Mese: dicembre 2010

Pronostico per il 2011

Visto che siamo all’inizio dell’anno vogliamo pubblicare l’oroscopo, o meglio il pronostico, per il 2011, certo, vero, infallibile composto fresco fresco da Francois Rabelais nel 1662.

Incominceremo, come è tradizione, dagli astri

Delle eclissi di quest’anno

Quest’anno vi saranno tante eclissi di sole e di luna che ho paura, non a torto, che le nostre borse ne patiranno e i nostri sensi si turberanno. Saturno sarà retrogrado, Venere diretta, Mercurio incostante. E un mucchio di altri pianeti non obbediranno al vostro comando.

Onde, per quest’anno, i granchi cammineranno di traverso, le pulci saranno la maggior parte nere; il ventre andrà per davanti, il deretano siederà per primo.

Delle malattie di quest’anno

Quest’anno i ciechi non vedranno che ben poco, i sordi udranno abbastanza male, i muti non parleranno affatto, i ricchi staranno un po’ meglio dei poveri e i sani meglio dei malati.

E attenzione ai nostri polmoni che non diventino neri come carboni.

La vecchiaia sarà incurabile quest’anno a causa degli anni passati. I malati di pleurite sentiranno un forte male al costato. Chi avrà flusso di ventre andrà spesso alla tazza; il mal d’occhi sarà molto dannoso alla vista. E regnerà quasi universalmente una malattia ben orribile e tremenda, maligna, perversa, spaventevole e odiosa, la quale farà stupire il mondo a tal punto che molti non sapranno che pesci pigliare. Tremo di paura al pensarlo: poiché sarà epidemica, e si chiamerà bolletta.

Dello stato di alcune persone

È la più gran follia del mondo pensare che vi siano astri per i re, papi e grossi signori più che per i poveri e miserabili; come se fossero state create nuove stelle dopo il tempo del diluvio o di Nostradamus o di quando sorsero nuove repubbliche.

Tenendo dunque per certo che gli astri si curano così poco dei re come dei pitocchi, e dei ricchi come dei bricconi, lascerò ad altri folli pronosticatori parlare dei ricchi e delle loro escort, e parlerò delle persone di bassa condizione e in primo luogo di quelle sottomesse all’influsso di Saturno come gli sprovvisti di denaro, i gelosi, i malpensanti… essi non avranno quest’anno ciò che vorrebbero e si gratteranno spesso anche là dove non prude.

I sottomessi all’influsso di Giove cioè i baciapile, accattoni, fratacchioni, imbrattacarte… se la passeranno secondo il loro denaro.

I sottomessi all’influsso di Marte come cavadenti, medicastri, rosticcieri, beoni e scrocconi … faranno quest’anno buoni colpi; ma taluni di loro saranno soggetti a ricevere qualche legnata quando meno se l’aspettano.

I soggetti all’influsso di Venere come cameriere d’albergo, avvocatesse, lavandaie… quest’anno miglioreranno in reputazione, ma entrando il Sole in Cancro difficilmente le femmine concepiranno senza operazione virile e ben poche vergini avranno latte alle mammelle.

Delle quattro stagioni dell’anno

In tutto l’anno non vi sarà che una luna e non sarà affatto nuova. A proposito: in primavera voi vedrete fiori metà di più che nelle altre tre stagioni.

D’estate non so qual tempo, né qual vento tirerà, ma so bene che dovrà far caldo e regnare vento marino.

In autunno si vendemmierà, o prima o dopo; per me è lo stesso, purché ci sia vino a sufficienza. Quelli e quelle che han fatto voto di digiuno fin che siano stelle in cielo, a quest’ora, per mia concessione e dispensa possono cibarsi. Guardatevi dalle lische mangiando i pesci. E dal veleno vi guardi Iddio.

D’inverno, secondo il mio piccolo intendimento, non saranno saggi quelli che venderanno le loro pellicce per comprar legna. Se piove non immalinconite: tanto meno polveri sottili avrete per la strada; tenetevi al caldo, abbiate timore dei catarri, bevete del migliore in attesa che il nuovo si perfezioni, e, fatemi un favore, d’ora in avanti non fatela più a letto…

questa è la mia profezia, un augurio, un’utopia, state bene e così sia!

«Fassino, Chiamparino, venite voi a lavorare alla catena di montaggio»

Sconcerto e delusione tra gli operai di Mirafiori. I delegati Fiom: «Vincerà il “No”»

«Fassino, Chiamparino, venite voi

a lavorare alla catena di montaggio»

Maurizio Pagliassotti

Gli operai delle Carrozzerie di Mirafiori attendono con crescente entusiasmo Piero Fassino, Sergio Chiamparino, Davide Gariglio e i loro preziosi consigli.«Di solito vengono quando hanno bisogno di voti – racconta Caterina Gurzì, delegata Fiom – e dato che due di loro sono candidati a succedere all’attuale sindaco di Torino sicuramente si presenteranno. Peccato non possano entrare dentro lo stabilimento. Peccato non possano sperimentare per qualche giorno la catena di montaggio: i turni da dieci ore con pause striminzite, le notti, la vita famigliare distrutta dalla flessibilità onnipotente della fabbrica. Insomma, peccato che non possano provare sulla loro pelle quanto ci consigliano di accettare. Hanno anche il coraggio di dirlo: “Se fossi un lavoratore della Fiat”. Purtroppo nessuno di chi ci invita a votare a favore di Marchionne lavora in Fiat e men che meno fa l’operaio. Fanno tutti mestieri molto più comodi e pagati. I politici che danno consigli agli operai su quanto e come devono lavorare, incredibile.… Li aspettiamo fuori dalla fabbrica, vengano, non abbiano timore». Mirafiori sarà chiusa fino al dodici gennaio, un vantaggio netto per la propaganda che vuole strappare ai lavoratori l’assenso quando ci sarà il referendum. Le voci faticano a circolare, non c’è possibilità di confronto e dialogo. E tra i delegati Fiom cresce la rabbia furibonda per questa situazione che pare voluta.

