Mese: maggio 2011

"Siamo fuori dal tunnel…"

Quello che è avvenuto in questi giorni era impensabile fino a qualche
mese fa. Il risveglio di energie sopite, deluse, rassegnate, e
l’attivizzarsi di molte persone, giovani e meno giovani, della
sinistra costituiscono il segno più importante di questa vittoria
elettorale. Ora l’auspicio è il solito: non ritornare a casa e
affidarsi solo alla “delega”, all’essere “rappresentati”. Occorre il
protagonismo e il “vigilare e aiutare” chi è al governo della città.
Non per fare la rivoluzione, ma per governare in maniera decente, con
cognizione dei problemi, con tanto rigore etico, con pulizia mentale e
morale. Non è il giorno della Liberazione, ma qualcosa di simile, che
richiama qualcosa di quella potente spinta di allora alla “Nuova
Italia”, alla “Nuova Milano” (e Napoli, e Cagliari ecc. ecc.).
Adesso apprestiamoci ad affrontare il prossimo scontro sui referendum.
E’ possibile farcela contro le destre. Sarebbe il modo degno di
concludere questa inattesa, sorprendente Primavera.

Punto rosso Milano

Mortara: serata per l’artista MICHELE PROTTI

protti_02Vogliamo dedicare una serata della nostra rassegna “ In direzione ostinata e contraria” giunta al penultimo appuntamento ad un artista mortarese che vuole con i suoi dipinti raccontare la realtà attraverso la sua indole anarchica e il suo essere artista senza scendere o accettare compromessi: Michele Protti.

L’appuntamento e’ fissato per la sera di venerdi 27/5/2011 alle ore 21,15 presso la sede di Rifondazione di Mortara in Via Cadorna ,5.

“Io non cerco né trovo, ci dice Protti, gli oggetti che entrano nei miei quadri, ma li “incontro” nel mondo, li rielaboro e poi li reintroduco nel “mio mondo”, che è la parete bianca a cui li appendo. Cerco di intuire le forme, i volumi del materiale che ho raccolto, le loro storie segrete, cerco cose di uso quotidiano, scarti finiti inopinatamente tra i rifiuti e abbandonati. Ascolto in silenzio le emozioni, le suggestioni che questo materiale riesce a trasmettermi, poi comincio a trasformarli.

Recupero quei frammenti di quotidianità che sono stati gettati, rifiutati, ( noi stessi tutti i giorni siamo cestinati e rifiutati da altri esseri umani), tracce di oggetti che toccano una dimensione psicologica che è anche politica.”

Il suo lavoro può ascriversi a quella corrente di artisti del novecento che hanno adoperato e adoperano sistematicamente o occasionalmente i rifiuti e che annovera artisti di tutto il mondo.

Michele Protti che a breve esporrà tre sue opere nel castello di Sartirana in una rassegna collettiva dal titolo “Italia – identità artistiche, identità nazionale”, fa parte di una generazione di pittori mortaresi di sicuro valore nazionale.

Seguirà lettura collettiva di un’ opera di Protti che esporremo per l’occasione.

Adriano Arlenghi

Federazione della Sinistra con operai Fincantieri

Massimo Rossi

La Federazione della Sinistra è dalla parte degli operai della Fincantieri che lottano per difendere il proprio lavoro a Sestri Ponente e a Castellammare di Stabia. Il piano industriale dell’azienda, che è pubblica, è fatto solo di tagli: così è irricevibile e va cambiato. Ma come sempre (anche stanotte contro i No-Tav in Val Susa), il governo è incapace di gestire la vertenza e sceglie di reprimere con la forza chi protesta legittimamente. Se pensano che la soluzione a questa crisi economica devastante siano i manganelli, sono sulla cattiva strada.

Referendum: una battaglia per la democrazia

Quindici attivisti dei comitati referendari hanno occupato ieri mattina la sede della Rai, chiedendo ed ottenendo un incontro con la nuova direttrice Lorenza Lei, per denunciare lo scandaloso boicottaggio dell’informazione finora avvenuto sui referendum del prossimo 12 e 13 giugno.

Non più tardi di quindici giorni fa, per ottenere l’approvazione del regolamento sull’informazione televisiva dalla Commissione di Vigilanza Rai, sono stati necessari due giorni di presidio sotto la sede. Tutto questo mentre da ormai 72 ore un presidio permanente davanti a Montecitorio protesta contro il tentativo di scippo del quesito sul nucleare, che il Governo ha approvato ieri con il voto di fiducia.

