Mese: gennaio 2012

Crescita o sostenibilità?

Crescita o sostenibilità?

(nella solita classe delle superiori)

Giulietta. Prof, ha sentito il governo? Monti ha detto che ora passa alla fase due quella della crescita.
Prof. Non ha detto proprio così, comunque. Però noi dobbiamo passare alla fase due dell’anno scolastico quindi…
Giuliano. Ma lei, prof., è per la crescita?
Prof. Io? Non saprei, forse moderata tanto per uscire dalla crisi e abbassare la disoccupazione, stando alle condizioni attuali.
Candido. Perché tu, Giuly, hai mica il coraggio di essere per la crescita zero?
Giuliano. No io sono per la decrescita felice.
Candido. Spiega un po’ cosa sarebbe ‘sta cosa che ci renderebbe tutti felici.
Giuliano. No, è l’unica scelta che ci permetterà di rimanere vivi.
Candido. Ecco il solito profeta di sventura.
Claudio. Non essere così raffinato, gli ambientalisti sono dei menagramo che godrebbero se andassimo tutti male. Per loro tanto peggio, tanto meglio. Più c’è inquinamento, più loro sono contenti.
Fatima. Non sarà il contrario?
Candido. No ha ragione lui.
Claudio. Tu, Faty, che ne sai della nostra politica? Così poi loro dicono: “avete visto, avevamo ragione noi”.
Vanessa. Così però gli dai ragione tu.
Candido. Non capisci un ca… volo anche tu.
Prof. Non è che chi lancia un allarme sul futuro indica la necessità di cambiare?
Claudio. Lei prof non si schieri, che voglio proprio vedere che argomenti hanno ‘sti catastrofisti.
Candido. E poi, anche ammesso che su qualche cosina abbiate ragione, adesso con la crisi, l’ambiente è diventato un lusso. La gente comune non sa che farsene…
Vanessa. Ma se i sondaggi dicono che è una delle maggiori preoccupazioni delle gente.
Claudio. Più dei soldi… e delle tasse?
Candido. Più del lavoro?
Giuliano. Dall’ambiente viene non solo ogni forma di vita ma anche ogni attività economica.
Candido. Anime belle, non sapete che il cambiamento è un sacrificio, e la gente i sacrifici li fa solo se è costretta.
Giuliano. Lo ammetto, ma il cambiamento è anche sfida, e ora è diventato urgente, necessaria.
Claudio. Per fermare lo spread?
Candido. Poi, animucce buoniste, non sapete che se fermate la crescita impedite ai poveri di progredire.
Giuliano. C’è crescita e crescita, non è possibile che tutti raggiungano i livelli di consumo di noi occidentali.
Claudio. Vuoi star bene solo tu?
Candido. Non vedi che tutti ci imitano, vengono fino a casa nostra, il nostro è il miglior mondo possibile.
Ilir. No, è che altri mondi sono impossibili!
Giuliano. E poi questo tipo di mondo, di società sta per finire, abbiamo superato l’impronta ecologia della Terra, la capacità di carico del pianeta.
Claudio. Parla come mangi. Ci sarebbe da lasciare una bella impronta nel sedere a tutti questi clandestini poi vedresti come staremmo bene.
Fatima. Lei prof lascia dire certe cose, non interviene?
Prof. Voglio vedere dove si va a finire.
Giuliano. Non per fare la Cassandra, ma andiamo verso il collasso, ci hanno già scritto diversi libri.
Vanessa. Sì ci stiamo buttando giù dal burrone e nessuno fa niente, poi vi accorgerete di chi aveva ragione.
Candido. Non darti troppa pena, per un po’ di crisi… Vedrai che con la ripresa tutto si metterà a posto.
Vanessa. Ogni crescita è cattiva!
Giuliano. No Vany, ci vuole lo sviluppo non la crescita. Uno sviluppo sostenibile.
Candido. Ecco lì ti aspettavo e sapresti spiegarcelo questo ossimoro? Ho detto giusto prof?
Prof. Bravo Candido, la forma è giusta, ma in questo modo daresti ragione a Giuliano, affermando che ogni crescita non è sostenibile.
Vanessa. Come avevo detto io.
Giuliano. Io non sarei così drastico, per ora. Io per sostenibilità intenderei, lo dicono i libri, la capacità dell’umanità di dare il tempo alla Terra di ricreare le risorse che consumiamo e di eliminare i rifiuti che facciamo.
Claudio. Pazzo, ma se per il carbone e il petrolio ci vogliono milioni di anni.
Giuliano. Appunto, bisogna lasciare i combustibili fossili e passare alle rinnovabili.
Claudio. Lasciarli a chi?
Giuliano. Alle future generazioni…
Claudio. Ma non basta una generazione o due, scemo.
Vanessa. Magari i nostri figli o nipoti, useranno il petrolio solo per la chimica e non come combustibile.
Candido. Comunque la tecnologia vedrete risolverà tutto.
Vanessa. La tecnologia ha solo creato problemi.
Claudio. Vedi che sei in contraddizione, oca! Se non hai la tecnologia come fai a usare i pannelli solari?
