Mese: febbraio 2014

Emergenza ponte – Appello a Provincia e Regione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera del coordinamento comitati ed Associazioni contro la Broni – Mortara

Al Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Pavia

Al Presidente della Regione Lombardia

28/02/2014

Gli ultimi eventi riguardanti il ponte di Bressana, legati a quelli già conosciuti del ponte della Becca e della Gerola che isolano completamente l’Oltrepo Pavese dal capoluogo,  ci dicono che ormai la politica non può più tergiversare e rinviare decisioni di così grave rilevanza.

Le dichiarazioni rilasciate dall’Assessore provinciale Visponetti sulla Provincia Pavese di domenica 23 febbraio ci trovano parzialmente d’accordo. Un nuovo ponte alla Becca deve essere realizzato subito.

Per quanto riguarda invece la costruzione di un altro ponte sul Po, non possiamo condividere le dichiarazioni dell’Assessore quando dice di “ragionare anche a lungo termine”; secondo noi bisogna attivarsi subito per poterlo realizzare nel più breve tempo possibile.

Facciamo presente che il problema di un altro ponte tra l’Oltrepo Occidentale e Pavia è già presente da molti anni, tant’è che, prima della faraonica idea dell’autostrada Broni-Mortara, la Provincia aveva già nel 2001 concordato con i Comuni una soluzione al problema e l’aveva inserita nel PTCP.

Ora non spetta a noi dire se deve essere quello od un altro progetto che serve realizzare, ma una cosa è certa, nessuno deve prendere la scusa della necessità di avere un nuovo collegamento tra l’Oltrepo Occidentale e Pavia per approvare la Broni-Mortara.

Sottolineando il fatto che il ponte di Bressana è l’unico che prevede anche il percorso ferroviario della Milano-Genova, non possiamo più aspettare con il rischio che ci sia una emergenza trasportistica  di tale gravità, pertanto chiediamo all’Amministrazione provinciale di far sentire forte e chiara la voce dei cittadini affinché, una decisione sia presa in tempi rapidi e vengano trovati con la Regione i fondi pubblici necessari per tutte queste opere non più procrastinabili.

Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni contro l’autostrada Broni – Mortara-Stroppiana
www.bronimortara.blogspot.com         e-mail: nobronimortara@gmail.com

Faceboock : No Autostrada Broni-Mortara            

informazioni : 0382/1855670    –   fax 0382/1850271

Aderiscono al Coordinamento :

Associazioni – gruppi
Italia Nostra , WWF , Legambiente , LIPU , La Rondine , Slow Food Lomellina, T.A.B.U. (Tutela dell’Ambiente Biologico Universale), A.P.U.R.P. , Futuro Sostenibile in Lomellina , Cambiamo

Comitati
Comitato Agricoltori della Provincia di Pavia , Comitato di Alagna , Comitato di Barbianello , Comitato di Bressana Bottarone , Comitato di Cava Manara , Comitato Difesa-Valorizzazione Territorio della Lomellina, Comitato di Dorno, Comitato di Gropello Cairoli , Comitato di Lungavilla , Comitato di Pavia, Comitato di Pinarolo Po , Comitato di S.Giuletta , Comitato di Sommo , Comitato di S.Martino , Comitato di Zinasco

Settant’anni fa la deportazione degli scioperanti di Cilavegna

(Tratto da: “L’Informatore del 27 febbraio 2014)

SETTANT’ANNI FA LA DEPORTAZIONE DEGLI SCIOPERANTI DI CILAVEGNA

Dopo diversi giorni di scioperi durante il periodo badogliano, il 2 marzo 1944 i quattrocento sessantrè dipendenti del calzificio “Giudice” di Cilavegna aderiscono allo sciopero generale proclamato dal Comitato di Liberazione dell’Alta Italia.

Il giorno dopo i nazisti arrivano in paese e arrestano i membri della ex-commissione interna.

Giovanni Maccaferri, nato a Cilavegna l’8 dicembre 1923, viene deportato al campo Mauthausen, dopve muore ai primi di maggio del 1945, poco prima della liberazione del lager.

Clotilde Giannini,nata a Tornaco (Novara) nel 1903, residente a Gravellona, è deportata prima a Mauthausen, poi a Auschwiitz, infine Bergewn Belsen, dove muore il 24 aprile, 9 giorni dopo la liberazione del campo.

Camilla Campana, nata a Clusone (bergamo) nel 1916, segue lo stesso itinerario della Giannini fino ad Auschwitz. Poi deportata a Ravensbrùck e quindi a Buchenwald. E’ liberata dai russi durante la marcia di eliminazione.

Sempre a causa dello sciopero viene deportata Luigina Cirini, che segue l’itinerario della Giannini e della Campana fino ad Auschwitz, poi trasferita a Flossenbùrg, dove è liberata alla fine della guerra.