Sempre Caterina Gurzì: «Ci avevano promesso che nessun accordo sarebbe stato preso a fabbrica chiusa. L’ennesima presa in giro. Ora è difficile correre dietro ai colleghi, contattarli e spiegar loro la gravità della situazione. Sono convinta però che a Mirafiori vincerà il “No”. La sensibilità per le regole democratiche è un aspetto su cui c’è larga convergenza fra tutti. Dopo vedremo se Marchionne avrà il coraggio di chiudere una fabbrica con cinquemila persone. Vincerà il “No” anche perché sappiamo quali sacrifici dovremmo fare per avere quattro soldi in più in busta paga. Vincerà il “No” perché dieci ore alla catena di montaggio sono un’assurdità. Vincerà il “No” perché se vuoi aumentare la produzione gli operai devi trattarli bene. Schiavizzandoci otterrebbero solo quello che dicono di voler evitare: il conflitto. E lo avranno».

Pasquale Lo Iacono è anch’egli delegato Fiom alle Carrozzerie, commenta: «Chi ha ipotizzato questa organizzazione del lavoro non conosce Mirafiori. La mia Linea, composta prevalentemente da donne, diverrebbe ingestibile con turni da dieci ore, pause ridotte, quindici sabati di straordinario obbligatorio, turni notturni e tutto il resto. Questo accordo porterebbe ad una esasperazione del conflitto all’interno dello stabilimento. Anche perché le Rsu passerebbero da ventisette a quindici e non sarebbero elette ma nominate. In questo contesto i settecento iscritti alla Fiom di Mirafiori da chi sarebbero rappresentati? Io continuerò il mio impegno in fabbrica come delegato anche se la Fiat ci renderà la vita impossibile».

L’esito del referendum è scontato anche per Lo Iacono: «Tra gli operai delle linee in queste ore sta dilagando la rivolta. Purtroppo la fabbrica è chiusa… Ma le voci che giungono mi raccontano di una percentuale bulgara di “No”. Voteranno a favore gli impiegati e in generale tutti quelli la cui fatica fisica sul posto di lavoro è bassa. Gli altri non sono disposti a barattare la salute per un tozzo di pane. E’ una situazione comunque paradossale: la Fiat tentando di spremere gli operai come limoni otterrà solo più assenteismo perché quando chiedi troppo ad un essere umano questo tenta di salvare la salute come può. Non passeranno, respingeremo il referendum anche sotto ricatto».

Che il referendum sia ad alto rischio per Marchionne è provato dai reiterati appelli di coloro che un tempo si dissero dalla parte dei lavoratori. Il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo, si è rivolto al presidente della Regione Piemonte, a quello della Provincia di Torino e al sindaco di Torino, perché invitino i lavoratori a votare sì: «Chiediamo a Roberto Cota, Antonio Saitta e Sergio Chiamparino di prendere una posizione ufficiale e di rivolgere un appello comune ai lavoratori della Fiat di Mirafiori a favore del sì per il prossimo referendum sull’intesa raggiunta dai sindacati con Fiat il 23 dicembre scorso».

Armando Petrini, segretario regionale Prc, risponde: «Non soltanto l’accordo capestro di Marchionne peggiora gravemente le condizioni di lavoro a Mirafiori, ma c’è di peggio. Vuole ridisegnare le relazioni sindacali in questo paese a tutto svantaggio dei lavoratori. Di fronte all’accordo trasversale tra Marchionne, Sacconi e Unione industriale le incertezze o addirittura gli assensi del Pd dicono molto sullo sbando culturale, morale e politico di questo paese. Ora come non mai è importante che la sinistra tutta sostenga in modo unitario le ragioni del no all’accordo e chieda la proclamazione dello sciopero generale».

30/12/2010 Liberazione

Brindisi Comunista

😆 Care compagne e cari compagni, 😳

giovedì 30 dicembre,  alle ore 21,

ci troviamo al

Circolo in Via Boldrini, 1 Vigevano,

per un Brindisi Comunista,

a noi e all’anno che verrà.

Se non avete già impegni,

passate in sede per un saluto.

Vi aspettiamo.

Comunque, Buon Anno a tutte/i.