La democrazia fa paura, non c’è dubbio. Soprattutto quando è esercitata da donne e uomini, che da tempo e in tutti i territori, hanno deciso di muoversi in prima persona per la ripubblicizzazione dell’acqua e per fermare il nucleare, costruendo la più grande coalizione sociale degli ultimi anni e riaffermando, dopo aver raccolto oltre 1,4 milioni di firme, un elementare principio: su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti dobbiamo decidere.

E, mentre i poteri forti del grande capitale finanziario e delle multinazionali vivono con terrore il pronunciamento popolare, anche il fronte dei partiti politici registra le prime inversioni di rotta: dal Pd, finora combattuto tra una base attiva nei referendum e la lobby interna che sulle multiutilities ha costruito blocchi di potere territoriale, alla Lega Nord, che con Bossi apre ai referednum sull’acqua, consapevole che, dopo la batosta elettorale delle amministrative, è meglio non esacerbare una base di elettori e di amministratori locali da sempre sospettosa sulle politiche di privatizzazione del servizio idrico.

La partita che si gioca con i referendum è decisiva. Perchè va al cuore delle politiche liberiste, che per la prima volta possono essere sanzionate con un voto democratico e popolare; perchè rimette nelle mani delle donne e degli uomini di questo paese la decisionalità democratica e suggerisce un’altra via di uscita dalla crisi, basata sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e dei diritti e su un nuovo intervento pubblico che rimetta al centro, e finalmente, il «cosa, come e per chi» produrre. E perchè costituirebbe un forte segnale anche a livello europeo, dove la lobby continentale cerca di risolvere la crisi greca ancora una volta a colpi di privatizzazione dell’acqua, delle telecomunicazioni e delle attività portuali.

Sondaggi alla mano, cercano in tutti i modi di depotenziare il voto popolare.

Non ci riusciranno: il 12 e 13 giugno sommergiamoli di “Sì”.

*Comitato Referendario “2 SI per l’acqua bene comune”

Marco Bersani

Elezioni Milano. Intervista a Basilio Rizzo

(Tratto dalla rivista “Progetto lavoro per una sinistra del XXI  secolo” aprile 2011)

a cura di Roberto Mapelli

Alle prossime elezioni amministrative Basilio Rizzo è capolista a Milano della lista “Sinistra per Pisapia”, che raccoglie Federazione della Sinistra, Partito Umanista e altri gruppi della sinistra alternativa milanese. “Sinistra per Pisapia” inoltre fa parte della coalizione di centro-sinistra e dunque appoggia il candidato sindaco Giuliano Pisapia. Basilio Rizzo ha iniziato la sua attività politica verso la fine del 1967 nel movimento degli studenti. Nel 1983 è stato eletto consigliere comunale di Milano nelle liste di Democrazia Proletaria. E’ stato successivamente sempre rieletto, portando nel 2001 per la prima volta in Consiglio Comunale una lista civica di sinistra, confermata nell’ultima consiliatura con il nome “Uniti con Dario Fo per Milano”.

La “sicurezza” è il refrain consueto delle campagne elettorali amministrative milanesi. Come lo si può coniugare da sinistra? O si tratta di un falso problema da smontare?

Intanto non bisogna negare il problema ma dargli una giusta identità. Si tratta del disagio profondo indotto dalla stratificazione delle aree cittadine a seconda di ciò che si possono permettere i vari ceti sociali. Il prezzo al metro quadro degli immobili potrebbe essere, preso in proporzione inversa, un buon indice della percezione di insicurezza (infatti nessuno ha paura, per esempio, a camminare nelle strade del centro). Questa percezione, che diventa paura quotidiana, non fa amare e spesso fa addirittura odiare il quartiere in cui vivi, da cui vorresti andartene – ma non puoi per motivi economici – verso zone migliori e più curate. E trasferisci il tuo disagio, non contro l’amministrazione assente e complice del degrado, ma contro gli ultimi arrivati: ovvero si scambia un ulteriore effetto del degrado (la concentrazione di immigrati o di strati deboli della popolazione, che si possono permettere solo certi quartieri, certe abitazioni, con il loro sovraffollamento) come ne fosse la causa. In certe periferie il consenso alla Lega è l’incasso della falsa correlazione tra arrivo degli immigrati e insorgere dei problemi di sicurezza.