Anche Piero Omodeo Zorini, pur non essendo dipendente dal calzificio, viene arrestato con l’accusa di essere ispiratore politico dello sciopero.

Francesco Maccaferri, fratello dell’operaio Giovanni, deportato a Mathausen, in una sua testimonianza ricordava il ruolo di educatore svolto da Piero che nella sua bottega di sarto, discuteva dei problemi politici e consigliava gli incerti. Vale la pena ricapitolare brevemente anche la sua vicenda, benché terminata al campo di transito italiano di Fossoli, così come egli stesso la descrive in una testimonianza del dopoguerra. Strettamente sorvegliato dal maresciallo dei carabinieri, che cerca di intimidirlo e lo costringe più volte a presentarsi in caserma, nonostante il suo stato di salute (ha gravi problemi di circolazione) viene arrestato: “Nel pomeriggio del 3 marzo 1944 – ricorda – si presentarono una quindicina di tedeschi delle Ss a casa mia accompagnati dal segretario comunale, dal messo comunale e dall’interprete”. Assieme agli operai di Cilavegna arrestati viene portato al Castello di Vigevano, poi alla locale caserma dei carabinieri, quindi all’hotel Regina di Milano infine a San Vittore.

Così ricorda quei giorni Piero Omodeo Zorini: “Io  e il Maccaferri fummo rinchiusi in cella al V raggio, e dopo tre giorni di prigionia partimmo in 150 detenuti politici per essere portati a Carpi, in provincia di Modena, cioè al campo di concentramento di Fossoli. Giunti a Fossoli alle due di notte ci rinchiusero in una baracca senza coperte e senza paglia e senza nessun conforto. Dopo tre giorni ci fu la prima spedizione per Mathausen: partirono in 250, cioè 150 di Milano e 100 di Torino rientrati a Fossoli il giorno prima (…)”.

Anche coloro che non furono deportati oltre il Brennero e restarono nei campi di concentramento Italiani rischiarono la morte. Proprio a Fossoli, struttura attiva dal 1942, una settantina di internati politici furono fucilati. Tra di loro antifascisti, scioperanti , partigiani. Ricordiamoli.

MARCO SAVINI

SEGRETARIO DELLA SEZIONE PROVINCIALE

DI PAVIA DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE

EX DEPORTATI (ANED)  

 

Il partito padronale

punti di vista

Il partito padronale

Com’era prevedibile anche il Movimento 5 Stelle sta facendo i conti in questi giorni con la peggiore malattia della democrazia italiana, il partito padronale. I quattro parlamentari espulsi dai M5S non hanno violato alcuna regola del movimento, non hanno votato contro una proposta grillina, non hanno trafficato per ottenere una poltrona dal nuovo governo, non hanno rubato né si sono macchiati di comportamenti immorali. Semplicemente, i quattro hanno osato criticare la performance di Beppe Grillo da Matteo Renzi. Una critica non solo legittima, ma doverosa. L’atteggiamento di Grillo nei pochi minuti di consultazione con il premier incaricato era di un’arroganza insopportabile. Non solo e non tanto al cospetto di Renzi, del quale potremmo serenamente infischiarcene, ma nei confronti dei militanti 5 Stelle, i quali avevano chiesto con un referendum online che il leader accettasse di partecipare alle consultazioni.

Ora, Grillo avrebbe potuto benissimo decidere da solo di non andarci. Ma siccome è schiavo di tutta una retorica per cui lui sarebbe un semplice portavoce in un movimento dove «uno conta uno», ha finto di affidare la decisione a una consultazione. Una volta ottenuto un risultato a lui non gradito, il sì all’incontro con Renzi, il capo ha deciso comunque di fregarsene in maniera plateale, come tutti hanno potuto vedere. Qualunque parlamentare grillino dotato di un minimo di dignità avrebbe dovuto protestare contro un simile disprezzo della democrazia interna. L’hanno avuta soltanto quattro. Per questo coraggio oggi il padrone li fa mettere alla porta dai servi.

È una storia vissuta cento volte in questi venti anni, da quando la discesa in campo di Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti padronali. E stavolta non dobbiamo prendercela con la casta, stavolta la colpa è tutta nostra, di noi italiani, sempre contenti di votare a destra, a sinistra, oppure «né a destra né a sinistra», partiti che hanno per unica ideologia un nome e un cognome. Sono passati vent’anni di disastri e ancora la schiacciante maggioranza degli italiani crede alla colossale panzana che un uomo solo al comando possa garantire più efficacia, decisionismo e magari trasparenza.

In questi vent’anni i nuovi partiti padronali si sono rivelati assai meno decisionisti dei vecchi e finanche più corrotti. Hanno garantito una penosa selezione del personale politico, miracolando corti familiari o personali d’infimo livello. In qualsiasi Paese un simile, clamoroso fallimento avrebbe provocato una totale inversione di rotta. Invece da noi, la giusta ribellione che cosa ha prodotto? Un partito ancora più padronale degli altri, dove il proprietario ha addirittura depositato il marchio alla camera di commercio e il partito gli serve anche (o soprattutto?) per vendere la pubblicità sul blog, sempre di sua proprietà. Non è comico, è grottesco.

