Mese: marzo 2012

ALLA SCOPERTA DI COMUNE E PROVINCIA

Come funzionano il Comune e la Provincia?
Perché le scelte di bilancio di questi enti locali sono così importanti per i cittadini?
Cosa capiterà alle nostre tasche con l’aumento dell’addizionale Irpef e l’introduzione dell’Imu?
Perché i tagli del Governo nazionale e della Regione incidono così pesantemente sul Comune e sulla Provincia?
Gli enti locali possono essere uno strumento per costruire un altro mondo possibile?
Questi ed altri quesiti saranno al centro dell’ INCONTRO DI APPROFONDIMENTO organizzato per venerdì 6 aprile 2012 con inizio alle ore 21 presso la sede del Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista in via Boldrini 1
Interverranno: TERESIO FORTI già capogruppo del Prc alla Provincia di Pavia e candidato sindaco della Sinistra alle prossime elezioni comunali di Mortara e ROBERTO GUARCHI ex consigliere comunale del Prc al Comune di Vigevano.

Siete tutt* inviat* a partecipare, per conoscere, discutere e… costruire la “buona politica alternativa”!

Circolo “Lucio Libertini” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano – Pv

GIORNATA DELLA TERRA PALESTINESE – Dalla Palestina alla Val Susa… I TERRITORI SONO DI CHI LI VIVE!!!

“Il 30 marzo 1976 lo stato d’Israele soffocava nel sangue una protesta in Galilea uccidendo sette palestinesi e ferendone decine. Una protesta nata contro l’entrata in vigore di una legge israeliana che consentiva l’esproprio e l’occupazione delle terre palestinesi per la costruzione delle colonie e l’ampliamento dello stato di Israele. Da allora il 30 marzo di ogni anno il popolo palestinese celebra la “Giornata della Terra”, in onore della lotta eroica per la riappropriazione della terra rubatagli dallo stato sionista.”

La Giornata della Terra Palestinese, è una giornata che vuole raccontare e simboleggiare la resistenza all’occupazione e all’espropriazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito e dei coloni israeliani. E’ una giornata che vuole sancire come, a prescindere dai muri tracciati e costruiti da chi vorrebbe essere l’unico padrone di quei luoghi, i territori sono di chi li vive, di chi investe su di essi la propria storia ed il proprio futuro. I territori sono di chi li percorre ogni giorno, anche se sotto le bombe e costretto a fermarsi ad ogni checkpoint, di chi si sente di chiamarli “casa” nonostante delle frontiere, sancite da qualcun altro, ne abbiano fatto un esule, un profugo. I territori non sono dei semplici appezzamenti di terra su cui speculare in nome di un Dio o del mercato. Sono i terreni dove si sperimenta la vita, la soliderietà, la resistenza. E questo la Palestina ed i palestinesi ce l’hanno insegnato ogni giorno negli ultimi decenni – così come in questi mesi, in questi anni, ce lo insegna la Val Susa – costruendo percorsi di solidarietà e resistenza nonostante l’assedio e la guerra, nonostante il tentativo da parte di Israele e dell’IOccidente di ridurre tutto a una mera questione di “civiltà” o di “terrorismo”. I palestinesi ce lo hanno insegnato parlando sempre di un territorio che rifiuta le logiche dell’esclusione e dell’egemonia etnica, ma che invece apre a un confronto quotidiano collettivo tra persone e comunità che hanno origini, lingue e fedi diverse.
I territori non possono essere ad uso e consumo di un’elite, che saccheggia, devasta, espropria in nome di un capitale e di un supposto “mercato” che non tiene conto dei territori così come delle popolazioni. Negli ultimi mesi in Palestina stiamo assistendo alla costruzione di un “TAV”, una linea ad alta velocità tra Gerusalemme e Tel Aviv che, per esistere, attraverserà i territori occupati della Cisgiordania, portando all’espropriazione, all’inquinamento ed alla devastazione di nuove terre, senza che alla popolazione ne torni niente, perché quella è una linea israeliana alla quale i palestinesi non possono accedere. Come non vedere lo specchio della Val di Susa anche in questa vicenda, come non vedere anche in questo caso un filo rosso che collega la Palestina a Chiomonte, due territori vivi e resistenti. E d’altra parte anche la mano di chi specula e saccheggia appare la stessa: la Pizzarotti, nota impresa emiliana, detentrice dell’appalto sia della TAV nostrana che di quella israeliana. Un’azienda che non sembra interessarsi dei beni comuni e del futuro delle regioni e delle popolazioni interessate dai suoi ingaggi, che adduce ragioni “contrattuali” come giustificazione davanti alla violazione sistematica dei diritti umani perpetrata in Palestina così come in Val di Susa.
Il 30 marzo vogliamo quindi tracciare una linea resistente che unisca il Mediterraneo, nella Giornata della Terra e in concomitanza con la Global March che da Kalandia raggiungerà Gerusalemme in solidarietà degli abitanti di Gerusalemme Est che stanno venendo scacciati dalle proprie terre, espropriate dall’esercito israeliano per completare così l’occupazione della città.

