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La fantasia stupratoria del signor B.

La fantasia stupratoria  del signor B.

Lidia Menapace

Per la vicenda più recente di Berlusconi non ci sono parole, ma del resto il discorso per me era già chiuso da due episodi che sono pubblici e non negati né smentiti: quando disse che Eluana poteva generare, a me venne subito in mente che nessuna donna, per quanto priva di volontà e autodeterminazione come Eluana era diventata da anni, poteva sfuggire alla sua fantasia stupratoria senza vergogna; e quando, trovandosi all’Aquila in una cerimonia dietro un panchetto dove c’era una vigile del fuoco, disse mimando la presa a mani nude dietro le sue spalle :«Si può palpare?», tanto che la vigile trentina di ritorno protestò e la cosa ebbe un certo rilievo sulla stampa locale, dato che lei era anche una consigliera comunale. Anche nel bel mezzo della tragedia aquilana Berlusconi pensava alle natiche della prima donna che gli capitava sotto mano, letteralmente. Uno così o è malato o è malato: comunque a me fece venire in mente subito quei vecchietti porcelli che un tempo toccavano il culo alle ragazze sui tram prendendo di rimando gomitate nella pancia e strattoni. Fin qui fa pietà, nel senso popolare del termine. Ma la vicenda in cui B. è incorso ora è altra cosa, perchè avere un rapporto sessuale a pagamento non è reato, la prostituzione non è reato, ma indurre donne minorenni a un rapporto sessuale pagato sì, e di questo è accusato Berlusconi e vorremmo sapere se lo ha commesso.

In questa miseria non perdiamo di vista il punto di fondo: per lo Stato e il diritto, che uno abbia una sessualità disordinata o incoercibile non conta, conta se la esercita in un modo che il codice definisce reato, ad esempio se è violento, ad esempio se la esercita a pagamento con una minorenne o un minorenne.

Sotto questo profilo chi davvero non capisce niente (o finge? e di ciò andrà a confessarsi?) è la Binetti che gli consiglia di andare a confessarsi a Pasqua. Orbene la confessione sacramentale rimette i peccati e a Pasqua assolve anche il precetto, non ha influenza alcuna sui reati e di quelli si deve rispondere davanti alla sia pur imperfetta legge umana: chi non lo sa o finge di non saperlo o parla con restrizione mentale, non merita la rappresentanza politica in uno stato laico: ma l’Italia è ancora uno stato laico?

20/01/2011 Liberazione

Caro Riccardo Agostini, siamo addolorati per la tua morte

Caro Riccardo Agostini, siamo addolorati per la tua morte

Caro Riccardo, siamo addolorati per la tua morte.

Abbiamo indugiato assai prima di renderti questo piccolo ma doveroso “omaggio” in forma pubblica, per pudore e perché si rischia di incorrere nella retorica. Ma il nostro vuole essere nient’altro che un atto di affetto e di stima.

Abbiamo sempre apprezzato la tua intelligenza fine, la tua capacità di ascolto e la tua disponibilità a relazionarti con tutti.

A noi piace ricordarti per il tuo impegno professionale costante e appassionato, sempre a fianco dei più deboli e degli indifesi: quando, negli anni 70, come medico responsabile del Servizio di Medicina Ambiente di Lavoro, ti sei impegnato con i lavoratori ed i loro Consigli di Fabbrica nella lotta per la prevenzione della salute nei luoghi di lavoro (Vigevano, oltre che la “capitale calzaturiera”, deteneva anche il primato delle polinevriti da solventi, benzolo e omologhi presenti nei collanti, una malattia professionale cronica degenerativa di più organi); quando successivamente, come psichiatra, ti sei occupato del disagio psichico o ti sei fatto promotore di concrete forme di auto-aiuto per chi era affetto da dipendenza da alcool.

Pur con percorsi e da approdi diversi, abbiamo sempre apprezzato la tua onestà intellettuale per cui non hai rinnegato la tua militanza giovanile in Lotta Continua e per cui, proprio in virtù di quella straordinaria stagione di vita, hai continuato il tuo impegno sociale e civile, nelle istituzioni e nell’associazionismo, con riconoscimento unanime di serietà e correttezza.

Abbiamo il rammarico di non aver potuto proseguire quel lavoro comune “dal basso” nell’accezione nobile ed etica che abbiamo dell’impegno politico, al di fuori dei politicismi e dei tatticismi- per cercare di ragionare insieme e di unificare realmente il popolo della sinistra anche a Vigevano.

