Mese: aprile 2010

Primo maggio di lotta! Uscire dalla crisi, riprendersi il futuro.

PROGRAMMA MANIFESTAZIONE 1° MAGGIO A VIGEVANO

Alle ore 10 di sabato 1 maggio il concentramento dei partecipanti in piazza Calzolaio d’Italia. Quindi corteo in corso Repubblica, via del Popolo e poi in Piazza Ducale. Seguirà il saluto dell’amministrazione comunale cittadina, dopo l’esibizione della Banda Musicale Santa Cecilia. Alle 11.15 intervento ufficiale di Renato Losio segretario Generale CGIL Pavia.

(testo del volantino del circolo di Rifondazione di Vigevano)

Con le lavoratrici

e i lavoratori

Primo Maggio di lotta!

Contro le politiche antisociali
del Governo Berlusconi e di Confindustria
costruiamo un movimento duraturo per:
La difesa dell’articolo 18 e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Il contrasto alla precarietà ed alla legge 30.
Il blocco dei licenziamenti e nuove politiche industriali pubbliche.
La generalizzazione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori,
il raddoppio della cassa integrazione, il salario sociale per i disoccupati.
Una riforma fiscale, contro lo scandalo di un sistema in cui l’80%
del gettito fiscale complessivo è a carico dei lavoratori e dei pensionati.
Il voto referendario vincolante delle lavoratrici e dei lavoratori sui contratti.
La difesa della scuola e dell’università pubbliche.
I diritti di donne e uomini migranti.

Contro la crisi economica e sociale
che sta colpendo anche la Lomellina
chiediamo al Comune di Vigevano di:
Creare un fondo di solidarietà per aiutare chi si trova in difficoltà
per la perdita del posto di lavoro, gli artigiani e le piccole imprese.
Introdurre un salario di cittadinanza per i cittadini in cerca di occupazione.
Costituire un “Osservatorio del lavoro” con rappresentanti dei lavoratori
e degli imprenditori, per promuovere politiche di sostegno allo sviluppo.
Potenziare gli strumenti amministrativi e di controllo per impedire
– soprattutto nel campo delle attività edili – il ricorso al lavoro nero.

Non ricorrere agli strumenti previsti dalla legge 30 e, in ogni caso, garantire maggiori tutele e diritti ai lavoratori occupati per conto del Comune.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

CIRCOLO “LUCIO LIBERTINI” – VIA BOLDRINI, 1 – VIGEVANO

Benedetto XVI e la pedofilia.

_4miniprete”Benedetto XVI non riesce a smettere di essere un professore e non ha iniziato ad essere un  pastore” (traduzione di Antonio Lupo)

Intervista  di José Maria Mayrink pubblicata dal giornale  O Estado de S. Paulo, 20-04-2010.

Noto critico dell’attuale papa, l’ex-frate e teologo brasiliano Leonardo Boff considera Benedetto XVI una figura “di tensioni e perfino di disunione”.

Ecco l’intervista.

Come analizza il pontificato di Benedetto XVI?

Caratterizzato da gesti di conflitto e disunione: con i musulmani, con gli ebrei, con le Chiese non cattoliche, con i seguaci di  Lefebvre, con l’introduzione della messa in latino, con le donne, con gli omosessuali e attualmente con il problema dei pedofili.

Voglio dire che ha commesso diversi errori di governo.

Un professore come lui, di teologia accademica, in una università Statale tedesca, dove io l’ho ascoltato, non è tagliato per dirigere, coordinare e  animare una comunità di oltre un miliardo di persone . Non riesce a smettere di essere un professore e non inizia ad essere pienamente un  pastore’

Gli manca quasi tutto, specialmente il carisma.

Le denuncie di pedofilia causano un danno irreparabile per l’immagine della Chiesa?

La  pedofilia è sempre esistita nel clero. Ma era diventata invisibile. La Chiesa la vedeva solo come un peccato e non come un delitto. In questa visione si vede solo il peccatore. Nel delitto si vede la vittima.