Rete di Solidarietà con la Palestina – BDS Milano
Comunità Palestinese di Lombardia

Le tante ragioni del 31 marzo

di Vittorio Agnoletto

Forse diminuisce lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani ma quello che è certo è che in Italia aumenta lo spread tra i più ricchi e i più poveri, siamo il Paese dell’Europa occidentale nel quale questa forbice è aumentata maggiormente negli ultimi anni.

Ma questa verità non trova spazio nelle prime pagine dei giornali: è occultata in nome di un’ipotetica salvezza nazionale, ma se il nostro Paese continuerà su questo percorso saranno in pochi, e ben conosciuti, a trovare spazio sulla novella Arca di Noè.

Ieri, come tutti i 27 del mese, milioni di italiani hanno ricevuto la busta paga e hanno potuto verificare direttamente il risultato delle politiche del governo Monti. Una busta paga più leggera, ma che è solo l’annuncio di quello che accadrà nei mesi futuri. L’ ICI sulla prima casa è dietro l’angolo, l’aumento della benzina è ormai un’esperienza quotidiana e non bisogna essere laureati in matematica per comprendere che l’aumento delle tasse indirette, colpendo in modo eguale chi ha redditi totalmente differenti, costituisce un’enorme ingiustizia.

A chi si ostina a negare tale evidenza consiglio di rileggersi “Lettera ad una professoressa” di don Milani; ne regalerei volentieri una copia alla ministra Fornero ricordandogli anche che “L’obbedienza non è più una virtù”.

Penso infatti che nel prossimo futuro si moltiplicheranno le azioni di disobbedienza civile,

Monti sta all’Italia come Marchionne sta alla Fiat.

Anche questo non è difficile da capire, può essere anche tradotto in modo semplice: voi mi date i soldi – lo Stato alla Fiat, i cittadini al governo – ed io ne faccio quello che voglio, li esporto negli USA piuttosto che in Brasile, li ridistribuisco ai miei amici banchieri e speculatori.

L’unica cosa che Marchionne e Monti non fanno è quelli di reinvestirli per procurare lavoro.

Nel frattempo i soliti noti moltiplicano i loro affari nella finanza speculativa: gli scambi finanziari ammontano ogni giorno a 4 trilioni di dollari, in 15 giorno raggiungono il PIL mondiale annuo, il 90% di questi scambi sono speculativi; 24 sono i principali paradisi fiscali nel mondo, un terzo dei quali è in territorio europeo ed altri sono territori oltremare della Gran Bretagna; l’isola di Jersey è un territorio off-shore nel cuore dell’Europa, ma né la BCE, né il Consiglio e la Commissione Europea hanno nulla da dire: nessuno deve disturbare gli speculatori.

Intanto in terra elvetica la banche affittano le cassette di sicurezza degli alberghi perché non hanno più spazio per ospitare gli evasori: nel giugno scorso Tremonti aveva posto il veto italiano alla timida proposta UE di rivedere gli accordi con la Svizzera sul segreto bancario.

I prezzi degli alimentari aumentano ogni giorno, ma nessuna istituzione internazionale, di quelle che pretendono di dettare l’agenda ai nostri popoli, dal FMI all’OCSE, ha nulla da dire sul controllo che un pugno di multinazionali esercita sulla borsa dei prodotti agricoli a Chicago, producendo un forte aumento dei costi sui cerali trasformati in derivati finanziari oggetto di forti manovre speculative.

La manifestazione del 31 parla anche di questo.

E vuole parlare a tutti, senza chiudere le porte a coloro che per ora non hanno ritenuto di aderirvi ufficialmente, pur sapendo che molti dei loro iscritti non vedono l’ora di mandare a casa Monti. Ed infatti la giornata del 31 marzo è la prima mobilitazione esplicitamente contro il governo “tecnico”, se si fa eccezione delle mobilitazioni sindacali.

Il dissenso verso questo governo, per quello che valgono lo testimoniano anche i sondaggi, cresce ormai ogni giorno, ma stenta a trasformarsi in opposizione consapevole e capace di costruire momenti di grande unità.

Per questo, anche se il 31 sarà forse ancora una mobilitazione soprattutto di militanti, potrà essere comunque importante. Il messaggio è chiaro: è possibile costruire insieme un’opposizione capace di unire e di essere propositiva.

