Mese: dicembre 2013

Italia 2013: stipendi fermi e povertà ai massimi

Dice Letta che è indispensabile mantenere un «trend di fiducia» negli italiani. Gli ultimi dati dell’Istat saranno, per lui, una doccia fredda: retribuzioni ferme, una situazione lavorativa drammatica per i giovani e un tasso di povertà relativa che schizza ai massimi storici sono il gran brutto quadro che emerge dal Rapporto sulla coesione sociale compilato da Inps, Istat e Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Insomma, di coesione è rimasto pochino.

Demografia. 
Le nascite, dice il rapporto, stanno lentamente calando. Nel 2012, i nati della popolazione residente sono poco più di 534 mila (547 mila del 2011 e 562 mila del 2010). Più di un bambino su quattro (28,3%) è nato fuori del matrimonio, quasi il triplo rispetto al 2000 (10,2%). E’ in continuo aumento la quota di bambini nati da coppie in cui almeno uno dei genitori è straniero (dal 13% del 2005 a quasi il 20% del 2011) e quella di nati da genitori stranieri (dal 9,4 del 2005 al 14,5% del 2011). Il numero medio di figli per donna risulta in lieve aumento per le donne italiane (fra il 2005 e il 2011 è passato da 1,2 a 1,4 figli) mentre è in calo per le straniere (da 2,4 figli a testa nel 2005 a 2). Continua ad aumentare l’aspettativa di vita della popolazione italiana, che nel 2011 si attesta a 79,4 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne (stessi valori registrati per il 2010), con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent’anni prima. Il trend è crescente anche per le persone in età avanzata: un uomo di 65 anni può aspettarsi di vivere altri 18,4 anni e una donna altri 21,9 anni, un ottantenne altri 8,3 e una ottantenne 10,1 anni. A livello territoriale, l’area del Paese più longeva è quella del Centro nord. I bassi livelli di fecondità, congiuntamente al notevole aumento della sopravvivenza, rendono l’Italia uno dei paesi più vecchi al mondo. Al 1° gennaio 2012 si registrano 148,6 persone over 65 ogni 100 giovani under 14, a metà degli anni Novanta se ne contavano 112. E’ un trend destinato a crescere, secondo le previsioni, nel 2050 ci saranno 263 anziani ogni 100 giovani. Cresce contestualmente anche l’indice di dipendenza, misurato dal rapporto percentuale fra la popolazione in età non attiva (0-14 anni e 65 e più) e quella in età attiva (15-64 anni), che passa dal 45,5% del 1995 al 53,5 del 2011. Nel 2050 si prevede che sarà pari a 84.

Lavoro. 
Nel 2012 gli occupati sono 22 milioni 899 mila, 69 mila in meno rispetto alla media del 2011. Il tasso di occupazione della popolazione 20-64 è pressoché stabile da qualche anno (61% nel 2012, 61,2% nel 2011), ma è sceso di due punti percentuali dal 2008. Il calo più vistoso è quello registrato dal tasso di occupazione per la classe di età 15-24, che dal 2008 ha perso 5,8 punti percentuali, passando dal 24,4 al 18,6%. Gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni 375mila, il 13,8% dei lavoratori dipendenti. Si tratta in gran parte di giovani e donne. Gli occupati part-time sono invece 3 milioni 906 mila, il 17,1% dell’occupazione complessiva. In quest’ultimo caso prevale nettamente la componente femminile. I disoccupati sono 2 milioni 744 mila, 636 mila in più rispetto al 2011. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,7%, con un incremento di 2,3 punti percentuali rispetto al 2011 (4 punti percentuali in più rispetto al 2008). Il tasso di disoccupazione giovanile supera il 35%, con un balzo in avanti rispetto al 2011 di oltre 6 punti percentuali (14 punti dal 2008). Il tasso di disoccupazione della popolazione straniera si attesta nel 2012 al 14,1% (+2 punti percentuali rispetto al 2011). I valori più alti si registrano al Nord dove il tasso raggiunge il 14,4% (16,3% per la componente femminile).

Salari. 
Sempre nel 2012, la retribuzione mensile netta è di 1.304 euro per i lavoratori italiani e di 968 euro per gli stranieri. In media, la retribuzione degli uomini italiani è più elevata (1.432 euro) di quella corrisposta alle connazionali (1.146 euro). Il divario retributivo di genere è più accentuato per la popolazione straniera, con gli uomini che percepiscono in media 1.120 euro e le donne soltanto 793. Rispetto al 2011, il salario netto mensile è rimasto quasi stabile per gli italiani (4 euro in più) mentre risulta in calo di 18 euro per gli stranieri, il valore più basso dal 2008. I lavoratori sovra istruiti (cioè in possesso di un titolo di studio più elevato rispetto a quello prevalentemente associato alla professione svolta) sono il 19% circa dei lavoratori italiani mentre la quota supera il 40% fra i lavoratori stranieri e raggiunge il 49% fra le occupate straniere.

 

Pensioni.
Al 31 dicembre 2012 i pensionati sono 16 milioni 594mila; di questi, il 75% percepisce solo pensioni di tipo Invalidità, Vecchiaia e Superstiti (Ivs), il restante 25% riceve pensioni di tipo indennitario e assistenziale, eventualmente cumulate con pensioni Ivs.
Sotto il profilo geografico, il 28,3% dei pensionati risiede nel Nord-ovest, il 20,1% rispettivamente nel Nord-est e nel Centro, il 21,3% nel Sud e il 10,2% nelle Isole. La classe di età più numerosa è quella degli ultraottantenni, con circa 3 milioni 900 mila pensionati, seguono quella dei 65-69enni, con circa 2 milioni 912mila pensionati e quella dei 70-74enni con 2 milioni 893mila individui; l’8,1% dei pensionati ha meno di 55 anni. Quasi un pensionato su due (46,3%) ha un reddito da pensione inferiore a mille euro, il 38,6% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solo il 15,1% dei pensionati ha un reddito superiore a duemila euro. Dal 2010 al 2012 il numero di pensionati diminuisce mediamente dello 0,68%, mentre l’importo annuo medio aumenta del 5,4%.

Scuola.
Negli ultimi anni, prosegue il rapporto, si è ridotta la capacità dell’università di attrarre giovani. Il tasso di passaggio (ovvero il rapporto percentuale tra immatricolati all’università e diplomati di scuola secondaria superiore dell’anno scolastico precedente) è sceso al 58,2% nell’anno accademico 2011/2012 dal 73% del 2003/2004, anno di avvio della Riforma dei cicli accademici. Fra coloro che hanno conseguito una laurea nel 2007, nel 2011 risultano occupati quasi sette laureati di primo livello su dieci, otto su dieci in corsi di laurea specialistica/magistrale biennale, e sette su dieci con laurea a ciclo unico. Trovare un impiego dopo la laurea è più difficile per i laureati che vivono abitualmente nel Mezzogiorno e per le donne. Lo svantaggio si riscontra per tutte le tipologie di laurea. Crescono gli alunni con cittadinanza straniera. Tra l’anno scolastico 2006/2007 e quello 2011/2012 il tasso di partecipazione al sistema di istruzione e formazione passa da 93,9% a 99,3% mentre si riduce da 79,9 a 76,2 la percentuale di diplomati tra le persone di 19 anni. Nel 2012, sono il 37,8% i giovani 18-24enni che hanno conseguito al massimo la licenza media e non stanno seguendo alcun corso di formazione (25,8% nel Mezzogiorno). Fra questi, quasi uno su quattro sta cercando attivamente un lavoro mentre il 38,5% risulta inattivo (49,1% nel Mezzogiorno). Infine, nel 2012 hanno abbandonato gli studi 758 mila giovani tra i 18 e i 24 anni. Si tratta del 17,6% della popolazione di quella fascia di età (percentuale che sale al 41,3% se si considerano solo gli stranieri). Nei paesi dell’Europa a 15 questo valore non arriva al 14% e l’Italia fa meglio solo di Spagna (24,8%) e Portogallo (20,8%).

