Mese: gennaio 2014

Cremaschi attacca Camusso: calpesta lo Statuto

LAVORO

 

Cremaschi attacca Camusso: calpesta lo Statuto

 

La minoranza Cgil prepara un dossier sui brogli del congresso e denuncia l’accordo del 10 gennaio

 

La Cgil, il più grande sindacato italiano viola il proprio statuto, firmando un accordo – l’ennesimo – illeggittimo e consuma una deriva antidemocratica mentre il congresso registra il minimo storico di partecipazione. La denuncia viene dalla minoranza interna, dai promotori del documento alternativo (“Il sindacato è un’altra cosa”), da Giorgio Cremaschi, in particolare, che ha appena tenuto una conferenza stampa alla Sala Rossa di Corso Italia, qualche piano più sotto del quartier generale di Susanna Camusso.

 

E’ il leader storico della sinistra sindacale, infatti, il firmatario del ricorso al Collegio statutario nazionale, l’organismo di verifica degli atti più importanti della Cgil, per l’annullamento della firma della confederazione in calce all’intesa del 10 gennaio scorso. Quell’accordo viola norme e principi fondamentali contenuti nello statuto. Di qui il ricorso a quello che Cremaschi definisce la “Corte costituzionale della Cgil”. «Intendiamo mettere alla prova la correttezza – dice – e l’indipendenza dell’organismo di garanzia anche se questo è espressione della maggioranza». Ai cronisti è stato spiegato che il ricorso è stato piuttosto meditato alla luce dei rilievi di parecchi giuslavoristi che non hanno potuto non storcere il naso di fronte al’ennessimo accordo, da quelle di Piergiovanni Alleva a quelle di Antonio Di Stasi. Così la minoranza interna agirà ognuna delle leve della giustizia interna ma è pronta a ricorrere anche in tribunale per contestare quella che gli pare una violazione del codice civile (articoli 36 e seguenti).

 

Lo Statuto Cgil, infatti, si basa sulla piena libertà sindacale e contro il monopolio dell’azione sindacale. E il “Testo unico sulla rappresentanza” (l’accordo del 10 gennaio) è stato sottoscritto in spregio al diritto statutario di ciasun iscritto a concorrere alla formazione della piattaforma e alla conclusione di ogni vertenza che lo riguardi (articoli 4, 6, 8). Ad ogni modo, il contenuto di quell’accordo è contrario ai principi di fondo della confederazione perché interferisce sull’autonomia della stessa (ad esempio quando consegna ad una commissione dove è preponderante la controparte le decisioni sul merito degli atti politici della Cgil) e infine prevede che i diritti sindacali siano accessibili solo a chi firmi quell’accordo, clausola che fa a cazzotti con la recentissima sentenza della Corte costituzionale che sancisce il diritto alla rappresentanza sindacale in barba alla legittimazione della controparte datoriale pretesa dai Marchionne di turno.

 

E poi non sono stati consultati gli iscritti, questione sollevata anche da Landini, leader della Fiom (che ha chiesto anche la sospensione del congresso), così come non sono stati consultati neppure per l’accordo del 31 maggio di cui l’ultima intesa è figlia. E’ evidente come l’accordo dispone del diritto di sciopero di cui ciascun lavoratore è titolare e obbliga i delegati a sottostare alla dittatura della maggioranza che deciderà le sanzioni per i dissidenti.

 

Insomma, secondo Cremaschi e la minoranza, si tratta di una modifica nei fatti dello Statuto avvenuta in pieno lavorìo congressuale quando nemmeno un direttivo “bulgaro” può farlo. La Camusso controbatte che la commissione che deciderà le sanzioni sarebbe un banale arbitrato, come altri, ma in realtà non ci sarebbe una terza figura a fare da arbitro ma una commissione con tre membri di Confindustria, uno ciascuno per la triplice e un settimo componente di comune gradimento, dunque anche di Confindustria.

 

Dunque l’intesa è una sorta di mutazione genetica, una torsione autoriaria, una sottrazione di identità che cancella ogni forma di antagonismo possibile e contiene elementi di incostituzionalità. Perdipiù piomba nel vivo delle assemblee di base per un congresso che registra il massimo del malpancismo e il minimo della partecipazione come hanno spiegato ai cronisti anche Fabrizio Burattini, Nando Simeone della Filcams di Roma e Barbara Pettine, riferendo di congressi semideserti, casi di brogli clamorosi, di discriminazioni per i diritti della minoranza o di congressi rinviati per impedire il regolare confronto tra le posizioni. Molti congressi, infatti, sono stati concentrati in pochi giorni di febbraio per complicare la vita ai pochi relatori disponibili per il documento alternativo. Di tutto ciò è stata informata la commissione nazionale di garanzia proprio da Burattini e Pettine che denunciano le gravi irregolarità, un uso di parte delle risorse (distacchi, permessi, rimborsi) e della calendarizzazione, una gestione non trasparente degli elenchi degli iscritti e un diffuso ripetersi di risultati inattendibili (e a totale favore della maggioranza) nelle assemblee di base.

 

Là dove la minoranza riesce a essere presente i risultati sembrano piuttosto sopra le aspettative per il documento alternativo (Cremaschi prevede di attestarsi tra il 5% e il 10%, oltre il 3% che attualmente occupa nel direttivo nazionale) ma comunque in un contesto segnato dalla bassa partecipazione degli iscritti (sotto il 10%), da un clima di passività e rassegnazione. Se i numeri finali sulla partecipazione dovessero superare quota 900mila (allo scorso congresso furono 1milione e 800mila ma anche lì una cifra gonfiata) la minoranza avrebbe ragione di credere che sarebbero numeri inventati, falsificati.

 

Ma allora perché restare in Cgil? domanda l’inviato del Fatto, Salvatore Cannavò. «Perché è una battaglia di democrazia che va fatta qui. Pensate ai rischi di un sindacato senza democrazia interna!», risponde Cremaschi e, prima di andare via per correre al congresso di Vicenza, annuncia un dossier su anomalie, irregolarità e forzature. «Fra due-tre settimane ne avrete da scrivere».