Compagne/i di Rifondazione Comunista di Vigevano

Vigevano, via Boldrini 1

La storia peggiore che non dobbiamo rivivere

Dino Greco

Società schiavistiche sono esistite e, come si vede, possono esistere anche nella modernità. Semmai potrebbe sorprendere che queste rimettano radici nell’Europa che, dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi, seppe munirsi di un efficace welfare e nell’Italia che riuscì a darsi il più forte partito comunista dell’Occidente. Un’Italia, tuttavia, che è già da tempo divenuta post-Costituzionale e dove la degenerazione democratica, al livello politico e istituzionale, trova il suo perfetto corrispondente nella devastazione dei rapporti sociali, nella dittatura senza più bardature del capitale sul lavoro. Il pendolo, rimasto in equilibrio per oltre trent’anni di vita repubblicana, si è qui da noi rapidamente spostato verso l’impresa, complice la globalizzazione capitalistica e l’implosione di un’Europa che ha costituzionalizzato il mercato, piuttosto che i diritti. Il caso italiano ha tuttavia impresso un’accelerazione a questo processo generale, dimostrando come politica, cultura, ideologia possano trasformare molecolarmente modi di pensare, comportamenti, equilibri sociali un tempo non lontanissimo dati per consolidati. Ora, però, accadono fatti che si incaricano di produrre un’ulteriore, decisiva, precipitazione, un salto di qualità che – anche simbolicamente – dà il senso del mutamento che si va producendo. La vicenda Fiat incarna tutto questo, con una violenza tale da rievocare, mutatis mutandis, la catastrofica sconfitta operaia del biennio rosso, sfociata nell’ascesa del fascismo e nella cancellazione dello stesso Stato liberale. Raffronto per molti aspetti improponibile, si dirà, ma non privo di analogie, che tornano come una iattura, come un filo rosso che riproduce antichi italici vizi, non cancellati – come speravamo – dall’epopea resistenziale. Torna, in forme persino più aspre e volgari, la sudditanza del potere politico all’impresa; torna l’inclinazione pusillanime di una sinistra moderata che non possiede nelle sue corde né il coraggio né l’ambizione di un vero progetto di cambiamento; torna il sindacalismo rinunciatario che decide di non combattere ed abbandona il proletariato al suo destino. Anche quest’epoca riproduce i suoi Turati e i suoi D’Aragona, senza neppure la dignità e – tutto sommato – la statura morale che quelle figure seppero mantenere. Il diktat della Fiat (si smetta di chiamarlo accordo, solo perché sottoscritto da sindacati corrotti e del tutto cooptati nella catena di comando dell’azienda), esportato da Pomigliano a Mirafiori e destinato a divenire il modello canonico delle relazioni industriali imperanti nel Paese, cancella l’interlocutore sindacale, riducendolo alla stessa impotente succubanza, al ruolo corrivo nei confronti del regime politico e di quello di fabbrica che fu dei sindacati fascisti. Un modello neo-corporativo nel quale l’interesse dell’impresa – quali che siano le forme nelle quali si esprime – viene fatto corrispondere con gli interessi generali.
C’è – incorporato nell’editto di Marchionne – lo stesso divieto di sciopero, pena il licenziamento, che fu istituzionalizzato per legge nel ventennio. E c’è lo scioglimento d’autorità, dentro l’azienda, del sindacato, del solo sindacato indipendente rimasto in campo, la Fiom. Questo poderoso colpo all’architrave su cui poggia la Costituzione e, possiamo ben dirlo, la democrazia, non suscita preoccupazioni nel centrosinistra, in un Pd ormai incapace di tutto. Ora leggiamo che Susanna Camusso giudica antidemocratico e illiberale Marchionne. Alleluia. Peccato che non ne tragga alcuna conseguenza. Martedì scorso avrebbe potuto derivarne coerenti determinazioni, impegnando tutta la sua organizzazione in una corale risposta di lotta, capace di chiamare a raccolta tutti i lavoratori italiani e di costituirsi come il collante di un raggio amplissimo di mobilitazioni sociali, a partire dal movimento degli studenti che ha dimostrato un’eccezionale maturità e coscienza di sé, cogliendo proprio nel rapporto con il lavoro la chiave potenzialmente vincente di un nuovo blocco sociale. Poteva, Susanna Camusso, ricordare ciò che nel 2002 fece Sergio Cofferati, mettendo in campo tutta la forza possibile della Cgil per impedire la manomissione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, riuscendo – con una battaglia di non comune intensità che divenne lotta di popolo – a fermare l’offensiva padronale e a rovesciare le prospettive di una pesantissima situazione politica. Invece, Camusso ha preferito traccheggiare, cercando impossibili sponde in una Confindustria a tutto interessata meno che a ostacolare seriamente il disegno della Fiat, ingaggiando invece un duello intestino con la minoranza e con la propria categoria più esposta, accusata di rigidità negoziale.
Accade così che la democrazia, svuotata di ogni sostanza e pervertita, come ha scritto Fernando Savater, in «clepto-democrazia» e il capitalismo del terzo millennio regredito, quanto a vocazione predatoria e violenza della sfruttamento, a paleocapitalismo, non trovano efficace contrasto politico. E ciò accade perché – come osserva magistralmente Jurgen Habermas – «mentre le élite si barricano anche moralmente nelle loro gated comunities, i rituali della sinistra rispecchiano il generale ottundimento di questo spirito normativo e la crescente tendenza ad accettare come normale ed ovvio un egoismo razionalista, che con gli imperativi del mercato è penetrato ormai fin dentro i pori di un ambiente di vita colonizzato». Bisogna allora avere il coraggio di andare alla radice, considerato che, in altro modo, come aveva ben compreso Karl Marx, non si cava il ragno dal buco. Per ri-comprendere, a maggior ragione dopo le infinite repliche che la storia ci ha riservato, che il capitalismo è ontologicamente irriformabile; che il mercato non può concepire limiti, né sottoporsi a regole esterne, destinate ad essere travolte non appena possibile senza riguardo ai mezzi da impiegare; che la riproduzione del capitale oggi distrugge piuttosto che generare forze produttive e che lo sviluppo di una democrazia integrale, intesa come autogoverno dei produttori associati, è incompatibile con la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Fino a quando la sinistra rimarrà prigioniera dell’autolesionistica illusione che affida alla politica il compito di temperare il mercato e addolcire gli “spiriti animali”, saranno questi ultimi a prevalere. Rompere questa gabbia che impedisce al pensiero critico di inoltrarsi oltre il già visto e il già sperimentato e paralizza l’azione e la lotta politica: ecco il compito non svolto che sta ancora di fronte a noi. Sarebbe incoraggiante se la sinistra, tutta la sinistra, di fronte al pericolo estremo, fosse capace di mettersi alle spalle le sedimentate divisioni per fare causa comune nella lotta contro la soppressione dei diritti nel lavoro e la definitiva eclissi della democrazia costituzionale.

