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Uso legittimo della memoria

libro Agnoletto

Checchino Antonini

«Roma, settembre 2010, “Io al suo posto mi preoccuperei”.

Un’ombra d’angoscia appare sul suo viso. Prima di separarci.

Sono passati quasi dieci anni, ma lui ha paura, e pensa che anche noi dovremmo averne.

Due ore, uno di fronte all’altro, seduti in un bar.

“Quante volte mi ha cercato per propormi questo appuntamento?” mi chiede appena ci sediamo.

“Una sola volta, martedì, quando ci siamo parlati”.

Mi mostra il suo cellulare, risultano sei, sette telefonate ricevute da casa mia. Una sarebbe durata sei minuti. La prima risalirebbe al 12 agosto. Ma io quel giorno non ero nemmeno a Milano.

Mi sento raggelare. Glielo dico.

Trent’anni in ruoli di grande responsabilità negli apparati dello stato non gli sono sufficienti per nascondere la preoccupazione.

E’ un istante; la professionalità riprende il sopravvento: “Ci sarà qualcosa che non funziona nel mio cellulare, lo farò controllare”.

Non ci credo. E so che anche lui non crede alle sue stesse parole.

Sa bene come interpretare certi messaggi.

Hanno voluto fargli sapere che “loro” sanno del nostro incontro. Non ha cancellato l’appuntamento, ma ha voluto informarmi subito che ci stanno controllando. E ha scelto di rendere esplicito il nostro incontro. Ora ho capito perché siamo in un bar tutto a vetrate.

Alzo lo sguardo, a un tavolino all’aperto è seduto un giovane uomo, avrà sui trent’anni, è vestito in modo trasandato, indossa un paio di Jeans e ha i capelli lunghi. Armeggia attorno a un computer. Mi pare che stia orientando un microfono verso di noi.

Mi tornano in mente quegli uomini vestiti da Black Bloc fotografati mentre discorrevano tranquillamente con i loro colleghi poliziotti. Era il luglio 2001.

“La ringrazio per aver accettato d’incontrarmi. Con Lorenzo Guadagnucci stiamo scrivendo un libro per il decennale di Genova. Ci interesserebbe molto sentire anche il suo punto di vista”.

Ma le mie domande resteranno senza risposta.

Ha già sfidato una volta il codice d’onore della banda. E il prezzo è stato alto.

Mi guarda dritto negli occhi.

“Ma questo libro dovete proprio farlo? State molto attenti”».

Maggio 2011. Quel libro, alla fine, è uscito. E’ un libro su Genova scritto, dieci anni dopo, dal medico della Lila e dei metalmeccanici scelto come portavoce del social forum, e dal giornalista che venne a Genova per seguire le questioni dell’economia solidale ma si trovò a dormire alla Diaz la notte del 21 luglio. “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova” di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (Feltrinelli, pag. 288, 15 euro).

Il tono noir del prologo (qui accanto in corsivo) rende conto di altri dieci anni vissuti in mezzo ai misteri italiani che viziano un bel po’ l’aria che respirano i movimenti sociali in questo Paese. Ma non è la sola aria possibile e il libro ha il merito di mettere in fila, in ordine per tempi e per luoghi, una gran quantità di materiali e di ragioni. Legge le risultanze processuali con la lente delle controinchieste, spulcia tra le migliaia di pagine di sentenze, verifica i dati emersi dalla blanda indagine conoscitiva svoltasi all’indomani dei fatti ma da cui sono filtrati pezzi di un mosaico che va composto senza mai dimenticare le ragioni che spinsero centinaia di migliaia di persone a manifestare e i modi con cui trovarono la strada da Porto Alegre a Seattle fino ai giorni nostri.

Solo questo intreccio potrà fornire risposte adeguate non solo a capire ma a consentire una ripresa di parola alle reti del Nord e del Sud del mondo che contrastano questo neoliberismo inferocito dalla sua stessa crisi.

