Mese: luglio 2010

Bologna, ore 10.25

(lettera tratta da Liberazione del 30 luglio 2010)
Cara “Liberazione”, dicono che dopo molto tempo quanto rimanga d’un “fatto pubblico”, se pur della massima importanza, non siano i sentimenti, bensì il ricordo. Una specie di memoria collettiva edulcorata dal resto. 10,25 ora della scoppio. Tre fischi secchi d’un locomotore segnano l’inizio del minuto di silenzio. La piazza della stazione ammutolisce, molti hanno ancora lacrime. Corpi smembrati, distrutti, in qualche caso perfino volatilizzati dalla forza devastante della deflagrazione. Immane e disumana. Poveri corpi immolati sull’altare d’una politica che avrebbe voluto gettare il Paese nel baratro del terrore. Strategia della tensione si chiamava, voglia di morte. Tu guardi lassù in alto a sinistra e fissi l’orologio ferito che segna le 10.25, ora e sempre, fin che giustizia non sarà fatta! Oggi sei in viaggio per lavoro, oggi vai in vacanza, oggi sei qui solo per un ricordo… Il sentimento di offesa è ancora vivo e il Paese non è libero dalla miseria della violenza, dalla miseria dell’odio, dalla miseria del nulla culturale. E allora ai giovani bisogna insegnare a rispettare il corpo proprio e degli altri, pensi. Hai visto negli anni, seppure non direttamente, troppi corpi straziati: il XX secolo – con i suoi genocidi – secolo della distruzione del corpo dell’uomo. Eppure ora, davanti a questo scempio, che è il tuo, quello della tua città offesa, percepisci ancora l’odore delle macerie, rivedi le luci delle ambulanze, senti il guaito del bus dei feriti e dei morti ammazzati, assaggi ma specialmente tocchi, tocchi con mano l’amara impotenza del cittadino qualunque. Tocchi la lapide che commemora le 85 vittime, marmo della tua stazione, che era anche la loro. La tocchi e ti sembra giusta ma inadeguata icona per tanto dolore, muta testimone d’ingiustizia. Chi ci renderà quei corpi massacrati per nulla, chi?

Piero Antonio Zaniboni Bologna

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La politica di Marchionne e quella del Cav

Paolo Ferrero

Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ’69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda.

La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito. Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Marchionne, infatti, in queste settimane parla il linguaggio della guerra e non a caso si pone l’obiettivo di fare, attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della Repubblica e sulla violazione della Costituzione.

Gli è andata male e la reazione è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è: taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro. Oggi, nei fatti, annuncia un colpo di stato con la scelta unilaterale di far saltare il contratto nazionale di lavoro. E non si dica che Marchionne è isolato. Tanto il centro destra quanto il centro sinistra condividono l’idea che la globalizzazione neoliberista è un fenomeno naturale, oggettivo e che il compito dell’impresa è quello di sbaragliare la concorrenza. Da questa impostazione Marchionne ne trae l’idea che la fabbrica deve essere una comunità combattente, deve avere la disciplina di un plotone al fronte e che quindi qualsiasi dialettica sindacale è intollerabile. Per l’ad di Fiat uno sciopero equivale alla diserzione e non a caso il dictat di Pomigliano prevede il licenziamento se uno sciopera quando c’è lo straordinario.

Questa idea di impresa è condivisa caldamente da tutta la destra e in modo più velato da larga parte del Pd, che non a caso è sostanzialmente muto. E’ del tutto evidente che in questo quadro Marchionne appare semplicemente come uno che tira le conseguenze logiche di un ragionamento che in realtà quasi tutti condividono. Qui sta la forza di Marchionne e qui sta l’intreccio tra il suo golpe in fabbrica con la politica di Berlusconi.

A nessuno può infatti sfuggire che Berlusconi si propone di modificare la Costituzione e Marchionne lo fa. A nessuno può sfuggire che Berlusconi estende alla politica la stessa idea organicista ed antidemocratica che Marchionne ha della fabbrica. Qui sta il nocciolo completamente antidemocratico del capitalismo odierno. L’idea che la società sia un immenso campo di battaglia in cui le aziende organizzate come eserciti si combattono non solo è estranea ma completamente incompatibile con la democrazia.

