Come Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano abbiamo iniziato la battaglia contro la privatizzazione del servizio idrico nel 2006 con interventi sulla stampa locale ed in consiglio comunale, presentando anche nell’agosto del 2006 una mozione contro la legge regionale che apriva la strada ai soggetti privati.
Nel giugno del 2007 il consiglio comunale di Vigevano ha approvato all’unanimità la nostra mozione per la gestione dell’acqua pubblica.
In tutto questo tempo abbiamo sempre sollecitato pubblicamente la mobilitazione dei cittadini e degli enti locali per far capire a Governo e Regione Lombardia che l’acqua è un bene non privatizzabile.
Il nostro impegno per garantire la partecipazione dei cittadini è stato sempre molto deciso. Al contrario, la maggioranza di centro destra che ha governato il Comune di Vigevano ha sempre evitato di aprire un vero e puntuale tavolo di confronto, sottovalutando di fatto il problema.
Rifondazione Comunista ha votato, da sola, contro il conferimento del patrimonio idrico all’Ambito Territoriale Ottimale (Ato) avvenuto nel maggio del 2008, definendolo un “grave errore politico”.
Il Prc ha sostenuto in Consiglio Comunale che “Vigevano doveva opporsi alla privatizzazione dell’acqua e soprattutto corcertare con la comunità ogni decisione perchè non si tratta di una semplice scelta tecnica, ma sociale”.
Il dato di fondo è che il Comune di Vigevano ha svenduto il nostro patrimonio!
Purtroppo la volontà perseguita con protervia dalla Regione Lombardia e dal Governo Berlusconi è quella di privatizzare il servizio idrico così come è già avvenuto per il metano.
E una delle conseguenze di questa scelta scellerata sarà che i futuri investimenti non verranno più decisi dalle comunità locali ma da una sovrastruttura provinciale che non è rappresentativa dal punto di vista sociale e politico.
Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua. Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori. Per garantire l’accesso a tutte e a tutti. Per tutelarlo come bene collettivo. Per conservarlo per le future generazioni.
FIRMA I TRE REFERENDUM PER L’ACQUA BENE COMUNE.
I TRE QUESITI VOGLIONO ABROGARE LA VERGOGNOSA LEGGE APPROVATA DALL’ATTUALE GOVERNO NEL NOVEMBRE 2009 E LE NORME APPROVATE DA ALTRI GOVERNI IN PASSATO CHE ANDAVANO NELLA STESSA DIREZIONE, QUELLA DI CONSIDERARE L’ACQUA UNA MERCE E LA SUA GESTIONE FINALIZZATA A PRODURRE PROFITTI.
Partito della Rifondazione Comunista – giovani comunisti – Circolo “Lucio Libertini” Via Boldrini, 1 – Vigevano
punto rosso associazione culturale – Sezione “Rosa Luxemburg” – Vigevano.
non solo acqua, ma tutti i servizi locali devon tornare in mano pubblica, non importa se direttamente o tramite azienda pubblica. il fondamento e’ la proprieta’ del servizio..
Propongo qui di seguito l’articolo apparso sabato scorso sul “manifesto” a sostegno dei tre referendum sull’acqua e contro le manovre diversive del PD e di Di Pietro. L’autore è professore dei diritto civile all’Università di Torino.
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UGO MATTEI
FACCIAMO COME IN BOLIVIA: VOTIAMO IL REFERENDUM E CAMBIAMO LA SINISTRA
Le prime firme a Torino le ho viste apporre nel corso di una delle tante conferenze stampa di presentazione dei tre referendum siacquapubblica. Tre referendum che offrono una soluzione chiara e non pasticciata a questa battaglia italiana della grande guerra globale sull’acqua. Una battaglia che oppone le persone, con i loro diritti fondamentali (per alcuni fortunati costituzionalmente garantiti) ed i loro bisogni anche fisici alle corporations con la loro insaziabile voglia di profitto. Persone fisiche contro persone giuridiche. Alle prime l’acqua serve per vivere, alle seconde per aumentare i profitti. I referendum siacquapubblica si propongono di mettere per una volta in modo chiaro e non ambiguo le persone, le comunità e l’ecologia al di sopra dei profitti.
Tutte le altre soluzioni proposte, dal referendum dipietrista alla proposta del giovane giurista Napolitano per una nuova authority, presentata ieri a Roma in imbarazzante compagnia e immediatamente bocciata dal presidente dell’Antitrust Catricalà, non fanno questa scelta, chinando invece il capo agli interessi paganti delle società per azioni e della loro bulimia di profitti.
Questi profitti smisurati consentono alle corporation di creare un mondo a loro immagine e somiglianza, costruendo una retorica che convince le vittime della benevolenza dei predoni. Esse, così facendo, riescono a ridurre le persone a meri consumatori creando bisogni nuovi, inutili e nocivi per l’ambiente. Per esempio convincendoci a bere acqua minerale imbottigliata, inventandone virtù inesistenti tramite l’investimento di risorse immense nel marketing, un processo che poi altro non è che la privatizzazione del nostro immaginario.
