Mese: dicembre 2011

Considerazioni sul movimento dell'acqua

Carissimi nel farvi tanti auguri per il nuovo anno che si annuncia difficile, vi allego un documento che ho scritto per il movimento dell’acqua.

E’ lungo e forse noioso ma con un piccolo sforzo….,
Un abbraccio
Emilio Molinari

Considerazioni sul movimento dell’acqua

con tanti “Se e tanti Ma”.

Il referendum, la politica nel contesto della crisi.

A pochi mesi dal referendum la disastrosa crisi finanziaria ha di fatto cancellato, la straordinarietà di quell’evento, nella memoria dei cittadini.

Per i lavoratori i pensionati, per la gente comune che ha votato, schiacciati da problemi contingenti, l’acqua e il rispetto dei referendum sembrano passare in secondo piano.  Purtroppo però l’amnesia ha contaminato gran parte del popolo di sinistra, ripiombato come sempre nel proprio incubo totalizzante: l’antiberlusconismo, senza idee, senza principi, senza alternativa. Anche per molti movimenti a noi vicini, la chiusura autoreferenziale o gli interessi corporativi, il referendum è ormai lontano.

“L’ineluttabilità del mercato” disarma la gente, crea paura, Berlusconi cade e questo è bene, ma che il popolo di centro sinistra esulti e finga di non vedere che non cade  per iniziativa dell’opposizione e di un programma alternativo, non è di buon auspicio per la politica di questo paese, come non lo è non vedere che la crisi è mondiale e ha travolto oltre gli USA, la Grecia, la Spagna (ricordate Zapatero idolatrato dal centro sinistra? ) Il Portogallo, l’Irlanda ecc… Il governo italiano vara l’ennesimo programma a fotocopia, dettato giorno per giorno dai mercati.

Stiamo assistendo a qualcosa che non si era mai visto: il mercato e la speculazione, che vivono alla giornata, decidono la politica i programmi di lacrime e sangue per la maggioranza del popolo, commissariano le nazioni europee, formano i governi con propri esponenti.

Ma può la politica inseguire i mercati e vivere alla giornata?

Se così fosse, allora la crisi sarebbe ancora più drammatica perché la politica risulterebbe morta e il governo Monti sarebbe l’attestato di questa morte.

Inoltre la democrazia è in coma, quando la politica, agli occhi della gente meno abbiente e dei lavoratori, viene screditata, ridicolizzata dai comici e resa inutile.

Il programma è unico e le privatizzazioni, la svendita del patrimonio nazionale, restano un punto fermo per tutti.

Oggi, dopo il referendum, il movimento dell’acqua è più forte e più ramificato sul territorio però è innegabilmente in difficoltà.

La minaccia dell’ingresso del privato nelle SPA pubbliche è di nuovo all’ordine del giorno, Cremona e Salerno e persino a Milano ci sono assessori (Tabacci Sole 24 ore) che affermano la volontà di privatizzare anche l’acqua. Solo Napoli, dopo 6 anni di movimento, sembra avviarsi verso la ripubblicizzazione.

In un simile contesto, la strada della ripubblicizzazione ha ancora bisogno di   accumulare forze, facendo leva su chi, sindaci e imprese, intende  resistere alla spinta privatizzatrice sulle loro SPA in house e se possibile spingerle ad organizzarsi ed associarsi in comitati e in associazioni come Acqua Pubblica Europea presieduta da Anne le Strat vicesindaco di Parigi e a cui partecipano tante SPA in house europee.

Forse possiamo puntare ad un asse Napoli -Milano- Bari, tre realtà che nell’immaginario popolare rappresentano le punte più avanzate della partecipazione.

Affrontare la nuova realtà nel confronto.

I cittadini, con il loro voto, hanno inteso, al di la degli specifici  quesiti, affermare che tutti i servizi pubblici locali e il servizio idrico in particolare devono essere pubblici e l’acqua non deve generare profitti.

Ma oggi, non c’è istituzione italiana che interpreterà questo spirito del mandato popolare o anche solo e semplicemente il suo risultato. (nemmeno il Presidente Napolitano farà sentire la sua voce sulla palese violazione della Costituzione)

La crisi economica, devasta il vivere sociale, devasta la politica che dovrebbe dare risposte, così a noi, a tutti i movimenti sociali, vengono affidate inedite responsabilità, che non si possono più affrontare dentro la gabbia di consolidate certezze.

Tornando a noi.

Con il primo quesito (abrogazione della legge Ronchi) abbiamo eliminato solo l’obbligatorietà alla gara per tutti i servizi pubblici locali.

Da qui partono tutti i tentativi di smontare il referendum, violando la costituzione,  con il bastone ( le minacce di commissariamento e la carota ( il premio una tantum per chi fa entrare il privato ) :

–       ignorando il responso referendario che toglie l’obbligatorietà alla privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali e non solo per l’acqua;

–       avvalendosi della libera facoltà dei sindaci di scegliere il tipo di gestione, per forzarli  alle gare o alle fusioni, anche per il servizio idrico;

–       e per il secondo quesito sul 7% di profitti, cercando cavilli giuridici per non attuarlo.

Questo è quanto dobbiamo contrastare.

Privi di finanziamenti, isolati, ricattati dai partiti, per molti sindaci non sarà facile trovare il coraggio politico di respingere i bastoni le carote e contrastare le gare e l’ingresso dei privati.