Quello di Marchionne è quindi un vero e proprio golpe, è un passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, è un “blitz krieg” alla Rommell. Il suo obiettivo – come quello di Berlusconi – è quello di chiudere con il secondo dopoguerra e il suo riconoscimento costituzionale della dignità del lavoro e dei vincoli sociali all’iniziativa privata. Risulta chiarissimo come la crisi venga utilizzata come crisi costituente, come appunto una guerra, che deve portare con sé la chiusura di una fase per aprirne un’altra. Vogliono chiudere la fase della «repubblica fondata sul lavoro e nata dalla resistenza» per sostituirla con un regime basato sulla centralità dell’impresa, sulla mercificazione integrale e la distruzione di ogni soggettività del lavoro.

In questo contesto l’appello alla politica per mitigare gli effetti delle scelte delle aziende o il richiamare ai comuni interessi tra lavoratori è peggio di un errore, è una insopportabile mistificazione.

Per sconfiggere questo disegno occorre in primo luogo demistificarlo. Occorre spiegare cosa sta succedendo usando il linguaggio crudo della lotta di classe, perché di questo si tratta. L’ideologia neoliberista ci ha tolto le parole, occorre riappropriarsene rapidamente per poter nominare cosa sta succedendo: un gigantesco processo di modernizzazione reazionaria che punta ad un cambio di regime. Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili. Occorre mettere in discussione l’universo simbolico neoliberista costruito in anni di pensiero unico.

In secondo luogo è chiaro che l’attacco della Fiat non può essere sconfitto su un piano puramente sindacale, o lasciato semplicemente sulle spalle dei lavoratori della Fiat. Il progetto di Marchionne deve essere attaccato e sconfitto sul suo terreno, quello politico. Il punto è allora la costruzione di una opposizione che intrecci questione democratica e questione sociale. Partiamo da subito a preparare la manifestazione del 16 di ottobre convocata dalla Fiom. Costruiamola sui territori e nei luoghi di lavoro per farne il punto attorno a cui costruire l’opposizione al progetto di Berlusconi, Marchionne e Banca Centrale Europea. Il no di Pomigliano, le lotte degli operai Fiat, le firme contro la privatizzazione dell’acqua ci parlano di una soggettività non piegata. Dobbiamo unificare queste soggettività in un movimento di massa contro il regime Marchionne-Berlusconi, per coprire il vuoto di opposizione, per costruire una sinistra degna di questo nome.

29/07/2010 Liberazione

Riordino e tagli alle attività della salute nella Regione Puglia. Grazie Vendola.

