Mese: luglio 2013

I presidenti dell’America Latina celebrano il compleanno di Chávez

Pubblicato il 31 lug 2013

di Ge. Co. – il manifesto – 

L’America latina celebra il 59° compleanno di Hugo Chávez. Dal Nicaragua a Cuba, dall’Ecuador alla Bolivia all’Argentina, istituzioni, sindacati e movimenti partecipano alla settimana di iniziative per ricordare l’ex presidente del Venezuela, nato il 28 luglio del ’54 e scomparso il 5 marzo di quest’anno. Le organizzazioni popolari si sono mobilitate anche nei paesi come il Cile, la Colombia, l’Honduras e il Guatemala, dove il «socialismo del XXI secolo» non è propriamente di casa.

Celebrazioni hanno avuto luogo anche a Mosca, nella strada che ha da poco il nome del «comandante» scomparso. In Russia, sempre al transito dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo, si trova ancora l’ex consulente Cia Edward Snowden, in attesa di asilo.

La sua vicenda ha provocato il grave incidente diplomatico tra alcuni paesi europei e il presidente della Bolivia, Evo Morales, disposto a dargli asilo al pari di altri omologhi latinoamericani (Nicaragua, Venezuela e Ecuador). Morales è stato bloccato per ore a Vienna perché alcuni paesi europei gli avevano vietato lo spazio aereo. Tutta l’America latina ha protestato. E il tema della sovranità nei confronti dell’«impero» è stato al centro dei discorsi tenuti dai presidenti latinoamericani per commemorare il capo di stato scomparso, alfiere dell’indipendenza continentale.

Chávez, che il 7 ottobre del 2012 era stato rieletto con larga maggioranza per governare fino al 2019, è morto due mesi e mezzo dopo essersi sottoposto a una quarta operazione per la ricomparsa del tumore che lo affliggeva dal giugno 2011. Le celebrazioni hanno avuto inizio a Sabaneta, dove Chávez nacque da una famiglia di origini modeste. Per l’occasione, è stata presentata la biografia del presidente scomparso, Mi primera vida, scritta da Ignacio Ramonet e pubblicata da Vadell Hermanos. Adan, fratello maggiore di Chávez ha anche annunciato la nascita di un Centro studi dedicato alla memoria del «comandante». Al Cuartel de la Montana di Caracas una folla di persone ha cominciato ad affluire dalle prime ore di domenica in un continuo pellegrinaggio alla tomba di Chávez.

«Il popolo venezuelano ha stretto un patto per la vita con il progetto rivoluzionario del comandante che ora dobbiamo rafforzare», ha detto il presidente Nicolas Maduro. Eletto il 14 aprile con uno stretto margine (1,49 punti) sul rappresentante della destra, Henrique Capriles, Maduro ha compiuto i suoi primi 100 giorni di governo: un «governo di strada» per il primo presidente operaio, ha ricordato Maduro, ex autista del metro. Un governo che ha preso di petto i principali problemi del paese, come l’insicurezza (i delitti sono diminuiti del 35%) e la guerra economica dichiarata dai grandi gruppi che sostengono l’opposizione, dentro e fuori il paese. E i risultati si vedono, stando ai sondaggi che gli attribuiscono un gradimento di oltre il 60%.

Un primo test arriverà con le prossime elezioni comunali dell’8 dicembre. Intanto, Capriles – che ha contestato la vittoria di Maduro – intensifica i viaggi all’estero: dopo la Colombia, il Perù, il Cile, e la Bolivia dove incontrerà l’opposizione a Morales. E mentre Correa e Maduro si riuniscono a Caracas nel «primo gabinetto binazionale», i movimenti sociali latinoamericani e caraibici si incontrano nella città ecuadoregna di Guayaquil: per elaborare proposte e idee da presentare al prossimo vertice dell’Alba, l’Alleanza boliviariana per i popoli della nostra America, ideata da Chávez e Fidel Castro nel 2004.

