Lavoro/Precarietà Archivio

Lettera di una madre per un figlio che non c’è più: fermiamo questa strage

Cara “Liberazione”, ti invio una lettera che ci dovrebbe invitare alla riflessione… Tutti quanti. L’ha pubblicata Graziella Marota, madre di Andrea Gagliardoni sul suo profilo Facebook. Io spero, o perlomeno voglio credere, che ci sia almeno un mezzo d’informazione in Italia che avrà il coraggio di pubblicarla integralmente!

Marco Bazzoni operaio metalmeccanico Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

“Liberazione” fa della battaglia per la sicurezza e contro gli omicidi sul lavoro uno dei fondamenti del suo impegno e della sua stessa esistenza. Per questo, nonostante lo spazio esiguo e la lunghezza della lettera facciamo un’eccezione.

TESTO DELLA LETTERA

Andrea aveva 23 anni quando, il 20 giugno 2006, è rimasto con il cranio schiacciato da una macchina tampografica non a norma. Andrea voleva imparare a suonare la tromba, come se la chitarra da sola gli andasse stretta.Perché a quell’età la taglia dei desideri si allarga e non stai più nei tuoi panni dalla voglia di metterti alla prova, conoscere, guardare avanti. Da li a quattro giorni pure la metratura della sua vita sarebbe lievitata di colpo: dalla sua camera da ragazzo, in casa dei genitori,a un mini appartamento, acquistato dai suoi con un mutuo, a metà strada tra Porto Sant’Elpidio e la fabbrica Asoplast di Ortezzano, dove aveva trovato lavoro come precario per 900 euro al mese. Andrea voleva imparare a suonare la tromba, ma non ha fatto in tempo: una tromba che, rimasta là dov’era in camera sua, suona un silenzio assordante. E neppure l’appartamento è riuscito ad abitare: doveva entrare nella nuova casa sabato 24 giugno 2006, se ne è andato il 20 giugno di 4 anni fa. Oggi Andrea avrebbe 28 anni ma è morto in fabbrica alle sei e dieci dell’ultimo mattino di primavera. E suonerebbe ancora la chitarra con i Nervous Breakdwn e non darebbe il suo nome a una borsa di studio. Sarebbe la gioia di sua mamma Graziella e non la ragione della sua battaglia da neo cavaliere della Repubblica, per cultura sulla sicurezza. Una battaglia finita con una sconfitta dolorosa: nel nome del figlio e a nome dei tanti caduti sul lavoro, senza giustizia: Umbria-Oli, Molfetta, Thyssenkrupp, Mineo… Sono solo le stazioni più raccontate di una via Crucis quotidiana, che per un po’ chiama a raccolta l’indignazione italiana, che poi guarda altrove. Le morti si fanno sentire, ma le sentenze molto meno, quando passano sotto silenzio anche per una sorta di disagio nell’accettarle e comunicarle. I responsabili di questa orrenda morte sono stati condannati a otto mesi di condizionale con la sospensione della pena, anche se il Procuratore generale del tribunale di Fermo aveva parlato «di un chiaro segnale perché questi reati vengano repressi con la massima severità». Andrea è stato ucciso per la seconda volta. La tragedia è finita nel dimenticatoio, con alcune frasi fatte e disfatte, tipo non deve più accadere, basta con queste stragi, lavoreremo per migliorare la sicurezza. Parole piene di buone intenzioni, che lo spillo della smemoratezza buca in un momento. Parole al vento! Alla fine anche Andrea si è perso tra i morti da stabilimento e da cantiere: martiri del lavoro che fanno notizia, il tempo di commuovere, che non promuovono ronde per la sicurezza, spesso rimossi pure nei processi. Tragedie quotidianamente dimenticate da un Paese ignavo e incurante. La tromba silente di Andrea a suonare la sua ritirata. Questo è quanto accade a tutti i morti sul lavoro; di loro restano solo dolore e angoscia dei familiari ma giustamente questo non fa notizia: una mamma che piange tutti i giorni, che guarda sempre la porta di casa aspettando che il suo Andrea rientri perché spera che tutta la sofferenza che sta vivendo sia solo un brutto sogno… Ma tutto ciò non importa a nessuno! Questa è la tragica realtà, di chi rimane e si rende conto di essere emarginato e dimenticato da tutti. Forse ciò che gli altri non conoscono è la realtà del “dopo” di queste tragedie… La vita per i familiari viene stravolta dal dolore e dalla mancanza della persona cara, ti ritrovi a lottare giorno per giorno per sopravvivere e se sei forte riesci in qualche modo a risollevare la testa da quel baratro di depressione in cui sei caduta, altrimenti sprofondi sempre di più! Ti accorgi che sei lasciato solo a te stesso… manca il sostegno psicologico, sono assenti tutte le istituzioni e nessuno è disposto ad ascoltare il tuo dolore perché il dolore fa paura a tutti! Speri nella giustizia ma questa si prende beffa di te, perché otto mesi e sospensione della pena per chi ha ucciso tuo figlio mi sembra una vergogna per un paese che si definisce civile… Vogliamo parlare dell’Inail, questo ente che ogni anno incassa milioni di euro? Ebbene la morte di Andrea è stata calcolata 1.600 euro e cioè rimborso spese funerarie, allora mi chiedo ma la vita di mio figlio che è stato ucciso a soli 23 anni, per la società non valeva nulla? Eppure io quel figlio l’ho partorito, l’ho amato, curato e protetto per 23 anni, era il mio orgoglio e la mia felicità, e quindi tutto diventa assurdo e inaccettabile! Nemmeno l’assicurazione vuole pagare il risarcimento e a distanza di 4 anni e mezzo dovrò subire ancora violenze psicologiche tornando di nuovo in tribunale e ripercorrere ancora una volta questa tragedia… descrivere come è morto Andrea, come lo hanno trovato i colleghi di lavoro, come ho vissuto dopo e come continuo a vivere oggi… Credetemi una pressione che non riesco a sopportare più. Per terminare, anche l’amministrazione comunale di Porto Sant’Elpidio si rifiuta di dare una definitiva sepoltura al mio angelo! Allora mi chiedo e lo chiedo a voi che state ascoltando questa lettera: la vita di un operaio vale così poco? E’ un essere umano come tutti e se per i soldati morti in “missione di pace” si fanno funerali di Stato, per i 1.300 operai che muoiono ogni anno per la mancanza di sicurezza, cosa viene fatto? Nulla, perché non sappiamo nemmeno nome e cognome… sono solo numeri che fanno parte di una statistica.

