Mese: ottobre 2010

Abbiategrasso will burning/stanotte diamo fuoco al Folletto

folletto

Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 Ottobre 2010 qualcuno ha cercato

di dar fuoco al Folletto25603. Il danno è stato pesante e consistente ma

non irrimediabile, ci siamo messi al lavoro, le macerie sono state

rimosse e ora rimane “solo” da ricostruire.

L’amarezza e la rabbia sono indigeste invece. Di più da quando le cose

ci sono chiare.

Per gli occhi e il cuore, domenica, il panorama è doloroso, nella testa

domande e ipotesi, necessario darsi col corpo al rimedio per riuscire a

ragionare. Nell’atto del rimediare le cose si sono fatte chiare, senza

sforzi, spostando travi bruciate, plastica sciolta, cumuli di cenere.

Era solo necessario guardare bene o ascoltare per incominciare a capire.

Osservare e ascoltare nei bar, nelle piazze e nei parchi della provincia

metropolitana che abitiamo, che nel vuoto grandissimo e profondo, nel

deserto, nella paura, nel continuo negarsi e negare comincia a partorire

i suoi piccoli mostri.

Osservare e ascoltare.

“Stanotte diamo fuoco al Folletto25603”. Capita qui, ora di sentirsi

raccontare di adolescenti o poco più che, in preda a visioni di spiriti

e madonne, improvvisano pseudo riti satanici e bruciano il Folletto.

“Stanotte diamo fuoco al Folletto25603, perché lì ho visto spiriti e

madonne”.

Avremmo preferito fare altro e invece oggi dobbiamo interrogarci sul

senso esatto di queste parole.

Ma a questo punto, allora, vorremmo che l’insieme del corpo sociale che

fa il territorio, donne e uomini, istituzioni facesse la stessa cosa.

Il gioco idiota della “doom generation” comincia a farsi serio e

pericoloso, questa provincia astrusa e polimorfica comincia ad assumere

i connotati delle più alienate cittadine americane.

Non è un problema del Folletto, ma ci siamo capitati in mezzo e allora

preferiamo lanciare il sasso, ci auguriamo che nessuno faccia finta di

non aver sentito.

Sabato 30 Ottobre apriremo le porte ormai scardinate del Folletto25603.

Festeggeremo per ricominciare a costruire, per ringraziare, per

incontrare in un abbraccio chi ci ha aiutato a spazzare via macerie e

cenere, chi ha scritto, chiamato per cercare di capire.

Sabato 30 Ottobre il Folletto25603 chiama a raccolta fratelli e sorelle,

cittadine e cittadini, spiriti e madonne dalle 16 fino a notte.

Le coeur et la reconnaissance aux Sainte Sara. Merci Sara. Proteggici.

Folletto 25603

La Terra Trema

ai ragazzi conigli

www.inventati.org/folletto25603

Il futuro dell'Italia secondo Marchionne

Pomigliano non si piegaNicola Melloni

Le parole di Marchionne alla trasmissione di Fazio non sono sorprendenti. Seguono la stessa logica della guerra senza quartiere che la Fiat ha lanciato non solo contro il contratto nazionale ma contro il sistema di regole esistenti nel nostro paese, per sovvertire il sistema di relazioni industriali e nello stesso tempo quello delle relazioni sociali: non solo attaccando il sindacato, ma la democrazia tutta. Non è un caso che nel mirino di Marchionne, domenica, non ci fosse la Fiom bensì l’intero paese che sarebbe solo una palla al piede per gli interessi dell’azienda e dunque, seguendo una logica puramente commerciale, andrebbe senza dubbio abbandonato.

