si ristampano
più. Basta frequentare le librerie di un supermercato e si vede parecchia
paccottiglia. L’idea di poter accumulare strumenti come libri, la
conoscenza, che si tramandano, fa capire quanto sia importante una frase
come questa.
Tra i cantautori degli anni ‘70: Lolli, De Andrè, Guccini, Ivan
della Mea chi preferisci e quale canzone in particolare.

Guccini, in particolare “la locomotiva”; di Ivan della Mea varie cose come
“Cara moglie”. Di De Andrè quella che diceva “aveva un solco lungo il viso,
quasi una specie di sorriso”.ah sì, “Il pescatore”.
Vinci al Superenalotto un milione di euro. Cosa ne faresti?
Mi metterebbe in grande difficoltà! Me ne basterebbero 150.000 per pagare il
mutuo della casa di mio figlio, poi altri 20.000 per fare qualche viaggetto
intorno al mondo. Poi il resto potrei devolverli ad altri.!

Una previsione impossibile: come sarà il mondo nel 2050?
Come ho detto, ci sono due possibilità: una volta si diceva, o il socialismo
o la barbarie. In altri termini: o l’umanità si rimpossessa del suo destino,
oppure decadono le civiltà. Ci sono sempre dei bivi. Però voglio credere che
anche se ora  ci troviamo in una fase di grande deflusso, che possa crescere
un’onda, e nel 2050  il mondo possa essere un pochino più giusto di questo.
Vedo che è possibile evitare la catastrofe purché l’umanità si rimpossessi
del propri destino.
Se fossi il preside di un liceo, qual è la prima cosa che faresti?
La prima cosa che direi potrebbe essere la frase di Gramsci: “Istruitevi
perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”. Nel senso che anche
l’istruzione deve essere al servizio dell’umanità, e non delle carriere
personali. Credo che questo sia molto importante, la cultura è
importantissima, però è chiaro che deve essere immersa nel popolo. Se uno
usa la cultura per farsi i propri affari non va bene, o anche  se è rivolta
ad opprimere gli altri.La cultura deve essere una cultura di liberazione.
Adriano Arlenghi