Mese: settembre 2011

Un referendum a difesa degli assetti sociali e politici esistenti

Gaetano Azzariti

La crisi del sistema politico-istituzionale è giunta al suo apice. Morto il vecchio sistema dei poteri, non sembra si sia già conformato il nuovo assetto. In questa situazione di transizione si pone la proposta di referendum sul sistema elettorale. Una proposta ben più rilevante di quanto non possa apparire, poiché non propone solo la cancellazione della legge attualmente vigente (l’ignobile porcellum), ma prefigura anche il “nuovo” assetto che la rappresentanza politica dovrebbe assumere dopo la caduta di Berlusconi e del suo regime. In realtà il sistema che i referendari (ri)propongono sembra ispirarsi al nietzschiano «eterno ritorno del sempre eguale». Infatti, la proposta «innovativa» sarebbe quella di tornare alle origini per ripercorrere la strada che ci ha portato sin qui, facendo rivivere quella legge che ha reso sempre più asfittico il sistema politico italiano (il contestato mattarellum). La domanda decisiva sulla quale interrogarsi per valutare questa iniziativa allora diventa: il successo del referendum sarebbe un vero progresso rispetto all’oggi ovvero rappresenterebbe solo un’opera di conservazione degli equilibri esistenti in un ritrovato contesto istituzionale?

Secondo il mio punto di vista i referendari hanno una sola freccia nel loro arco, una sola ragione da poter validamente spendere: nulla può essere peggio dell’attuale legge elettorale. Per questo la sua cancellazione e la sostituzione con un diverso sistema elettorale dovrebbe rappresentare un imperativo categorico per tutti i democratici. Ma è anche certo che l’operazione politica che si vuole portare avanti mediante lo strumento del referendum ha un segno inequivocabilmente conservatore. A garanzia degli assetti sociali e politici esistenti.

Per chi ritiene che la fine annunciata del berlusconismo debba essere segnata da una soluzione di continuità con il passato rimarrà attonito nello scoprire che larga parte dell’attuale opposizione non ha nessuna voglia di cambiare passo, ma anzi si sta attrezzando per assicurarsi che nulla cambi quando tutto sarà cambiato.

Non è però detto che le forze della conservazione postberlusconiana debbano prevalere. Sia perché può sperarsi che l’indignazione della società civile alla fine riesca ad imporre una diversa tabella di marcia e a sostenere iniziative meno paludate e realmente innovative (com’era quella, ormai naufragata, del referendum Passigli), sia per quello che i referendari non dicono. L’operazione che si sta compiendo, le firme che si stanno chiedendo ai cittadini per far svolgere il referendum sul sistema elettorale, per quanto moderata e conservatrice sul piano politico, appare assolutamente spericolata su quello giuridico e costituzionale. Si vuol resuscitare una normativa espressamente soppressa dal Parlamento italiano (la disciplina vigente dal 1993 al 2005), sebbene la Corte costituzionale abbia più volte affermato che referendum i quali perseguono lo scopo di far rivivere una normativa abrogata sono da ritenersi inammissibili (da ultimo nella sentenza che ha dichiarato per questo motivo inammissibile uno dei tre quesiti sull’acqua). Sicché, dopo tanto parlare alla fine ci troveremmo con un referendum dichiarato inammissibile e la legge porcellum ancora in vigore. Chi ne risponderà?

16/09/2011 Liberazione

3 affermazioni “opinabili” dell’assessore Avalle della Giunta di Vigevano

http://www.youtube.com/watch?v=Ss51xJY4MaE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=oAP_9RTZBFY&feature=related

Ciao,

se hai visto l’assessore Avalle su You tube (canale <non fateci a pezzi>), avrai forse individuato le sue 3 affermazioni “opinabili”. I primi 10 che hanno già risposto hanno vinto una cena su piatti in amianto a casa del Sindaco (;-))

1° affermazione: il Comitato “Non Fateci a pezzi!” è strumentalizzato dai partiti. FALSO, perché il Comitato è temporaneo e di scopo. L’adesione al Comitato è stata e sarà trasversale e apartitica (e fra i genitori ci sono ex elettori della Lega).

2° affermazione: il Fateci Spazio ha amianto sul tetto e nelle pareti. VERO, ma la soluzione non passa necessariamente per l’abbattimento integrale della struttura. L’amianto può essere bonificato e confinato (e bonificare il tetto impiantando pannelli fotovoltaici dà diritto, fra l’altro, a un incentivo fiscale superiore alla norma).