Una iniziativa per rimettere il movimento nell’agenda della coscienza popolare annichilita dalla crisi.

L’abbiamo forse scordato, ma il referendum l’abbiamo vinto perché abbiamo parlato per 12 anni il linguaggio universale dell’acqua, non abbiamo accettato il piano che la politica dei contabili volevano imporci parlando solo di tariffe, di soldi che non ci sono e di efficienza dei privati. L’abbiamo vinto perché abbiamo parlato di diritti umani universali, di mercificazione di un bene comune fondamentale alla vita di tutti gli esseri viventi, quindi del diritto alla vita.

Abbiamo parlato di principi e valori altrettanto universali, scritti nel documento fondante il vivere assieme in questo mondo: La dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.

Questi diritti rappresentano il cammino della civilizzazione umana e non si possono cancellare o ridurre ad ogni cambio dello spreed o a gradimento del mercato e delle agenzie di rating.

Questo è il dramma del nostro tempo.

E’ necessario ritornare tutti a comunicare a formare coscienze e nuovo senso comune tenendoci fuori dalle culture dell’antagonismo più o meno radicale violento, settario, testimoniale.

La manifestazione del 15 ottobre ha comunicato cose negative, ha collocato l’acqua e il movimento, nello spazio di un’area politica e di una strategia precostituita, quella degli antagonisti. Siamo tutti antagonisti al neoliberismo, ma questo termine nel nostro paese non è un aggettivo, è una proposta politica, strategica e organizzativa, con alle spalle una lunga storia, dal Potere operaio, all’Autonomia operaia fino ai Centri sociali. Una storia di sovrapposizione sui movimenti, di violentismo e di fallimenti.

La storia del movimento dell’acqua è stata cosa diversa, sta agli antipodi, è articolata, è frutto di un lavoro capillare locale, nazionale e internazionale, non urlato, non testimoniale, rivolto a tutti, ricostruttivo del perduto senso comune dell’interesse generale e della solidarietà con chi ne soffre l’assenza, è fatto di carovane nei punti caldi del mondo.

Il mercato e la politica

Il mercato cancella la politica, le istituzioni, il respiro universale e, ancora più grave, cancella l’idea di partecipazione.

Ricordare al popolo di sinistra e ai movimenti alcune verità è opportuno:

–       vincere sull’acqua è vincere tutti e bisognerebbe concentrare le forze di tutti i movimenti per respingere l’attacco al referendum sull’acqua;

–       fare politica non è la cancellazione dei partiti, ma non può più essere la ricerca del potere, non può più essere l’esercizio, spesso tifoso, di far vincere il proprio partito, la propria squadra, la propria ipotesi più o meno coerente, rivoluzionaria o riformista che sia..

Fare politica è, prima di tutto, far crescere la coscienza e la partecipazione del popolo e costruire un nuovo senso comune tra la gente.

–       la politica sta oggi in bilico tra il “coma profondo” procurato dal mercato e la “vita” che i movimenti le infondono con i loro contenuti.

A loro tocca la grande responsabilità di riscriverla …

Riprendere la nostra storia.

Occorre dare senso e attualità alla battaglia sulle privatizzazioni, riprendendo ciò che l’acqua sta rendendo visibile e percepibile alla gente, ovvero che le privatizzazioni sottendono la privatizzazione dei diritti che diventano: io pago io ho il diritto, sottendono la rottura di ogni relazione collettiva nella nostra società.

La tragedia delle alluvioni, i mutamenti climatici, il degrado del territorio e del patrimonio culturale del nostro paese, la decadenza delle reti dei servizi pubblici. In una parola la messa in sicurezza del nostro paese non si affronta privatizzando e con i tagli della spesa pubblica, ma con la risposta della politica che nella crisi trova in questi una occasione di rilancio occupazionale.

E ancora, la politica che risponde al “dove trovare i soldi” colpendo la speculazione finanaziaria con un movimento mondiale sulla Tobin Tax. E’ cosa questa che riguarda il movimento dell’acqua dentro ai Forum Sociali Mondiali oggi in piena crisi.

E’ incredibile pensate: i Forum Sociali Mondiali hanno lanciato la Tobin Tax nel 1998, quando le istituzioni di tutto il mondo la osteggiavano e la ignoravano, ora che ne parlano molti governi, il Forum Sociale Mondiale tace, non ne parla più.

Dopo il referendum.

Subito dopo la vittoria c’è chi ha pensato che si chiudeva un ciclo di 12 anni e che pertanto dovevamo proiettarci verso un più ampio movimento dei beni comuni.: dall’acqua, ai servizi pubblici, dal lavoro ad internet ecc…

Dentro tale prospettiva l’acqua diluisce la propria forza e non serve nemmeno alla crescita di altre narrazioni. Quali sono beni comuni? Ma sopratutto: quale comune denominatore, quali obbiettivi comuni, quale vertenza li può tenere assieme?

Altri hanno pensato alla nascita di uno spazio alternativo, di lotta dentro al quale far convergere tutto ciò che si scontra nei territori e nel sociale ( dall’acqua alla TAV ai precari, ai rifiuti ecc..).

Entrambe sono state delle scappatoie che hanno allentato la nostra guardia.

Quali e quanti sono i beni comuni è un esercizio che ci porta solo a teoriche disquisizioni: il lavoro è un bene comune? L’acqua è un servizio pubblico come gli altri?

