Politica Archivio

UNA CRISI, DUE SINISTRE.

UNA CRISI, DUE SINISTRE.

22/01/2012  POLITICA – ITALIA | Autore: FRANCESCO PIOBBICHI
UNA CRISI, DUE SINISTRE.
Roma e Milano. Due sinistre e due prospettive di percorso differenti. Legittime, ma con traiettorie che almeno per ora non si incrociano, non solo rispetto alla dinamica nazionale, ma anche rispetto a quella Europea. L’entrata di SEL nel PSE sembrerebbe ipotesi serissima, mentre il PRC è impegnato nella costruzione della Sinistra Europea. Oggi a  Milano centinaia di militanti del PRC e di lavoratori delle fabbriche in crisi hanno lanciato la ricostruzione di un’opposizione di sinistra al Governo Monti, mentre a Roma di fronte a una sala pienissima Vendola ha rilanciato “il centro sinistra che vorrebbe”, partendo dagli amministratori locali. Presenti in sala De Magistris, Pisapia, Zedda e tanti altri che hanno animato la discussione. Chi pensava però ad un nuovo polo della sinistra è rimasto a bocca asciutta.  Vendola critica Monti, ma non va oltre “il non è una primavera”. Da qui allo scendere in piazza contro il Governo di strada ce n’è molta, quasi infinita. Del resto Bersani in queste settimane è stato chiaro: “Non tirate troppo la corda”, ha detto di fatto il leader del PD  a SEL e IDV che a quanto pare hanno recepito il messaggio. Così la sinistra del centro sinistra se ne starà ferma, un po’ come le CGIL che ha indetto 3 ore di sciopero a fine turno. Ogni tanto SEL e IDV lanceranno qualche comunicato, ma niente piazza. Monti insomma non è un traditore, e in parlamento nessun inciucio con il PDL (ci sarà da ridere sulla legge elettorale). Per Vendola  Monti è una parentesi, per Ferrero è un governo costituente contro cui lottare.  Una sinistra così divisa chiarisce le cose dal punto di vista politico, ma le rende più complicate dal punto di vista delle mobilitazioni sociali. L’idea di Vendola – PD e legge elettorale permettendo -  è sempre la stessa: spostare a “sinistra” l’asse del  governo che verrà.  Complicato farlo con forze come PD e IDV che votano compatte il pareggio di bilancio in costituzione ed accettano la super manovra che Monti andrà a siglare politicamente al vertice di Bruxelles il 30 gennaio. Parliamo di 800 miliardi in venti anni di remissione forzata del debito sotto minaccia di sanzioni economiche. Di fatto un commissariamento di lungo periodo che tutti accettano a partire da Giorgio Napolitano. Se Ferrero da Milano propone una lotta durissima contro l’Europa del patto di stabilità e una nuova Iri con una banca pubblica per sostenere la crescita,  Vendola rilancia la promessa che un Governo della sinistra sarà diverso da Monti. Molte proposte sono simili tra l’altro ma il discrimine è dato dall’atteggiamento rispetto al premier in carica.  Per la prima volta dopo mesi Vendola risponde indirettamente a Rifondazione ed alle sue solleciatazioni unitarie per dire cosa non vuol fare o non vorrebbe diventare cucendo addosso al PRC la patacca del partito che non si misura con il terreno del Governo. Ferrero non ci sta : “ A sinistra non ci sono recinti ma le praterie della sofferenza sociale aggravate da un governo di destra appoggiato dal Pd,  cambiare strada è obbligatorio e per questo è necessario costruire l’opposizione al governo Monti e alle politiche europee. Per questo occorre costruire l’unità della sinistra. Occorre uscire dalle sterili polemiche e dai risentimenti, noi non siamo allergici al governo in astratto ma alle politiche neoliberiste in concreto. Al paese serve un’alternativa, non il trasformismo dei ceti politici. “Per questo”, continua Ferrero rivolgendosi al leader di Sel, “ti propongo di dare vita insieme ad un confronto pubblico con le forze vive della società per costruire il programma dell’alternativa. Mi pare che abbiamo molti punti di convergenza, dalla patrimoniale alla lotta alla precarietà, fino al ‘nò alla guerra. Ti propongo di unire le forze: se non ora quando?”  Battute su D’alema a parte,  Vendola non risponderà.  Anche nella sua relazione di oggi si è notata una certa difficoltà nei passaggi sul PD e il governo Monti.   Nulla di nuovo sotto il sole,  SEL non può far altro che tirare qualche fumone con conferenze stampa ad effetto, minacce e battibecchi per dare qualche altra speranza ma niente di più. Vendola ha scelto di stare nel centro sinistra facendo il ruolo del PDS bonsai, 20 anni di giro dell’oca per ritornare al punto d’inizio con i lavoratori che hanno visto però dimezzarsi i propri salari e diritti e la BCE che conta più dei Governi. Intanto la crisi avanza, il 4 febbraio scende in piazza La Destra di Storace e i giorni scorsi la ribellione dei Forconi ha fatto capire a tutti noi che  -in questo caso la crisi- non sarà un pranzo di gala. In politica si sa lo spazio che si lascia viene preso da altri. Oggi lo slogan della Lega in piazza era “giù le mani dalle pensioni, Governo ladro! Per fortuna che il 27 gennaio i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale…

