Mese: marzo 2013

Per cercare di capire

È il momento delle riflessioni e delle autocritiche, non rivolte a qualche miserabile conta interna (lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti) e neppure a rinnovare i gruppi dirigenti (questo era il compito del Congresso di Napoli, e non averlo fatto allora resta una colpa imperdonabile) ma soprattutto e prioritarimente rivolte a capire. Dobbiamo capire come mai non solo sia crollata elettoralmente la casa dei comunisti ma sia smottato il terreno stesso su cui pensavamo di costruirla.

La metafora del terreno ci aiuta forse a capire un nostro errore fondamentale: noi abbiamo ritenuto (per un vecchio vizio mentale della sinistra) che la “base” elettorale del nostro paese, la cosiddetta “società civile”, fosse migliore dei vertici, della cosiddetta “società politica”, cioè che i cittadini fossero per loro natura se non comunisti almeno onesti e interessati al bene comune, e dunque che se essi votavano a destra lo facevano … per errore. Ebbene: non è affatto così. Ogni popolo alla fine ha i partiti che si merita e i Governi che si merita. E se, ad esempio, qualcuno da venti anni vota Berlusconi questo qualcuno vota coscientemente per ciò che Berlusconi rappresenta, cioè per la sua politica economica, sbattendosene altamente dei suoi rapporti con la mafia e della sua evasione fiscale o del suo conflitto di interessi e ancora di più fregandosene della prostituzione minorile (e analogo discorso, mutatis mutandis, potrebbe farsi per gli interessi che portano al voto a Monti o al Pd-Sel).
Anche la gravità della crisi capitalistica non è detto affatto che provochi spontaneamente un voto antiliberista o anticapitalista. Storicamente è anzi avvenuto il contrario, che la crisi capitalistica abbia spinto le masse a destra. Riflettiamoci. C’è una idea implicita dentro di noi secondo cui un operaio licenziato o uno studente senza diritto allo studio o un pensionato affamato o una donna espulsa dal lavoro e umiliata in casa o un giovane precario etc. o insomma qualsiasi soggetto X sfruttato e oppresso dovrebbe almeno votare a sinistra; ebbene questa idea è solo una imperdonabile scorciatoia logica e analitica che salta alcuni passaggi reali, i quali in politica sono quelli davvero decisivi.
Perché un soggetto X colpito dalla crisi possa esprimersi a sinistra con il voto è necessario che si determinino in lui o in lei alcuni passaggi mentali, culturali e infine politici, che non sono affatto semplici né spontanei: costui/costei deve anzitutto percepire il proprio dolore o disagio come un insopportabile dato sociale, e non solo personale; deve poi capire che questo è la conseguenza di precise scelte politico-economiche delle classi dominanti e non dipende affatto dalla natura; deve dunque riuscire a mettere in rapporto la sua situazione di dolore e disagio con il capitalismo; inoltre deve poter credere che si esca da tale situazione solo con la lotta collettiva, e non tramite servilismo, raccomandazioni, corruzione, etc.; infine deve essere convinto che il voto, e il voto ai comunisti, faccia parte integrante di una tale necessaria lotta. Nessuno di questi “passaggi” – se ci riflettiamo – è facile, meno che mai automatico. Anzi perché essi possano determinarsi è necessario anche nuotare contro la corrente forte della storia nazionale, contro quella “corruttela” italiana che viene da molto lontano (dal Risorgimento e dalla Controriforma almeno) e che fa degli italiani un popolo per molti aspetti privo di coscienza (un tema su cui Gramsci avrebbe tante cose da insegnarci, se solo volessimo leggerlo).
Perché tali “passaggi” possano avvenire è necessario un lavoro politico di lungo periodo, duraturo e diffuso: è necessario (sarebbe stato necessario) un Partito comunista di massa. In mancanza di un tale lavoro capace di costruire nelle masse i “passaggi” reali di cui abbiamo detto, il disagio sociale può esprimersi elettoralmente solo nell’impotenza dell’astensione o nel “vaffanculo” di Grillo. Fra le cose che dobbiamo capire c’è dunque il fatto che per i comunisti non esistono scorciatoie, meno che mai elettorali.
Dobbiamo anche renderci conto che tutti gli ultimi decenni del berlusconismo (non solo di Berlusconi) hanno operato potentemente affinché i “passaggi” di cui parliamo diventassero impossibili. Penso anzitutto all’organizzazione del lavoro tutta fondata sulla precarietà e dunque sull’isolamento individualistico; penso alla distruzione sistematica dei diritti del/sul lavoro, e alla rottura del nesso fra lotta collettiva e autodifesa o vittorie parziali (sono decenni che la lotta non paga), una situazione materiale che non poteva non tradursi nella distruzione della coscienza di classe (ho negli occhi la tragica e simbolica immagine degli operai FIAT che applaudono il duo Marchionne-Monti, con la FIOM lasciata fuori la porta); penso alla capacità delle classi dominanti di devastare il senso comune delle masse deviando la loro collera verso obiettivi tanto falsi quanto immediati ed efficaci (dagli alti stipendi dei parlamentari fino agli immigrati romeni o cinesi). E penso soprattutto alla legislazione elettorale maggioritaria, la madre di tutte le nostre sconfitte, che ha fatto interiorizzare anche a sinistra l’idea fascistica secondo cui si vota per far vincere un capo (fosse anche il capo meno peggiore fra i nostri nemici) e non invece per vedere rappresentati nelle istituzioni i propri valori e i propri interessi collettivi.
Il nesso democrazia-lavoro emerge dunque chiaro: come non è possibile condurre le politiche economiche à la Monti con la democrazia, così non è possibile la rivincita del lavoro senza rimettere al centro una grande questione democratica, che ruota sul legame che c’è fra la soppressione dell’at.18 e la soppressione della proporzionale (cioè, né più né meno, la soppressione del diritto di rappresentanza per il conflitto di classe: di questo in effetti si tratta). Nessuno lo dice, ma forse c’è qualcosa di intrinsecamente fascista in un sistema elettorale in cui col 29,5% dei voti PD-SEL-Tabacci si prendono il 55% dei seggi (roba da matti!), in cui 15 partiti (alcuni dei quali con lo zero virgola) sono rappresentati mentre 2.097.822 di voti espressi (pari ad oltre il 6%) non hanno diritto neppure a un parlamentare. Non c’è bisogno di essere profeti per prevedere che la prossima tappa su questa strada sarà un ulteriore stretta reazionaria, con l’istaurazione del modello gollista (peraltro già proposto dal PD) che sarà preparata e accompagnata da un terroristico coro mediatico sulla “ingovernabilità”, lo spread etc.
Attrezzarci per impedire la definitiva chiusura del cerchio di ferro del modello autoritario è un compito dell’oggi, non del domani.