Il Delitto é un crimine che deve esser portato davanti i tribunali. Questo la Chiesa non lo ha voluto fare, nella  falsa idea di preservare il suo buon nome. Questo è un atteggiamento  farisaico e carente di misericordia e giustizia per le vittime. L’opinione pubblica mondiale e i vari processi negli Stati Uniti , che hanno evidenziato questa mancanza, hanno portato la Chiesa ad accettare, molto a malincuore, la criminalizzazione della pedofilia. Questo ha demoralizzato enormemente l’istituzione. Poco vale la richiesta di perdono e l’offerta di preghiere. Sono necessarie profonde trasformazioni nella disciplina e nella formazione dei candidati al sacerdozio.

E’ corretto il modo della Chiesa , e particolarmente del papa, di affrontare questo problema?

Il Vaticano e i vescovi in generale cercano di dissociare il celibato dalla pedofilia. Il problema di fondo é la sessualità come è affrontata nei seminari e nella vita concreta dei preti.

La sessualità, come hanno dimostrato Freud, Foucault e Ricoeur, ha una natura vulcanica.

Non basta la ragione per integrarla nel tutto della vita umana. Ora, la pedofilia é un comportamento anomalo, pertanto, collegata a una sessualità male integrata. Questo è quello che il Vaticano non vede, ma sarà obbligato a vedere. Persiste nel mantenere il celibato fuori da ogni discussione. La Chiesa ha i suoi motivi: il celibato é un fattore decisivo per l’attuale tipo di struttura della Chiesa, che è una società religiosa totale, autoritaria, centralizzata e monosessuale (solo gli uomini contano nel servizio ecclesiale). Per la chiesa è comodo avere persone totalmente disponibili che le consegnano tutto, vita, affetti, famiglia, per servire i suoi voleri, non sempre i più adatti per la maggior parte dell’umanità su questioni importanti come i contraccettivi, aids e altri.

L’onda degli scandali porterà la Chiesa a cambiare la sua posizione su queste questioni?

Per quanti scandali avvengano, difficilmente la gerarchia della chiesa cambierà.

Essa è ostaggio di una dottrina che ha formulato senza alcun dialogo con la comunità cristiana e senza maggiori discussioni con la comunità scientífica.

Il fatto che la Chiesa istituzionale abbia collocato al centro della sua struttura il potere sacro (sacra potestas), è la conseguenza di una logica di potere, e questo chiude porte e finestre all’amore, alla solidarietà, alla comprensione cordiale e alla compassione. Non senza ragione, il papa attuale scrive una enciclica sull’amore senza dimostrare un qualche amore.

Fascisti “brava gente”.

disegno casati
disegno casati

La storia della Sicherheits

La Sicherheits Abteilung (S.A.) era un reparto speciale di polizia, che passò alle dipendenze della 162a divisione germanica (quella composta da disertori sovietici noti come “mongoli”) comandata dal generale Ralph von Heygendorff. Nonostante il suo nome era costituita da italiani e agiva abbastanza autonomamente. Affiancava le truppe tedesche nei rastrellamenti e si rese responsabile di numerosissime azioni di rappresaglia, spionaggio, arresto.

Si era costituita a Voghera, alla fine del ’43; le sue file si erano ingrossate col passare dei mesi, passando dai 40 effettivi alla fine del ’44 ai circa 250 dell’aprile ’45. Agli inizi di giugno del ’44 si era trasferita da Voghera a Varzi, in Val Staffora, a più diretto contatto con i territori in cui erano insediati i partigiani, e il comando è stato assunto a fine mese, dopo la morte del fondatore il colonnello Alberto Alfieri, da Felice Fiorentini, ex ufficiale dell’aeronautica. Lasciata Varzi ancora prima del periodo della “repubblica partigiana”, si era stanziata a Broni, al limite tra la pianura e la zona collinare, nell’albergo Savoia dove, nei solai e nei sotterranei, aveva costituito una sua prigione, attraverso la quale passarono decine di partigiani, renitenti e antifascisti.

Eccone un sintetica descrizione da parte dell’ex-prigioniero Ambrogio Casati, un professore di disegno: “Questi miseri prigionieri di Villa Savoia a Broni tra il Novembre 1944 ed il mese di Aprile 1945 toccarono il numero di: 82 uomini e 40 donne con oscillazioni quotidiane, con repentine liquidazioni, ed apparizione di nuove tristi comitive con il loro destino e la loro speranza”.