Deve essere una grande manifestazione pacifica ( e sottolineo questo termine, ritenendo impossibile che qualcuno, in buona fede, non ne capisca l’importanza) capace di interloquire ad esempio con il popolo della CGIL, con un sindacato in mezzo al guado, che se per ora ha trovato la forza di rifiutare il diktat di Monti sull’articolo 18, subito dopo ha accettato la compatibilità del quadro politico, del PD, spostando a dopo le amministrative, a fine maggio lo sciopero, rischiando così di sterilizzarne a priori l’impatto.

Il 31, se ci lavoriamo bene può essere una tappa importante verso una ricomposizione sociale delle mille facce del lavoro: occupati, precari, “affittati a giorni, o a ore” e disoccupati hanno gli stessi interessi; uno dei nostri compiti è facilitare la crescita di questa consapevolezza.

Condizione indispensabile per cambiare la società.

Mercoledì 28 Marzo 2012

Sull'”Elogio dei riformisti” di Roberto Saviano

(Riceviamo da Salvatore Talia un commento su Saviano che volentieri pubblichiamo)

Sull'”Elogio dei riformisti” di Roberto Saviano

1. Affinità e divergenze fra Saviano e noi. Considero “Gomorra” uno fra i libri letterariamente più importanti di questi anni nonché fra i capolavori del giornalismo d’inchiesta italiano. Ammiro e rispetto Roberto Saviano, anche se a volte non sono stato d’accordo con lui su alcune delle sue prese di posizione (ad es. sulla politica dei governi israeliani, oppure sugli scontri di piazza che hanno contrassegnato l’ultima fase del governo Berlusconi).

Ho trovato molto superficiale e semplicistico l’articolo di Saviano uscito su “La Repubblica” del 28 febbraio 2012, dedicato all’elogio del riformismo.

Prendendo spunto da un recente libro di Alessandro Orsini sulla storia della sinistra italiana, libro che contrappone Turati a Gramsci, Saviano traccia una riga sulla lavagna, mettendo da una parte i riformisti e dall’altra i comunisti. I primi sarebbero pacati, realisti, tolleranti e liberali, i secondi sarebbero fanatici, violenti, malati di dogmatismo e d’ideologia.

Scrive Saviano: “i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: ‘La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato’. Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute […]. Arrivò persino a tessere l’elogio del ‘cazzotto in faccia’ contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un ‘programma politico’ e non un episodio isolato”.

Viceversa, sempre secondo Saviano:

“in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo”.

Questa contrapposizione fra estremisti e riformisti, dice Saviano, si protrae fino ad oggi:

“Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c’è più traccia di quel massimalismo verboso e violento, e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso. Ma c’è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani”, sono quei “pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente”. Eccetera.

Quindi tutto lineare, nello schema di Saviano. Tutto semplice. Riformisti, buoni, in parlamento; comunisti, fuori dal parlamento, cattivi. Chiaro, no?

E però, se si va a verificare nel dettaglio gli esempi storici addotti da Saviano, ecco che le cose si complicano.

2. Cosa c’era prima degli assorbenti. Vediamo ad esempio la prima frase “incriminata”. Di un suo avversario politico (“non importa quale”, dice Saviano), Gramsci scrisse: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”.

La similitudine usata da Gramsci, al nostro orecchio di contemporanei, suona senza dubbio molto sgradevole. Intollerabilmente sessista, fra l’altro. Proviamo però a collocarla nel suo contesto. La frase è tratta da un articolo di Gramsci, allora venticinquenne, pubblicato sull’edizione torinese dell'”Avanti!” il 19 aprile 1916. In quel periodo la redazione di Torino dell'”Avanti!”, di cui Gramsci era giornalista, stava conducendo una campagna di stampa sugli sprechi e sulle ruberie di cui si erano resi responsabili i promotori dell’Esposizione Universale di Torino del 1911. Come spesso succede in Italia quando si tratta di “grandi opere”, anche questa era stata accompagnata da malversazioni, che Gramsci e i giornalisti dell’ “Avanti!” avevano puntualmente denunciato.

Fra i bersagli di questa campagna di stampa c’era il conte Delfino Orsi, che all’epoca faceva parte della direzione della “Gazzetta del Popolo”, un giornale monarchico, filogovernativo e interventista. L’articolo di Gramsci del 19 aprile 1916 è appunto una risposta ad un altro giornalista che aveva accusato l'”Avanti!” di aver attaccato Delfino Orsi non per il ruolo di quest’ultimo nello scandalo dell’Esposizione Universale, bensì invece perché Orsi era “una delle più influenti figure dell’interventismo subalpino”.