Raul Mordenti
in data:27/03/2013

Liberazione on-line

Il capolavoro di Grillo

CAPOLAVORO DI GRILLO: IL GOVERNO MONTI, IL PEGGIORE DI SEMPRE, RESTA IN CARICA. COMPLIMENTI DAVVERO!
Crimi (5 Stelle): “Una scelta che ci piace. Il Presidente ci dà ragione, Parlamento subito al lavoro”. Grillo, con un consenso del 25% è riuscito in un vero e proprio capolavoro: tenere in piedi il governo Monti, uscito sconfitto dalle urne e che rappresenta il quadro politico peggiore che si possa immaginare. Ovviamente questo porterà con se l’elezione di un uomo o una donna gradita ai poteri forti alla Presidenza della Repubblica. Mai tanti voti espressi per rovesciare le cose sono stati usati in modo così netto e determinato per rafforzare il sistema esistente. Come diceva Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Tutto cambia affinché nulla cambi.”

Paolo Ferrero

Alcune considerazioni finali sul Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013

Alcune considerazioni finali sul Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013

Oggi, sabato 30 marzo, si celebra la Giornata della Terra. Non della
Terra in generale, bensì di una terra particolare. Quella di Palestina,
e del popolo espulso, espropriato, cacciato. Una delle grandi tragedie
del secolo scorso. La manifestazione finale del Fsm di Tunisi oggi parte
dalla piazza 14 gennaio e arriverà all’ambasciata palestinese. Possiamo
comprendere quanta mobilitazione araba e tunisina per la causa
palestinese. E quindi del Fsm tutto.
Nel precedente messaggio avevo ricordato i tanti temi tipici del Fsm.
Qui, alla luce dei lavori svolti in questi giorni, sottolineo alcuni. Il
tema del lavoro e del ruolo dei sindacati arabi, il tema dei migranti e
dell’emigrazione (impressionante la striscia posta su una scalinata con
i nomi dei 16.175 morti ritrovati, molti ‘ignoti’, in Mediterraneo
tra
l’Africa e le coste europee), della sanità privatizzata su scala
mondiale, delle cosiddette ‘opere inutili’ (le Tav mondiali), della
finanza, del debito, del cambiamento climatico ecc.
Le considerazioni finali si impongono soprattutto sul ruolo oggi del
Fsm. Anche alla luce di una assemblea finale sul futuro del forum. Molto
è trascorso e cambiato dall’entusiasmo iniziale, si era nel 2001, del
‘otro mondo es possivel’ e della necessaria, legittima retorica
della
imminente fine del neoliberismo ecc. ecc. I rapporti di forza sembravano
mutati radicalmente a nostro favore. L’esperienza ci ha mostrato la
cruda realtà. Certo molti risultati sono stati conseguiti. Ma siamo al
di sotto dell’asprezza della sfida, dello scontro. Pertanto in molti
sottolineano la necessità di un Fsm più ‘politico’, con
l’individuazione
di alcune campagne sui temi decisivi. Campagne unificanti e aggreganti,
vincolanti i molti organismi afferenti al Fsm su scala mondiale. Rimane
sempre valido il venerando giudizio di Lula a Porto Ale great nel
gennaio 2003 ‘Il Forum Sociale Mondiale è il fatto politico più
importante della nostra epoca’. Così come rimane valida la netta
affermazione del Presidente Hugo Chavez al Fsm di Belem 2009 secondo la
quale i nuovi governi di sinistra in America Latina, il ‘socialismo del
XXI secolo’ hanno ricevuto impulso e alimento dai Fsm svoltisi fino ad
allora. Tuttavia l’aspetto della Woodstock sociale rimane. Anche
l’autocompiacimento di quanto siamo belli, colorati e bravi.
Molti nell’assemblea di cui sopra hanno affermata l’esigenza di
‘rifondare’ il Fsm e il Consiglio Internazionale. Immettendo nuova
linfa
ed energia, di movimenti sociali presenti nei quattro angoli del pianeta
e che non sono coinvolti. Molti giovani tunisini esprimono questo.
Impazienti di continuare e radicalizzare la loro rivoluzione. Di
radicalizzare il Forum.
L’energia, la pensosa gioventù, commovente sempre, la concentrazione
politica, il senso della fraternità promanano inevitabilmente da questa
espressione dell’azione umana contemporanea. Il titolo di questo Forum
era ed è ‘dignità’, come la rivoluzione tunisina si è
autodenominata. Il
Forum è una delle forme per la promozione della dignità umana, come, per
esempio, il socialismo, il cristianesimo profetico ecc. Il Forum è anche
autoeducazione, autoformazione di cultura politica. Ma i problemi di cui
sopra rimangono. Un vecchio presidente diceva che la soddisfazione è
nemica dello studio e del lavoro. Pensiero e azione per dare un volto
umano a questo pianeta sfigurato.