 

Checchino Antonini

in data:30/01/2014

Quando piove e tira vento, fuori la mafia dal mio convento.

30 gennaio 2014

Quando piove e tira vento, fuori la mafia dal mio convento.

Il biglietto da visita che Mortara presenta al viaggiatore e al turista quando sbarca alla stazione sono una fontana che non produce più acqua e una sala slot. Oscurata verso l’esterno, molto colorata dentro. Dove il rumore meccanico delle macchinette mangiasoldi si unisce ad una atmosfera rarefatta in cui si perde la dimensione del tempo E il valore del denaro.

Li i sogni hanno la possibilita’ di avverarsi. D’incanto il cielo che minaccia neve puo’ assumere la meraviglia delle spiagge di Isla Negra tanto decantata da Neruda o lo stupore del deserto rigoglioso di Las Palmas di Gran Canaria. In un attimo.

Il confine tra la fatica dell’esistenza, la percezione della crisi che ti fa barcollare e colora di ansia il futuro puo’ cedere il passo alla fortuna. La solita storia. La sfiga ci vede benissimo ma la fortuna e’ sempre cieca. Alle volte ti sceglie. D’accordo quasi mai. Che importa?. E’ cosi’ triste la quotidianità. Dio e’ morto, Marx e’ morto, tu stesso diceva Graucho non stai affatto bene. Per questo oggi decidi di aprire quella porta.

Non c’e’ trucco , non c’e’ inganno, strillavano i saltimbanchi al mercato cittadino, una volta. Già una volta quando tutto era o forse solo semplicemente sembrava piu’ semplice. Nel venerdi’ del tre cerniere cento lire, nelle immagini che il Gabriele continua a produrre nei social network della “Mortara com’era”.

I ragazzi delle scuole ci passano davanti ogni giorno. Non entrano. Li osservo, non entrano. Meno male. Le statistiche dicono che anche i minori giocano. Eccome se giocano. Non dovrebbero. Ma si sa come vanno le cose in questa Italia provinciale, dove la corruzione fa cinquantamiliardi all’anno e l’evasione cento. Dove qualche azienda chiede la cassa integrazione a spese dello stato e intanto ritira nel cassetto l’estratto del deposito amministrato formato da tante pagine.

Vicino a duecento metri c’e’ una chiesa. Il sacro e il profano si guardano. La notte si raccontano. Ognuno, alla sua maniera, ha una storia di attesa, di speranza, di fede. Nella società liquida di Baumann sembra difficile esercitare il giudizio, separare il bianco dal nero. Del resto anche i campi in questa stagione appaiono sbiaditi, una interminabile pentagramma di note grigie.

Manlio e’ di Genova. Questa e’una intervista a lui che ho liberamente tratto dal mensile Narcomafie. Per dare elementi maggiori di consapevolezza. Rispetta il senso del suo racconto ma ne modifica la forma, la progressione, aggiunge e toglie colori cosi’ come fa un pittore per regalare il suo panorama interiore ad un quadro.

D: Ciao Manlio, neve a Genova? Ma scusa qualche anno fa al massimo compravamo un biglietto della lotteria di Capodanno, un gratta e vinci magari te lo davano come resto. D’accordo c’era il totocalcio. Il mitico tredici,. Chissà se oggi lo si gioca ancora!. I giovani sognavano di fare un terno al lotto. Ma si raccontava che in caso di grosse vincite lo Stato ti avrebbe pagato con lande deserte in Sardegna. Una prospettiva non certo allettante.

Si qualcuno vinceva come quel padre dell’amica di mia sorella che nella “mia “ osteria era sbiancato in volto una sera dopo avere sentito alla radio il risultato dei campi di gioco. Sesantamiglionidilire aveva vinto , un mare di soldi a quel tempo. Finito male. Aveva dovuto cambiare citta’, la figlia non voleva cambiare scuola, aveva amici. Ma la gente mormorava invidia e pettegolezzi, chiedeva. Tutto qui. Non e’ insomma che morivamo di desiderio di inseguire le fole del gioco d’azzardo!

R: Niente neve neanche a Genova , solo sulle piccole colline dietro a Staglieno si intravede un po’ di bianco. Luccicante. Forse fioccherà stanotte, cosi’ dice la gente nei bus. Diciamo che la storia e’ cominciata negli anni 90 quando il governo ha pensato di liberalizzare questo gioco concedendo autorizzazioni a tutto spiano con l’intento dichiarato , non so quanto sincero, di condannare il gioco d’azzardo illegale.

D: una storia italiana insomma.
R: ma no! Il gioco d’azzardo e’ sempre esistito in tutto il mondo. Pensa che in Cina sono stati scoperti dei dadi che risalgono al 2000 avanti Cristo. Poi per il resto hai ragione tu, in Italia c’era il lotto, la schedina , le lotterie di capodanno, i casino’. Pochi per la verita’, ai margini di qualche illustre citta’ di montagna. Con la liberalizzazione e’ iniziata la proliferazione delle slot. Non e’ solo una storia italiana, pensa che all’inizio del suo mandato il sindaco di New York Fiorello La Guardia combatté strenuamente la piaga del gioco d’azzardo e in particolare delle slot machine, da lui definite “macchinette del diavolo”, che negli anni trenta invadevano la città finanziando la criminalità organizzata. In una cerimonia su un battello al largo di Long Island arrivò a distruggere a colpi di accetta decine e decine di macchinette, che furono poi gettate in acqua

D. Scusa vuoi dire che anche la lotteria di Capodanno era pericolosa?
R: be’ capisci anche tu come il suo grado di pericolosita’ sociale era estremamente basso rispetto alle slot o alle scommesse on line che adesso trovi in ogni bar, in ogni tabaccheria . Tra l’altro vuoi sapere una cosa curiosa ma indicativa di come le lobby condizionano il settore del gioco, “ricattando” lo stato?

