Mese: settembre 2010

A Bruxelles domani pensando a Genova

Bruxelles| Rocco Di Michele (tratto dal Manifesto del 28 settembre 2010)

A Bruxelles domani pensando a Genova

Il manifesto della Ces

Treni e aerei per Bruxelles, in questi giorni, sono affollati come non mai. Ma stavolta non si tratta soltanto dei ministri dell’Ecofin e dei loro staff (ci sono anche loro, comunque), ma dei partecipanti alla manifestazione europea in programma domani. Temi ufficiali: «sviluppo, crescita, politiche industriali, occupazione, welfare».

Organismo promotore la Ces (Confederazione sindacale europea), che che ci stava meditando su da almeno un paio d’anni e magari avrebbe continuato così ancora a lungo, nonostante il percorso di «riforma del patto di stabilità» sia già arrivato al capolinea (vedi il pezzo qui di fianco). Ma il continente è ormai in aurorale fermento. Non solo in Grecia, dove gli scioperi generali si susseguono più veloci dei mesi; ma anche in Francia (la riforma delle pensioni è contestatissima), Spagna, Portogallo. E persino nell’assai più placido e benestante nord Europa le cose non vanno più tanto serenamente.

C’è un tratto comune a tutti i paesi: le «ricette» per «uscire dalla crisi» sono dappertutto le stesse, decise dalla Commissione Ue di concerto con Ecofin (il consiglio dei ministri finanziari) e Banca centrale. Un misto poco variabile di tagli alla spesa pubblica, minori investimenti, tagli ai salari e all’impiego nella pubblica amministrazione, pensioni ritardate e con assegni ridotti, maggiore flessibilità e minor costo del lavoro (a partire dai salari; congelati a qualche anno fa, nel migliore dei casi). E non serve essere fini economisti per capire che questa politica «di rigore», mirata a rimettere in ordine i conti pubblici, avrà come conseguenza un congelamento della «ripresa» (peraltro fin qui molto stentata). Riassumendo in cifre: «una serie di manovre economiche e finanziarie che complessivamente costeranno 750 miliardi».

Di fatto, il risultato reale sarà l’esatto contrario di quello dichiarato: quindi un aggravamento della crisi occupazionale e dei consumi. Il secondo versante è però socialmente anche più lacerante: i conti pubblici – dopo 30 anni di costante arretramento dei salari continentali – non sono «in disordine» per un eccesso di spesa sociale, ma per la recente necessità di «salvare le banche» impelagate nella crisi finanziaria globale. Essere chiamati a «fare sacrifici» per pagare i costi dell’irresponsabilità dei finanzieri non è tema popolarissimo. Quindi viene nascosto sotto una folta e inestricabile coltre di «problemi di bilancio» incomprensibili ai più.

Ma se la «cura» è unica, le capacità di risposta sono assai differenziate, visto che rispondono a storie, culture, prassi sindacali nazionali differenti. La manifestazione di domani, quindi, è vista da tutti come «la prima occasione di aggregazione» per iniziare a trovare le contromisure comuni a un avversario sicuramente «unito», assai poco decifrabile, «protetto» da ogni possibile controllo democratico. In Spagna la scadenza verrà accompagnata da uno sciopero generale indetto dalle Comisiones Obreras; in Francia sfrutteranno l’effetto della mobilitazione unitaria del 7 settembre; i belgi si muoveranno in massa, preoccupati anche dalla paralisi politica di un paese spaccato in due. Delegazioni rabbiose sono previste persino dalla Cechia e dalla Romania (dove il locale social forumdenuncia la «collusione delle Ong», che «dipendono totalmente da fondi europei attualmente garantiti da agenzie governative»)

In Italia, lo schieramento che si va mobilitando oltrepassa di gran lunga la sola Cgil (Cisl e Uil saranno della partita, ma in tono molto minore). Ed anche l’orizzonte va al di là del 29 settembre. Per il 16 ottobre, infatti, è prevista una partecipazione eccezionale alla manifestazione nazionale indetta dalla Fiom e fatta propria da una valanga di associazioni, organismi grandi e piccoli, comitati di lotta, ecc. In questo spazio sociale la consapevolezza della posta in gioco appare assai più chiara: «la crisi che il mondo sta attraversando» è tale («strutturale») da «stravolgere la democrazia e la libertà», ed è una crisi in cui «è sempre il momento delle decisioni». Perché «se non comprendiamo che la lotta contro la privatizzazione dell’acqua e per i beni comuni ci parla direttamente di un’idea di società, ivi compresa la produzione, non si riuscirà mai a cogliere la profondità di ciò che è in atto, e che non è scomponibile in settori». Da Bruxelles si parte (ed è un appuntamento che si presenta denso di problemi: ogni tipo di «movimento» sarà presente), da Roma – il 16 ottobre – si comicia a costruire un nuovo «spirito di Genova». Quello del 2001. Lo stesso del 1960.