3° affermazione: il Fateci Spazio non chiude, viene solo spostato al Circolab, “pronto per ottobre”, cioè dopodomani. FALSO, perché il Circolab è ancora un rudere inagibile. Vai a vederlo! (ed il Sindaco si nasconde dietro il dito che i lavori di ristrutturazione sono a carico del proprietario, l’Aler).

Dunque attenzione!

Ti stanno facendo fesso/a: con il pretesto dell’amianto ti stanno scippando l’ennesimo bene pubblico.

Noi del Comitato “Non Fateci a pezzi!” stiamo alacremente lavorando ad un piano di salvataggio e rilancio che contiamo di presentare alla città e ai media nelle prossime settimane.

Per favore:

_inoltra questa mail ai tuoi contatti.

Non lasciamo che la Lega ceda in pasto ai privati l’ennesima fetta di suolo pubblico.

_partecipa in prima persona.

Viviamo un periodo storico in cui è rischioso continuare a delegare ai più volonterosi la difesa dei propri diritti.

_firma la petizione ai banchetti, se non l’hai già fatto.

Saremo presenti Sabato 17 dalle 16 alle 20 in P.za Ducale. Domenica 25 al “live voluntary” in Cavallerizza e – se ci dai una mano – in contemporanea a “Vigevano è” in v. del Popolo.

Aiutaci a mantenere pubblico un luogo gratuito di socializzazione, crescita e integrazione per Te e per i Tuoi figli.

Il Fateci Spazio è anche Tuo,

difendilo!

Grazie,

“Non fateci a pezzi!”

Comitato Genitori e Utenti del FS

Per contatti:

Giro della Padania, Paolo Ferrero tra i manifestanti cuneesi del Prc

SDRAIATI PER TERRA PER DIFENDERE L’UNITà DEL PAESE ANCHE DALLA CIALTRONERIA.

Maurizio Pagliassotti
Mondovì
Il Giro della Padania è arrivato ieri a Mondovì, provincia di Cuneo, all’una di pomeriggio, ed ha incrociato uno sbarramento di uomini e donne decisi a difendere l’unità del paese anche dalla cialtroneria