Giorgio Riolo (Associazione Culturale PUNTO ROSSO)

P. S. Scrivo con lo smartphone in condizioni disagevoli prima della
partenza del corteo. Scusate per eventuali errori. Non ho potuto
rileggere.

Ciao Enzo…

Ciao Enzo…

Dai dai, conta su…ah be, sì be….
– Ho visto un re.
– Sa l’ha vist cus’e`?
– Ha visto un re!
– Ah, beh; si`, beh.
– Un re che piangeva, seduto sulla sella
piangeva tante lacrime, ma tante che
bagnava anche il cavallo!
– Povero re!
– E povero anche il cavallo!
– Ah, beh; si`, beh.
– è l’imperatore che gli ha portato via
un bel castello…
– Ohi che baloss!
– …di trentadue che lui ne ha.
– Povero re!
– E povero anche il cavallo!
– Ah, beh; sì, beh.
– Ho visto un vesc…
– Sa l’ha vist cus’e`?
– Ha visto un vescovo!
– Ah, beh; si`, beh.
– Anche lui, lui, piangeva, faceva
un gran baccano, mordeva anche una mano.
– La mano di chi?
– La mano del sacrestano!
– Povero vescovo!
– E povero anche il sacrista!
– Ah, beh; si`, beh.
– e` il cardinale che gli ha portato via
un’abbazia…
– Oh poer crist!
– …di trentadue che lui ce ne ha.
– Povero vescovo!
– E povero anche il sacrista!
– Ah, beh; si`, beh.
– Ho visto un ric…
– Sa l’ha vist cus’e`?
– Ha visto un ricco! Un sciur!
– S’…Ah, beh; si`, beh.
– Il tapino lacrimava su un calice di vino
ed ogni go, ed ogni goccia andava…
– Deren’t al vin?
– Si`, che tutto l’annacquava!
– Pover tapin!
– E povero anche il vin!
– Ah, beh; si`, beh.
– Il vescovo, il re, l’imperatore
l’han mezzo rovinato
gli han portato via
tre case e un caseggiato
di trentadue che lui ce ne ha.
– Pover tapin!
– E povero anche il vin!
– Ah, beh; si`, beh.
– Ho vist un villan.
– Sa l’ha vist cus’e`?
– Un contadino!
– Ah, beh; si`, beh.
– Il vescovo, il re, il ricco, l’imperatore,
persino il cardinale, l’han mezzo rovinato
gli han portato via:
la casa
il cascinale
la mucca
il violino
la scatola di kaki
la radio a transistor
i dischi di Little Tony
la moglie!
– E po`, cus’e`?
– Un figlio militare
gli hanno ammazzato anche il maiale…
– Pover purscel!
– Nel senso del maiale…
– Ah, beh; si`, beh.
– Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava!
Ah! Ah! Ah!
– Ma sa l’e`, matt?
– No!
– Il fatto e` che noi villan…
Noi villan…
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!

Enzo Jannacci
in data:30/03/2013

NO ALLA TARES, SALVAGUARDARE I CITTADINI E LE ATTIVITA’ ! RIFONDAZIONE COMUNISTA ADERISCE ALLA PETIZIONE DELL’INFORMATORE CONTRO LA SCELLERATA TASSA DI MONTI

Il Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista aderisce alla petizione promossa dall’Informatore per bloccare l’introduzione della Tares.