Ma le stesse corporation, multinazionali o multiutility anche locali, hanno anche un altro e ben più pericoloso potere: quello di scegliere le élite della politica dando loro accesso ai media ufficiali, cooptandole nella società dello spettacolo, finanziandone campagne elettorali costosissime, per ottenerne in cambio l’acquiescenza, o una resistenza inefficace alle proprie politiche (talvolta, quel che è peggio, formando élite talmente prive di senso critico da essere in buona fede). Ovviamente le élite così scelte travalicano i confini della destra e della sinistra. Le élite controllate dalle corporation sono professionali e altamente bipartisan e producono leggi, a loro volta profondamente bipartisan che privatizzando i beni comuni consentono nuovi e dissennati profitti.
I tre referendum che potremo firmare fino al 21 luglio e che richiedono uno sforzo di attivismo ma soprattutto di chiarificazione da parte di tutti i nostri lettori, non sono il prodotto di queste élite “mainstream”. Essi sono il prodotto di una nuova sinergia fra la ricerca critica più avanzata in materia giuridica, economica ed ecologica e quei movimenti, dentro e fuori i partiti, che anche in Italia raccolgono tanti cittadini che non accettano di essere meri consumatori o spettatori dello spettacolo politico e che invece vogliono fare la differenza qui e adesso.
Solo firmando i tre referendum si può davvero invertire la rotta. Si possono cacciare le corporation e i loro profitti smisurati e sicuri dalla gestione di un diritto fondamentalissimo come quello a bere ed utilizzare l’acqua. Lo stesso risultato non lo si ottiene firmando il referendum dipietrista, né tantomeno la petizione farisaica con cui Pierluigi Bersani tradisce definitivamente quanti avevano pensato che il Pd dopo lungo travaglio si fosse dotato di un leader degno del nome capace di prendere decisioni alternative alla destra.
Solo firmando i tre referendum del movimento si può cominciare ad uscire, guardando avanti, dalla sterile contrapposizione fra privato e pubblico, creando piuttosto le basi per interpretare l’acqua come un bene comune da gestirsi con strumenti solidaristici, ecologici, pubblicistici e democratici anche nell’interesse delle generazioni future dando finalmente applicazione all’art 43 della Costituzione (disegno legge delega Commissione Rodotà\Regione Piemonte\Gruppo Pd al Senato).
I nostri referendum vogliono fare dell’acqua l’occasione politica per mettere i beni comuni e la loro tutela all’ordine del giorno di una discussione politica cui partecipi una cittadinanza libera e non schiava dei falsi modelli prodotti dalle multinazionali per le quali “privato è bello” e “libertà di accumulo è felicità”. I tre referendum che con Alberto Lucarelli, Gaetano Azzariti, Stefano Rodotà e Luca Nivarra abbiamo redatto (ma quale mente giuridica ci sarà dietro alle altre posizioni?) vogliono estendere a tutto il territorio nazionale italiano quella trionfale inversione di rotta che i cittadini di Aprilia sono riusciti proprio ieri ad ottenere chiedendo indietro i propri acquedotti. I tre referendum vogliono ottenere anche in Italia quanto i parigini hanno già conquistato, riprendendosi la gestione comune dell’acqua e allontanando multinazionali attente solo ai profitti di breve periodo e disattente alle necessità degli investimenti e del risparmio. I referendum vogliono, insomma, cacciare i mercanti dal tempio dell’acqua e dei beni comuni (proprio come i boliviani dieci anni fa hanno cacciato Sanchez de Lozada), perché nel tempio si sta insieme per costruire comunità e non si entra per competere in nome di efficientismo e profitto.
I vertici del Pd dicono che il referendum non è sufficiente e partecipano così al vergognoso tentativo di confondere le idee agli elettori proponendo loro di firmare una “petizione” per raccogliere un milione di firme. Invece dell’asserzione democratica e diretta di un diritto costituzionale, si propone una petizione: ciò che i servi rivolgono ai padroni. Ciò che i sudditi in ginocchio rivolgono al sovrano, ottenendone una concessione. Il referendum è un diritto costituzionale, il solo strumento che i cittadini hanno a disposizione nell’inattività dei parlamentari, ridotti a ceto servile inutile e parassitario. Il referendum non è una petizione, è un’asserzione alta di diritti politici. Di diritti politici a tutela dei beni comuni di cui l’acqua non è il solo ma certo uno dei più importanti.
La petizione del Pd ha un solo scorrettissimo scopo: annacquare ulteriormente il referendum sull’acqua rendendo la raccolta di firme ancora più difficile: molti cittadini che firmeranno ai banchetti partitocratici del Pd o di Di Pietro penseranno di aver già firmato sull’acqua… È lo stile di quei candidati fasulli che equivocano sul nome per cercare di essere eletti coi voti degli elettori che si confondono. Ma che bella politica, signor segretario! Complimenti vivissimi.
Ma su questo Bersani sbaglia perché i militanti e molti dirigenti del Pd (in Piemonte giovedì sera il vicepresidente del Consiglio Regionale Placido ha raccolto le prime 150 firme per i tre referendum) non sono con lui nell’appiattirsi sulle proposte Ronchi-Napolitanojr-Cisl-Confindustria. La sola autorità indipendente che purtroppo manca eccome è quella di un leader a sinistra. Finisse anche nel Pd proprio come con Sanchez de Lozada, la cui cacciata sull’acqua ha aperto la via a Evo Morales.
(da: “il manifesto”, 24 aprile 2010).