Povertà. 
Nel 2012, si trova in condizione di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia (+1,6 punti percentuali sul 2011) e il 15,8% degli individui (+2,2 punti). Si tratta dei valori più alti dal 1997, anno di inizio della serie storica. La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% delle famiglie e l’8% degli individui. I poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%). Nel corso degli ultimi 5 anni, la condizione di povertà è peggiorata per le famiglie numerose, con figli, soprattutto se minori, residenti nel Mezzogiorno e per le famiglie con membri aggregati, in cui convivono più generazioni. Fra queste ultime una famiglia su tre è relativamente povera e una su cinque lo è in senso assoluto. Le famiglie con tre o più minori risultano relativamente povere nel 17,1% dei casi, con un balzo in avanti di circa 6 punti percentuali solo tra il 2011 e il 2012. Un minore ogni cinque vive in una famiglia in condizione di povertà relativa e uno ogni dieci in una famiglia in condizione di povertà assoluta, quest’ultimo valore è più che raddoppiato dal 2005. In Italia il sistema di trasferimenti sociali è meno efficace nel contenere il rischio di povertà rispetto ad altre realtà nazionali del contesto europeo: la quota di popolazione a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali è più bassa solo del 5% rispetto a quella prima dei trasferimenti. Nei Paesi Scandinavi questa stessa differenza supera ampiamente il 10%, mentre è vicina al 10% in Francia e Germania. Nel 2012 l’indicatore sintetico “Europa 2020”, che considera le persone a rischio di povertà o esclusione sociale, ha quasi raggiunto in Italia il 30%, soglia superata, tra i paesi dell’Europa a 15, solo dalla Grecia.

 

in data:30/12/2013 Liberazione on-line

 

Capodanno, divertiamoci ma tuteliamo cani e gatti. Ecco i consigli per proteggerli

Si sa, i botti di capodanno piacciono agli uomini, ma per gli animali sono davvero pericolosi. Con questi consigli si spera di tutelare il maggior numero possibili di “amici”

Ai cani, che possono udire frequenze superiori alle 80mila vibrazioni al secondo, i botti provocano un vero e proprio dolore. I gatti scappano con il rischio di essere investiti, gli uccelli perdono l’orientamento e vanno a sbattere contro alberi e pali. Sono numerosi i danni provocati da fuochi artificiali e petardi agli animali secondo l’associazione Gaia Animali & Ambiente che si appella ai cittadini per limitare, la notte di Capodanno, i botti più rumorosi.

‘L’udito del cane e del gatto è molto superiore a quello dell’uomo – spiega Edgar Meyer, presidente di Gaia Animali & Ambiente – Noi abbiamo una finestra uditiva compresa tra le frequenze denominate infrasuoni (al di sotto dei 16 hertz) e quelle denominate ultrasuoni (al di sopra dei 15.000 hertz), il cane invece percepisce fino a 60.000 hertz e il gatto fino a 70.000″.

Gaia, secondo la quale i botti sono colpevoli ogni anno della morte di migliaia di animali per stress, spaventi, incidenti e assideramento, esistono comunque delle precauzioni da prendere. Gli animali che normalmente vivono all’esterno, andrebbero tenuti temporaneamente in un luogo chiuso, comodo e rassicurante. Inoltre se l’animale resta solo in casa il consiglio è tenere alto il volume della tv, della radio o altri abituali suoni casalinghi per coprire in parte il rumore dei botti.

Salva-Roma o salva-Letta?

POLITICA

Salva-Roma o salva-Letta?

Tutto da rifare. Caso unico nella storia del Parlamento (bisognava arrivare al governo Letta-Alfano per vedere una cosa simile), il decreto “salva-Roma”, che ha messo in subbuglio la Camera per due giorni, è stato ritirato subito dopo aver incassato la fiducia di Montecitorio e quando era a un passo dall’approvazione definitiva. Talmente tante le critiche e le polemiche (il provvedimento era già stato ribattezzato “salva-tutti” per le norme eterogenee e sconclusionate che via via vi erano finite dentro) che la corsa del decreto è stata interrotta alla vigilia di Natale, dopo un colloquio tra Enrico Letta e Giorgio Napolitano in cui il capo dello Stato ha puntato l’indice proprio contro l’«appesantimento emendativo» subito durante l’esame in Parlamento. Stop che ha costretto il governo, cioè Letta medesimo, a rinunciare a chiedere la conversione in legge del decreto. Ricordaimo che il decreto Salva Roma aveva incassato la fiducia alla Camera con 340 sì e 155 no. Il voto definitivo sul testo era slittato al 27 dicembre. E ciò anche a causa della violenta opposizione del movimento M5S, che aveva annunciato battaglia totale fino a quando non avrebbe avuto la certezza che la norma sugli affitti d’oro intestati alla Pubblica Amministrazione, al centro delle polemiche nelle ultime ore, non fosse stata definitivamente cancellata.
Il provvedimento nato per mettere in sicurezza il bilancio del comune di Roma, è stato letteralmente preso d’assalto dai parlamentari, che l’hanno trasformato in un’accozzaglia di misure senza alcun legame con lo scopo per il quale era stato emanato: dalla sanatoria di chioschi sulle spiagge, ai finanziamenti straordinari di Pietralcina (il paese di Padre Pio), passando per la sostituzione delle lampadine dei semafori con lampade a led, i fondi per i teatri San Carlo di Napoli e la Fenice di Venezia, gli stanziamenti per il trasporto pubblico della Calabria e altro ancora. Non solo: nella furia dell’assalto parlamentare, lì dentro era finita anche la norma che toglieva soldi ai comuni che riducono la presenza delle slot machines sul loro territorio. Solo di fronte alla levata di scudi generale quella misura era stata cancellata. Ora il governo deve correre ai ripari per ripristinare in extremis gli interventi che servono a evitare il default della capitale: l’impegno è di intervenire domani stesso con il decreto milleproroghe, all’ordine del giorno del consiglio dei ministri. Nel decreto in arrivo dovrebbe trovare posto anche la correzione della norma che impediva alle Camere di rinunciare ai palazzi presi in affitto a Roma a prezzo da capogiro, che era stata inserita nella legge di stabilità. Tutto il di più dovrebbe andare al macero, ma visti i precedenti il condizionale è d’obbligo.
Ha gioco facile Forza Italia, on Renato Brunetta, ad andare alla carica del governo, sostenendo che «con la decadenza del decreto decade anche Letta». Gli azzurri e i leghisti irridono le misure clientelari inserite nel decreto. Verrebbe da dire, da che pulpito…