Senza perdere la tenerezza con il “Che” nel cuore

SABATO 2 OTTOBRE 2010

VIGEVANO – FRAZIONE SFORZESCA

COOPERATIVA PORTALUPI – VIA RONCHI 7

SENZA PERDERE LA TENEREZZA

CON IL “CHE”

NEL CUORE

__________________________________________________________________________________________________

“Preferisco morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio”

(Ernesto “Che” Guevara)

_________________________________________________________________

che-guevara-2

Una serata in compagnia

per ritrovarsi, mangiare,

ricordare e parlare di

Ernesto “Che” Guevara e

di come sia attuale il suo

esempio e il suo pensiero.

Ore 18,30   APERITIVO

Ore 19,30   CENA ARGENTINA

(antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, 1/4 di vino, acqua pubblica, caffè)  Menù anche vegetariano.

Prezzo politico e solidale 15,00 euro

Ore 21,30 Intervento di Roberto Mapelli di Punto Rosso di Milano

Ore 22,00 Set musicale acustico con

“La corte dei miracoli”

__________________________________________________________________

Per la cena è gradita la prenotazione al numero di telefono 0381-346333

dalle ore 21 alle ore 24 dal lunedì al venerdì (escluso il martedì)

e dalle ore 11 alle ore 24 sabato e domenica

Negli altri orari al numero 339-6465858

_______________________________________________________________________

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PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

GIOVANI COMUNISTI/E

Circolo “Lucio Libertini” Via Boldrini, 1 – Vigevano

punto rosso logo

punto rosso (associazione culturale)

sezione “Rosa Luxemburg” – Vigevano

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=kQPwufdsadE[/youtube]

Senza perdere la tenerezza con il "Che" nel cuore

SABATO 2 OTTOBRE 2010

VIGEVANO – FRAZIONE SFORZESCA

COOPERATIVA PORTALUPI – VIA RONCHI 7

SENZA PERDERE LA TENEREZZA

CON IL “CHE”

NEL CUORE

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“Preferisco morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio”

(Ernesto “Che” Guevara)

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che-guevara-2

Una serata in compagnia

per ritrovarsi, mangiare,

ricordare e parlare di

Ernesto “Che” Guevara e

di come sia attuale il suo

esempio e il suo pensiero.

Ore 18,30   APERITIVO

Ore 19,30   CENA ARGENTINA

(antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, 1/4 di vino, acqua pubblica, caffè)  Menù anche vegetariano.

Prezzo politico e solidale 15,00 euro

Ore 21,30 Intervento di Roberto Mapelli di Punto Rosso di Milano

Ore 22,00 Set musicale acustico con

“La corte dei miracoli”

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Per la cena è gradita la prenotazione al numero di telefono 0381-346333

dalle ore 21 alle ore 24 dal lunedì al venerdì (escluso il martedì)

e dalle ore 11 alle ore 24 sabato e domenica

Negli altri orari al numero 339-6465858

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PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

GIOVANI COMUNISTI/E

Circolo “Lucio Libertini” Via Boldrini, 1 – Vigevano

punto rosso logo

punto rosso (associazione culturale)

sezione “Rosa Luxemburg” – Vigevano

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=kQPwufdsadE[/youtube]

Un progetto di scuola alternativo

Giovanna CapelliGiovanna Capelli*

Una settimana di appelli indignati, di mobilitazioni hanno ottenuto di fare mettere per iscritto alla riottosa Ministra che i simboli della Lega vanno tolti dalla scuola di Adro. Il risultato è il minimo della decenza. Rimane la scuola intitolata a Miglio, la evidente connivenza precedente della Lega, del Provveditore di Brescia e del Sovrintendente regionale, della Ministra. Non ci può essere dunque respiro di sollievo anche perché la partita non è finita e vi si gioca il futuro della scuola pubblica.