Lettera di Jan Willem Goudriaan (Sindacato europeo dei servizi pubblici)

Lettera di Jan Willem Goudriaan (Sindacato europeo dei servizi pubblici)

Faccio circolare in allegato anche la lettera che ho appena ricevuto dal Forum.
Si tratta della lettera che Jan Willem Goudriaan, vice segretario generale di EPSU ( sindacato europeo dei servizi pubblici), ha inviato al governo Monti in merito alla manovra del governo  e agli esiti referendari.
Chissà se una voce ‘europea’ troverà più ascolto di quelle italiane!
Antonietta Bottini

Goudriaan: un pessimo segnale per l’Europa affermare che le opinioni della BCE siano più importanti della volontà popolare
In una lettera inviata al presidente del Consiglio Mario Monti il vicesegretario generale dell’EPSU, il sindacato dei servizi pubblici europei, Jan Willem Goudriaan affronta la questione della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, in particolare dell’acqua, e mostra lo sconcerto europeo per la volontà del governo italiano di non rispettare la volontà popolare.

“Caro Presidente Monti,

la Federazione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici ha saputo che il suo governo sta considerando l’ulteriore liberalizzazione e privatizzazione dell’acqua e degli altri servizi pubblici locali come parte delle misure per affrontare la crisi economica in Italia, stimolare la crescita economica e abbassare il debito pubblico italiano. Noi siamo preoccupati di questo. Primo, perché queste misure gettano un’ombra sul suo governo come un governo che ha deciso di violare il volere popolare. Secondo perché l’apertura del servizio idrico ad una maggiore concorrenza e privatizzazione non porterà i benefici che Lei immagina. Come organizzazione europea che è preoccupata del miglioramento del benessere dei lavoratori e dei cittadini, non solo in Italia, perciò le chiediamo di ritirare queste proposte.

Il popolo italiano ha detto la sua nel referendum del giugno del 2011 sulla liberalizzazione e privatizzazione dei servizi idrici. La maggioranza dei cittadini è andata a votare assicurando il raggiungimento del risultato. Lei è consapevole dell’importanza di questo risultato che dimostra il forte attaccamento dei cittadini italiani alla proprietà ed al ruolo di questi servizi nell’economia e nella società in generale. Su questo il giudizio degli elettori è stato praticamente unanime. Non liberalizzate né privatizzate questi servizi. Rimangano nella mano pubblica.

Ahimè, la Banca Centrale Europea ignora questa visione democratica nella sua lettera segreta dello scorso luglio al governo italiano dove raccomanda:
“C’è bisogno di una strategia di riforma, globale, credibile e ben raggiungibile, che includa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e di quelli professionali. Questo dovrebbe applicarsi particolarmente alla fornitura dei servizi locali attraverso una privatizzazione su larga scala.”

La BCE non ha alcun mandato democratico per suggerire queste concrete misure. Questa vìola il Trattato. Ed è perciò sconcertante che il suo governo consideri di seguire questi consigli e queste opinioni. Lei ben sa che il suo governo è criticato per non avere un mandato elettorale. Lei ha risposto che questo è opinabile perchè il governo riceve il suo sostegno dal Parlamento. Comunque né il suo governo né il Parlamento hanno il mandato di proporre misure che vogliano privatizzare e liberalizzare i servizi pubblici locali, come quelli idrici, una volta che il popolo in maniera diretta si è espresso su questo. L’EPSU sarebbe estremamente delusa se il suo governo lo dovesse ignorare. Sarebbe un pessimo segnale da inviare ai cittadini ed ai lavoratori europei che l’ opinione della BCE abbia un peso maggiore dell’opinione espressa direttamente dal popolo. E questa non è certo l’Europa che noi vogliamo.

Inoltre, non esistono i benefici economici della liberalizzazione e della privatizzazione dei servizi pubblici locali. C’è oramai una vasta letteratura economica che contraddice le teorie che reclamano questi benefici. Teorie che oltretutto si fondano su una situazione ideale di piena e simmetrica informazione, equilibrio dei poteri, piena conoscenza del futuro e che proclamano che questo è il corso naturale delle cose. Questo è un sofisma. Ma è anche un errore empirico. Oramai una montagna di ricerche dimostrano che i benefici che erano stati paventati non si sono mai realizzati. Le segnalo il lavoro svolto dalla Public Services International Research Unit della University of Greenwich che ha ricevuto ampi consensi a livello internazionale.