in data:26/12/2013

Rsu contro la riforma Fornero

LAVORO

Rsu contro la riforma Fornero

Quattrocentocinquanta delegati in rappresentanza di circa 160 Rappresentanze Sindacali Unitarie. Questa la prima cifra della partecipata assemblea autoconvocata di venerdì 20 dicembre a Milano con l’obiettivo di lanciare una mobilitazione contro la riforma delle pensioni voluta dalla Fornero, sostenuta e poi mai messa in discussione dai due governi di larghe intese che si sono succeduti. Una riforma iniqua, ingiusta e dannosa che, come ha sottolineato recentemente anche l’Ocse, condurrà al rischio di povertà in particolare chi oggi soffre una condizione di lavoro precario o intermittente, oltre a generare il blocco del naturale ricambio generazionale, fattore determinante anche per comprendere quelle percentuali elevate che si associano sempre alla disoccupazione giovanile. Una contro-riforma ‘classica’, quindi, ovvero costruita per fare pagare ai lavoratori e pensionati i costi della crisi, senza minimamente intaccare le rendite di posizione, dalle grandi ricchezze alle pensioni d’oro passando per inaccettabili livelli di evasione fiscale, solo per fare qualche esempio. Di fronte a questo, la critica alla politica è emersa con grande forza rifiutando però la logica del tutti a casa, di moda in alcune piazze recenti, ma sottolineando semmai come aspetto molto negativo che non esiste e non è quindi presente in questo Parlamento chi oggi dovrebbe rappresentare il tuo mondo e difendere i tuoi interessi. Accanto a questo non c’è stata reticenza neppure nel sottolineare le colpe dei sindacati che, tolte alcune eccezioni, di fronte alla manomissione delle pensioni e del lavoro da parte di Monti-Fornero non hanno saputo costruire una significativa azione di contrasto al tempo della loro approvazione.
Oggi però la consapevolezza della necessità di lanciare questa iniziativa è ben presente. Ai sindacati infatti viene chiesto esplicitamente di aprire sul tema delle pensioni una vertenza con il Governo sostenuta da una mobilitazione duratura. Così come è generale la consapevolezza della necessità di mantenere lo spirito unitario che anima l’assemblea. Unità e lotta sono infatti due parole che si sentono spesso ripetere, assieme ad un’altra che sembrava essere divenuta una bestemmia nell’era delle larghe intese ma che qui è di casa e presente: la classe, così come si è ben compreso dai molti interventi che si sono registrati, tutti svolti da lavoratrici e lavoratori che direttamente vivono nei loro luoghi di lavoro i risultati nefasti di queste controriforme.
Buona la prima, quindi, il lavoro riprende la parola e l’iniziativa. Adesso si conoscerà la fase della costruzione dell’organizzazione territoriale durante le prossime settimane, il lancio di una petizione di massa sugli obiettivi alla base della mobilitazione e una nuova assemblea nazionale prevista per fine febbraio per valutare i passi avanti compiuti.
La Sinistra riparte anche da qui.
per info: https://www.facebook.com/rsu.contro.riforma.fornero

Documento conclusivo dell’Assemblea nazionale delle RSU autoconvocate a Milano il 20 Dicembre “contro la riforma Fornero delle pensioni”
L’assemblea nazionale delle Rsu contro la riforma Fornero tenutasi a Milano, autoconvocata da 150 Rsu contro la riforma Fornero , approva l’appello posto a base della autoconvocazione che diventa parte integrante di questa risoluzione e assume il dibattito e contributi.
L’assemblea esprime forte preoccupazione per la situazione economica, sociale e occupazionale del Paese.
La violenta ricaduta della crisi sul mondo del lavoro riduce la garanzia di un reddito dignitoso per le lavoratici, i lavoratori e i pensionati, mentre già oggi milioni di cittadini privi di lavoro e di qualsiasi reddito vivono in condizioni drammatiche.
La riforma delle pensioni attuata dal governo Monti e dall’allora Ministro Fornero ha aggravato questa situazione, soprattutto per le fasce più deboli della società.
La disoccupazione ai massimi storici e la precarietà cronica privano intere generazioni di un futuro autosufficiente. Il taglio degli ammortizzatori sociali contribuisce ad aumentare la sofferenza dei lavoratori espulsi anzitempo dal circuito del lavoro, spesso rappresentati e aiutati, anche dalle tante associazioni e gruppi nati e presenti su tali temi.
La crisi nel nostro Paese è affrontata nel peggiore dei modi possibili: invece di trasferire risorse dai ricchi e dai patrimoni per un nuovo modello di sviluppo si tagliano le tutele, si nega un futuro ai giovani e si rinvia il diritto alla pensione per i lavoratori più anziani.
Il prelievo fiscale non ha rispettato il dettato costituzionale che prevede una imposizione fiscale progressiva in rapporto alla capacità contributiva ma ha colpito prevalentemente lavoratori e pensionati. Queste risorse ingiustamente prelevate non sono state peraltro indirizzate per creare occupazione ma per salvare gli speculatori finanziari, banche in testa.
Sul fronte previdenziale non c’è la volontà di risanare fondi pensionistici in dissesto le cui passività gravano sui parasubordinati e sui lavoratori dipendenti. Mentre lo Stato non si assume l’onere derivante dal fatto che per decenni non ha versato i contributi per i propri dipendenti scegliendo di scaricare le passività dell’Inpdap sull’Inps. Queste scelte mettono a rischio i conti della previdenza e se non corrette possono essere strumentalizzate ancora una volta contro lavoratori e pensionati.
L’assemblea si impegna a una mobilitazione collettiva e unitaria su tutto il territorio nazionale, con lo scopo di aprire un confronto con tutte le parti politiche e sociali, al fine di arrivare all’abrogazione e superamento dell’attuale sistema previdenziale per una profonda riforma equa e sostenibile della previdenza e dell’assistenza sociale.
L’assemblea invita le organizzazioni sindacali ad aprire una vertenza generale con il governo sulla base di una piattaforma preventivamente sottoposta all’approvazione dei lavoratori.
L’assemblea ritiene indispensabile che si avvii una fase di contatti e incontri nel territorio tra le RSU dei posti di lavoro pubblici e privati, allargando la partecipazione e condivisione a tutti i soggetti interessati a dare contributi fattivi e unitari alla comune battaglia per una riforma del sistema previdenziale italiano.
Si propone di avviare una fase di assemblee territoriali da concludersi con una nuova assemblea nazionale da tenersi alla fine del mese di febbraio e nella quale valutare tutti i contributi e decidere, tenendo conto dell’estensione del movimento e dei suoi risultati , una grande manifestazione nazionale.
L’assemblea decide di lanciare una petizione di massa sugli obiettivi a base della autoconvocazione sulla quale raccogliere adesioni nei luoghi di lavoro e nel territorio.
La gestione di questa fase viene affidata ad un Coordinamento volontario aperto alla partecipazione libera dei rappresentanti delle Rsu la cui prima riunione si terrà a Bologna il 10 gennaio.

in data:24/12/2013

35 anni di SSN – Perché difendere il servizio pubblico.