Nell’intervista, l’AD della Fiat ha prospettato scenari paurosi (la deindustrializzazione del paese) nel caso i suoi consigli (che assomigliano ad ordini) non venissero seguiti, e prospettive rosee future (salari a livelli tedeschi) se invece, finalmente, il paese decidesse di imboccare la via delle riforme. Quali sarebbero dunque queste riforme? Marchionne non lo dice, ma il programma di fabbrica-italia parla chiaro: sfruttamento della manodopera, sindacato trasformato in erogatore di servizi sul modello americano, “libertà d’impresa” nel suo significato più retrivo – organizzazione aziendale decisa solo sulle basi dei presunti bisogni dell’impresa. Marchionne in realtà indica una terza via, la trasformazione dell’Italia in una economia da terzo mondo che sappia competere con la Serbia e la Polonia, non con la Francia e la Germania. In realtà Marchionne ha ragione: l’Italia attuale non è in grado di competere con paesi tecnologicamente più avanzati, non è in grado di aumentare la produttività dell’impresa a livelli tedeschi, non è in grado di attirare investimenti stranieri. Perché? La Fiat, invece di accusare, avrebbe qualcosa da spiegare. Come mai il tasso d’innovazione è così basso? Come mai Fiat si concentra nel settore auto a minor valore aggiunto, quello delle utilitarie, dove i margini di profitto sono più bassi? Estendiamo pure il discorso. Come mai la spesa in ricerca e sviluppo nel nostro paese è tra le più basse d’Europa (statistica che Marchionne, chissà perchè, si è dimenticato di citare nella sua orazione domenicale)? Queste sono le vere differenze tra Germania ed Italia, altro che l’intralcio rappresentato dai sindacati!

Marchionne rappresenta solo l’ultimo esempio del capitalismo straccione all’italiana, quel capitalismo che non ha mai avuto nessuna delle caratteristiche del grande capitale egemonico dei paesi avanzati.

Marchionne nega che la Fiat chieda i soldi ai contribuenti, fingendo non solo di dimenticare il passato, ma anche di ignorare quello che succede in Usa ed in Serbia dove il moderno “liberale” pensa solo a succhiare la mammella dei governi. Non è un caso che in Germania l’abbiano messo in fretta alla porta. Non solo per difendere i lavoratori, ma per non infettare il capitalismo renano che ha un altro ethos rispetto a quello barbone di Marchionne e che rappresenta una parte integrante della democrazia tedesca.

Naturalmente, mentre i veri capitalisti sbattevano le porte in faccia al mendicante di Torino, dalle nostre parti si levavano gli alti lai della varia umanità che affolla la corte del potente di turno. L’immancabile Ichino, sconfitto dalla storia ma eroicamente mai arresosi all’evidenza dei fatti, ha offerto il suo contributo, prendendosela ancora una volta con il sindacato che ostacola lo sviluppo e ci condanna alla povertà. E pure Feltri si è preso un sabbatico da Montecarlo per imputare a Fiom e Cgil (ovviamente con la responsabilità di Fini…) i disastri dell’economia italiana. Il refrain è sempre lo stersso: non siamo più negli anni 70, bisogna guardare avanti e smetterla di rimanere attaccati al passato. Sfortunatamente questi cantori del progresso hanno l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, dicono di guardare al futuro ma il modello che ci propongono è ben più vecchio di quello degli anni 70. La loro visione preferita è quella dei lavoratori zitti e piegati in fabbrica: lavorare di più (altro che pause!), smetterla con le inutili pretese tipiche di chi ha la pancia piena (anche la pensione vogliono, questi lavativi, manco avessero lavorato tutta la vita!) e soprattutto non disturbare il manovratore (limitiamo il diritto di sciopero, altra scoria radioattiva della Costituzione Sovietica). Più che modernità è modernariato di inizio secolo, quello scorso però.

Nonostante le parole vuote ed ideologiche del meeting di Rimini, Marchionne non propone la fine della lotta di classe, anzi, la rilancia. Sfruttamento del lavoro, limitazione dei suoi diritti ed una società autoritaria tipica del capitalismo da primo Novecento è quello che ci propongono. Una volta di più la borghesia italiana, incapace di competere col resto del mondo, incapace di creare un modello di sviluppo economico e sociale stabile, incapace, come diceva Gramsci, di produrre egemonia, sceglie la via dell’eversione. Sfruttando la crisi economica, generata dal capitale e non certo dal lavoro, si vogliono riportare indietro le lancette della storia e lo si fa cancellando i diritti e tentando di riorganizzare il paese come già aveva indicato Gelli trent’anni orsono. In un paese in cui la sinistra non siede neppure più in parlamento, il sindacato è rimasto l’unico baluardo contro questa deriva eversiva. La sua sconfitta non sarebbe solo la resa dei lavoratori ma la rovina della nostra democrazia.