Teniamo sempre presente il contesto storico. In Italia, nel 1916, lo scontro politico fra governo e opposizione era polarizzato sul problema della guerra. Era soprattutto lo scontro fra interventisti e pacifisti. Era in corso la Prima guerra mondiale, un conflitto che oggi praticamente tutti gli storici valutano come un’orrenda ecatombe, una catastrofe che segnò l’inizio del declino della civiltà europea, e che, in Italia, aprì la via al fascismo. In Italia il bilancio della guerra fu di circa 680.000 morti e quasi 500.000 invalidi permanenti. Il Partito Socialista Italiano, nel quale all’epoca militavano sia Gramsci sia Turati, era su posizioni pacifiste, e si opponeva compattamente alla guerra. A favore della guerra erano invece i nazionalisti, i liberali e il Partito Socialista Riformista Italiano, composto perlopiù da riformisti, come Bonomi e Bissolati, che erano stati espulsi dal P.S.I. già nel 1912 per il loro appoggio alla guerra di Libia.

Tale era il contesto della polemica fra l'”Avanti!” di Gramsci da una parte, e la “Gazzetta del Popolo” di Delfino Orsi dall’altra.

Quando, nell’agosto 1917, a Torino la popolazione diede vita ad una rivolta spontanea contro la guerra e contro la mancanza di pane (rivolta che fu ovviamente repressa nel sangue, con circa 50 morti e 200 feriti fra gli operai e le loro famiglie), la “Gazzetta del Popolo” di Delfino Orsi fu tra gli organi di stampa che giustificarono la repressione. Più tardi, coerentemente, Delfino Orsi fu deputato nel Parlamento fascista, ed era ancora tale quando morì nel 1929 (mentre Gramsci era in carcere). Il gerarca Federzoni, nel suo elogio funebre pronunciato alla Camera dei Deputati l’11 dicembre 1929, disse di Orsi fra l’altro: “egli poté rinverdire i fasti patriottici della Gazzetta del Popolo, levando ancora la gloriosa bandiera del Risorgimento per le nuove battaglie dell’intervento nella grande guerra, della difesa delle aspirazioni nazionali, della rivoluzione fascista”.

Delfino Orsi era appunto l’uomo che Gramsci paragonò ad uno “straccio mestruato”. Un epiteto certamente poco gentile. Ma possiamo veramente dire, con Saviano, che “non importa quale” individuo egli fosse, né in quale periodo storico fosse situata la polemica fra lui e Gramsci?

Che diremmo di un giornalista il quale scrivesse, di alcuni suoi concittadini (non importa quali, direbbe Saviano), che essi sono “vigliacchi, in realtà”, un “manipolo di killer”, “abbrutiti e strafatti”, un “branco di assassini” che “vivono come bestie”? Sono insulti pesanti e hanno ben poco di mite e di liberale. Ma se collochiamo questi epiteti nel contesto dell’articolo da cui sono tratti, scopriamo che si riferiscono ad una banda di camorristi responsabili di svariati omicidi, e che l’autore del pezzo è Roberto Saviano (“la Repubblica”, 22 settembre 2008). Dobbiamo condannare il giornalista per la sua eccessiva violenza verbale? O non dobbiamo piuttosto ritenere che l’indignazione di Saviano, seppure si esprima in termini poco urbani, sia alquanto giustificata dalle circostanze?

3. La nobile arte. Vediamo, ancora, un altro passo gramsciano cui si riferisce Roberto Saviano. Si tratta dell’articolo intitolato “Elogio del cazzotto”, uscito sempre sull'”Avanti!” il 12 giugno 1916. L’episodio cui si riferiva Gramsci in questo articolo era il seguente. Dei deputati socialisti, come gesto dimostrativo, avevano lanciato nell’aula di Montecitorio alcune cartoline con l’effige di parlamentari russi che erano stati deportati in Siberia a causa della loro opposizione alla guerra (c’era ancora il regime assolutista dello zar, e la Russia era alleata in guerra con le potenze della Triplice Intesa, con l’Italia, e contro la Germania e l’Impero asburgico). Un deputato interventista, Giuseppe Bevione, in quell’occasione accusò i socialisti di essere al soldo del nemico. Ne nacque un tafferuglio, durante il quale il socialista Nino Mazzoni colpì Bevione con un pugno.

Questo, nello specifico, fu il “cazzotto” cui si riferisce Gramscì nel suo articolo, scrivendo fra l’altro:

“Non siamo entusiastici ammiratori del diritto del pugno; eppure quei pugni vibrati robustamente sul ceffo di Bevione ci riempiono di giubilo e di ammirazione”.

Anche qui: possiamo dire che sia davvero ininfluente collocare la citazione di Gramsci nel suo contesto?