Tratto dal sito: http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=1556

In occasione del 35° anniversario dell’ istituzione del Servizio Sanitario Nazionale italiano (l.833 del 23 dicembre 1978), riportiamo un articolo di Paolo Vineis pubblicato sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione (www.epiprev.it) intitolato “Perché bisogna difendere il Servizio Pubblico”. In questo periodo di crisi economica da più parti si specula sulla presunta “insostenibilità” del Servizio Sanitario Nazionale pubblico che rimane comunque al di sotto della spesa media dei paesi OCSE garantendo a tutti il diritto alla salute attraverso la fiscalità generale. In altri paesi europei si sta più o meno lentamente smantellando questa impostazione universalistica con risultati e prospettive che dovrebbero suscitare un dibattito molto più ampio nella popolazione per comprendere ciò che può significare la perdita o la riduzione di questo fondamentale pezzo dello stato sociale aumentando in questo modo le diseguaglianze. Come scriveva Naomi Klein nel suo “Shock economy -l’ascesa del capitalismo dei disastri”, “Quelli che si oppongono al welfare state non sprecano mai una buona crisi”.
Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo anche agli interventi del nostro corso per la difesa e lo sviluppo del Servizio Sanitario Nazionale a questa pagina (click).

Perché bisogna difendere il Servizio pubblico.
di Paolo Vineis
[Epidemiol Prev 2013; 37 (4-5), Periodo: luglio-ottobre, pagine: 195-197]

Tony Judt, uno dei grandi politologi del secolo scorso (morto prematuramente nel 2010) ha scritto alcune delle pagine più chiare ed esplicite sui mali che affliggono le democrazie odierne: «Conosciamo il prezzo delle cose ma non abbiamo nessuna idea di quanto valgano. Non ci chiediamo più della sentenza di un tribunale o di un atto legislativo: è buono? E’ giusto? Ci aiuterà a migliorare la società o il mondo? Queste sono le vere domande politiche, anche se non hanno necessariamente risposte semplici. Dobbiamo reimparare a porcele».1 Una delle ultime battaglie di Judt è stata quella intorno al “ripensamento dello Stato”. Dopo il federalismo, i tea party e i movimenti antifiscali, Judt va controcorrente ricordandoci che se non pensiamo rapidamente a come riformare e rafforzare lo Stato le nostre democrazie possono avviarsi verso esiti imprevedibili.

Nel testo che segue presento solamente alcuni aspetti di quanto può succedere se un serio ripensamento del significato dello Stato (e una rivalutazione del suo ruolo) non avverrà. Come dice Judt, non è più accettabile che le tasse siano viste da molti solo come una perdita di reddito a fondo perduto, come accade negli Stati Uniti.

CRISI ECONOMICA E CRISI DELLA SALUTE

La Grecia è un ovvio “laboratorio” involontario per studiare gli effetti recenti della crisi economica, in parte per la rapidità con cui essa vi si è manifestata. Per esempio, la disoccupazione negli uomini è salita dal 6,6% nel 2008 al 26,6% nel 2010, e tra i giovani dal 19% al 40%. Ricordo solamente alcune delle conseguenze sullo stato di salute, ampiamente descritte e ormai ben note: un aumento del 14% (dopo il 2008) della frequenza di persone che descrivono la loro salute come “cattiva” o “molto cattiva”; un aumento dei suicidi del 17%, e degli omicidi quasi del 100%; ancora più preoccupante è l’aumento della frequenza di infetti dall’HIV (52% in più nel 2011 rispetto al 2010, soprattutto tra i consumatori di droghe). Nei primi 7mesi del 2011 vi è stato un incremento di 10 volte delle infezioni nei consumatori di droghe, e la frequenza di uso di eroina è aumentata del 20% nel 2009.2

Come mostra il caso della Grecia, il declino può essere più rapido della crescita, sia in economia sia nello stato di salute della popolazione. La crisi economica ha molti insegnamenti anche per il futuro della sanità. La creazione della Comunità europea dopo la caduta del comunismo e l’unificazione della Germania venne avviata, come è ben noto, su una base prevalentemente monetaria ma con ampie carenze istituzionali. In particolare, venne creata una Banca centrale, ma non una Finanza centrale che potesse emettere obbligazioni europee (gli Eurobond).Questo avvenne perché si ritenne che la politica avrebbe ovviato a questa macroscopica carenza in caso di necessità. Nella settimana successiva al fallimento di Lehman Brothers, nel 2008, l’intero mondo della finanza collassò e richiese di essere sottoposto a un «mantenimento in vita artificiale», per esprimersi con le parole di George Soros.3 Questo consistette nel sostituire il “credito sovrano” (basato su garanzie da parte delle banche centrali e di un crescente deficit nel bilancio dei singoli Stati) al credito delle istituzioni finanziarie nazionali, non più accettato dai mercati.

Il ruolo centrale che è venuto a giocare il “credito sovrano” ha rivelato un difetto di fondo nell’intera costruzione, che non era stato chiaramente riconosciuto in precedenza. Trasferendo alla Banca centrale quello che era il diritto di stampare moneta a livello nazionale (che creava inflazione interna, ma aumentava la competitività sui mercati internazionali attraverso la svalutazione), gli Stati espongono il loro credito sovrano al rischio di fallimento (default). Questa situazione ha creato un’Europa, come si dice abitualmente, a due velocità, divisa tra creditori (in particolare la Germania) e debitori. I Paesi debitori che prendono denaro a prestito devono pagare “premi” che riflettono il rischio di default; addirittura, il mercato finanziario induce questi Paesi al default attraverso la speculazione. La creazione di un debito pubblico enorme fa scattare quelle politiche di contenimento o di “austerità”, definite anche riforme strutturali, che ora appaiono chiaramente come politiche depressive, che conducono cioè a una depressione economica perdurante. Nel 1982 avvenne qualcosa di simile quando si verificò una grave crisi delle banche, e il Fondo monetario internazionale salvò le istituzioni bancarie prestando una quantità di denaro appena sufficiente ai Paesi maggiormente indebitati per consentire loro di evitare il default, ma a costo di spingerli verso una depressione di lunga durata. L’America Latina, in particolare, soffrì della depressione economica per un decennio.