Potremmo menzionare altre motivazioni per non procedere oltre con le proposte di liberalizzazione e privatizzazione, Sono ben conosciute e non vogliamo ripeterle.

Caro Presidente del Consiglio,

noi le chiediamo di NON procedere oltre con le proposte di liberalizzazione e privatizzazione dei servizi idrici e dei servizi locali in Italia. Queste proposte violano l’espressione democratica del popolo italiano e non porteranno benefici all’economia italiana.

Cordiali saluti

Jan Willem Goudriaan
Vice segretario generale dell’EPSU “

http://www.epsu.org/a/98

Mobilitazione orizzontale del popolo dell’acqua

Mobilitazione orizzontale del popolo dell’acqua
Immagine anteprima YouTube

Ribellione dei Sindaci a Cremona. Vittoria spettacolare!

Cremona

Cremona. Palazzo Municipale

A Cremona Sindaci determinatissimi riescono a sventare i progetti di privatizzazione dell’acqua.

Ribellione dei sindaci di Cremona!!!!!!!!!!!!!

E’ successo quello che non osavamo sperare!!!

Il presidente dell’Amministrazione Provinciale Salini con pressioni enormi esercitate in questi giorni sui sindaci di tutto il territorio ha cercato disperatamente di far mancare il numero legale oggi alla Conferenza dei Comuni, convocata l’ultimo giorno possibile per l’espressione del parere obbligatorio e vincolante. Purtroppo per lui ha fatto i conti senza l’oste, ovverosia la correttezza di alcuni sindaci (pochi ma buonissimi) della sua stessa parte politica. Che si sono presentati ugualmente, garantendo così il RAGGIUNGIMENTO DEL NUMERO LEGALE! Certificata la presenza iniziale di 62 sindaci su 115 i lavori sono iniziati, un sindaco è scappato (evidentemente era una “lepre”) e si è persa un’ora di dibattimento preliminare poiché il presidente della Conferenza, sindaco Leni, sosteneva che non raggiungendo i sindaci presenti con la sommatoria delle loro quote la maggioranza qualificata (50 per cento più uno degli abitanti della provincia, pari a 362.061/2=181.031) necessaria per votare l’approvazione del piano d’ambito era inutile votare. Alla fine, siccome di fronte a lui c’era una assemblea ferma nel pretendere la messa ai voti dei punti all’ordine del giorno, ha tentato il colpo basso e ha dichiarato conclusa l’assemblea, scappando letteralmente dalla sala con una invero mirabile accelerazione, accompagnato da risate, sguardi allibiti e improperi dei colleghi e degli astanti. A quel punto l’intera assemblea, ribellatasi al sopruso inaudito (poiché il gioco era ormai scoperto), ha continuato la sessione regolarmente registrando l’uscita (meglio la fuga) di un sindaco (Leni) e ha messo ai voti il piano d’ambito, che ha riscosso l’UNANIMITA’ di voti CONTRARI!!!

E’ stata in seguito messa ai voti ed approvata all’unanimità la destituzione del presidente della Conferenza sindaco Leni ed immediatamente dopo approvata all’unanimità anche la destituzione del cda dell’Ufficio d’Ambito.

Non abbiamo mai visto tanti sindaci così arrabbiati e compatti: e però le ragioni c’erano tutte, poiché il comportamento del presidente Leni, spalleggiato vanamente dal direttore generale dott. Boldori, era la letterale goccia che ha fatto traboccare un vaso riempito di tanti soprusi e comportamenti antidemocratici e lesivi della dignità di sindaci e cittadini succedutisi nelle ultime settimane. Molte persone stasera hanno commentato che non avevano mai assistito a una indegnità simile.

Tornando al piano d’ambito: la votazione finale non raggiunge in peso ponderale la quota necessaria a bocciarlo ufficialmente, ma (secondo le valutazioni dei più, noi compresi) non importa poiché:

1) i sindaci si sono espressi in una assemblea validamente convocata entro i termini previsti, corroborata dal numero legale previsto dalle norme (anzi superato di due unità) ed hanno espresso un parere che deve essere dunque considerato vincolante: questo impedirà al presidente Salini di invocare la norma del silenzio-assenso;

2) la legge regionale prevede che il piano d’ambito per essere approvato riceva il 50 per cento +1 di voti a favore. Questo piano d’ambito ha avuto (in ordine di tempo) 102 sindaci che ne chiedevano unanimemente la revoca e, una settimana più tardi, l’unanime contrarietà di 60 sindaci per un totale di più di 137.000 voti/abitante. Voti a favore: 0.

Tecnicamente il presidente Salini potrebbe arrampicarsi sui vetri e portare ugualmente il piano d’ambito in Regione, appellandosi al fatto che quel piano non è stato ufficialmente bocciato. E probabilmente lo farà, poiché per lui ottenere la privatizzazione del servizio per qualche ragione che cominciamo ad intuire bene (e come noi l’hanno intuito molti sindaci) è vitale. Ma dovrà dimostrare che quel piano è stato approvato, senza poter portare neppure mezzo voto a favore. E trovandosi di fronte a sbarrargli la strada, da stasera, 60 sindaci letteralmente indignati e inviperiti.