La salute non è finanza!
Sabino De Razza, segretario provinciale Bari
La Finanziaria di Tremonti e del Governo scarica ancora una volta la crisi sui lavoratori e sugli Enti Locali. Nel nome del tanto declamato federalismo le Regioni, le Provincie e i Comuni dovranno rinunciare a prestare servizi fondamentali per i cittadini, quali trasporto pubblico, assistenza sociale, sostegno alla scuola pubblica e alla sanità. Anche per questo la Regione Puglia ha dovuto accelerare la proposta di un piano sanitario di “riordino” che la Giunta Vendola sta per approvare senza aver fatto doverose consultazioni e percorsi partecipativi con Comuni, Enti, Associazioni e i soggetti sociali dei territori. Sollecitiamo fortemente il presidente Vendola e la coalizione di centro sinistra ad attivare momenti partecipativi per evitare che il “riordino” si materializzi in tagli di risorse e attività di presidio della salute anziché in tagli di sprechi, doppioni e privilegi. Tagliare 1.400 posti letto pubblici sui 2.200 previsti non ci sembra sia una scelta da decidere “calandola dall’alto”, metodi di fittiana memoria, senza ampio coinvolgimento delle comunità locali. “Riconvertire” (dove? come? quando?) 18 strutture, tra cui Noci, Rutigliano, Grumo Appula, Santeramo, Bitonto, Spinazzola, Ruvo e Minervino, deve essere pianificato solo con il contestuale potenziamento di presidi di assistenza e prevenzione efficaci ed efficienti, senza rischiare di lasciare “spazi di mercato” agli operatori privati che in Puglia hanno da tempo trovato la loro “Bengodi” (vedi don Verzè a Taranto) anche ben oltre le effettive ricadute sulla tutela della salute dei cittadini pugliesi. La eccessiva ospedalizzazione in Puglia è anche frutto di politiche che negli anni hanno sempre ridimensionato il servizio pubblico e favorito la sanità privata e/o ecclesiale. Ancora in questi giorni i guasti dell’abnorme ruolo dei privati nella gestione della sanità ha mostrato il “marcio” che ormai coinvolge a vari livelli dirigenti e funzionari pubblici, politici e amministratori e la corruzione è diventata “naturale”! Chiediamo di aprire in tempi brevissimi un percorso partecipato e diffuso di confronto e di condivisione con i soggetti tutti del territorio e che gli interventi di riordino non lascino fuori dalla porta i lavoratori delle ditte appaltatrici e i precari della sanità che aspettano – come promesso da Vendola – la stabilizzazione. La salute va tutelata, la salute non è finanza!

28/07/2010 Liberazione

I referendari ringraziano la Federazione della Sinistra

Care amiche e amici, la Segreteria del Comitato Promotore del referendum per l’acqua pubblica, all’indomani della consegna in Corte di Cassazione di un milione e quattrocentomila firme, vuole ringraziare per la disponibilità della vostra organizzazione.

Infatti l’ottimo lavoro svolto è stato fatto anche grazie ai locali da voi messi a disposizione, ma non sarebbe stato possibile senza il sostegno e le competenze di Mimma Tisba e Sandra Cerusico.

Intendiamo sottolineare quest’aspetto perché riteniamo che l’attivazione di decine di persone, uomini e donne, cittadini e cittadine, abbia reso possibile questo straordinario risultato ed abbia rappresentato un modello del fare politica in una dinamica inclusiva, paritaria e democratica; diciamo questo perché riteniamo che l’attivazione di Mimma  e Sandra sia stata determinante ed abbia incarnato in pieno questo spirito e questa indicazione. Riteniamo la loro collaborazione preziosa e speriamo di poter in futuro ancora lavorare con loro e, chiaramente, con tutti voi.

Il centro sinistra, la guerra bipartisan e Niki Obama

La settimana scorsa la Camera dei Deputati ha dato via libera con l’appoggio pieno del PD alla proroga ed al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. La vergogna è che di fatto il centro sinistra italiano, ( tranne qualche manovra tattica dell’IDV che questa volta ha votato contro), da tempo sostiene in maniera bipartisan l’aumento delle spese militari. Basta semplicemente pensare che nemmeno un balbettio ha accompagnato la procedura d’acquisto di cento F35 che ha significato una spesa che si aggira sopra i 16 miliardi di euro. Ma non è finita. La relazione tecnica al provvedimento chiarisce che si registra un aumento del contingente italiano impegnato in Afghanistan. La decisione – riporta il bollettino web della Camera – si collega alla revisione della strategia in Afghanistan annunciata dal presidente degli Stati Uniti Obama il 1° dicembre scorso e alle conseguenti decisioni concordate in sede Nato”. Una candida ammissione di ‘sovranità limitata’: governo e parlamento italiano si conformano alle decisioni della Casa Bianca commenta giustamente peace reporter. Oggi Vendola ha annunciato che si candida alle primarie del centro sinistra per essere l’Obama bianco, per quanto riguarda il profilo politico dello schieramento che lo sosterrà se dovesse vincere il passo è già fatto, chiunque vada a governare saranno bombe, sai che belle poesie poi che ci faremo sopra.
controlacrisi.org