in data:28/12/2010 Liberazione

Chi paga la polenta e osei in Italia.

http://stopthecensure.blogspot.com/2010/11/chi-paga-la-polenta-e-osei-italia.html

Chi paga la polenta e osei. Italia condannata dalla Corte europea per la caccia in deroga in Veneto

http://www.blogeko.it/wp-content/uploads/2010/11/polenta-e-osei.jpg

La Corte Europea ha condannato oggi l’Italia per la caccia in deroga agli uccelli in Veneto. Significa che quando i veneti mangiano polenta e osei, tutt’Italia paga il conto. Un caso particolare di federalismo gastronomico.

La sentenza segue la condanna dell’Italia anche per la caccia in deroga in Lombardia. Ed è di pochi giorni fa l’ordinanza con cui il Tar della Calabria ha fermato la stagione venatoria regionale trovando che peccava per, diciamo, eccesso di generosità nei confronti delle doppiette.

E’ sempre più evidente una politica che mira a favorire la ristretta cerchia dei cacciatori e dei fabbricanti di armi in spregio all’opinione pubblica, largamente contraria alla caccia, oltre che in spregio all’ambiente. Ma veniamo al caso del Veneto.

In seguito ad un ricorso promosso dalla Commissione europea, la Corte europea di giustizia si è pronunciata a proposito della legge della Regione Veneto 12 agosto 2005 n. 13, la normativa con cui il Veneto ha disciplinato la caccia in deroga. Ossia quella che viene praticata facendo uno strappo alle regole di conservazione dell’avifauna.

L’Europa ammette, sì, la caccia in deroga. Ma solo per motivi ben precisi (salute pubblica; sicurezza aerea; prevenire gravi danni alle colture; protezione di fauna e flora; pratiche connesse con ricerca e reintroduzione) ed in assenza di altre soluzioni. La caccia in deroga “per altri impieghi” (come potrebbe essere la polenta e osei) è consentita solo in condizioni rigidamente controllate, con metodo selettivo e in piccola quantità.

La legge regionale veneta sulla caccia in deroga andava ben oltre questi ristretti confini, ha stabilito in sostanza la Corte. Soprattutto, non riguarda affatto una “piccola quantità” di uccelli, ovvero un numero inferiore al 5% della mortalità annua naturale. Il Veneto ha fissato limiti addirittura 10-15 volte più generosi.

L’Italia ha provato inutilmente a difendersi sostenendo che i numeri del Veneto riguardano gli esemplari teoricamente cacciabili, non quelli effettivamente uccisi, e che inoltre una caccia “a fini ricreativi” e legata alle “tradizioni culturali e gastronomiche” di una zona ben precisa implica automaticamente l’uccisione di un numero limitato di esemplari.

La Corte europea, dicevo, ha respinto queste argomentazioni e ha condannato l’Italia. Ora, quando i veneti si siedono davanti ad un piatto di polenta e osei, sappiano che se la mangiano da soli, ma ripartiscono il conto fra tutti gli italiani.

Dal sito della Corte europea di giustizia Italia condannata per la caccia in deroga in Veneto

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Controriforma Gelmini, il giorno nero dell'Italia

Alberto Burgio

La peggiore legge di controriforma dell’Università mai pensata e scritta nella storia d’Italia è stata approvata dal peggiore governo della Repubblica. Tutto si tiene. Questa legge vergognosa reca la firma di una sedicente ministra che con il mondo della ricerca e dell’insegnamento universitario c’entra quanto il capo del suo governo con la democrazia e con la Costituzione. E’ un giorno nero per coloro che amano questo Paese, e soprattutto per i giovani che avrebbero il diritto di costruirsi quel futuro che viene loro da molti anni sequestrato. Si è persa un’altra battaglia cruciale.