Il presidente Salini dopo questa sera ha perso la faccia ed ogni credibilità politica.

Si tratta di una VITTORIA SPETTACOLARE!!!!!!!!!!!! Noi stessi eravamo quasi certi che i sindaci non sarebbero stati presenti in numero sufficiente perché sappiamo che le pressioni che hanno ricevuto sono state terrificanti. E invece i sindaci della provincia di Cremona questa sera hanno dato una sonora, storica, brillante, commovente lezione di democrazia a tutti i loro colleghi assenti (a cominciare dai sindaci dei due centri più popolosi della provincia, pure loro ormai squalificati e delegittimati agli occhi dei loro amministrati) e hanno dimostrato ai cittadini che non si fanno mettere i piedi in testa. Hanno lasciato l’aula della Conferenza tra due ali di popolo dell’acqua che li applaudiva fragorosamente!

Questa è una grande serata per l’acqua pubblica, aperta da un corteo partecipatissimo e accompagnata da un presidio come sempre numeroso, chiassoso e allegro.

La vittoria di questa sera è senz’altro dei sindaci del territorio, ma non sarebbe stata possibile senza la meravigliosa risposta corale e la spinta commovente di centinaia di cittadini.

A tutti loro va il grazie dell’intero popolo dell’acqua nazionale.

Siamo contenti di poter dire che a Cremona questa sera i sindaci si sono riuniti ai loro cittadini.

Da domani si lavora al percorso successivo, questa sera si festeggia.

Dedichiamo questa nuova vittoria a Umberto Chiarini, che ci ha lasciato questa estate e sarebbe stato sicuramente con noi ad esultare questa sera.

Nuova stangata in vista per le famiglie italiane: da gennaio le tariffe di luce e gas potrebbero aumentare, rispettivamente, del 4,8% e del 2,7%, con una maggiore spesa annua di oltre 53 euro

12157_bollette_ralf

Nuova stangata in vista per le famiglie italiane: da gennaio le tariffe di luce e gas potrebbero aumentare, rispettivamente, del 4,8% e del 2,7%, con un maggiore spesa annua di oltre 53 euro. Lo anticipa Nomisma Energia nelle sue stime, in attesa dell’aggiornamento dell’Authority per l’energia atteso entro fine anno. Dal primo gennaio le tariffe elettriche dovrebbero crescere del 4,8%, con un aumento di 0,8 centesimi al chilowattora che – spiega Davide Tabarelli, esperto tariffario di Nomisma Energia – per una famiglia “tipo” (2.400 chilowattora consumati l’anno e 3 kw di potenza impegnata) si tradurrebbero in un aumento di 21,5 euro su base annua. Per il gas, invece, è atteso un aumento del 2,7%. Vale a dire 2,3 centesimi al metro cubo che per la stessa famiglia “tipo” (1.400 metri cubi di metano consumati in un anno) comporterà un aggravio di quasi 32 euro annui. Un aggravio quello atteso per il gas nel primo trimestre dell’anno che, sommato a quello previsto per la luce, rischia di tradursi in una vera e propria stangata pari a oltre 53 euro l’anno per le famiglie, spiega Tabarelli sottolineando che a “spingere” i nuovi rincari giocano le quotazioni del greggio – schizzate negli ultimi mesi ai record di 110 dollari al barile – ma anche dai maggiori costi legati alle fonti rinnovabili e ai prezzi di trasmissione. «Dopo la stangata sui prezzi della benzina, che l’hanno spinta nei distributori italiani ai massimi d’Europa, arriva un’altra batosta con le tariffe di luce e gas, a conferma che l’Energia è il bene più tartassato per i consumatori finali», sottolinea l’esperto di Nomisma Energia.

Se poi aggiungiamo l’aumento delle tariffe fatte dalla giunta Leghista di Vigevano come: l’aumento dell11% delle tasse sull’immondizia, l’aumento delle tariffe del De Rodolfi, la messa in vendita di beni immobili pubblici. L’aumento degli abbonamenti ferroviari. Il quadro è completo. Aumenterà la miseria e la povertà per molti, diminuiranno i consumi dei beni di prima necessità e la crisi aggraverà l’inflazione, la recessione e chi ha patrimoni inestimabili non vengono toccati. La manovra del Governo Monti è iniqua e distruttiva per la già precaria economia italiana. La stangata colpisce i redditi dei soliti noti. Lavoratori, pensionati, precari, disoccupati e studenti. Bisogna respingerla con la lotta.