Non sorprende dunque che alcune ottime persone, appassionate e in buona fede, finite quasi per caso nel mazzo dei maggiordomi di turno, si ribellino contro il padre e padrone del movimento. Stupisce semmai che siano così poche. I dissidenti sono quattro, i solidali un’altra decina, quelli disposti a lasciare il movimento se verranno espulsi i primi, un’altra dozzina. Ma dev’essere frustrante anche per buona parte degli altri 120 parlamentari grillini rendersi conto, giorno dopo giorno, d’essere ostaggi della semplice mania di grandezza di un leader. Grillo non vuole cambiare nulla in questo Paese, come tutti i padroni di partito che l’hanno preceduto, da Bossi e Berlusconi a Bertinotti e Di Pietro. L’unico scopo di tutti lor signori è sfruttare le disgrazie per ottenerne vantaggi.

Se Grillo avesse voluto cambiare l’Italia, avrebbe partecipato all’elezione di un presidente della Repubblica contrario alle larghe intese. Se poi avesse voluto abbattere davvero le larghe intese, l’avrebbe già ottenuto cercando in Parlamento alleanze su singole leggi e su sacrosante battaglie, come quella contro l’acquisto degli F35 o i diritti civili, che avrebbero inevitabilmente portato a separare la sinistra dalla destra. Se volesse cambiare l’Italia, Grillo oggi parteciperebbe al processo di riforma istituzionale, dalla legge elettorale all’abolizione del Senato, mettendo in seria crisi il patto di ferro fra Renzi e Berlusconi.

Ma Grillo e Casaleggio sanno benissimo che qualsiasi scelta in positivo comporterebbe una perdita di consenso, a destra o a sinistra, come dimostra la vicenda dello ius soli, mentre una protesta generica contro la casta si continuerebbe a vendere benissimo sul mercato alla più vasta clientela possibile. Si tratta di un calcolo molto cinico e quindi, per come funziona l’Italia, esatto. Senza aver portato un solo risultato a casa in un anno intero e con un esercito di 156 parlamentari a disposizione, il M5S otterrà di sicuro un grande risultato alle elezioni europee di maggio. Il che è del tutto inutile al Paese, ma assai vantaggioso per la Grillo&Casaleggio spa.

Questo non toglie che le brave persone, gli onesti parlamentari grillini, si ribellino a un simile scempio della volontà popolare. I giornalisti al seguito, una categoria fiorita negli ultimi tempi intorno a Grillo come a chiunque altro abbia acquistato potere politico, sostengono che Orellana e compagnia siano in procinto di ottenere poltrone dal nuovo governo. Penso si tratti di un’infamia lanciata contro chi dimostra un minimo di spirito critico. È probabile che Orellana e compagni non entreranno nel governo Renzi e neppure nella maggioranza, anzi si dimetteranno come hanno fatto altri bravi e onesti militanti pentastellati prima di loro, offesi e delusi, lasciando il campo agli opportunisti. Se sarà così, onore a loro.

Curzio Maltese, la Repubblica, 27 febbraio 2014

 

 

Renzi, il giro di boa per il Pd

il commento

 

Renzi, giro di boa per il Pd

 