Tragedia di Monforte Irpino. Il rinnovo parco macchine nazionale, pubblico e privato, obsoleto e pericoloso

Con grande sofferenza e commozione sincera partecipiamo al dolore che ha colpito le vittime del terribile incidente avvenuto lungo il tratto autostradale Napoli – Canosa all’altezza di Monteforte Irpino. In tragedie simili ogni parola è superflua e le polemiche potrebbero risultare fuori luogo e fastidiose, tuttavia non possiamo non evidenziare, che chi ha responsabilità di Governo alla retorica della solidarietà dovrebbe sostituire l’impegno a risolvere una delle tante incompiute del nostro Paese: il rinnovo del parco macchine nazionale,pubblico e privato, allo stato obsoleto, pericoloso ed inquinante.
In Campania e in Irpinia è aperta la vertenza legata al futuro della Irisbus di Flumeri, l’unica azienda produttrice in Italia di pullman, ebbene,visto che il Presidente del Consiglio Letta ha annunciato la sua visita ad Avellino, venga portando parole chiare in merito e si assuma la responsabilità politica di risolvere definitivamente una situazione tanto incivile che, come i fatti dimostrano, sempre più spesso si trasforma in tragedia.
Avellino li 29 luglio 2013

RIFONDAZIONE COMUNISTA
il segretario provinciale di Avellino
Tony Della Pia

Perquisizioni contro i No Tav, Prc: basta criminalizzare la protesta

Pubblicato il 29 lug 2013

“Le perquisizioni odierne in Val di Susa – dichiara Paolo Ferrero – compresi i locali dove c’è la sede locale di Rifondazione Comunista – e le accuse pesantissime agli attivisti No Tav, sono l’ennesimo inaccettabile episodio di criminalizzazione della protesta. Il governo non avendo alcuna ragione nel merito della costruzione dell’opera e dello sperpero di denaro pubblico, si comporta peggio di Erdogan in Turchia: cerca di stroncare la protesta con la repressione più brutale. Le accuse di terrorismo contro quella che è una lotta di popolo sono una pura persecuzione e un utilizzo del codice penale come arma impropria. Questa repressione però non fermerà le ragioni di chi si oppone all’alta velocità sulla Torino-Lione: non ci faremo intimidire”.

Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc di Torino, ha così commentato: “Esprimo sconcerto e indignazione per le perquisizioni a tappeto nelle case di attivisti NoTav in Valsusa e a Torino e le notifiche degli avvisi di garanzia per attività eversive finalizzate al terrorismo disposte dalla Procura della Repubblica di Torino. I reati contestati farebbero riferimento a quanto avvenuto la sera del 10 luglio a Chiomonte a seguito della marcia verso le reti del cantiere osteggiata dalle forze di polizia e conseguenti scontri. Tra le molte perquisizioni effettuate va registrato l’intervento di una decina di unità di polizia che ha interessato alle sei e trenta di questa mattina un locale dell’osteria “La Credenza” di Bussoleno dove alloggia un attivista NoTav a cui sono stati sequestrati computer e materiali informativi vari. Come tutti sanno “la Credenza” è lo storico punto di riferimento dei NoTav della Valle, sede sindacale e del locale Circolo di Rifondazione Comunista. Alle compagne e ai compagni che gestiscono la “Credenza” e a tutti gli attivisti e i cittadini in lotta contro il Tav va la nostra vicinanza e solidarietà.

Avremo modo di conoscere i dettagli e i risvolti dell’operazione però una cosa la possiamo dire con assoluta certezza: disconoscere l’opposizione al Tav, criminalizzare la protesta, trasformarla in un problema di ordine pubblico non porterà a nulla se non al risultato di gettare benzina sul fuoco. Forse è proprio in questa direzione che i gruppi affaristici, una classe politica e di governo screditata vogliono andare nel tentativo vano di spezzare e indebolire la protesta. Questo tentativo va respinto. La risposta deve essere ferma, partecipata coinvolgendo tutte le espressioni democratiche nel respingere ogni forma di intimidazione e provocazione. Rifondazione Comunista come sempre sarà a fianco del movimento NoTav della Valsusa”.