18/12/2011

Pensioni, la falsa equità di Monti

Liberazione di Sante Moretti

 Il governo Monti vuole eliminare il diritto a pensionarsi con 40 anni di contributi e aumentare l’età per uomini e donne a 70 anni in tempi brevi. Vuole applicare a tutti il sistema di calcolo retributivo che provocherà una forte diminuzione dei futuri assegni pensionistici. Non rivaluterà già dal 2012 gli assegni pensionistici in base agli indici Istat pur in presenza di un amento del costo della vita di molto superiore al 3,4% rilevato. Sono 10 i miliardi che verranno prelevati dalle pensioni e ciò sarebbe equo in quanto circa 200 parlamentari od ex dovranno ritardare di qualche mese a fruire del vitalizio.

Per Monti è iniquo che ci siano ancora dei lavoratori che maturano pensioni pari al 70/80% del salario percepito negli ultimi anni di lavoro e che possono pensionarsi dopo 40 anni di lavoro stante la grande massa di lavoratori e lavoratrici precari che matureranno pensioni modestissime o ne saranno privi. Per Monti è iniquo che ci siano ancora milioni di lavoratori che le aziende non possono licenziare a loro piacimento mentre ce ne sono tanti che non hanno nessuna garanzia. Per Monti è iniquo che ci sia un contratto nazionale che garantisce il posto di lavoro, orari, ritmi, qualifiche, mansioni e persino misure per rendere più sicuro e meno nocivo il lavoro dato che attraverso le forme contrattuali atipiche milioni di lavoratori sono privi di tutele.
Per salvare l’economia italiana e liberarla dalle iniquità, vogliono abolire lo statuto dei lavoratori, archiviare il contratto nazionale di lavoro, rendere povera ed incerta per tutti la pensione. Per lor signori “riforme ed equità” significano ricacciare indietro di un secolo le lavoratrici e i lavoratori.
Il sistema pensionistico su cui ci sono stati interventi ripetuti dal 1992 (governo Amato) è stato indebolito ma non è stato smantellato e mantiene la sua natura pubblica e elementi non secondari di solidarietà. La madre delle riforme fu varata nel 1995 (governo Dini) con l’appoggio dei sindacati confederali e l’unica forza politica che si oppose fu Rifondazione Comunista. La legge Dini avviò l’allungamento dell’età per il diritto alla pensione, cambiò il sistema di calcolo ed il conseguente superamento di un minimo, incentivò le pensioni integrative. Dopo il 1995 ogni governo è intervenuto ed ha peggiorato qualche norma.
Quali sono le vere iniquità presenti nel sistema pensionistico? La prima è la confisca, da parte dello Stato, dell’attivo dell’Inps che negli ultimi anni è stato sempre superiore ai cinque miliardi l’anno, mentre 8 milioni di anziani percepiscono meno di 700 euro al mese. Non è equo e morale che con l’attivo del fondo dei lavoratori parasubordinati e dei lavoratori dipendenti si copra il deficit (circa 9 miliardi annui) del fondo degli artigiani, coltivatori, commercianti che versano una aliquota contributiva del 21% mentre gli altri lavoratori versano il 33%.
Grida vendetta che i lavoratori dipendenti ed i parasubordinati coprano per circa due miliardi il deficit del fondo dirigenti di azienda che percepiscono (in media) più di 50.000 euro l’anno di pensione a fronte degli 11.000 dei lavoratori dipendenti e che sanino anche il pesante deficit del fondo clero mentre il Vaticano fa man bassa dell’8 per mille, riceve incentivi dallo stato e dagli enti locali e non paga le tasse.
Si deve sapere che l’Inps è in attivo ed i suoi conti, certificati anche dalle autorità europee, sono in equilibrio almeno fino al 2060. Gli interventi sulle pensioni sono da un lato finalizzati a far cassa in modo facile e sulla pelle di chi ha pagato le tasse e lavorato una vita intera e dall’altro a far diventare la pensione pubblica una sorta di assistenza sganciandola dal rapporto di lavoro.
Fino ai primi anni ‘80 del secolo scorso la parola Riforma per il mondo del lavoro e per la società significava nuovi diritti, progresso. Ne ricordo per memoria alcune: lo statuto dei lavoratori che con il “famigerato” articolo 18 vieta i licenziamenti arbitrari; la legge sulle pensioni (1969) che istituisce il minimo garantito, la pensione di anzianità, un sistema di calcolo che garantiva dopo 40 anni di contributi l’80% della media del salario percepito negli ultimi anni di lavoro; la legge sulla sanità (1978) che fa della salute un diritto di cittadinanza indipendentemente dal reddito ed il diritto a trattamenti (prevenzione, cura, riabilitazione) uguali per tutti. Dopo gli anni Ottanta le “riforme” hanno invece significato perdita di diritti come la scala mobile, il ridimensionamento della sanità e delle pensioni, colpite nella loro natura pubblica, solidale, universale per non parlare della scuola e dell’università.
Le confederazioni sindacali considerano gli interventi sulle pensioni negativi ma al momento si limitano a criticarle, non hanno proclamato nemmeno lo stato di agitazione degli occupati, dei disoccupati, dei pensionati. Urge lo sciopero generale per fermare il massacro sociale.