Una delle sezioni distaccate della S.A. posta nel castello di Cigognola divenne tristemente famosa. Nel paese avviene uno dei più vasti eccidi della nostra provincia: il 19 dicembre del ‘44 furono uccisi in piazza sette partigiani catturati qualche giorno prima, a cui si aggiunsero un mendicante e il giorno dopo un altro partigiano; i cadaveri restarono esposti per due giorni.

L’efferatezza di questo come di altri episodi offrì il pretesto alle autorità provinciali della Repubblica di Salò per tentare di porre un freno a questa banda autonoma, o meglio per ricondurre la violenza al monopolio dello Stato. Il sottosegretario agli Interni Giorgio Pini, in visita a Pavia, scrisse a Mussolini che le autorità fasciste locali sono “unanimi nel deplorare l’esistenza e i metodi adottati dal reparto [che] agisce con lo stile di un banditismo e di un ribellismo alla rovescia senza riguardi a leggi e procedure”, per di più “provocando la defezione di elementi della Brigata Nera e Guardia Nazionale Repubblicana con l’allettamento di migliori paghe”. Ma questa presa di posizione, pur autorevole, non ebbe esito anche per la contromossa del comandante Fiorentini che si concretizzò in una lettera in suo appoggio inviata da diversi iscritti al Partito Fascista Repubblicano al generale comandante della 162a Turkestan.

Colpisce in questa polizia, e anche tra i più feroci torturatori, la presenza di un numero considerevole di giovani, molti dei quali esenti da obblighi di leva. Dai dati raccolti durante i processi del dopoguerra si riesce a ricostruire un quadro, seppur incompleto della banda: i nativi nell’Oltrepò sarebbero stati pari al 60%, l’età media complessiva risulterebbe di circa 23 anni e il 1928 l’anno di nascita più rappresentato con venti effettivi.

Conflitto generazionale e spirito di indipendenza dalla famiglia sembravano unirsi all’urgenza di una vita avventurosa ed “eroica”, ma anche al bisogno di figure autoritarie e più banalmente di paghe e generi di conforto quasi impossibili da trovare in quei mesi. Infatti ai processi della Corte d’Assise Straordinaria di Voghera celebrati nell’estate del ‘45 più di un ragazzo dichiarò di essersi arruolato o di essere passato da altri corpi alla S.A. per motivi venali. Almo Albini, nato a Voghera nel 1930, dichiarò di essere entrato nella S.A. “spinto dal fratello Luigi diciassettenne, …che riscuoteva la paga di 125 lire al giorno oltre il vitto e l’alloggio”; Valentino Tortini, nato a Pavia nel 1930, affermò: “Lasciai le Fiamme Bianche nel gennaio ’45 per arruolarmi a Broni, facendo servizi di pattugliamento notturno per mille e più lire ogni decade”; Giancarlo Mazza, nato a Voghera nel 1930: “Nelle FF. BB. percepivo dieci lire al giorno; passai alla S.A. avendo avuto notizia dai miei compagni, che ne facevano già parte, che mi sarebbe stato pagato oltre mille lire alla decade e avrei avuto anche le sigarette.”

Quello che colpisce è l’accondiscendenza dei tedeschi, che non sembravano temere la reazione della popolazione al terrorismo di queste bande. Il generale Heygendorff non permise il trasferimento di Fiorentini, neppure di fronte a un ennesimo tentativo dell’ultimo capo della polizia salodina il pavese Renzo Montagna. D’altra parte non sono documentati casi di giustizia interna alle forze fasciste e questa sorta di impunità più o meno dichiarata è da mettere in conto nella valutazione anche degli episodi più gratuiti di violenza.

Come scrive Claudio Pavone, citando Primo Levi: “Il modo migliore di legare i collaborazionisti stava nel «caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più possibile»”.

Si può concludere che tale reparto di polizia fascista preferiva fucilare che consegnare ai tedeschi e procedeva a così numerose ed efferate esecuzioni per accreditarsi e legittimare il loro potere.

Uccidevano subito i partigiani, perché li ritenevano di competenza loro, avendo ingaggiato una guerra privata, a volte con gli stessi compaesani. Quando erano respinti si scatenavano provocando morti, incendi, distruzioni. Infliggevano punizioni collettive e indiscriminate alle popolazioni che sospettavano di aiutare le formazioni nelle “zone franche”.