Oltre ad un compagno, caro Riccardo, pensiamo di aver perso un uomo di valore.

Siamo vicini ai tuoi figli e a chi ti ha voluto bene.

Le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista e del Punto Rosso di Vigevano

“Ma chistu, cu è?”

“Ma chistu, cu è?”
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E Matteo infiammò la platea della CGIL

Posted by: webmaster In: Lavoro|Scuola|Università

«Ma chistu, cu è?». Uno sconosciuto, per i delegati della Cgil, soprattutto per chi negli ultimi mesi non ha frequentato le piazze e le assemblee della protesta studentesca. Ma il ragazzo dalla felpa con la stella rossa li ha stupiti. E poi commossi, colpendoli dritti al cuore. Standing ovation, nella sala dello Sheraton, per Matteo Iannitti, 22 anni, iscritto a Scienze politiche, leader del movimento studentesco. Applausi a scena aperta. Più di Villari, più di Camusso. Tutti matti per Matteo. Che in una mattinata si toglie più di uno sfizio. Allora, ricapitoliamo. Prima crea il panico, tirando fuori lo striscione che invita il popolo della Cgil a sostenere lo sciopero generale indetto per il 28 dai metalmeccanici: «InFiommiamoci». Poi prende la parola (si legga l’articolo a destra) e bacchetta governatore e sindaco, ma anche l’opposizione e il Pd, irritando visibilmente la senatrice Finocchiaro. Un discorso da segretario Fiom in formato mignon, uno dei pochi a cui Camusso fa riferimento nelle conclusioni. Siparietto finale: Villari, mentre scorta il segretario nazionale all’uscita, incrocia il “piccolo rivoluzionario”. Lo fulmina con lo sguardo: «Stavolta hai esagerato. Ma poi ne parliamo». Lui risponde con un sorriso. Ed esce a godersi il sole della scogliera

Riprendiamoci il futuro!

“Il futuro è dei giovani”: questo lo slogan scelto dalla Cgil per la sua assemblea dei quadri e dei delegati. E i giovani il futuro vogliono prenderselo davvero, cominciando proprio dall’assemblea di ieri e diventando di fatto – dopo la Camusso, s’intende – i veri protagonisti della giornata.
Tutto è iniziato alle 10,55, quando una delegazione dell’ormai noto Movimento studentesco catanese ha srotolato uno striscione nella sala dello Sheraton in cui si teneva l’evento: un modo, evidentemente, per attirare l’attenzione. E l’attenzione l’ha attirata davvero, nella maniera sbagliata inizialmente, visto che un non meglio identificato tesserato Cgil – e si sottolinea uno soltanto – si è avventato contro i ragazzi, credendo che volessero creare disordini. L’equivoco s’è subito chiarito, il resto della platea ha applaudito gli studenti e tutti si sono scusati per l’isolato fraintendimento. Da parte del Movimento non c’era nessuna volontà di contestare il sindacato. Infatti, lo striscione recitava: “InFiommiamo l’Italia. Sciopero generale subito”.
Le ragioni di questa azione dimostrativa sono state esplicitate da Matteo Iannitti, rappresentante del Movimento studentesco, che ha conquistato il palco con un intervento autorizzato. Il pubblico non ha risparmiato applausi al ragazzo che, con un discorso di pancia e di testa, ha messo sul tavolo i problemi di questa giovane generazione, e non solo: «Il futuro è dei giovani e noi abbiamo intenzione di prendercelo. Oggi abbiamo cominciato da questa sala ed è già un buon inizio. Noi sappiamo bene come il sindacato Cgil sia stato un interlocutore costante in questi anni, e la Flc in particolare. Ma oggi siamo qui per raccontarvi di quella che per noi è diventata una precarietà esistenziale. Per molti giovani del sud, l’esercito è l’unica speranza: arruolarsi per avere uno stipendio. O peggio ancora convincersi che è meglio lavorare per la mafia piuttosto che in nero… È questo il dramma della Sicilia, una terra che ha bisogno di un nuovo sviluppo e di legalità. Che dire, a tal proposito, di coloro che ci rappresentano, come governatore della Sicilia e come sindaco di Catania, che sono stati appena indagati. Noi studenti siamo intervenuti in questa sede per chiedere, per giorno 28, lo sciopero generale e generalizzato. Non siamo noi ad avere le colpe di questa situazione. La colpa è di chi ci governa e di un’opposizione parlamentare debole che non riesce a costituire una reale alternativa (e qui Anna Finocchiaro, seduta in prima fila, ha lasciato la sala, per poi rientrarvi successivamente, ndc). La crisi ci isola, noi abbiamo bisogno di sentirci meno soli e non certo di sentirci dire “armiamoci e partite”». Alla fine Iannitti viene salutato addirittura con una standing ovation.