NoTav, ora c’è l’accusa di terrorismo

Ci vanno giù pesanti i magistrati torinesi contro il movimento NoTav; inequivocabile il giro di vite per stroncare ogni forma di protesta e dissenso da parte delle popolazioni locali che da anni non smettono di opporsi alla realizzazione della ferrovia ad alta velocità. Dunque, adesso l’accusa è niente meno che terrorismo. Per questo proprio in queste ore sono in corso una decina di perquisizioni nelle case di altrettanti attivisti No Tav in Val Susa e a Torino, per gli episodi di violenza avvenuti negli ultimi mesi al cantiere di Chimonte. E’ la prima volta che viene contestata l’accusa di attentato per finalità terroristiche o di eversione. Nelle perquisizioni a Torino e in Val Susa sono stati sequestrati pc e telefoni cellulari. «Cercavano armi, si son presi computer e I-Phone», commentano ironici gli attivisti.  Perquisiti, denunciano i NoTav sul loro sito, anche i locali dell’Osteria La Credenza di Bussoleno: «Un luogo di ritrovo e aggregazione conosciuto e frequentato da centinaia di persone (notav e non solo) viene di fatto additato come luogo di oscure trame…».
Contemporaneamente sono stati notificati avvisi di garanzia per attività eversiva finalizzata al terrorismo. L’inchiesta è coordinata dai Pm Andrea Padalini e Antonio Rinaudo. Sotto accusa c’è l’assalto al cantiere dello scorso 10 luglio, quando gli appartenenti alle forze dell’ordine uscirono dalle reti del cantiere per bloccare l’avvicinarsi del corteo di manifestanti; un “confronto” poi degenerato: da una parte bombe carta e petardi; dall’altra lacrimogeni e magnanelli. Secondo la procura, tale modalità di attacco configurerebbe finalità terroristiche ed eversive. Si tratta dell’articolo 280 del codice penale, che prevede pene da sei a venti anni di reclusione.
«Si profila un salto di qualità nell’operato dei Pm con l’elmetto – commentano i NoTav – Non fanno arresti o misure disciplinari ma, quatti quatti, iniziano a far trapelare la possibilità di nuove maxi-inchieste con imputazioni gravissime che, anche in assenza di prove, possono permettere lunghe detenzioni cautelari». Vogliono «puntare in alto – continua il movimento – verso la madre di tutte le imputazioni che Magistrati di questo calibro sognano di proprinare alle lotte sociali e ai movimenti, specie quando questi non abbassano la testa!». «Questo ennesimo atto intimidatorio, vera e propria provocazione, non deve lasciarci indifferenti – concludono i NoTav – e necessita di una risposta determinata e corale del movimento, in difesa di quest* compagn* e di un luogo di aggregazione che è di tutti i Notav».

in data:29/07/2013

Lavoro: un progetto contro il governo di larghe intese e le politiche liberiste

Pubblicato il 28 lug 2013

di Roberta Fantozzi, segreteria nazionale Prc –

C’è un urgenza evidente. E’ quella di rompere lo stallo. Lo stallo di un paese in cui non esiste un’opposizione sociale e politica minimamente adeguata a quanto sta accadendo. Un paese in cui disagio e disperazione sociale rischiano di essere confinati nella dimensione della rabbia individuale più che in conflitti collettivi capaci di durata, sedimentazione di coscienza, progetto di alternativa.

A questa necessità è indispensabile dare una risposta, provando a ricostruire opposizione e conflitto contro le politiche del governo e dell’Europa di larghe intese, a rimettere insieme il campo della sinistra di alternativa, ad avanzare una proposta di trasformazione.

Il governo Letta-Alfano, ha rinviato molti nodi a partire da quelli che più hanno occupato il dibattito pubblico, dall’Imu all’Iva, ma l’immagine del “governo del rinvio” stretto tra le contraddizioni della coalizione che lo sostiene, finisce per contribuire ad abbassare il livello della denuncia tanto dell’impianto di fondo, quanto delle singole scelte assunte o annunciate.