Candido. Che poi cosa fa un pannellino?
Giuliano. Ma milioni? Se ogni casa diventasse produttrice di energia…
Claudio. Sì andate nell’isola di Utopia dove tutto è rinnovabile e riciclabile, non ci sarà mai, allocchi.
Vanessa. Allora siete voi in contraddizione, oconi. La tecnologia può tutto meno le rinnovabili, il riciclaggio dei materiali, il risparmio energetico…
Candido. Comunque, mettetela come volete, ma il mercato sistemerà automaticamente tutto.
Ilir. Come adesso, come per le bolle.
Claudio. Senti l’ex-comunista; bel mondo avete fatto voi.
Ilir. A parte che io sono nato dopo che è caduto il muro di Berlino… o non ti è ancora giunta la notizia?
Candido. Certo dove c’era l’economia di stato c’è già stato collasso.
Claudio. Sono gli ambientalisti che sono la causa di questa crisi, con il loro allarmismo che influenza le borse, l’economia…
Giuliano. Magari, ma in un prossimo futuro sarà nelle cose.
Candido. Vuoto ottimismo.
Claudio. No il loro è un pessimismo senza scampo.
Ilir. Chi è che si contraddice?
Fatima. Fatemi capire, voi ambientalisti cosa proponete?
Giuliano. Cambiare mentalità, riconoscere che questa è una crisi strutturale del nostro modello di sviluppo. La crescita è ancora cercata anche se siamo già entrati ormai nell’insostenibilità del pianeta. Ma vedrete: con altri anni di crisi ve ne rendere conto.
Fatima. E come possiamo fermarsi?
Giuliano. Come in macchina: frenando per tempo o andando a sbattere.
Fatima. E allora che cosa proponi?
Giuliano. Di avere il coraggio di cambiare.
Fatima. Ma in concreto?
Claudio. La rivoluzione… dell’araba fenice.
Giuliano. Seriamente passare a fonti di energia rinnovabili, a materiali riciclabili, a una produzione che riduca al minimo emissioni e rifiuti, a un’agricoltura che produca cibi incontaminati…
Claudio. Vai tu poi a fare il contadino?
Giuliano. Sì, perché no, io all’università voglio fare agraria.
Candido. Vedrai cosa ti insegnano, altrochè le tue belle idee.
Giuliano. Cambieranno anche loro, se non l’hanno già fatto. Ma sai di quanti pianeta Terra abbiamo avuto bisogno dal 2010? due! Due Terre, non ce ne basta più una.
Candido. Vedi che sei fuori. Che i vostri dati sono allarmistici e senza senso. Allora abiteremmo sulla Luna se avessimo consumato non una ma, addirittura – mi scappa da ridere – due Terre.
Claudio. Su rispondi se sei capace, utopista dei cavoli amari!
Giuliano. Se in bagno, lo scarico svuota più di quanto il rubinetto riempie, magari hai ancora l’acqua ma per poco. E poi, anche se è misurata in ettari, l’impronta ecologica umana misura la capacità delle risorse naturali di riformarsi o di assorbire per esempio l’anidride carbonica.
Claudio. E l’impronta ecologica canina, non la conti? Guarda che se la pesti sei ben… inquinato.
Vanessa. Ma prof li sente? Si scherza sull’orlo del burrone.
Claudio. C.v.d.: come volevasi dimostrare: catastrofismo allo stato puro. Non è che ‘sto collasso viene nel 2012? Perché se no l’avrebbero già previsto i Maya.
Giulietta. Parlate solo voi, ma io prof volevo fare una riflessione. Non so chi ha ragione, però faccio il paragone con le malattie. Sapete che mio padre è morto. I medici ci hanno detto che se fosse stato preso in tempo… Non voglio dare la colpa a nessuno, però ho un pensiero che perseguita sempre: ma noi abbiamo la percezione dei mali che ci aspettano?
Claudio. Qui sono tutte menagramo!
Prof. Lasciala finire, non banalizzare sempre.
Giulietta. Secondo me o non abbiamo i mezzi, gli strumenti per calcolare i rischi, oppure non li vogliamo usare o peggio ascoltare.
Prof. Dante, e tu non parli oggi?
Dante. So-sono stato ad ascoltare e vorrei trarre una mia conclusione prima che suoni il campanello, se faccio in tempo.
Claudio. So-sostienei anche tu la so-sostenibilità?
Prof. Prego, non interrompetelo.
Dante. Non c’è stata assolutamente unanimità oggi in classe, eppure non c’è neppure sostenibilità se non è condivisa, giusto?
Fatima. Non ti capisco, ma va’ avanti
Dante. Quello che volevo dire è come capire e far capire che stiamo produciamo un’impronta troppo grossa? Dobbiamo crescere, ma di consapevolezza e di capacità di leggere il futuro. Dobbiamo cambiare mentalità, ha ragione Giuliano. Dobbiamo pensare all’economia non è come a un fine, ma come a un mezzo; è l’ecologia che dobbiamo considerarla non un mezzo ma un fine!
(sostenibile arriva il suono dell’intervallo)