A Marchionne un no chiaro ed inequivocabile

A Marchionne  un no chiaro  ed inequivocabile

Giorgio Cremaschi

Con le lacrime agli occhi, di gioia stavolta, i lavoratori italiani hanno accolto il voto di Mirafiori. Al di là di qualche piccolo escamotage dell’ultima ora oramai è chiaro che la maggioranza degli operai non ha detto sì a Marchionne e che la netta maggioranza di coloro che subiscono il più duro attacco alle condizioni di lavoro, gli addetti ai montaggi e alla lastroferratura ha detto un no chiaro ed inequivocabile. Il sì passa sostanzialmente per la valanga di voti favorevoli degli impiegati che, come da tradizione in Fiat, hanno deciso che era giusto che gli operai lavorassero a condizioni che essi non subiranno mai.

La portata immediata di questo voto è enorme. Questo vuol dire che il disegno di Marchionne di cancellare la libertà e l’autonomia del lavoro in fabbrica è, allo stato attuale, privo del consenso e della forza necessaria per affermarsi. Le tante mosche cocchiere politiche e sindacali possono anche affrettarsi a dire che ha vinto il sì, ma Marchionne sa perfettamente di avere perso. Ora si apre la via per mettere in discussione questo accordo. C’è il tempo necessario anche perché ai lavoratori a cui è stata chiesta una rinuncia preventiva a tutto, spetta ancora un anno di cassaintegrazione. Altro che i 3.500 euro in più.

Bisogna costruire una risposta sindacale, politica e giuridica, vista la quantità di violazioni di leggi e diritti che sono contenuti nelle clausole capestro dell’accordo. Ma ancora più grande è la portata di fondo di questo voto. Il no degli operai di Mirafiori ci dice che la politica del lavoro usa e getta, la negazione di piani industriali seri e credibili, l’assenza di reali programmi per il futuro, non possono più essere spacciati come la modernità che risolve la crisi.

Ora si apre la via per ridiscutere l’accordo

Si è creato lo spazio oggi per costruire un programma economico e sociale alternativo a quello di Marchionne e del liberismo selvaggio e per sostenerlo con un grande movimento di lotta.

Il no degli operai di Mirafiori parla a tutto il mondo del lavoro che non vuol più piegare la testa, parla ai giovani e agli studenti, a tutti i movimenti. Questo no dice a tutti che è possibile respingere il ricatto e incrinare quel regime di ingiustizie e sopraffazione che solo sul ricatto fonda la sua forza. Il no degli operai di Mirafiori parla alla Cgil e le chiede con chiarezza di mettersi a fianco di tutti i movimenti di lotta e di programmare finalmente quello sciopero generale che è oramai nell’ordine delle cose. Infine questo no parla alla politica. Le anime morte della sinistra che hanno spiegato al mondo che come operai di Mirafiori avrebbero votato sì, oggi si identificano solo con il voto degli impiegati. La sinistra che non capisce più gli operai e la questione sociale e che si innamora di ogni Marchionne che le vende modernità a basso costo, ha finito il suo percorso nel nostro Paese. Gli operai di Mirafiori chiedono di essere rappresentati da altro.

Infine è giusto che tutti e tutte noi ringraziamo i militanti della Fiom e del sindacalismo di base, le loro Rsu che a Mirafiori, contro tutto il regime mediatico e tutte le intimidazioni, hanno creduto in questa battaglia. Certo grandi sono i meriti della Fiom, e provo orgoglio nel ricordarli. Ma so anche che il merito principale di questa organizzazione è quello di essere in sintonia con quella parte crescente del nostro Paese che non ha più voglia di piegare la testa e che considera che il regime del ricatto nel nome del profitto non sia più socialmente e moralmente tollerabile.