Il “governo del rinvio” non ha rinviato di peggiorare la situazione in materia di sicurezza del lavoro nel “decreto del fare”. Né di liberalizzare l’uso dei contratti a termine, ampliare il ricorso al lavoro accessorio, intermittente, al falso lavoro autonomo, peggiorando persino la controriforma Fornero. E il plauso all’accordo Expo 2015 che “può essere modello nazionale” secondo Letta, inaugura il modello del lavoro puramente gratuito “volontario”, un’inedito assoluto fino ad oggi.

Per altro verso dalla nomina di Di Gennaro ai vertici di Finmeccanica, alle dichiarazioni di Saccomanni al G20 di Mosca, a quelle dello stesso Letta sulla “cessione di partecipazioni pubbliche nazionale e anche degli Enti Locali”, è evidente quale sia la strategia del governo: una nuova ondata di privatizzazioni del residuo patrimonio pubblico, delle aziende partecipate come dei servizi pubblici locali.

Sono scelte certo non inattese, ma su cui è necessario che si alzi il livello della denuncia. Sono scelte che proseguono ed estremizzano le politiche iperliberiste: quelle politiche che sono non solo all’origine della crisi generale, ma della crisi specifica che colpisce in particolar modo il nostro paese.

A che cosa è dovuta infatti quella vera e propria “crisi nella crisi” che ci consegna una caduta di reddito, occupazione, produzione ed investimenti molto peggiore della media europea se non agli effetti delle manovre dei governi Berlusconi e Monti, combinati con la particolare intensità e gravità della stagione delle privatizzazioni nel nostro paese, con l’idea che la sola politica industriale fosse la precarizzazione, la compressione di salari e diritti del lavoro? L’Italia è stata seconda solo al Giappone nei processi di privatizzazione degli ultimi venticinque anni: un bilancio totalmente fallimentare, di cui ora ci si appresta a lanciare la fase conclusiva.

E’ con questa consapevolezza che abbiamo lavorato a definire la proposta di Piano per il Lavoro. Con la consapevolezza che il rimedio non può stare nel male, che la soluzione della crisi non può venire né in Italia né in Europa dalla continuazione estremistica delle politiche che l’hanno prodotta, ma dal rovesciamento di quelle politiche.

Il Piano per il Lavoro vuole creare almeno un milione e mezzo di posti di lavoro in tre anni, iniziando a dare una risposta ai 3milioni e 140 mila disoccupati, ai tre milioni di persone che un lavoro lo vorrebbero ma non lo cercano perché pensano che sia impossibile trovarlo, ai 520mila lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione a zero ore.

E vuole farlo redistribuendo la ricchezza, ricomponendo il mondo del lavoro, proponendo un nuovo intervento pubblico, progettando un diverso modello di sviluppo che ponga il tema del “cosa, come, per chi produrre”.

Vuole essere una piattaforma di ricomposizione, laddove pone il tema strategico della riduzione dell’orario di lavoro settimanale e nell’arco della vita, perseguendo l’obiettivo delle 32 ore settimanali e della radicale rimessa in discussione della controriforma delle pensioni: per superare quella prima grande divisione tra chi è costretto ad orari di lavoro sempre più lunghi e per un tempo sempre più lungo, e chi è costretto a sbattersi dalla mattina alla sera nella ricerca di un lavoro che non c’è o è sempre più precario e privo di diritti.

Vuole essere una piattaforma di ricomposizione laddove propone il salario orario minimo da definirsi sulla base dei minimi contrattuali per tutte le prestazioni lavorative, lavoro parasubordinato e stage compresi, perché ad uguale lavoro tornino a corrispondere uguali diritti e retribuzione, e laddove istituisce il reddito minimo per chi un lavoro non ce l’ha, universalizzando garanzie e tutele in caso di disoccupazione.

Vuole essere una proposta di nuovo intervento pubblico, per ricostruire una capacità di programmazione democratica dell’economia, dal credito alle politiche industriali, dalla conoscenza al welfare. Vuole proporre un’idea di pubblico egualitario e partecipato, il pubblico dei “beni comuni” in cui è centrale il protagonismo delle realtà locali, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle associazioni e della cittadinanza attiva.