Va denunciata una duplice connessione: quella tra il tentativo di Marchionne nelle fabbriche di ridurre il rapporto di lavoro a una relazione privata fra lavoratore e azienda fuori dalla contrattazione collettiva e fuori della Costituzione e la politica della Gelmini, che prepara le generazioni future a uno scenario di semischiavitù, poca alfabetizzazione, disponibilità ai lavori precari e dequalificati, in contesti di massima competizione, disincentivazione agli studi sostenuta da una serie di meccanismi a catena, a partire dai costi dello studio, selezione e autoritarismo Anche la scuola obbligatoria (scandalosamente ritornata di fatto a otto anni) è sempre più incapace di assicurare una formazione culturale, scientifica e storico-sociale forte, che renda ragazze e ragazzi capaci di essere soggetti in grado di prendere in mano il proprio destino.

La seconda connessione ha la Lombardia come contesto anticipatore: i tagli della Gelmini, la conseguente diminuzione delle ore di scuola a partire dalle elementari, l’affollamento delle classi, l’aumento della selezione,insomma lo smantellamento violento del sistema scolastico, producono un senso di degrado e di abbandono e per la prima volta un aumento sensibile di iscrizioni alle scuole private.

Il finanziamento alle scuola di Cl di Cremona o a quella Bosina di Varese aprono ora la contesa sul terreno culturale ed ideologico .La provocazione del sindaco di Adro è un tentativo di rendere la scuola pubblica subalterna alla ideologia della Lega. Su questo fronte è necessario un salto di qualità: manca un progetto alternativo di scuola. La somma delle centinaia di buone pratiche non lo costruiscono in sé.

Grande è la competenza dei movimenti, la capacità di collocare l’attacco alla scuola all’interno del processo di globalizzazione, nel quadro europeo e ora di collegarlo alla battaglia della Fiom e di proporre all’opposizione di assumere la difesa della scuola pubblica come asse di mobilitazioni generali .La crisi del centro-destra rimette all’ordine del giorno il ritiro di tutti i provvedimenti Gelmini.

Nell’agosto 2006 fu consegnata al Parlamento, con 100mila firme, la legge di inziativa popolare “Per una buona scuola per la Repubblica”. Si dovrebbe ripartire lì, da quella cornice ordinamentale, dal tempo scuola, dal numero degli alunni per classe, dalle relazioni democratiche nel governo della scuola, si dovrebbe riprendere il dibattito pedagogico, la riflessione sulle sperimentazioni, insomma i punti più alti delle esperienze della scuola militante per rispondere alle domande inevase dell’oggi. Come insegnare, cosa insegnare. Ciò chiarirebbe la profonda differenza fra le forze politiche fra il Prc, la FdS e l’IdV, il Pd che sfumano nella comune lotta contro la Gelmini

Differenze antiche e nuove: Luigi Berlinguer che inaugurò aziendalismo e logica privatistica, il libro bianco di Fioroni (Pd), la Garavaglia (Pd) che definisce i tagli “eccessivi”, e Michele Boldrin, docente della Washington University in St. Louis, su il Fatto che giudica la protesta contro la Gelmini tutta interna a una casta, esalta la meritocrazia nella scuola e propone la formazione di cooperative di docenti per gestire le scuole, dal basso, senza più provveditorati e ministero. (11 settembre 2010).

Rifondazione Comunista dovrebbe con chi è disponibile iniziare a mettere a punto un progetto alternativo. Che cosa significa mantenere la scuola media attuale, le sue discipline, la sua scansione oraria? Non sarebbe auspicabile una scuola di base di otto anni sul modello del tempo pieno vero (due docenti per classe e compresenze) da estendere a tutto il territorio nazionale? La scuola superiore non dovrebbe essere obbligatoria fino a diciotto anni, con vari indirizzi scelti dagli studenti, ma con un forte nucleo formativo comune? E in che cosa consiste questo sapere bene comune che la Repubblica ha l’obbligo di garantire? Quale storia in una società meticcia? Quale approccio scientifico, quale valorizzazione del fare? Quali discipline?

Nella Prima Repubblica su questi temi attinenti alla riforma della scuola superiore sono caduti dei governi; oggi il riprenderli rafforza il movimento contro la Gelmini e delinea nel concreto l’utilità e lo spessore della sinistra anticapitalista, femminista ed ecologista che vogliamo costruire. Uscire dall’indistinto è faticoso, ma anche affascinante.

*responsabile regionale Lombardia Scuola, cultura, ricerca

24/09/2010

Non cancelleranno la memoria di Peppino Impastato

1968. Comizio di Peppino nel cortile del palazzo comunale di Cinisi, nel corso delle manifestazioni contro gli espropri per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi.