La destra italiana – la destra sociale, prima ancora di quella politica che la rappresenta e ne serve gli interessi – mette al sicuro un altro tassello della devastazione sociale e politica in corso da un ventennio. Se un rimprovero va rivolto a quanti hanno cercato di contrastare questa «riforma» è che la lotta è partita in ritardo. Sono due anni – dalla finanziaria del 2008 – che il governo lavora con determinazione per questo esito. Ci si doveva muovere prima, e non lo diciamo certo agli studenti e ai ricercatori precari, che hanno avuto comunque il merito di mobilitarsi in massa e di imporre la questione della scuola e dell’università pubblica all’attenzione generale. Rivolgiamo questa critica al grosso del corpo docente, che anche in questo caso si è dimostrato inconsapevole e passivo. E soprattutto alle forze politiche dell’opposizione parlamentare, che anche su questa materia hanno lasciato che il governo facesse e disfacesse a proprio piacimento.

Che cosa sarà l’Università italiana quando la legge andrà in vigore? La ministra spande a piene mani bugie sin dall’inizio dell’iter del provvedimento. Ha imparato la lezione del suo mentore, consapevole che in un Paese senza opinione pubblica la menzogna è lo strumento fondamentale della politica. Ma la verità è semplice. Sarà una Università riservata a chi ha molti soldi, perché gli atenei alzeranno le tasse per quadrare bilanci sempre più poveri, e perché la legge riduce ai minimi termini le provvidenze per il diritto allo studio. Sarà un luogo di lavoro precario, perché quei pochi fortunati che riusciranno a conquistare un posto di ricercatore a tempo determinato saranno mandati a casa dopo sei anni al massimo, in quanto gli atenei non avranno i fondi per bandire posti di professore associato. E sarà un luogo di frustrazione e di risentimento, perché alla massa dei ricercatori oggi in ruolo si nega qualsiasi possibilità di accesso alle fasce docenti.

Ma il cuore nero della legge è la trasformazione della struttura istituzionale degli atenei, della loro cosiddetta governance.

Questa legge non è stata scritta dalla ministra Gelmini, che non saprebbe mettere insieme nemmeno cinque righe dotate di senso. E’ il frutto della collaborazione tra il ministro dell’Economia, i rettori della Crui e l’Ufficio studi della Confindustria. Ed è il frutto della propaganda del Corriere della sera che, dopo avere sostenuto a spada tratta la «riforma», ieri con sfrontata ipocrisia piangeva sulle sorti della ricerca italiana chiedendo risorse per i ricercatori che «ogni giorno fanno funzionare i nostri atenei». Al di là delle belle parole, la legge realizza una privatizzazione strisciante dell’Università. Che rimarrà pubblica nei costi, ma servirà a produrre benefici e risorse per i privati. I consigli di amministrazione saranno in mano a soggetti esterni: imprenditori e politici, che decideranno a costo zero dove destinare le risorse degli atenei.

Non è difficile prevedere che ne discenderà l’agonia della ricerca scientifica di base e delle facoltà umanistiche. I rettori potranno governare in modo ancor più autoritario di quanto già non facciano. E il governo, al quale spetta la nomina dell’Agenzia per la valutazione della ricerca, stabilirà chi premiare e chi discriminare, cancellando con un tratto di penna la libertà della ricerca e dell’insegnamento che, pure, la Costituzione sancisce. In una parola, è il de profundis dell’Università pubblica. Nemmeno il fascismo aveva osato altrettanto.

Restano da dire due cose, perché il quadro sia completo. La prima è che anche su questo terreno la destra dimostra di avere idee chiare. L’Università che nasce oggi non è un fuor d’opera, è coerente con il modello sociale complessivo che giorno dopo giorno prende forma sullo sfondo della crisi prodotta dal capitalismo neoliberista. Se la Costituzione antifascista disegna l’immagine di una democrazia progressiva, fondata sulla centralità del lavoro e sul principio di uguaglianza, le forze oggi dominanti realizzano il programma piduista di una oligarchia fondata sulla precarietà e la povertà del lavoro e sul razzismo. Per un Gasparri che incita alla violenza e sogna il ripetersi della mattanza di Genova, ci sono cento Sacconi che sputano fiele sul «nichilismo degli anni Settanta» e celebrano l’inverarsi della «rinascita democratica» invocata da Gelli, Berlusconi e Cicchitto. Ma anche le forze del centrosinistra hanno gravi responsabilità, per la mancata opposizione di questi mesi e per le scelte compiute a partire dagli anni Novanta. La privatizzazione dell’Università, la legge sull’autonomia che ha trasformato le università in aziende, l’idea delle Fondazioni universitarie, l’apertura dei consigli di amministrazione alle imprese, lo strapotere dei rettori, la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori, tutto questo è farina del sacco dei partiti che hanno dato vita al Pd.

Non basta votare contro una legge per cancellare le proprie scelte sbagliate. Non basta l’ostruzionismo del giorno dopo per proclamarsi immuni da colpe. Purtroppo non c’è solo la firma della destra in calce a questa pagina vergognosa.