Insomma, la crisi è dovuta certo allo strapotere delle banche e agli errori degli economisti, ma anche largamente alle carenze e alle degenerazioni della politica. E’ possibile che la crisi economica conduca alla fine di un’era anche in settori lontani dall’economia. Come abbiamo visto la fine di Bretton Woods e delle istituzioni finanziarie ispirate alle teorie di Keynes, possiamo trovarci a fronteggiare la progressiva erosione di istituzioni come l’Organizzazione mondiale della sanità. In vari modi la crisi attuale conduce a cambiamenti materiali, psicologici ed etici che possono avere conseguenze a lungo termine per lo stato sociale e l’uguaglianza. E’ possibile che l’efficacia di agenzie centrali come l’OMS, che rilascia linee guida generali, venga completamente vanificata dalla mancanza di istituzioni politiche nazionali abbastanza efficaci che possano coordinare e rendere effettive le misure preventive. Bisogna ricordare che per ogni dollaro speso dall’OMS per la prevenzione delle malattie causate dall’alimentazione occidentale, più di 500 vengono spesi dall’industria dell’alimentazione per promuovere quelle stesse diete.4 Vedo molte analogie tra la crisi economica e quanto è successo in alcuni settori della salute, e con quanto può succedere in futuro se non intervengono in modo energico entità nazionali e sovranazionali. Analogamente alla dissociazione tra la moneta unica e l’assenza di un controllo efficace della finanza a livello locale e sovranazionale, la Framework Convention on Tobacco Control si sta rivelando inefficace per motivi non così diversi, riconducibili a uno strapotere dell’economia (la World Trade Organization – WTO) rispetto alla politica (le Nazioni unite, l’OMS). La convenzione è uno schema generale mirante a limitare il commercio e i consumi di sigarette, ma è stata fortemente avversata dalla WTO sulla base della violazione della libertà di commercio. Come afferma il sito web della WTO: «Al meeting del Comitato sulle barriere tecniche al commercio della WTO del 24-25 marzo 2011 in totale sono state sollevate contestazioni a 45 violazioni del diritto al commercio. […]Mentre i membri della WTO non mettono in discussione la finalità di protezione della salute, essi contestano che il disegno di tale regolamentazione delle vendite del tabacco può avere un impatto inutilmente negativo sui commerci».5 Un linguaggio contorto e legalistico per dire che la libertà di commercio ha la priorità sulla protezione della salute. E’ probabile che qualcosa di molto simile avverrà con le ambiziose politiche come “25×25” (l’abbattimento della mortalità da malattie croniche del 25%entro il 2025, sancito nel 2011 dalle Nazioni unite), e si estenderà dalle sigarette ai prodotti alimentari.

COSA SUCCEDE IN INGHILTERRA?

Quanto sta succedendo in Inghilterra in seguito alla riforma di Lansley del 2012 è semplicemente sconcertante. Secondo alcuni commentatori autorevoli6 non è altro che l’ultimo atto di una strategia preparata da tempo, almeno da quando il British Medical Journal pubblicò nel 2002 il famoso articolo che prendeva a modello la managed care della Kaiser permanente. La recente riforma ha sostanzialmente (e legalmente) sottratto al Ministro della sanità la responsabilità della fornitura dell’assistenza sanitaria alla totalità dei cittadini, modificando uno dei principi costitutivi del National Health Service (NHS). Ma prima di essa si è avviato un processo di privatizzazione profondo e apparentemente inarrestabile: nel 2010, 227 ambulatori di general pratictioner (GP) erano gestiti da compagnie private, e Virgin Care amministrava circa 1.500 GP per circa 3 milioni di pazienti. Il prossimo passo sarà probabilmente il passaggio dal finanziamento attraverso le tasse a un sistema di assicurazioni private, o almeno tutto sembra andare in quella direzione. Già ora i servizi forniti dall’NHS si stanno riducendo qualitativamente al minimo, e i pazienti sono invitati a top-up (integrarli) con assicurazioni private. Il modello delle assicurazioni integrative è una china scivolosa in un contesto in cui la parola d’ordine è “ridimensionare lo Stato”, dunque ridurre progressivamente i servizi erogati gratuitamente. Vi sono anche alcuni conflitti di interesse patenti (un problema sempre più comune in sanità), come il fatto che dopo una rapida carriera nel Ministero della sanità come responsabile della strategia, Penny Dash (una delle maggiori ispiratrici della riforma Lansley) sia passata a lavorare per la McKinsey, un gigante americano della gestione sanitaria. Il glorioso sistema dei GP inglesi è ora sostituito da una rete di trust che possono scegliere i pazienti, e dunque respingere quelli più a rischio e più costosi.6

LA SALUTE MORALE

Ci sono vari modi indiretti attraverso i quali la crisi economica e il clima sociale possono influire sulla salute. La maggior parte delle malattie non trasmissibili possono essere affrontate con successo con la prevenzione. La prevenzione ha diversi vantaggi sulle terapie: il principale è il fatto che i suoi effetti possono durare indefinitamente, essa non deve cioè essere rinnovata a ogni generazione come le terapie. Bandire un cancerogeno ambientale o occupazionale ha un effetto risolutivo, mentre senza prevenzione a ogni generazione si presentano nuovi malati che richiedono terapie. Inoltre, spesso gli interventi preventivi sono dotati di efficacia per più di una malattia (la dieta e l’esercizio fisico hanno un effetto positivo su diversi tipi di tumori, sulle malattie cardiovascolari, sul diabete, sull’ipertensione, e verosimilmente sulle malattie neurologiche), a differenza delle terapie e degli screening genetici. Tuttavia, per essere efficace la prevenzione deve essere basata su interventi a livello societario, mentre sono largamente inefficaci gli approcci strettamente individuali, la cui utilità è in genere circoscritta alle classi sociali più elevate. Ma il clima economico e politico attuale non facilita uno sforzo collettivo per la prevenzione. La tendenza a privatizzare la sanità, come si vede in Inghilterra, significa che i medici avranno meno tempo e interesse a promuovere la salute. Già ora la proporzione della spesa pubblica destinata alla prevenzione del cancro (inclusi gli screening) è meno del 4% nel Nord America e in Europa. La privatizzazione della sanità rende la prevenzione scarsamente appetibile, perché essa non genera profitti (con alcune eccezioni).

Sul piano morale, la solidarietà era radicata nella società europea a partire dal secondo dopoguerra, se non prima, ma appare ora come un concetto obsoleto. Di nuovo, Judt ha dedicato pagine molto belle a «quello che abbiamo perduto».1 La divisione dei Paesi in creditori e debitori oggi getta una luce negativa sui secondi (la parola tedesca Schuld significa sia debito sia colpa). Più in generale, la crisi incrementa le spinte localistiche (lo dimostrano, per esempio, le manifestazioni a Barcellona per l’autonomia da Madrid), e l’enfasi sui consumi privati piuttosto che sui servizi pubblici, con il duplice obiettivo di sostenere la produzione industriale e diminuire la spesa pubblica. Ma ci sono anche giganteschi cambiamenti nella moralità pubblica che minano alla base la solidarietà. Quale può essere la reazione morale alle forme di ingiustizia estreme e ovvie che ogni giorno vengono commesse? Per esempio, i contribuenti americani hanno versato 6 miliardi di dollari per salvare laGoldman Sachs, che l’anno dopo ne ha spesi 2,6 in bonus per i suoi top manager. Walmart in un anno accumula una quantità di denaro (166miliardi di dollari) superiore a tre volte l’intero PIL del Bangladesh. Qual è il posto della sanità pubblica e della responsabilità individuale in un contesto simile? Che l’aumentata mobilità del capitale ha reso impraticabili le politiche di welfare è una convinzione diffusa tra certi economisti paladini del libero mercato, in particolare in Europa. Lo spettro del default mantiene i governi sintonizzati sulle richieste del capitale speculativo.7 Come possiamo aspettarci che le persone contribuiscano al welfare in questo scenario? In effetti, se l’Europa fallisce e la sua unione politica si sbriciola, una delle conseguenze può essere la privatizzazione di parte dei servizi sanitari nazionali e l’introduzione di un sistema a due velocità: assicurazioni private per i ricchi e un servizio pubblico impoverito e di bassa qualità per i poveri, sottofinanziato con le tasse. Sarebbe una regressione grave, e di questo dobbiamo convincere la maggioranza dei cittadini. Serve innanzitutto un’opera di informazione enorme per contrastare chi costantemente getta discredito sul ruolo dello Stato.