Non cancelleranno la memoria di Peppino  Impastato

Ezio Locatelli*Segretario Federazione Bergamo
La Lega Nord non riuscirà a cancellare la memoria di Peppino Impastato, simbolo della lotta contro la mafia, per la legalità, la libertà, la giustizia sociale. Per questo il 25 settembre, ad un anno esatto dalla incredibile decisione del sindaco leghista di rimuovere dalla biblioteca comunale la targa commemorativa dedicata ad Impastato, ritorneremo a manifestare a Ponteranica.
Saremo a Ponteranica non solo per difendere la memoria, ma per affermare la piena attualità degli ideali e delle battaglie di Impastato ancor più oggi tenuto conto di una situazione di deterioramento democratico, di crescente illegalità, di radicamento mafioso al Nord.
Proprio di recente Roberto Saviano ha parlato d’inerzia politica suscitando le ire della Lega Nord secondo cui il fenomeno mafioso va ricondotto alle “infiltrazioni” a suo tempo favorite dalla «sciagurata legge sul confino obbligatorio che tanti guai ha portato al Nord». E per quanto riguarda i fenomeni di connivenza, di collusione, di espansione del fenomeno? Silenzio assoluto. In altri termini, facendo leva sulla retorica primordiale del bene contro il male, ci troveremmo di fronte ad un Nord operoso e produttivo esposto, suo malgrado, a movimenti malavitosi che sono e rimangono avulsi dalla realtà. Una visione di questo genere non solo avvalora l’idea di una cecità politica, il dubbio è che si voglia fare opera di depistaggio.
Come si fa a non vedere una situazione che in buona parte trae alimento da una gestione affaristica e parassitaria del potere politico e da una rete di connivenze presenti in ambito economico-finanziario? Ed ancora, come si fa a non vedere la metamorfosi involutiva dei meccanismi dell’economia e del profitto che si è prodotta in anni di politiche iperliberistiche, di scardinamento di regole, di rimozione di vincoli sociali, di perdita di controllo pubblico?
Il risultato che si è prodotto non è solo nei termini di una maggiore invasività degli interessi privati ma di un’apertura di opportunità agli interessi più sordidi nel campo della cementificazione del territorio, delle grandi opere infrastrutturali, della rete degli appalti, dello smaltimento illegale dei rifiuti industriali, dell’intermediazione di manodopera destinata ala lavoro nero, del riciclaggio e della finanza speculativa, della sanità privatizzata. Settori di grande appetibilità – l’Expo 2015 è il nuovo grande business all’orizzonte – dove la compiacenza e la complicità sono fondamentali per spiegare quello che il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) indica essere la «grande capacità espansiva e il radicamento nelle regioni del Nord» di organizzazioni criminali e mafiose che si sono fatte largo «mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato». Organizzazioni in «cerca di relazioni col mondo politico». Impensabile, dunque, ignorare fenomeni che sono via via diventati costitutivi di spregiudicate forme di accumulazione e di arricchimento.
Attenzione anche ai risvolti connessi alla grandiosa parabola economica in atto al Nord. A fronte di una crisi di prospettiva di espansione del mercato e della produzione una quota parte di capitali tende ad abbandonare scelte impegnative di investimento e di sviluppo a favore di affari più remunerativi, poco importa se poco puliti.
Tutto questo, giova ripeterlo, accade anche e soprattutto qui al Nord dove la Lega è al governo pressoché ovunque unitamente al Pdl di Berlusconi, partito pieno zeppo di faccendieri, inquisiti o passati in giudicato per reati vari. Un sodalizio connaturato da una mancanza di senso delle istituzioni e di progetto sociale il cui risultato è di aver prodotto danni incommensurabili all’idea di amministrazione pubblica e di legalità, di aver spianato la strada alle peggiori operazioni di deregolamentazione, di smantellamento di ogni forma di controllo e di trasparenza dei meccanismi economici e di accumulazione, come mai era successo prima.
In tutto ciò ci sono le responsabilità colossali delle destre al governo, ma il problema è anche il vuoto di denuncia e d’iniziativa da troppo tempo presente a livello territoriale. Stando così le cose l’offensiva antimafia, oltre al tema della legalità, deve avere come punto decisivo di risposta la ricostruzione degli anticorpi sociali e politici, la ricostruzione di una sinistra d’alternativa che si batte contro un’idea di società e di economia diretta e regolata solo dai mercati, idea malsana destinata a liberare i peggiori istinti animali.
La testimonianza che Peppino Impastato ci ha lasciato è in questo senso. Una testimonianza a molti scomoda, ma attualissima che non può essere né cancellata né oscurata. La Lega e le destre in generale vanno smascherate come forze che nell’assoluta incapacità di rispondere ai problemi di vita e di lavoro delle persone non trovano di meglio che calpestare valori e simboli fondanti della nostra comunità civile e della nostra Costituzione per la quale ci sono persone che hanno sacrificato la loro vita.