27/10/2010

Liberazione

“Continuo imbullonare e martellare per ore e ore, senza avere neanche il tempo per pisciare.”

Roberto Farneti

«Quando ti trovi alla catena di montaggio, dieci minuti di pausa in più o in meno significano tantissimo: la possibilità di sedersi per un attimo, di sgranchire le gambe e le braccia, di distrarsi con la testa. In una parola, significano salute». Ad Antonio Di Luca, operaio della Fiat di Pomigliano d’Arco, non sono andate giù le affermazioni televisive di Sergio Marchionne sulla scarsa efficienza del lavoro in Italia.

Anche perché Antonio, a differenza dell’amministratore delegato della Fiat, sa bene quanto sia duro lavorare in fabbrica, quel continuo imbullonare e martellare per ore e ore, senza avere neanche il tempo per pisciare. «Abbiamo a disposizione tre pause di dieci minuti nell’ambito del turno di lavoro, che è di otto ore. Nelle grandi fabbriche, i bagni non sono sempre vicini a dove ti trovi e quindi capita che per raggiungerli a piedi a volte ci metti anche sei-sette minuti», spiega l’operaio, il quale, oltre a far parte del direttivo della Fiom di Napoli, a Pomigliano è anche membro del circolo Fiat del Prc.

L’aspetto più alienante del famigerato sistema ergonomico Ergo-Uas, il nuovo metodo di produzione che Marchionne vorrebbe imporre non solo a Pomigliano ma anche a Melfi, è però la saturazione al 100% del tempo a disposizione di ciascun lavoratore per eseguire l’operazione relativa alla postazione in cui si trova. «Prima non era così. Con l’accordistica del 1971 – spiega Antonio – il tempo con una cadenza inferiore al minuto non poteva essere saturato oltre l’86%, perché il 14% rimanente era destinato al riposo». Al fine di tagliare i tempi morti, il nuovo metodo prevede che la produzione si avvalga dell’ausilio di carrellini, contenenti tutti i componenti necessari, che accompagnano la vettura durante il montaggio. In questo modo il lavoratore non è più costretto ad allontanarsi dalla postazione per andare a prendere il pezzo che gli serve. Il tempo così risparmiato non si traduce però in secondi di riposo aggiuntivi per l’essere umano ma in una accelerazione dei ritmi di produzione.

Insomma, si rischia concretamente di rivedere in fabbrica scene di sfruttamento intensivo paragonabili a quelle illustrate 75 anni fa nel famoso film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin. «Arrivi al punto – conferma Antonio – che non ti puoi permettere di mollare la postazione nemmeno per raggiungere la fontanella dell’acqua a un metro e mezzo di distanza».

Tutto questo non può non avere conseguenze per la salute. «Stai parlando con una persona – risponde l’operaio – che, dopo 18 anni fissi di catena passati maneggiando avvitatori pneumatici da trenta newton a ritmi tra le 250 e le 330 vetture a turno, si ritrova con sette discopatie gravi, tra la cervicale, la lombare e la dorsale. E ciò pur avendo lavorato in condizioni migliori rispetto a quelle che Marchionne oggi ci propone».

Per chiarire meglio il concetto, Antonio fa un esempio: «Immagina l’officina di un meccanico o di un elettrauto. Durante la giornata il negozio è aperto dieci ore, ma se vai a misurare il tempo effettivo di lavoro, probabilmente – ipotizza l’operaio – questo non supera le cinque-sei ore nette. Quello che Marchionne vuole da noi è otto ore nette di lavoro continuo». Altro esempio: «Per il montaggio di una guarnizione di un’Alfa 147 con un martello di gomma da duecento grammi occorrono – calcola Antonio – dalle cinquanta alle sessanta martellate. Moltiplicato per trecento vetture, una operazione del genere richiede 18mila colpi di martello al giorno. Ecco perché dieci minuti di riposo, in un contesto del genere, significano tantissimo».