La manifestazione dei militanti del Prc al Giro della Padania

Maurizio Pagliassotti
Mondovì
Il Giro della Padania è arrivato ieri a Mondovì, provincia di Cuneo, all’una di pomeriggio, ed ha incrociato uno sbarramento di uomini e donne decisi a difendere l’unità del paese anche dalla cialtroneria. Circa cento militanti cuneesi di Rifondazione Comunista si sono sdraiati per terra pochi attimi prima che la carovana ciclistica arrivasse nel centro della cittadina, e per pochi istanti hanno bloccato la corsa.
Le forze dell’ordine, schierate con un imponente numero di uomini, hanno tentato di allontanare i manifestanti prima con le buone e poi con le cattive. E’ volato qualche spintone ma è stato evidente che, anche tra chi difende lo Stato, serpeggia malcontento verso questa manifestazione politica mascherata da evento sportivo. «Siamo d’accordo con voi – dicevano alcuni militari mentre tentavano di spostare alcune donne che si erano sdraiate per terra – però per cortesia spostatevi, devo fare il mio lavoro» Ovviamente, quando sono arrivate le ammiraglie che precedevano i corridori, i cortesi inviti a sloggiare sono stati sostituiti da mezzi decisamente più rozzi. Ne ha fatto le spese un’anziana signora: trenta giorni di prognosi. Vano tentativo di convincere chi era ben determinato a bloccare tutto.
Sdraiato per terra anche il segretario del Prc, Paolo Ferrero: «L’obiettivo di costituire la Padania è eversivo, uguale a ciò che volevano ottenere le Brigate Rosse: lo smembramento dello Stato Italiano. Noi di Rifondazione Comunista siamo qua in mezzo ad una strada perché siamo contro questo obiettivo e siamo contro lo sperpero di soldi pubblici a fini politici, a maggior ragione durante una crisi così dura. A noi piace lo sport, ed in particolare le corse ciclistiche, ma è bene sottolineare che nessuna forza politica ha mai organizzato con soldi pubblici la propria manifestazione sportiva a fini propagandistici».
I manifestanti, che al mattino avevano aderito al corteo della Cgil a Cuneo, si sono trovati davanti al comune di Mondovì verso mezzogiorno e lì hanno aspettato l’arrivo della corsa, all’ultimo momento deviata affinché non ci fosse contatto. Stratagemma inutile perché una rapida corsa ha permesso ai manifestanti di raggiungere un punto di passaggio obbligato, su un ponte distrutto dalle truppe di occupazione nazifasciste nel 1945.
Davanti ai corridori è stato srotolato uno striscione che riportava gli articoli cinque e dodici della Costituzione Italiana, ovvero l’indivisibilità della nazione, e il tricolore come simbolo unico per tutti. Fabio Panero, segretario provinciale del Prc di Cuneo, anch’egli tra coloro che si sono fatti portare via a braccia dai carabinieri, ha commentato: «Se i padani vogliono smaltire con il ciclismo i chili di troppo ammucchiati durante i vent’anni di potere romano lo possono fare, ma dovrebbero pagarsi autonomamente le manifestazioni di partito. In un momento in cui il governo di destra, di cui la Lega Nord fa parte a pieno titolo, partorisce una finanziaria antipopolare e classista, trovo allucinante che si sperperi denaro pubblico per una corsa di regime: la Padania non esiste né a Mondovì né altrove».
Un appesantito Renzo Bossi aveva dato il via ieri alla manifestazione di fronte a pochi militanti leghisti. Tutto verde: maglia del Trota, divise degli organizzatori, sponsor tra cui Alitalia e la regione Trentino Alto Adige.
Il cosiddetto Giro della Padania, dura cinque giorni e terminerà a Venezia. Visto il successo della protesta, Paolo Ferrero invita alla mobilitazione lungo tutto il percorso della gara. «Questo ennesimo colpo all’unità d’Italia deve essere ostacolato. Nei prossimi giorni vi saranno altri momenti come questo». Anche ad Alassio ci sono state contestazioni e sono stati esposti diversi striscioni di protesta da parte di giovani aderenti alla Sinistra Alassina, simpatizzanti di Rifondazione Comunista. Oggi seconda tappa da Loano, in Liguria a Vigevano. Si entra in territorio leghista duro, ma le contestazioni non mancheranno.

07/09/2011

L’oro blu sotto la sabbia libica che fa gola alle multinazionali

progetto Gheddafi acquaL’oro blu sotto la sabbia libica
che fa gola alle multinazionali