Oggi i beni comuni da affrontare in modo convergente sono i grandi elementi della vita: Aria – Acqua – Terra/cibo –  Fuoco/Energia, caratterizzati da Esauribilità, Indispensabilità, Insostituibilità, Universalità del diritto, necessità di partecipazione

Auspicabile è la crescita di narrazioni mature su questi beni fondamentali, che possano trovare poi convergenze ed obbiettivi comuni.

Oggi un movimento con la stessa o forse superiore maturazione di quello dell’acqua è il movimento sulla Terra, la sovranità alimentare, il cibo sostenibile, l’agricoltura compatibile e della difesa del territorio dal degrado e l’altro può essere quello dell’energia.

Tra questi vanno trovate convergenze.

Il movimento dell’acqua ha cercato consenso tra tutti, non “l’avversità” verso tutti. Il movimento dell’acqua può e deve essere un modello per il nuovo ciclo di lotte e di pensiero, che si annuncia con i giovani in piazza a New York, a Madrid e con i ragazzi che spalano il fango a Genova ecc…

Anche per loro, la morte della politica e la chiusura nel recinto degli antagonisti, sono un qualcosa con cui dovranno fare i conti.

Abbiamo parlato a tutti.

Pensiamoci: 27 milioni di italiani hanno votato il referendum. Da oltre 30 anni il PCI/PD, con alchimie politiche, insegue un “centro” senza mai riuscire ad acchiapparlo ed ecco che il movimento dell’acqua su di un tema forte, che da solo può esemplificare il cammino dell’alternativa politica, ha conquistato il centro, la destra, i credenti e i non credenti e questo deve pur insegnare qualcosa.

Forse noi stessi non abbiamo riflettuto sufficientemente su:

Quale modo di fare politica, quale rivoluzione culturale sta dietro allo straordinario risultato del referendum?

Quale responsabilità viene consegnata oggi ai movimenti?

Emilio Molinari

Ora una voce che viene da lontano, che parla di crisi e di liberismo economico

Quando la politica era autonoma dal mercato

e parlava di diritti e di principi universali.

Dall’intervento di insediamento del presidente USA Franklin Delano Roosevelt: 4 Marzo 1933 nel pieno della crisi del 1929.

Con questo spirito tutti noi – io e voi – affrontiamo le nostre comuni difficoltà…Non siamo stati colpiti dalla piaga delle locuste…Ciò accade inanzi tutto perché chi domina lo scambio di beni materiali ha fallito….La condotta degli speculatori senza scrupoli è ora di fronte al giudizio dell’opinione pubblica e alla ripulsa dei cuori e della ragione degli uomini.

Le uniche regole che conoscono sono quelle di una generazione di egoisti privi di di una visione del futuro e quando questa manca il popolo soffre.

…Il nostro obiettivo più importante è quello di far tornare la gente a lavorare….Lo possiamo realizzare attraverso assunzioni governative dirette, affrontando l’impegno come faremmo con un’emergenza bellica, ma, al contempo, grazie a queste assunzioni, portare a termine progetti di riorganizzare le nostre risorse naturali.

…In questo sforzo per un rilancio dell’occupazione….Abbiamo bisogno di una severa azione di controllo su tutte le attività bancarie, creditizie e di investimento, per porre fine alle speculazioni con danaro altrui…

Cinque mesi dopo al congresso.

…Gli aiuti comunali e statali sono stati estesi al massimo. Come sapete, abbiamo messo trecentomila giovani uomini a lavorare a progetti concreti e di pubblica utilità nelle nostre foreste e a prevenire l’erosione del suolo e le alluvioni….

…Un grande programma di lavori pubblici da tre miliardi di dollari per la costruzione di reti elettriche e strade, di imbarcazioni per la navigazione interna, per la prevenzione delle alluvioni e per migliaia di progetti comunali e statali…

…grazie a uno sforzo democratico dell’industria possiamo ottenere un aumento generale degli stipendi e una riduzione delle ore di lavoro…

Si potrà farlo solo se permetteremo e incoraggeremo la cooperazione in ambito industriale, perché se non ci sarà unità di azione pochi uomini egoistici in ogni ambito continueranno certamente a pagare stipendi da fame e a esigere lunghi turni lavorativi.

La concorrenza dovrà scegliere se seguirli sulla strada dell’aumento progressivo dello sfruttamento.

Abbiamo visto questo tipo di azioni determinare la continua caduta verso l’inferno economico degli ultimi 4 anni.

La proposta è semplice: se tutti i datori di lavoro agiranno di concerto per ridurre l’orario di lavoro e per aumentare gli stipendi, noi potremmo aumentare l’occupazione.

Sembra scritto nel nostro tempo, solo che oggi nessun leader ha questa voce.