Il "Job act" di Renzi: una porcata reazionaria

LAVORO

 

Il “Job act” di Renzi: una porcata reazionaria

 

Ve ne erano tutte le premese e noi ne eravamo certi. Lo strombazzato “Job act”, il piano per il lavoro con cui Renzi vorrebbe imprimere un deciso impulso al rilancio dell’occupazione in Italia non è che pubblicità ingannevole. Si tratta della riesumazione raccogliticcia del vecchio progetto di Pietro Ichino, vale a dire la definitiva riduzione dei lavoratori a forza lavoro precaria, a basso costo, priva di diritti esigibili, licenziabile ad nutum (al cenno) entro i primi tre anni di lavoro, a prescindere dalla motivazione con cui il padrone decida di rescindere il rapporto. Ma – in definitiva – anche dopo, considerato che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo la cura Fornero, non esiste più, poiché la reintegrazione nel posto di lavoro è stata sostituita dall’elargizione di una mancia, anche ove il licenziamento sia intimato senza giusta causa e giudicato illegittimo da un magistrato. La stabilizzazione dei rapporti di lavoro (a tutela progressiva nel tempo) esiste dunque solo nel titolo del progetto, ma non nella realtà. Tutti i contratti di lavoro, anche se formalmente riuniti in un’unica fattispecie, sono infatti “a tempo”: l’azienda, e solo essa, è titolata a decidere sino a quando tenere in forza un lavoratore o quando invece sia giunto il momento, o l’oppotunità o, semplicemente, il desiderio di disfarsene. Non occorre scomodare sofisticate argomentazioni per comprendere che il lavoratore il cui rapporto di lavoro è in ogni momento appeso alla discrezionale volontà (più prosaicamente: agli umori) del suo datore di lavoro non è una persona libera, ma soggiogata dal ricatto implicito nell’asimmetria di forze fra i due soggetti e nell’impossibilità di fare valere qualsivoglia diritto, in quanto ciò potrebbe costargli molto caro. La stessa forza contrattuale dei sindacati, già ridotta al lumicino, scomparirebbe del tutto. In effetti, a ben guardare, questo progetto unifica davvero il balcanizzatissimo mondo del lavoro. Lo fa mettendo tutti sullo stesso piano: quello più basso.
Ma i regali alle imprese non finiscono qui. Renzi ne mette in cantiere due, entrambi formidabili: l’abolizione della cassa integrazione (al suo posto una modestissima indennità di disoccupazione, sul modello Aspi) e il trasferimento degli oneri contributivi per i neo-assunti allo Stato.
La prima operazione serve a dissolvere qualsiasi legame fra l’impresa e i suoi dipendenti nelle fasi di crisi. I padroni sono così assolti da qualsiasi vincolo al confronto con le rappresentanze aziendali dei lavoratori e con i sindacati: la flessibilità ‘in entrata’ si fonde mirabilmente con quella ‘in uscita’, “lacci e laccioli” che imponevano all’impresa qualche dovere di negoziazione e una qualche responsabilità sociale, sono del tutto recisi; i luoghi di produzione tornano ad essere – incondizionatamente – una ‘zona franca’, impermeabile a qualsiasi inferenza esterna alla giurisdizione imprenditoriale.
Ciò che è bene per i detentori dei mezzi di produzione – questa la filosofia immanente al progetto – è senz’altro bene anche per l’intera comunità e per il Paese. Mai come nel moderno progetto del rottamatore la libertà d’impresa, condizionata rigorosamente dalla Costituzione repubblicana, torna ad essere un principio assoluto. Matteo Renzi prova cioè a fare quello che Tony Blair fece al Labour e ai lavoratori britannici qualche decennio fa, portando a compimento l’architettura reazionaria di Margareth Tatcher. E chi vi si oppone è solo perché irriducibilmente malato di vetero-operaismo.
La seconda operazione, la fiscalizzazione degli oneri sociali per i neo-assunti, sgrava le imprese da costi che ad esse competerebbero e li mette in carico alla collettività. Anche in questo caso agisce prepotentemente un’idea falsa: quella secondo cui il lavoro lo si crea abbattendone il costo. Una tesi priva di qualsiasi riscontro. In primo luogo perchè il costo del lavoro è in Italia fra i più bassi del mondo occidentale e poi perché è provato l’esatto opposto, e cioè che la possibilità di disporre di manodopera a basso costo, oltre a promuovere forme di lavoro di tipo schiavile, diseduca le imprese, alleva una classe imprenditoriale con una mentalità parassitaria, ne alimenta le pulsioni peggiori, disincentiva una competitività fondata sugli investimenti e sull’innovazione, piuttosto che sullo sfruttamento ad libitum del lavoro.

 

Osserviamo, di passaggio, che rapiti da questa ispirazione di modernità ottocentesca, Renzi e i suoi ragazzotti non hanno invece ritenuto di applicare il proprio furore riformatore all’articolo 8 ( l. 148 del 2011) con cui Maurizio Sacconi, ex ministro del welfare del defunto governo Berlusconi, distrusse l’intangibilità del contratto nazionale di lavoro e delle stesse leggi dello Stato, prevedendo la possibiltà che all’uno e alle altre fosse possibile derogare previo accordi aziendali fra imprese e sindacati compiacenti. E se ne capisce la ragione. Quella cosetta lì a Renzi piace, poichè giova alla salute della nostra economia tutto ciò che fa piazza pulita delle più rilevanti conquiste del giuslavorismo moderno.

 

Allora non c’è proprio nulla di positivo nel Job act? Una cosa c’è. E’ il sostegno renziano ad una legge sulla rappresentanza sindacale. Facciamo una scommessa? Sarà il solo aspetto di tutto il marchingegno che non andrà in porto. Ne riparliamo fra un po…

 

Dino Greco

in data:22/12/2013 Liberazione on-line

 

Cooperativa Portalupi: domenica 22 dicembre menù dell’Emilia Romagna

Alla Cooperativa Portalupi grande abbuffata QUESTA DOMENICA : EMILIA ROMAGNA !!!

In occasione del pranzo della domenica, una volta al mese, intendiamo proporre alla clientela dei menù regionali. Sperando che l’iniziativa trovi gradimento visitate il sito per scoprire la prossima regione ! www.cooperativaportalupi.it

 Menù di domenica 22 dicembre

 Si pranza con l’ EMILIA ROMAGNA

 PRIMI

Lasagne verdi alla bolognese € 5.50

 Strozzapreti al sugo di pescespada € 5.50

 Strozzapreti al sugo di pomodoro pachino, scalogno e pecorino € 5.00

 SECONDI

 Branzino in salsa di cipolle e aceto balsamico € 7.00

 Zampone con lenticchie € 7.00

 Erbazzone € 5.00

 CONTORNI

 Cavolfiore alla romagnola € 2.50

 DOLCI

 Torta alle mele di frolla € 3.00

 Torta degli addobbi € 3.00

 BUON APPETITO !!!!