E vuole essere un progetto di modello di sviluppo alternativo, per una riconversione ecologica e solidale dell’economia, capace di rispondere non solo alla crisi economica e sociale, ma a quella climatica e ambientale, dandosi gli obiettivi della riqualificazione e riconversione delle produzioni, della salvaguardia del territorio e della natura, dell’economia della conoscenza, della cura delle persone.

Si può fare? Si può fare con un intervento che reperisca le risorse da chi si è arricchito in questi anni a scapito della maggioranza della popolazione: con una patrimoniale che colpisca la scandalosa concentrazione di ricchezza esistente in un paese in cui l’1% delle famiglie possiede lo stesso patrimonio del 60% meno abbiente, ripristinando una progressività reale del fisco, contrastando la grande evasione fiscale, tagliando le spese per la guerra e quelle per le grandi opere inutili.

Si può fare, dicendo no al Fiscal Compact e alle politiche che stanno aggravando la crisi, distruggendo la società e la democrazia in Italia ed in Europa.

Il Piano per il Lavoro è uno strumento per lottare, per ricomporre un campo di forze con un proposta di alternativa. E’ molto più realistico della continuazione delle politiche neoliberiste. Perché dalla crisi si esce solo rimettendo a tema un progetto di trasformazione, l’eco-socialismo del XXI secolo.

E se incontrassi uno dei poliziotti della Diaz?

E se incontrassi uno dei poliziotti della Diaz?

La paura di trovarsi faccia a faccia con uno dei propri carnefici. La condizione di essere trattato da terrorista nel proprio paese [Mark Covell]


 di Mark Covell

Dear Dr. Giorgio Ricci,

Mi chiamo Mark Covell. Sono il giornalista inglese che fu quasi ucciso nell’irruzione alla Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Mi permetto di inviarLe questa lettera per esprimere ciò che provo a proposito delle condanne inflitte con la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, lo scorso Luglio. So che ci saranno diverse udienze per decidere se i poliziotti condannati dovranno scontare la pena in carcere o no.

Nonostante non sia una pratica usuale per un giudice ricevere una lettera del genere, Vi scrivo per farVi sapere esattamente cosa provo, come una delle vittime più conosciute, e ciò che tutti noi della Diaz ci aspettiamo di veder fare, in nome della giustizia.

Chiedo a tutti coloro che considereranno il contenuto di questa lettera di comprendere che noi, vittime della Diaz, abbiamo vissuto un inferno che non si è fermato solo alla notte della “macelleria messicana”. Abbiamo visto da lontano, e talvolta anche da Genova o da Roma, queste persone condannate venire promosse di volta in volta, fino al punto in cui hanno potuto usare gli strumenti e le risorse del loro lavoro per intimidire, minacciare e mettere sotto sorveglianza le vittime di Diaz. Essi hanno inoltre ostacolato la giustizia, distrutto le prove ed eretto un muro di silenzio che abbiamo dovuto fronteggiare per anni. Non mi risulta che siano mai state pronunciate parole di comprensione o di scuse nei confronti delle loro vittime, né che vi sia stata resipiscenza rispetto ai fatti commessi.

Per quasi dodici anni, tutti noi della Diaz abbiamo visto uomini come Berlusconi e altri cambiare le leggi e le regole del gioco, in modo da permettere ai poliziotti di sfuggire a qualsiasi sanzione per le loro azioni nella notte della Diaz, come ad esempio la riduzione della prescrizione e l’introduzione di leggi volte ad assicurare l’immunità delle Forze di Polizia condannate a pagare una qualsiasi forma di risarcimento.

Ma, nonostante ciò che Berlusconi e altri politici hanno fatto, i superpoliziotti condannati della Diaz mantengono la loro buona parte di colpa e responsabilità.