http://www.controlacrisi.org

‘Ndrangheta a Pavia

(Tratto da “La Provincia Pavese”)
‘Ndrangheta a Pavia

Il Pgt acquisito dai magistrati

I magistrati della direzione antimafia che indagano sulle infiltrazioni della ’ndrangheta hanno acquisito la bozza del Pgt predisposta dall’università e consegnata al Comune. Il sindaco spiega che il sequestro non bloccherà l’iter del Pgt, ma intanto “ Insieme per Pavia” chiede al prefetto lo scioglimento del Consiglio.
Il passaggio è delicatissimo: insieme alle schede tecniche sui piani di trasformazione urbanistica nella zona del Bivio Vela citata nelle intercettazioni telefoniche, i magistrati della direzione nazionale antimafia che indaga sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Lombardia hanno acquisito anche la bozza generale del Pgt redatta dall’università di Pavia: si tratta del documento tecnico sulla base del quale la giunta dovrà elaborare il vero e proprio piano di governo del territorio che il consiglio comunale dovrà approvare entro il 31 marzo. «E’ stato il Comune a consegnare la bozza generale – conferma il sindaco Alessandro Cattaneo -. La magistratura aveva chiesto una serie di schede tecniche, noi abbiamo messo a disposizione la bozza generale proprio per dimostrare che i lavori preparatori del Pgt si stanno svolgendo nella massima trasparenza e lontano da pressioni o condizionamenti di qualsiasi tipo».
Resta il fatto che un sequestro di questo genere rischia di rallentare l’iter di approvazione del Pgt. «Ci siamo posti il problema e abbiamo chiesto delucidazioni agli inquirenti – replica Cattaneo -. Ci è stato assicurato che è possibile continuare a lavorare sulla bozza e quindi arriveremo preparati e in tempo alla data dell’approvazione del Pgt». La lista “Insieme Per Pavia”, però, cita i possibili condizionamenti sul Comune in materia urbanistica tra i motivi della richiesta di sciogliemento del consiglio Comunale che, ieri mattina, ha presentato in prefettura.

Insieme a Massimo Aurelio e Walter Veltri, il consigliere comunale Paolo Ferloni ha consegnato la richiesta di scioglimento del consiglio al vice prefetto vicario Argentieri in assenza del prefetto Ferdinando Buffoni, anche a nome della Federazione della sinistra, del movimento 5 stelle, del circolo Pasolini del comitato Città e legalità. «Dall’ordinanza di custodia – spiegano da Insieme Per Pavia – si ricavano gli elementi per conoscere collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata. Tali collegamenti possono essere sottostimati dagli attuali amministratori che recitano la parte di chi li ritiene ininfluenti o addirittura li ignora. Sussistono le condizioni per avviare la procedura di scioglimento del consiglio, essendo stato eletto in elezioni inquinate da condizionamenti». La maggioranza, però, fa quadrato e non solo a palazzo Mezzabarba: nel Cda di Asm, il consigliere Pd Alberto Pio Artuso ha chiesto le dimissioni di Luca Filippi dalla presidenza di Asm Lavori ottenendo un secco rifiuto.

(24 luglio 2010)

“Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale?”