————

Guido Rossi

“..la vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e a alimentare la paura, l’insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta solo alla mancanza di leader europei…

La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti.” (Corriere della Sera)

ADDIO AD UN PARTIGIANO GIORNALISTA

f9892be81f4ec61b00e8797fad4c78abec1e4ed40ffcb09c1405fefdGiorgio Bocca se ne è andato, a 91 anni dopo averne viste e fatte tante. Ci mancherà anche se non era comunista, anche se per qualcuno, forse troppo miope, era anti comunista e sbagliava. Basta leggere con cura le invettive scritte negli ultimi anni sul Venerdì di Repubblica, basta leggere la sua indignazione verso una forbice che si allargava fra chi più aveva e chi più era escluso. Bocca era stato partigiano, comandante partigiano, e conservava ancora quel lucido schierarsi quel decidere da che parte stare. Coglieva il fascismo della seconda repubblica, non il ciarpame berlusconiano ma i dettagli di una logica neoautoritaria in cui il lavoro non conta più in cui la speculazione e la finanza muovono e decidono su tutto, in cui la politica rinuncia al suo ruolo. Avesse avuto 30 anni di meno lo avremmo forse visto in piazza e non certo dalla parte di Marchionne, con gli studenti e non con la Gelmini, con i precari e non con i retaggi del programma di Sacconi. Bocca restava soprattutto antifascista, nel sangue e nell’occhio con cui guardava il mondo, il Paese e le sue miserie, disprezzava tanto i governanti quanto la finta opposizione, parlava, lui ultranovantenne, dell’importanza di salvare la terra come bene comune. Scriveva su Repubblica solo grazie al fatto che  di quel giornale aveva fatto la fortuna, avesse avuto meno prestigio, lo avrebbero già sbattuto fuori, troppo fuori dal coro, così poco adatto ai miasmi veltroniani. Il suo giornalismo era partigiano, antifascista e laico e poco si sposa con la palude quotidiana. Non piaceva a tanti Bocca, gli stessi che oggi lo rimpiangono con lacrime false e fastidiosi omaggi, di quelli che avrebbe scacciato con un calcio, da montanaro rude e diretto, privo di doroteismo. Alcune sue idee erano frutto di pregiudizi assurdi, sul Sud, sui giovani, ma nel piatto della bilancia pesa anche il fatto di aver voluto, forse per primo, considerare la lotta armata non con le solite frasi sbrigative ( problema di ordine pubblico) ma come segno di una profonda inquietudine sociale che nasceva in fabbrica e entrava nelle mutazioni delle città, delle metropoli, forse perché invece di limitarsi a osservare, lui con i militanti delle BR ci parlava. Un giornalista che ci mancherà, un partigiano in meno in un Paese che ha bisogno ancora e molto di partigiani!

Stefano Galieni

Borghesi e proletari

(Nella foto: vogliamo passare le feste natalizie così)

C’è qualcosa di pateticamente sconfortante nella dichiarazione con cui Pierluigi Bersani ha provato a scrollarsi di dosso l’imbarazzante affondo di Elsa Fornero contro l’articolo 18.

«Abbiamo appena digerito la manovra sulle pensioni – ha mugugnato – ci si lasci almeno passare in serenità il Natale».

Giusto, rimandiamo tutto a dopo l’Epifania, che tutte le feste le porta via. Dopo, si potranno mettere le mani anche lì. E vedrete che una resistenza dei Democrats sarà al dunque alquanto blanda.

Perché? Per la semplice ragione che quando pensi ai lavoratori e agli imprenditori non già come a portatori di interessi di parte, ma come ad una comunità solidale che opera sotto la luminosa stella del capitale; quando fai tua, senza riserve, la cultura d’impresa; quando attribuisci ad essa una funzione quasi demiurgica, finisci per guardare con sospetto, diffidenza, se non con aperta ostilità, a tutto quanto rappresenta per essa un impaccio: dai diritti individuali dei lavoratori ai vincoli contrattuali, fino allo stesso sindacato, ove questo non si acconci a trasformarsi in docile strumento aziendale.

Diceva Vazquez Montalban che il livello più alto della lotta di classe si verifica quando la classe dei proprietari nega perfino l’esistenza della classe dei proletari. Qualcuno avverta Bersani.

21/12/2011 Liberazione

Ribellione dei Sindaci a Cremona. Vittoria spettacolare!

Cremona
Cremona. Palazzo Municipale

A Cremona Sindaci determinatissimi riescono a sventare i progetti di privatizzazione dell’acqua.

Ribellione dei sindaci di Cremona!!!!!!!!!!!!!

E’ successo quello che non osavamo sperare!!!

Il presidente dell’Amministrazione Provinciale Salini con pressioni enormi esercitate in questi giorni sui sindaci di tutto il territorio ha cercato disperatamente di far mancare il numero legale oggi alla Conferenza dei Comuni, convocata l’ultimo giorno possibile per l’espressione del parere obbligatorio e vincolante. Purtroppo per lui ha fatto i conti senza l’oste, ovverosia la correttezza di alcuni sindaci (pochi ma buonissimi) della sua stessa parte politica. Che si sono presentati ugualmente, garantendo così il RAGGIUNGIMENTO DEL NUMERO LEGALE! Certificata la presenza iniziale di 62 sindaci su 115 i lavori sono iniziati, un sindaco è scappato (evidentemente era una “lepre”) e si è persa un’ora di dibattimento preliminare poiché il presidente della Conferenza, sindaco Leni, sosteneva che non raggiungendo i sindaci presenti con la sommatoria delle loro quote la maggioranza qualificata (50 per cento più uno degli abitanti della provincia, pari a 362.061/2=181.031) necessaria per votare l’approvazione del piano d’ambito era inutile votare. Alla fine, siccome di fronte a lui c’era una assemblea ferma nel pretendere la messa ai voti dei punti all’ordine del giorno, ha tentato il colpo basso e ha dichiarato conclusa l’assemblea, scappando letteralmente dalla sala con una invero mirabile accelerazione, accompagnato da risate, sguardi allibiti e improperi dei colleghi e degli astanti. A quel punto l’intera assemblea, ribellatasi al sopruso inaudito (poiché il gioco era ormai scoperto), ha continuato la sessione regolarmente registrando l’uscita (meglio la fuga) di un sindaco (Leni) e ha messo ai voti il piano d’ambito, che ha riscosso l’UNANIMITA’ di voti CONTRARI!!!