24/12/2010 Liberazione

Tremonti ci vuole chiudere

di Dino Greco  (Direttore di Liberazione)

Fra il ’25 e il ’26 del secolo scorso, il fascismo, divenuto regime, varava le “leggi fascistissime”, che nel forsennato attacco liberticida annientavano la libertà di stampa chiudendo i giornali non allineati al potere dittatoriale. Oggi, sotto il tallone di Berlusconi, non si usa il fuoco e – formalmente – neppure la censura: basta chiudere il rubinetto dei modesti finanziamenti pubblici che consentono ai giornali di partito, di idee e cooperativi, cui non arriva il becco di un quattrino dalla pubblicità, di sopravvivere. E lo si fa nel modo più ipocrita e vigliacco. Dopo aver approvato una finanziaria che, sostanzialmente, confermava la dimensione dei finanziamenti sino ad oggi accreditati all’editoria, con un colpo di mano, solo qualche giorno dopo, attraverso il decreto “milleproroghe”, quelle risorse vengono sequestrate. Dicono: per dirottarle verso il cinque per mille, il cui fondo era stato improvvidamente taglieggiato dalla legge di bilancio. Come se le due voci di spesa fossero inesorabilmente legate; come se il mantenimento dell’una comportasse – automaticamente – il sacrificio dell’altra; come se avesse senso mettere in competizione la meritoria attività di tante Onlus e dei loro operatori sociali con il pluralismo dell’informazione. Perché questo si sta facendo, per dare una falsa patina di nobiltà alla proditoria intenzione di cancellare un pezzo rilevante della stampa libera e indipendente, quella non omologata e critica verso i palazzi del potere, quella che si è dimostrata più capace di connettersi alle lotte, ai movimenti, ai fermenti sociali, ai temi spesso oscurati o rimossi dalla grande stampa.

Attore protagonista di questo violento – sì, violento! – attacco all’informazione non gradita, di questo ulteriore scacco alla democrazia è il ministro Giulio Tremonti, colui che soltanto un anno fa spiegò che mai avrebbe permesso che giornali che affondano le proprie radici nella storia e nella cultura politica del Paese potessero essere spenti ad opera del governo. Ma è stato proprio il superministro dell’economia, ospitato qualche settimana fa con singolare rilievo dal Fatto Quotidiano, a fare mostra di pelosa indignazione per il taglio del cinque per mille, a manifestare l’intenzione di porre riparo a quell’ingiustizia e ad indicare anche – con infallibile mira ed ostentata enfasi – dove si dovessero reperire le risorse necessarie, compatibilmente con il vincolo dell’invarianza di bilancio. Fine del gioco delle tre carte.

Il fatto è che la libertà di stampa, in Italia, vale meno del costo di uno solo dei 131 cacciabombardieri Eurofightiers destinati ad ammodernare il nostro arsenale militare. Quando si dice le priorità. Per inciso, nello stesso decreto “milleproroghe” è previsto il rifinanziamento della missione militare in Arghanistan: 750 milioni per il primo semestre dell’anno a venire.

Ora è necessario reagire e farlo in fretta. Se non fosse ancora del tutto chiaro, è bene prendere coscienza che il colpo di scure che ci viene assestato equivale ad un requiem per gran parte delle testate che, una volta private di queste insostituibili risorse, sarebbero costrette a chiudere, essendo ben poche, fra di esse, quelle che possono attingere ad altri forzieri.

Solo una sollevazione democratica, forte e corale, qui ed ora, può impedire che questo sopruso si compia. Domani sarebbe troppo tardi.

in data:24/12/2010 Liberazione

Pavia – Via Landirago, la vernice cancella il razzismo

La sinistra ha pulito i muri e ha raccolto i fondi per riparare le vetrine spaccate

Ieri sera alcuni esponenti della sinistra pavese hanno pulito e ricoperto le scritte antisemite apparse nei giorni scorsi sui muri di via Lardirago. «Un atto concreto dal forte valore simbolico», lo definisce Giovanni Giovannetti.

Sul muro dove prima c’era scritto «Juden rauss» e «Negri a casa» ora c’è una macchia di colore più scuro. E’ rimasta soltanto la terza scritta, quella che inneggiava al furer: «Il proprietario di casa ci ha detto che l’avrebbe cancellata lui – racconta Giovannetti – perché aveva l’esatto colore del muro».

Lunedì sera alle 19 c’è stato un aperitivo antifascista in via Ferrini, nella sede condivisa tra Sinistra ecologia e liberta, Rifondazione comunista e Insieme per Pavia. Sono stati raccolti i soldi necessari per riparare le vetrine danneggiate qualche tempo fa, e poi alcuni esponenti della sinistra pavese sono partiti per cancellare le scritte apparse poco distante: «Abbiamo voluto dare un senso concreto alla parola antifascismo – continua Giovanni Giovannetti – perché fin’ora dal Comune abbiamo avuto soltanto belle parole e pochi atti tangibili».

Oggi Paolo Ferloni si recherà dal comandante dei vigili urbani di Pavia: «Giurato ha il dovere di vigilare anche in periferia – dice il rappresentante di Insieme per Pavia – e quelle scritte violano molto di più che il decoro urbano». Ma chi è l’autore di quelle terribili frasi? «Non ho ancora capito – conclude Giovannetti – se sono opera di una banda di ragazzi o se invece dietro c’è qualcos’altro».

(Tratto dalla “Provincia Pavese” 23/12/2010)

Sono mesi che le parole “pensioni” e “pensionati” sono sparite dai media

Sante Moretti

Sono mesi che le parole “pensioni” e “pensionati” sono sparite dai media. Non ne parla nemmeno il sindacato e sono ignorate dai partiti di opposizione. La politica si dipana tra gli intrighi di palazzo, assistiamo ad uno sconcertante e squallido spettacolo di mercimonio e di personalizzazione. Alle proteste si risponde con misure di ordine pubblico, con la repressione. Intanto Marchionne e la confindustria smantellano la contrattazione e limitano il diritto di sciopero. Crescono i disoccupati ed i cassaintegrati ed un numero crescente di giovani è senza futuro. Gli anziani sono un quarto della popolazione e da anni vedono logorata la loro pensione dal costo della vita. Sono poi costretti a crescenti sacrifici per aiutare figli nipoti cassaintegrati o disoccupati. Sono più di 5 milioni gli anziani che percepiscono meno di 500 euro al mese e in numero crescente precipitano nella povertà. Il sindacato dei pensionati tace e gli stessi pensionati si considerano fortunati in quanto continuano a percepire l’assegno mensile.