Termino questa lettera con un appello disperato: fermiamo questa strage che serve solo a far arricchire gli imprenditori e a distruggere le famiglie! Ogni essere umano ha diritto alla propria vita e non si può perderla per 900 euro al mese!

Graziella Marota mamma di Andrea Gagliardoni

01/02/2011

REFERENDUM ACQUA : BATTERE LE POLITICHE LIBERISTE SI PUO’

Con il via libera della Corte Costituzionale a due dei tre quesiti referendari promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua una prima vittoria è già stata conseguita.

Abbiamo sempre detto che “si scrive acqua e si legge democrazia”, ovvero che, su un bene essenziale che a tutti appartiene, devono essere le donne e gli uomini di questo Paese a poter decidere : ora tutto questo diventa possibile e nella prossima primavera il popolo italiano potrà pronunciarsi.

E potrà finalmente decidere se l’acqua debba -come i movimenti chiedono- essere riconosciuta un bene comune e un diritto umano universale o continuare ad essere considerata una merce per i profitti dei capitali finanziari e delle grandi multinazionali.

E’ questo il secondo risultato già conseguito: per la prima volta, il pensiero unico del mercato non è più una legge divina, inconfutabile e indiscutibile, bensì una scelta politica, che come tale può essere discussa, confutata e battuta.

Lo hanno già fatto gli oltre 1,4 milioni di donne e uomini che hanno sottoscritto i quesiti referendari, lo potrà ora fare l’intero popolo italiano.