A riguardo, ci sembra fondamentale accompagnare questa adesione con una illustrazione politica delle motivazioni per cui a nostro parere occorre contestare la nuova tassa sui rifiuti e sui servizi locali introdotta dal Governo Monti.

Vogliamo allo stesso tempo sottolineare quanto sia necessario agire nell’immediato affinché la sua eventuale applicazione da parte dei Comuni non abbia effetti devastanti sui cittadini e sul tessuto economico della nostra zona.

Questa nuova tassa andrà prima di tutto a gravare ulteriormente sulle tasche delle persone più in difficoltà, con aumenti preoccupanti delle spese dei cittadini già stremati dalla crisi che assottiglia sempre più il potere d’acquisto degli italiani.

Una crisi frutto delle politiche neoliberiste ed antipopolari messe in atto dai Governi guidati da Berlusconi prima e da Monti poi, da Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea, una crisi che ancora non ha raggiunto il suo apice e che prevede (su questo tutti gli analisti sono concordi) un ulteriore aumento della disoccupazione e la perdita di lavoro per altre centinaia di migliaia di operai, impiegati, lavoratori.

Allo stesso tempo occorre intervenire a livello locale in queste settimane per impedire che, in occasione della predisposizione dei loro bilanci preventivi, i Comuni aumentino le tasse per le fasce più deboli.

In questo contesto si dovrà tener conto del fatto che la crisi ha allargato il bacino delle famiglie disagiate fino a raggiungere il ceto medio: è necessario quindi un intervento realmente efficace, che sappia salvaguardare la maggior parte dei nuclei familiari.

Inoltre, vogliamo sottolineare che sono a rischio tanti posti di lavoro ed il futuro di molte attività economiche.

Occorre quindi, a nostro avviso, avviare subito un confronto politico per correggere l’impostazione penalizzante della Tares ed evitare così che gli aumenti vengano pagati sempre dai soliti noti da un lato, e dall’altro intervenire perché si studino tutte le misure del caso per impedire che le famiglie e le attività siano colpite pesantemente da questa scellerata tassa.

Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista

risiko

Il Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013

(Riceviamo da Giorgio Riolo un’aggiornamento dal Forum Sociale Mondiale di Tunisi e volentieri pubblichiamo)

Il Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013

Ed eccoci arrivati all’edizione 2013 del Forum Sociale Mondiale. Si tiene a Tunisi dal 26 al 30 marzo. Nella precedente edizione di Dakar
2011 si decise per questo luogo in onore delle cosiddette “Primavere arabe” o meglio delle “rivoluzioni arabe”, che dalla Tunisia
presero le mosse nel dicembre 2010. Già questo era molto visibile nella manifestazione d’apertura tenutasi martedì pomeriggio. Il corteo, come
sempre molto colorato e partecipato, con i tanti esponenti del cosiddetto movimento altermondialista, attivisti sui temi del lavoro,
della crisi climatica, della sovranità alimentare, del Land Grabbing (accaparramento della terra, soprattutto in Africa da parte di stati,
Cina in primo luogo, multinazionali, Fondi Sovrani ecc.) era tuttavia aperto dalla vedova dell’amato dirigente della sinistra tunisina Chokri
Belaid, recentemente assassinato (ricordiamo che al suo funerale parteciparono un milione e 400.000 tunisini) e dalle madri dei giovani
uccisi in questa rivoluzione. Le foto di Belaid e di queste giovani vite campeggiano ovunque.
E’ un Forum, complessivamente denominato della “dignità”, ed è soprattutto nordafricano, Maghreb e Mashrek assieme, e con la presenza
dei soliti europei che possono pagarsi le spese di viaggio e di soggiorno. Pochi naturalmente gli attivisti provenienti dall’Asia,
dall’America latina e dall’Africa subsahariana. A Dakar la straordinaria partecipazione di donne e di giovani di quella parte dell’Africa fu
decisiva. E, a parte i molti attempati attivisti europei, straordinari a loro modo per la esemplare continuità (Lukacs diceva “passione
durevole”) dall’attivismo politico degli anni sessanta e settanta, vecchia e nuova sinistra, non fa differenza, ai movimenti sociali
altermondialisti odierni, sempre straordinaria la presenza di donne e di giovani. Che riflette naturalmente la condizione demografica, ma anche
di diversa sensibilità politica, sociale, culturale, delle periferie del mondo, rispetto alle invecchiate generazioni occidentali.
Quindi un Forum questo un poco ridimensionato (si parla di circa 40.000 partecipanti e di circa 4.000 organismi presenti) ma per le ragioni
dette sopra, significativo, importante. Con il solito problema dei tanti, troppi, seminari e workshops e con i problemi organizzativi
connessi. E’ umanamente impossibile avere un quadro d’assieme e ognuno può partecipare solo a qualche evento, a partire dai propri interessi e
settori d’attività. Tuttavia il Forum è l’occasione per creare relazioni, incontri, stringere accordi di collaborazione e creare reti
mondiali. Questo il valore in primo luogo del Forum Sociale Mondiale. E questo è quello che facciamo come Punto Rosso dal primo Forum Sociale
Mondiale di Porto Alegre 2001.
Il Forum si trascina l’inevitabile suo carattere bifronte originario.
Spazio aperto di incontro e di conoscenza reciproca (“Woodstock sociale” come diceva Houtart) e incontro mondiale alternativo con l’urgenza,
tipica delle Internazionali, di trovare politiche di azione unificanti, chiaramente anticapitalistiche ecc.
La stampa locale insiste anche sul problema dei fondi elargiti da grandi Ong mondiali persostenere le spese di questi grandi eventi (Oxfam
in primo luogo), dalla Fondazione Friedrich Ebert (la fondazione della Spd tedesca), da “Pane per tutti” (chiese protestanti tedesche) e sembra
ancora da Fondazione Ford. Questo per dire del condizionamento che ne può derivare per attenuare il carattere fortemente alternativo,
anticapitalistico del movimento. Soprattutto dopo il Fsm 2009 di Belem e a causa della devastante crisi economica mondiale, associata alla crisi
climatica e ambientale e alla crisi culturale entro questo stadio di sviluppo del capitalismo neoliberista mondiale. Ricordo sempre la locuzione della Teologia della Liberazione, “crisi di civiltà”, che tutto compendia. Tra i tanti seminari, ricordo qui uno solo tenuto dal Forum Mondiale delle Alternative (a cui aderisce il Punto Rosso) dal titolo “Le rivoluzioni arabe due anni dopo”. Samir Amin, Gustave Massiah, Mamdouh Habashi e altri hanno argomentato, considerando solo Tunisia ed Egitto, come il tempo delle rivoluzioni non sia breve e che siamo solo all’inizio. “L’Islam non è il problema, ma neanche la soluzione”, si è detto. Il problema è l’islam politico che ha il potere oggi in Tunisia e ancor più in Egitto con Morsi e con i Fratelli Mussulmani, nel loro tentativo di avere il potere assoluto sulla politica e sulla società egiziana. I fronti di opposizione sono altrettanto forti e la necessità dell’unificazione delle forze di sinistra è il compito primario. Belaid è riuscito, per la sua autorevolezza e la sua capacità, a creare il Fronte Popolare in Tunisia. In Egitto le sinistre stanno costruendo il Fronte di Salvezza, assieme a forze liberali e laiche. Il futuro è incerto e complesso. Tuttavia, si è affermato, le persone e i popoli cambiano le cose, ma al contempo il processo in atto cambia le persone e i popoli. Pensiamo al ruolo delle donne arabe in questi processi, prima impensabili. Questa è la rivoluzione in atto. Il Tempo è, come si dice, galantuomo.