Inoltre, sembra che i diritti dei criminali poliziotti condannati siano sempre stati tenuti in maggiore considerazione rispetto ai diritti delle vittime. Mettendo da parte tutte le promozioni, ad alcuni di questi uomini è stato permesso di dichiararsi nullatenenti per evitare di pagare un solo euro a titolo di risarcimento a noi vittime, lasciando l’onere ai contribuenti italiani. Inoltre, grazie all’indulto, nessuno di loro finora ha mai scontato un solo giorno di carcere, per i loro crimini.

A proposito dell’indulto, posso solo dire che è stato enormemente ingiusto vedere poliziotti che hanno scritto la pagina più nera della storia della Polizia Italiana, distruggendone la reputazione, essere autorizzati a beneficiare di uno sconto di pena significativo. Nel mio paese l’indulto è concesso solo a detenuti che hanno commesso reati minori e che comunque hanno già scontato una parte della pena. Non è concesso ad alti comandanti della polizia, che sono stati condannati per reati gravi come percosse, tentato omicidio delle vittime, falsificazione delle prove (vale a dire due bottiglie molotov), falsi arresti, false dichiarazioni, abusi e torture.

A proposito dei falsi arresti e delle false dichiarazioni, desidero sottolineare che il falso arresto per associazione a delinquere di vittime gravemente ferite è stato compiuto con il preciso intento di mandare in carcere le vittime per almeno 10-15 anni sulla base di false accuse e coprire ciò che Amnesty International ha chiamato “la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale”.

E qui stiamo discutendo se Gratteri e altri poliziotti condannati debbano scontare una pena di meno di due anni!

Dov’è il confronto? Come una delle vittime gravemente ferite della Diaz, vorrei vedere questi poliziotti scontare in prigione esattamente lo stesso periodo di tempo che loro stessi hanno tentato di infliggere a noi, sulla base di prove e dichiarazioni assolutamente false.

Spesso mi domando cosa sarebbe successo se il piano della polizia alla Diaz fosse stato portato a termine; sarei stato ingiustamente condannato e avrei scontato 15 anni in una prigione italiana, senza nessuna pietà. Quasi 12 anni dopo quella fatidica notte, ogni misericordia disponibile viene dispensata solo a favore di questi poliziotti, da un sistema legale che è incapace di proteggere i diritti delle vittime.

Il mio caso, in particolare, è stato archiviato perché nessuno dei molti poliziotti e funzionari presenti si è fatto avanti per testimoniare. A quanto pare nessuno ha visto o ha sentito, nonostante in quel momento io fossi l’unica persona in strada, sulla quale si sono accaniti i poliziotti. Vi prego di consultare la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento aperto per tentato omicidio in mio danno, se desiderate acquisire familiarità con il mio caso personale.

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Anche se il desiderio dei poliziotti condannati di mandare le vittime in carcere per coprire i loro crimini non si è realizzato, le vittime hanno comunque dovuto subire una realtà se possibile ancora più insidiosa.

La maggior parte delle vittime internazionali del raid alla Diaz sono state illegalmente deportate nei loro paesi di origine, dove sono state accusate dai loro governi, e talvolta anche da amici e parenti, di essere criminali ed hanno dovuto affrontare un particolare tipo di discriminazione. I livelli di povertà e la profondità del danno sono estremamente elevati tra le vittime della Diaz. Alcuni di noi si sono ridotti ad essere senzatetto e a vivere per strada, ed è stato estremamente difficile essere trattati come terroristi dalle autorità del proprio paese, solo perché tutti hanno creduto alle menzogne raccontate da questi superpoliziotti condannati.

Per quelle vittime che non si sono fatte intimidire dalla prepotenza, dalle menzogne e dall’odio puro della polizia e che hanno osato tornare a Genova per lo svolgimento dei processi, è stato come vivere in una guerra in cui entrambe le parti si scrutano l’un l’altra attentamente, mentre il processo va avanti. Ogni volta che vedo poliziotti italiani divento incredibilmente nervoso. E’ così per tutti noi. Per noi le forze dell’ordine e i tutori della legge rappresentano la paura, il dolore, la tortura, il controllo totale della popolazione.