E’ con grande soddisfazione che ci apprestiamo quindi a lanciare la fase decisiva della battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua, un percorso che ha permesso a questo Paese di confrontarsi con una nuova realtà : una amplissima coalizione sociale dal basso, senza padrini politici, senza potentati economici e nel più totale silenzio dei grandi mass media, che è riuscita ad imporre all’agenda politica e istituzionale un tema fondamentale come quello dell’acqua e che, per farlo, non si è affidata ad alcun vecchio o nuovo populismo rappresentativo, bensì ha costruito un percorso reticolare fatto di partecipazione e mobilitazione di tante donne e uomini alla loro prima esperienza di attivismo sociale, di connessione tra comitati locali, reti e associazioni nazionali, di obiettivi comuni tra culture ricche e differenti.

Da questo punto di vista, la chiarezza con cui la Corte ha cassato il quesito sull’acqua proposto dall’Italia dei Valori va salutata con altrettanta soddisfazione : perché era un’iniziativa che cercava -in modo peraltro confuso e contradditorio- di mettere il cappello su un’esperienza che cappelli non ne ha mai voluti : il referendum è uno spazio pubblico a cui vogliamo che tutti partecipino, non uno spazio privato di cui qualcuno possa impossessarsi.

La battaglia dell’acqua è un percorso che viene da lontano e che ha sedimentato in anni di lavoro una nuova narrazione sui beni comuni, un percorso fatto di proteste e di proposte : alle lobbies di Federutility e di Anfida ( i poteri forti della privatizzazione dell’acqua), a cui piace denigrare dicendo che vogliamo trasformare l’Italia nella Corea del Nord, diciamo che una nostra proposta di legge, con oltre 400.000 firme giace da oltre tre anni nei cassetti delle commissioni parlamentari, senza che alcuna delle attuali forze politiche parlamentari si sia posta il problema di leggerla o di discuterla.

Ma non potranno nascondersi oltre : da subito, non solo chiediamo, ma esigiamo che sia approvato un decreto di moratoria sugli effetti dell’attuale ‘Legge Ronchi’ : troviamo infatti inaccettabile, nel merito e nel metodo, che su una normativa che tra qualche mese potrebbe essere abrogata, si continui a procedere, accelerando le privatizzazioni in tutti i territori.

Chiediamo inoltre, e faremo tutti i passi istituzionali necessari, che si opti da subito per l’accorpamento della data del voto referendario con quella delle prossime elezioni amministrative : una richiesta di buon senso in un paese normale, un obiettivo di lotta in questo paese dalla democrazia smarrita.

Adesso si apre la fase più importante di questa battaglia di civiltà : ottenuti i referendum, occorre costruire una sorta di grande agorà, di confronto e discussione capillare in ogni angolo del paese per costruire conoscenza e partecipazione.

Con una grande consapevolezza di partenza : con i referendum sull’acqua -e il concomitante quesito contro il nucleare- si apre per questo paese la straordinaria opportunità di conseguire, dopo decenni, una prima grande vittoria popolare contro le politiche liberiste.

Per questo riteniamo che il filo comune che lega le mobilitazioni per l’acqua a tutte le lotte territoriali per i beni comuni, alle mobilitazioni studentesche e del mondo della ricerca e della formazione, alle lotte dei precari e dei lavoratori metalmeccanici debba divenire trama di un nuovo tessuto sociale che, sulla riappropriazione collettiva dei diritti sociali e dei beni comuni e sulla loro gestione partecipativa, indichi un nuovo modello di società.

Fuori dalla loro crisi, dentro le nostre speranze di futuro.

Marco Bersani – Attac Italia

Liberazione 14/01/11

Appello della segreteria nazionale dell’Anpi affinchè sulla vicenda Fiat si trovino “soluzioni ampiamente concertate”.

http://www.anpi.it/alla-fiat-trovare-soluzioni-concertate

“Alla Fiat trovare soluzioni concertate”

Appello della segreteria nazionale dell’Anpi

Appello della segreteria nazionale dell’Anpi affinchè sulla vicenda Fiat si trovino “soluzioni ampiamente concertate”.