Schematizzando si potrebbe affermare che in certe situazioni i nazisti deportavano, i fascisti uccidevano.

Per cui in ambito locale, ma non solo, è fortemente forviante e sostanzialmente revisionista la tesi che vuole attribuire tutte le responsabilità ai soli tedeschi e relegare il ruolo dei fascisti in quello di subalterni o addirittura di moderatori del “furor teutonicus”.

Banchetti raccolta firme per referendum contro la privatizzazione dell'acqua.

VIGEVANO – Parte nel prossimo fine settimana la raccolta di firme per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua.

I banchetti, organizzati dai circoli vigevanesi di Pd e Rifondazione Comunista saranno allestiti sabato mattina

(24 aprile) al mercato (dalle 9 alle 13 ) e domenica (25 aprile), negli stessi orari, in via Silva.

Promotore dei referendum, a livello nazionale, è il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali.

Tre i quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma, tesi a cancellare quelle parti del decreto Ronchi, approvato a inizio anno, che prevedono la cessione di almeno il 40 per cento delle società pubbliche che gestiscono le reti idriche a partner privati.
Sempre sulla questione acqua, si svolgerà domani (venerdì) a Pavia un convegno: “Acqua: bene pubblico o business?” Il dibattito, organizzato da Asm e Comune di Pavia si terrà a partire dalle 9.30 nell’aula magna del collegio Volta, in via Ferrata 17.

visitate il seguente sito:

http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/

Canzoniere dell’Anpi. Festa d’aprile.

Per l’audio clicca sul link: Canzoniere: Festa d’aprile
La canzone  in versione MP3 da scaricare (attenzione: sono 2,6 Mb!).

Non conosciamo purtroppo gli esecutori e l’autore dell’arrangiamento della versione che proponiamo.


E` già da qualche tempo che i nostri fascisti
si fan vedere poco, sempre più tristi
hanno capito forse se non son proprio tonti
che sta arrivando l’ora della resa dei conti.

Forza ch’è giunta l’ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace e liberar l’Italia
Scendiamo giù dai monti a colpi di fucile
evviva i partigiani, è festa ad aprile!

Quando un repubblichino omaggia un Germano
alza la mano destra al saluto romano
ma se per caso incontra noialtri partigiani
per salutare alza entrambe le mani.

Forza ch’è giunta l’ora …

Nera camicia nera che noi t’abbiam lavata
non sei di marca buona, ti sei ritirata!
Si sa le mode cambiano quasi ogni mese
per il fascista oggi si addice il borghese.

Forza ch’è giunta l’ora …

Da qualche settimana pei cari tedeschi
maturano le nespole anche sui peschi
il caro Duce e il Fuehrer ci davan per morti
però noi partigiani siam sempre risorti.

Forza ch’è giunta l’ora …

Anche l'Arci a congresso "il nostro modello può ispirare la sinistra".

http://www.arci.it/
Paolo Beni: «La politica si fa in mezzo alla gente»