Simonetta Cossu
Il Cnt, il Consiglio nazionale transitorio libico si appresta a trasferirsi a Tripoli. Nella capitale tutto scarseggia. Moltissimi non hanno cibo e nemmeno più un tetto, l’acqua è diventata più preziosa del petrolio tanto che ormai costa più della benzina. Ed è la sete in un paese dove la temperatura raggiunge i 40 gradi, l’emblema dell’emergenza umanitaria che tormenta la Libia dopo sette mesi di guerra. Ma parra strano in un paese ricoperto di sabbia, l’acqua non scarseggia, anzi sotto le dune del Sahara si trova la riserva più grande del mondo tanto da spingere qualcuno a suggerire che non solo petrolio, uranio e gas sono il “premio” che gli alleati occidentali cercano in Libia.
E’ passata quasi in secondo piano, ma il mare di acqua dolce esteso quanto la Germania a soli 100 metri di profondità in terra libica, equivale ad un tesoro, non solo materiale ma anche politico in una regione dove l’acqua significa vita e sviluppo sia per la produzione agricola locale sia per l’esportazione in altre nazioni africane.
Si tratta del progetto GMMR (Great Man made River) mirato a portare l’acqua fossile dalla profondità del Sahara alla costa del Mediterraneo. Gheddafi aveva cominciato a costruirlo con ingegneri cinesi finanziandolo di tasca propria, senza cioè servirsi degli onerosi prestiti della Banca Mondiale ma anzi investendo generosamente nella Banca Africana e dando così un pessimo esempio per l’intero globo.
Il tutto ha avuto inizio negli anni ’50, quando a caccia di petrolio, i libici scoprirono che nella parte meridionale del paese c’erano grandi quantità d’ acqua sotterranea. Si tratta del cosiddetto Nubian Sandstone Aquifer System, una riserva accumulatasi in milioni di anni che oggi si estende tra Libia, Egitto, Chad e Sudan per una superficie complessiva di 2 milioni di chilometri quadrati. Una volta preso il potere Gheddafi capì che quella era una risorsa molto più preziosa del petrolio e diede il via al grande progetto: costruire una grande rete di canali per portare l’acqua del Sahara, a Tripoli, Bengasi e nei centri lungo la costa Mediterranea dove vive il 70% della popolazione libica. Il progetto, venne definito da Gheddafi, ma non solo, “l’ottava meraviglia del mondo” ed è costato ad oggi 25 miliardi di dollari, prevede di scavare migliaia di pozzi a 500 metri di profondità e mettere insieme 5mila chilometri di condutture dal diametro di 4 metri, capaci di veicolare sino a 6 milioni di metri cubi d’acqua al giorno. Cosa di non poco conto se si considera che l’accesso all’acqua è stata per il governo libico fino a poco tempo fa considerato un diritto umano, per cui gratuito. Stando alle stime di consumo d’acqua calcolate nel 2007, la riserva dovrebbe bastare per dare da bere ai libici per altri 1000 anni.
Per realizzare tutto questo, i lavori di costruzione sono stati appaltati a molte aziende straniere. Stati Uniti, Corea, Turchia, Gran Bretagna, Giappone, Cina e Germania hanno dei contratti per ciascuna fase, e alcuni hanno lavorato per decenni in Libia. Dal momento che gli attacchi aerei della Nato sulla Libia hanno avuto inizio nel mese di marzo, la maggior parte dei cittadini stranieri sono tornati a casa, compresi quelli impiegati sul sistema idro.
Il progetto ha avuto riconoscimenti a livello internazionale tanto che l’Unesco nel 1999 ha accettato l’offerta della Libia di finanziare un premio che porta il suo nome, il Grande Man-Made River International Water Prize, il cui scopo è quello di premiare “il lavoro scientifico di ricerca sul consumo d’acqua nelle zone aride”. Gheddafi è stato spesso ridicolizzato in Occidente per sua la perseveranza nel perseguire un progetto così ambizioso. Termini come “un’utopia”, “progetto domestico e di vanità” sono spesso stati usati in Gran Bretagna e Usa dai media per descrivere gli sforzi nel portare a termine questa opera. Ma la verità è che si tratta di un sistema di condutture idriche di livello mondiale, e che spesso è stato visitato da ingegneri e progettisti stranieri che vogliono imparare dalla competenza libica dell’idro-ingegneria.
Il 22 luglio di quest’anno gli attacchi Nato che dovevano avere come scopo quello di proteggere i civili hanno colpito delle condutture d’acqua del GMMR. Per non sbagliare, sempre la Nato, ha pensato bene di colpire anche la fabbrica vicino Brega che produceva i tubi necessari a ripararle. Nel bombardamento sono rimaste uccise anche sei guardie. Inoltre gli attacchi aerei hanno colpito numerosi centri che fornivano energia elettrica, questo significa che le stazioni di pompaggio dell’acqua non operano più anche se le tubazioni sono integre. Questo spiega bene le ragioni della sete di Tripoli. (A proposito, attaccare essenziali infrastrutture civili è un crimine di guerra).
Oggi la fase finale del “Progetto Grande Fiume artificiale” è in stallo, ma siamo pronti a scommettere che ben presto qualche multinazionale, magari francese, si farà carico di portare a compimento l’opera.

04/09/2011 Liberazione

CASSINETTA DI LUGAGNANO VENERDI 9 SETTEMBRE ORE 21.15 PARCO COMUNALE entrata libera. Il nuovo concerto-tematico dei CANTOSOCIALE

CASSINETTA DI LUGAGNANO VENERDI 9 SETTEMBRE ORE 21.15 PARCO COMUNALE  entrata libera

Il nuovo concerto-tematico dei 

CANTOSOCIALE

R I S O R G I M E N T I

STORIE, PENSIERI , AZIONI con le CANZONI  INTORNO ALL’UNITà D’ITALIA

TRA BRIGANTI, EROI ,FAME,GUERRE, MOVIMENTI, RIVOLUZIONI E ILLUSIONI. l’EPOPEA ITALIANA DELL’800  CHE HA PORTATO ALL’UNITA’  D’ITALIA  RACCONTATA E CANTATA  DALLA GENTE

” Libertà! Indipendenza!” reclamano entusiasti gli insorti e i volontari delle varie correnti risorgimentali.