Questo il testo del comunicato diffuso oggi 5 gennaio.

“L’ANPI, custode dei valori di libertà, pace ed eguaglianza che hanno mosso

l’agire coraggioso e responsabile degli antifascisti, dei partigiani e da ultimo

dei padri costituenti, non può che ribadire con forza e determinazione

l’inalienabilità del diritto per tutti ad un lavoro dignitoso e civile, fondamento

primo della nostra Repubblica.

La Costituzione, in questo senso, fornisce un dettato chiaro e non

manipolabile: condizioni di lavoro rispettose della dignità personale e delle

esigenze materiali dell’individuo, libera rappresentanza sindacale.

Questi sono i principi che devono guidare l’agire di coloro che in questi giorni

hanno la responsabilità di decidere il futuro di migliaia di lavoratori: governo,

FIAT, forze sindacali. Ogni passo che tenda a sovvertirli rischia di sovvertire

lo stesso impianto democratico del Paese, che ad oggi ha sempre garantito

stabilità e civile convivenza.

L’ANPI fa quindi appello affinché sia massimo lo sforzo per trovare soluzioni

ampiamente concertate e affinché il necessario sviluppo economico non sia

in nessun caso disgiunto dalle regole e dai diritti”.

Da gennaio, pensioni ridotte per 5,5 milioni di pensionati

Tratto dal seguente sito: http://www.spi.cgil.it/

Spi Cgil: il governo intervenga!

Dal primo gennaio 2011, a meno di modifiche dell’ultima ora da parte del governo, circa 5 milioni e mezzo di pensionati si ritroveranno con una pensione ridotta. A farne le spese, denuncia lo Spi Cgil, saranno coloro che percepiscono più di 1.100 euro netti al mese (1.380 lordi, compresa eventualmente anche la seconda pensione). Scade, infatti, in questi giorni l’accordo governo-sindacati stipulato nel 2007, col quale, oltre all’aumento delle pensioni fino a 800 euro al mese, si decideva che l’adeguamento annuale all’andamento dei prezzi venisse potenziato per i tre anni successivi.

” CI COMPRATE LA VITA PER 1200 EURO”, lettera di un cassaintegrato a Marchionne


” CI COMPRATE LA VITA PER 1200 EURO”, lettera di un cassaintegrato a Marchionne

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24.12.2010 00:14

Dott. Marchionne
il suo mi è sembrato un ragionamento antico,morto.
Lei dice che lavora 18 ore al giorno?
Visto che dichiara di amare la cultura, la letteratura, l’arte Le chiedo dove trova il tempo per leggere un libro, per ammirare un opera d’arte, per vedere un film.
Le chiedo quando sta con i suoi figli, quando gioca con loro,le chiedo quando fa l’amore con sua moglie.

Un’operaia si alza al mattino alle 5 per il primo turno rientra a casa dopo le 14 ,pulisce casa, fa la spesa , va a recuperare il figlio al post scuola , con tutti i sensi di colpa che ha una mamma che non riesce a stare con suo figlio come dovrebbe e vorrebbe. E poi i compiti ,il calcio , prepara cena , sparecchia lava i piatti , metta a letto il bambino, una carezza da mamma …
E arrivata mezzanotte sono 19 ore che l’operaia è in piedi e domattina alle 5,00 suona la sveglia.
Tutto per 1200 Euro al mese.
Dott. Marchionne lei mi dice “Io vendo macchine” Le ricordo che queste macchine le fanno gli uomini, lei sta parlando di persone, esseri umani.

Di persone che si vantano di lavorare 20 ore al giorno ne ho piene le tasche , lei ci propone un modello che è la morte di questa nostra vita, che è un non vivere, che non ti permette di sognare, non c’è spazio per l’arte, la cultura,non c’è spazio per l’amore verso tuo figlio verso il proprio compagno.