E’ gradita la prenotazione tel.

0381/346333

342/6489617

cooperativaportalupi@gmail.com

 

Che bella l’invenzione di Telesur

MONDO

Che bella l’invenzione di Telesur

 

Negli anni 90 e fino alla metà del primo decennio duemila, viaggiatori occidentali in Latinoamerica, e anche giornalsiti o turisti, potevano vedere le stazioni televisive locali dei vari Paesi e se accedevano al servizio internazionale con antenna parabolica (per esempio negli alberghi) potevano vedere altre reti, molte statunitensi e pure una selezione di programmi tv italiani su “Rai International”. Ma a farla da padrona, in fatto di notizie e cronache del continente latinoamericano dal Messico e Centroamerica e Caraibi e poi lungo tutto il cono sur del continente, era la “Cnn en espanol”. Sì, proprio la filiazione diretta della celebre e più nota Cnn di Atlanta, Stati Uniti.

Con l’edizione in lingua spagnola della Cnn, gli Usa potevano diffondere “le loro versioni” sui fatti nazionali e internazionali a decine di milioni di telespettatori latinoamericani. Anche perché sin dagli anni 80 gli Usa avevano stretto “alleanze politiche e di libero commercio” (Alca) con molte delle oligarchie governanti loro strette alleate. Ma erano altri tempi per la dominazione e i forti interessi Usa in Latinoamerica. Questo facile e comodo servizio informativo è durato fino al 2005 perché nel luglio di quell’anno ha iniziato a trasmettere “Telesur”, anch’essa emittente internazionale in tutto il continente latinoamericano e ancora più potente in quanto il suo segnale raggiunge anche l’Europa e il NordAfrica.

Telesur si è ben presto imposta come emittente leader in tutta l’America latina anche perché le notizie non provenivano più esclusivamente da fonti di “yankees o gringos”, ma dagli stessi Paesi centro e sudamericani tra l’altro in rapida e diffusa fase di cambiamenti politici orientati a sinistra. Oggi è Telesur a dominare lo spazio delle informazioni nel subcontinente latino. Non solo grazie, ovviamente, alla comune lingua spagnola (in Brasile accompagnata da sottotitoli in portoghese) ma anche perché Telesur si avvale di diverse decine di giornalisti e cronisti locali della grande e nuova tv latinoamericana che poi in altri continenti, per esempio in Asia, nel vicino-medio ed estremo Oriente, ha molti suoi inviati che coprono quotidianamente, per esempio, le crisi nei paesi arabi come Egitto e Siria.

Accade così che varie decine e decine di milioni di telespettatori (si tratta di un bacino d’utenza anche attorno ai 200 milioni di persone), da Città del Messico a Buenos Aires, da Rio de Janeiro a Caracas, da Santiago del Cile all’Avana, possono essere informati da una voce e fonte “latina” e non da una tv statunitense anche se in lingua spagnola. Telesur è stata una grande idea di quello straordinario statista che è stato Hugo Chavez Frìas, il presidente del Venezuela Bolivariano dal 1999 alla sua prematura scomparsa alla fine di febbraio 2013 (Chavez ha vinto tutte le regolari e democratiche elezioni nazionali o locali con una media di consensi superiore al 60 per cento dei voti).

Telesur è strutturata in una compartecipazione tra vari stati latinoamericani. In primis il Venezuela (46%), poi Argentina (20), Cuba (19), Uruguay (10), Bolivia (5) con l’adesione nel tempo anche di altri paesi come Brasile, Ecuador, Nicaragua. In pratica nel giro di poco tempo, Telesur ha sbaragliato l’edizione spagnola della Cnn. Negli anni 90 Cuba aveva due sole reti televisive, l'”ammiraglia” Cubavisiòn e Telerebelde. Poi si sono aggiunte in pochi anni le reti Cubavisiòn Internacional Multivisiòn, Canal Habana e i due Canali Edicativi Uno e Due (sono reti speciali a finalità espressamente culturale e didattica poiché trasmettono 18 ore al giorno in gran parte documentari scientifici, artistici, corsi di istruzioni scolastica e universitaria e numerosi corsi di lingue stranierei). E oggi è sul canale Educativo Due che ogni giorno vanno in onda sei ore di programmazione come “il meglio di Telesur”.

Questa nuova e grande emittente tv continentale ha un lemma molto significativo che è il seguente: “Nuestro Norte es el Sur” (il nostro nord è il sud) proprio a ribaltare quell’invasivo e dominante luogo comune secondo il quale ogni Nord del mondo sarebbe sempre migliore di ogni Sud. Telesur, con orgoglio, fa sua una consegna e un impegno proprio al contrario. Anche il logo che appare sugli schermi tv è significativo. Con una serie di 5 quadratini colorati è riprodotta la sagoma geografica del grande continente latinoamericano, dal Messico confinante con gli Usa, alla punta dell’estremo sud condivisa tra Argentina e Cile.

Telesur è una televisione del tutto priva di pubblicità, ma ricca di notizie e informazioni locali e internazionali che si susseguono senza interruzione. Naturalmente ha spazi e rubriche informative in fatto di cultura, sport e contenuti sociali. Tra i programmi più seguiti, ogni pomeriggio è programmata la “Mesa Internacional de Telesur” che va in onda da paesi diversi: la “tavola rotonda internazionale” può andare in onda da Caracas o dall’Avana o dal Brasile o Argentina e viene trasmessa in tutto il continente. Naturalmente l’uso dello spagnolo come idioma comune permette il fenomeno comunicativo così ampio. Cosa ovviamente impossibile, per esempio, in Europa dove ogni paese ha una sua lingua differente. E’ straordinario, per esempio, come nel giro di una quindicina di minuti possano intervenire di seguito su Telesur diversi corrispondenti tutti in collegamento in diretta, uno dal Messico, poi un’altro dai Caraibi, poi un’altro ancora da Colombia, Brasile o Argentina, Bolivia. Sia la grafica che lo stile comunicativo che la professionalità di giornalisti e tecnici (molte donne tra loro), è di alto livello (la si può seguire anche in Italia dall’antenna parabolica attorno al canale 1150).

Vorremmo al termine dedicare qualche parola a una trasmissione seguitissima in tutta l’America Latina. Si tratta di “Dossier”, in onda ogni sera da Caracas in diretta dalle 22,30 alle 24. A condurre uno straordinario giornalista, Walter Martinez, chiaro e puntuale analista oltre che arguto commentatore e attento divulgatore. Martinez apre il suo programma con sullo sfondo una grande immagine spaziale del pianeta Terra, «la nostra cara, unica e contaminata nave spaziale», la chiama Martinez, il quale svolge il suo programma davanti a una gigantesca mappa geografica mondiale che occupa una intera parete dello studio. Poi passa in rassegna le 24 ore dei vari avvenimenti mondiali “en pleno desarollo”, in pieno sviluppo. Con una notevole quantità di filmati internazionali, Martinez muove una lunga bacchetta metallica estensibile sulla carta del mondo, segnalando i luoghi dove sono in corso fatti, crisi, situazioni particolari, notizie dell’ultimo minuto. Dalla Corea alla Siria e all’Egitto, dal Sudafrica alla Colombia, dagli Stati Uniti all’Europa. Anche l’Italia è abbastanza presente in “Dossier” di Telesur: dalle convulsioni politiche, al Papa argentino, dalla grande crisi alle manifestazioni. Anche Berlusconi ha avuto i suoi spazi nei momenti “topici” e con qualche sorrisetto ironico, naturalmente. Anche all’Avana alle dieci di sera Telesur e Martinez sono un appuntamento da non perdere.