D: Sono curioso, dai racconta.
R: se volessimo vedere una correlazione tra la percentuale di prelievo fiscale e la pericolosita’ sociale dei vari giochi d’azzardo vedremmo come tanto piu’ il gioco e’ pericoloso, tanto piu’ basso è il prelievo fiscale. Infatti il prelievo delle scommesse on line è dello 0,6%, quello del lotto del 40%!.

D: Ma adesso i sindaci delle città si stanno muovendo, non daranno piu’ concessioni, spesso lo sai hanno le mani legate per intervenire. Anche nella mia cita’ sembra che qualcosa si stia muovendo. Non mi e’ chiaro ancora se ci si limita a fare quello che ha deciso la regione o se c’e’ la volonta’ di essere proattivi, di fotografare l’esistente, di svolgere un azione culturale di prevenzione. Alla fine il sindaco per “diritto divino”, scherzo naturalmente , e’ responsabile della salute di suoi concittadini…

R: Troppo poco si fa, troppo in ritardo. Si pensa a contenere la ludopatia che oggi fa in Italia ottocentomila tossicodipendenti,ma non al fatto che…

D che?
R: che e’ evidente che uno strumento che fa 87 miliardi di ero all’anno di raccolta presenta ottime occasioni di riciclaggio. Qualche anno fa quando fu decisa l’apertura delle sale bingo ci fu la corsa di molti politici per ottenere la concessione perche’ si riteneva che fosse un buon affare. Non lo fu, poi sono entrate le organizzazioni criminali che utilizzano le sale Bingo per riciclare il denaro sporco.

D: ma scusa , non riesco a capire come succede che la criminalita’ organizzata opera nel settore. Certo un amica di Libera, sai l’Associazione di Don Ciotti, mi ha detto che qualche concessionario va dal tabaccaio e dice “ accetta le mie slot, e se lo fai ti regalo anche un impianto di sorveglianza e uno antincendio”. D’accordo uno puo’ anche intravedere la testa del pesce che puzza , ma puo’ anche dire , no grazie! Se c’e un opinione pubblica e una politica locale che lo sostiene.
R: ohh ne sanno una piu’ del diavolo. Certo non tutti, molti si. Vedo che sei un po’ ignorante in materia. Ti illumino. Per esempio le macchinette si possono manipolare. Cosi’ si riduce il volume dichiarato del fatturato e si pagano meno tasse. Lo so , e’ vero’ ,le slot dovrebbero essere tutte collegate telematicamente alla Sogel che è la l’agenzia dei monopoli che si occupa anche della detrazione fiscale…

D: Spiegati meglio!
R: Per legge una slot machine remunera la filiera degli operatori in base al volume del gioco che registra restituendo ai giocatori il 75% delle giocate mentre il rimanente viene suddiviso tra tutti gli opreratori, stato, concessionari, gestori ed esercenti. Il mezzo piu’ grezzo di manipolazione di una slot consiste nel non collegarla alla Sogel, in questo modo non segnalera’ nessuna entrata. Un altro sistema prevede la contraffazione della scheda elettronica, in modo che non trasmetta i dati con continuita’. Non sara’ solo il fisco a perderci ma anche il concessionario e l’esercente. E’ un margine in nero che va in tasca al gestore. Normalmente il tabaccaio o il barista non sa neanche di avere nei suoi locali una slot truccata….

D: Ma chi sono le concessionarie
R: attualmente sono tredici e sono una grandissima lobby. Inchieste della magistratura hanno dimostrato che alcuni di questi contratto sono stati dati con la corruzione di funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Essi fanno contratti con dei gestori. I gestori comprano le macchinette da chi le produce e le distribuiscono sul territorio. Qui si introduce la mafia che peraltro non contenta di essersi inserita a questo livello ha fatto in passato tentativi, per ora falliti, di ottenere legalmente, si parla di grandi famiglie mafiose, la concessione da parte dello stato. La ndrangheta e’ la piu’ presente della triplice, pero’, diciamo, che non si pestano i piedi.

D: solo ipotesi naturalmente?
R: magari, pensa che nella relazione della Direzione nazionale antimafia del 12/2012 c’e’ un intero capitolo dedicato al gioco d’azzardo. Sostanzialmente denuncia la presenza mafiosa e la collusione mafiosa con settori estesi dell’imprenditoria, della politica, delle istituzioni. Poi c’e’il caso Corallo!

D: ehhh?
R. ma si Francesco Corallo , pensa che era il presidente della societa’ concessionaria Atlantis e figlio di un noto boss mafioso, Corallo aveva molti agganci politici tra cui l’onorevole Amedeo Laboccetta che mentre quello era latitante si e’ presentato nel suo ufficio durante una perquisizione della guardia di finanza. Impedendo il sequestro del computer di Corallo dicendo che era il suo , se lo e’ portato via e restituito giorni dopo ripulito!.

D: che fare? Dire come Marcello D’Orta, io speriamo che me la cavo?
R: noi di Libera abbiamo le idee chiare, informazione, informazione e ancora informazione. La dovrebbero fare tutti giornali e preti, social network e ordini di categoria. In questo modo quando qualcuno mette la sua moneta nella slot machine saprà che trenta centesimi di quell’euro vanno in tasca alla mafia.

E la mafia e’ la distruzione della comunita’ , della sua coesione, dell’idea che uscirne da soli e’ avarizia, uscirne insieme e’ la speranza, il coraggio, la grandezza di un popolo. Già lo diceva Don Milani. Nulla di nuovo sotto il sole. Che tra l’altro decisamente oggi non c’è. Anzi una pioggerellina triste e guardinga ha cominciato a scendere incupendo i pochi umani che vanno verso il centro di Mortara, verso la stazione, verso le loro piccole o grandi storie di ogni giorno.