Affermare – come ha fatto Matteo Renzi nell’introduzione alla nuova edizione di “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio – che il Pd non intende più collocarsi a sinistra conclude l’ultimo giro di boa del partito democratico. Simbolico, ma fa impressione che questo arrivi proprio quando in Italia si superano i 4 milioni di senza lavoro.
Si conclude, con il nuovo governo e la sua carta di identità allegata su Repubblica da Matteo Renzi, l’ultimo giro di boa simbolico del Pd. Simbolico, perché nelle scelte concrete era già consumato da un pezzo, ma dare il vero nome ai fatti non è cosa da poco (non è passatempo da giorni festivi, come verseggia Eliot a proposito del nome da dare al proprio gatto). Che il Pd precisi come la sua immagine non debba più essere a sinistra, o di sinistra, riconoscendo come sola discriminante culturale e sociale “il nuovo e il vecchio” non è una gran novità, il concetto ci svolazza attorno da un bel pezzo, ma affermare che il Pd non intende più collocarsi a sinistra resta uno scatto simbolico rilevante. Non solo infatti, come taluni vagheggiavano, non è più in grado di compiere scelte di sinistra, poniamo, da Monti, ma neppure mira più a farle e a questo scopo ha scelto come proprio leader “Matteo” per chiarirlo una volta per tutte. Non in parlamento – nessuno, a cominciare da Giorgio Napolitano ha tempo da perdere – ma su un giornale amico e a governo varato. Lo fa prendendosi qualche licenza culturale, come citare Norberto Bobbio contro Bobbio esempio di chi, se aveva ragione in passato, non l’avrebbe più oggi, quando la distinzione tra destra e sinistra non avrebbe più senso. Pazienza, oggi ne vediamo di ben altre. Fra le innovazioni trionfanti c’è che ciascuno riveste o spoglia dei panni che più gli aggrada il defunto scelto come ispiratore. Più significativo è che il concetto archiviato indicava il peso assegnato da ogni partito alla questione sociale e dichiararla superata proprio mentre si sfiorano e forse si superano i quattro milioni di senza lavoro, fa impressione. Forse per questo l’ex sindaco di Firenze si era scordato di informarci su quel job act che doveva presentare entro gennaio; ma in primo luogo non risulta che durante le consultazioni qualcuno glielo abbia ricordato, in secondo luogo nel governo se ne occuperà la ministra Guidi, donna imprenditrice esperta in quanto allevata dal padre confindustriale.
Sappiamo dunque che dobbiamo attenderci con il nuovo esecutivo e dobbiamo al Pd tutto il peso, visto che né la sua presidenza né la sua minoranza gli hanno opposto il proprio corpo, al contrario hanno sgombrato il campo sussurrando come il melvilliano Bartleby “preferirei di no”. Della stessa pasta la stampa, affaccendata dal sottolineare lo storico approdo delle donne a metà del governo sottolineando il colore delle giacche e il livello dei tacchi, cosa che dovrebbe far riflettere le leader di “Se non ora quando”. Eccola qui l’Ora, ragazze, non si vede dove stia la differenza.
Il nuovo che avanza ha rilanciato anche Berlusconi, primo interpellato da Renzi per incardinare tutta l’operazione. Condannato da mesi per squallidi reati contro la cosa pubblica ad astenersi dalla politica è stato ricevuto non già dai giudici di sorveglianza, bensì dal capo dello stato per illustrargli quello che pensa e intende fare sul futuro del paese. Per ora appoggia Renzi, rassicurando i suoi che non è un comunista.

 

Rossana Rossanda, www.sbilanciamoci.it

in data:26/02/2014

SOLIDARIETA’ AL COMPAGNO DANIELE MAFFIONE

SOLIDARIETA’ AL COMPAGNO DANIELE MAFFIONE

25 febbraio 2014 alle ore 19.34

I Giovani Comunisti di Pavia esprimono tutta la loro solidarietà al compagno Daniele Maffione, dirigente del Partito della Rifondazione Comunista e dell’ANPI, minacciato e insultato per mezzo stampa da esponenti di Casapound Napoli.

Negli ultimi anni la crisi economica e culturale ha rigenerato le correnti di pensiero nazi-fasciste e il loro modus operandi caratteristico, basato sulla violenza e sulle minacce nei confronti degli esponenti di sinistra impegnati a combattere giorno per giorno questo sistema economico e i mali che esso comporta.

Ora più che mai è importante che tutti noi ci impegniamo a ribadire con forza la necessità di un antifascismo militante.

Ora e sempre resistenza!

 

Giovani Comunisti Pavia

La Lista-Tsipras, i comunisti e il lavoro che nessuno farà al nostro posto

Ora l’Istat rileva che i contratti in attesa di rinnovo a gennaio sono ben 51 e riguardano circa 8,5 milioni di dipendenti, corrispondenti al 66,2% del totale, la quota più alta dal gennaio del 2008. In pratica due lavoratori su tre stanno aspettando. La crisi ha dunque anche questo volto e, per dirla com’è, rivela la sua natura e il suo intimo scopo, perseguito con cinica determinazione dai fautori dell’austerity continentale: comprimere i salari, abbattere le tutele sindacali, individuali e collettive, estinguere progressivamente, ma da qualche tempo a tappe forzate, il sistema di protezione sociale, trasformare i diritti di cittadinanza (lavoro, istruzione, sanità, previdenza, assistenza), da obblighi precipui dello Stato a merci destinate esclusivamente ad una clientela solvibile, a privilegiati paganti.