Tutto questo non vivere ci circonda, ne vediamo i risultati nelle famiglie sfasciate, ruoli di genitori annullati, una società violenta frustrata dalle continue umiliazioni. Ci comprate la vita per 1200 euro al mese.

Sono quelli come lei, i responsabili, voi col vostro sistema che arricchisce pochi e umilia e annulla tanti.

Lei Dott. Marchionne dice “è il mercato che detta queste regole, per essere competitivi per salvarci non abbiamo alternative”.
Il mercato è fatto dagli uomini, lei dott. Marchionne sta impegnando tutte le sue energie (20 ore al giorno) per sostenere questo sistema che annulla l’uomo, lei dott. Marchionne questo sistema lo ha fatto suo.

Sa perché non la stimo dott. Marchionne perché io ho stima per persone che si spendono per migliorare le condizioni di vita in cui viviamo, persone che mettono la propria intelligenza al servizio dell’uomo.

Lei dott. Marchionne ha sbagliato direzione sta sbagliando strada.
Sta tirando la volata delle multinazionali del capitalismo selvaggio, dove l’uomo è solo uno strumento da utilizzare per l’arricchimento di pochi sui tanti.
Lei è responsabile di questo.

Un cassaintegrato (1 dicembre 2010)

Fonte: nuovasocieta.it

Contratti precari e difesa dei diritti aboliti dal “collegato lavoro”

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Fiat Pomigliano, da 28 mesi alla fame

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(Lettera tratta da Liberazione)

Fiat Pomigliano,
da 28 mesi alla fame
Caro direttore, sono 28 mesi che io ed altri 5mila colleghi della Fiat di Pomigliano subiamo l’umiliazione di vivere con 750 euro mensili, sono 28 mesi che ci indebitiamo sempre di più, sono 28 mesi che chiediamo di uscire da questa palude, sono 28 mesi che non ci sentiamo più parte attiva della società, sono 28 mesi e se tutto va bene ne dovranno passare altri 8 per ricominciare a sopravvivere. Tante volte abbiamo denunciato il dramma di chi aveva un lavoro stabile con uno stipendio minimo, ma sicuro. Fino al 2007 tutti noi ci ponevamo il problema di arrivare a fine mese da settembre 2008 il problema è come finire la prima settimana. La Fiat, la grande multinazionale italiana, nei suoi progetti non aveva previsto (o peggio aveva messo in conto) 3 anni di cassa integrazione per lo stabilimento di Pomigliano, cioè dal non assegnare una nuova missione produttiva ad un sito perché era conflittuale e non affidabile siamo passati a non produrre per la crisi globale. Ad oggi dopo 28 mesi di cassa integrazione siamo riusciti ad ottenere sulla carta ed in via di realizzazione nello stabilimento la futura missione produttiva, la nuova Panda. Per ottenere lavoro abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo, siamo stati forti nel chiedere e decisi nell’ottenere, attenti nella discussione e caparbi nel vincere un referendum che non era scontato. Purtroppo, seppur siamo stati bravi nel costringere la Fiat ad investire 750 milioni di euro a Pomigliano e a garantire l’occupazione, non siamo stati così bravi da costruire un sistema di tutele a difesa di chi aveva assunto degli impegni con un determinato reddito ed oggi, da 28 mesi, si trova ad affrontarli con il 33% in meno. Mi chiedo spesso, dov’è che abbiamo sbagliato? Come abbiamo fatto a non capire che minor reddito significa maggior impoverimento delle famiglie operaie e allungamento della ripresa sociale ed economica del paese? La verità, come sempre avviene in questi casi, non e mai una sola. Tutti i soggetti sociali ed istituzionali hanno fatto qualcosa per tutelare il popolo lavoratore, ma, nei fatti, si registrano storie di sfratti, pignoramenti, segnalazioni di cattivo pagatore, ganasce fiscali, more, e tutto quello che può succedere ad una famiglia che da 1.300 euro al mese e passata a 750 euro. La cosa che mi fa più rabbia è che non riesco, anzi, non riusciamo ad interloquire con l’assessore regionale al welfare… Assistiamo, giorno per giorno, alla disfatta della classe operaia napoletana, senza che chi di dovere si ponga la domanda di cosa fare per bloccare tutto ciò. A una famiglia composta da 2 figli ed entrambi i genitori quanto ci vuole per vivere? Ogni mese una famiglia fa i conti con le entrate e le uscite, e facendo calcoli semplici senza demagogia e senza vittimismo possiamo affermare che si spendono:500 euro per l’affitto o il mutuo; 30 di condominio; 40 per l’elettricità; 30 per il telefono; 20 per i telefonini; 120 per l’abbonamento del treno per i figli a scuola; 180 come paghetta per i figli (giorni di scuola, sabato e domenica); 80 per l’assicurazione dell’auto…; 10 per la cartolibreria; 40 di libri per la scuola; 10 euro per assorbenti femminili;10 euro per schiuma da barba e rasoi; 15 euro mensili per abbonamento alla Rai; 80 euro per il carburante dell’auto; 10 euro per la manutenzione dell’auto; 15 euro per la tassa di possesso dell’auto; 50 euro mensili per il Gas; 10 euro di medicinali; 19) 250 euro per alimenti. Ovviamente in questa piccola nota non metto le sigarette i giornali e tanta altra roba non necessaria per la vita comune di un individuo e senza contare eventuali imprevisti. Andando a fare i conti ci ritroviamo a spendere circa: 1500 euro mensili. Ora il Governo sia nazionale sia regionale ci spieghi a noi cassintegrati come tagliare del 50% le uscite per combaciarle con le entrate, cioè, 750 euro mensili…
Gerardo Giannone operaio ed Rsu in cassa integrazione da 28 mesi presso la Fiat di Pomigliano