 

SVENDESI POSTE ITALIANE

SVENDESI

POSTE ITALIANE

Con un colpo di acceleratore, venerdì scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato la privatizzazione di Poste Italiane, si comincia con il 40% e di sicuro finirà con la sua liquidazione totale.  Poste Italiane, negli anni ha assunto un ruolo di enorme importanza strategica nel panorama politico-economico e tecnologico nazionale, essa infatti, nonostante il taglio drastico di personale (oltre 120.000 posti di lavoro perso in un ventennio) è una delle più grandi aziende italiane, che con i suoi circa 138.000 dipendenti, svolge un ruolo sociale, garantendo ai cittadini molti servizi essenziali. Attraverso i circa 14.000 uffici postali, diffusi su tutto il territorio nazionale (molti dei quali a rischio chiusura), bancoposta raccoglie un’enorme massa di denaro liquido, che confluisce in Cassa Depositi e Prestiti (la cassaforte dello Stato), con il quale il Ministero dell’Economia e del Tesoro, finanzia gli Enti Pubblici (sanità, trasporti, scuola… ), da qui la necessità che Poste Italiane rimanga pubblica. La sua privatizzazione comporta un accumulo di denaro in mani private e un conseguente taglio di servizi a discapito di tutti i cittadini. Il settore recapito, che svolge una funzione puramente sociale, garantendo la raccolta e la distribuzione della corrispondenza, subirebbe un’ulteriore marginalizzazione soprattutto nelle zone periferiche o a bassa densità demografica, mettendo a rischio uno dei diritti fondamentali: quello alla corrispondenza. Solo il mantenimento di Poste nella sua unicità, sotto controllo pubblico, bloccherebbe ogni tentativo di speculazione, garantirebbe la tenuta occupazionale (altrimenti a rischio) e preserverebbe la più grande azienda pubblica di servizi in Italia.

E’ ora di svegliarsi e lottare insieme: lavoratori e cittadini. Vogliono svendere ciò che tutti i cittadini onesti hanno pagato, con i propri contributi e con le tasse. Non facciamoci imbrogliare la privatizzazione delle POSTE è la mega truffa, di un governo che sempre più diventa il curatore fallimentare di un Italia che va a pezzi.

Come circolo Poste e come coordinamento nazionale Poste del PRC, abbiamo indetto giornate di presidii sotto le sedi di Poste Italiane. A Milano saremo in piazza Cordusio questo Giovedì, Venerdì e sabato dalle 12,30 alle 16,00.

 Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Electrolux, continua la mobilitazione degli operai.Oggi l'incontro a Roma al Mise

Non si ferma la mobilitazione dei lavoratori Electrolux a poche ore dal tavolo negoziale che sara’ presieduto questo pomeriggio alle 15 al Mise dal ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Dalle 5 di stamani lo stabilimento di Susegana, in provincia di Treviso, è praticamente blindato, gli operai hanno bloccato gli ingressi, e a nessun camion e’ stato premesso di entrare o uscire, gli stessi impiegati sono stati tenuti fuori dai cancelli.

Un altro presidio e’ stato organizzato a Porcia, vicino a Pordenone. E dalla città friulana come da Susegana sono partite questa mattina in treno, verso Roma, due delegazioni sindacali per partecipare al “tavolo”. “Diremo che la proposta dell’azienda del taglio degli stipendi e degli altri diritti sindacali è irricevibile – fa sapere Paola Morandin, delegata Rsu -. La multinazionale ha presentato un piano ancora peggiore di quello tanto criticato della Fiat”, ha concluso la sindacalista.

Difficile che escano soluzioni immediate, però. Ieri i lavoratori hanno votato un primo pacchetto di venti ore di sciopero. Alla mobilitazione di queste ore si sono aggiunti anche i lavoratori dello stabilimento lombardo di Solaro. Intanto, dal Parlamento arriva la notizia che il 17 febbraio la commissione Lavoro della Camera sara’ in missione straordinaria in Friuli per ascoltare i lavoratori e le parti sociali.“Ci diano l’azienda a noi”
In un documento approvato ieri all’unanimita’, le rappresentanze sindacali interne (Rsu) dello stabilimento Electrolux di Susegana si dichiarano disponibili a “studiare soluzioni che impediscano all’impresa di perseguire i suoi obiettivi di impoverimento dei lavoratori dell’industria italiana, anche con nuove forme cooperative di produzione a gestione diretta Stato/lavoratori”. Un invito ad avviare una riflessione in questo senso e’ stato rivolto al presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta, al quale viene anche chiesto di fare quanto sia nelle sue possibilita’ per “trattenere nel territorio la multinazionale svedese”. “Noi chiediamo da tempo, ma a questo punto crediamo sia improrogabile e urgente, un intervento diretto della presidenza del Consiglio non solo per impedire che Electrolux abbandoni il Paese – si legge in una nota della Fiom Lombardia – ma per discutere e definire le politiche industriali dell’intero settore dell’elettrodomestico e manifatturiero con l’obiettivo esplicito di salvaguardare produzioni, occupazione, salario e diritti”.