Autostrada Broni – Mortara. Delegazione della Fed. della Sinistra di Pavia chiede al Presidente Bosone “di non consentire la prosecuzione di un’opera inutile”

imagefetch.ashxPavia 30 gennaio 2012

In data odierna, su richiesta della Federazione della Sinistra della provincia di Pavia (Partito della Rifondazione Comunista – Partito dei Comunisti Italiani), si è svolto un incontro con il presidente della Provincia Daniele Bosone sul tema dell’autostrada Broni-Mortara. All’incontro erano presenti (oltre, naturalmente, al presidente Bosone) Giuseppe Abbà, Teresio Forti, Alessandro Caliandro della Federazione della Sinistra e Giovanna Cerri, Stefania Costa Barbè, Giuseppe Damiani in rappresentanza dei comitati contro l’autostrada Broni-Mortara. È stato fatto presente al presidente Bosone la necessità, sostenuta da parte rilevante dell’opinione pubblica, di non consentire la prosecuzione di un’opera inutile, costosa e devastante per il territorio e di indirizzare le risorse disponibili verso il miglioramento della viabilità ordinaria e del trasporto pubblico, anche per venire incontro alla difficoltà dei pendolari. È stato chiesto al presidente della Provincia che il Piano di governo del territorio provinciale (non ancora approvato e per cui l’amministrazione provinciale precedente ha già speso somme rilevanti, più di 200 mila, tenendo i piani – territoriale e provinciale – nel cassetto) venga approvato tenendo conto della compromissione del territorio già avvenuta in mancanza di regole e per impedire nuove devastazioni ambientali provocate dall’autostrada, dalla logistica selvaggia, dagli inceneritori, dalle centrali elettriche ecc.
Il presidente della Provincia, a sua volta, esprimendo forti perplessità sull’autostrada, ha sostenuto che userà gli strumenti a disposizione della Provincia (Valutazione di impatto ambientale) per mettere in evidenza le criticità del progetto e si è impegnato a mettere a disposizione tutta la documentazione relativa al progetto, sia presente che futura. La delegazione ha chiesto poi che si attui una vera politica di programmazione, anche coordinandosi con le altre Provincie, per evitare che la Regione Lombardia decida sopra le teste della popolazioni interessate.