Giorgio Riolo

Associazione Culturale PUNTO ROSSO

La necessità della rottura

Francesco Piobbichi

Bersani o non Bersani, elezioni o non elezioni, una cosa è certa, a giugno per effetto delle leggi ratificate dal Governo Monti e da chi lo ha sostenuto ci sarà in Italia una nuova mazzata. Imu, Iva, Tarsu cresceranno ancora assieme alla recessione e alla disoccupazione, alla precarietà sociale ed al lavoro nero. La guerra dei ricchi contro i poveri, dei parassiti del capitale contro chi vive del proprio sudore prevede quindi un altro capitolo di lacrime e sangue per un popolo che ha iniziato ora a capire, sotto i morsi della crisi, dove lo hanno messo i suoi politicanti. L’ultimo anello della catena che ci hanno messo al collo si chiama two pack, recentemente approvato dal parlamento di Bruxelles prevede ulteriori cessioni di sovranità da parte del nostro parlamento a favore della commissione eruopea che potrà visionare preventivamente le nostre finanziarie e intervenire per fare in modo che il rigore dei conti possa essere rispettato. Messa così possiamo anche dire che il ministro dell’economia nel nostro paese potrebbe anche non esserci dato che le finanziarie di fatto le decideranno in Europa gli stati che contanto come la Germania. Colpisce che a fronte di questioni così importanti che riguardano il futuro di tutti noi, gli interventi in parlamento vadano in altra direzione. Almeno per ora, questa questione in Italia è completamente rimossa dal dibattito politico in parlamento. E’ come se per qualche strano motivo tutti abbiano paura di agitare troppo le acque su temi così importanti. Se questo non avviene in parlamento però è altrettanto vero che questo non avviene nemmeno nelle piazze. Il livello della mobilitazione sociale in questo paese è stato azzerato, da un lato dalla delega in bianco che in molti hanno dato al movimento di Grillo, dall’altro dall’inedia della troika sindacale ( Cgil Cisl Uil) che spera nel miracolo della concertazione con il Governo amico. Male quindi, molto male, non solo perchè aumenta la crisi, ma perchè diminuiscono le lotte a fronte di una dinamica sociale che invece potrebbe determinare una loro estensione. La sinistra di classe, i sindacati conflittuali, non devono commettere l’errore di tergiversare ancora sul piano delle mobilitazioni sociali perchè l’esito della crisi in atto è del tutto imprevedibile. Ma la mobilitazione da mettere in campo non può essere basata sul riprendere il cammino fatto fino ad ora, è necessario introdurre elementi di discontiuità. Oggi non è più sufficiente essere nelle lotte e nei quartieri, se non si è identificati come gli interpreti utili della rottura sistemica il nostro lavoro sociale rischia di diventare parziale sul piano politico. Anche le forme delle mobilitazioni devono cambiare, in un paese in crisi meglio un blocco stradale che uno sciopero tanto per intenderci, meglio occupare una casa in un corteo che fare gli scontri per le telecamere. Occorre allora dire cose chiare e nette, e dirsele tutte in maniera franca. Penso che sia necessario, a partire dal piano delle mobilitazioni che metteremo in piedi nei prossimi mesi, produrre anche sul piano simbolico un orizzonte nel quale il blocco sociale stretto nella tenaglia della crisi possa riconoscersi nelle pratiche e nei contenuti. Per questo è necessario che le nostre proposte divengano bandiere nelle lotte e le nostre pratiche esempi riproducibili. Rifiuto unilaterale dei trattati europei e del ricatto del debito, recupero della sovranità nazionale, nazionalizzazione delle banche, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, diritto alla casa, al reddito, lotta al carovita e alla disoccupazione devono divenire i terreni su cui aprire una mobilitazione in grado di produrre organizzazione e un progetto di società. Se da un lato non ci può essere pace tra il ricco ed il povero, tra il grande evasore e chi paga le tasse, tra chi licenzia e chi è licenziato, è altrettanto vero che occorre unire la partita iva e il precario, l’operaio con il disoccupato, chi vive del proprio sudore con chi difende il territorio in cui vive. Questa è la vera sfida avvincente che abbiamo davanti, riaccendere la scintilla del movimento che abolisce lo stato di cose presenti mentre il capitale continuamente opera per metterci uno contro l’altro. Se volete chiamarla rivoluzione fatelo pure, avevo in mente proprio quella cosa lì