La Fiat però sostiene che è questa la cura di cui le fabbriche italiane hanno bisogno per diventare competitive. Antonio scuote la testa: «Noi già adesso – ribatte l’operaio – siamo in grado di produrre le 1045 vetture al giorno che vuole Marchionne, basti ricordare che nel 2003 e nel 2004 ne facevamo anche 1200 al giorno. Vetture di qualità, capaci di vincere premi come l'”auto dell’anno” o il “volante d’oro”, prodotti eccellenti che sono stati sul mercato per decenni. La verità è che Marchionne vuole altro, il nodo è politico».

26/10/2010 Liberazione

"Continuo imbullonare e martellare per ore e ore, senza avere neanche il tempo per pisciare."

Roberto Farneti

«Quando ti trovi alla catena di montaggio, dieci minuti di pausa in più o in meno significano tantissimo: la possibilità di sedersi per un attimo, di sgranchire le gambe e le braccia, di distrarsi con la testa. In una parola, significano salute». Ad Antonio Di Luca, operaio della Fiat di Pomigliano d’Arco, non sono andate giù le affermazioni televisive di Sergio Marchionne sulla scarsa efficienza del lavoro in Italia.

Anche perché Antonio, a differenza dell’amministratore delegato della Fiat, sa bene quanto sia duro lavorare in fabbrica, quel continuo imbullonare e martellare per ore e ore, senza avere neanche il tempo per pisciare. «Abbiamo a disposizione tre pause di dieci minuti nell’ambito del turno di lavoro, che è di otto ore. Nelle grandi fabbriche, i bagni non sono sempre vicini a dove ti trovi e quindi capita che per raggiungerli a piedi a volte ci metti anche sei-sette minuti», spiega l’operaio, il quale, oltre a far parte del direttivo della Fiom di Napoli, a Pomigliano è anche membro del circolo Fiat del Prc.

L’aspetto più alienante del famigerato sistema ergonomico Ergo-Uas, il nuovo metodo di produzione che Marchionne vorrebbe imporre non solo a Pomigliano ma anche a Melfi, è però la saturazione al 100% del tempo a disposizione di ciascun lavoratore per eseguire l’operazione relativa alla postazione in cui si trova. «Prima non era così. Con l’accordistica del 1971 – spiega Antonio – il tempo con una cadenza inferiore al minuto non poteva essere saturato oltre l’86%, perché il 14% rimanente era destinato al riposo». Al fine di tagliare i tempi morti, il nuovo metodo prevede che la produzione si avvalga dell’ausilio di carrellini, contenenti tutti i componenti necessari, che accompagnano la vettura durante il montaggio. In questo modo il lavoratore non è più costretto ad allontanarsi dalla postazione per andare a prendere il pezzo che gli serve. Il tempo così risparmiato non si traduce però in secondi di riposo aggiuntivi per l’essere umano ma in una accelerazione dei ritmi di produzione.

Insomma, si rischia concretamente di rivedere in fabbrica scene di sfruttamento intensivo paragonabili a quelle illustrate 75 anni fa nel famoso film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin. «Arrivi al punto – conferma Antonio – che non ti puoi permettere di mollare la postazione nemmeno per raggiungere la fontanella dell’acqua a un metro e mezzo di distanza».

Tutto questo non può non avere conseguenze per la salute. «Stai parlando con una persona – risponde l’operaio – che, dopo 18 anni fissi di catena passati maneggiando avvitatori pneumatici da trenta newton a ritmi tra le 250 e le 330 vetture a turno, si ritrova con sette discopatie gravi, tra la cervicale, la lombare e la dorsale. E ciò pur avendo lavorato in condizioni migliori rispetto a quelle che Marchionne oggi ci propone».

Per chiarire meglio il concetto, Antonio fa un esempio: «Immagina l’officina di un meccanico o di un elettrauto. Durante la giornata il negozio è aperto dieci ore, ma se vai a misurare il tempo effettivo di lavoro, probabilmente – ipotizza l’operaio – questo non supera le cinque-sei ore nette. Quello che Marchionne vuole da noi è otto ore nette di lavoro continuo». Altro esempio: «Per il montaggio di una guarnizione di un’Alfa 147 con un martello di gomma da duecento grammi occorrono – calcola Antonio – dalle cinquanta alle sessanta martellate. Moltiplicato per trecento vetture, una operazione del genere richiede 18mila colpi di martello al giorno. Ecco perché dieci minuti di riposo, in un contesto del genere, significano tantissimo».