“Ci sentiamo traditi”
Mario, operaio in Electrolux, considera la scelta della Electrolux un tradimento: “Sono anni che faccio contratti di solidarieta’, cassa integrazione e mi tolgono centinaia di euro all’anno dalla busta paga. E ogni volta ripetono che passera’ e che, dopo la crisi, torneremo alle retribuzioni di prima. Poi ti fanno sapere che non e’ vero, che non servi piu’ e che i polacchi sono bravi quanto te e li pagano un terzo. La proposta di equiparare gli stipendi ai loro e’ folle: provino pure i polacchi a mantenersi in Italia col nostro costo della vita. Prima che sia finita, restituiremo il favore alla fabbrica. Non uscira’ piu’ una sola lavatrice fino a che non torneranno sui loro passi”. Un operaio ghanese che non vuole rivelare il nome rende chiara la misura del ricatto verso gli immigrati. “La mia famiglia ha bisogno di qualsiasi entrata per restare in Italia. Senza lavoro non c’e’ permesso di soggiorno e il rientro in Africa e’ obbligato. I soldi che ci propongono sono una miseria, ma qualcosa e’ qualcosa e niente e’ niente. Per noi non ci sono alternative”. E’ vero, per i migranti le condizioni e le istanze sono diverse, ma c’e’ anche chi non intende cedere: un altro ghanese, anche lui anonimo, e’ convinto che con 800 euro al mese, moglie e tre figli da mantenere e un mutuo da pagare, perche’ ho comprato casa qui, non ce la possiamo fare. “La nostra professionalita’ e’ fuori discussione: l’azienda ci deve rispetto per quanto abbiamo dato e i risultati economici di questi anni, nonostante la crisi, tutt’altro che disprezzabili, sono li’ a dimostrarlo. Se serve andremo fino a Roma a fare sentire la nostra voce. Era il mio sogno un viaggio nella Capitale, ma avrei preferito farlo in altre circostanze”, dice.

Prc: “I padroni mettono gli uni contro gli altri”
“La richiesta dell’Electrolux di dimezzare gli stipendi e’ inaccettabile: – sottolinea il segretario del Prc Paolo Ferrero – mentre i padroni aumentano i profitti vogliono tagliare gli stipendi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Inoltre il taglio degli stipendi, oltre ad essere ingiusto, determinerebbe un ulteriore aggravamento della crisi economica che in Italia e’ frutto per intero del crollo del mercato interno”. Inoltre, secondo Ferrero, “e’ del tutto evidente che se passasse all’Electrolux, il taglio degli stipendi sarebbe poi generalizzato. Per questo l’unica strada e’ quella della lotta dura, di tutti i lavoratori, per smuovere azienda e governo, obbligando quest’ultimo a fare un piano pubblico sul settore degli elettrodomestici. Occorre tagliare i profitti, non gli stipendi”.

Il Pd è diviso
Il Pd su questa vicenda sembra diviso. Se da una parte ci sono alcuni, come Cesare Damiano, che ritengono il piano Electrolux inaccettabile, altri come alcuni dei Renzi’s boys lo firmano incondizionatamente. Davide Serra, sponsor di REnzi, sul suo profilo Twitter ha ribadito più volte come la strategia di drastica riduzione del costo del lavoro sia l’unica possible affinché l’azienda ritrovi competitività. L’unica vera alternativa al piano presentato da Electrolux è una rilevante riduzione della spesa pubblica, che consenta una significativa riduzione della pressione fiscale.