“Polenta! Polenta!” ribattono cocciuti e sordi i contadini  (Ippolito Nievo nelle “Confessioni d’un italiano”).

Il Risorgimento , la sua storia , le vicende umane a fianco di quelle politiche , il percorso tortuoso che ha portato all’Unità d’Italia  dalle ambizioni sabaude alle pulsioni indipendentiste e repubblicane per non dire rivoluzionarie di alcuni borghesi e poi la gente comune: i contadini , i cittadini  divisi tra irredentismi e resistenze, tra analfabetismo e illuminismo ,afflati  liberali e socialisti  .. Tutto questo i Cantosociale lo   raccontano raccogliendo recuperando le voci della gente e i versi di canti e canzoni, una volta tanto mettendo in secondo piano date, generali, battaglie..  insomma privilegiando la storia raccontata  da quella scritta sulle carte. Un variegato mosaico sulla storia italiana dell’800 fatto con le testimonianze della gente, le strofette popolari, di scherno ma anche di celebrazione  con i fogli volanti dei cantastorie i canti di emigrazione  le melodie  “rubate” al melodramma. Canti e musiche  per  dar voce alla gente delle diverse terre d’Italia e dalle diverse  passioni politico-sociali d: dai mazziniani , ai garibaldini, ai piemunteis, voci diverse della gente:dai papalini agli anarchici, dai cafoni ai   briganti. Diversi  visioni , passioni spesso  illusioni pagate con la vita che hanno contribuito a costruire l’Unità d’’italia . Diversi Risorgimenti quindi   per riflettere su ieri ma anche sull’oggi. Un recupero di canti  talvolta  celebrativi, talvolta irriverenti , che si parli di Mazzini o Garibaldi , di Camillo Benso conte di Cavour o del brigante  della Basilicata  Carmine Crocco del papa  Pio IX   o  del frate   Ugo Bassi , di Re Vittorio Emanuele  del marmista Alfredo Panizza. Azioni e contraddizioni :dall’eroe partenopeo Guglielmo Pepe  o dei  pavesi fratelli Cairoli degli amici-nemici Austriaci  Borboni, dei   Francesi di Napoleone III e dei Savoia  , e poi dei  Mille,  degli  eroici cittadini milanesi  delle cinque giornate o  quelli uccisi dalle cannonate di Bava Beccaris  delle tasse sul macinato : Una storia dell’800 e dintorni ,   senza cadere nell’agguato della retorica  con la musica a far da collante, frutto di riarrangiamenti e scritture   originali del gruppo  , con un repertorio popolare  con qualche brano d’autore(Fiorella Mannoia, Massimo Bubola)trattato con rispetto pur se arricchito con sonorità e ritmi  qua e là  punteggiati di   folk, rock , blues persino rap.

Uno spettacolo RISORGIMENTI che parte dai primi tumulti di fine 700’ per arrivare alle soglie del 900’,attraversando quindi il periodo  pre e post Unità d’Italia in un viaggio di canzoni e testimonianze spesso diversificate  provenienti dalle diverse zone della penisola.

Un sorta di recital costituito da racconti tratti da testimonianze di diretti protagonisti alternati  a canti , canzoni, musiche ben  inserite nel contesto,  secondo lo stile dei CANTOSOCIALE , gruppo attivo dal 1998 sul territorio nazionale con concerti, lezioni, animazioni culturali in vari contesti; dai teatri alle biblioteche dalle piazze ai centri sociali alle strade. Il quintetto partecipa spesso a feste popolari, rassegne e festival musicali ed è ben conosciuto anche nelle scuole di diverso grado, dalle materne alle superiori oltre che per gli spettacoli specifici su argomenti storici, anche per i numerosi laboratori di animazione alla lettura, di ricerca e teatralizzazione della cultura orale e popolare. In particolare il lavoro in questi anni realizzato su diversi eventi storici e sociali dalle Guerre mondiali alla Civiltà contadina dalla  Deportazione  fino alla Resistenza, appositamente diversificato sulla base di ricerche orali in diversi territori, li ha fatti apprezzare in tutto il Nord Italia.