Tunisi – In attesa del FSM, l’incontro del Forum Mondiale dei Media Alternativi

Pubblicato il 25 mar 2013

di Globalproject.info –
Al campus El Manara si stanno allestendo gazebi e spazi per la prima edizione nel mondo arabo del Forum Sociale Mondiale. Lo svolgimento in Tunisia dell’evento lo trasforma in una occasione per favorire la riflessione e l’incontro con le realtà protagoniste del grande cambiamento innescato dalla “Primavera araba”. C’è attesa per l’incontro. Anche se non sono mancate alcune critiche da parte di realtà di base verso l’organizzazione in generale, a loro avviso poco attenta alle associazioni post14 (nate dopo la rivoluzione) e  monopolizzata dalle grande organizzazioni. In ogni caso c’è una consapevolezza molto forte che nel momento attuale  il Forum può rappresentare un contributo a sostenere la strada lunga e complessa del cambiamento e della costruzione dell’alternativa in Tunisia e non solo. Venerdì con una Conferenza stampa ufficiale sono stati presentate le attività che inizieranno martedì con l’Assemblea delle donne ed una manifestazione nel centro città.

Le aspettative del Forum ci vengono raccontate da alcuni attivisti presenti al Seminario svoltosi nei giorni scorsi all’interno del Progetto “Shaping The Mena Coalition on freedon of expression” in cui l’Associazione Ya Basta è patner di Un Ponte Per ..
La Tunisia sta vivendo una situazione di forte tensione, resa drammaticamente evidente dall’omicidio di Chokri Belaid: da un lato un potere, quello di Ennadha e dei partiti al governo con i loro legami più o meno espliciti con l’integralismo radicale, come quello dei salafiti, dall’altro la complessa realtà dei movimenti, delle realtà associative, delle donne e uomini che non intendono fermarsi nel cammino per costruire un futuro diverso. Sullo sfondo la pesante crisi economica e la realtà di miseria e mancanza di diritti soprattutto nel sud del paese.

Prima dell’inizio del FSM, domenica e lunedì al campus universitario si svolge il Forum Mondiale dei Media Alternativi. Un incontro dedicato all’informazione libera ed indipendente, alla realtà delle radio comunitarie ed associative ma anche ai nuovi scenari della comunicazione in rete. al centro del primo seminario la comunicazione come bene comune contro i tentativi di privatizzare lo “spettro” delle espressioni informative ma anche il diritto all’accesso come diritto fondamentale e come tale non contrattabile.,

In uno scenario globale composto dai paesi del nord, i paesi emergenti ( i Brics), in molti casi in prima fila nel riprodurre meccanismi di sfruttamento e i paesi del sud del mondo, quali possono essere le tracce comuni per lavorare al rafforzamento della comunicazione libera?
Come garantire contro censure e forme di repressione la libertà d’espressione ed il ruolo fondamentale che i nuovi strumenti, come i social network hanno nelle mobilitazioni sociali?
Come costruire forza e potenza comune a partire dalle espressioni locali ma al tempo stesso senza disperdersi in mille piccoli progetti?
Sono le domande con cui si è aperto l’incontro. Domande e temi che ci riguardano da vicino nell’azione di costruzione dello spazio politico dell’Euromediterraneo e di cui abbiamo parlato con Francesco Diasio – Aminsnet e della rete Amarc.