Privatizzazione delle Poste, furto con destrezza

L’Ufficio Credito ed Assicurazioni del Partito della Rifondazione Comunista esprime radicale contrarietà al progetto di privatizzazione di Poste Italiane.
L’operazione annunciata in questi giorni prevede, nell’immediato, la messa sul mercato del 40% del capitale (quota di per sé già molto elevata) ma, stando alle spudorate dichiarazioni di importanti esponenti del Governo e dei partiti che lo sostengono, questo non sarebbe altro che un primo passo verso la definitiva perdita del controllo pubblico.
Prosegue così, nel nostro paese, l’opera di sistematico smantellamento di quello che rimane della proprietà pubblica di beni, servizi ed attività produttive e ciò avviene questa volta con un autentico “salto di qualità” (attuando peraltro un disegno preparato da anni) e cioè colpendo un’azienda e delle risorse il cui carattere strategico è quasi inutile ricordare: i servizi di recapito, la logistica, la capillare rete distributiva, la raccolta postale, il polo bancario-assicurativo…
Si fa, insomma, l’esatto contrario di quello che si dovrebbe per tentare un’uscita dalla crisi che non determini un massacro sociale, obiettivo per il raggiungimento del quale è sempre più evidente la necessità di un rafforzamento dell’intervento pubblico nell’economia. Si intensificano invece quelle stesse politiche e ricette economiche, funzionali all’interesse del capitale, che si sono dimostrate fallimentari e che ci hanno portato sino a qui.
Si dice che la parziale privatizzazione di Poste servirà per la riduzione del debito pubblico e per contribuire al rispetto dei vari diktat (pareggio di bilancio, fiscal compact) che ci siamo autoimposti per ottemperare ai desiderata della troika europea e degli interessi (anche nostrani) che essa rappresenta.
Ma il velo ideologico è davvero trasparente ed è proprio un’operazione del genere che dimostra quali siano, in realtà, le vere finalità dell’imposizione di certi vincoli “esterni”, economicamente assurdi e socialmente insostenibili.
La vendita del 40% di Poste dovrebbe portare ad un’entrata di circa 4 miliardi di euro a fronte di un debito che a novembre ha raggiunto i 2.100 miliardi. In compenso, svendendo l’ennesimo gioiello di famiglia, lo Stato si priverebbe di entrate che (se si guarda agli utili degli ultimi esercizi) si attestano attorno ai 400 milioni annui.
Il classico “buon padre di famiglia” che, avendo un orizzonte temporale di almeno vent’anni, facesse un’operazione simile sarebbe da internare… Figuriamoci uno stato sovrano.
Si potrebbe parlare quindi di analfabetismo economico ma ovviamente non è così perché, come ben sappiamo, si tratta di precise scelte di classe che hanno mandanti e vittime sacrificali prestabilite.
In questi giorni, qualche prezzolato commentatore, rispolverando argomenti di quasi trent’anni fa, straparla dei vantaggi che i lavoratori ed i cittadini risparmiatori potrebbero avere da un’operazione del genere! Guadagni borsistici, modernizzazione dell’azienda, democrazia economica grazie all’azionariato diffuso ….E basta!
La storia delle privatizzazioni italiane (e non solo) è ormai abbastanza lunga e densa dal rendere ridicole e improponibili simili considerazioni.
Molti di quelli che oggi plaudono o girano la testa dall’altra parte, tra dieci o quindici anni riempiranno i talk show e la rete con le loro sdegnate considerazioni sul “come invece sarebbe dovuta andare…”. Ma va là !!!
Noi invece quello che in prospettiva succederà crediamo di saperlo già adesso e, come abbiamo fatto negli anni novanta rispetto al processo di privatizzazione del sistema bancario, lo diciamo apertamente: si svilupperà lo spezzatino societario, si andrà verso un progressivo smantellamento dell’universalità e dell’uniformità del servizio postale, si ridimensionerà la rete sportelli, peggiorerà il servizio per le fasce popolari di clientela, si innalzeranno prezzi e tariffe, verrà sferrato un nuovo attacco ai livelli occupazionali ed ai diritti normativi e salariali dei lavoratori postali. E (forse) avremo in cambio qualche posto in CdA per i sindacati concertativi….
Vogliamo concludere con alcune considerazioni che riguardano più direttamente il settore bancario ed assicurativo che è il nostro specifico terreno di intervento politico.
Naturalmente, la privatizzazione di Poste Italiane coinvolge BancoPosta e le controllate PosteVita, PosteAssicura, BancoPosta Fondi sgr. Anzi, poiché quelle finanziarie sono le attività di gran lunga più remunerative del Gruppo è del tutto evidente che saranno proprio loro il potenziale oggetto del desiderio degli investitori privati. L’ultima significativa presenza pubblica nel settore della raccolta e della gestione del risparmio dei cittadini e nelle attività bancario-assicurative è quindi fortemente a rischio.
Siamo ovviamente del tutto consapevoli che i Governi ed i vertici aziendali di Poste che si sono succeduti in questi ultimi vent’anni non hanno certo mai voluto indirizzare le strategie operative di BancoPosta in modo da qualificarlo come “polo pubblico” alternativo al sistema bancario-assicurativo privatizzato. E questo al di là della concorrenza oggettivamente (e spesso con successo) esercitata sfruttando i noti punti di forza competitivi. Ma è chiaro che, per larghe fasce popolari di utenza e di clientela, le tradizionali forme di raccolta postale e le nuove attività di BancoPosta hanno rappresentato proprio questo: un’alternativa alle grandi banche ed alle loro politiche commerciali.
Anche sotto questo specifico punto di vista, quindi, si fa esattamente l’opposto di quello che si dovrebbe. Invece di rafforzare, selezionare ed orientare la presenza di Poste nel settore finanziario al fine di massimizzarne l’utilità sociale ed indirizzarne l’attività verso finalità pubbliche … ci si prepara ad aprire la stanza dei bottoni ai privati tra cui (siamo pronti a scommettere) certo non mancheranno banche, fondazioni o società da loro controllate.
Un nuovo, doppio e clamoroso regalo ai banchieri ed alle tecnocrazie finanziarie.
E, infine, ci sembra necessario ricordare quello che, in prospettiva, rischia di essere il punto di maggior impatto macroeconomico della vicenda.
La privatizzazione di Poste Italiane, quando fosse completata, muterebbe la natura stessa degli oltre 230 miliardi di euro di risparmi dei cittadini (sotto forma di buoni fruttiferi e libretti) che oggi godono di garanzia pubblica e vengono convogliati verso Cassa Depositi e Prestiti (di cui il Ministero dell’Economia detiene tuttora circa l’80% del capitale). La perdita della connotazione pubblica del suo canale di raccolta renderebbe irreversibile (temiamo) il processo di progressivo snaturamento del ruolo pubblico della Cassa (per il pieno ripristino del quale è in atto un’importante Campagna guidata dal “Forum per una nuova finanza pubblica e sociale”) minandone alla base le potenzialità di sostegno ad un diverso modello di sviluppo economico ed orientandone definitivamente le attività al servizio del capitale privato e del mercato.
Di fronte ad eventi di simile portata, occorre superare il senso di impotenza alla quale sembrano condannarci gli attuali rapporti di forza culturali prima ancora che politici. Del resto abbiamo importanti esempi su come la battaglia in difesa dei beni comuni possa suscitare consensi ed attivare energie inattese.
Rivolgiamo pertanto un appello pressante alle forze politiche della sinistra comunista ed anticapitalista, ai sindacati di base ed alle componenti di minoranza della Cgil, alle lavoratrici ed ai lavoratori postali, ai movimenti sociali e, in primo luogo, ai sostenitori del “Forum per una nuova finanza pubblica” affinché vengano da subito messe in campo tutte le possibili iniziative per contrastare l’ipotesi di privatizzazione di Poste Italiane. Noi ci siamo.

 

Partito della Rifondazione Comunista
Ufficio Credito ed Assicurazioni

 