Del gruppo ormai consolidato fanno parte Vittorio Grisolia , violinista e pluristrumentista (ocarine, baghèt, flauti popolari, mandolino, armonica a bocca…) di valore assoluto nel panorama del folk italiano. Fondamentale anche l’apporto di Christian Anzaldi, trentenne novarese , stimato maestro di chitarra è noto per la sua vivace attività musicale in gruppi rock, pop ,blues dell’area novarese –milanese. La sua molteplice versatilità strumentale dalla fisarmonica alle diverse chitarre acustiche ed elettriche oltre a dobro, banjo ha arricchito di colori e timbri la musica del gruppo.Recentemente ha arruicchito l’organico Davide Buratti apprezzato contrabassista di estrazione jazzistica ben conosciuto anche in ambito cantautorale. Il nucleo storico è composto dall’istrionico Piero Carcano che oltre a scrivere i testi, cantare, suonare kazoo e percussioni, recita e anima (quando è il caso)conducendo “empaticamente” per mano il gruppo in simbiosi con il pubblico. A fianco a lui Gianni Rota, l’inseparabile “fratello”artistico, grintoso, ritmico e sensibile accompagnatore con la chitarra acustica, suadente ricamatore di melodie al flauto traverso nonché cantante dalla voce ruvida e “nera”. Il bresciano è un vero e proprio “rambler” di strada al servizio del gruppo, capace di districarsi in ogni situazione.

I Cantosociale pur privilegiando l’aspetto emotivo e sociale del canto e della musica con gli anni hanno affinato le interpretazioni riuscendo gradualmente a caratterizzarsi di un suono distintivo : un ” corposo, appassionato e contagioso folk” capace di permeare di forza emotiva e sensibilità le diverse situazioni performanti.

Lo spettacolo in versione  appositamente modificata  in forma di lezione-concerto,  aperta ai diversi contributi e interazioni di insegnanti e studenti viene proposta  nei diversi contesti scolastici dalle Medie alle Superiori .

Su facebook : Cantosociale . info : www.cantosociale.it

Piero Carcano cell: 3335740348 email: pierocarcano3@gmail.it

Il “Mattarellum” non è migliore del “Porcellum”

L’iniziativa referendaria, tesa a modificare l’attuale legge elettorale, promossa inizialmente dal settore veltroniano del Pd e oggi sostenuta anche da altri esponenti di quel partito fra cui Prodi, oltre che da Sel e dall’IdV, è non solo discutibile dal punto di vista tecnico-giuridico, ma rappresenta una scelta regressiva compiuta in nome d’interessi di parte che non porta alcun contributo positivo per correggere le storture e le iniquità dell’attuale sistema elettorale. Com’è noto, attraverso i quesiti referendari depositati, si punta a sostituire l’attuale sistema elettorale (il cosiddetto “Porcellum”) con il vecchio “Mattarellum”. In sostanza, al posto dell’attuale maggioritario di coalizione con un premio di maggioranza al 55%, si punta a ripristinare il sistema che prevedeva che il 75% dei seggi fossero attribuiti attraverso il maggioritario uninominale a turno unico, ripartendo il restante 25% secondo un criterio proporzionale fra le liste che avessero raccolto almeno il 4% dei voti.

L’argomento utilizzato dai promotori dell’iniziativa è che questo referendum costringerebbe il Parlamento a modificare la legge elettorale attualmente in vigore. La prima obiezione che si può fare è che se questo è l’intento, lo strumento utilizzato presenta limiti evidenti dal punto di vista del rispetto della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di referendum, giacché presuppone che la soppressione dell’attuale legge elettorale implichi l’automatico ripristino di quella precedente, incorrendo così nel rischio concreto che i quesiti referendari non siano accolti. E’ però del tutto evidente che dietro a simili argomenti si cela in realtà un disegno teso alla ridefinizione delle regole elettorali al fine di determinare una modifica, oltre che degli equilibri politici, della natura stessa del sistema istituzionale. Vale allora la pena di entrare nel merito delle differenze e delle analogie dei due sistemi elettorali, considerando preliminarmente il “Porcellum”.

L’attuale sistema elettorale è sicuramente aberrante, basti considerare che una coalizione con una maggioranza relativa può, anche con un solo voto di scarto rispetto a un’altra, accaparrarsi la maggioranza del 55% dei seggi parlamentari. Il vulnus al principio democratico è evidentissimo giacché in tal modo si stravolge completamente il reale peso elettorale degli schieramenti. Peraltro, è con questo sistema che il centro-destra con una semplice maggioranza relativa ha potuto governare finora indisturbato.