Napoli, attacco all’Unione Inquilini Distrutta sede della periferia Nord

Walter De Cesaris*

Quattro individui sono entrati nella sede dell’Unione Inquilini nella periferia nord di Napoli, mentre la sede era aperta come sempre per la consulenza agli inquilini delle case popolari, agli sfrattati, ai migranti che chiedono informazioni. Armati di spranghe hanno distrutto la sede, colpito e ferito Mimmo Lopresto. Le conseguenze sarebbero state più drammatiche senza la reazione di Mimmo e degli altri compagni che, come ogni sera, gremivano la sede.

Mimmo Lopresto non è solo il segretario e animatore dell’Unione Inquilini di Napoli e componente della segreteria nazionale, è un compagno storico della città, protagonista di tante battaglie per il diritto alla casa e la dignità delle persone.

Assieme agli altri compagni dell’Unione Inquilini di Napoli è stato in prima linea nella contestazione dell’impero Romeo nelle case popolari, molto prima che uscisse pubblicamente lo scandalo.

Un video autoprodotto (può essere scaricato dal sito della Cub e da quello dell’Unione Inquilini) disvela tutti i meccanismi del rapporto perverso tra politica e affari nel mattone napoletano.

Non basta, Mimmo e l’Unione Inquilini denunciano il racket della camorra sulle case popolari, spesso sopportato e non contrastato da chi dovrebbe vigilare e controllare.

Tutto questo, però, non dice abbastanza. C’è di più, molto di più. E’ quel di più che i camorristi non sopportano e vogliono colpire.

Questo di più si chiama controllo del territorio.

La denuncia la si può pure sopportare, in fin dei conti si può perdere tra le tante che si affastellano nelle cronache di tutti i giorni. Che c’è la penetrazione della camorra o lo spaccio della droga lo sanno tutti.

Quello che non può essere sopportata è la presenza sul territorio e l’organizzazione del conflitto sociale.

Il salto di Mimmo e dell’Unione Inquilini napoletana è il radicamento nei quartieri dell’estrema periferia, dove, dice con un certo orgoglio Mimmo «non ci sono più le sedi dei partiti e hanno paura ad entrare anche i carabinieri».

E’ qui che si dà fastidio.

La presenza delle sedi, la consulenza popolare, l’organizzazione del conflitto sociale confliggono con gli interessi camorristici nel cuore del problema: la presenza sul territorio. E’ un corpo a corpo dentro le viscere della società.

L’attacco squadristico di ieri ha questo scopo, uno scopo dichiarato esplicitamente più volte, prima a voce, poi, con le spranghe: “te ne devi andare, devi chiudere la sede perché il territorio è il nostro e la gente deve rivolgersi a noi e non a te che organizzi il conflitto sociale e democratico”!

Per questo motivo, la risposta più importante, ieri, è stata che la sede dell’Unione Inquilini di Napoli Nord ha riaperto la sera stessa e oggi sarà ancora aperta. Ciò è stato possibile per la solidarietà popolare che si è manifestata, per i legami sociali che ci sono.

L’Unione Inquilini di Napoli, quindi, non è Fort Apache, un avamposto isolato, accerchiato e sotto assedio.

E’ un punto da cui si organizza la resistenza civile e la lotta sociale per il riscatto dalla propria condizione di abbandono, come i preti di frontiera, le associazioni di strada.

Affinché non divenga un Fort Apache è necessario un sussulto democratico, che la politica e la società organizzata alzino la propria voce e facciano sentire la propria presenza.

La rinascita della politica, in particolare vale per la sinistra di alternativa, riparte da questa sfida dentro i conflitti e le contraddizioni della condizione sociale più disagiata, ulteriormente colpita a morte dalla politica economica del governo.

Il messaggio che da più fastidio, anche ai camorristi, è il seguente: c’è una alternativa alla guerra tra poveri, il falso obiettivo cui vogliono trascinarci. Questa alternativa è la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, compresa la borghesia criminale che è ampiamente compenetrata con il sistema di potere che tiene in ostaggio non solo una città ma un Paese intero.