Ormai autonoma e «lontana dalle logiche di appartenenza dei vecchi collateralismi» l’Arci, secondo il suo presidente Paolo Beni, «ha bisogno di trovare in sé stessa una più forte identità politica e culturale». E fa un congresso che prova a mettere il suo modello al servizio della sinistra in crisi. Che le case del popolo non siano «isole felici» e che abbiano bisogno anche loro di «ritrovare la capacità di indignarsi» di fronte a un «immiserimento senza precedenti della cultura politica», la platea di Chianciano lo sa. Ma, con un milione e centomila soci, 119 comitati provinciali, 5.600 circoli, l’Arci si conferma la più grande associazione italiana di promozione sociale, impegnata su cultura, formazione, pace, diritti, welfare, legalità democratica, tempo liberato. Un’anomalia o un’esperienza a cui ispirarsi? Nella sua relazione ai 572 delegati, Beni spiega di non aver bisogno di tornare nei territori perché l’Arci c’è già e punta più che mai sui suoi circoli per realizzare quello che definisce un progetto di educazione popolare: portare le persone fuori di casa, offrire un’alternativa alla solitudine delle famiglie di fronte alla tv, fare dei circoli luoghi di accoglienza e di incontro. Tutto ciò per smontare «la narrazione che ci viene imposta e riappopriarci del significato delle parole». Al centrosinistra l’Arci manda a dire che il suo primo errore sia stato quello di «illudersi che la politica potesse fare a meno della fatica di stare in mezzo alla gente comune». Per ricominciare servono «spazi efficaci»: non bastano piazze e gazebi, tantomeno le urne una tantum. A quei partiti conferma «siamo con voi e vogliamo dare una mano! Ma per favore, evitate che il dibattito sul dopo elezioni ripeta copioni già visti, fra autoassoluzioni e voglia di resa dei conti. Non va bene, sarebbe un disastro. Proviamo davvero a cambiare marcia (ad esempio smetterla di ripartire da un leader anziché da un progetto). Noi vogliamo continuare a rappresentare una alternativa alla solitudine, alla sfiducia, alla disgregazione sociale, sostenendo i cittadini svantaggiati, prevenendo il disagio, opponendoci all’emarginazione e alla discriminazione in tutte le sue forme, sperimentando pratiche ispirate a un diverso modello di sviluppo, ecologicamente e socialmente sostenibile».
Avvertenza per il lettore: togliersi dalla testa l’idea delle case del popolo novecentesche. Oggi i circoli Arci sono sempre più diversificati. Le radici dell’Arci vanno dalla vecchia stazione ferroviaria dell’altro secolo e trasformata in circolo in Val di Fiemme (l’Aur-Ora che tessera 400 soci su 2900 abitanti) ai locali che ospitano una rassegna di corti sulle migrazioni a Lampedusa. A volte strutture del tutto ecocompatibili (Cusago) altre volte sottratte alle mafie (il Dialogos di Corleone), spesso concentrati su altri modelli di vita e consumi oppure proiettati in progetti di solidarietà internazionale. E’ vero, nessuno sfugge a una «società della paura che produce anche la paura del cambiamento» ma «è dove le contraddizioni esplodono con più forza che possono emergere gli anticorpi di una possibile alternativa». L’Arci denuncia il «razzismo senza ideologia,» razzismo da paura, ossia dovuto alla paura e che prepara una società culturalmente povera al populismo autoritario. Per fermare l’attacco alla Costituzione «servirebbe un’imponente reazione democratica, ma il tema non appassiona un Paese esausto e rassegnato», avverte Beni che, nel corso dei lavori si confronterà con don Ciotti, Bersani (ieri in sala), Ferrero, Vendola e il suo omologo toscano Rossi dopo l’avvio di ieri segnato dall’apertura di Pietro Marongiu, uno dei cassintegrati barricati all’Asinara. Tra le priorità dell’associazione l’emergenza ambientale e climatica, le vertenze aperte a livello locale per salvaguardare territori già dissestati dall’ulteriore scempio di grandi opere inutili, da scelte di politica energetica o di riciclaggio dei rifiuti pericolose e inquinanti, la difesa di beni comuni. «Per questo abbiamo deciso di promuovere, insieme al Forum dei movimenti per l’acqua e a un vastissimo schieramento di organizzazioni ed enti locali, il Referendum per la ripubblicizzatone dell’acqua».
Ovviamente tutto il congresso sta pensando ai medici di Emergency, ostaggi del governo afgano, compagni di strada nel movimento no war, quello che fu la seconda potenza mondiale e che tornerà in piazza domani a Roma: il governo italiano dice Beni deve «dire la verità su quanto sta succedendo a Lashkar-gah». E chissà che il movimento non torni prima o poi a chiedere il ritiro delle nostre truppe dai teatri della guerra globale.
K.B.