4. Vota Antonio. Veniamo ora ad un’altra delle dicotomie che Roberto Saviano delinea nel suo pezzo: quella fra opposizione parlamentare Vs. opposizione extraparlamentare. La prima riformista e “buona”, la seconda estremista e “cattiva”. E confrontiamo questa dicotomia con un esempio storico.

Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, i parlamentari dell’opposizione antifascista decisero di disertare le aule del Parlamento, dando così luogo a quella forma di protesta extraparlamentare che passò alla storia come “secessione dell’Aventino”. Fra loro c’era Filippo Turati, assieme a tutti i socialisti riformisti. C’era anche la piccola pattuglia dei deputati comunisti, che però, nel novembre 1924, verificata l’inefficacia della protesta aventiniana, decisero di rientrare in Parlamento, dove rimasero a contrastare la maggioranza fascista, praticamente da soli, per altri due anni, fino a quando il partito comunista non fu messo fuori legge. (A che tipo di pacifica dialettica parlamentare fossero avvezzi i deputati fascisti lo si può vedere consultando la voce di Wikipedia dedicata a Francesco Misiano).

Quindi, ricapitolando. Nel 1925 abbiamo il socialista riformista Turati fuori dal parlamento. In parlamento c’è una maggioranza parlamentare “estremista” fascista e una minoranza comunista (parimenti “estremista”, secondo Saviano) di cui Gramsci fa parte. Comunque si voglia giudicare la situazione, si tratta di un caso in cui la realtà storica si rivela più complessa dei rigidi schematismi delineati da Saviano.

5. Conclusione. Con tutto questo discorso non voglio dire, naturalmente, che la violenza verbale nella lotta politica va bene, che è sempre giustificata. Sono d’accordo con Saviano nel condannare  certe forme di settarismo inutile e controproducente (di cui è un esempio il giudizio su Turati espresso da un Togliatti al peggio del suo stalinismo, citato da Saviano nel suo articolo). Né intendo affrontare discorsi astratti sul punto se sia meglio la lotta extraparlamentare o quella parlamentare.

Dico che ogni situazione fa storia a sé, che occorre giudicare caso per caso, e che generalizzazioni astratte e astoriche, come quella proposta da Saviano nell’articolo in questione, non hanno alcun significato.

6. Link:

L’articolo di Saviano si trova qui:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/02/28/news/elogio_dei_riformisti-30626737/

Una scheda biografica su Delfino Orsi:

http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/a0cb28c16d0da661c1257134004754fc/bda9d2963e61c1e74125646f005dfbf4?OpenDocument

Sull'"Elogio dei riformisti" di Roberto Saviano

(Riceviamo da Salvatore Talia un commento su Saviano che volentieri pubblichiamo)

Sull'”Elogio dei riformisti” di Roberto Saviano

1. Affinità e divergenze fra Saviano e noi. Considero “Gomorra” uno fra i libri letterariamente più importanti di questi anni nonché fra i capolavori del giornalismo d’inchiesta italiano. Ammiro e rispetto Roberto Saviano, anche se a volte non sono stato d’accordo con lui su alcune delle sue prese di posizione (ad es. sulla politica dei governi israeliani, oppure sugli scontri di piazza che hanno contrassegnato l’ultima fase del governo Berlusconi).

Ho trovato molto superficiale e semplicistico l’articolo di Saviano uscito su “La Repubblica” del 28 febbraio 2012, dedicato all’elogio del riformismo.

Prendendo spunto da un recente libro di Alessandro Orsini sulla storia della sinistra italiana, libro che contrappone Turati a Gramsci, Saviano traccia una riga sulla lavagna, mettendo da una parte i riformisti e dall’altra i comunisti. I primi sarebbero pacati, realisti, tolleranti e liberali, i secondi sarebbero fanatici, violenti, malati di dogmatismo e d’ideologia.

Scrive Saviano: “i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: ‘La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato’. Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute […]. Arrivò persino a tessere l’elogio del ‘cazzotto in faccia’ contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un ‘programma politico’ e non un episodio isolato”.

Viceversa, sempre secondo Saviano:

“in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo”.

Questa contrapposizione fra estremisti e riformisti, dice Saviano, si protrae fino ad oggi:

“Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c’è più traccia di quel massimalismo verboso e violento, e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso. Ma c’è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani”, sono quei “pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente”. Eccetera.

Quindi tutto lineare, nello schema di Saviano. Tutto semplice. Riformisti, buoni, in parlamento; comunisti, fuori dal parlamento, cattivi. Chiaro, no?

E però, se si va a verificare nel dettaglio gli esempi storici addotti da Saviano, ecco che le cose si complicano.