La vita per me a Genova è stata ed è sempre molto intensa. Viviamo tutti la paura che un giorno uno di noi incontrerà uno dei poliziotti della Diaz e le minacce già date saranno realizzate. Non riesco mai a rilassarmi quando sono in Italia. La maggior parte di noi si sente come se dovesse giocare perennemente al gioco del gatto col topo, per rimanere in vita qui.

E’ proprio per l’arroganza e per la completa mancanza di rimorso dei comandanti condannati, che dovrebbe essere applicata la massima sanzione possibile. Da parte dei condannati non ci sono state scuse significative né tantomeno alcun senso di rimorso. Non c’è stata e non c’è ancora nessuna collaborazione da parte loro sulle questioni in sospeso del caso Diaz. Tutti, in diversa misura, hanno eluso le domande, sono rimasti in silenzio nonostante il loro coinvolgimento fosse testimoniato da prove schiaccianti e hanno raccontato una marea di bugie alla stampa, rifiutandosi però di testimoniare in tribunale. Solo dopo la loro condanna in Cassazione alcuni di loro hanno dichiarato la propria innocenza, come Fournier e Canterini. Per le vittime della Diaz, i loro deboli tentativi per evitare la prigione, sono l’ultimo modo che hanno per sfuggire alle loro responsabilità per il raid.

Per quanto riguarda la verità su ciò che è realmente accaduto, la Procura ha affermato che c’è stato un vero e proprio muro di silenzio al quale, per una regola non scritta, ogni poliziotto si è attenuto. Questo muro di silenzio dai comandanti condannati, da tutta la polizia italiana e dal Ministero dell’Interno è assordante per le vittime della Diaz. Esso ha permesso ai poliziotti condannati, lungi dal mostrare rimorso o colpevolezza, di intimidire, mentire, ostacolare le indagini e distruggere le prove, nel tentativo di sfuggire all’azione penale. Ha inoltre impedito a me e ad altre vittime di avviare un processo per tentato omicidio, contro i già condannati superpoliziotti.

Infine, come detto sopra, l’irruzione alla Diaz è stata la pagina più nera della storia della polizia italiana. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione deve essere accolta e, dal punto di vista delle vittime, ai comandanti di polizia condannati si dovrebbe applicare la massima sanzione possibile, in modo che ciò serva da esempio ad altri poliziotti su cosa non fare durante un’incursione per la ricerca di armi (Tulps 41).

In conclusione, prego il Tribunale di prendere in considerazione anche la voce delle vittime nella decisione che dovrà prendere.

Come post-scriptum, trascrivo di seguito questa poesia chiamata ‘Total Eclipse’. E’ stata scritta da un’anonima vittima della Diaz nel 2006.

Yours sincerely

Mark Covell

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Total Eclipse

I don’t know what is happening to me. The world around me collapsed. I have lost it. This will never be over. It will always stay like this. I will never be able to dance again. I will never be happy again. I will never love again. I will never laugh again. My world is pain and tears. My world is loneliness. My world is a black tower in a dark sea. My life is gone. Is this life still worth living? Loneliness. Pain, deeper than ever before. Why don’t I just go? Why don’t I just stop moving in the middle of the street.

Looking down the bridges. I could make it stop. Make this nightmare be over. So lonely, so lonely. I am alone. Alone in this sea of pain, alone with my screams. It nearly tears me apart. Nobody cares. I am scared of people. Can’t face seeing anybody. Hiding away. What if they ask how I am doing and I don’t know what to say. There are no words, only tears and screams. I can’t scream my pain in your face. So I hide.

My house is not my house anymore. How did my friends turn into people I am scared off? I don’t dare to leave my room. The risk to meet somebody on the corridor is too high. I am alone and I will never be happy again. Something else has taken control over me. A black ghost follows my steps and whenever he feels like, he throws me on the floor. It can happen any moment. I don’t dare to go out anymore.