E’ stata in seguito messa ai voti ed approvata all’unanimità la destituzione del presidente della Conferenza sindaco Leni ed immediatamente dopo approvata all’unanimità anche la destituzione del cda dell’Ufficio d’Ambito.

Non abbiamo mai visto tanti sindaci così arrabbiati e compatti: e però le ragioni c’erano tutte, poiché il comportamento del presidente Leni, spalleggiato vanamente dal direttore generale dott. Boldori, era la letterale goccia che ha fatto traboccare un vaso riempito di tanti soprusi e comportamenti antidemocratici e lesivi della dignità di sindaci e cittadini succedutisi nelle ultime settimane. Molte persone stasera hanno commentato che non avevano mai assistito a una indegnità simile.

Tornando al piano d’ambito: la votazione finale non raggiunge in peso ponderale la quota necessaria a bocciarlo ufficialmente, ma (secondo le valutazioni dei più, noi compresi) non importa poiché:

1) i sindaci si sono espressi in una assemblea validamente convocata entro i termini previsti, corroborata dal numero legale previsto dalle norme (anzi superato di due unità) ed hanno espresso un parere che deve essere dunque considerato vincolante: questo impedirà al presidente Salini di invocare la norma del silenzio-assenso;

2) la legge regionale prevede che il piano d’ambito per essere approvato riceva il 50 per cento +1 di voti a favore. Questo piano d’ambito ha avuto (in ordine di tempo) 102 sindaci che ne chiedevano unanimemente la revoca e, una settimana più tardi, l’unanime contrarietà di 60 sindaci per un totale di più di 137.000 voti/abitante. Voti a favore: 0.

Tecnicamente il presidente Salini potrebbe arrampicarsi sui vetri e portare ugualmente il piano d’ambito in Regione, appellandosi al fatto che quel piano non è stato ufficialmente bocciato. E probabilmente lo farà, poiché per lui ottenere la privatizzazione del servizio per qualche ragione che cominciamo ad intuire bene (e come noi l’hanno intuito molti sindaci) è vitale. Ma dovrà dimostrare che quel piano è stato approvato, senza poter portare neppure mezzo voto a favore. E trovandosi di fronte a sbarrargli la strada, da stasera, 60 sindaci letteralmente indignati e inviperiti.

Il presidente Salini dopo questa sera ha perso la faccia ed ogni credibilità politica.

Si tratta di una VITTORIA SPETTACOLARE!!!!!!!!!!!! Noi stessi eravamo quasi certi che i sindaci non sarebbero stati presenti in numero sufficiente perché sappiamo che le pressioni che hanno ricevuto sono state terrificanti. E invece i sindaci della provincia di Cremona questa sera hanno dato una sonora, storica, brillante, commovente lezione di democrazia a tutti i loro colleghi assenti (a cominciare dai sindaci dei due centri più popolosi della provincia, pure loro ormai squalificati e delegittimati agli occhi dei loro amministrati) e hanno dimostrato ai cittadini che non si fanno mettere i piedi in testa. Hanno lasciato l’aula della Conferenza tra due ali di popolo dell’acqua che li applaudiva fragorosamente!

Questa è una grande serata per l’acqua pubblica, aperta da un corteo partecipatissimo e accompagnata da un presidio come sempre numeroso, chiassoso e allegro.

La vittoria di questa sera è senz’altro dei sindaci del territorio, ma non sarebbe stata possibile senza la meravigliosa risposta corale e la spinta commovente di centinaia di cittadini.

A tutti loro va il grazie dell’intero popolo dell’acqua nazionale.

Siamo contenti di poter dire che a Cremona questa sera i sindaci si sono riuniti ai loro cittadini.

Da domani si lavora al percorso successivo, questa sera si festeggia.

Dedichiamo questa nuova vittoria a Umberto Chiarini, che ci ha lasciato questa estate e sarebbe stato sicuramente con noi ad esultare questa sera.

Nuova stangata in vista per le famiglie italiane: da gennaio le tariffe di luce e gas potrebbero aumentare, rispettivamente, del 4,8% e del 2,7%, con una maggiore spesa annua di oltre 53 euro