Le interviste che abbiamo realizzato durante il primo giorno del Forum dei Media Alternativi come quella a Nafisa Lahrash di Femmes en Comunication – Algeria, Salah Fourti promotore del Sindacato Tunisino Radio Libere – Radio6, Mohamed Leghtas FMAS – Marocco, Jamal Eddine Naji esperto in comunicazione – Marocco, Steve Buckley – Comunity Media Solution, il blogger tunisino Bessem Krifa, Diana Senghor – Panos,  A.Rebah – Redattore Radio FSM e presidente di K.Fm,  ci danno l’immagine di alcune delle realtà presenti all’incontro.

Voci ed esperienze, dai social media alle radio, che lottano nel multiforme spazio della comunicazione per la libertà e l’indipendenza.
Servizio ed interviste realizzate da Globalproject in collaborazione con DinamoPress

Per contatti in Tunisia:
Globalproject 0021692201225
Carovana Libertè e democracie 0021699998375

l Social Forum Mondiale sbarca a Tunisi

Pubblicato il 24 mar 2013

di Antonio Tricarico ::

La prossima settimana riprende fiato, come non accadeva da un po’, l’azione della società civile globale. A dodici anni dalla prima edizione di Porto Alegre, martedì si aprirà a Tunisi il Forum Social Mondiale. La scelta della capitale tunisina è quanto mai simbolica. Non solo perché luogo di innesco e ancora epicentro della cosiddetta «primavera araba», lungi dall’essersi compiuta – anzi con forti rischi di ritorno ad autunni autoritari – ma soprattutto perché, con le incertezze politiche e sociali legate a una turbolenta transizione, il paese nordafricano è paradigmatico dello stato «fluido» in cui versano l’economia e la democrazia sul pianeta dall’inizio della crisi economica.
In parallelo, già da oggi iniziano a Durban, in Sud Africa, le attività del contro-vertice della società civile a margine dell’assise dei paesi Brics, ossia il G5 delle economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e appunto Sud Africa. È un incontro storico, quello ospitato dai movimenti sudafricani con la partecipazione di forze sociali e sindacali degli altri paesi emergenti, dove si vivono oggi in maniera più marcata le contraddizioni del processo di globalizzazione liberista e le disparità economiche e sociali.
Il tutto avviene fuori dalle stanze ufficiali, dove martedì e mercoledì i leader dei Brics discuteranno come evitare che la recessione che attanaglia le economie avanzate possa per travolgere anche loro. Il tutto in un clima di sospensione e incertezza, esacerbato dalle ultime tensioni sui mercati legate alla crisi finanziaria di Cipro.
Per tutti e due i forum della società civile parliamo in un certo senso di esordi assoluti. È infatti la prima opportunità offerta ai movimenti del Mediterraneo dopo un decennio di incontri in America Latina, Asia ed Africa sub-Sahariana. Un’occasione per trovare la forza e raccontare all’intera società civile mondiale che cosa è davvero successo negli ultimi due anni e quanto ancora resta da fare per costruire un’autentica democrazia e ridare potere ai popoli di questi paesi dopo decenni di dittature e sfruttamento delle risorse naturali, foraggiati dai governi della vicina Europa e dagli Stati Uniti.
Va aggiunto che a Tunisi sarà anche la prima volta al Forum sociale mondiale dei «nuovi movimenti» nati nelle economie avanzate sotto l’acuirsi della recessione: il movimento di Occupy così come gli «Indignati», che per primi hanno incarnato nelle loro pratiche il messaggio che arriva da Tunisi e da Piazza Tahrir al Cairo. Allo stesso tempo, mai in passato la società civile si era radunata a margine del meeting dei Brics, realtà dove gli sconvolgimenti e le tensioni sociali sono ormai alle stelle. I movimenti sociali di questi paesi si dissociano apertamente dalla volontà di potenza e dominazione dei loro governi, tutto sommato ingabbiati nel modello liberista basato, tra le altre cose, sullo sfruttamento a più non posso delle risorse naturali.
Una critica dura dal Sud sul nuovo Sud, che fino a oggi mancava, e che apre nuovi scenari politici. Non a caso il contro-vertice di Durban si chiama «Brics dal basso», quasi a riecheggiare un «altro Brics è possibile» che fa pendant con l’altro mondo possibile rivendicato da Porto Alegre fino al campus universitario di Tunisi, dove si terrà il Forum. In entrambi i casi, lo sforzo è quello di incrociare le lotte in corso e costruire una narrativa comune, un prezioso elemento che si è perso dallo scoppio della crisi economica in poi. Nel 2003, l’opposizione al liberismo e alla guerra erano riusciti a produrre inedite piattaforme di azioni globali, che avevano fermato la Wto a Cancun e avevano occupato le piazze di mezzo mondo per bloccare, purtroppo senza successo, l’occupazione dell’Iraq. Negli ultimi anni il contesto è profondamente mutato.
Nonostante le battute di arresto delle campagne militari in Iraq e Afghanistan, il collasso dei mercati finanziari e l’acuirsi della crisi climatica, predetti dal movimento alter-mondialista dal G8 di Genova in poi, la risposta dei movimenti è stata principalmente su scala nazionale, spesso reattiva, ma talvolta debole, se non assente. È mancata la forza di chi può affermare «l’avevamo detto», aggregando consenso con il rilancio di alternative locali, nazionali, regionali e globali. A Durban come a Tunisi, i movimenti sociali ricercano una nuova agenda comune, capace di diventare egemonia culturale prima che sia troppo tardi.