La creazione ad hoc della paura (sia mediaticamente che tramite l’assenza di politiche di accoglienza e integrazione) ha quindi uno scopo politico preciso sul versante sociale: minare la spontanea propensione delle classi popolari alla solidarietà di classe e quindi all’organizzazione comune del conflitto (come avvenne, per esempio, negli anni 60 e 70 nel rapporto con gli immigrati dal Mezzogiorno).

Il centrosinistra, storicamente, si è caratterizzato per il buon governo delle città. Appare ancora capace di questo? Perché la Lega e il centrodestra si affermano anche nelle regioni rosse?

Il welfare garantito dal cosiddetto buon governo di regioni, province e città amministrate dal centrosinistra viene vissuto dalle loro popolazioni come acquisito “definitivamente”, come normale e intoccabile. Questo, per un verso, non fa sì che divenga determinante, nella scelta di voto, il rischio di perdere questa conquista e, per un altro, amplifica l’indignazione per i casi di mala gestione dove non te li aspetti, a opera di chi ritenevi fosse al di sopra di ogni sospetto. Le vittorie della Lega e del centrodestra sono quasi sempre più il frutto della disaffezione e dell’astinenza dal voto nei confronti di chi ti ha deluso che non trasmigrazioni ai valori del tradizionale avversario.  Inoltre la Lega (più che la destra di Berlusconi) veicola con la sua campagna contro gli immigrati una parte dello smarrimento sociale di fronte al peggioramento delle condizioni di vita e l’assenza di visibili alternative di sinistra.

Come sempre corruptio optimi pessima (“ciò che era ottimo una volta corrotto è pessimo”): e la responsabilità di questa gravissima cosa va cercata in primis nella degenerazione della sinistra stessa, incapace, in questi anni, di parlare un linguaggio diverso da quello liberista dell’avversario di classe e impegnata nelle politiche peggiori, a partire dalle privatizzazioni.

Da quasi vent’anni i sindaci vengono eletti direttamente dai cittadini. All’epoca di questa “riforma” a sinistra si gridò che era una deriva populista, una “delega” che sostituiva la rappresentanza partecipata. A distanza di tempo, quale bilancio possiamo stilare? Davvero il sindaco è “più vicino” ai cittadini? Davvero è meno influenzato dai partiti? Davvero quella scelta “diretta” ha favorito il buongoverno?

Il bilancio è a mio avviso assolutamente negativo. Il potere dato al sindaco ha svuotato totalmente la funzione di controllo e di veicolazione delle istanze dei cittadini da parte dei consigli. Nei comuni gli assessori, “licenziabili” dai sindaci, in quanto non eletti, sono privati della possibilità di dissentire se non al prezzo di “scomparire”. Ciò ha ulteriormente accentuato il potere dei sindaci, facendolo sostanzialmente assoluto, e ne ha prodotto due categorie: quelli che esercitano una sorta di “signoria”, in ragione della loro capacità di essere eletti per la loro forza economica (la Moratti è l’esempio perfetto di ciò), e quelli prodotti da intese extraistituzionali tra partiti o frazioni di partito, con buona pace della democrazia. Alcuni sindaci “potenti” e i loro entourage sono addirittura partiti dentro al loro partito.

Dobbiamo anche questo a una tipica mistificazione relativa ai sistemi elettorali maggioritari. All’apparenza i cittadini risultano coinvolti direttamente nell’elezione dei sindaci, i vari candidati a questo ruolo essendo sulla scheda elettorale: nella realtà sono costretti dalla logica maggioritaria, che tende a eliminare le differenze di programma e a produrre una delega assoluta ai vincitori, a rinunciare a ogni controllo sul loro operato, anche solo attraverso i partiti.

Quando si tratta di affrontare temi di grande rilevanza quale quello dello sviluppo delle grandi aree metropolitane, con annesse grandi opere (Expò), sono spesso sorti problemi di competenza tra amministrazioni locali e nazionali. E il cittadino è sovente portato a pensare che sulle scelte che attengono alla qualità della vita urbana tutti apparentemente decidono ma nessuno realmente decide. Qual è la tua opinione? Come riavvicinare concretamente il cittadino alla vita municipale, oggi percepita come lontana?