Nei mesi scorsi il governo, nel più assoluto silenzio, ha varato alcuni provvedimenti che colpiscono pesantemente i lavoratori e le lavoratrici che maturano il diritto alla pensione dal gennaio 2011. L’età per il diritto alla pensione aumenterà automaticamente in rapporto alla speranza di vita: l’Inps prevede che in 15/20 anni arriverà ai 70 anni. Non solo, l’età per il diritto alla pensione è stata surrettiziamente aumentata di un anno. Infatti i lavoratori dipendenti che compiono 65 anni dovranno aspettare un anno per iniziare a ricevere l’assegno ed i lavoratori autonomi 18 mesi. L’età per il diritto alla pensione non è più a 65 anni ma a 66 e per un anno non si percepirà né il salario, né la pensione. Anche la pensione di anzianità ritarderà di un anno, non solo, ma per maturare il diritto si dovrà aver compiuto 61 anni di età e versato 35 anni di contributi o 60 anni di età e 36 anni di contributi: di fatto la pensione di anzianità viene abolita.

Con l’andata a regime del sistema di calcolo contributivo e con l’applicazione dei nuovi coefficienti moltiplicatori gli importi delle pensioni vengono pesantemente ridimensionati. Si valuta che nel decennio si scenderà dall’attuale 76% del salario degli ultimi anni al 60 e successivamente al 50 per quei lavoratori e quelle lavoratrici che vantano una contribuzione piena. Per la gran maggioranza degli altri lavoratori e lavoratrici (il mondo dei precari) la cui contribuzione è saltuaria ed i salari poveri la pensione non supererà il 25%: 300/400 euro al mese. Va ricordato che con il sistema di calcolo contributivo è stato abolito il minimo di pensione. Tagliare le pensioni significa tagliare i salari in quanto la pensione è salario differito, pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Se i contributi versati garantivano ad un lavoratore quando si pensionava 1.000 euro al mese, oggi, con gli stessi contributi ne riceve 700: ha perso il 30% di pensione (salario) per gli anni che vivrà.

Il sistema contributivo cancella un pilastro della solidarietà interna al sistema: il minimo di pensione. Il ministro Sacconi dichiara che è tempo che le famiglie provvedano al futuro dei figli con polizze assicurative e che il lavoratore e la lavoratrice si responsabilizzino e pensino al loro futuro ricorrendo alla previdenza integrativa, cioè al privato e sono privati anche i fondi pensione gestiti dai sindacati e dai datori di lavoro.

Tutti questi tagli avvengono in un periodo in cui da anni l’Inps chiude i bilanci in attivo e l’attivo, invece di essere utilizzato per migliorare le prestazioni pensionistiche viene confiscato dal Tesoro, tant’è che Tremonti esclama “se non ci fosse l’Inps…” ed aggiunge” abbiamo realizzato la più grande riforma pensionistica nella più assoluta pace sociale”.

I provvedimenti presi dal governo in materia pensionistica andavano contrastati. Questi provvedimenti di fatto sono un taglio al salario ed un pesante ridimensionamento dello stato sociale: un altro valido motivo per proclamare un duro sciopero generale.

22/12/2010 Liberazione

Università, corteo a Roma: «Ci scu-sia-mo per il di-sa-gio»

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«Siamo oltre 30 mila». È la stima degli organizzatori del corteo degli universitari, partito stamattina da piazzale Aldo Moro, a Roma, per protestare contro il ddl Gelmini. Gli studenti concluderanno la manifestazione da dove l’anno iniziata, stanno infatti rientrando verso l’universita’ La Sapienza.

Sostegno da parte dei cittadini, compresi quegli automobilisti che inevitabilmente pagano di piu’ i disagi causati dalle manifestazioni contro il ddl Gelmini e in corso per le vie di Roma. Questo stanno incontrando, strada facendo nella loro protesta, gli studenti in corteo contro la riforma universitaria.
In questi minuti sono sulla Tangenziale, ma nella strada prima percorsa hanno trovato l’appoggio da parte degli abitanti della zona Est della Capitale: applausi da chi era affacciato dalla finestra, signore che sono scese in piazza per portare loro biscotti, genitori degli stessi manifestanti che si sono uniti al corteo e con loro anche i lavoratori migranti. Ma anche e soprattutto gli automobilisti della Capitale che, nonostante fossero rimasti imbottigliati, hanno appoggiato e applaudito il corteo.
A loro, pero’, e’ andato un messaggio di scuse di Ateneinrivolta: “Un’altra giornata di passione per i romani, soprattutto per gli automobilisti. Se verso le 9 i problemi si sono avuti intorno alla stazione Ostiense e sul Lungotevere fino alle 12, verso le 13.30 il traffico si e’ intensificato a Porta Maggior e e Piazzale Prenestino. Traffico a rilento anche …sulla Tangenziale bloccata dagli studenti… CI SCU-SIA-MO PER IL  DI-SA-GIO!”.