2. Cosa c’era prima degli assorbenti. Vediamo ad esempio la prima frase “incriminata”. Di un suo avversario politico (“non importa quale”, dice Saviano), Gramsci scrisse: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”.

La similitudine usata da Gramsci, al nostro orecchio di contemporanei, suona senza dubbio molto sgradevole. Intollerabilmente sessista, fra l’altro. Proviamo però a collocarla nel suo contesto. La frase è tratta da un articolo di Gramsci, allora venticinquenne, pubblicato sull’edizione torinese dell'”Avanti!” il 19 aprile 1916. In quel periodo la redazione di Torino dell'”Avanti!”, di cui Gramsci era giornalista, stava conducendo una campagna di stampa sugli sprechi e sulle ruberie di cui si erano resi responsabili i promotori dell’Esposizione Universale di Torino del 1911. Come spesso succede in Italia quando si tratta di “grandi opere”, anche questa era stata accompagnata da malversazioni, che Gramsci e i giornalisti dell’ “Avanti!” avevano puntualmente denunciato.

Fra i bersagli di questa campagna di stampa c’era il conte Delfino Orsi, che all’epoca faceva parte della direzione della “Gazzetta del Popolo”, un giornale monarchico, filogovernativo e interventista. L’articolo di Gramsci del 19 aprile 1916 è appunto una risposta ad un altro giornalista che aveva accusato l'”Avanti!” di aver attaccato Delfino Orsi non per il ruolo di quest’ultimo nello scandalo dell’Esposizione Universale, bensì invece perché Orsi era “una delle più influenti figure dell’interventismo subalpino”.

Teniamo sempre presente il contesto storico. In Italia, nel 1916, lo scontro politico fra governo e opposizione era polarizzato sul problema della guerra. Era soprattutto lo scontro fra interventisti e pacifisti. Era in corso la Prima guerra mondiale, un conflitto che oggi praticamente tutti gli storici valutano come un’orrenda ecatombe, una catastrofe che segnò l’inizio del declino della civiltà europea, e che, in Italia, aprì la via al fascismo. In Italia il bilancio della guerra fu di circa 680.000 morti e quasi 500.000 invalidi permanenti. Il Partito Socialista Italiano, nel quale all’epoca militavano sia Gramsci sia Turati, era su posizioni pacifiste, e si opponeva compattamente alla guerra. A favore della guerra erano invece i nazionalisti, i liberali e il Partito Socialista Riformista Italiano, composto perlopiù da riformisti, come Bonomi e Bissolati, che erano stati espulsi dal P.S.I. già nel 1912 per il loro appoggio alla guerra di Libia.

Tale era il contesto della polemica fra l'”Avanti!” di Gramsci da una parte, e la “Gazzetta del Popolo” di Delfino Orsi dall’altra.

Quando, nell’agosto 1917, a Torino la popolazione diede vita ad una rivolta spontanea contro la guerra e contro la mancanza di pane (rivolta che fu ovviamente repressa nel sangue, con circa 50 morti e 200 feriti fra gli operai e le loro famiglie), la “Gazzetta del Popolo” di Delfino Orsi fu tra gli organi di stampa che giustificarono la repressione. Più tardi, coerentemente, Delfino Orsi fu deputato nel Parlamento fascista, ed era ancora tale quando morì nel 1929 (mentre Gramsci era in carcere). Il gerarca Federzoni, nel suo elogio funebre pronunciato alla Camera dei Deputati l’11 dicembre 1929, disse di Orsi fra l’altro: “egli poté rinverdire i fasti patriottici della Gazzetta del Popolo, levando ancora la gloriosa bandiera del Risorgimento per le nuove battaglie dell’intervento nella grande guerra, della difesa delle aspirazioni nazionali, della rivoluzione fascista”.

Delfino Orsi era appunto l’uomo che Gramsci paragonò ad uno “straccio mestruato”. Un epiteto certamente poco gentile. Ma possiamo veramente dire, con Saviano, che “non importa quale” individuo egli fosse, né in quale periodo storico fosse situata la polemica fra lui e Gramsci?

Che diremmo di un giornalista il quale scrivesse, di alcuni suoi concittadini (non importa quali, direbbe Saviano), che essi sono “vigliacchi, in realtà”, un “manipolo di killer”, “abbrutiti e strafatti”, un “branco di assassini” che “vivono come bestie”? Sono insulti pesanti e hanno ben poco di mite e di liberale. Ma se collochiamo questi epiteti nel contesto dell’articolo da cui sono tratti, scopriamo che si riferiscono ad una banda di camorristi responsabili di svariati omicidi, e che l’autore del pezzo è Roberto Saviano (“la Repubblica”, 22 settembre 2008). Dobbiamo condannare il giornalista per la sua eccessiva violenza verbale? O non dobbiamo piuttosto ritenere che l’indignazione di Saviano, seppure si esprima in termini poco urbani, sia alquanto giustificata dalle circostanze?