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Piergiorgio Morosini*

Logica del mercato o logica dei diritti? Comunicazione verticale o comunicazione orizzontale? E ancora: emozione o sapere critico? Interesse generale o interesse di gruppo?
Sono i dilemmi italiani del sistema dell’informazione. Dilemmi mai resi espliciti nel dibattito pubblico, ma da tempo all’ordine del giorno. Dilemmi su cui si consuma il conflitto tra politica e stampa; tra difensori della costituzione e fans della democrazia plebiscitaria.
Un nuovo scenario si staglia all’orizzonte. A proporlo è la manovra finanziaria approdata in Parlamento. I tagli “mirati” mietono vittime. Niente più sostegno alla stampa politica, di partito e cooperativa, “non di mercato” ovvero “non allineata”. L’effetto? Scompariranno testate come il manifesto e Liberazione. Altre avranno vita breve. O meglio, per restare in vita dovranno aderire ad una raccolta pubblicitaria attualmente gestita da pochi gruppi finanziari legati a doppio filo con i “poteri forti”. Ambienti che, nelle ultime settimane, hanno mostrato di essere allergici alle critiche e al controllo dei media.
Insomma, nel paese degli sperperi e della evasione fiscale, i tagli si concentrano sulla stampa, con una “ricetta” che cancella voci, professionalità, idee.
Soffre la libertà di espressione. Diventano siderali le distanze dell’Italia dalle democrazie più avanzate. Quelle che fanno della vocazione al “pluralismo nella comunicazione” una risorsa irrinunciabile. Come gli Usa.
Oltre oceano la libertà di informare è continuamente aggiornata e perfezionata. Il giorno dopo l’insediamento, il presidente Obama ha avviato un battaglia di principio. Grazie ai consigli del guru Cass Sunstein, i siti web più influenti avranno l’obbligo di indicare un collegamento con siti che manifestano opinioni diverse. E’ una logica in cui si muove anche la Gran Bretagna quando non lesina aiuti alle tv private proprio per la funzione pubblica che sono chiamate a svolgere; e la stessa Francia di Sarkozy che pensa ad un sistema in cui la tanto vituperata par condicio in tv non sia limitata al periodo delle campagne elettorali.
L’Italia sembra procedere “in direzione ostinata e contraria”. Qualche esempio. Ricordate la statuetta con la quale Tartaglia aggredì il premier a Milano? Fatto gravissimo. Ma vi fu chi colse l’occasione per criminalizzare internet. Si parlò di strumento nelle mani di chi incita alla violenza, per introdurre misure in grado di rendere meno libero il dialogo sulla rete. Per non parlare dei disegni di legge sulla diffamazione a mezzo stampa. La previsione di sanzioni pecuniarie smisurate è un invito al silenzio per chi pratica il giornalismo di investigazione.
Basterebbe una semplice “querela temeraria” per provocare timidezze che spengono i riflettori sui fatti gravi della vita pubblica. E ancora, in nome della privacy si promuove una riforma delle intercettazioni che, oltre a mutilare la lotta alla corruzione e a tutte le mafie del nostro paese, introduce un divieto di cronaca giudiziaria.
Ma a pagare il prezzo più alto di certe iniziative saranno i cittadini. Quelli che hanno non solo il diritto ma anche il dovere di conoscere i comportamenti dei soggetti ai quali sono affidate le sorti della collettività. In pochi, forse, si sono accorti che la scomparsa di testate giornalistiche storiche, per via della manovra finanziaria, ha un costo molto alto. Deprime la risorsa “opinione pubblica”, perché incide su qualità e varietà dell’informazione.
Viene in mente il monito di Alberto Asor Rosa: una democrazia matura non può permettersi che «il processo attraverso cui si forma la mente collettiva sia in larga parte controllato da chi detiene il potere esecutivo». Forse più che alla carta stampata l’intellettuale pensa alla televisione.
Un giorno, proprio un uomo politico, rivolgendosi ad un amico, disse: «Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? Questo vale per i prodotti, i politici, le idee». I tempi che corrono lo dimostrano. Purtroppo.

*Anm, magistrato del Tribunale di Palermo, giudice per l’udienza preliminare nel processo al “Gotha di Cosa Nostra”

24/07/2010

Lombardia: mafia e malaffare

Comunicato Prc Lombardia

La pulizia deve cominciare dalle  dimissioni di Formigoni e nuove elezioni.

Quello che emerge in questi giorni è la montagna della presenza mafiosa in Lombardia, a cui si aggiunge quella della P3. Una montagna che nessuno ha voluto vedere e che noi abbiamo già denunciato dal lontano 2007 nel convegno: “Mafie del nord”. Com’è stato possibile tutto ciò?