Teresio Forti – Federazione della Sinistra della provincia di Pavia (Prc – Pdci)

(Nel video: presidio di protesta contro l’autostrada Broni – Mortara fatto il giorno 07 gennaio 2007)

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Verso il Forum Mondiale dell'acqua, da Milano a Marsiglia

Verso il Forum Mondiale dell’acqua, da Milano a Marsiglia
Il 3/4 febbraio a Milano, con un convegno internazionale organizzato dal movimento dell’acqua italiano e da numerose ONG e associazioni, con il patrocinio del Comune di Milano, al quale porterà il suo messaggio il Sindaco Giuliano Pisapia,   inizieremo a ragionare attorno al 6° Forum Mondiale dell’Acqua che si svolgerà a Marsiglia nel mese di Marzo.
Il movimento internazionale dell’acqua, come sempre, non mancherà questo appuntamento, con un occhio interno al “Forum ufficiale”e fuori, con il Forum alternativo. Ma molte cose sono cambiate. Questa volta non ci potranno  presentare come un gruppo di velleitari “No Global dell’ultrasinistra”. Questa volta abbiamo alle spalle il voto, all Forum del 2009, di 36 governi e l’identico voto, anche se non vincolante, dell’ONU che ha dichiarato: che l’acqua è un Diritto Umano.
Ma sopratutto arriviamo forti e legittimati da voti popolari, come quello di 27 milioni di italiani che hanno detto che l’acqua deve essere pubblica e senza profitti e quello della città di Berlino contro l’arroganza della multinazionale Veolia. Ci arriviamo con la città di Parigi che ha ripubblicizzato il proprio servizio, con Napoli che si appresta a farlo e una opinione pubblica che, malgrado la crisi finanziaria, ha cominciato ad aver coscienza di cosa voglia dire: Acqua diritto umano e Bene Comune.
Ma ciò che vogliamo dal convegno di Milano è un salto ancora maggiore. Sì!
Perché alle spalle abbiamo anche un altro voto straordinario: quello alle giunte di Napoli e di Milano, nate sotto il segno del referendum e della partecipazione.
Perché a Marsiglia le “città dell’acqua” possono (e devono) giocare un ruolo da protagonisti, dentro e fuori il Forum ufficiale.
Perché nella cittadina di Aubagne si terrà il Forum delle Autorità Locali che andranno a Marsiglia e in questa assiste Milano e Napoli possono con Parigi essere al centro di una aggregazione di comuni per il diritto all’acqua e contro la sua mercificazione, capace di tessere relazioni con i governi sensibili. In una parola possono assumere un ruolo politico internazionale che nessuna città italiana ha mai assunto finora, piegate, come sono da tempo, da una politica nazionale miserevole e provinciale, indifferente ai grandi temi che travagliano il mondo e le città del domani.  Milano sopratutto, che si prepara ad Expo, dove proprio i temi del cibo, dell’energia e del paesaggio urbano hanno come fondamento l’acqua, non può sottrarsi all’ambizione di svolgere un ruolo autonomo da grande città, dentro a quei problemi che il futuro drammaticamente riserverà alle grandi città.  Dal momento che le istituzioni internazionali ci dicono che a metà del secolo il 70% della popolazione mondiale vivrà in grandi città e megalopoli, con tutto ciò che comporta in servizi: acqua potabile, energia, rifiuti e trasporti e chi li gestirà.
Noi non ci nascondiamo l’obbiettivo per cui lavoriamo in questo convegno milanese. E’ quello che si determini  un “asse” tra Napoli e Milano: l’asse delle città dell’acqua pubblica. Un asse per un cambio di paradigmi culturali. L’inizio di una risposta a chi pensa di risolvere la crisi svendendo il patrimonio di un paese e facendo finta di non sapere che risorse come l’acqua vanno esaurendosi. Un punto di riferimento autorevole per i comuni italiani, per le aziende che non hanno ancora svenduto ai privati e vogliono associarsi.
Un asse che a Marsiglia, dove si decide la politica mondiale dell’acqua, dove l’ONU stenta ad assumerne la sua legittima direzione, voglia svolgere un ruolo attivo in una battaglia di civiltà. E ci sia permesso di continuità con il voto che ha espresso le loro giunte, le speranze che hanno suscitato. Che ci faccia sentire, una volta tanto, orgogliosi di essere cittadini delle nostre città e del nostro paese.
Emilio Molinari
28.1.2012