3. La nobile arte. Vediamo, ancora, un altro passo gramsciano cui si riferisce Roberto Saviano. Si tratta dell’articolo intitolato “Elogio del cazzotto”, uscito sempre sull'”Avanti!” il 12 giugno 1916. L’episodio cui si riferiva Gramsci in questo articolo era il seguente. Dei deputati socialisti, come gesto dimostrativo, avevano lanciato nell’aula di Montecitorio alcune cartoline con l’effige di parlamentari russi che erano stati deportati in Siberia a causa della loro opposizione alla guerra (c’era ancora il regime assolutista dello zar, e la Russia era alleata in guerra con le potenze della Triplice Intesa, con l’Italia, e contro la Germania e l’Impero asburgico). Un deputato interventista, Giuseppe Bevione, in quell’occasione accusò i socialisti di essere al soldo del nemico. Ne nacque un tafferuglio, durante il quale il socialista Nino Mazzoni colpì Bevione con un pugno.

Questo, nello specifico, fu il “cazzotto” cui si riferisce Gramscì nel suo articolo, scrivendo fra l’altro:

“Non siamo entusiastici ammiratori del diritto del pugno; eppure quei pugni vibrati robustamente sul ceffo di Bevione ci riempiono di giubilo e di ammirazione”.

Anche qui: possiamo dire che sia davvero ininfluente collocare la citazione di Gramsci nel suo contesto?

4. Vota Antonio. Veniamo ora ad un’altra delle dicotomie che Roberto Saviano delinea nel suo pezzo: quella fra opposizione parlamentare Vs. opposizione extraparlamentare. La prima riformista e “buona”, la seconda estremista e “cattiva”. E confrontiamo questa dicotomia con un esempio storico.

Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, i parlamentari dell’opposizione antifascista decisero di disertare le aule del Parlamento, dando così luogo a quella forma di protesta extraparlamentare che passò alla storia come “secessione dell’Aventino”. Fra loro c’era Filippo Turati, assieme a tutti i socialisti riformisti. C’era anche la piccola pattuglia dei deputati comunisti, che però, nel novembre 1924, verificata l’inefficacia della protesta aventiniana, decisero di rientrare in Parlamento, dove rimasero a contrastare la maggioranza fascista, praticamente da soli, per altri due anni, fino a quando il partito comunista non fu messo fuori legge. (A che tipo di pacifica dialettica parlamentare fossero avvezzi i deputati fascisti lo si può vedere consultando la voce di Wikipedia dedicata a Francesco Misiano).

Quindi, ricapitolando. Nel 1925 abbiamo il socialista riformista Turati fuori dal parlamento. In parlamento c’è una maggioranza parlamentare “estremista” fascista e una minoranza comunista (parimenti “estremista”, secondo Saviano) di cui Gramsci fa parte. Comunque si voglia giudicare la situazione, si tratta di un caso in cui la realtà storica si rivela più complessa dei rigidi schematismi delineati da Saviano.

5. Conclusione. Con tutto questo discorso non voglio dire, naturalmente, che la violenza verbale nella lotta politica va bene, che è sempre giustificata. Sono d’accordo con Saviano nel condannare  certe forme di settarismo inutile e controproducente (di cui è un esempio il giudizio su Turati espresso da un Togliatti al peggio del suo stalinismo, citato da Saviano nel suo articolo). Né intendo affrontare discorsi astratti sul punto se sia meglio la lotta extraparlamentare o quella parlamentare.

Dico che ogni situazione fa storia a sé, che occorre giudicare caso per caso, e che generalizzazioni astratte e astoriche, come quella proposta da Saviano nell’articolo in questione, non hanno alcun significato.

6. Link:

L’articolo di Saviano si trova qui:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/02/28/news/elogio_dei_riformisti-30626737/

Una scheda biografica su Delfino Orsi:

http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/a0cb28c16d0da661c1257134004754fc/bda9d2963e61c1e74125646f005dfbf4?OpenDocument

Lettera aperta a "San Precario"

San Precario

Tra le tante iniziative di incontro e di studio realizzate  della  nostra Associazione abbiamo a lungo meditato e incontrato tanti giovani lomellini  con un lavoro“precario”. Da queste lunghe e sofferte serate e’ nata una lettera aperta  a “San Precario” che Le inviamo, chiedendo ospitalità.