16/04/2010 Liberazione

Lashakar Gah come Genova 2001

Vittorio Agnoletto
L ‘ Italia ha avuto il compito dalla Comunità internazionale di aiutare le istituzioni afgane a riformare il proprio sistema giudiziario, proponendo come modello quello di casa nostra. Osservando la recente vicenda dei tre cooperanti di Emergency, pare poter affermare che più che ai nostri codici, l’establishment afgano si sia ispirato ad alcune prassi d’azione investigativa attualmente in uso dalla polizia italiana. Non sarà sfuggito a nessuno, infatti, la forte similitudine di quanto avvenuto all’ospedale di Lashakar Gah con i fatti della scuola Diaz.
A Genova un gruppo di ufficiali di polizia ha artatamente collocato delle bottiglie molotov nei locali dove dormivano decine di giovani per poi accusare costoro di esserne i proprietari e quindi massacrarli di botte e perseguirli come Black Block e fiancheggiatori del terrorismo. Sulla base di queste “prove” fu orchestrata una campagna mediatica imponente tesa a criminalizzare tutto il movimento fino a cercare di accusare l’intero Genoa Social Forum di essere un’associazione sovversiva. A Lashakar Gah viene fatto scattare un allarme bomba, il personale è evacuato, nell’ospedale entrano dei poliziotti che devono verificare la serietà dell’allarme, dopo circa un’ora alcuni operatori internazionali vengono invitati a rientrare e a quel punto militari afgani ed inglesi si precipitano in un magazzino e, come in un gioco di prestigio, proprio dalle prime casse che vengono aperte spuntano le armi. Gli operatori internazionali sono accusati di collaborare con il nemico per preparare un attentato e tutta Emergency viene additata pubblicamente come un’associazione che strizza l’occhio ai terroristi talebani. A Genova la testimonianza di centinaia di migliaia di occhi umani e di decine di migliaia di occhi tecnologici furono fondamentali per ribaltare la verità di regime; ma il prezzo pagato fu enorme in termini di sofferenza e di dolore: Carlo non c’è più e una moltitudine fu massacrata di botte. A Lashakar Gah non potevano esserci migliaia di occhi a svelare l’ignobile inganno, ma c’è un video che mostra le inequivocabili modalità d’azione dei militari afgani e inglesi. Ci sono milioni di persone che hanno avuto salva la loro vita grazie al lavoro di Emergency; io stesso ho potuto verificare a Kabul nel 2007 come gli operatori di Emergency rischino ogni giorno la vita per rispettare il giuramento d’Ippocrate: curare chiunque indipendentemente da chi sia e da cosa abbia fatto. Chi conosce Emergency sa che le accuse rivolte ai tre arrestati sono delle montature per liberarsi di testimoni il cui silenzio non si può comprare.

E infatti ora le autorità afgane cominceranno a distinguere i tre arrestati, a dividerli fra loro, a dire che c’è chi non ha alcuna colpa e chi invece è responsabile di ogni nefandezza fino al punto di essere accusato di aver venduto una vita umana all’epoca del rapimento di Mastrogiacomo: poco importa che in quel momento l’accusato si trovasse in un altro angolo del mondo. Ma l’unica responsabilità di chi viene dipinto come sodale dei talebani è proprio quella di non aver mai abdicato alla propria neutralità, e di non aver quindi mai voluto tacere le stragi di civili che si ripetono quotidianamente.
Nessun altro Paese avrebbe mai accettato che militari di una nazione alleata arrestassero senza preavviso e senza fornire giustificazioni dei propri concittadini. Questa elementare considerazione diventa ancora più ovvia se consideriamo la fitta presenza in Afghanistan di agenti dei servizi segreti italiani abituati ad interagire quotidianamente con i loro colleghi statunitensi, afgani, inglesi… E’ allora legittimo domandarsi se veramente qualcuno tra i vertici dei nostri Servizi o del governo italiano non fosse stato precedentemente avvisato. Se, nonostante l’Italia continui a mandare migliaia di giovani a morire per difendere un governo come quello di Karzai (composto da signori della guerra e da narcotrafficanti) la Farnesina e il ministero della Difesa italiano non sapevano nulla (versione poco credibile), allora sono stati umiliati e trattati dai propri alleati peggio di un vassallo medievale.
Oggi la priorità assoluta è l’immediata mobilitazione per chiedere al governo italiano di impegnarsi con tutte le proprie forze per ottenere l’immediata liberazione dei tre arrestati. Ma poi dovremo rilanciare senza indugi il movimento per il ritiro delle truppe e andranno chieste le immediate dimissioni di Frattini e di La Russa. Qualunque sia stato il loro ruolo: sia che sapessero e nulla hanno fatto per evitare l’arresto, sia che fossero stati tenuti all’oscuro mostrando così la totale incapacità e inefficienza dei nostri apparati informativi. In ambedue i casi vi sono ragioni più che sufficienti perché lascino immediatamente i loro incarichi.

16/04/2010 Liberazione