La vera equità
Noi comunisti siamo da anni portatori di proposte per riformare il sistema pensionistico, per garantire a lavoratori e lavoratrici una vecchiaia serena e dignitosa. Le nostre proposte assicurano la sostenibilità economica del sistema e riconnettono il lavoro con le pensioni ed il rapporto tra anziani e giovani, tra occupati e disoccupati.
Un minimo di mille euro al mese di pensione (rivalutabili nel tempo) per garantire quei lavoratori e lavoratrici che hanno percorsi lavorativi accidentati ed incerti ed un massimo mensile di 5.000 euro non cumulabili con vitalizi ed altre diavolerie.
Regole (diritti e doveri) eguali per tutti i lavoratori e lavoratrici del settore privato e pubblico, autonomo e professionale: quindi stessi versamenti di contributi, stessa età per il diritto alla pensione, stessi sistemi di calcolo. Unificazione nell’Inps di tutti gli Enti previdenziali e casse pensionistiche dei professionisti con conseguente risparmio di circa quattro miliardi di euro l’anno. Ogni comparto (lavoro dipendente – lavoro autonomo – lavoro professionale) deve garantire l’equilibrio del proprio fondo.
Un fondo pensione integrativo gestito dall’Inps in cui confluiscano gli attuali fondi pensione. L’adesione deve essere libera. Alle quote di salario (il Tfr è salario) e alle quote di risparmio versate, va garantito un rendimento minimo ed in ogni caso il capitale versato. In questo ultimo anno i mercati finanziari si stanno mangiando i versamenti spesso sfarzosi di quel 25% di lavoratori e lavoratrici che hanno aderito ai fondi pensione.
L’età per il diritto alla pensione non può essere legata solo alla speranza di vita, tra l’altro non dei lavoratori ma della popolazione. Non solo, va fatto un ragionamento sul lavoro svolto durante la vita anche se il lavoro per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è pesante, stressante, alienante, ma ci sono attività lavorative particolarmente logoranti: in campagna, nei cantieri edili, negli altoforni, nelle catene di montaggio….ma anche negli asili. L’età per la pensione non può essere legata solo alla speranza di vita ma agli anni di lavoro ed alla sua tipologia. In ogni caso dopo 40 anni di lavoro si deve aver diritto alla pensione.
L’evasione contributiva diventi reato penale. Si deve abbattere una evasione pari a circa 30 miliardi l’anno. L’Inps vanta ben 28 miliardi di crediti definiti con le aziende per contribuzioni arretrate di cui negligentemente non sta rientrando in possesso.
Eccolo qui: un sistema pensionistico pubblico solido, equo, solidale, universale.

in data:03/12/2011

I Senatori a vita

L’articolo 59 della Costituzione della nostra povera Repubblica stabilisce che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque Senatori a vita che abbiano “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.

I primi due, nominati da Luigi Einaudi nel 1949, furono il matematico Guido Castelnuovo e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (che rifiutò). Einaudi continuò poi nel modo in cui era partito, scegliendo negli anni uno scultore (Pietro Canonica), uno storico (Gaetano De Sanctis), un economista (Pasquale Jannaccone), un poeta (Trilussa), un archeologo (Umberto Zanotti Bianco) e un politico (don Luigi Sturzo).

Quest’ultima nomina fu l’inizio dello snaturamento dell’istituzione. Nei decenni successivi, dei 25 senatori nominati dai vari presidenti della Repubblica, 15 sono stati politici: da Leone a Nenni, da Fanfani a Spadolini, da Andreotti a Taviani, da Colombo a Napolitano. Tutti accomunati soltanto dall’altissimo merito di avere maturato il diritto all’usucapione perpetua di un seggio parlamentare, per averne occupato uno già sufficientemente a lungo.

Fra i rimanenti dieci, ben tre sono state le nomine per altissimi meriti automobilistici (Vittorio Valletta, Gianni Agnelli e Sergio Pininfarina). E solo quattro quelle che in qualche modo si possono ricondurre alla lettera della Costituzione: due premi Nobel (Eugenio Montale per la letteratura e Rita Levi Montalcini per la medicina), un attore-commediante (Eduardo De Filippo) e un poeta (Mario Luzi).

Oggi Napolitano ha effettuato la sua prima nomina, continuando nell’andazzo dei suoi predecessori. Dimenticando che in Italia abbiamo almeno un premio Nobel della letteratura (Dario Fo) e due di fisica (Carlo Rubbia e Riccardo Giacconi), oltre a una medaglia Fields di matematica (Enrico Bombieri) , un intellettuale come Umberto Eco, un architetto come Renzo Piano, un direttore d’orchestra come Riccardo Muti o un attore come Roberto Benigni, il presidente della Repubblica ha nominato l’economista Mario Monti.