Caro amico precario, ti raccontano che essere precario oggi e’una opportunità. un colpo di culo incredibile. Sarà vero? Il modello intanto ha trasformato in peggio la tua vita. Ti ha dato oltre al lavoro precario e intermittente , anche un mutuo precario, affetti precari, insomma ha scelto per te una  dimensione esistenziale incerta.

Che non è passeggera, questo tu lo sai bene, ti accompagnerà per la vita. Che tu sia migrante  con in più  la spada di Damocle di una espulsione se perdi il lavoro, per te che lavori nei call center e mi tartassi di offerte fulgide ogni sera alle 20,  per te che lavori nelle cooperative che si disfano e che rinascono  ad ogni levata del sole, per te che  non trovi lavoro o che l’hai perso da tempo e hai visto allontanarsi come un treno decisamente non di  Trenord  il tempo della pensione, a tutti voi amici  che avete in comune  bassi salari, incertezza , tanta fatica e sfruttamento, non vi rimane che alzare lo sguardo e pregare San Precario.

Il sistema economico dopo il tempo della produzione tayloristica , del fordismo e del post-fordismo ora ha scelto di  creare un mondo di precari, per  tornare a costruire,  ricchezza e superprofitti.

Da venti anni ti raccontano  la politica dei due tempi, nel primo tempo dicono  rendiamo competitivo il mercato del lavoro, avremo crescita, parola magica, poi con tutte le risorse generate dalla crescita miglioreremo la tua condizione economica. Pensa se tu fossi allo stadio da venti  anni ad aspettare il ritorno in campo della tua squadra! Poi c’è anche di peggio: stanno cercando di toglierti  quello scudo protettivo, il sindacato,  che  in passato nel bene e nel male, prendeva le tue difese. Così sei costretto  a lasciare libero il tuo comportamento egoistico assumendo il motto “ si salvi chi puo’!”

Ti dicono “ Se sarai più bravo degli altri, più buono, efficiente , paziente e in salute di tutti gli altri tuoi  colleghi di lavoro forse sarai premiato.  Dovrai scegliere un ansiosa  ed eterna competizione  con tutti, farai entrare  il razzismo, l’omofobia, l’egoismo nella tua vita. Puro darwinismo sociale.

Amico, non farti rubare la vita, chi racconta che essere precario è bello ha tuttavia rapporti di lavoro sicuri e super pagati, ed è facile predicare seduti su di una montagna di privilegi. Non farti fregare dal populismo a basso prezzo di cui è pieno  ogni anfratto anche di questa nostra città. Ti raccontano che il precariato sparirà’ con la legge Monti, non crederci: tutta la retorica della flexsicurity per salvare i giovani, dei sacrifici da far fare ai più garantiti per rompere il dualismo del mercato del lavoro, del togliere un pò di “privilegi” per estendere le tutele in maniera universale, tutto questo armamentario si rivelerà solo fuffa. Anzi ora avrai anche la precarieta’ in uscita!

Il datore di lavoro che ti vuole licenziare che farà? Semplicemente ti licenzierà motivandolo con ragioni organizzative, ad esempio che il tuo lavoro non c’è più, oppure che la tua professionalità non serve più all’azienda. Dopodiché, tu farai ricorso contro il licenziamento perché la motivazione è falsa in quanto l’azienda ha semplicemente messo un altro lavoratore a fare il lavoro che prima svolgevi tu.. Il tribunale verifica che hai ragione  e dichiara nullo il licenziamento ma a quel punto non può più ordinare la tua reintegrazione sul posto di lavoro ma solo condannare l’azienda a pagarti una indennità. In quel modo tu non hai più il posto di lavoro e l’azienda ti ha fatto fuori pagando una “multa”. Questo perché la motivazione adottata dall’azienda nel licenziarti non sarà ’più “coperta” dall’articolo 18 che è proprio la norma che permette al magistrato di ordinare la tua reintegrazione sul posto di lavoro.
In queste condizioni è evidente che qualsiasi datore di lavoro voglia licenziarti perché magari  fai rispettare la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro o perché  ti lamenti che il capo non ti paga tutto lo stipendio, non dovrà far altro che licenziare questa persona per ragioni economiche o tecnico organizzative e il gioco è fatto. Quella persona non rientrerà mai più nel suo posto di lavoro.

Non ti diciamo: riprendi in mano il tuo coraggio, il tuo sogno, la tua voglia di andare oltre lo status quo dell’esistente. Costruisci ponti che si aprono a nuove narrazioni, sgretola i muri culturali della paura e dell’inganno. Nel nostro piccolo noi e san Precario siamo con te.

Associazione Culturale “ In direzione ostinata e contraria” Mortara

Mortara, 24/3/2012

Info: Adriano Arlenghi 3400667971

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