Vi è una parola che va molto di moda nel dibattito politico: “sussidiarietà”. Ovviamente ognuno la declina a modo proprio, ma serve a conferire validità indiscussa e indiscutibile a opinioni diversissime tra loro. Io penso che la regola debba essere questa: le decisioni debbono essere prese al livello più basso possibile e secondo le modalità più controllabili direttamente da chi sia oggetto delle decisioni assunte.

Tradotto in una grande metropoli: bisogna che alcune decisioni, quelle legate a un circoscritto ambito territoriale, le prendano municipalità dalle dimensioni medio-piccole definite dalla conoscenza diretta fra amministratori ed amministrati, invece che le decisioni su scala più ampia (su trasporti, viabilità, servizi a rete, ecc.) siano prese a livello di area metropolitana. E, a salire, da consorzi fra comuni, regioni, conferenze delle regioni d’area, governo nazionale. Inoltre nell’erogazione dei servizi che regolano l’accesso a diritti dei cittadini dovrebbero essere previsti nuovi soggetti istituzionali, che fungano da camera di confronto-compensazione tra utenti del servizio nelle diverse accezioni.

E su Expò 2015?

L’Expò è il tipico caso in cui si mitizza la positività di un’idea a prescindere dalle scelte concrete che a suo nome possono essere fatte. “L’Expò è una grande risorsa per Milano”: ecco un mantra che viene costantemente riproposto, che mira a far sentire come poco votato alla modernità, all’innovazione e al progresso chi non lo accetti, e che acceca i giudizi perché non si fonda sull’esame di ciò che viene approntato. Lo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita” è solo suggestivo e serve a occultare il consumo di territorio, la speculazione sulle aree, un’operazione commerciale tutta a misura di grande finanza e multinazionali. La declinazione ambientalista, che aveva il suo segno nella centralità del grande orto planetario, lascia oggi il posto a una più prosaica via libera a costruzioni nelle aree del sito espositivo o prossime a esso. Gli scontri per le poltrone di comando tra regione, governo e comune (stessa casacca politica, diverse “famiglie” di potere) testimoniano cosa in realtà stia a cuore: il controllo del flusso e dell’impiego delle risorse. L’Expò poi è il paradigma di quelle opere pubbliche – peraltro promesse da anni e mai realizzate – che convogliano risorse nell’area già più ricca del paese e che servono assai più a realizzare le operazioni immobiliari dei soliti noti che non una razionalizzazione della mobilità urbana, dell’assetto urbanistico e di quello abitativo.

Ciò ormai respinge i milanesi. D’altra parte perché mai dovrebbero entusiasmarsi, data questa prospettiva?

Di qui al 2015 si dovrà quindi pensare a limitare i danni, a evitare i buchi di bilancio, a condizionare il costruito a possibili riusi sociali utili. Inoltre, tentando di non fare figuracce di fronte al mondo intero, si dovrà tentare di garantire almeno un periodo di vivacità culturale e di confronto tra persone provenienti da tutto il mondo, con particolare riferimento ai giovani.

Sei candidato capolista di una lista larga di sinistra alternativa, costruita intorno alla Federazione della Sinistra. Che tipo di percorsi politici si dovrebbero intraprendere perché la sinistra alternativa possa avere una possibilità di crescita?

Penso che si debba collocare il meglio dei valori alti della sinistra nella vasta area sociale che domanda buona politica e non trova convincente l’offerta presente nell’attuale panorama. Si tratta cioè di evitare che venga buttato dentro al calderone generale del distacco di massa dalla politica quanto vi è di organizzato nel campo della sinistra di alternativa, innervandolo – anche per trasformarlo in meglio – sulle esperienze di associazioni, movimenti, comitati, energie civiche. Ritengo che sia questa l’opzione efficace.

Si tratta dunque di cogliere nelle lotte in difesa dei beni comuni, l’aria, l’acqua, il territorio, l’energia pulita, un dato di identità e un terreno di unità. Sul piano soggettivo ciò dovrebbe unirsi a comportamenti di sobrietà, umiltà e accentuato disinteresse personale: in modo da fare passi in avanti quando le sfide siano difficili e sembri più comodo non esporsi, inoltre passi indietro quando ci si accorga di essere di ostacolo (a torto o a ragione) al raggiungimento di livelli più avanzati nella ricostruzione di soggetti politici e istituzionali capaci di suscitare speranze di successo ed entusiasmo nella società.