I can lose it any moment and end up crying and winding in cramps on the floor. What if that happens on the street? I rather stay in my bed. What is there to do for me anyway? Nothing makes sense anymore. I cry. Cry like I have never cried before. Something is tearing my stomach out of my body. I nearly puke. I am not myself anymore. I am everybody. Every prisoner. Every body beaten up by the police. Every body who gets tortured. This feeling does not stop. Weeks, and weeks. I feel ashamed. I don’t want to appear weak. I don’t want to admit what they did to us had such an impact on me. Now I am nothing. Nobody shall see me like this

E’ l’abito che fa il monaco

Ecco qua il Fassina che ormai ti aspetti, almeno da quando è entrato nella stanza dei bottoni. “La pressione fiscale è insostenibile” ha detto il viceministro al convegno di Confcommercio. E fin qui non ci piove, salvo che sarebbe stato utile precisare su chi, su quali soggetti sociali e fasce di reddito pesa questa overdose tributaria. Invece no. Tutti, per Fassina, egualmente tartassati e sull’orlo della bancarotta. Sul crollo della progressività dell’imposta, passata per l’aliquota massima dall’oltre 70% degli anni Settanta all’attuale 45%, neppure un accenno. Ricchi rentiers, padroni, manager, grand commis di stato, al pari dei pensionati e dei lavoratori dipendenti sarebbero egualmente rapinati da un fisco vorace. Indifferenziatamente. La bufala è madornale, ma ormai Fassina è lanciato e così prosegue: “C’è una relazione stretta tra la pressione fiscale, la spesa e l’evasione”. Immaginiamo la sorpresa e il plauso di una platea che rappresenta una delle categorie che si caratterizzano per la più alta, quasi compulsiva, tendenza all’evasione, sistematicamente rilevata ad ogni rilevazione statistica dall’Agenzia delle entrate. Fassina “scopre” che esiste ”un’evasione di sopravvivenza”. ”Senza voler strizzare l’occhio a nessuno – per carità!, ndr – e senza ambiguità nel contrastare l’evasione ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno”. Povero Fassina: ora ha scoperto che i commercianti evadono sì, ma per necessità e, soprattutto, con un nodo alla gola per il rimorso. Ce n’è un altro, che prima di lui spiegava agli italiani come l’evasione fose uno “strumento di legittima difesa contro l’esosità del fisco”. Si chiama Silvio Berlusconi,  faceva il presidente del consiglio e recentemente è stato condannato al carcere e all’interdizione dai pubblici uffici per gravi reati di frode fiscale. Dicono che non se la passi proprio male. ”Non è una questione di carattere prevalentemente morale”, conclude il viceministro, un tempo accreditato alla sinistra del Pd ed ora folgorato da amore irrefrenabile per le “larghe intese”. Non lo è, infatti. O, per lo meno, non è soltanto quello. E’ innanzitutto un dovere civile, un imperativo su cui si regge il patto comunitario, un elemento fondativo della coesione sociale. Fornire alibi a buon mercato al popolo fraudolento degli evasori, magari sperando di riscuotere qualche appannaggio elettorale, è il modo più diretto, e miserabile,  per demolire le fondamenta della democrazia.

Dino Greco 

in data:25/07/2013

70 anni fa cadeva il regime fascista. Oggi la dittatura è economica e non politica

Pubblicato il 25 lug 2013

“Il 25 luglio 1943, esattamente 70 anni fa – dichiara Paolo Ferrero – cadeva il regime fascista. Per chiudere la partita con il nazifascismo e conquistare la pace, furono necessari altri due anni di battaglie che videro nella lotta partigiana la ricostruzione della dignità del popolo italiano. A distanza di 70 anni non si può non vedere come oggi  in Europa l’attacco alla democrazia e alla Costituzione nata dalla Resistenza avvenga attraverso l’applicazione dell’ideologia neoliberista che ha dato luogo ad una vera e propria dittatura economica. In questa assolutizzazione del neoliberismo al di sopra di ogni istanza di giustizia e libertà abbiamo il nuovo fascismo impolitico e tecnocratico dei nostri giorni”.