ANTONIO TRICARICO

Clicca sul link: es

La bicicletta nella resistenza

La bicicletta nella resistenza
Storie partigiane

Sin dalle sue origini la bicicletta fu ampiamente usata dagli strati popolari, non soltanto per motivi di lavoro, ma anche in funzione politica e, nel corso della lotta di Liberazione, per compiere azioni di vario tipo, contro i nazifascisti.

In Italia la paura della bicicletta da parte dei reazionari ha una data certa e molto antica e una firma tanto famosa quanto odiata dalle forze popolari: quella del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nelle vesti di Regio Commissario Straordinario, durante i moti del maggio del 1898 a Milano. Oltre ad ordinare una sanguinosa repressione, il generale fece affiggere un manifesto che decretava il divieto nell’intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione».

Più o meno con gli stessi termini, oltre alla minaccia della fucilazione, i nazifascisti proibiranno durante la loro dominazione sul territorio italiano, in funzione anti-partigiana, l’uso della bicicletta. Quel divieto, però, avrebbe significato in città come Milano o Torino, il blocco della produzione, giacché la maggior parte degli operai la usava per recarsi al lavoro e così, persino i nazisti, spietati nelle loro decisioni, dovettero fare marcia indietro.

Nell’immediato dopoguerra, la bicicletta fu molto diffusa, specialmente nelle campagne. Per i braccianti era l’unico mezzo di locomozione, usato, oltre che per il lavoro, in occasione di grandi manifestazioni o degli scioperi indetti dalla Lega dei braccianti. In quelle giornate di lotta, masse imponenti si radunavano per impedire ai crumiri di recarsi nei posti di lavoro. Contro le biciclette, appoggiate nelle sponde dei fiumi, si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili, le camionette della “Celere” di Scelba, una polizia di pronto intervento, utilizzata soprattutto in occasione degli scioperi operai. Questa furia devastatrice non arrestò però lo svilupparsi di grandi battaglie per ottenere migliori forme di vita. Una storia di sacrifici, di miseria, di lotte, che sarebbe importante far meglio conoscere alle nuove generazioni.

In questo libro vengono narrate, tramite le interviste che gli autori hanno raccolto negli anni, le storie partigiane, in bicicletta, di Quinto e Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Arrigo e Bianca Diodati, Anna Gentili, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Stella Vecchio e don Raimondo Viale (quest’ultima tratta tratta dal libro di Nuto Revelli, Il prete giusto, Einaudi, Torino 1998 e 2004). Sono ammirevoli personaggi che, in ogni parte d’Italia e in ogni ruolo, militare e civile, non hanno esitato a rischiare la loro vita durante la feroce stagione dell’occupazione nazifascista. Questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Purtroppo alcuni di loro, nel frattempo, sono scomparsi. A loro va il nostro affettuoso e grato ricordo.

Alla Resistenza presero parte, in forme diverse, con gesti modesti ma anche con imprese rilevanti, spesso a rischio della loro vita, accanto ai combattenti partigiani, ai gappisti, ai sappisti, alle collegatrici e alle staffette, numerosi atleti del ciclismo agonistico, campioni celebrati ma anche figure minori. Uomini che, orfani dal 1941 del Giro d’Italia, liberi dagli impegni agonistici a causa del conflitto in corso, non ebbero esitazione nel decidere da che parte stare e che uso fare della bicicletta, il loro normale strumento di lavoro. Nell’introduzione del libro viene descritto l’appoggio dato alla Resistenza da Bartali, Bevilacqua, Bottecchia, Ganna, Lorenzini, Martini, Pasotti, Pezzi, Romagnoli, Po, Zanelli, Zanzi e altri.

È un’idea così geniale che nessuno, pur dandola per scontata, l’aveva messa in fila in modo ordinato.

Autori: Franco Giannantoni e Ibio Paolucci;

titolo: La bicicletta nella Resistenza (Edizioni Arterigere, 12 euro).

Che significa proprio questo: il ruolo sovversivo che la bicicletta ha avuto dopo la guerra e prima della Liberazione…