Il primo motivo è la presenza a Milano di Berlusconi e del suo braccio destro Dell’Utri già condannato per collusione con la mafia. Il secondo è il sistema opaco messo in opera da Formigoni dove il pubblico è asservito agli interessi privati che, come vediamo, va ben oltre la Compagnia delle Opere. Il pubblico asservito ai privati amplifica la corruzione. In terzo luogo le leggi maggioritarie diminuiscono i controlli democratici ed amministrativi spostando di tutto il potere ai Presidenti ed alle giunte. Attacchi che proseguono con la manovra che elimina delle minoranze con la scusa dei costi della politica. Ci si deve chiedere, inoltre, come sia possibile che una piccola setta possa gestire tanto potere e che il Presidente venga prorogato per quattro mandati?! Ed infine, ciò avviene attraverso una Lega Nord sempre più democristiana: il salvataggio ambiguo della Bancaeuronord, l’espulsione dell’assessore Cè, reo di aver contrastato Formigoni nella sanità, ed ora il consigliere di Pavia eletto con 18.000 preferenze sospette.

La situazione è chiara. Ora bisogna fare pulizia.

Formigoni deve dimettersi. È necessario andare a nuove elezioni. In tutti gli enti locali devono costituirsi commissioni antimafia per sorvegliare sul piano amministrativo e sociale l’attività delle istituzioni: gli appalti in particolare. È necessario ripristinare la gestione pubblica dei servizi sociali per evitare una corruzione che prolifera nella frammentazione delle privatizzazioni, esternalizzazioni e appalti. Sempre che l’Expò debba proprio farsi, va eliminato ciò che interessa alle mafie: la questione immobiliare, concentrandosi sui temi positivi delle energie e la questione alimentare.

Sabri Ben Asri, simbolo di libertà

Lettera tratta da “Liberazione” del 23 luglio2010

Una sola voce: no Cie!

Cara “Liberazione”, a Torino un ragazzo tunisino detenuto nel Cie di corso Brunelleschi ha deciso, lunedì 19 luglio intorno a mezzogiorno, di salire sul tetto della sezione viola in cui era rinchiuso e di non scendere più, per protesta contro il decreto di espulsione che lo avrebbe rimpatriato dopo quasi sei mesi trascorsi in vari Cie d’Italia. Sabri Ben Asri, così si chiama, ha resistito tre notti e più di tre giorni, mentre un folto gruppo di solidali inaugurava un presidio permanente sotto le mura del Cie per portare solidarietà a lui e a tutti i detenuti, alcuni dei quali stavano sotto il tetto di Sabri e lo informavano degli sviluppi. Sono stati giorni molto belli, serrati, ricchi di confronti e dibattiti, tutti mirati a fare in modo che si arrivasse a venerdì, quando sarebbe spirato il termine della sua detenzione. Stamattina 22 luglio, verso le sei, ingenti forze di polizia in assetto antisommossa, con l’ausilio dei vigili del fuoco, sono entrati nel recinto, i solidali hanno parzialmente bloccato le vie adiacenti, ma non sono riusciti a impedire che Sabri venisse preso (o peggio, come aveva minacciato, si buttasse sotto) e portato via non sappiamo in che condizioni, forse ferito, e per dove. Alcuni si sono diretti all’aeroporto di Caselle per volantinare e sensibilizzare i passeggeri, cercando di scoprire se Sabri veniva portato a Roma in aereo e chiedendo nel caso di ostacolare la partenza finché non lo avessero fatto scendere. Basterebbe arrivare a domani, ancora poche ore e lui sarebbe un uomo libero! Si è trasformato in un simbolo di libertà per tutti gli altri reclusi, brutalmente interrotto stamattina, ma il presidio continua fino a stasera quando si svolgerà, alle ore 21, un corteo di solidarietà con loro per riaccendere il filo della speranza e rilanciare in tutta Italia la lotta contro questa barbarie e contro le leggi che l’hanno consentita e fortificata. Appena si è diffusa la notizia, gli antirazzisti di Milano e di Roma si sono mobilitati penetrando rispettivamente in consolato e ambasciata tunisini e chiedendo a gran voce che venissero inviati fax di protesta ai due governi coinvolti nella vergogna, quello italiano e quello tunisino.