Così il no degli operai di Mirafiori accompagna un’altra grande buona notizia. Il successo della prima rivoluzione del ventunesimo secolo: quella dei giovani e degli operai tunisini che hanno travolto la dittatura che li opprimeva. Proprio in queste settimane la Tunisia, assieme alla Serbia, era diventata uno di quei paesi utilizzati per spiegare agli operai italiani che debbono rinunciare a tutto altrimenti lì va a finire il loro lavoro. Come si vede anche questi ricatti alla fine hanno una prospettiva corta perché tutto il mondo comincia a ribellarsi al supersfruttamento dell’economia globalizzata. E proprio in questi giorni, anche in Serbia, gli operai stanno scioperando contro i ricatti della Fiat. Grazie operai e operaie di Mirafiori, con voi oggi ci sentiamo tutti più liberi e un po’ più forti. Ci ritroveremo subito tutti assieme in piazza il 28 gennaio.

Liberazione

16/01/2011

noi portiamo lo shampagne

Dal pensiero di Marx alle lotte di oggi. Bentornato Marx

Dal pensiero di Marx alle lotte di oggi. Bentornato Marx

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REFERENDUM ACQUA : BATTERE LE POLITICHE LIBERISTE SI PUO’

Con il via libera della Corte Costituzionale a due dei tre quesiti referendari promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua una prima vittoria è già stata conseguita.

Abbiamo sempre detto che “si scrive acqua e si legge democrazia”, ovvero che, su un bene essenziale che a tutti appartiene, devono essere le donne e gli uomini di questo Paese a poter decidere : ora tutto questo diventa possibile e nella prossima primavera il popolo italiano potrà pronunciarsi.

E potrà finalmente decidere se l’acqua debba -come i movimenti chiedono- essere riconosciuta un bene comune e un diritto umano universale o continuare ad essere considerata una merce per i profitti dei capitali finanziari e delle grandi multinazionali.

E’ questo il secondo risultato già conseguito: per la prima volta, il pensiero unico del mercato non è più una legge divina, inconfutabile e indiscutibile, bensì una scelta politica, che come tale può essere discussa, confutata e battuta.

Lo hanno già fatto gli oltre 1,4 milioni di donne e uomini che hanno sottoscritto i quesiti referendari, lo potrà ora fare l’intero popolo italiano.

E’ con grande soddisfazione che ci apprestiamo quindi a lanciare la fase decisiva della battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua, un percorso che ha permesso a questo Paese di confrontarsi con una nuova realtà : una amplissima coalizione sociale dal basso, senza padrini politici, senza potentati economici e nel più totale silenzio dei grandi mass media, che è riuscita ad imporre all’agenda politica e istituzionale un tema fondamentale come quello dell’acqua e che, per farlo, non si è affidata ad alcun vecchio o nuovo populismo rappresentativo, bensì ha costruito un percorso reticolare fatto di partecipazione e mobilitazione di tante donne e uomini alla loro prima esperienza di attivismo sociale, di connessione tra comitati locali, reti e associazioni nazionali, di obiettivi comuni tra culture ricche e differenti.

Da questo punto di vista, la chiarezza con cui la Corte ha cassato il quesito sull’acqua proposto dall’Italia dei Valori va salutata con altrettanta soddisfazione : perché era un’iniziativa che cercava -in modo peraltro confuso e contradditorio- di mettere il cappello su un’esperienza che cappelli non ne ha mai voluti : il referendum è uno spazio pubblico a cui vogliamo che tutti partecipino, non uno spazio privato di cui qualcuno possa impossessarsi.

La battaglia dell’acqua è un percorso che viene da lontano e che ha sedimentato in anni di lavoro una nuova narrazione sui beni comuni, un percorso fatto di proteste e di proposte : alle lobbies di Federutility e di Anfida ( i poteri forti della privatizzazione dell’acqua), a cui piace denigrare dicendo che vogliamo trasformare l’Italia nella Corea del Nord, diciamo che una nostra proposta di legge, con oltre 400.000 firme giace da oltre tre anni nei cassetti delle commissioni parlamentari, senza che alcuna delle attuali forze politiche parlamentari si sia posta il problema di leggerla o di discuterla.

Ma non potranno nascondersi oltre : da subito, non solo chiediamo, ma esigiamo che sia approvato un decreto di moratoria sugli effetti dell’attuale ‘Legge Ronchi’ : troviamo infatti inaccettabile, nel merito e nel metodo, che su una normativa che tra qualche mese potrebbe essere abrogata, si continui a procedere, accelerando le privatizzazioni in tutti i territori.