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Nuova stangata in vista per le famiglie italiane: da gennaio le tariffe di luce e gas potrebbero aumentare, rispettivamente, del 4,8% e del 2,7%, con un maggiore spesa annua di oltre 53 euro. Lo anticipa Nomisma Energia nelle sue stime, in attesa dell’aggiornamento dell’Authority per l’energia atteso entro fine anno. Dal primo gennaio le tariffe elettriche dovrebbero crescere del 4,8%, con un aumento di 0,8 centesimi al chilowattora che – spiega Davide Tabarelli, esperto tariffario di Nomisma Energia – per una famiglia “tipo” (2.400 chilowattora consumati l’anno e 3 kw di potenza impegnata) si tradurrebbero in un aumento di 21,5 euro su base annua. Per il gas, invece, è atteso un aumento del 2,7%. Vale a dire 2,3 centesimi al metro cubo che per la stessa famiglia “tipo” (1.400 metri cubi di metano consumati in un anno) comporterà un aggravio di quasi 32 euro annui. Un aggravio quello atteso per il gas nel primo trimestre dell’anno che, sommato a quello previsto per la luce, rischia di tradursi in una vera e propria stangata pari a oltre 53 euro l’anno per le famiglie, spiega Tabarelli sottolineando che a “spingere” i nuovi rincari giocano le quotazioni del greggio – schizzate negli ultimi mesi ai record di 110 dollari al barile – ma anche dai maggiori costi legati alle fonti rinnovabili e ai prezzi di trasmissione. «Dopo la stangata sui prezzi della benzina, che l’hanno spinta nei distributori italiani ai massimi d’Europa, arriva un’altra batosta con le tariffe di luce e gas, a conferma che l’Energia è il bene più tartassato per i consumatori finali», sottolinea l’esperto di Nomisma Energia.

Se poi aggiungiamo l’aumento delle tariffe fatte dalla giunta Leghista di Vigevano come: l’aumento dell11% delle tasse sull’immondizia, l’aumento delle tariffe del De Rodolfi, la messa in vendita di beni immobili pubblici. L’aumento degli abbonamenti ferroviari. Il quadro è completo. Aumenterà la miseria e la povertà per molti, diminuiranno i consumi dei beni di prima necessità e la crisi aggraverà l’inflazione, la recessione e chi ha patrimoni inestimabili non vengono toccati. La manovra del Governo Monti è iniqua e distruttiva per la già precaria economia italiana. La stangata colpisce i redditi dei soliti noti. Lavoratori, pensionati, precari, disoccupati e studenti. Bisogna respingerla con la lotta.

18/12/2011

Libertà di stampa non esiste più. “Liberazione” sospende la pubblicazione dal 1 gennaio 2012

RM1612-PRI01-1Dal primo gennaio Liberazione sospenderà le pubblicazioni. Lavoratori e lavoratrici in assemblea permanente

di Le lavoratrici e i lavoratori di Liberazione, il Comitato di redazione, la Rappresentanza Sindacale Unitaria

La Mrc, società editrice di Liberazione, ci ha comunicato che dal prossimo primo gennaio, il giornale sospenderà in via cautelativa le pubblicazioni. E’ questo il risultato immediato, spiega l’editore, della cancellazione retroattiva del finanziamento pubblico per i giornali cooperativi, di idee e di partito decisa dal governo Berlusconi e confermata dal governo Monti. Questo colpisce una redazione già provata da una pesante ristrutturazione: 23 esuberi di giornalisti su 30 e 14 esuberi di poligrafici su 20. Ora tutti e 50, con le nostre famiglie, restiamo senza futuro. E la testata, piccola ma con vent’anni di storia alle spalle, vede spegnersi la propria voce. Il nostro è il primo di una serie di giornali, le stime dicono almeno cento, che se il finanziamento non verrà ripristinato immediatamente, sono destinati a morire. I lavoratori e le lavoratrici a rischio sono oltre 5mila, a cui vanno aggiunti quelli dell’indotto. Sappiamo perfettamente di essere una goccia nell’oceano, siamo solidali con tutti i lavoratori, pensionati e precari colpiti dalla crisi e dalle ricette inique del governo Monti: di loro raccontiamo tutti i giorni sulle nostre pagine. Vogliamo però che sia chiaro a tutti che sono in campo da tempo diverse proposte alternative che permetterebbero di reperire le risorse necessarie senza gravare sui conti dello Stato. Intervenire subito per salvare la nostra e le altre testate, i nostri e tutti i posti di lavoro oggi minacciati è ancora possibile. E’ però una questione di giorni, anzi di ore. C’è bisogno di scelte politiche chiare e operative per non consegnare tutta l’informazione nelle mani di pochi colossi editoriali, com’è successo per le televisioni. L’appello del Presidente Napolitano in difesa del pluralismo dell’informazione è ancora in attesa di una risposta. Da oggi i lavoratori e le lavoratrici di Liberazione sono in assemblea permanente e impegnati in iniziative di sensibilizzazione e di lotta. E fanno appello ai lavoratori delle altre testate, ai lettori, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni, ai movimenti, ai cittadini per costruire insieme, subito, momenti di mobilitazione.

Le lavoratrici e i lavoratori di Liberazione il Comitato di redazione la Rappresentanza sindacale unitaria

Roma, 16 dicembre 2012

in data:16/12/2011

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Storia di un impiegato

Storia di un impiegato (thcinema@libero.it)

Il documentario ricostruisce l’azione politica di Luigi Cipriani, deputato di Democrazia Proletaria e membro della Commissione Parlamentare Stragi. Attraverso il racconto di quanti lo hanno conosciuto, la vicenda di Luigi si intreccia con gli sviluppi delle lotte operaie nella Milano degli anni Sessanta/Settanta, fino alla dissoluzione della Milano da bere e la fine del craxismo.
Luigi Cipriani, diplomato alla scuola professionale della Pirelli, entra come tempista della catena di montaggio degli stabilimenti Bicocca alla fine degli anni Cinquanta. Nel decennio successivo, seguendo un personale percorso di autoformazione, approfondendo la lettura di Marx, sarà tra i protagonisti dell’incontro tra operai e studenti all’indomani del 68. Mantenendo costante il suo impegno nello studio, attraversa gli anni Settanta diventato uno dei punti di riferimento del movimento milanese. Conquisterà un seggio in Parlamento candidandosi con Democrazia Proletaria, il partito nato dalla trasformazione di Avanguardia Operaia, che a sua volta affondava le radici nei Comitati Unitari Base Pirelli.