La Fiat però sostiene che è questa la cura di cui le fabbriche italiane hanno bisogno per diventare competitive. Antonio scuote la testa: «Noi già adesso – ribatte l’operaio – siamo in grado di produrre le 1045 vetture al giorno che vuole Marchionne, basti ricordare che nel 2003 e nel 2004 ne facevamo anche 1200 al giorno. Vetture di qualità, capaci di vincere premi come l'”auto dell’anno” o il “volante d’oro”, prodotti eccellenti che sono stati sul mercato per decenni. La verità è che Marchionne vuole altro, il nodo è politico».

26/10/2010 Liberazione

Iniziativa mamme dell'Associazione Scarpanò, per una rete sociale di sostegno alla maternità

Ogni giovedì mattina dalle ore 9.30 alle ore 11.30 presso la sede dell’Associazione Scarpanò, via Verdi 39 a Vigevano, è attivo un gruppo mamma bambino.

Possono parteciparvi le donne in gravidanza e le mamme con i loro bambini di età compresa fra gli 0 e i 3 anni.

La finalità del progetto è quella di ricostruire una rete sociale di sostegno alla maternità. Fin dall’antichità le donne, le famiglie, condividevano l’esperienza della genitorialità sia da un punto di vista pratico che da un punto di vista emotivo. La donna era inserita nel più ampio contesto famigliare e nella comunità locale di cui faceva parte. Non era sola.

La sua maternità poteva essere ampiamente condivisa e poteva trarre le risorse di cui necessitava anche dall’esperienza delle altre donne.

Oggi, invece, spesso la donna approda alla maternità senza aver avuto potuto osservare altre donne in maternità, con la sensazione di non poter contare su un bagaglio di esperienze tramandatole dalle altre donne della famiglia. Anche da un punto di vista pratico, spesso, oggi la donna si trova a vivere in solitudine l’accudimento del proprio bambino, perché il compagno lavora, i suoi genitori spesso ancora lavorano o sono geograficamente lontani.

La solitudine amplifica le difficoltà e le paure, si accompagna spesso alla malinconia e alla depressione.

Ecco perché oggi è importante ricostruire quel “cortile” in cui un tempo le donne sostavano a chiacchierare, a confrontarsi, a scambiarsi saperi…

Il gruppo mamma bambino vuol ricostruire una rete sociale di sostegno. E’ un luogo protetto in cui raccontare, raccontarsi, stare insieme, stringere amicizie, legami, trovare nuove risorse, nuove soluzioni, è anche un luogo dove i bambini possono sperimentare il gioco insieme ad altri bambini…

Per dirla con le parole della C. Northrup “ è necessario costruire una placenta sociale con cui nutrire la neomadre, affinché la madre possa nutrire il suo bambino”

L’attività è gestita da Francesca Bianchetti, counselor.

Per comunicazioni o contatti, e-mail:

francesca.bianchetti@tiscali.it

Iniziativa mamme dell’Associazione Scarpanò, per una rete sociale di sostegno alla maternità

Ogni giovedì mattina dalle ore 9.30 alle ore 11.30 presso la sede dell’Associazione Scarpanò, via Verdi 39 a Vigevano, è attivo un gruppo mamma bambino.

Possono parteciparvi le donne in gravidanza e le mamme con i loro bambini di età compresa fra gli 0 e i 3 anni.

La finalità del progetto è quella di ricostruire una rete sociale di sostegno alla maternità. Fin dall’antichità le donne, le famiglie, condividevano l’esperienza della genitorialità sia da un punto di vista pratico che da un punto di vista emotivo. La donna era inserita nel più ampio contesto famigliare e nella comunità locale di cui faceva parte. Non era sola.

La sua maternità poteva essere ampiamente condivisa e poteva trarre le risorse di cui necessitava anche dall’esperienza delle altre donne.