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau
Giorno della memoria a scuola
(libera interpretazione dagli scritti di Giovanni Melodia nella foto)

(in una scuola superiore)
Prof.ssa. Ragazzi, vi prego silenzio, per favore, oggi  abbiamo un’occasione unica per la giornata della memoria. Al posto del solito film abbiamo un deportato in carne d’ossa, uno degli ultimi viventi, per cui non sprechiamo questo vero e proprio evento. Tra l’altro il signor Giovanni, che è venuto fin da noi, è un dirigente dell’ANED, l’associazione degli ex-deportati politici nei lager nazisti. Dico giusto?
Ex-deportato. No, siamo un’associazione unitaria, non solo dei deportati politici, come me, ma anche dei deportati razziali, come gli ebrei e… gli zingari, non li dimenticate.
Prof.ssa. Il signor Giovanni mi ha detto che preferisce le domande, anche perché immagina che molti di voi sanno già molto dei campi, soprattutto di Auschwitz; lui invece è stato a Dachau. Quindi se volete sapere di quel campo, che era di concentramento non di sterminio, dico giusto? chiedete pure. Su, coraggio? (dopo diversi secondi) Allora rompo io il ghiaccio?
Studente. No, prof, faccio io una domanda. Piuttosto di chiedere di Dachau, che abbiamo già letto in classe: c’erano i preti, i politici tedeschi… vorrei sapere come si è sentito il giorno della liberazione del campo.
Ex-deportato. Sono contento se avete già letto in classe, ma solo Primo Levi? D’altra parte sono già più di dieci anni che si celebra il Giorno della Memoria. Voi ne avrete già parlato almeno dalle medie, per cui c’è il rischio che vi annoiate, perché sapete già tutto o lo credete. Per esempio sapete tutto di noi deportati politici, o del fatto che a Dachau c’era un comitato internazionale clandestino che ha contribuito a liberare il campo, e poi ha avuto un ruolo essenziale nei difficili giorni dopo la liberazione? Non tutto era finito con la fuga delle SS. Sapete quanti morti ci sono stati ancora? C’era da compilare il loro elenco per le famiglie, c’era il problema della cura dei malati, del rimpatrio, della necessità di aggiornare gli internati su cosa avrebbero trovato al loro paese. Abbiamo anche scritto dei bollettini a Dachau, bollettini ciclostilati, abbiamo fatto una quarantina di numeri. E poi l’urgenza di raccogliere le testimonianze, anche per chi non poteva più tornare. E non vi dico di prima, degli ultimi giorni prima della liberazione. Come comitato clandestino avevamo saputo che era arrivato un dispaccio di Himmler che ordinava un programma di annientamento articolato e preciso. I primi a lasciare il lager per essere sterminati dovevano essere i russi e gli ex-combattenti repubblicani in Spagna. Poi i circa 2000 italiani e via via tutti gli altri. Ultimi i polacchi, i più numerosi. Dovevamo essere condotti fuori dal lager e lì, all’aperto, uccisi con le armi automatiche e i lanciafiamme. Un programma che potevamo solo a noi stravolgere. Noi con i nostri corpi piagati ed esausti, con i nostri riflessi corrosi, con la nostra mente annebbiata, noi che da tempo infinito eravamo simili a larve, noi i cenciosi, i piagati, i morenti, noi i subumani, affamati, inesperti, dovemmo affrontare le SS, i professionisti delle stragi. Ci buttammo allo sbaraglio con l’unica forza che ci rimaneva: la disperazione. E ci liberammo.
Ma non divagherò, vengo subito alla domanda.
Come fare e dire, per davvero, ciò che era il Lager anche solo un giorno dopo la liberazione.
Già quel giorno il nostro racconto era già snaturato, se così posso dire, perché la liberazione era avvenuta e ti cantava dentro e non eravamo morti, e tu, cioè io, se potevi narrare era proprio perché tutto quello che era successo non ce l’aveva fatto ad ammazzarti, perché eri sfuggito al massacro, perché ciò che ti aveva gravato dentro, minuto per minuto, s’era dissolto, non era, non poteva essere, che un ricordo, anche se ne portavi, ne avresti portato il segno, in te, per tutto il resto della tua vita; se insomma, nonostante tutto, non gli era riuscito di annientarti interamente, ci avevano tentato ma poi non tutto era andato per il verso loro.
(si interrompe un attimo per bere)