Un libro su Genova, circola da quasi un mese, non ha l’onore del piccolo schermo. Nemmeno in quelle trasmissioni che hanno preteso di cucirsi addosso l’aura di paladine della libertà d’informazione. Perché quell’aura è possibile solo dentro il teatro mediatico, che il movimento mandò a gambe per aria, del bipolarismo. Fuori dai suoi canevacci non avrebbe più senso, rischierebbe di non saper spiegare – solo per fare un esempio – perché mai se da una parte ci sono i buoni di centrosinistra e dall’altra i cattivi di centrodestra, alla guida del Wto, dieci anni dopo Genova, ci sia un ex parlamentare francese: un socialista come Pascal Lamy.

Un libro su Genova fa paura. Specialmente questo. Perché sul mainstream tira più il gossip. E qui di pettegolezzi non ce n’è ombra. Fa paura perché oggi e domani milioni e milioni di italiani chiederanno che l’acqua resti pubblica e l’energia sia pulita, rompendo in massa per la prima volta alcuni dei tabù della globalizzazione liberista. E questo desiderio di liberazione e le competenze che ne sono scaturite vengono da lì, da quelle giornate di macaia in cui si solidificò, rendendosi visibile, per un attimo, la galassia fluida dei movimenti.

Il punto di partenza è l’inchiesta impossibile, quella sui vertici di polizia implicati nella “macelleria messicana” alla Diaz, condotta da due pm coraggiosi, Zucca e Cardona Albini che qui riferiscono la «proposta indecente»: «Arriva dalla polizia una richiesta esplicita, una sorta di patto: voi rinunciate ad andare a fondo delle inchieste sulla polizia, noi facciamo altrettanto sui manifestanti». Era il settembre del 2001. La ricostruzione che ne esce è senza precedenti per la molteplicità di prospettive seguite e per i frammenti inediti che gli autori sono stati capaci di trovare. Perché per nascondere la verità non sempre la censura è lo strumento più efficace. A volte è sufficiente evitare di fare collegamenti, enfatizzare dei fatti a scapito di altri, alzare il volume del rumore di fondo per coprire voci altrimenti nitide. Che è proprio la gamma delle possibilità esplorate prima, durante e dopo quel maledetto G8 del 2001. A metterle in fila riemergono dall’oblio le veline che avrebbero dovuto riorientare l’immaginario collettivo sui no global, fin dalla primavera precedente, modulandolo su un cliché deformato per dirottare un’opinione pubblica già allora in evidente sofferenza per le contrazioni continue dell’area dei diritti sociali a causa dei diktat neoliberali. Al fuoco di fila di indiscrezioni su fionde, sangue infetto, alianti e catapulte che i no global sarebbero stati in procinto di usare vanno senz’altro aggiunti alcuni episodi misteriosi che avrebbero alzato la temperatura mentre il Gsf tesseva una delle reti di relazioni più ampie che si fosse vista fino ad allora.

Tra questi c’è senz’altro il rinvenimento di un documento anonimo, a Roma, in via della Vite, il 5 giugno del 2001. Stile, notizie e modalità di rinvenimento fanno pensare ai servizi. E la previsione che un operatore delle forze dell’ordine, inesperto e stressato, possa uccidere un manifestante apparirà, il pomeriggio del 20 luglio, la più fosca delle profezie che si autoavvera.

La memoria di Vittorio e Lorenzo non tralascia nulla e la loro ostinazione riesce a illuminare più di una zona d’ombra. Riescono a svelare i retroscena di quell’impresa, le pressioni di chi minacciava reazioni incontrollabili della polizia, gli ostacoli di ogni tipo all’inchiesta, lo scenario di una polizia che – dal Viminale fino alla disastrata questura genovese, teatro in questi anni di molti altri scandali (l’inchiesta su un uomo d’affari siriano nella black list dell’Onu per armi e riciclaggio farà spuntare sorprendenti relazioni tra questi e pezzi di quella questura) – proverà a occultare quella che fu – dentro al più massiccio attacco ai diritti umani del dopoguerra italiano – un’operazione che doveva servire a De Gennaro, nominato da Amato (e Amato lo chiamerà a sé quando lascia il Viminale), per saltare il fosso, accreditarsi col nuovo governo Berlusconi dopo aver vendicato le figuracce in strada dei giorni precedenti.