Noi possiamo essere i protagonisti di questo riscatto.

*segretario nazionale

dell’Unione Inquilini

23/09/2010 Liberazione

Napoli, attacco all'Unione Inquilini Distrutta sede della periferia Nord

Walter De Cesaris*

Quattro individui sono entrati nella sede dell’Unione Inquilini nella periferia nord di Napoli, mentre la sede era aperta come sempre per la consulenza agli inquilini delle case popolari, agli sfrattati, ai migranti che chiedono informazioni. Armati di spranghe hanno distrutto la sede, colpito e ferito Mimmo Lopresto. Le conseguenze sarebbero state più drammatiche senza la reazione di Mimmo e degli altri compagni che, come ogni sera, gremivano la sede.

Mimmo Lopresto non è solo il segretario e animatore dell’Unione Inquilini di Napoli e componente della segreteria nazionale, è un compagno storico della città, protagonista di tante battaglie per il diritto alla casa e la dignità delle persone.

Assieme agli altri compagni dell’Unione Inquilini di Napoli è stato in prima linea nella contestazione dell’impero Romeo nelle case popolari, molto prima che uscisse pubblicamente lo scandalo.

Un video autoprodotto (può essere scaricato dal sito della Cub e da quello dell’Unione Inquilini) disvela tutti i meccanismi del rapporto perverso tra politica e affari nel mattone napoletano.

Non basta, Mimmo e l’Unione Inquilini denunciano il racket della camorra sulle case popolari, spesso sopportato e non contrastato da chi dovrebbe vigilare e controllare.

Tutto questo, però, non dice abbastanza. C’è di più, molto di più. E’ quel di più che i camorristi non sopportano e vogliono colpire.

Questo di più si chiama controllo del territorio.

La denuncia la si può pure sopportare, in fin dei conti si può perdere tra le tante che si affastellano nelle cronache di tutti i giorni. Che c’è la penetrazione della camorra o lo spaccio della droga lo sanno tutti.

Quello che non può essere sopportata è la presenza sul territorio e l’organizzazione del conflitto sociale.

Il salto di Mimmo e dell’Unione Inquilini napoletana è il radicamento nei quartieri dell’estrema periferia, dove, dice con un certo orgoglio Mimmo «non ci sono più le sedi dei partiti e hanno paura ad entrare anche i carabinieri».

E’ qui che si dà fastidio.

La presenza delle sedi, la consulenza popolare, l’organizzazione del conflitto sociale confliggono con gli interessi camorristici nel cuore del problema: la presenza sul territorio. E’ un corpo a corpo dentro le viscere della società.

L’attacco squadristico di ieri ha questo scopo, uno scopo dichiarato esplicitamente più volte, prima a voce, poi, con le spranghe: “te ne devi andare, devi chiudere la sede perché il territorio è il nostro e la gente deve rivolgersi a noi e non a te che organizzi il conflitto sociale e democratico”!

Per questo motivo, la risposta più importante, ieri, è stata che la sede dell’Unione Inquilini di Napoli Nord ha riaperto la sera stessa e oggi sarà ancora aperta. Ciò è stato possibile per la solidarietà popolare che si è manifestata, per i legami sociali che ci sono.

L’Unione Inquilini di Napoli, quindi, non è Fort Apache, un avamposto isolato, accerchiato e sotto assedio.

E’ un punto da cui si organizza la resistenza civile e la lotta sociale per il riscatto dalla propria condizione di abbandono, come i preti di frontiera, le associazioni di strada.

Affinché non divenga un Fort Apache è necessario un sussulto democratico, che la politica e la società organizzata alzino la propria voce e facciano sentire la propria presenza.

La rinascita della politica, in particolare vale per la sinistra di alternativa, riparte da questa sfida dentro i conflitti e le contraddizioni della condizione sociale più disagiata, ulteriormente colpita a morte dalla politica economica del governo.

Il messaggio che da più fastidio, anche ai camorristi, è il seguente: c’è una alternativa alla guerra tra poveri, il falso obiettivo cui vogliono trascinarci. Questa alternativa è la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, compresa la borghesia criminale che è ampiamente compenetrata con il sistema di potere che tiene in ostaggio non solo una città ma un Paese intero.

Noi possiamo essere i protagonisti di questo riscatto.

*segretario nazionale

dell’Unione Inquilini

23/09/2010 Liberazione