Perché non era la fame, non era il freddo, non era il puzzo del crematorio – parole che io devo esprimere così in fila e per voi non è che un susseguirsi di espressioni che suonano come parole staccate – no quella realtà, già dal primo giorno, era diversa, era tutta un’altra cosa: lì la fame e il freddo, il puzzo, degli altri, morti, vivi, il puzzo tuo, le bastonate, erano cose che ti venivano addosso tutte assieme, da tutte le parti, e si sommavano con la paura, lo sfinimento, lo scoramento, la volontà di sopravvivere, o di lasciarsi andare, di ribellarsi o di morire e che fosse finita – e poi non è neanche vero che si sommavano, si fondevano invece, facevano poltiglia con quello che avevi dentro, l’intontimento, lo smarrimento. E invece ora, a raccontarli, ma anche a ripensarli, dovevi metterli in fila, rifabbricare i fatti con le parole – ed era già un abisso tra le parole e i fatti –. Dunque come facevi a raccontare – come faccio oggi a raccontare – ma anche a pensare, a ripensare, a rivivere, perché dopo fame non ne avevi più, e neppure freddo e puzzo. E poi chi ti avrebbe ascoltato? Appunto appena tornati a casa anche chi ci avrebbe ascoltato aveva pure lui la sua storia dentro: “Ma anche noi sa, i bombardamenti, le paure, il freddo, non creda, sa? anche noi”. E magari anche voi avete le vostre impressioni, le vostre obiezioni dentro: “Ma i gulag, e le foibe, e l’11 settembre, il terrorismo?”
(si interrompe un attimo per bere)
Loro, voi, tutti, non potete capire. Loro, voi, credono già di sapere e invece non sanno niente, o quasi, perché non possono, nessuno può. Sapete qual era il sentimento più grande, nei primi tempi: il rimorso? Lo sentivi come una colpa, quasi, di esserti salvato, tu sì, e loro in tantissimi no. Eppure nonostante il rimorso che ancora affiora ho continuato a raccontare. Ma come si fa a parlare di quella fame? metti in fila la parola fame, mille volte, un milione di volte?
E del freddo? Oggi sta nevicando ma sono al coperto, ho indosso una bella maglia di lana, la stanza è riscaldata. Il freddo! Non sono sicuro di comunicarvelo, di ricordarmelo quel freddo!
Così, scusate, il mio discorso viene fuori scombinato, non è un racconto di fantasia che crei dentro il tuo cervello e dove infili ciò che vuoi, scarti ciò che non ti garba, e fai vivere e fai morire e fai restare e fai partire e fai piovere e fai diluviare o splendere il sole. Qui no, non puoi, devi essere fedele, onesto, preciso, nei limiti della tua recalcitrante memoria e allora parli, racconti. Ti torna in mente, lo ficchi dentro, a forza, quello che non puoi tacere, che non devi. Cerchi di far rivivere le ossessioni di allora e qualcosa dello stato d’animo di allora, che poi era una specie di nebbia fatta di sfinimento, di paure, di istupidimento, e ti rimbomba nella testa un “no, no, no” scomposto, frenetico, come le bastonate che ci arrivavano addosso a folate, dopo ore e ore che eravamo rimasti all’aperto, a congelare, ad avvilirci, a morire.
(si interrompe un attimo per bere)
Scusate mi manca il fiato. Una vecchia bronchite nei miei vecchi polmoni.
Certo che se parlo così scombinato qualcuno di voi storcerà il naso. Forse solo chi c’è stato può capire. Ma già allora ce lo dicevamo: “Se ce la facciamo a tornare, a raccontare, non capiranno, non potranno mai!”. Allora perché parlo, faccio conferenze, scrivo, incontro gli studenti, come voi oggi? Lo faccio per chi non è tornato. E aspetto le reazioni, come quando sentivi il Kapo avvicinarsi col bastone levato e non potevi fare nulla, assolutamente nulla, per stornare il colpo, per liberarti dall’assedio della paura.
(si interrompe un attimo per bere)
Non so, non credo di aver risposto alla tua domanda…
(dopo alcuni secondi scroscia un fragoroso applauso)
Prof. ssa. Sono commossa, come credo anche tutti voi; direi che può bastare, lasciamolo andare il nostro caro Giovanni, ringraziandolo sentitamente per questa sua lezione di storia ma anche di vita e, se mi permettete, di letteratura. Ma permettetemi di chiudere con una citazione, che mi sono preparata. È di Zygmunt Baumann. Il sociologo polacco fa notare una cosa che forse prima di oggi pensavamo anche tutti noi: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento”. Ma credo che siate d’accordo: i quadri che abbiamo appeso nelle nostre case, dopo un po’ non li notiamo più, non prestiamo loro più attenzione, come la storia della deportazione che invece, riprendo la citazione, deve essere “una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.
La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se non vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo guardare come in una finestra per esplorarne la complessità.