Momenti di tensione in alcuni cortei degli studenti che hanno sfilato nelle piazze e nelle strade di tutta Italia per protestare contro la riforma dell’universita’, in discussione al Senato. Se a Roma, contrariamente alla scorsa settimana, non ci sono stati problemi, scontri tra manifestanti e forze dell’ordine (ma non solo) ci sono invece stati a Palermo, Milano e Napoli.

MILANO – Un corteo improvvisato formato da circa 300 studenti e’ partito dall’universita’ Statale di Milano dopo un presidio. Hanno anche tenuto una assemblea improvvisata. Coinvolti anche studenti delle superiori, con circa 40 scuole coinvolte. Ci sono pero’ stati attimi di tensione quando degli agenti in tenuta antisommossa hanno tentato di bloccare il corteo sul nascere nel vicolo di Santa Caterina. I ragazzi sono riusciti a sfondare il cordone di poliziotti e a raggiungere la circonvallazione interna, all’interno di via Francesco Sforza, dove e’ stato nuovamente bloccato dalle forze dell’ordine grazie all’arrivo di rinforzi. Gli studenti si sono quindi riorganizzati in due mini cortei non autorizzati. Il primo e’ stato subito bloccato, il secondo ha cercato di seminare gli agenti della polizia cambiando
continuamente direzione nelle vie adiacenti all’ateneo.

Queste le altre manifestazioni nelle citta’ italiane:

TORINO – Occupata di nuovo la Mole Antonelliana. Gli studenti in corteo, guidati da dei giovani vestiti da garibaldini, sono
entrati a palazzo Carignano dove hanno tenuto una seduta simbolica del Parlamento per approvare la loro riforma dell’universita’. Si sono poi diretti alla Mole Antonelliana, dove ha sede il museo nazionale del Cinema ed hanno simbolicamente occupato l’Aula del Tempio.

PALERMO – Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Poco prima di mezzogiorno circa un migliaio di studenti con caschi e ‘book block’, pannelli di polisterolo con disegnate le copertine di libri famosi, si sono scontrati con i poliziotti in tenuta anti sommossa cercando di entrare nel palazzo sede della presidenza della Regione. Il movimento degli studenti ha pero’ condannato questa azione: c’e’ stato ad esempio chi e’ ripassato dove c’erano stati danneggiamenti per cercare di porre rimedio, come ad esempio rimettere in piedi cassonetti dell’immondizia o addirittura di spegnere le fiamme che erano state appiccate. “Noi della Rete dei collettivi studenteschi- hanno detto- ci allontaniamo del tutto da questo modo di fare protesta: questa violenza inutile e’ dannosa al movimento, peggio quando e’ mossa contro giornalisti, in una manifestazione contro il governo e il Ddl Gelmini”

Siena.

Un gruppo di studenti ha dato fuoco  ai propri libretti universitari, oggi pomeriggio nel corso  principale del centro di Siena, come protesta nei confronti della Riforma Gelmini. Gli studenti, una quindicina, appartenenti al gruppo Dimensione Autonoma Studentesca, hanno prima fatto un volantinaggio di sensibilizzazione, poi sono passati al rogo dei libretti, simbolo dello sforzo degli studenti, reso inutile
dalla nuova Legge sull’Universita’.

NAPOLI – Porto bloccato per diverso tempo da diverse migliaia di studenti, secondo i movimenti studenteschi addirittura 7.000.  Occupazione durata circa un un’ora, seguita poi, nel primo pomeriggio, da quella della stazione centrale, ma preceduta da lanci di uova durante all’indirizzo di Prefettura e Questura.

TRENTO – Corteo di 200 persone e’ partito dalla facolta’ di sociologia. Dopo essere passati sotto il rettorato, gli studenti hanno deciso di bloccare le strade della citta’

GENOVA – Corteo presidio-itinerante sui temi della crisi economica e sociale. Azioni simboliche di sensibilizzazione contro la gestione del Governo in materia di lavoro, formazione e welfare.

LECCE – Gli studenti dell’Universita’ di Lecce hanno occupato in mattinata il tetto della sede locale dell’Adisu, l’Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario, in protesta contro il ddl Gelmini. Dal tetto sono stati calati gli striscioni con le scritte ‘No Ddl Gelmini’ e ‘O la Borsa o la Vita – Tagliati 121 milioni di euro’. Dopo circa un’ora gli studenti sono scesi dal tetto ed hanno bloccato il traffico in alcuni punti di viale dell’universita’.

L’AQUILA – Una delegazione di studenti ha consegnato al Prefetto dell’Aquila un documento di sfiducia del ddl Gelmini. Lo stesso
Prefetto ha garantito che il documento sara’ presentato al ministero dell’Istruzione. Ma gli studenti hanno anche contestato al Prefetto dell’Aquila l’impossibilita’ di manifestare poiche’ la sede della Prefettura e’ situata all’interno della caserma della Guardia di Finanza.

FIRENZE – Manifestazione ‘colorata’ di un centinaio di studenti che si sono riuniti in piazza Santa croce truccati e armati di strumenti musicali.

a cura dell’agenzia Dire

in data:22/12/2010 Liberazione