Perché questa colossale operazione di redistribuzione di ricchezza si realizzi occorre che le classi dominanti dispongano di un potere di deterrenza formidabile nei confronti delle classi subalterne. Quest’arma letale, oggi come sempre, è la disoccupazione che aumenta ogni giorno in ogni classe di età, ma specialmente fra i giovani e nel Mezzogiorno. Gli architetti dell’Europa consegnata alle banche e irretita dall’ideologia monetarista raccontano che la rigidità contabile (dal patto di Maastricht al Fiscal compact, passando per il vincolo del pareggio di bilancio trasformato in dettato costituzionale) produce benefici per tutti. In realtà essa è lo strumento attraverso il quale annichilire la spesa pubblica sociale e disintegrare, quasi in forza di una legge economica incontestabile, ferrea come una legge di natura, il sistema solidaristico di garanzie sociali costruito dalle lotte operaie nei trent’anni seguiti alla sconfitta del fascismo e del nazismo.
Racconta, ancora, l’oligarchia finanziaria che regna sull’Europa, che la crisi è il frutto di una caduta della domanda, mentre è vero l’esatto opposto: sono la negazione dei bisogni sociali, la contrazione forzosa degli investimenti, il cappio imposto alla programmazione e all’intervento della mano pubblica, la concentrazione della ricchezza nelle mani di un vorace ceto proprietario che patrimonializza e rende improduttivi gli immensi capitali accumulati, a generare la crisi sistemica, la caduta della domanda aggregata che strangola i popoli d’Europa. Il capitale, nell’epoca della presente inaudita finanziarizzazione  dell’economia, sta volgendo la propria vocazione predatoria contro le forze produttive e contro ogni sopravvivenza delle democrazie costituzionali.
Il dramma condiviso dal proletariato europeo è che gran parte delle forze politiche, tanto quelle conservatrici e reazionarie, quanto quelle di antica (e ormai tramontata) estrazione socialdemocratica, si muovono nell’alveo della medesima ideologia liberista. I contorni politici sono sempre più labili, le identità si confondono, le strategie si intrecciano sino a divenire del tutto intercambiabili.
Il caso italiano è fra i più emblematici. Ieri abbiamo ricordato come Matteo Renzi, l’enfant prodige della politica italiana, il nuovo messia assurto alla guida (carismatica?) del Pd ed ora del Paese, stia portando a compimento la definitiva e irreversibile trasmutazione del partito di cui è divenuto padrone, ormai approdato alle rive del mercatismo integrale. La sua intervista al “Foglio” dell’8 giugno 2012 ne rappresenta il manifesto politico più eloquente: “Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo – aveva detto – ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore”.
Questa è la situazione in cui, mutatis mutandis, versa l’intera Europa nella quale, tuttavia, qualcosa faticosamente si muove a sinistra. L’Italia è certo uno dei punti più arretrati, scontando essa gli effetti duraturi di una delle più potenti (e devastanti) abiure culturali, politiche ed ideologiche della sinistra storica da cui essa fatica a riprendersi.
Anche qui da noi tuttavia, si avvertono segni, tenui finché si vuole, ma comunque reali, di una consapevolezza avvertita, magari confusamente, in strati sociali non più marginali, che così non si può andare avanti. Ora arriva l’appuntamento europeo ad offrirci una chance: non per confidare in esso come nell’ennesimo evento salvifico, ma per connetterci al movimento di una sinistra europea dai tratti nitidamente antiliberisti. L’aggregazione che si sta formando intorno alla Lista- Tsipras è multiforme e non priva di interne evidenti contraddizioni. Ma occorre, più che mai ora, guardare alla sostanza delle cose, a come ciò che sta accadendo può fare muovere le cose nella giusta direzione.
Scriveva Lenin, nel 1905, nel pieno della fase democratico-borghese della rivoluzione russa, che “la rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere (…). Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce cos’è la vera rivoluzione”.
Evidentemente, noi non stiamo vivendo una fase “rivoluzionaria”, ma il metodo proposto da Lenin, l’atteggiamento da tenere, la lotta per l’egemonia in un territorio minato, parlano anche a noi.
E sarà nostro compito fare germinare – dal pur contraddittorio concorso di forze e di soggettività che stanno dando vita alla coalizione contro l’austerity e contro l’oligarchia finanziaria che tiene in pugno l’Europa – qualcosa di profondamente nuovo anche in Italia. Occorrerà tempo, molto lavoro, molte lotte ed altri passi in avanti. Ma le scorciatoie sono le illusioni dei pigri, non sono roba per i comunisti.

 

Dino Greco

in data:26/02/2014

DONNA, COMUNISTA E COMPETENTE? FUORI DALLA GIUNTA!

DONNA, COMUNISTA E COMPETENTE? FUORI DALLA GIUNTA!

Ha la stessa età di Renzi ma si oppone al cemento. Il sindaco del PD le ritira le deleghe.

A Manoppello (Pe) il sindaco Pd ritira le deleghe all’assessora Barbara Toppi di Rifondazione Comunista perché si oppone a una cementificazione illegittima.

Dopo 3 anni di lavoro e riconoscimenti a livello comunale e regionale il centrosinistra a Manoppello (Pe) ha scelto di buttare fuori dalla giunta competenza e passione. Il sindaco Gennaro Matarazzo (PD) ha ritirato le deleghe dell’assessora di Rifondazione Comunista Barbara Toppi.

Il consigliere regionale Maurizio Acerbo, i segretari regionale e provinciale Marco Fars e Corrado Di Sante, hanno espresso la solidarietà di tutta Rifondazione a Barbara Toppi.

Non è certo per incompetenza o scarso impegno che Barbara è stata cacciata dalla giunta.