E’ un testo utile per capire cosa ci facevano tre parlamentari (due di An e uno della Lega) nella sala operativa dei carabinieri proprio mentre un capitano “disobbediva” agli ordini e attaccava il corteo delle tute bianche. Serve a capire, in generale, la strategia complessiva e l’impatto che ebbe su un organismo fragile come quello disegnato dal patto di lavoro del Gsf. Tra le righe si troverà che la risposta sull’inchiesta mai fatta dal Parlamento sul G8 non è quella semplice che accolla la responsabilità a un dipetrista ma risiede nel fatto che la sinistra non ha saputo “isolare i Violanti”.

E’ uso legittimo della memoria, tutto ciò, perché parla all’oggi. Non soltanto a chi sta per tornare a Genova.

12/06/2011

Intervista a Ugo Boghetta segretario Reg. Lombardia Prc

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Vendola, l’aedo del riformismo

Eleonora Forenza

Una intervista doppia, a testate unificate, il manifesto e la Repubblica, in questa torrida estate da basso impero: il nostro versatile aedo lancia, a dire il vero con una tempistica un po’ surreale, la sfida salvifica delle primarie, per uscire dal pantano della seconda repubblica. Le due interviste di Nichi Vendola propongono con tonalità diverse (a ciascuno il suo, il marketing è una scienza seria) la stessa tesi: per il pubblico “adulto” del manifesto non mancano i riferimenti a Melfi e Pomigliano e una differenziazione dalla analisi propostaci dalla lettera di Veltroni sulla sconfitta del 2008. Ma il senso delle due interviste è identico: Vendola si propone di «incarnare in progettualità», la «spinta innovativa» che sente «in Veltroni». Si propone di tradurre in «narrazione», o meglio di essere il narratore, di un compiuto progetto riformista. Di realizzare, cioè, in salsa euromediterranea, il sogno americano di Walter. Certo, «ci sono diversi e divaricati riformismi», e Vendola ne interpreta una variante meno moderata.

Non è un caso che la sfida delle primarie sia rivolta al Pd, e circoscritta nell’ambito di un Pd per entrambi, Vendola e Veltroni, onnicomprensivo, cioè votato a cancellare a suon di sbarramenti, o a cancellare sussumendolo, tutto quello che si trova alla sua sinistra. Poco importa che l’aedo sia convinto di poter sussumere nelle affascinanti spire della sua poesia la prosa del fallimento riformista, mentre rischia di essere il cantore di una storia non sua, cioè sembri essere sussunto da una narrazione altrui. Tra Nichi e Walter non c’è conflitto di interessi. Anzi.

Vendola sembra in grado di poter realizzare compiutamente il progetto veltroniano di piena relizzazione dalla seconda repubblica, bipolare e bipartitica e con venature presidenzialiste, attraverso una più radicale americanizzazione del sistema politico: il superamento del contributo dei partiti nella formazione della decisione democratica, in una ottica saldamente postideologica, quando non retoricamente anti-ideologica; una definitiva stabilizzazione di un sistema dell’alternanza (e, dunque, la necessità di cancellare chi si propone di rappresentare l’alternativa al sistema economico e politico); una sublimazione carismatica del conflitto sociale come surrogato di una sua semplice espunzione dal sistema politico. Una dilatazione parossistica del “ma anche”: diritti civili, ma anche Family day; Pomigliano, ma anche Marcegaglia e De Benedetti; il Pride ma anche Padre Pio.

Vendola, dunque, come evidente nella risposta indiretta a De Magistris, non si pensa come possibile leader (…) di una sinistra unita, né di governo né di alternativa, perché semplicemente non pensa ad uno spazio autonomo di sogettivazione e ricostruzione della sinistra. Il progetto di Vendola non è quello di costruire una sinistra per uscire dal capitalismo in crisi, ma appunto, quello di essere il narratore del riformismo più moderno. Perché Vendola è già oltre l’idea di sinistra: Vendola si propone di rappresentare una interclassista “Italia migliore”.