Comunicato importante per la consegna delle firme raccolte per la proposta di legge di iniziativa popolare sulle energie rinnovabili

Partito della Rifondazione Comunista

Dipartimento Ambiente

OGGETTO: consegna firme rinnovabili

Care compagne, cari compagni,

con l’ultima verifica abbiamo appurato che le varie sigle che sostengono la proposta di legge di iniziativa popolare hanno al momento raccolto circa 50mila firme. Per essere sicuri che la presentazione della proposta venga accettata dalla Camera dei Deputati occorre oltrepassare almeno le 70.000 firme, tenuto conto dei moduli che scarteremo perché non presentabili. Inoltre maggiore è il numero di firme, più forte sarà l’impatto politico della proposta di legge.

La proposta di legge sarà depositata alla Camera il 20 o il 21 dicembre.

In sede di Comitato Sì alle rinnovabili No al nucleare si è quindi stabilito di fissare la data di chiusura della campagna per il 1° dicembre.

I moduli dovranno arrivare al massimo entro la metà di dicembre, meglio prima tenuto conto della mole di lavoro che precederà la consegna. Proprio per avere i moduli al nazionale entro metà dicembre è bene chiudere la raccolta entro il primo dicembre, avendo così il tempo di allegare i certificati elettorali e spedire le firme in direzione.

Occorre inoltre che i moduli arrivino alla sede nazionale (inviare al Dipartimento Ambiente, Direzione nazionale Rifondazione comunista, viale del Policlinico 131 – 00161 Roma) già certificati dai Comuni, quindi completi in tutti gli aspetti.

I moduli per essere completi hanno bisogno di 3 requisiti: vidimazione, autentica delle firme, certificazione da parte dei Comuni che chi ha firmato è effettivamente elettore in quel dato Comune.

Anche in considerazione del fatto che molte/i compagne/i hanno scaricato i moduli dai siti e stampato in proprio, siete invitate/i a dare la massima diffusione alla presente comunicazione in modo che tutte/i possano essere informate/i sulla tempistica e sulle modalità di consegna.