39 anni, unica donna in consiglio comunale e giunta, l’assessora Barbara Toppi ha portato la raccolta differenziata al 73,66% nel 2013 ben oltre l’obiettivo europeo del 65%!

Nel 2013 Manoppello è stato l’unico comune della Provincia di Pescara entrato nella classifica nazionale dei Comuni Ricicloni,terzo nella classifica Riciclabruzzo, eco campione per l’Abruzzo per riciclo carta e cartone, secondo comune della provincia per raccolta rifiuti elettrici ed elettronici, uno dei pochi comuni in Abruzzo ad aderire alla strategia rifiuti zero. Ha ottenuto finanziamenti per compostaggio domestico, raccolta rifiuti raee, raccolta imballaggi.

Grazie a buone pratiche ed economie di gestione Manoppello è uno dei rarissimi comuni che non ha aumentato tassazione sui rifiuti ed è uno dei comuni con la tariffa più bassa.

“Se è brava, giovane e competente perché Barbara è stata sfiduciata dal sindaco? Perché ha fatto il suo dovere”, sostiene Acerbo.

“La mia indisponibilità a tacere su una discutibile operazione urbanistica, attraverso il trasferimento di volumetrie e l’edificazione di una zona agricola di pregio a Santa Maria Arabona in cambio di un rudere nel centro storico ha portato alla rottura. La maggioranza ha fatto marcia indietro sulla delibera, ma poi il sindaco mi ha ritirato le deleghe. Questo episodio è l’ultimo di una serie. Addirittura per essere convocata in giunta ho dovuto inviare una lettera. Il centrosinistra sappia che non barattiamo la coerenza per le poltrone”, racconta l’assessora.

“Ci spiace che fu proprio Rifondazione Comunista a riproporre e sostenere la candidatura del sindaco Gennaro Matarazzo che oggi caccia Rifondazione Comunista dalla Giunta”, dice Fars.

“Rifondazione con l’assessore Toppi si è spesa per la realizzazione del programma di coalizione, salvo il tentativo maldestro, di evitare la nostra presenza in giunta quando si voleva inserire delibere non concordate e fuori dal programma”, sostiene Di Sante.

“Barbara è stata sicuramente una bravissima assessora. Nel campo della raccolta differenziata ha fatto scintille. Di gran lunga più competente e impegnata della gran parte degli amministratori dei comuni della provincia di Pescara. Viene cacciata dalla giunta di centrosinistra per aver contrastato una cementificazione. Tutta la nostra solidarietà e stima per aver anteposto la coerenza tra il dire e il fare alla poltrona”, conclude Acerbo.

 

Venezuela, il Prc esprime solidarietà e vicinanza al governo della Repubblica Bolivariana

Pubblicato il 24 feb 2014

ORDINE DEL GIORNO APPROVATO DALLA DIREZIONE NAZIONALE (23/2/2014)

 

La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà e vicinanza al legittimo governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, vittima di un nuovo tentativo di golpe strisciante.

 

La difficile situazione economica e sociale viene utilizzata da una parte dell’opposizione, espressione dell’oligarchia economica del Paese, per tentare di rovesciare il legittimo governo Venezuelano e di fomentare lo scontro civile in Venezuela. E’ il copione già visto in tutto il mondo, con l’ingerenza delle forze imperialiste che non hanno mai smesso di sostenere e foraggiare i gruppi più oltranzisti e golpisti. Da quando la Rivoluzione bolivariana ha avuto inizio, nonostante le sue ripetute affermazioni democratiche e via elezioni, è stata vittima di una incessante attività eversiva da parte di forze reazionarie e legate all’imperialismo, che il popolo venezuelano ha sempre sconfitto, mobilitandosi a sostegno della rivoluzione, come sta avvenendo anche questa volta.

 

Rifondazione Comunista denuncia inoltre il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura per un governo e un Presidente della Repubblica legittimamente e democraticamente eletti,e impegna i propri iscritti e circoli in una campagna di mobilitazione e controinformazione a difesa della rivoluzione bolivariana.

 

La Direzione Nazionale del PRC

Ecco l'Italia dei NoTav

CRONACHE

Ecco l’Italia dei NoTav

 

Una straordinaria giornata di lotta e mobilitazione in tutta Italia per dire no alla criminalizzazione delle lotte sociali, chiedere l’immediata liberazione di Chiara, Claudio Niccolò e Mattia e degli altri compagni ancora detenuti ai domiciliari, del movimento Notav ma anche degli altri movimenti colpiti nelle ultime settimane da operazioni giudiziarie quanto mai “creative”, come il movimento di lotta per la casa di Roma e i Precari Bros di Napoli.

A Chiomonte i tremila in corteo hanno gridato «siamo tutti terroristi», con un Alberto Perino che spiegava ad uno stupito operatore Rai la differenza che corre tra “terrorismo” e “sabotaggio”. La voce off sul servizio del Tg3 deve ammettere che né a Chiomonte né a Torino si trova nessuno disposto a prendere le distanze da quelli che tutti considerano legittimi atti di resistenza.