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Giuseppe Invernizzi. Racconti delle Brigate di Solidarietà Attiva sul territorio nelle zone alluvionate della Liguria

In un periodo nel quale la solidarietà è emarginata e quasi bandita dal nostro vocabolario, sentirsi vicine persone lontane centinaia di kilometri fa piacere e ti dice che il tessuto sociale è ancora vivo. Cosi ci ha raccontato un cittadino genovese subito dopo l’ultima alluvione in Liguria.

E ancora ” Parlo da Genova, città per metà colpita da un evento che di catastrofico ha le morti degli innocenti ma che soprattutto paga con una moneta pesantissima lo scempio fatto da tutte le gestioni succedute sul nostro territorio. Costruire case, costruire parcheggi, muri e togliere ai fiumi il naturale alveo forzandoli dentro gabbie di cemento ha fatto sì che
una tragedia annunciata diventasse realtà.
Al tempo dell’emergenza ho ricevuto  telefonate  ci dice ancora il nostro interlocutore da molti compagni sparsi sul territorio nazionale,  tra cui diverse anche dal pavese ,che mi chiedevano come fare per  dare una aiuto attivo alla popolazione. Tra le voci molte venivano da quella rete di aiuto che si chiama Brigate di Solidarietà Attiva , sparse  in tutta Italia e pronte a fronteggiare le emergenze di ogni tipo sul nostro territorio. “Queste brigate hanno amici che non fanno parte di questo o quel partito anche se molti sono di Rifondazione.  Esse risalgono alla pratica dell’autorganizzazione e della  mutualità, pratica che ci arriva direttamente dalle lotte fatte nei primi del ‘900 e anche prima dai braccianti agricoli e dalla formazione delle Società di Mutuo Soccorso.

Le brigate di solidarietà sono dunque una realtà ben presente e strutturata anche in Lomellina  e diversi pavesi  sono stati  a spalare macerie e fango in mezza Italia dopo il terremoto E non si sono limitati a spalare fango e a soccorrere chi aveva perso tutto, ma  si sono anche  interrogati  su come evitare in futuro altre tragedie in un Paese che ha  su questo versante, la
tutela del territorio, cosi poca cura di se.

Giuseppe Invernizzi,  dornese e altri amici racconteranno la loro esperienza con le Brigate  in un incontro di parole e filamti che si terrà  venerdi 13/1/2012 alle ore 21,15 presso la sede di Rifondazione di Mortara in Via Cadorna. L’iniziativa si iscrive nella serie ” In direzione ostinata e contraria” ed e’ libera e aperta a tutti.

Rifondazione Comunista Mortara

Pensioni, la falsa equità di Monti

Liberazione di Sante Moretti

 Il governo Monti vuole eliminare il diritto a pensionarsi con 40 anni di contributi e aumentare l’età per uomini e donne a 70 anni in tempi brevi. Vuole applicare a tutti il sistema di calcolo retributivo che provocherà una forte diminuzione dei futuri assegni pensionistici. Non rivaluterà già dal 2012 gli assegni pensionistici in base agli indici Istat pur in presenza di un amento del costo della vita di molto superiore al 3,4% rilevato. Sono 10 i miliardi che verranno prelevati dalle pensioni e ciò sarebbe equo in quanto circa 200 parlamentari od ex dovranno ritardare di qualche mese a fruire del vitalizio.