L’altissimo merito di quest’ultimo è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger.

Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse.

E’ probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come “istituzionale”. Quando invece si tratterà di un esautoramento della volontà popolare, visto che Monti avrà anche ricevuto nomine governative e presidenziali, ma certo non è mai stato eletto dagli elettori.

Quegli stessi elettori che tutti dicono di ritenere sovrani, ma che nessuno si degna di interpellare per domandar loro come intendano superare la crisi. Se svuotando le proprie tasche, come ha già mal iniziato a fare il governo Berlusconi, e come peggio continuerà a fare il governo Monti. O se invece attingendo ai portafogli delle banche e degli industriali, alla faccia dei Monti, dei Draghi e dei Berlusconi.

Piergiorgio Odifreddi

Gigantesca evasione fiscale delle banche. E pantalone paga!

Immagine anteprima YouTube

Pietro Ichino, i licenziamenti e la linea (?) del Pd

di Dino Greco

La manifestazione dei pensionati, quanto mai tempestiva, ha nei fatti inaugurato la sequenza – che ci auguriamo intensa e crescente – delle mobilitazioni sociali contro la lettera del governo all’Ue. Che, come spero ognuno avrà capito, rappresenta un vincolo per l’oggi e per il domani, un solenne impegno di Stato, maturato sotto l’impulso e il sostanziale patrocinio del Presidente della Repubblica. Dunque, un lascito non facilmente esorcizzabile da parte di chi dovesse succedere a Berlusconi, qualunque sia la natura politica della coalizione in futuro abilitata a governare. E’ perciò di grande importanza conoscere ora – e nel dettaglio – cosa pensano le opposizioni. Tutte. A partire, ovviamente, dal Pd e a cominciare dal tema dei licenziamenti, primo discrimine di qualsiasi scelta politica. Come si è visto, Emma Marcegaglia si è affrettata a plaudire a quella che è una storica rivendicazione della borghesia industriale: unire alla flessibilità in entrata (già largamente acquisita attraverso un tripudio di lavori precari) quella in uscita. Del resto, non si poteva pretendere che i padroni (in ispecie quelli di casa nostra) rinunciassero ad un simile regalo, all’istituzionalizzazione cioè di un rapporto di potere, dentro i luoghi di lavoro, che consentirebbe loro di fare letteralmente quello che vogliono, nella più totale assenza di vincoli giuridici che ne limitino, anche labilmente, l’arbitrarietà. Quindi Confindustria incassa e ringrazia, seppellendo definitivamente (e questo non può che essere un bene) l’infelice connubio che aveva caratterizzato le relazioni sindacali con l’accordo del 28 giugno e la lettera congiunta di intenti sottoscritta il 4 agosto anche con le banche. Le stesse che qualche settimana dopo hanno chiesto al Paese, ai lavoratori e ai cittadini italiani di suicidarsi, pagando in solido un debito da loro non contratto. Berlusconi ha creduto di offrire ai lavoratori una spiegazione convincente, garantendo loro che il licenziamento, sebbene non più contestabile e dunque non annullabile per via giudiziaria, sarà tuttavia seguito dalla cassa integrazione. Così, la soppressione di un diritto sarà pagata (dallo Stato) con un pò di assistenza. Insomma, invece di promuovere le assunzioni si incentivano i licenziamenti: bizzarro modo per dare seguito e sostanza a quel passaggio della “Lettera” in cui con enfasi si dichiara l’impegno del governo a «trasformare le aree di crisi in aree di sviluppo». La cosa, naturalmente, non stupisce, essendo sin dall’inizio del tutto chiaro che il provvedimento ha una natura esclusivamente politica ed antisindacale, considerato che la disoccupazione non è mai stata un propellente per lo sviluppo e che la pratica indiscriminata dei licenziamenti, o anche la sola minaccia di ricorrervi, è sempre servita solo a trasformare i lavoratori in silenziosi muli da tiro. Ma il Pd cosa pensa a questo riguardo? E se pensa, cosa pensa di fare? Per ora conosciamo con certezza solo l’opinione di Pietro Ichino, che non è proprio così isolata se la proposta di legge in materia di licenziamenti che porta il suo nome ha raccolto il consenso di altri 54 sentatori: non proprio uno sparuto drappello. Ieri, su Il Sole 24 Ore Ichino ritorna sul suo argomento preferito, per dire che bisogna disfarsi dell’articolo 18, «soluzione troppo rigida» e discriminatoria nei confronti di quanti, lavorando in aziende con meno di 16 dipendenti, non ne possono beneficiare. La soluzione, per Ichino, è di una semplicità solare: i licenziamenti devono tornare prerogativa indiscutibile dell’impresa; essi saranno compensati «con la responsabilizzazione dell’impresa per la sicurezza economica e professionale del lavoratore licenziato». Detto in prosa: l’azienda monetizzerà il proprio diritto di tornare al licenziamento ad nutum (cioè “al cenno”). Il resto, comprese tutte le chiacchiere sulla flexsecurity (più un ossimoro che un virtuoso neologismo) servono a coprire, piuttosto maldestramente, l’idea di fondo secondo la quale l’impresa è e deve essere, nei rapporti sociali, il dominus assoluto, facendo essa, insieme al bene proprio, anche quello dei lavoratori, dell’economia e della patria. Ichino, però, non si ferma qui. E spiega che per addolcire la pillola e guadagnare il consenso necessario all’operazione si potrebbero applicare le nuove norme soltanto ai nuovi assunti, creando così un doppio regime: i lavoratori in forza rimarrebbero protetti dall’articolo 18, gli altri no. Una frattura, prima di tutto generazionale, davvero spaventosa, un mostro politico e giuridico che demolirebbe, insieme al sindacato, ogni vincolo solidale. Ichino ci informa infine che nel novembre dello scorso anno «il senato ha approvato quasi all’unanimità la mozione Rutelli, che impegna il governo a varare una riforma ispirata a quel progetto». Come si vede, tutto si tiene. Ecco perché lo sciopero, annunciato da tutti i sindacati, è cosa matura. Da farsi finché la partita è aperta. Non per celebrare il de profundis a cose fatte.