Credo che la ragione fondante la lista “Sinistra per Pisapia” stia in questo senso di marcia. E se non è stato possibile fare di più, non per questo bisogna svilire quanto di unitario si sia riusciti a realizzare. Il 15 e 16 maggio e, inoltre, il 12 e 13 giugno referendari possono diventare momenti importanti di svolta nella storia della sinistra italiana.

Il 18 giugno a Milano sfila l'orgoglio vegetariano

Roberta Marino

La data è cambiata, ma l’intento resta lo stesso. Anche quest’anno, il quarto in Italia, vegetariani e vegani si daranno appuntamento a Milano il 18 giugno per scendere in piazza e manifestare il proprio orgoglio di non mangiare carne e altri prodotti di origine animale. Per la prima volta la mobilitazione non sarà in contemporanea anche in Francia, patria natìa del Veggie Pride nel 2001, dove invece, in occasione del decennale dalla sua nascita, si svolgeranno due cortei: il 22 maggio a Marsiglia e l’11 giugno a Parigi. Per questa ragione, anche la manifestazione italiana quest’anno ha spostato la sua data da quella consueta del terzo sabato di maggio a quello di giugno.

Non cambiano ma, anzi, si arricchiscono di nuovi spunti, le ragioni che porteranno in piazza tutte quelle persone che hanno scelto di vivere senza causare sofferenze agli animali. In primo luogo proprio questo aspetto: la volontà, prima e imprescindibile, di manifestare per i diritti di coloro che non possono parlare per difendersi. Non quindi motivazioni ambientali, salutistiche o di altro tipo che spesso vengono addotte per spiegare questa scelta alimentare e di vita: ma solo e semplicemente il rispetto di ogni essere senziente e il desiderio di mostrare a tutti quella sofferenza (volutamente ben celata) cui sono sottoposti quotidianamente migliaia di animali solo per diventare cibo in tavola.

I temi però sono tanti: c’è quello attualissimo che mette in discussione i cosidetti “allevamenti biologici” e che ha visto recentemente la nascita di una nuova campagna, legata evidentemente in modo indissolubile anche al Veggie Pride: la “Bio-Violenza”. Anche questa manifestazione sarà quindi un’occasione per smascherare, come fatto in numerose contestazioni portate avanti dalla campagna, la sofferenza per gli animali che si cela anche dietro a etichette come “bio”, “sostenibile” o “non intensivo”. C’è poi il tema della “vegefobia”, dove vegetariani e vegan rivendicano anche i propri diritti oltre che quelli degli animali. Il Veggie Pride è quindi anche una mobilitazione nella quale queste stesse persone vogliono dire basta a derisione, scherno e discriminazione che ogni giorno devono subire e nella quale chiedono: equità negli spazi di comunicazione, rispetto della propria scelta, informazione medica corretta e imparziale, possibilità di un menu vegetariano e vegano nei luoghi pubblici (come mense, comunità, ospedali, carceri) e, non ultima, di crescere liberamente i propri bambini secondo questa alimentazione. E saranno proprio coloro che hanno scelto di estendere il rifiuto di carne e degli altri prodotti animali (latte, uova, latticini in genere) anche ai figli a rappresentare, come ogni anno, uno spezzone fondamentale del corteo: le famiglie veg si ritroveranno insieme per dimostrare ancora una volta che è possibile, a qualsiasi età, crescere in maniera sana senza rischi per la salute e senza causare sofferenza ad alcun essere vivente.

Come sempre, la partecipazione sarà assolutamente individuale senza alcun legame con associazioni o movimenti politici. Il concentramento è previsto per le ore 14 in Piazza Missori: da lì, il corteo si muoverà lungo le strade principali del centro cittadino con striscioni, slogan e performances di vario tipo. Ci saranno persone “invaschettate” per fare comprendere che in quelle sterili vaschette acquistate ogni giorno al supermercato è contenuto non un “pezzo” di carne ma un animale che era vivo ed è stato ucciso per quello scopo. E poi altri manifestanti mascherati a impersonare le varie figure che lucrano e causano sofferenza agli animali per la produzione e il commercio di carne (e non solo) o, al contrario, nei panni delle vittime di quel massacro quotidiano: maiali, polli, pesci, mucche, vitelli, conigli e altri ancora.

Al termine della manifestazione una mostra fotografica con immagini di macelli e allevamenti, oltre a cibo per tutti: ovviamente rigorosamente vegan.

22/05/2011