Per Monti è iniquo che ci siano ancora dei lavoratori che maturano pensioni pari al 70/80% del salario percepito negli ultimi anni di lavoro e che possono pensionarsi dopo 40 anni di lavoro stante la grande massa di lavoratori e lavoratrici precari che matureranno pensioni modestissime o ne saranno privi. Per Monti è iniquo che ci siano ancora milioni di lavoratori che le aziende non possono licenziare a loro piacimento mentre ce ne sono tanti che non hanno nessuna garanzia. Per Monti è iniquo che ci sia un contratto nazionale che garantisce il posto di lavoro, orari, ritmi, qualifiche, mansioni e persino misure per rendere più sicuro e meno nocivo il lavoro dato che attraverso le forme contrattuali atipiche milioni di lavoratori sono privi di tutele.
Per salvare l’economia italiana e liberarla dalle iniquità, vogliono abolire lo statuto dei lavoratori, archiviare il contratto nazionale di lavoro, rendere povera ed incerta per tutti la pensione. Per lor signori “riforme ed equità” significano ricacciare indietro di un secolo le lavoratrici e i lavoratori.
Il sistema pensionistico su cui ci sono stati interventi ripetuti dal 1992 (governo Amato) è stato indebolito ma non è stato smantellato e mantiene la sua natura pubblica e elementi non secondari di solidarietà. La madre delle riforme fu varata nel 1995 (governo Dini) con l’appoggio dei sindacati confederali e l’unica forza politica che si oppose fu Rifondazione Comunista. La legge Dini avviò l’allungamento dell’età per il diritto alla pensione, cambiò il sistema di calcolo ed il conseguente superamento di un minimo, incentivò le pensioni integrative. Dopo il 1995 ogni governo è intervenuto ed ha peggiorato qualche norma.
Quali sono le vere iniquità presenti nel sistema pensionistico? La prima è la confisca, da parte dello Stato, dell’attivo dell’Inps che negli ultimi anni è stato sempre superiore ai cinque miliardi l’anno, mentre 8 milioni di anziani percepiscono meno di 700 euro al mese. Non è equo e morale che con l’attivo del fondo dei lavoratori parasubordinati e dei lavoratori dipendenti si copra il deficit (circa 9 miliardi annui) del fondo degli artigiani, coltivatori, commercianti che versano una aliquota contributiva del 21% mentre gli altri lavoratori versano il 33%.
Grida vendetta che i lavoratori dipendenti ed i parasubordinati coprano per circa due miliardi il deficit del fondo dirigenti di azienda che percepiscono (in media) più di 50.000 euro l’anno di pensione a fronte degli 11.000 dei lavoratori dipendenti e che sanino anche il pesante deficit del fondo clero mentre il Vaticano fa man bassa dell’8 per mille, riceve incentivi dallo stato e dagli enti locali e non paga le tasse.
Si deve sapere che l’Inps è in attivo ed i suoi conti, certificati anche dalle autorità europee, sono in equilibrio almeno fino al 2060. Gli interventi sulle pensioni sono da un lato finalizzati a far cassa in modo facile e sulla pelle di chi ha pagato le tasse e lavorato una vita intera e dall’altro a far diventare la pensione pubblica una sorta di assistenza sganciandola dal rapporto di lavoro.
Fino ai primi anni ’80 del secolo scorso la parola Riforma per il mondo del lavoro e per la società significava nuovi diritti, progresso. Ne ricordo per memoria alcune: lo statuto dei lavoratori che con il “famigerato” articolo 18 vieta i licenziamenti arbitrari; la legge sulle pensioni (1969) che istituisce il minimo garantito, la pensione di anzianità, un sistema di calcolo che garantiva dopo 40 anni di contributi l’80% della media del salario percepito negli ultimi anni di lavoro; la legge sulla sanità (1978) che fa della salute un diritto di cittadinanza indipendentemente dal reddito ed il diritto a trattamenti (prevenzione, cura, riabilitazione) uguali per tutti. Dopo gli anni Ottanta le “riforme” hanno invece significato perdita di diritti come la scala mobile, il ridimensionamento della sanità e delle pensioni, colpite nella loro natura pubblica, solidale, universale per non parlare della scuola e dell’università.
Le confederazioni sindacali considerano gli interventi sulle pensioni negativi ma al momento si limitano a criticarle, non hanno proclamato nemmeno lo stato di agitazione degli occupati, dei disoccupati, dei pensionati. Urge lo sciopero generale per fermare il massacro sociale.

La vera equità
Noi comunisti siamo da anni portatori di proposte per riformare il sistema pensionistico, per garantire a lavoratori e lavoratrici una vecchiaia serena e dignitosa. Le nostre proposte assicurano la sostenibilità economica del sistema e riconnettono il lavoro con le pensioni ed il rapporto tra anziani e giovani, tra occupati e disoccupati.
Un minimo di mille euro al mese di pensione (rivalutabili nel tempo) per garantire quei lavoratori e lavoratrici che hanno percorsi lavorativi accidentati ed incerti ed un massimo mensile di 5.000 euro non cumulabili con vitalizi ed altre diavolerie.
Regole (diritti e doveri) eguali per tutti i lavoratori e lavoratrici del settore privato e pubblico, autonomo e professionale: quindi stessi versamenti di contributi, stessa età per il diritto alla pensione, stessi sistemi di calcolo. Unificazione nell’Inps di tutti gli Enti previdenziali e casse pensionistiche dei professionisti con conseguente risparmio di circa quattro miliardi di euro l’anno. Ogni comparto (lavoro dipendente – lavoro autonomo – lavoro professionale) deve garantire l’equilibrio del proprio fondo.
Un fondo pensione integrativo gestito dall’Inps in cui confluiscano gli attuali fondi pensione. L’adesione deve essere libera. Alle quote di salario (il Tfr è salario) e alle quote di risparmio versate, va garantito un rendimento minimo ed in ogni caso il capitale versato. In questo ultimo anno i mercati finanziari si stanno mangiando i versamenti spesso sfarzosi di quel 25% di lavoratori e lavoratrici che hanno aderito ai fondi pensione.
L’età per il diritto alla pensione non può essere legata solo alla speranza di vita, tra l’altro non dei lavoratori ma della popolazione. Non solo, va fatto un ragionamento sul lavoro svolto durante la vita anche se il lavoro per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è pesante, stressante, alienante, ma ci sono attività lavorative particolarmente logoranti: in campagna, nei cantieri edili, negli altoforni, nelle catene di montaggio….ma anche negli asili. L’età per la pensione non può essere legata solo alla speranza di vita ma agli anni di lavoro ed alla sua tipologia. In ogni caso dopo 40 anni di lavoro si deve aver diritto alla pensione.
L’evasione contributiva diventi reato penale. Si deve abbattere una evasione pari a circa 30 miliardi l’anno. L’Inps vanta ben 28 miliardi di crediti definiti con le aziende per contribuzioni arretrate di cui negligentemente non sta rientrando in possesso.
Eccolo qui: un sistema pensionistico pubblico solido, equo, solidale, universale.

in data:03/12/2011