Chiediamo inoltre, e faremo tutti i passi istituzionali necessari, che si opti da subito per l’accorpamento della data del voto referendario con quella delle prossime elezioni amministrative : una richiesta di buon senso in un paese normale, un obiettivo di lotta in questo paese dalla democrazia smarrita.

Adesso si apre la fase più importante di questa battaglia di civiltà : ottenuti i referendum, occorre costruire una sorta di grande agorà, di confronto e discussione capillare in ogni angolo del paese per costruire conoscenza e partecipazione.

Con una grande consapevolezza di partenza : con i referendum sull’acqua -e il concomitante quesito contro il nucleare- si apre per questo paese la straordinaria opportunità di conseguire, dopo decenni, una prima grande vittoria popolare contro le politiche liberiste.

Per questo riteniamo che il filo comune che lega le mobilitazioni per l’acqua a tutte le lotte territoriali per i beni comuni, alle mobilitazioni studentesche e del mondo della ricerca e della formazione, alle lotte dei precari e dei lavoratori metalmeccanici debba divenire trama di un nuovo tessuto sociale che, sulla riappropriazione collettiva dei diritti sociali e dei beni comuni e sulla loro gestione partecipativa, indichi un nuovo modello di società.

Fuori dalla loro crisi, dentro le nostre speranze di futuro.

Marco Bersani – Attac Italia

Liberazione 14/01/11

Il ricatto passa con i voti determinanti dei capi

Il ricatto passa con i voti determinanti dei capi

Data: 15/01/2011 (Tratto dal sito prctorino) clicca sul link sotto.

http://www.prctorino.it/index.html?Pagina=/news/primapagina.asp?idLingua=1&PrimaPagina=X&idSito=1

Categorie: lavoro

FIAT: a Mirafiori vince il sì con il 54%. Decisivo voto degli impiegati

Oltre 5mila i lavoratori che hanno partecipato al referendum, a votare a favore 2.735 dipendenti, contrari 2.325. Le schede nulle o bianche 59

A Mirafiori vince il sì con il 54% dei voti. Decisivo per il risultato, arrivato dopo una lunga notte di scrutinio, durata quasi dieci ore, è stato il voto degli impiegati. Tra i 449 ‘colletti bianchi’, aventi diritto al voto, si sono, infatti, registrati: 421 voti a favore e solo 20 contrari.

Il fronte del no ha retto per i primi 4 seggi, quelli del montaggio: nel 9, nell’8, nel 7 e nel 6. Poi il sorpasso del sì, con un plebiscito degli impiegati a favore del piano proposto da Marchionne.

L’affluenza.

Al voto, secondo le stime della commissione elettorale, iniziato con il turno delle 22 di giovedì 13 gennaio, hanno partecipato 5.119 lavoratori, oltre il 94,2% degli aventi diritto.

I risultati.

Il sì ha vinto con 2.735 voti, pari al 54,05%. A votare no sono stati invece in 2.325 (45,95%), mentre le schede nulle e bianche sono state complessivamente 59

(fonte: CGIL)

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C’è una rosa che non appassisce

berlinoBerlino, 15 gennaio 1919

C’è una Rosa che non appassisce

Oggi più di ieri: Socialismo o barbarie

www.rosalux.de

www.rifondazione.it

www.federazionedellasinistra.com

Tunisia: un’insurrezione per il pane e per la libertà

Tunisia: un’insurrezione per il pane e per la libertà

Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Un regime tirannico e corrotto, ottuso e paranoico, che in poco più di un ventennio ha fatto dell’intero Paese una galera a cielo aperto. In questa prigione estesa, la libertà di espressione è conculcata. Molti giornali, anche europei, sono proibiti. Gli oppositori sono sorvegliati, minacciati, rapiti perfino all’estero, imprigionati e torturati in patria. Gli artisti, i blogger, i rapper sono considerati nemici pubblici da sequestrare e incarcerare. “Qui non si parla di politica”, come al tempo del regime mussoliniano: neppure per strada poiché ovunque c’è l’orecchio di un agente in borghese dietro le tue spalle. Ovunque, come nel Ventennio italiano, in luoghi e occasioni pubbliche, perfino in bottegucce sperdute nel deserto, campeggia il ritratto del tiranno: rifiutarsi di esporlo significherebbe rischiare gravi ritorsioni.

I segni della dittatura sono disseminati dunque in ogni dimensione e recesso del Paese: è curioso che pochi li colgano fra le schiere di turisti occidentali che invadono la Tunisia, fra i governanti francesi e italiani che sono soliti frequentarne gli hotel a cinque stelle.