A Torino la manifestazione più grossa: 5000 persone hanno attraversato le vie del centro scortati da un imponente dispiegamento di truppe anti-sommossa, mobilitate per impedire che il corteo raggiungesse gli obiettivi ritenuti sensibili: la stazione di Porta nuova e la sede di Ltf. La stampa locale cerca di minimizzare e parla di 2000 persone a Chiomonte e un migliaio a Torino. Il problema è che non si vuole ammettere che oggi il movimento no tav, nella città di Chiamparino e Agnelli mobilita meglio e più di qualunque partito o sindacato. C’erano mamme coi passeggini, giovani, anziani, uomini e donne consapevoli che intorno a questa partita si gioca qualcosa in più di un semplice buco in una montagna. E ben consci che sul processo contro Niccolò, Mattia e Claudio si gioca un po’ anche della possibilità futura di tutti e tutte di continuare a battersi per un futuro migliore e una vita degna di essere vissuta.

A Pozzolo, in val Scrivia, 500 persone del fronte contro il Tav Terzo Valico hanno divelto le reti del costruendo cantiere. Centinaia rilanciavano il messaggio in una piazza di Genova. A Modena sono scesi in piazza i comitati che lottano contro la gestione PD-dina del post-terremoto, a Mestre è stato reso gratuito il transito autostradale, tanti modi per denunciare lo spreco del denaro pubblico e indicare forme di resistenza alla crisi.

Le manifestazioni sono state tante e partecipate in tutta Italia. A Roma la giornata di solidarietà si incrociava col ricordo dell’antifascista Valerio Verbano. Un migliaio di persone ha attraversato il quartiere del Tufello. Tanti anche a Napoli, per ribadire la più completa e totale solidarietà coi dieci disoccupati arrestati la scorsa settimana.

Centinaia di persone a Milano, in un corteo che si è concluso alle porte dell’Expo, sanzionando banche e i cancelli che recintano la più grande area sequestrata d’Italia, per garantire il nuovo spreco che si abbatterà sul territorio e le casse pubbliche. Più di 300 persone a Pisa in un corteo che collegava la solidarietà alla valle con la locale battaglia per il reddito e la dignità; altrettante a Firenze. Più di 500 a Caltanisetta in un corteo indetto dai No muos; centinaia anche a Bari, Brescia, Livorno, nelle provincia piemontese, veneta e toscana.

«Non riusciamo ancora ad avere una stima esatta e complessiva di tutte le iniziative – dicono i NoTav – ma sappiamo che sono state tante e partecipate. A tutta questa gente, siamo pronti a scommetterci, Renzi ha ben poco da vendere!. Quella di oggi (ieri, ndr) è stata una generosa giornata di lotta. Un buon auspicio in direzione del prossimo 15 marzo, quando si tratterà di riaffermare la legittimità delle lotte sociali e la necessità di difendere tutti gli imputati del 15 ottobre».

 

(da infoaut.org)

 

in data:23/02/2014

 