Ecco perché relega elegantemente nell’iperuranio il ritorno ad un sistema proporzionale (per cui invece la Federazione della sinistra si batte) e si propone di giocare la partita con una legge elettorale, che oltre ad aver regalato l’Italia a Berlusconi, ha cancellato il pluralismo e soprattutto ha definitivamente reso il sistema istituzionale italiano impermeabile al conflitto sociale. Ed ecco perché il nemico da cancellare, da confinare tra la mucillagine dei partiti, e nell’oltretomba del Novecento, sono quelli brutti, sporchi e cattivi, che sostengono che oggi sia ancora più maturo il bisogno di comunismo: essi vengono dipinti nel “discorso della luce” tenuto al meeting della “fabbriche di Nichi” come chi «ha introiettato l’etica e l’estetica della sconfitta». “Che palle”, queste bandiere rosse che avvolgono il corpo agonizzante della sinistra comunista, esclama Vendola, con un linguaggio che forse vorrebbe essere giovanilistico e invece è semplicemente inelegante. E quanta paura dovrebbe provocare in un orecchio di sinistra questa retorica del “vincere”, della sinistra che vince… Non importa che provi a vincere diventando altro, cioè muoia compiendo definitivamente quella metamorfosi degenerativa che in Italia è iniziata col suicidio del Pci. Questi vecchi prigionieri dell’idea della democrazia come conflitto e partecipazione non “romperanno” ancora con la storia della personalizzazione della politica? Con l’idea che le convention siano saldamente costruite in un ottica postideologica, interclassista? Votate appunto a un’idea della democrazia easy, senza faticose assemblee, senza lo stress dei gruppi dirigenti, tanto votiamo alle primarie?

Poco importa che questo formidabile strumento di Opa sul centrosinistra si collochi in un’idea della politica anch’essa votata al compimento della parabola della seconda repubblica attraverso una definitiva cancellazione della democrazia dei partiti e delle ideologie.

Dunque, l’”Italia Migliore scende in campo”, “mette a Vendola”. Si libera dei pregiudizi ideologici: Fini non può essere un alleato stabile, ma un alleato sì. Così come “l’io Sud” della Poli Bortone rappresentava per Vendola nella prima legislatura pugliese una possibile chance per allargare una giunta colpita dalla questione morale.

Dunque la sinistra può anche scomparire, sussunta in un progetto “oltre la sinistra”. No, non citerò quello che diceva D’Alema, commentando “l’oltre la sinistra” di Adornato. E non farò nemmeno riferimento alle analogie fra l’anello che unisce il popolo e l’unto del Signore. Quelle davvero mi fanno troppo male. Sono comunista, e ho molto rispetto per le speranze dei compagni. Ovunque esse siano riposte.

Eleonora Forenza

26/08/2010 Liberazione

Vigevano, vacanze in città per far bastare la pensione

(Tratto da “La Provincia Pavese” – 03 agosto 2010)