Certo, la pressione che infine ha fatto saltare il tappo della bombola tunisina riguarda le peculiarità di un Paese che ha conosciuto un passato di modernizzazione e di straordinarie riforme (in senso proprio) e che quindi ha alimentato aspettative sociali alte ed estese. Bourguiba, infatti, ha lasciato in eredità un incredibile sviluppo della scolarizzazione pubblica, un sistema sanitario diffuso ed efficiente, nonché leggi per la parità di genere che all’epoca erano più avanzate di tante europee: si pensi alla legge sull’aborto e alla diffusione dei consultori. Anche per questo la disperazione giovanile è tanto acuta da esprimersi non solo con la rivolta ma anche col suicidio. La schiera di laureati che un tempo trovavano impiego nei più vari settori pubblici è sottoposta da anni a un drammatico processo di declassamento, destinata come è alla disoccupazione o a lavoretti precari e umili. In una società fatta per lo più di persone con un senso profondo della dignità e dell’orgoglio, la hogra, il sentirsi umiliati e disprezzati, ha contribuito a far esplodere la rivolta. L’Europa-fortezza ha alimentato gravemente questa serpeggiante disperazione sociale. Fino a poco tempo fa restava, come ultima, la speranza di emigrare verso l’Italia o la Francia. Oggi non più, a causa della crisi economica che colpisce pure i paesi europei e per colpa del proibizionismo anti-migrazione esercitato con ogni mezzo, anche estremo, e con la complicità attiva degli stessi Stati della riva sud del Mediterraneo.

Ma la lunga e coraggiosa rivolta tunisina è anche e soprattutto contro il regime oppressivo e dispotico di Ben Ali. E’ un’insurrezione per il pane e per la libertà. Non è solo, come si è scritto, la sollevazione disperata di giovani disoccupati senza futuro, colpiti come ovunque dagli effetti del neoliberismo e della crisi economica mondiale. Non è solo una rivolta giovanile. Sta diventando, invece, un movimento politico che va oltre le rivendicazioni sociali dei giovani laureati-disoccupati e che coinvolge attori sociali i più vari: operai, sindacalisti, artisti, liceali, avvocati, medici, insegnanti, intellettuali, professori universitari, altri settori delle classi medie. Ormai il regime, infatti, ha perso consenso e legittimità perfino fra le élite del Paese. Solo le élite governanti e affariste europee continuano a sostenerlo con impudenza; con stoltezza, in fondo, dato che esso è destinato ad essere travolto da questa sollevazione. La feroce repressione che sta esercitando, la scia di cadaveri che lascia durante la sua agonia non serviranno a scongiurarne la fine. Malgrado il bagno di sangue, la rivolta non si fermerà finché il dittatore non sarà costretto ad andarsene. A meno che non sia deposto da un colpo di stato militare. Spetterebbe alla comunità internazionale, agli organismi dell’Unione europea, ai suoi singoli paesi vigilare ed esercitare pressioni perché ciò non accada. Spetta alle forze di sinistra europee e soprattutto ai movimenti di base esprimere solidarietà attiva verso il popolo tunisino in rivolta per contribuire a scongiurare quest’esito nefasto.

Annamaria Rivera

in data:14/01/2011 Liberazione

Sì della Consulta, la parola ai cittadini

Sì della Consulta, la parola ai cittadini

http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/

Sì della Consulta, la parola ai cittadini

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli uomini e le donne di questo paese decideranno su un bene essenziale. La vittoria dei “sì” porterà ad invertire la rotta sulla gestione dei servizi idrici e più in generale su tutti i beni comuni.

Attendiamo le motivazione della Consulta sulla mancata ammissione del terzo quesito, ma è già chiaro che questa decisione nulla toglie alla battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua e che rimane intatta la forte valenza politica dei referendum.

Il Comitato Promotore oggi più che mai esige un immediato provvedimento di moratoria sulle scadenze del Decreto Ronchi e sull’abrogazione degli AATO, un necessario atto di democrazia perché a decidere sull’acqua siano davvero gli italiani.

Il Comitato Promotore attiverà tutti i contatti istituzionali necessari per chiedere che la data del voto referendario coincida con quella delle elezioni amministrative della prossima primavera.

Da oggi inizia l’ultima tappa, siamo sicuri che le migliori energie di questo paese non si tireranno indietro.

Roma, 12 gennaio 2011