in data:27/01/2014

Electrolux, sciopero e cortei

LAVORO

Electrolux, sciopero e cortei

Nemmeno la Fiat, si può dire, ha osato tanto. Il “piano Polonia” della Electrolux, il colosso degli elettrodomestici, è in realtà un vero e proprio ricatto che prevede una drastica riduzione del costo del lavoro e degli stipendi, oltre alla chiusura dell’impianto di Porcia (in provincia di Pordenone) in cambio dello stop alla delocalizzazione tout court della produzione in Polonia, appunto, o Ungheria. Così oggi è partita la protesta dei lavoratori, la prima risposta ad un’operazione che ha sollevato un coro di critiche, mettendo d’accordo il leghista Salvini con il governatore Pd Debora Serracchiani che ora chiede al governo di «non rimanere inerte», visto che «l’Electrolux, quando entrò in Italia rilevando la Zanussi, ricevette un sacco di soldi, qualche miliardo di lire, dalla Regione. Dovrebbe ora preoccuparsi di quello che lascia sul territorio dopo che l’ha spolpato».
Peccato che, come sempre, si chiude la stalla quando i buoi sono scappati. E ora che l’azienda usa la mano pesante, a pagare l’assenza di una politica industriale seria sono i lavoratori del gruppo. Che hanno deciso di farsi sentire con scioperi, cortei, assemblee permanenti.
Le prime assemblee si sono tenute all’alba negli stabilimenti di Susegana, in provincia di Treviso, e di Porcia, poi è stata proclamata un’intera giornata di sciopero. Verso le 8 si sono portati sulla statale pontebbana che attraversa le due cittadine, per poi raggiungere il centro di Conegliano, dove è iniziato il presidio in piazza Cima. Ma i lavoratori sono pronti ad arrivare a Roma. «In assemblea, dopo aver illustrato le misure irricevibili del piano – fa sapere Paola Morandin, delegata rsu di Susegana – abbiamo votato un ordine del giorno in cui chiediamo al presidente del Consiglio, Enrico Letta, l’immediata convocazione del tavolo al governo e annunciamo una manifestazione a Roma, sotto Palazzo Chigi». Circa 500 lavoratori della Electrolux di Solaro (a Milano) sono invece in presidio con bandiere e striscioni davanti ai cancelli dell’azienda, in corso Europa.
D’altra parte la “proposta” dell’azienda è davvero irricevibile: l’orario part time di 6 ore, spiega Morandin, nel caso di Susegana comporterebbe uno stipendio mensile di poco superiore ai 700 euro, una miseria. Mentre gli esuberi diventerebbero addirittura 800 nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale, la quale ha subordinato i 90 milioni di investimento all’accettazione del piano.
Piano che è tutto teso alla riduzione del costo del lavoro (cioè degli stipendi) che la multinazionale svedese vuole adeguare a quello dell’Europa dell’Est: o si taglia lì o si riducono i dipendenti. La ‘“soluzione” svedese contempla un taglio dell’80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause, permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Un’operazione che di fronte all’attuale costo del lavoro di 24 euro/ora, rispetto ai 7 euro/ora degli stabilimenti in Polonia e Ungheria, porterebbe a tagliare a Forlì 3 euro l’ora, a Solaro 3,20 euro, a Susegana 5,20 euro e a Porcia (se restasse aperto) 7,50 euro.
Il paradosso è che Electrolux vuole adeguare gli stipendi a quelli della Polonia, ma, stando a quanto emerso nell’incontro di ieri tra rappresentanti dell’azienda e sindacati, anche lo stabilimento polacco è a rischio chiusura come quello italiano a causa della concorrenza asiatica sempre più forte di Samsung e Lg. Nella corsa al ribasso non c’è fine. E certo non aiuta l’assenza del governo. «Abbiamo atteso invano un confronto con il ministro dello sviluppo economico, Flavio Zanonato – dicono i delegati e le Rsu – Ora andiamo direttamente da Letta perché Electrolux per sbarcare in Italia ha usato soldi degli italiani ed ora per guardare ad Est utilizza fondi Ue che in parte sono sempre nostri».
D’altra parte, Zanonato, finito sotto accusa nei giorni scorsi (la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ne ha chiesto le dimissioni) in un certo senso “rivendica” il disinteresse mostrato nella vertenza del gruppo dicendo di comprendere le ragioni dell’azienda: «I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità, ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti. E’ necessario dunque ridurre i costi di produzione, in Italia c’è un problema legato all’esigenza di ridurre il costo del lavoro». E pazienza se gli stipendi italiani sono ormai da anni tra i più bassi in Europa.

in data:28/01/2014

Lettera e richiesta di incontro di Paolo Ferrero a Giorgio Napolitano

Signor Presidente,

con questa lettera Le chiedo un incontro urgente, nella mia qualità di Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista e di rappresentante italiano del Partito della Sinistra Europea. Questa richiesta di incontro è finalizzata a sollevare tre questioni inerenti le prossime elezioni e il tema delle leggi elettorali.
In primo luogo intendo rappresentarLe le gravi violazioni dei principi costituzionali di rappresentanza democratica proporzionale da noi ravvisati nella legge (24 gennaio 1979 n.18 e successive modificazioni ) inerente le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia e la evidente contraddizione – da noi già a Lei segnalata con una precedente nota a firma Gianluca Schiavon – fra queste norme e le recenti decisioni del Parlamento europeo che – attraverso il combinato disposto degli artt. 17 e 18 del Trattato istitutivo dell’Ue, degli artt. 244/250 del Trattato del Funzionamento dell’Ue della raccomandazione del 12 marzo 2013- hanno introdotto un nesso di inscindibilità tra le elezioni del Parlamento europeo e la nomina della Commissione europea e del suo Presidente, rendendo evidentemente illegittimo lo sbarramento del 4% previsto dalle ultime modifiche della legislazione italiana.
In secondo luogo intendo segnalarLe come la volontà di escludere la rappresentanza proporzionale e democratica dei cittadini italiani a concorrere agli orientamenti del nuovo Parlamento Europeo sia accentuata da un interpretazione arbitraria – contenuta nelle istruzioni del Ministero dell’ Interno, e contro la quale ricorreremo – delle liste ammesse a presentare il proprio simbolo senza la sottoscrizione delle firme. La legge 18/79 (e successive modificazioni ) dispone infatti che siano esentate dalla allegazione delle firme dei sottoscrittori quelle liste che “nell’ ultima elezione abbiano presentato candidature col proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo”, non ponendo nessuna limitazione alla fruizione del diritto all’ esenzione in ragione del carattere nazionale o transnazionale del partito o movimento politico richiedente. Orbene il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea è partecipe del gruppo europeo
Sinistra Europea – Gue, gruppo costituito ed operante da tre legislature, come peraltro la Federazione dei Verdi, ed una limitazione arbitraria nella presentazione delle liste che minerebbe il diritto del Parlamento Europeo di eleggere il Presidente della Commissione Europea “tenendo conto del risultato delle elezioni europee“ sarebbe lesiva della procedura di “codecisione“ prevista dal Trattato di Lisbona, in quanto i cittadini degli Stati membri sono ora primariamente chiamati ad esprimere la propria preferenza per uno dei partiti e gruppi parlamentari europei che avanzano una candidatura unitaria alla presidenza della Commissione.
E’ noto, a tal riguardo che il Partito della Sinistra europea Gue – di cui il Prc è forza fondatrice – ha recentemente deciso la candidatura a Presidente dell’onorevole Alexis Tsypras e che tale candidatura sarà da noi sostenuta in Italia.
In terzo luogo intendo inoltre farLe notare come questo grave attacco alla democrazia ed alla rappresentanza popolare sia fortemente accentuato dai contenuti del recentissimo “patto “ sulla modifica della legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi che – a nostro avviso e come evidenziato in un recentissimo appello di autorevoli costituzionalisti – ci consegnano una proposta totalmente incompatibile con le indicazioni della Corte Costituzionale, che ha considerato illegittimo un premio di maggioranza “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto“ e che ha contestato il principio della lista bloccata del ddl Calderoli in quanto produce “un eccessiva divaricazione fra la composizione dell’organo di rappresentanza politica e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “anche perché – continua la Corte – le liste bloccate minano il principio “del sostegno personale dei cittadini agli eletti e ferisce la logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione “.
Il tutto, peraltro, è reso ancor più antidemocratico dalla previsione di una soglia di sbarramento formalmente all’ 8% ma, di fatto, attraverso le scarse dimensioni dei collegi, assai più alta.
Sono queste le ragioni per cui Le chiedo un incontro urgente nella convinzione che queste gravi violazioni della democrazia, da me segnalate in questa nota, possano essere affrontate ed avviate a soluzione attraverso un Suo autorevole intervento, in ossequio delle funzioni e delle prerogative a Lei spettanti, finalizzato al ripristino della vigenza dell’art. 48 della Costituzione.
Cordiali saluti,