in data:29/10/2011 Liberazione

Un referendum a difesa degli assetti sociali e politici esistenti

Gaetano Azzariti

La crisi del sistema politico-istituzionale è giunta al suo apice. Morto il vecchio sistema dei poteri, non sembra si sia già conformato il nuovo assetto. In questa situazione di transizione si pone la proposta di referendum sul sistema elettorale. Una proposta ben più rilevante di quanto non possa apparire, poiché non propone solo la cancellazione della legge attualmente vigente (l’ignobile porcellum), ma prefigura anche il “nuovo” assetto che la rappresentanza politica dovrebbe assumere dopo la caduta di Berlusconi e del suo regime. In realtà il sistema che i referendari (ri)propongono sembra ispirarsi al nietzschiano «eterno ritorno del sempre eguale». Infatti, la proposta «innovativa» sarebbe quella di tornare alle origini per ripercorrere la strada che ci ha portato sin qui, facendo rivivere quella legge che ha reso sempre più asfittico il sistema politico italiano (il contestato mattarellum). La domanda decisiva sulla quale interrogarsi per valutare questa iniziativa allora diventa: il successo del referendum sarebbe un vero progresso rispetto all’oggi ovvero rappresenterebbe solo un’opera di conservazione degli equilibri esistenti in un ritrovato contesto istituzionale?

Secondo il mio punto di vista i referendari hanno una sola freccia nel loro arco, una sola ragione da poter validamente spendere: nulla può essere peggio dell’attuale legge elettorale. Per questo la sua cancellazione e la sostituzione con un diverso sistema elettorale dovrebbe rappresentare un imperativo categorico per tutti i democratici. Ma è anche certo che l’operazione politica che si vuole portare avanti mediante lo strumento del referendum ha un segno inequivocabilmente conservatore. A garanzia degli assetti sociali e politici esistenti.

Per chi ritiene che la fine annunciata del berlusconismo debba essere segnata da una soluzione di continuità con il passato rimarrà attonito nello scoprire che larga parte dell’attuale opposizione non ha nessuna voglia di cambiare passo, ma anzi si sta attrezzando per assicurarsi che nulla cambi quando tutto sarà cambiato.

Non è però detto che le forze della conservazione postberlusconiana debbano prevalere. Sia perché può sperarsi che l’indignazione della società civile alla fine riesca ad imporre una diversa tabella di marcia e a sostenere iniziative meno paludate e realmente innovative (com’era quella, ormai naufragata, del referendum Passigli), sia per quello che i referendari non dicono. L’operazione che si sta compiendo, le firme che si stanno chiedendo ai cittadini per far svolgere il referendum sul sistema elettorale, per quanto moderata e conservatrice sul piano politico, appare assolutamente spericolata su quello giuridico e costituzionale. Si vuol resuscitare una normativa espressamente soppressa dal Parlamento italiano (la disciplina vigente dal 1993 al 2005), sebbene la Corte costituzionale abbia più volte affermato che referendum i quali perseguono lo scopo di far rivivere una normativa abrogata sono da ritenersi inammissibili (da ultimo nella sentenza che ha dichiarato per questo motivo inammissibile uno dei tre quesiti sull’acqua). Sicché, dopo tanto parlare alla fine ci troveremmo con un referendum dichiarato inammissibile e la legge porcellum ancora in vigore. Chi ne risponderà?

16/09/2011 Liberazione

  • Blogroll