VIGEVANO. Come trascorrono le vacanze gli anziani vigevanesi? Molti sognano una vacanza al fresco ma le pensioni sono rimaste invariate rispetto al costo della vita che è invece aumentato. «La pensione ci basta appena per mangiare e pagare le bollette di casa. Un viaggetto ci piacerebbe, ma con quali soldi? Non sono abbastanza». Altri, muniti di condizionatore, riescono a sfuggire dalla forte morsa del caldo. «In casa da soli, anche se al fresco, ci annoiamo e così usciamo. Ci sediamo sotto il viale alberato della stazione o di fronte al Parco Parri e chiacchieriamo in compagnia».  Vivono molto meglio le coppie aventi entrambi la pensione. «In due è più facile campare e magari togliersi anche qualche sfizio. Lo scorso anno ci siamo presi il condizionatore – rivela una coppia – e stando attenti tutto l’anno siamo riusciti a metterci da parte un po’ di soldini per andare una settimana in montagna».  Purtroppo non tutti gli anziani hanno la fortuna di riuscire a vivere con il proprio compagno tutta la vita, molti dopo la morte del coniuge affrontano un periodo durissimo nel quale, riescono a permettersi un solo pasto al giorno. «Mi spetta solo la reversibilità di mio marito che è 600 euro, prima mi davano anche la minima sociale che era di circa 300, ma da quando lui è morto mi è stata tolta. Mi farebbero davvero comodo, soprattutto perché sono in affitto». Anche la pensione di invalidità non è abbastanza. Fiorenzo, un sessantacinquenne, dice: «Io la mia pensione cerco di farmela bastare, ma davvero con tanta fatica. Fa un caldo che si muore, così vengo al Centro sociale anziani tutta l’estate, c’è l’aria condizionata e si può stare al fresco a parlare con amici e far passare la giornata».  Piera P., orlatrice settantasettenne, dice: «Io soffro tantissimo il caldo, la montagna sarebbe l’ideale ma la mia pensione è appena di 416 euro. Inoltre, un mese fa sono stata derubata mentre ero in casa. Mi hanno portato via la borsa contenente 170 euro, soldi che mi sarebbero serviti per pagarmi la spesa. Da quel momento ho paura a stare a casa sola. Poi ho un problema alla gamba, mi cede e sono già caduta parecchie volte. Il medico mi ha detto di fare una radiografia ma fino a settembre non c’è posto ne agli ospedali ne ai vari centri privati abilitati. Così dovrò andare da un ortopedico privato e spendere molti soldi».  Aida Armenio ammette: «Io proprio non mi posso lamentare, ho 71 anni e ho lavorato per trent’anni alla Moreschi. Prendo una bella pensione e vivo bene. Avendo fatto sacrifici prima, ora ho la casa di proprietà e perciò nemmeno l’affitto da pagare. Mi piace il caldo e anzi soffro di più il freddo. Prima guardavo i nipotini, ma ora sono cresciuti e così, da qualche anno, faccio la volontaria dell’Auser».  Come lei anche Primo Aldrovandi dice di non soffrire il caldo. «Io ho sempre freddo, oggi ho anche il maglioncino. Ho fatto per tutta la vita il commerciante di formaggio in piazza del mercato. Riesco a farmi ogni estate una vacanza in montagna. Purtroppo quest’anno ho un problema alla gamba e così non me la sento di andare. Li si va a fare le passeggiate ed io non sono molto in forma in questo periodo». – Eleonora Di Maio

“Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale?”

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Piergiorgio Morosini*

Logica del mercato o logica dei diritti? Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale? E ancora: emozione o sapere critico? Interesse generale o interesse di gruppo?
Sono i dilemmi italiani del sistema dell’informazione. Dilemmi mai resi espliciti nel dibattito pubblico, ma da tempo all’ordine del giorno. Dilemmi su cui si consuma il conflitto tra politica e stampa; tra difensori della costituzione e fans della democrazia plebiscitaria.
Un nuovo scenario si staglia all’orizzonte. A proporlo è la manovra finanziaria approdata in Parlamento. I tagli “mirati” mietono vittime. Niente più sostegno alla stampa politica, di partito e cooperativa, “non di mercato” ovvero “non allineata”. L’effetto? Scompariranno testate come il manifesto e Liberazione. Altre avranno vita breve. O meglio, per restare in vita dovranno aderire ad una raccolta pubblicitaria attualmente gestita da pochi gruppi finanziari legati a doppio filo con i “poteri forti”. Ambienti che, nelle ultime settimane, hanno mostrato di essere allergici alle critiche e al controllo dei media.
Insomma, nel paese degli sperperi e della evasione fiscale, i tagli si concentrano sulla stampa, con una “ricetta” che cancella voci, professionalità, idee.
Soffre la libertà di espressione. Diventano siderali le distanze dell’Italia dalle democrazie più avanzate. Quelle che fanno della vocazione al “pluralismo nella comunicazione” una risorsa irrinunciabile. Come gli Usa.
Oltre oceano la libertà di informare è continuamente aggiornata e perfezionata. Il giorno dopo l’insediamento, il presidente Obama ha avviato un battaglia di principio. Grazie ai consigli del guru Cass Sunstein, i siti web più influenti avranno l’obbligo di indicare un collegamento con siti che manifestano opinioni diverse. E’ una logica in cui si muove anche la Gran Bretagna quando non lesina aiuti alle tv private proprio per la funzione pubblica che sono chiamate a svolgere; e la stessa Francia di Sarkozy che pensa ad un sistema in cui la tanto vituperata par condicio in tv non sia limitata al periodo delle campagne elettorali.
L’Italia sembra procedere “in direzione ostinata e contraria”. Qualche esempio. Ricordate la statuetta con la quale Tartaglia aggredì il premier a Milano? Fatto gravissimo. Ma vi fu chi colse l’occasione per criminalizzare internet. Si parlò di strumento nelle mani di chi incita alla violenza, per introdurre misure in grado di rendere meno libero il dialogo sulla rete. Per non parlare dei disegni di legge sulla diffamazione a mezzo stampa. La previsione di sanzioni pecuniarie smisurate è un invito al silenzio per chi pratica il giornalismo di investigazione.
Basterebbe una semplice “querela temeraria” per provocare timidezze che spengono i riflettori sui fatti gravi della vita pubblica. E ancora, in nome della privacy si promuove una riforma delle intercettazioni che, oltre a mutilare la lotta alla corruzione e a tutte le mafie del nostro paese, introduce un divieto di cronaca giudiziaria.
Ma a pagare il prezzo più alto di certe iniziative saranno i cittadini. Quelli che hanno non solo il diritto ma anche il dovere di conoscere i comportamenti dei soggetti ai quali sono affidate le sorti della collettività. In pochi, forse, si sono accorti che la scomparsa di testate giornalistiche storiche, per via della manovra finanziaria, ha un costo molto alto. Deprime la risorsa “opinione pubblica”, perché incide su qualità e varietà dell’informazione.
Viene in mente il monito di Alberto Asor Rosa: una democrazia matura non può permettersi che «il processo attraverso cui si forma la mente collettiva sia in larga parte controllato da chi detiene il potere esecutivo». Forse più che alla carta stampata l’intellettuale pensa alla televisione.
Un giorno, proprio un uomo politico, rivolgendosi ad un amico, disse: «Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? Questo vale per i prodotti, i politici, le idee». I tempi che corrono lo dimostrano. Purtroppo.