Oggi, invece, spesso la donna approda alla maternità senza aver avuto potuto osservare altre donne in maternità, con la sensazione di non poter contare su un bagaglio di esperienze tramandatole dalle altre donne della famiglia. Anche da un punto di vista pratico, spesso, oggi la donna si trova a vivere in solitudine l’accudimento del proprio bambino, perché il compagno lavora, i suoi genitori spesso ancora lavorano o sono geograficamente lontani.

La solitudine amplifica le difficoltà e le paure, si accompagna spesso alla malinconia e alla depressione.

Ecco perché oggi è importante ricostruire quel “cortile” in cui un tempo le donne sostavano a chiacchierare, a confrontarsi, a scambiarsi saperi…

Il gruppo mamma bambino vuol ricostruire una rete sociale di sostegno. E’ un luogo protetto in cui raccontare, raccontarsi, stare insieme, stringere amicizie, legami, trovare nuove risorse, nuove soluzioni, è anche un luogo dove i bambini possono sperimentare il gioco insieme ad altri bambini…

Per dirla con le parole della C. Northrup “ è necessario costruire una placenta sociale con cui nutrire la neomadre, affinché la madre possa nutrire il suo bambino”

L’attività è gestita da Francesca Bianchetti, counselor.

Per comunicazioni o contatti, e-mail:

francesca.bianchetti@tiscali.it

“I NONNI NON POSSONO ESSERE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI”

nonna

(Tratto dallo “Spi insieme)

“I NONNI NON POSSONO ESSERE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI”

“Sono tre gli interventi urgenti per salvare questo paese: una seria manovra fiscale dove si abbia il coraggio di tassare le rendite e i grandi patrimoni, con un serio progetto contro l’evasione fiscale; utilizzare le risorse così recuperate per una politica a favore dei redditi e delle pensioni; avere un’idea nuova sia di politica industriale che di contrattazione sociale, perché di certo non possono essere i nonni gli ammortizzatori sociali di questo paese in crisi”. Così Carla Cantone, segretario generale Spi nazionale, durante l’attivo dei delegati Spi che si è tenuto a Bormio in occasione dei Giochi di Liberetà. Con lei erano presenti Nino Baseotto e Anna Bonanomi, rispettivamente segretario generale Cgil e Spi Lombardia.

Cantone ha ricordato come l’Italia detenga una serie di record negativi in Europa: è, infatti, il paese con i più bassi salari e pensioni ma con più lavoro nero ed evasione fiscale; con più morti sul lavoro e più aziende che portano all’estero la produzione. Un paese dove si avanza la proposta di assicurazioni private per i non autosufficienti: “potremmo parlare di fondi integrativi, ma prima – ha sottolineato la leader nazionale – tutti devono essere messi in grado di avere l’assistenza di cui necessitano, così come garantisce la Costituzione”.

Allo Spi e alla Cgil tocca far la loro parte per favorire un cambiamento, una parte che inizia all’interno della confederazione stessa che, dopo il Congresso, deve mostrare di aver ritrovato l’unità, che passa poi attraverso la ricostruzione del rapporto unitario con Cisl e Uil per arrivare a un rafforzamento della contrattazione che Spi, spesso con Fnp e Uilp, fa sul territorio e che deve trovare il pieno appoggio della Cgil.

“Dobbiamo essere sempre di più fra le gente che ormai è stufa di questo governo che non sa fare il suo mestiere. E ci saremo nelle prossime settimane in tutta Italia e poi a Roma con la Cgil per una grande manifestazione”. ■

Acqua pubblica si, acqua pubblica no. "Ma anche"… Le contraddizioni del Pd.

(Tratto dal sito:http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php?option=com_content&view=article&id=603:lacqua-il-pd-e-la-politica-del-qma-ancheq&catid=37:primo-piano

La proposta di legge del Pd mantiene le privatizzazioni

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua aveva incontrato una delegazione del Partito Democratico lo scorso 25 giugno. Il Pd in quell’occasione aveva presentato per sommi capi la proposta di legge in lavorazione sull’acqua pubblica, e aveva convenuto con il Forum di continuare il confronto sulla stessa. Ieri siamo venuti a sapere che la proposta di legge era già pronta, con tanto di presentazione in conferenza stampa del Segretario Pierluigi Bersani.