Va anche detto che questa abnormità dal punto di vista politico-istituzionale non ha suscitato particolare indignazione nel centro-sinistra almeno fino alla sconfitta del 2008. Più frequentemente, invece, la critica si è incentrata sulla scarsa garanzia di stabilità che questo sistema offre in virtù del fatto che i diversi meccanismi previsti per Camera e Senato rendono incerta la conquista di una maggioranza omogenea nei due rami del Parlamento. O, ancora, sull’utilizzo delle liste bloccate che privano il cittadino elettore della possibilità di influire sulla designazione degli eletti.

Che questo sistema debba essere cambiato è quindi necessario, ma l’iniziativa referendaria in corso propone una soluzione altrettanto disastrosa. In primo luogo, il “Mattarellum” non risolve il problema della governabilità, come vorrebbero i sostenitori del referendum. È sufficiente, infatti, che si presentino tre poli, anziché due, e non è più scontato l’ottenimento della maggioranza assoluta dei parlamentari da parte di una coalizione. Ma veniamo alle questioni più rilevanti. La prima è che questo sistema, come l’altro, resta maggioritario e che quindi stravolge il principio democratico della rappresentanza. Quel 25% di proporzionale, oltretutto vincolato al superamento del 4%, addolcisce appena la durezza di un meccanismo che resta feroce nei confronti delle minoranze che non si accodano ai principali schieramenti.

Ma non si tratta solo di questo. Come nel caso del “Porcellum”, il “Mattarellum” promuove la trasformazione in senso bipolare del sistema politico istituzionale costringendo agli apparentamenti forzosi. In questo modo alimenta il trasformismo costringendo ad alleanze innaturali senza per questo superare la frammentazione politica, che puntualmente e spesso in modo ancora più esasperato si riproduce all’indomani del voto. Peraltro, l’essere il sistema imperniato sui collegi uninominali non solo consente forti rendite di posizione a formazioni con base localistica, ma alimenta il proliferare di un notabilato locale che agisce come elemento di ulteriore dissolvenza dei partiti, accentuandone la trasformazione nel senso di federazioni di comitati elettorali.

L’alternativa proposta non si annuncia quindi migliore del sistema in vigore; essa è invece funzionale al disegno politico di alcune forze che sperano dalla sua introduzione di trarne vantaggi. Ciò vale per i settori del Pd che con più convinzione assumono il modello bipolare e il superamento del sistema tradizionale dei partiti, ma non è un caso che si stia allargando nel Pd l’area delle adesioni, al punto che è incerto se alla fine l’intero gruppo dirigente appoggerà la proposta. La cosa non stupisce più di tanto se si considera che la proposta di legge elettorale all’“ungherese” presentata qualche tempo fa dal Pd non si differenzia molto dal “Mattarellum”, se si esclude l’utilizzo del doppio turno nella competizione nei collegi e l’introduzione di un piccolissimo diritto di tribuna.

Ma la ricerca del vantaggio particolare è anche la motivazione di forze come Sel che spera in tal modo di acquisire definitivamente le primarie di coalizione, essenziali per giovarsi del ruolo trainante del suo leader. Operazione che dimostra una notevole disinvoltura sul piano politico, considerando il fatto che questa formazione politica ha sempre rivendicato (almeno a parole) la propria fedeltà al proporzionale. A quel proporzionale che costituisce – io credo – l’unico modello sostenibile e non solo perché strettamente connesso all’ispirazione della nostra Costituzione, non solo perché più democratico, ma anche più credibile, alla luce dei fallimenti conclamati delle avventure maggioritarie che dagli inizi degli anni ’90 si sono susseguite.

E’ per queste ragioni che i quesiti referendari proposti da Passigli e sostenuti da autorevoli costituzionalisti, a suo tempo presentati, che avevano l’obiettivo di ripristinare nel paese un sistema elettorale proporzionale, erano l’unica risposta credibile alla crisi delle istituzioni e del sistema politico. L’errore commesso da Passigli che, cedendo alle pressioni provenienti dal Pd, ha fatto naufragare l’iniziativa, è ora ancora più evidente nel momento in cui le componenti maggioritarie del suo stesso partito sono passate all’offensiva. Anche per questa ragione è bene che la battaglia per il proporzionale resti in campo e che si ricostruisca un fronte a suo sostegno.

Gianluigi Pegolo

in data:03/09/2011