*Anm, magistrato del Tribunale di Palermo, giudice per l’udienza preliminare nel processo al “Gotha di Cosa Nostra”

24/07/2010

Psicologia: manifestare rende felici, studio svela benefici attivismo politico.

speciale_48969Roma, 2 mar. (Adnkronos Salute) 18:14
Marciare sotto la pioggia contro guerre combattute in Paesi lontani, scendere in piazza per far sentire la propria voce, scrivere e-mail e lettere di protesta contro l’ultimo provvedimento annunciato o approvato, partecipare a interminabili meeting. Sposare queste cause è senz’altro nobile, ma può sembrare noioso. Invece – è la tesi, a sorpresa, di due psicologi – l’attivismo politico rende felici. E migliora il benessere. Malte Klar, psicologa tedesca, e Tim Kassar, docente al Knox College in Illinois (Usa), hanno intervistato due gruppi di 350 studenti del college, esplorando il grado di impegno politico e il loro livello di felicità e ottimismo. In entrambi i gruppi, i più inclini a partecipare a una manifestazione erano anche i più su di morale. Dunque, secondo i due esperti, c’è un collegamento fra attivismo politico e morale alto. Ma davvero oggi, si sono chiesti, può la politica rendere felice una persona? Per rispondere a questa domanda è stato condotto un terzo studio, in cui Klar e Kasser hanno preso una parte degli studenti e li hanno divisi in due gruppi. Anche in questo caso, quelli coinvolti in una sorta di dibattito politico sono risultati decisamente più vitali: si sentivano più vivi e appagati rispetto agli altri. L’importante non era l’argomento, che poteva più o meno toccarli direttamente, ma prendere l’iniziativa, rivolgersi alle autorità locali, farsi sentire. Secondo gli psicologi, l’attivismo dà alle persone la sensazione di avere uno scopo, di far parte di una comunità o di avere l’occasione di venire a contatto con altre persone.