Roma, 11 novembre 2010

Per il Dipartimento Ambiente

Davide Pappalardo

rinnovabili

Succede dopo anni di cementificazione selvaggia e di denunce ignorate Si poteva evitare Padova alluvionata

Padova allagataPaolo Benvegnù e Dario smania

Due morti, migliaia di sfollati, decine di migliaia di case allagate, vaste zone delle provincie di Padova e Vicenza allagate da cinque giorni, 1 miliardo di danni (secondo Zaia). Un disastro che ha messo in ginocchio Vicenza, invasa dall’ esondazione del Bacchiglione, il fiume che la attraversa e che la congiunge a Padova. Ma l’acqua ricopre ancora vaste zone della provincia di Padova, tra la Bassa (nome parlante) e la zona Ovest al confine della provincia di Vicenza. Era tutto prevedibile e previsto. Da tempo, esperti in idraulica come D’Alpaos (ingegneria idraulica, Università di Padova) avevano avvertito sui possibili disastri causati da piogge come quelle del 1966. Danni moltiplicati dal dissennato consumo di territorio, sacrificato al primato dell’impresa e agli interessi della rendita. Così è stato. Due giorni di pioggia più lo scirocco che ha sciolto la prima neve in montagna hanno ingrossato all’inverosimile fiumi e torrenti, e provocato rotture di argini ed esondazioni. Se avesse piovuto come nel ‘66 i danni sarebbero stati cento volte superiori, incalcolabili. I fiumi sono in secca per gran parte dell’anno, esausti per lo sfruttamento industriale ed agricolo, i canali di scolo sono ridotti a fogne. Entrambi hanno rotto gli argini, esondano e occupano città e campagne, reclamando cure e attenzioni che la fame di “schei ad ogni costo” ha negato. Tutti i governi del Veneto, locali e regionale in questo assolutamente bipartisan, da decenni hanno esaltato l’impresa e il mercato, devolvendo il governo reale del territorio ai grandi interessi economici, lasciando mano libera alla cementificazione, alla trasformazione di una parte dei profitti – qualche volta in concorrenza con mafia e camorra – in case, capannoni e centri commerciali. Un’enormità di costruzioni. Un recente studio dell’Università di Padova dimostra che il fabbisogno abitativo è soddisfatto per decenni a venire. Il territorio è stato trasformato in una landa di asfalto e cemento, senza soluzione di continuità, che non assorbe le acque piovane attraverso i suoli. Le piogge intense e prolungate, ma naturali, provocano ondate di piena improvvise e sempre più ampie che in breve tempo si riversano in una rete idraulica (fiumi e canali) progettata e costruita quando il nostro territorio era soprattutto agricolo. Rete idraulica a cui nessuno ha messo mano, sulla quale, persa la grande sapienza della Repubblica Veneta, non sono stati fatti investimenti minimi. Mentre il territorio andava in malora, e pochi ne chiedevano la messa in sicurezza, a tenere banco erano i progetti di grandi opere: Pedemontana, GRA, Romea commerciale, Veneto City, Quadrante di Tessera, e via asfaltando e cementificando. Solo i comitati hanno alzato la voce, costruito mobilitazione e conflitto, per difendere il territorio dal massacro speculativo. Ora che l’enorme disastro ha preso il posto del pericolo, solo oggi il Consiglio regionale ha fissato alcuni interventi per affrontare la minaccia. Chiudono la stalla dopo che i buoi sono scappati. Sia chiaro a tutti: i principali responsabili del disastro sono coloro che hanno governato questa regione negli ultimi decenni, ossia tutta la cosiddetta classe dirigente. Dev’essere altrettanto chiaro che i leghisti non possono cavarsela spostando il tiro sul governo, lanciando nuove campagne identitarie con le richieste di risarcimenti a Roma . Dobbiamo inchiodarli alle loro responsabilità rifiutando i falsi unanimismi “in difesa della terra veneta” già iniziati sui media. Da tempo il Prc padovano è impegnato a difesa del territorio e per la sua sicurezza idraulica. Avevamo già indicata la necessità di interventi per limitare le ondate di piena con la costruzione di infrastrutture diffuse, come la creazione di bacini di laminazione (accumulo delle acque in eccesso) di grandi estensioni nelle zone extraurbane. In città volevamo la moratoria sulle costruzioni, dopo il ripetersi di allagamenti nelle periferie. Il 12 luglio scorso abbiamo ottenuto un consiglio comunale speciale sul tema del rischio idraulico e sugli interventi necessari come il completamento dell’idrovia Padova-Mare: decisivo il canale scolmatore nelle piene del fiume Bacchiglione. L’opera, presente nel documento del consiglio regionale, poi scompare con il consenso del PD, per non intralciare i progetti della Camionabile che dovrebbe unire il porto di Venezia all’Interporto di Padova. Continueremo a lottare in difesa dell’ambiente e del territorio, contro un capitalismo aggressivo e predatorio. Esso fonda la sua valorizzazione sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro – soprattutto le donne, i giovani, i migranti. Ma, altrettanto rovinosamente, si fonda sulla rapina delle risorse naturali e ambientali. Infine un messaggio di speranza. I compagni delle Brigate di Solidarietà attiva di Padova sono tra gli alluvionati per portare un aiuto concreto a chi si trova in grandi difficoltà. Tra questi ci sono anche nostri compagni migranti: un atto di solidarietà che risponde a chi dalle istituzioni alimenta il razzismo. Questo impegno rafforza la nostra presa di parola contro i veri nemici della nostra gente, della nostra terra; contro coloro che l’hanno asservita all’interesse a breve termine di uno sviluppo senza qualità, socialmente ed ambientalmente insostenibile.