In tutto il Paese, in tutta la Fortezza Europa deve levarsi lo stesso grido solidale: no Cie!

Daniela Pantaloni una degli antirazzisti torinesi

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Io Rom, sostengo Liberazione

di Alexian Santino Spinelli*

Ci sono mille motivi per cui, soprattutto in questo periodo, un giornale come Liberazione dovrebbe essere sostenuto. Innanzitutto occorre, in una società civile e moderna, salvaguardare la pluralità di opinioni, di vedute e di informazioni che sono il fondamento stesso della democrazia. E’ inoltre necessario e impellente tutelare posti di lavoro in un periodo di crisi economica che cela anche una crisi di valori. Oggi, infatti, imperano i disvalori incarnati da personaggi che si affermano senza meriti e senza particolari qualità, espressioni di un qualunquismo esasperato e di una mediocrità abusata, a loro volta sottoprodotti di un becero berlusconismo.

Liberazione da sempre si occupa delle problematiche legate alle fasce sociali meno abbienti o dimenticate come immigrati e Rom, pubblicando notizie spesso scomode e in controtendenza. In Italia troppo spesso la comunicazione non è seria informazione ma servile propaganda. Questo è evidente in maniera particolare per ciò che concerne i Rom, spogliati di qualsiasi diritto civile, senza alcuna tutela e relegati in ghetti ripugnanti espressione autentica di segregazione razziale, apartheid di casa nostra, retaggio della cultura nazi-fascista che ha sterminato 500mila Rom e Sinti senza che questo venisse impresso nella memoria collettiva. Solo gli addetti sanno cos’è il Porrajmos! Discriminati anche nel genocidio!

I Rom sono vessati, umiliati, repressi, ricattati e discriminati quotidianamente. Sono chiamati dispregiativamente zingari, che è come chiamare gli italiani mafiosi e far finta che tutto sia normale e necessario. Addirittura gli effetti di tale stortura si ritorcono sugli stessi Rom perché non hanno voce e non sono politicamente tutelati. La comunicazione fa credere all’opinione pubblica ignara ed inerme non solo della necessità dei campi nomadi ma anche che sono gli stessi Rom che vogliono vivere segregati perché sono nomadi; si fa credere che i Rom non vogliono integrarsi. In realtà i Rom non sono nomadi per cultura e la loro mobilità è sempre stata coatta e figlia di politiche persecutorie, altro che nomadismo! La realtà dei Rom è ampiamente mistificata con tutte le inevitabili conseguenze.

La fallimentare politica dei campi nomadi è esattamente il contrario di quella che dovrebbe essere una seria politica d’integrazione da attuarsi a partire dal rispetto dei diritti umani e civili, oggi negati nonostante le convenzioni internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Occorre valorizzare la cultura romanì uscendo dalle logiche assistenzialistiche e paternalistiche oggi imperanti. La cultura dei Rom è presentata in maniera assolutamente distorta e la dignità di un popolo intero è calpestata sistematicamente. Nei media, i Rom sono rappresentati da roulottes sgangherate e bimbi col muco al naso. Immagini terrificanti che non rendono giustizia ad un popolo che ha mille sfaccettature. L’arte, la cultura, la letteratura, il teatro, la lingua romanes rappresentano un patrimonio di cui l’opinione pubblica viene privata. Centinaia di eventi culturali legati al mondo Rom sono ignorati dalla comunicazione: concerti, festivals, rassegne cinematografiche, presentazioni di libri o documentari, convegni, seminari, corsi universitari, mostre, esposizioni e quant’altro e si dà spazio demagogicamente ai fatti di cronaca. Certo che chi sbaglia deve pagare ma non si può condannare un popolo intero. E’ genocidio culturale!

La cultura romani e Liberazione rischiano di scomparire; bisogna sostenere entrambi perché rappresentano un bene inestimabile e fonte di ricchezza per tutti. But Baxt ta Sastipè!

*Musicista e docente universitario

in data:22/07/2010 Liberazione

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