Elezioni europee, il documento della Direzione Nazionale del Prc

PARTITO

Elezioni europee, il documento della Direzione Nazionale del Prc

La Direzione nazionale di Rifondazione Comunista riunita per discutere delle elezioni europee, ribadisce che la partecipazione alla Lista Tsipras è vincolata all’esito della consultazione in corso delle iscritte e degli iscritti al Prc, secondo quanto deliberato dal congresso di Perugia. Riteniamo infatti che la scelta della partecipazione e della democrazia sia costitutiva del nostro modo di essere e del nostro agire e decidere come Partito.
La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea esprime la sua approvazione e soddisfazione per il realizzarsi nel nostro paese della costruzione di una lista unitaria per le prossime elezioni europee che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras a Presidente della commissione europea.
Alexis Tsipras è un nostro compagno, è la candidatura espressa dal Partito della Sinistra Europea e da Rifondazione Comunista. Essa è il frutto della decisione del Partito della sinistra europea di esprimere un chiaro punto di vista alternativo, in Europa, alle forze politiche come socialisti, popolari e liberali europei che hanno fin qui sostenuto l’austerità e le politiche neoliberiste, una costruzione dell’UE a-democratica e distruttrice dei diritti sociali. Una candidatura della sinistra radicale europea che è stata capace, nel nostro paese, di raccogliere vasti consensi, anche in aree molto diverse, e che ha portato Sel a rivedere la sua impostazione di sostegno al candidato del socialismo europeo Schultz. Si tratta di un successo della linea politica di Rifondazione Comunista e della Sinistra Europea. Va ribadito il profilo della candidatura di Alexis Tsipras: Syriza è in Grecia un Partito nato dall’aggregazione di 13 diverse formazioni politiche di ispirazione comunista, socialista di sinistra, ecologiste e democratiche nazionali, che è diventata attore principale del panorama politico greco grazie alla sua ferma e netta opposizione alle politiche di austerità imposte dalla Troika, alle forze politiche come Pasok e Neo Democratia che, avallando le imposizioni del memorandum, hanno prodotto un disastro umanitario e sociale senza precedenti, portando il paese in un baratro. La sua forza è nata dal conflitto sociale e di classe che in quel paese si è opposto e continua ad opporsi ai diktat del’Unione Europea. Il suo carattere di sinistra radicale e di classe è, in questo senso, netto ed inequivoco. La Grecia ha rappresentato la cavia su cui sperimentare le politiche che man mano si sono esportate negli altri paesi della periferia europea colpiti dalla crisi. Syriza una risposta di classe e di sinistra di uscita dalla crisi, la Grecia il punto più avanzato in Europa, dove si può produrre una rottura politica con i governi complici dell’austerità. Un’esperienza che, per avere successo, non può essere lasciata sola, che va rafforzata anche con questo voto europeo.
Il senso della candidatura di Tsipras ha l’ambizione, per il Partito della Sinistra Europea, di rilanciare la sfida per l’egemonia con le forze della sinistra moderata corresponsabili delle politiche neoliberiste in tutta Europa, per cambiare i rapporti di forza politici che hanno fin qui determinato l’affermarsi delle grandi coalizioni. Votare per Tsipras è un voto per un’alternativa di sinistra all’austerità, il voto per Schultz, Junker e gli altri candidati un voto per la continuità e lo status quo, per le forze responsabili della crisi.
Il percorso italiano ha avuto una sua particolarità, con il ruolo giocato dall’appello dei sei promotori lanciato da Micromega per la creazione della lista. Un percorso che ha visto delle criticità che non vanno taciute, quali la decisone sul simbolo, il percorso centralizzato della sua creazione, gli accenti anti-partitisti, ma che ha anche avuto il merito di aprire alla possibilità di una lista unitaria. La lista ad oggi si distingue per una posizione politica anti-neoliberista, ma non ancora come spazio pubblico per la creazione di un soggettività nuova della sinistra di alternativa. Occorre lavorare perché possa diventarlo, perché si avvii un percorso che sia rispettoso delle differenze e della pluralità dei soggetti in campo, e perché, all’interno della sua variegata composizione, si affermino le posizioni per la creazione, come accade nel resto d’Europa, di una soggettività politica della sinistra autonoma dalle forze di centrosinistra.
A tal fine, la Direzione nazionale del PRC dà mandato alla segreteria nazionale perché si sostengano nella composizione delle liste, e poi nella campagna elettorale, figure ed esperienze, a partire dagli iscritte-i al PRC, che condividano questo progetto politico, la creazione di un’alternativa di sinistra al neoliberismo e all’austerità anche nel nostro paese, una critica di classe e di sinistra a questa Unione Europea e al capitalismo.
La nascita del governo Renzi e il suo carattere nuovista sulla forma, ma continuista nelle politiche economiche e sociali, nel segno di un blairismo tardivo all’italiana, aprono gli spazi politici perché vi sia una affermazione della lista e perché venga messo all’ordine del giorno questo tema.
Ora occorre far si che si raggiungano le 150.000 firme necessarie alla presentazione e a garantire l’autonomia politica della lista. La sua nascita reale, non solo sulla carta. Si tratta di un obiettivo politico, non meramente organizzativo, di una parte della stessa campagna elettorale.
In Italia può affermarsi una lista di sinistra, antilberista, i cui eletti andranno nel gruppo indicato da Tsipras e che sostiene le posizioni del Partito della Sinistra Europea e del suo candidato a Presidente. Un fatto politico enorme, e che rappresenta il dato politico prevalente su cui ragionare. Senza questa possibilità, il nostro dibattito sarebbe stato ben altro. Per queste ragioni, la Direzione Nazionale del PRC invita i propri circoli, iscritti, ad attivarsi da subito per raccogliere le firme, per la formazione dei comitati unitari, per far vivere le ragioni programmatiche, di sinistra, della nostra battaglia in Italia e in Europa e per sostenere i propri candidati nelle liste. Le prossime elezioni europee sono una battaglia comune, che facciamo al fianco delle nostre compagne e compagni di tutta Europa, di Syriza, della Linke, del Front de Gauche, di Izquierda Unida, per dare il segnale netto del rifiuto dell’austerità e della possibilità di un’alternativa di sinistra alla grande coalizione delle banche che governa questa UE, di rimessa in discussione dei suoi equilibri politici e dei suoi trattati neoliberisti. Per l’altra Europa, quella sociale e dei popoli, del lavoro e della giustizia sociale, quella per cui da sempre ci battiamo insieme alle nostre compagne e ai nostri compagni di tutta Europa.

Approvato con 18 voti a favore e 9 contrari.

in data:23/02/2014