Milano: un punto e luogo del dibattito internazionale dei beni comuni

Cari Amici, come vedete da allegato nella nostra città verrà promossa una importante iniziativa in preparazione del FORUM MONDIALE dell’acqua di Marsiglia.
L’iniziativa è importante dopo il referendum. Ma vogliamo che diventi importante per Milano, che faccia di Milano un punto un luogo del dibattito internazionale. Assuma un ruolo e un prestigio sui grandi temi che travagliano del Mondo e lo travaglieranno sempre più. Vogliamo che MIlano giochi un ruolo nell’assise mondiale di Marsiglia, come Parigi, e come lo sta diventando Napoli.
Un punto di riferimento per i movimenti sociali della partecipazione e dei beni comuni.
In una parola una Milano che nella prospettiva di Expo esca dalla dimensione provinciale e si proietti fuori abbia poter parlare al mondo al sud del mondo in particolare. Fare ciò è un obbiettivo che ci riguarda tutti.
Vogliamo che Milano assuma una Carta dell’acqua che faccia della città la città dell’acqua: per la sua darsena, le sue fontanelle le sue case dell’acqua, ma sopratutto perchè è la città del diritto all’acqua, del risparmio dell’acqua, della partecipazione alla gestione dell’acqua potabile: Pubblica – Senza profitti – buona e sicura per i cittadini.
Per far ciò abbiamo bisogno di tutti voi di tutti i movimenti e le reti milanesi.
Abbiamo bisogno che partecipate numerosi per dare forza non tanto a noi promotori: ma alla giunta e alla città.
Emilio Molinari

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