Paolo Ferrero

 

in data:27/01/2014

Con la legge Renzi-Berlusconi Matteotti non sarebbe stato assassinato: non sarebbe neanche arrivato in Parlamento!

Pubblicato il 27 gen 2014

Il pdf del VOLANTINO DEL PRC CONTRO LA PROPOSTA DI LEGGE ELETTORALE RENZI-BERLUSCONI

Di seguito il testo del volantino:

Se novant’anni fa, in pieno regime fascista, non ci fosse stata la legge Acerbo (ovvero la legge elettorale super maggioritaria voluta da Mussolini dopo la marcia su Roma) ma l’Italicum (ovvero la proposta di nuova legge elettorale avanzata da Renzi e Berlusconi), non ci sarebbe mai stato il delitto Matteotti.

La ragione è semplice: poichè l’Italicum bastona le minoranze peggio della Legge Acerbo, Matteotti non sarebbe mai stato eletto in Parlamento, non avrebbe mai potuto denunciare – da parlamentare – le malefatte del regime mussoliniano. Insomma, Renzi e Berlusconi risolvono il problema alla radice.

Per questo pensiamo che la proposta Renzi-Berlusconi non sia solo un danno per le forze politiche minori ma per tutta la democrazia.

Vogliono un Parlamento senza rompiscatole, oppositori, voci fuori dal coro: come se fosse un consiglio di amministrazione di una qualsiasi azienda, in cui pochi potenti decidono per tutti.

Perchè l’Italicum è un’altra porcata?

Perchè chi vince prende tutto (o quasi): è sufficiente arrivare primi al primo o al secondo turno per avere la maggioranza assoluta dei parlamentari. La Corte Costituzionale, nelle settimane scorse, ha messo in evidenza la natura antidemocratica e distorsiva dell’attuale legge elettorale (il Porcellum): l’Italicum si muove nella stessa, identica direzione;

Perchè le liste erano bloccate, ovvero senza la possibilità di scegliere tra i candidati, e rimangono bloccate. Anche in questo caso la Corte Costituzionale rimane totalmente inascoltata;

Perchè l’Italicum non porta solo ad una dittatura della maggioranza ma punta a “prefabbricarsi” l’opposizione. Lo sbarramento per entrare in Parlamento viene infatti portato sopra all’8%: peggio del Porcellum! Visto che in televisione i partiti che non stanno in Parlamento non vengono invitati, il gioco è semplice: impedire ai comunisti e ai partiti di sinistra di poter dire la propria, riducendo la politica ad un teatrino tra i grandi partiti.

La legge Renzi-Berlusconi è un pericolo per la democrazia, peggio della legge Acerbo e del Porcellum!

Noi scegliamo la democrazia: per questo proponiamo una legge elettorale proporzionale con le preferenze, che consenta ai cittadini di scegliere la propria lista, il proprio candidato, e di sentirsi rappresentati in Parlamento.

Noi scegliamo la democrazia, quella di cui parla la Costituzione nata dalla Resistenza!

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

 

 

Il dramma dei profughi in Libano

Alfio Nicotra

Mi trovo da stanotte in Libano insieme al deputato del M5S Massimo Artini per affrontare il dramma dei profughi . Stamani , nella provincia di Tiro ( a confine con israele) abbiamo visitato diverse famiglie siriane,- sistemate in alloggi di fortuna grazie alla cooperazione delle Ong italiane-tantissimi bambini, tutti fuggiti dalla guerra che, nel silenzio dei nostri media, prosegue ogni giorno producendo nuove generazioni di orfani, di mutilati e di vedove. Le statistiche ci dicono che al 20 gennaio 2014 i profughi siriani in fuga dalla loro terra hanno raggiunto la drammatica contabilità di 2397534 esseri umani. Più di 880mila di questi si trovano in Libano. Per un paese che non arriva a 4 milioni di abitanti significa che c’è un profugo ogni 4 libanesi. A questi vanno aggiunti i 500mila profughi palestinesi che dal 1948 ad oggi vivono in condizioni di privazione di diritti fondamentali nei campi profughi. Proprio domani visiteremo i campi palestinesi e non dimenticheremo di portare un fiore a Shatila, sul monumento che ricorda l’efferata strage d’innocenti del 1982.