 

Marzio Castagnedi

 

in data:19/12/2013 Liberazione on-line

 

Roma non si vende! Fermiamo l’emendamento Lanzillotta

Roma non si vende! Fermiamo l’emendamento Lanzillotta

Un atto gravissimo è accaduto ieri nella commissione bilancio del Senato, con l’approvazione dell’emendamento presentato dalla Lanzillotta sul decreto “Salva-Roma”.

La prode privatizzatrice, infatti, ha presentato una modifica con la quale vincola i soldi per il Bilancio di Roma alla privatizzazione delle aziende pubbliche e al licenziamento per le aziende in perdita. Neanche nei sogni più reconditi della Thatcher si sarebbe arrivato a tanto.

Cosa ancora più grave è il sostegno a questo emendamento del Movimento 5 stelle, che si è sempre dichiarato a favore dell’acqua come bene comune e della difesa dei servizi pubblici. Sappiano i rappresentati pentastellati che non c’è nessuna indulgenza per loro se non interverranno immediatamente a rivedere questa assurda scelta.

Questa che è stata votata in commissione, non solo è l’ennesimo tradimento della volontà popolare, ma un vero e proprio atto di guerra al movimento per l’acqua e per i beni comuni.

La scelta di come investire le risorse, come gestire i beni comuni, come intendere le garanzie sociali costituisce la prospettiva futura della nostra città e, in generale, delle nostre vite.

Chi pensa di poter impunemente giocare una partita sporca all’interno dei palazzi del potere, ed imporre le proprie visioni ideologiche, sbaglia di grosso.

Questo riguarda anche l’Amministrazione Capitolina a partire dal Sindaco Marino.

Il nostro obiettivo sarà il ritiro totale dell’emendamento, senza nessuna esclusione.

Il movimento dell’acqua sarà in prima fila per opporsi a questa manovra e lo farà come sempre nelle strade e nelle piazze, con i cittadini e le cittadine, perché è questione di democrazia ed è una questione di futuro.

Lo faremo con i movimenti sociali e i lavoratori e le lavoratrici delle aziende pubbliche, che difendono e rivendicano i diritti che devono essere garantiti per tutti e tutte.

Come lo abbiamo fatto contro Alemanno, lo faremo con determinazione anche in questo caso dicendo: “l’acqua non si vende, l’acqua si difende”.

Roma, 18 Dicembre 2013.

Coordinamento acqua pubblica Romano

Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi

Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi

 

Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi. Nonostante il colpo di fulmine che ha provocato in Maurizio Landini, penso che il segretario del Pd rappresenti l’ennesima riverniciatura delle politiche liberiste che ci han portato a questa crisi e che ora la stanno aggravando. Lo dimostrano i primi suoi atti di governo.

Il suo staff sta preparando un altro attacco all’articolo 18, quello che nell’Italia garantista solo verso i potenti suscita scandalo perché stabilisce che chi è licenziato ingiustamente, se il giudice gli dà ragione, deve tornare al suo posto di lavoro. Questo principio di civiltà ha già molte limitazioni, non si applica sotto i quindici dipendenti ed è reso nullo dalla marea di contratti precari. Inoltre con un accordo con il governo Monti Cgil Cisl Uil hanno accettato di liberalizzare i licenziamenti cosiddetti economici, che in una crisi come questa significa via libera alla cacciata di tante e tanti. Ma nonostante questo ultimo atto di autolesionismo sindacale Renzi vuole di più.

Il progetto per il lavoro annunciato dal suo staff prevede la cancellazione dell’articolo 18 per tutti i nuovi assunti. In cambio verrebbero diminuiti i contratti formalmente precari. Questo per la ovvia ragione che essendo possibile il licenziamento a discrezione, il contratto precario perderebbe ragione d’essere. Se posso cacciarti quando voglio perché devo scervellarmi a trovare il contratto capestro più adeguato, semplicissimo no?

È ovvio che questo è solo un passaggio intermedio verso l’abolizione totale della tutela contro i licenziamenti ingiusti. Infatti se tutti i nuovi assunti saranno privi di quella tutela per un bel po’ di tempo, le aziende saranno interessate a chiudere e licenziare per riassumere senza diritti. E chi li dovesse mantenere sarebbe considerato un privilegiato da combattere. Il renziano Pietro Ichino sostiene anni che nel mondo del lavoro vige l’apartheid come nel Sudafrica prima della vittoria di Mandela. Peccato che così si faccia l’eguaglianza a rovescio. Come se in quel paese, invece che estendere ai neri i diritti dei bianchi, si fosse deciso di rendere tutti eguali togliendo quei diritti a tutti.

La soppressione dell’articolo 18 non è certo una novità. Da sempre in Italia è rivendicata dalle organizzazioni delle imprese quando non sanno che dire e fu tentata dal governo Berlusconi nel 2002. La CGIL di allora però riuscì a impedirla.

In Spagna i governi hanno da tempo liberalizzato i licenziamenti, e quel paese oggi è l’unico grande stato europeo con un tasso di disoccupazione superiore al nostro. In Francia ci provò il presidente Sarkozy a introdurre una misura simile a quella che piace oggi a Renzi. Fu fermato da una gigantesca protesta giovanile e popolare.

La seconda iniziativa del neoeletto leader è stata quella di mettersi di traverso rispetto a quella che è stata chiamata la Google tax. Cioè un tenuissimo provvedimento di tassazione sugli affari delle grandi multinazionali che operano nella rete e che hanno sede legale in paradisi fiscali. Queste società guadagnano miliardi da noi e non pagano un centesimo, come ha ricordato quel comunista di Carlo De Benedetti. E come soprattutto ricorda la Corte dei Conti, che da tempo afferma che la quota più rilevante dei tanti miliardi che mancano al fisco viene dalla elusione fiscale delle grandi società che giocano con le sedi legali all’estero.

Il progressista Renzi ha subito detto a Letta che questa tassa non s’ha da fare, e così è stato.

Viene da chiedersi, ma dove sta il nuovo in tutto questo? Sviluppare l’economia con la flessibilità del lavoro e la detassazione dei ricchi e delle multinazionali, è il principio guida delle politiche liberiste che hanno dominato negli ultime trenta anni. Siamo ancora qui, sono queste le “riforme”?

Se è così, il progetto di Matteo Renzi più che essere il nuovo che avanza, è l’avanzo di quel nuovo che ci ha portato al disastro attuale.

Giorgio Cremaschi

 

in data:18/12/2013 Liberazione on-line