07/11/2010

Quando un padre non torna più a casa

Quando un padre non torna più a casa

Non deve

più accadere

Cara “Liberazione”, mi chiamo Anna Di Vitale, ero sposata con Giovanni Di Lorenzo, un ragazzo dolcissimo di 31 anni, sempre pronto ad aiutare tutti. Era il 26 luglio in piena estate, mio marito uscì di casa prima delle sette, mi diede due baci quella mattina, uno in più per farmi gli auguri per il mio onomastico, ci saremmo dovuti vedere per l’ora di pranzo. Mi chiamò poi verso le dieci dicendomi che non sarebbe tornato a pranzo perché mangiava un panino lì con i colleghi, mi spiegò più o meno il posto dove stava lavorando ma non mi disse che stava alla guida di una ruspa, mio marito era autista di camion. Verso mezzogiorno mi chiamò mio padre dicendomi che aveva ricevuto una telefonata il cui contenuto era vago: parlavano di un incidente; la prima cosa che ho fatto è stata quella di telefonare mio marito, ma niente, il cellulare era spento. Mi misi in macchina e da subito pensai al peggio. Dopo un quarto d’ora arrivai sul posto (Baiano, Av). Era un strada di montagna, vidi la ruspa capovolta e tanti carabinieri, nessuno mi fece passare. Volevo vedere Giovanni, ma dissero che non potevo e non dovevo. In quel momento pensai a Carmen, la nostra bambina di due anni, pensai ai nostri progetti, ai suoi sogni e vidi solo il nulla intorno a noi. Sono passati tre anni, fino a poco tempo fa non ne volevo parlare con nessuno, il dolore era ed è ancora tanto. Ora ne voglio parlare, perché storie del genere non accadano più, voglio che un padre di famiglia dopo una giornata di duro lavoro torni a casa dalla sua famiglia. Non possiamo più farci scivolare questi morti addosso come se fossero dei banali incidenti, non sono morti bianche, sono morti rosse,come il sangue che ho visto il giorno dopo, dove è morto mio marito.Dopo tre anni ci sono quattro indagati per omicidio colposo e non capisco perché bisogna aspettare tanto per avere un po’ di giustizia e perché mi devo sentir dire dall’avvocato di non aspettarmi che paghino con il carcere, mi disse: «Signora, qui in Italia ammazzano le persone e non fanno nemmeno un giorno». Sono molto scoraggiata anche perché le udienze vengono sempre rimandate, mi fa molto male sapere che sono loro i colpevoli e non poter fare nulla.

Anna Vitale Di Lorenzo        anna76vitale@alice.it

Liberazione 2 novembre 2010