La sinistra è anticapitalista. O non è sinistra

Giovanni Russo Spena
Discutevamo, sere fa, di “Ombre rosse”, lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l’appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale (simbolo del partito anticapitalista), per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, «camminiamo domandando»; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe «non siamo i pasticceri dell’avvenire») ma ricominciamo, in basso a sinistra. E’ importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il «rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti». A noi piace ancora chiamarlo comunismo. Non siamo né nostalgici, né pentiti; siamo con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime. Parlavamo del film di Maselli e pensavamo, dunque, alla caduta del Muro di Berlino, di cui il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l’equilibrio bipolare; abbiamo tentato di «capire Danzica»; abbiamo protestato sotto l’ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l’assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità). Abbiamo ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il «cambio d’epoca» addirittura come «fine della storia»; e l’operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una «damnatio memoriae», una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le «guerre costituenti» fondative del «nuovo ordine mondiale». Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.

Fummo felici per la caduta del Muro; ma prendiamo atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente «rivoluzione restauratrice» del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto «socialismo reale». Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l’Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite. Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi). Qui siamo. E’ qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista. Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Il simbolico è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l’aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica. Per noi comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

Liberazione 11/11/2009

Ottantanove, un passaggio ambiguo e pericoloso

La liberazione da regimi certamente oppressivi coincise con la vittoria del capitalismo più selvaggio

Pubblichiamo stralci di un articolo dell’ex eurodeputata di Rifondazione Comunista già uscito nell’ultimo numero della rivista “Nuvole” (www.nuvole.it).

Luciana Castellina
Vorrei concedermi – e me ne scuso – una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i ‘60 e i ‘70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l”89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.
Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal Pci fui, nel ‘69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile.
Vent’anni dopo, nell’‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l’esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.
Se insisto nel dire – e oggi, ad altri vent’anni di distanza è ancora più evidente – che in quell’autunno dell’‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe – lucidamente – a preoccuparsene.
Non era scontato che andasse così. Voglio dire che c’erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni ‘60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita “da sinistra” dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata.
Già all’inizio degli anni ‘80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.
Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche “compradore”, affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all’indipendenza.
Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava – morto Tito – alla vigilia di un conflitto interno che l’avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l’illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l’arroganza delle due grandi potenze.
Il movimento operaio, in Occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il ‘68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c’era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.
La leadership socialdemocratica europea – Brandt, Palme, Foot, Kreisky – che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall’o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.
In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l’idea di non trarre «dall’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre» conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l’indicazione di una possibile “terza via”, ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell’Occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l’Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato era non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent’anni prima, all’epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto ), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Avrebbe potuto essere l’occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c’è stata. Complessivamente nessuno sforzo serio fu compiuto per riflettere criticamente su cosa era accaduto, per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell’‘89 è anche data di questo lutto.
E’ un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato, alla lunga, anche sull’altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, ne è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi. Perché c’era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell’est quelle conquiste sarebbero state impensabili. E’ tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell’Urss ha sofferto (…).
Se nel nostro pezzo d’Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, essa avrebbe potuto cogliere l’occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l’Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l’Afghanistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie “democrazie popolari”, sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all’Europa centrale e balcanica.
L’esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell’unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell’evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l’integrazione è stata solo conquista, e che l’ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.
Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell’‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell’agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c’è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité , ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare. Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro. In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c’ero anch’io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un “altro mondo” sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l’‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un’occasione per riflettere.

Liberazione 10/11/2009

Noi e la caduta del muro

Paolo Ferrero
I l 9 novembre, vent’anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi, che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della Ddr abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.
Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli Stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale, bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ‘90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico utilizzato per costruire una grande narrazione di rilegittimazione del capitalismo. Kennedy non è più il presidente della guerra di aggressione al Vietnam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello.

Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa narrazione ha un sapore mortifero di falsa coscienza: che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il Pci in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.
Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo, ma di ristrette élite. La democrazia e la stessa costruzione di un’etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo, nella crisi capitalistica in atto, vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.
In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per sé un nuovo inizio per l’umanità. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima, ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.
Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo i regimi del socialismo reale è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro, novantadue anni dopo la Rivoluzione Russa, il cui anniversario cade oggi, è farlo diventare adulto. E’ un compito per cui val la pena spendere la vita.

08/11/2009

Il muro e noi

di Paolo Ferrero

Il 9 novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’ elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.

Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.

Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.

In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.

In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.

Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.

Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.

Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – Rifondazione Comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.

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