Se vogliamo dare un giudizio generale sulla proposta di legge, notiamo che nella sostanza riporterebbe la situazione sulla gestione dei servizi idrici a prima del Decreto Ronchi, senza intaccare le vie che hanno portato alla privatizzazione dei servizi idrici negli ultimi anni. Nella proposta abbiamo letto un timido passo in avanti quando si legge che gli investimenti devono tornare in capo al pubblico: logica vorrebbe che sparisse la “remunerazione del capitale investito” riconosciuta ai gestori, come noi chiediamo con il terzo referendum. Vediamo invece che viene introdotto il concetto di “remunerazione dell’attività industriale”, definizione che non esiste nella teoria economica e che gradiremmo che il Pd spiegasse meglio.

Il Pd ci ha abituato alle contraddizioni interne e anche nel testo ne troviamo diverse. In particolare prima si dice che “l’acqua è un bene comune dell’umanità” per poi scrivere, 7 righe più giù che “l’acqua è un bene di rilevanza economica”.

In ultimo sia il Segretario Bersani che il Capogruppo alla Camera Franceschini hanno sottolineato come “anche i promotori dei referendum sapevano di fare una battaglia soprattutto culturale”. Non ci serve che i vertici del Pd ci facciano da portavoce e diciamo che non è così. Noi i tre referendum vogliamo vincerli, vogliamo che la gestione del servizio idrico torni pubblica e partecipata dai cittadini e dai lavoratori, nel rispetto di 1 milione e 400mila elettori che hanno sottoscritto i quesiti. Se la dirigenza del Pd va a cercare in qualche cassetto della Commissione Ambiente troverà la Proposta di Legge di Iniziativa Popolare avanzata dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e presentata a suo tempo grazie ad un percorso di partecipazione e alle 400mila firme raccolte nel 2007. Nell’incontro del 25 giugno il Forum chiese al Pd di adoperarsi affinché quella legge fosse portata all’ordine del giorno nel dibattito parlamentare, ad oggi niente si è mosso. Se i dirigenti del Pd leggessero quel testo potrebbero trovarci diversi spunti interessanti.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Cm3DU7lJuEU&feature=player_embedded[/youtube]

Il Palazzetto dello Sport di Vigevano, oltre 10 milioni di euro. Investimento sbagliato

palazzetto dello sport vigevanoIl Palazzetto dello Sport di Vigevano mette in evidenza di come si sia sprecato e si continuino  a sprecare ingenti somme di denaro pubblico.

A suo tempo, nella campagna elettorale per le provincialI del 1997, l’allora candidato di Forza Italia (poi diventato Presidente della Provincia) Silvio Beretta lanciò uno slogan, con tanto di volantinaggio, ecc. “SE VUOI IL PALABASLETTA VOTA BERETTA”. Poi iniziò l’iter per la costruzione di una vera e propria cattedrale nel deserto.

Il nostro Gruppo consiliare allora si espresse contro la costruzione di mega-strutture ed era invece per investire in impianti sportivi decentrati e poco costosi nella gestione, anche per avvicinare in modo giusto i giovani allo sport.

Invece le varie maggioranze di destra della Provincia hanno proseguito imperterrite in un investimento sbagliato sotto tutti i punti di vista: hanno speso oltre 10 milioni di euro per una struttura non gestibile se non spendendo ulteriori forti somme, già soggetta ad infiltrazioni d’acqua e, per di più, non utilizzabile dalle scuole a causa delle distanze dal centro.

Stupisce la posizione della Lega di Vigevano che propone addirittura una Commissione d’inchiesta a livello regionale, “dimenticandosi” di aver votato a favore di tale struttura.

Ammesso che, un giorno, trovino una soluzione per la gestione è del tutto evidente che il Palazzetto non potrà essere utilizzato dalla cittadinanza in quanto i costi d’accesso saranno insostenibili.

Teresio Forti

Capogruppo provinciale del

Partito della Rifondazione Comunista